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News recensioni film cinema da sentieriselvaggi.it

#film #cinema #recensioni #sentieriselvaggi.it

Mark Zuckerberg
The Great Hack – Privacy violata, di Karim Amer e Jehane Noujaim

L'inchiesta-scandalo che ha distrutto Cambridge Analytica e travolto Facebook, tra Brexit e Trump. Punta acuminata di un mostro ancora sommerso. Su Netflix

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Ricordate la scena di The Matrix, in cui Morpheus spiega a Neo la struttura del sistema e quest’ultimo si lascia distrarre da una donna in rosso, errore potenzialmente fatale? Ci si sente quasi allo stesso modo, calcando la spirale narrativa del documentario Netflix The Great Hack, che racconta l’ultima inquietante evoluzione di quel transito e filtraggio di data che ormai inarrestabile è stato denunciato e raccontato anche dal cinema – vedi A Good American e Snowden. Esterrefatti pseudo-Neo, vent’anni dopo, ascoltiamo, guardiamo, sbirciamo dietro lo squarcio sempre più profondo aperto dal flusso delle testimonianze e rivelazioni messe ordinatamente in fila da Karim Amer e Jehane Noujaim (che insieme hanno firmato The Square – Dentro la rivoluzione). David Carroll, insegnante di informatica, che avviò una causa contro la società britannica di consulenza Cambridge Analytica per visionare e riappropriarsi dei dati utilizzati dalla stessa durante le elezioni presidenziali; Carole Cadwalladr, giornalista d’inchiesta per il The Guardian, che più di tutti andò in profondità nell’investigare sulla Cambridge Analytica; e Brittany Kaiser, braccio destro del CEO Alexander Nix di Analtyca, che si occupava attivamente del rapporto con i clienti. Il protagonista è l’anno 2016, e da lì si dipanano tutte le traiettorie del documentario, tese e dritte verso la maxi inchiesta e il processo che travolsero nel 2018 anche Facebook, scoperchiando connivenze e collaborazioni tra sedicenti gruppi affaristici e di marketing, politica e social network. Lo stesso social che Barack Obama per primo sfruttò con innovativo utilizzo e travolgente successo durante la sua prima campagna elettorale.

The Great Hack, interpolando immagini, testimonianze, infografiche e cronaca, riesce nell’intento di raccontarci uno scandalo che ha scosso le coscienze, ma che è ancora ben lontano dallo smantellamento del mercato di dati, e dal loro utilizzo potenzialmente improprio. Ciò che urla a gran voce per tutto il documentario è proprio questo senso di urgenza, questa necessità che una regolamentazione venga messa in atto, che ciò che lo stesso film ci racconta è solo la punta agghiacciante e acuminata di un mostro ancora sommerso. Di questo intento divulgativo e programmatico ne fa in parte le spese il documentario, non solo – e non tanto – per la traccia troppo aperta del suo svolgimento, che schiude tanti punti interrogativi, spunti di approfondimento, col potenziale effetto di alzare l’asticella del senso di impotente osservazione e inquietudine nello spettatore. È quando la strategia del far indignare informando risulta troppo assottigliata a beneficio del punto di vista dei suoi personaggi, che The Great Hack perde il suo liscio percorso, e l’attrito cigola e stride quando lo sguardo si posa e si sovrappone a quello di Brittany Kaiser. Nel raccontare questa figura ambigua e controversa, il documentario sembra abbandonarsi tra le maglie di un’osservazione quasi acritica, rotolandosi tra le morbide lusinghe dello scoop dato dall’imponenza mediatica dell’intervistata-testimone. Questo sbilanciamento che a tratti si percepisce, e questa sovrapposizione tra punti di vista e intenti, fanno di The Great Hack un documentario non riuscito in pieno, eppure un assemblaggio di informazioni utilissime per chi voglia approfondire l’argomento, e per tutti gli interrogativi che suscita.

Social login – Facebook – Privacy – Persuadables – Fake news – Trump – Brexit. L’equazione è inquietante, eppure logica e plausibile, se pensiamo a tutte le favole distopiche che ci siamo sempre raccontati e che da decenni turbano i nostri sogni sulla tecnologia. Logica e plausibile, se pensiamo a come ricalchi le tracce del passato, Kennedy e Nixon, l’uso pervasivamente politico della televisione, il Vietnam, i videogames, Reagan, l’allunaggio, e via via fino all’11 settembre e la strategia del terrore di Cheney e Bush. Inquietante, se osserviamo come le caselle coi nostri dati si riempiano sempre più di informazioni e algoritmi di previsioni comportamentali (siamo in Matrix o in Minority Report?), a come uno strumento di condivisione ed espressione stia sempre più diventando un mezzo di (dis)informazione pronto a tornare indietro e scagliarsi dove ci fa più male.

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Data articolo: Mon, 19 Aug 2019 08:03:20 +0000
To the Ends of the Earth
#Locarno72 – To the Ends of the Earth, di Kiyoshi Kurosawa

La popstar Atsuko Maeda ritrova Kiyoshi Kurosawa per To the Ends of the Earth, film di chiusura del Locarno film festival 2019, che scivola verso un universo parallelo, portali affollati di ombre

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Kiyoshi Kurosawa nel suo ultimo lavoro Tabi no owari sekai no hajimari esplora il mondo attraverso gli occhi di Yoko (Astuko Maeda, già protagonista di Seventh Code del regista), una giovane reporter giapponese che arriva in Uzbekistan per lavoro, insieme ad una troupe televisiva. Dal momento dell’arrivo nel paese Yoko subisce un continuo processo di perdita, che inizia dal linguaggio verbale, che di fatto non risulta di nessuna utilità, per comprendere progressivamente uno smarrimento spaziale ed infine uno più profondo, che tocca la parte più intima e riguarda la messa in discussione delle scelte che hanno orientato la sua stessa vita ed i suoi sogni per l’avvenire. Una decostruzione che demolisce sicurezze acquisite e paventa il disagio di trovarsi senza una linea telefonica e una rete internet, in balia di gente estranea, guardata con diffidenza come proiezione della propria paura. Kurosawa riesce a creare attorno alla protagonista un incredibile isolamento, nel farla incedere per le strade sconosciute di Samarcanda o di Tashkent o quando asseconda con disgusto e professionale con discendenza le richieste della produzione per lo show. Le mette addosso centinaia di sguardi indignati, incuriositi, indifferenti, sicuramente invadenti, eppure interpretati spesso con la malafede tipica di una coscienza sporca, sorpresa di essere oggetto di premura o soltanto attenzione considerata l’abitudine ad un mondo disinteressato. Un soggetto di sceneggiatura classico, lo straniero che arriva in un villaggio seminando scompiglio, rivisto nei toni utopici del cineasta giapponese.

Il profumo d’antico che si respira dalle immagini, nel ritardo tecnologico, nei modi rozzi e semplici, e un approccio alla vita meno frenetico e più riflessivo, è pieno di miti e leggende che diventano intrattenimento per latitudini invase dalla noia. Di quel pianeta lontano si vede un riflesso nel lago Aydar invaso di rifiuti, anziché di pesci come il Bramur, creatura mitologica che dai racconti orali vive in quelle acque. Ma escludendo i pochi caratteri occidentali resta un’energia, una genuinità, una gentilezza nei modi e non nelle forme, una magia che Yoko comincia a percepire quando inizia a sospettare della realtà ed a confonderla con un sogno, mentre canta all’interno del teatro Navoi, costruito mescolando i canoni di bellezza di molti popoli, confluiti dentro un unico impareggiabile esercizio spirituale. Un edifico che al suo ingresso l’accoglie con i versi di Mimi della Boheme di Puccini, “Sono la sua vicina che la viene fuori d’ora a importunare“.

Nonostante l’apparenza il film di Kurosawa ha molto di fantascientifico, già restando al titolo, To the Ends of the Earth, in questo scivolare verso un universo parallelo, verso un’altra esistenza, attraverso portali affollati di ombre, come un mercato, o i vicoli bui della città sprofondata nella notte, entrambi limiti dell’ignoto. Che all’improvviso emergono sulla spinta di forze sconosciute e diventano quasi un magnete, e là dove prima si vedeva il nulla si scopre un piano alternativo di crescita nascosto ad occhi profani. L’impressione è che l’equilibrio tra il paesaggio rurale fatto di altopiani e praterie montane con gli invasi urbani brulicanti di mercanti, piazzisti, tra artigianato e imprenditoria embrionale, lasci uno spiraglio di un’umanità andata perduta altrove, posti dove la frattura sembra insanabile, causa la perdita, in cambio di effimeri valori, dei confini da valicare per guardare oltre il superfluo. Il messaggio del film lascia intendere un universo sovradimensionale invece quando si tratta di evocare un vuoto, insicuro e pericoloso, nella perdita di distanza necessaria per ritrovare la libertà, una sensazione che nasce dentro un anonimo hotel di un lontano paese alla periferia della terra.

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Data articolo: Sun, 18 Aug 2019 13:40:52 +0000
pedro costa
#Locarno72 – Pardo d’oro a Pedro Costa

Ecco tutti i premi dell'edizione 2019

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L’edizione 2019 del Locarno Film Festival, la prima sotto la direzione artistica di Lili Hinstin, si è conclusa con il Pardo d’oro a VITALINA VARELA di Pedro Costa.
Ecco tutti i premi:

Concorso internazionale

Pardo d’oro (Gran Premio del Festival) – Città di Locarno
VITALINA VARELA di Pedro Costa, Portogallo

Premio speciale della giuria – Comuni di Ascona e Locarno
PA-GO (Height of the Wave) di PARK Jung-bum, Corea del Sud

Pardo per la migliore regia – Città e Regione di Locarno
Damien Manivel per LES ENFANTS D’ISADORA, Francia/Corea del Sud

Pardo per la migliore interpretazione femminile
Vitalina Varela per VITALINA VARELA di Pedro Costa, Portogallo

Pardo per la migliore interpretazione maschile
Regis Myrupu per A FEBRE di Maya Da-Rin, Brasile/Francia/Gremania

Menzioni speciali
HIRUK-PIKUK SI AL-KISAH (The Science of Fictions) di Yosep Anggi Noen, Indonesia/Malesia/Francia
MATERNAL di Maura Delpero, Italia/Argentina

Concorso Cineasti del presente

Pardo d’oro Cineasti del presente
BAAMUM NAFI (Nafi’s Father) di Mamadou Dia, Senegal

Premio per il miglior regista emergente – Città e Regione di Locarno
143 RUE DU DÉSERT di Hassen Ferhani, Algeria/Francia/Qatar

Premio speciale della giuria Ciné+ Cineasti del presente
IVANA CEA GROAZNICA (Ivana the Terrible) di Ivana Mladenović, Romania/Serbia

Menzione speciale
HERE FOR LIFE di Andrea Luka Zimmerman, Adrian Jackson, Gran Bretagna

Moving Ahead

Moving Ahead Award
THE GIVERNY DOCUMENT (SINGLE CHANNEL) di Ja’Tovia M. Gary, Stati Uniti/Francia

Menzioni speciali
THOSE THAT, AT A DISTANCE, RESEMBLE ANOTHER di Jessica Sarah Rinland, Gran Bretagna/Argentina/Spagna
SHĀN ZHĪ BĚI (Osmosis) di ZHOU Tao, Cina

First Feature

Swatch First Feature Award (Premio per la migliore opera prima)
BAAMUM NAFI (Nafi’s Father) di Mamadou Dia, Senegal

Swatch Art Peace Hotel Award
LA PALOMA Y EL LOBO (The Dove and the Wolf) di Carlos Lenin, Messico

Menzioni speciali
INSTINCT di Halina Reijn, Paesi Bassi
FI AL-THAWRA (During Revolution) di Maya Khoury, Siria/Svezia

Pardi di domani

Concorso internazionale

Pardino d’oro per il miglior cortometraggio internazionale – Premio SRG SSR
SIYAH GÜNEŞ (Black Sun) di Arda Çiltepe, Turchia/Germania
(Locarno Short Film Nominee for The European Film Awards 2019)

Pardino d’argento SRG SSR per il Concorso internazionale
UMBILICAL di Danski Tang, Stati Uniti

Premio per la migliore regia Pardi di domani – PIANIFICA
OTPUSK (Leave of Absence) di Anton Sazonov, Russia

Premio Medien Patent Verwaltung AG
WHITE AFRO di Akosua Adoma Owusu, Ghana/Stati Uniti

Concorso nazionale

Pardino d’oro per il miglior cortometraggio svizzero – Premio Swiss Life
MAMA ROSA di Dejan Barac, Svizzera

Pardino d’argento Swiss Life per il Concorso nazionale
TEMPÊTE SILENCIEUSE di Anaïs Moog, Svizzera

Premio per la migliore speranza svizzera
TERMINAL di Kim Allamand, Svizzera

Variety Piazza Grande Award
INSTINCT di Halina Reijn, Paesi Bassi

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Data articolo: Sun, 18 Aug 2019 11:02:41 +0000
wesley snipes
LAVORI IN CORSO. Malick, De Niro, Nicolas Cage, Eddie Murphy, Piccole Donne

A Hidden Life, After Exile, Color of Out Space, Dolomite is My Name, Piccole Donne.

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Nessun nome roboante del mondo hollywoodiano nel cast del nuovo film di Terrence Malick che, presentato in concorso allo scorso Festival di Cannes, ha finalmente una data ufficiale: A Hidden Life, Una vita nascosta uscirà nelle sale statunitensi il prossimo 13 dicembre.
Malick affida il suo estro ad una storia di eroismo semi-sconosciuta accaduta nel corso del Secondo Conflitto Mondiale. Protagonista è infatti Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che nel 1938, dopo l’ingresso delle truppe naziste nella sua terra natìa, si oppone all’annessione dell’Austria alla Germania nazista (Anschluss) auspicata dal Fuhrer per porre una delle basi fondamentali all’idea della “Grande Germania”. Franz, rifiutatosi di combattere insieme ai nazisti, è accusato di tradimento e, per questo, punibile con la pena capitale. La sua incrollabile fede e l’amore per la moglie e i figli saranno la spinta indissolubile alla sua condizione di uomo libero, ponendo le basi del suo eroismo che, ad oggi, può conoscere la giusta e degna risonanza.
Una vicenda drammatica tra sentimento, spiritualità e coraggio che vede protagonista il volto di August Diehl, conosciuto per Bastardi senza gloria e Il giovane Karl Marx. Accanto a lui Valerie Pachner e Matthias Schoenaerts oltre ai compianti Bruno Ganz e Michael Nyvqvist, nel frattempo scomparsi.
In attesa di una data di distribuzione europea, ecco il trailer del film:

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Inizieranno il prossimo ottobre a Philadelphia le riprese di After Exile, pellicola tratta da una storia vera che vede protagonisti Robert De Niro e Shia LaBeouf rispettivamente nei panni di padre e figlio.
Scritto da Anthony Thorne e Michael Tovo (le vicende traggono origine proprio dal vissuto di quest’ultimo) la regia è affidata a Joshua Michael Stern, noto per il suo biopic Jobs con Ashton Kutcher.
La vicenda prende le redini da Michael Delaney che, appena uscito di prigione dopo aver ucciso un innocente durante una rapina, è costretto a tornare alla sua vecchia vita per aiutare suo padre Ted, anch’egli ex-criminale, e così salvare il figlio più giovane dal destino che ha già rovinato la sua vita e quella di Michael. Carico di rimorsi e facile all’alcol, l’uomo dovrà allearsi col figlio maggiore per evitare un’altra tragedia.
Tra i prossimi film che vedranno coinvolto De Niro ricordiamo l’attesissimo The Irishman diretto da Martin Scorsese per Netflix che aprirà il New York Film Festival e, non meno spinto da entusiasmi, il breve ruolo nel Joker di Todd Phillips che sarà a breve presentato al Festival di Venezia.
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Una vena trash impregnata di talento ha permeato l’aurea iconica di Nicolas Cage che sta per tornare sul grande schermo con un film scritto e diretto da Richard Stanley (Demoniaca, L’isola perduta), autore lontano dal campo da circa vent’anni.
L’occasione è Color Out of Space (Il colore venuto dallo spazio) tratto dall’omonimo racconto sci-fi horror dello scrittore Howard Phillips Lovecraft che, nel 1927, aggiungeva un ennesimo grande tassello alla sua opera omnia.
La storia si basa sulla famiglia Gardner e la loro fuga dalla frenesia dei nostri tempi per trovare dimora in una sperduta fattoria del New England. La pace auspicata viene inevitabilmente turbata dal precipitare di un meteorite nel loro giardino che, fondendosi col terreno, inizia a emettere uno strano colore capace di contaminare la terra e le persone, mutando le forme di vita con cui entra in contatto e alterando le proprietà dello spazio-tempo.
Alla produzione troviamo la SpectreVision di Elijah Wood, già dietro il bizzarro Mandy con protagonista lo stesso Cage.
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Un’esplosione di colori vivacizzano la carica degli anni Settanta proposta in Dolomite is My Name, biopic targato Netflix che vede protagonista il celebre Eddie Murphy nei panni di Rudy Ray Moore, l’iconica e disinibita star del genere blaxploitation.
Il titolo del film è un riferimento proprio ad un personaggio interpretato e riportato in pellicola da Moore, Dolomite, incentrato su un pappone con un harem di prostitute che praticano il kung fu! Quale miglior ritorno per Murphy, da troppo tempo fuori dai giochi hollywoodiani?
Diretto da Craig Brewer e scritto da Scott Alexander e Larry Karaszewski, nel cast troveremo anche Wesley Snipes, Mike Epps, Snoop Dogg, Chris Rock e Keegan-Michael Key.

IL TRAILER:

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L’opera di Louisa May Alcott, Piccole Donne, non conosce lo sfiorire delle mode, toccando ogni generazione, anche quella cinematografica.
Diretto da Greta Gerwig, il film in uscita il prossimo 25 dicembre è infatti il settimo adattamento del romanzo e vede nel cast nomi stellari: Emma Watson (Meg), Saoirse Ronan (Jo), Florence Pugh (Amy), Eliza Scanlen (Beth), Timothée Chalamet (Theodor “Laure” Laurence), Meryl Streep, Laura Dern, James Norton, Louis Garrel e Bob Odenkirk.
Prodotto da Amy Pascal con la sua compagnia, la Pascal Pictures, insieme a Denise Di Novi e Robin Swicord, la pellicola ci porta nuovamente nel mondo di quelle quattro sorelle che, insieme alla loro madre e la domestica, affrontano il clima della guerra di secessione americana, aspettando il ritorno del padre dal fronte.

IL TRAILER:

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Data articolo: Sun, 18 Aug 2019 07:42:31 +0000
Un film dramatique
#Locarno72 – Un film dramatique, di Eric Baudelaire

Un film dramatique è il nuovo lavoro di Eric Baudelaire inserito nella sezione Moving Head del Festival di Locarno. Raccoglie le immagini girate dagli alunni di una scuola periferica di Parigi

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Eric Baudelaire ha trascorso quattro anni insieme agli alunni della Scuola media Dora Maar di Saint-Denis, nella periferia parigina, limitandosi come insegnante di cinema a dare a tutti gli allievi la possibilità di girare. Forniti di una piccola videocamera, e di un boom per l’audio, i ragazzi hanno potuto fare ricorso alla loro spontanea creatività per poi consegnare al regista del materiale sul quale costruire una forma filmica. Le riprese all’interno dell’istituto sono solo una parte, nel montaggio finale confluiscono pezzi della città, gite al mare, la Tour Eiffel, lo sguardo supera il perimetro della scuola ed arriva direttamente alla vita vera. Ritratto intimo, viaggio, interni, esterni, campi che si perdono a vista d’occhio, riprese diurne e notturne, zoomate, primi piani, campi lunghi, nell’incedere delle immagini il discorso narrativo propriamente detto conta poco, quello che è davvero importante è liberare insieme alla fantasia un discorso critico sulla realtà che ci circonda. L’argine è in continua via di definizione, semplicemente amatoriale, semi professionale, fino ad arrivare al tentativo di strutturare un soggetto vero e proprio, con i relativi personaggi ed allestire delle scene ad hoc.

In questo lasso di tempo Baudelaire ha anche raccolto delle conversazioni in classe su una grande quantità di temi, ad esempio politici, quando parlano di razzismo, in un quartiere dove l’integrazione è un problema molto sensibile per la forte presenza di immigrati comunitari ed extracomunitari. E riflettono della difficoltà di abitare in una zona svantaggiata, dei pregiudizi che la circondano e del problema legato alla ricerca di un lavoro che permetta un miglioramento sociale. O quando tentano di rispondere alla differenza che corre tra rumore e suono, mentre cercano di spiegare e di capire la differenza tra un documentario, un film comico o drammatico. Anche per comprendere un progetto, di cui fanno parte, che sembra appartenere ad ognuna di queste categorie.

Interviste, confessioni personali e collettive, location urbane che si piegano alla vista ingenua del neofita, voci narranti fuori campo, entusiasmo, imbarazzo, tanto la forma quanto l’argomento del soggetto si riformulano ogni volta che cambia l’occhio guida della visione ed emergono i suoi interessi, le priorità, i posti che gli sono cari. Il gusto individuale diventa il metro per registrare la complessità, la ricchezza, l’energia, le speranze. Eric Baudelaire riesce ad ottenere un risultato sorprendente ed indicativo dello stato civico ed educativo di un paese come la Francia attraverso un ritratto disegnato a più mani, spontaneo ed estraneo alle rigidità didattiche. E soprattutto lascia percepire una lucida consapevolezza della situazione nella testa e nel cuore dei ragazzi, ancora capaci di sfuggire alle campane disfattiste, reazionarie e sovraniste tanto in voga, per ragionare in maniera libera da condizionamenti mediatici.

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Data articolo: Sat, 17 Aug 2019 12:21:16 +0000
Umberto Contarello
#Venezia76 – The New Pope, l’iperbole sorrentiniana torna a Venezia

Paolo Sorrentino riporta la serialità televisiva a #Venezia76. con The New Pope, miniserie collegata a The Young Pope. Fotografia di Luca Bigazzi che verrà premiato al Lido con il Passion for Film

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L’egocentrica chiesa cattolica di Paolo Sorrentino (Il Divo, Le Conseguenze dell’amore) ritorna alla mostra del cinema di Venezia con due episodi in proiezione speciale, nello specifico il secondo e il settimo, mostrandoci non più uno, ma ben due papi americani: il già visto Jude Law, nei panni di Lenny Belardo, e il nuovo testimone John Malkovich.

Inizialmente annunciata come seconda stagione di The Young Pope (partecipante fuori concorso alla mostra di Venezia nel 2016), la serie tv, composta da 8 episodi, scritta insieme a Umberto Contarello, nata dalla collaborazione tra Sky Atlantic e HBO, e prodotta da Wildeside e Mediapro, sarà in realtà una miniserie che racconta una nuova storia con, probabilmente, un nuovo papa, seppur ripresentando personaggi già conosciuti e mantenendo la stessa ambientazione. Nel cast figurano ancora una volta Silvio Orlando, Cecile De France, Javier Camara, Ludivine Sagnier, affiancati da già annunciate nuove apparizioni, come Sharon Stone e Marilyn Manson. Ancora non si conosce il motivo dietro quest’insolita scelta strutturale, forse legata alla dichiarazione fatta alla stampa da Sorrentino, secondo cui The Young Pope andrebbe considerato come un film di 10 ore più che una serie tv, oppure potrebbe essere che l’autore voglia staccarsi dal modello antologico americano, sebbene sembri un sequel a tutti gli effetti.

The New Pope è una serie avvolta nel mistero: si erge sulle spalle del successo di The Young Pope, che si era concluso non con pochi enigmi, eppure non vuole esserne un seguito diretto. Queste due opere vantano della fotografia di Luca Bigazzi (La Grande Bellezza, Sicilian Ghost Story, Pane e Tulipani), uno dei più celebri direttori della fotografia italiani, vincitore di ben 7 David di Donatello tra cui 4 di questi sotto la regia dello stesso Sorrentino. Bigazzi quest’anno riceverà proprio al Lido il premio Passion for Film, dedicato agli artisti che collaborano strettamente con il regista contribuendo in modo determinante al compimento dell’opera.

The Young Pope si è concluso con una carrellata e zoom out della camera che, partendo da piazza San Marco, mostra l’Italia, l’Europa e infine la Terra, come a rappresentare lo sguardo di Dio sugli uomini, intento ad osservare la sua creazione, indicazione del fatto che, almeno per quanto riguarda Lenny, Dio esiste. Non ci è dato però sapere cosa pensi, dica o faccia. Nel suo mostrarci il silenzio del creatore, il finale conferma l’attitudine di Sorrentino a fare continui riferimenti a figure invisibili: citando più volte artisti che, proprio come Dio, come il papa, come i registi, e come la trama stessa di The New Pope, preferiscono non mostrarsi.

The Young Pope, così come probabilmente farà anche il suo supposto seguito o spin-off, è forse il lavoro più personale dell’autore, raccontando della solitudine di un personaggio impressionabile ma al tempo stesso pieno di sé. Questo rappresenta un po’ il suo modo di fare cinema. Sorrentino guarda all’eredità di Federico Fellini e a quella lasciata da Ingmar Bergman, al loro bisogno di credere nella fede, aggiungendo un velo di satira e ironia su di un apparato che rappresenta sia il sacro che il profano, creando un mondo ricco di personaggi bizzarri ma intriganti e doloranti, e di monologhi surreali, che si pone a metà strada tra il cinema italiano del passato e il nuovo mondo televisivo americano.

 

Sorrentino ha dato vita al suo profilo Instagram proprio quando ha rilasciato la prima foto ufficiale di The New Pope, liberando nel cyber spazio diversi indizi stravaganti che hanno fatto scalpore. La prima immagine di The New Pope ritrae Jude Law e John Malkovich, il primo davanti all’altro, e il secondo con metà del volto coperta, mostrati entrambi con indosso le vesti papali. L’ambivalenza della rappresentazione è stata fin da subito palpabile. A seguire, una foto inaspettata: Jude Law, con indosso solo un paio di slip bianchi, probabilmente sempre nelle vesti del papa Lenny Belardo, che attraversa una spiaggia, con intorno a lui delle ragazze intente a giocare a pallavolo. Cosa possiamo dedurre da quest’immagine? Lenny Belardo è ancora in carica al momento in cui avviene la scena? Si passa dalla vestizione di Lenny in The Young Pope, prima del discorso ai cardinali sulle note di “Sexy and I know it”, alla sua svestizione in “The New Pope”. Questo scenario potrebbe essere l’ennesimo omaggio di Sorrentino al film “Morte a Venezia” di Luchino Visconti.

C’è quindi molta attesa, anche per scoprire quali musiche saranno utilizzate nel corso della serie (ricordando ‘Senza un perché‘ di Nada, ‘All Along the Watchtower‘, scritta da Bob Dylan e ri-arrangiata da Jimi Hendrix, Jeff Buckley, Béla Bartók, i Jefferson Airplane), e soprattutto per sentire la colonna sonora che verrà utilizzata per la nuova sigla. Sorrentino ha sempre fatto delle scelte musicali singolari, come nell’intro di The Young Pope. Se The New Pope seguirà le orme di The Young Pope, probabilmente continuerà a portare sugli schermi di tutto il mondo il rapporto tra chiesa e fede, uomo e Dio, contraddizioni e verità, ma soprattutto elementi di cultura pop e tradizione.

Le domande che richiedono risposte sono molteplici, ma la più importante rimane una: “Che cosa è successo a Tonino Pettola?”.

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Data articolo: Sat, 17 Aug 2019 08:25:27 +0000
Pardo d'Oro
#Locarno72 – Concorso internazionale. Schegge dal pianeta terra

Il nostro commento ai titoli inseriti nel Concorso Internazionale che concorrono per aggiudicarsi il Pardo d'Oro, opere realizzate da registi provenienti da ogni parte del pianeta

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A febre è il debutto della regista brasiliana Maya Da-Rin. Il film con il carattere del sogno racconta di Justino, una guardia portuale di Manaus, che viene colpito da misteriosi attacchi di febbre. La trama è sprovvista di veri e propri punti nevralgici, avanza per suggestioni audiovisive, soprattutto quando sprofonda nel richiamo ancestrale della foresta amazzonica che diventa un mantra di disorientamento sensoriale con il colori e i rumori che la attraversano. Justino ha una figlia in procinto di partire per Brasilia, dove andrà a studiare medicina, una gamba narrativa che è un’altra occasione per approfondire tematiche come le origini, il distacco, l’appartenenza e tutto quello che può essere ricondotto alle eredità culturali e spirituali di un popolo. Il processo di scavo inizia dal ritmo stesso del film, che è un lento navigare nella quotidianità, per trasformarla in qualcosa di rituale. Uno smaterializzarsi nel sacro e nel mistero nascosto dietro il velo della realtà, nelle cose organiche e inorganiche, concetti cari alla religione animista, molto diffusa in Brasile, un credo che può contare tra gli adepti il popolo dei Desana, il gruppo etnico di cui Justino fa parte. Modi e costumi sono quanto di più lontano si possa immaginare dall’immaginario occidentale, dal freno climatico provengono la bassa frequenza, i gesti compassati, l’indole docile tradita dallo sguardo fiero ed indomito. Un complesso di atteggiamenti che ricostruiscono una filosofia di vita che potrebbe sembrare rinunciataria, supina al destino, mentre è la ricerca di una sintonia nel mondo con la convinzione di entrare in un flusso che scorre in maniera perpetua. Lì dove le scelte sembrano rinviabili sine die, o subite in un’elegante indifferenza, invece si moltiplicano e sono continue, nude ed invisibili senza orpelli dovuti all’enfasi di uno scolastico punto di svolta. La rete dell’abitudine tesse una trama con poco clamore e l’unico trambusto che cerca è l’energia vitale avvinta ai personaggi, eroi di un universo parallelo ed inesplorato.

Fi al-thawra (During Revolution)

Un altro film inserito nel Concorso Internazionale, in lizza per aggiudicarsi il Pardo d’Oro, è quello che nasce dallo sguardo di Maya Khoury, una regista siriana che insieme al Collettivo Abounaddara ha girato moltissimi cortometraggi. In questo lungometraggio Fi al-thawra (During Revolution), dalla durata monstre, racconta le vicissitudini del suo paese nel periodo compreso tra il 2011 e il 2017, quel lasso di tempo che ha visto la nazione siriana precipitare in un abisso di violenza senza fine. La storia incrocia il destino di un popolo devastato dalla guerra civile con quella di alcuni attivisti politici contrari al regime di Bashar al-Assad, che all’interno di edifici fatiscenti organizzano la resistenza e programmano i metodi di lotta, qualcosa che ricorda lontanamente le rivendicazioni sindacali dei protagonisti di En Guerre di Stéphane Brizé, con l’aggiunta di un carico spettrale dovuto alla rappresentazione documentaria. Ma è fuori da quelle mura, già molto insicure, che le riprese prendono corpo in tutto il loro orrore, nel crollo sotto un mare di sangue degli slogan urlati a gran voce dai rivoluzionari, scelti dalla regista non a caso sia come apertura che come conclusione del film per ricordare di una lotta tuttora in itinere. Il montaggio segue un percorso indefinito quasi partecipasse direttamente alla battaglia, vaga per le strade di Oms e di Aleppo invase dalle macerie, alterna i corpi senza vita dei caduti per colpa delle pallottole, ai crolli o al fragore delle bombe al fosforo, perde con il passare dei minuti il carattere di impassibilità per diventare frenetico, disorganico, confuso e smarrito quanto la realtà che vuole rappresentare. Sarebbe difficile, oltre che sbagliato, individuare dei veri e propri protagonisti, quelli che si muovono sullo schermo sembrano piuttosto le ombre prese a campione di una popolazione in rovina, continuamente alla ricerca di una normalità nella vita quotidiana azzerata dal massacro circostante. Fi al-thawra soffre per gli eccessi di osservazione che diventano ripetitivi e penalizzano lo strordinario materiale raccolto on the road pieno di polvere e dolore.

Nadège Trebal scrive, interpreta e dirige Douze Mille, una storia ai confini del fantastico. La regista interpreta Maroussia, la donna del protagonista, Frank, un uomo che decide di partire quando perde il lavoro, illegale, che svolgeva. Il titolo è la cifra simbolica che deve portare a casa per rispettare un assurdo patto d’amore. Il film, a differenza degli altri due titoli presentati sopra, si stacca dai riferimenti geografici per assurgere ad una dimensione universale, viene delocalizzato in uno spazio mitico che conserva connotati terreni generici trasformandoli in elementi simbolici. Lo smascheramento esplicito di tematiche come la sessualità, il lavoro, la famiglia, il denaro permette all’autrice di trattarli come esclusivi strumenti di scambio di segno negativo che trovano una deroga in travolgenti storie d’amore o dentro improbabili associazioni a delinquere di stampo femminista, un mondo rocambolesco ed iperbolico popolato da individui sempre collocati nel gradino inferiore della scala sociale. L’attitudine grottesca funziona in combutta con un sofisticato e persistente gioco erotico e trova varie sfumature di genere tra comico e drammatico sfruttando a pieno regime l’aspetto inverosimile del racconto. In tutta la sua eccentrica distopia, il viaggio di Frank, proprio con la rinuncia dei valori e la loro presentazione di senso invertito denuncia con forza le disfunzioni del sistema, evidenziando simultaneamente con il ridicolo la presenza di soglie repressive sociali, collettive ed individuali.

O Fim do Mundo

O Fim do Mundo di Basil Da Cunha è ambientato nella baraccopoli di Reboleira, alla periferia di Lisbona. Spira è un ragazzo taciturno appena tornato libero dopo un periodo di detenzione in un carcere minorile che ama appiccare incendi. Sulle strade dove è cresciuto, nella casa dove è nato, trova la stessa situazione di malessere, quella miseria che stende la sua ombra lunga ed abbraccia ogni angolo di esistenza. Quello ritratto dal regista è un mondo in disfacimento perpetuo, che ribolle di speranze giovanili deluse e procede senza pianificazione, attento e guardingo sull’immediato, sul prossimo respiro, sulle necessità basilari. Droga, prostituzione, furto, sciacallaggio, omicidio non c’è crimine troppo efferato da compiere per la sopravvivenza, delinquere diventa in assenza di alternative l’unica strada possibile. Amicizie, amori sono tutte circondate da un’ambiguità malsana ed i sogni sono considerati materia riservata agli ingenui quando non prevedono un rapido arricchimento in denaro o in potere. Tutto è prematuro e tutto invecchia presto. Le inquadrature sono piene dei colori caldi della notte portoghese, l’ambiente saturo di musica, ma nessun colore è abbastanza caldo ed alcun suono così avvolgente da annullare l’atmosfera di disperazione che aleggia nell’aria.

The Last Black Man in San Francisco è il titolo americano in concorso. Jimmie Falls è un ragazzo ossessionato da una vecchia casa vittoriana appartenuta al nonno e poi venduta. Jimmie dice a tutti che quella casa l’ha costruita proprio il nonno e che abitare lì sarebbe fantastico. Mont è il suo migliore amico. I due ragazzi approfittando di una successione ereditaria riescono ad accedere nell’edificio e si convincono di avere trovato una sistemazione, ma presto dovranno fare i conti con un avido agente immobiliare. Jimmie e Mont sono due ragazzi di colore che lavorano saltuariamente, roba precaria, nessuna stabilità, figuriamoci ottenere garanzia per un mutuo di milioni di dollari per acquistarla. Altro paese, medesime speranza frustrate, anche se la città oltre che decadente appare malinconica, le sconfitte e l’impotenza sono meno lapidarie. Joe Talbot alterna messaggi di segno positivo e negativo, trova una luce nell’estremo disagio, parla di poesia e di un nonno cieco a cui il nipote racconta le immagini di un film, mette in scena una performance teatrale, e nello stesso momento racconta delle gang sulla strada, del morire ammazzati in una sparatoria, dell’essere soli, abbandonati, con il rischio di finire a dormire per strada. Jimmie è circondato da tutto questo ma quasi non lo vede, lui vive per la casa, quando prenderà coscienza di dovervi rinunciare sarà costretto ad aprire gli occhi, ed in quel momento sarà cresciuto. Porterà con sè una delusione in più, ma avrà una nuova consapevolezza ed occhi nuovi ed una nuova immaginazione.

Le vacanze di Natale in Islanda sono rappresentate in 56 scene in Bergmál di Rúnar Rúnarsson, un modello molto simile ai 24 Frames di Abbas Kiarostami o anche Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson. Convogliando situazioni di diverso tipo nella stessa finestra temporale serve ad accorciare la distanza e rendere possibile un confronto di situazioni disparate ma anche a catturare le differenze, il carattere irripetibile di ognuna di loro. La moltiplicazione dei personaggi, tutti semplici comprimari, rende possibile la narrazione di una storia dal carattere universale a tema quasi sociologico. In tempo di festeggiamenti, abbondanza di cibo e bevande, c’è chi è solo davanti ad una televisione, chi è stanco delle feste, chi osserva il mare, qualcuno deve lavorare. Un bambino impaziente aspetta di aprire un regalo, gli adulti parlano tra loro, ci si innamora anche a Natale, si litiga a Natale, si è buoni ma in fondo si resta anche cattivi. Il mondo va avanti. C’è molta quotidianità anche se l’impressione ed il rigore e la geometria delle inquadrature fanno pensare a qualcosa di lungamente studiato, la fotografia prende i colori ed i toni dei paesaggi e degli interni nordici.

Yokogao

Pa-go (Height of the Wave) di Park Jung-bum giunto al suo terzo lungometraggio porta sul grande schermo la storia di una giovane ragazza Yea-eun un’orfana cresciuta in un piccolo villaggio che si affaccia sulla costa, terrorizzata dal mare. Dopo il profilarsi di un crimine di natura torbida in paese tra gli abitanti comincia a serpeggiare un certo nervosismo. L’aspetto poliziesco della vicenda serve al regista per allestire una trama corale che indaga le miserie umane, le gelosie, le invidie che si annidano in un ambiente limitato una volta diventato malsano. Nel villaggio vive anche una ragazzina, figlia di una poliziotta, che sta passando un periodo molto delicato a causa del divorzio dei genitori. Unite dall’assenza di chiare figure di riferimento queste due anime si avvicinano. Il film è girato per gran parte di notte, con il persistente rumore delle onde sullo sfondo che sembra trasmettere alle immagini un senso d’inquietudine, emblema di una corruzione radicata in profondità che non sembra risparmiare nessuno, un’accidentale associazione a delinquere che coinvolge gli stessi amministratori. L’acuirsi della crisi serve a ristabilire un minimo senso di giustizia, un altro modo per esaminare la tematica della paura, il bisogno di riconoscerla ed affrontarla per andare avanti.

Il regista giapponese Koji Fukada presenta invece Yokogao (A Girl Missing) dove a scomparire come suggerisce il titolo sono le certezze dello spettatore. Ichiko apparentemente è un’irreprensibile infermiera al servizio di una famiglia da tempo immemore, tanto da essere diventata quasi parte di essa. Tutto funziona a dovere fino allo scoppiare di uno scandalo che la pone in stato di accusa e porta a dubitare a di lei. Vengono fuori alcuni segreti, delle confidenze fuori luogo attirano l’attenzione della stampa, ed in un attimo la sua vita finisce nel vortice del ciclone, ed insieme alla rispettabilità perde amicizie ed affetti. Il film analizza l’effetto devestante di una campagna mediatica scatenata ai danni di un presunto colpevole, pronta a servirsi di mezzi subdoli per accaparrarsi una notizia, con la giustificazione di un doveroso dovere di cronaca. Ma soprattutto evidenzia la distorsione del reale che nasce fin dal più semplice canale comunicativo, il dialogo.

Les enfants d’Isadora

La forza di Yokogao sta nella ambiguità di cui vivono i personaggi, protagonisti e comprimari e nelle loro relazioni caratterizzate da ampie zone d’ombra. Che mentre fanno avere la percezione di un’ingiustizia, insinua il sospetto di una fiducia malriposta.

Damien Manivel con Les Enfants d’Isadora dedica alla danza, un’arte che ha praticato prima di intraprendere la carriera cinematografica, il suo quarto lungometraggio. Il film tratteggia la storia di quattro donne che sono alle prese con l’assolo Mother, scritto dalla grande danzatrice dopo la tragedia della morte dei figli, annegati insieme nella Senna. La regia è rigorosa ed emotiva, i dialoghi quasi inesistenti, le inquadrature eleganti quanto le musiche che l’accompagnano, di repertorio classico. Le parole della Duncan estrapolate dai suoi scritti sono usate inzialmente come una specie di diario che accompagna gli esercizi alla sbarra della danzatrice, poi si staccano da un orizzonte temporale preciso e restano un inciso a suggerire i passi, ed indicare i movimenti delle braccia quasi fossero una culla per accompagnare il sonno di un bambino. Con l’uso di tre variazioni dello stesso tema Manivel avvicina il destino di esistenze agli antipodi e nella delicatezza del gesto trova un comune denominatore per la tristezza. E la preghiera di dolore infinito di una madre distrutta trova riparo in una solitudine dell’animo che diventa quasi emarginazione, visualizzata in ambienti asettici, vuoti e quasi privi di respiro, tanto è forte l’angoscia.

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Data articolo: Fri, 16 Aug 2019 11:35:25 +0000
Napoli Est Teatro
#Venezia76 – L’esperimento militante di Mario Martone tra la scena e lo schermo

Mario Martone riscrive e porta al cinema un classico di De Filippo in chiave politica: Il Sindaco del Rione Sanità arriva in concorso a #Venezia76 nella versione del NEST, Napoli Est Teatro

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Nel caseggiato popolare 219 a San Giovanni a Teduccio, periferia Est di Napoli, splende l’iconico volto di Che Guevara a seguire il sempreverde Maradona dipinto da Jorit, come segno ulteriore della lotta e della rinascita di un quartiere in cui fino a qualche anno fa si contavano giornalmente i morti di Camorra. L’immaginario leopardiano ci ricorda che la ginestra è un fiore resistente, in grado di fiorire nelle asperità ed è qui, in questo territorio difficile, che un gruppo di attori rampanti, spinto dal «sapore della condivisione e dall’attivismo artistico», ha fondato poco più di dieci anni fa una compagnia pronta a trasformare una palestra occupata in teatro d’avanguardia e spazio sociale: il NEST, Napoli Est Teatro.

Non si può parlare dell’attesissimo film Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone, che lo porterà in Concorso a Venezia a solo un anno dall’utopia pulsante di Capri Revolution, senza raccontarne la fucina artistica dove il testo di Eduardo De Filippo ha avuto in sorte una nuova vita, poiché il film-evento, che sarà nelle sale italiane grazie a Nexo Digital (trenta settembre, uno e due ottobre) non è che la naturale evoluzione, dalla scena allo schermo, di un’avventura di scrittura e riscrittura radicale, che tradisce le origini militanti di un regista intellettuale sempre a cavallo tra teatri “off” e circuiti ufficiali, cinema e arte performativa – come ci ricorda il volume monografico dedicatogli, recentemente presentato al Museo Madre di Napoli (Mario Martone. 1977-2018 Museo Madre) dopo la mostra dello scorso anno – .

Calato in un oggi drammaticamente vivo, con un protagonista Antonio Barracano non più settantacinquenne «dalla schiena inarcata e dall’andatura regale» come lo voleva la vulgata di eduardiana, ma interpretato, a teatro prima ed al cinema poi, dal trentottenne Francesco Di Leva (Tra i fondatori del gruppo NEST), in una Napoli che sembra esser conosciuta dai più nelle sue vesti «gomorresche», con un centro storico iper-gentrificato a fargli da contraltare, ecco la sfida di Martone, che a suo modo lo avvicina all’operazione di Selfie, del conterraneo Agostino Ferrente: andare a sondare il «paesaggio umano» della città, da San Giovanni a Teduccio al Rione Sanità, dalle periferie al centro storico, in modo da restituire fedelmente persone e territori, vivendoli e raccontandoli senza patinature.
Che poi, forse, è la grande, lucidissima, eredità di De Filippo.

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Data articolo: Fri, 16 Aug 2019 07:28:11 +0000
Roberto De Feo
The Nest – Il nido, di Roberto De Feo

Roberto De Feo presenta al Locarno Film Festival nella sezione Piazza Grande il suo lungometraggio di esordio, un horror costruito con solidi riferimenti al grande cinema di genere italiano. In sala

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Ci sono delle regole a Villa dei laghi che non possono assolutamente essere infrante. Prima regola, il mondo esterno non esiste. Seconda regola, siamo una famiglia felice. Terza regola, mangiamo con moderazione. Quarta regola, tutto ciò che abbiamo è di Samuel. Roberto de Feo scrive e dirige un horror claustrofobico ambientato dentro una tenuta nobiliare circondata dai boschi, dai toni freddi ed una tendenza cromatica al verde (un colore spesso utilizzato per evocare ricchezza, avidità e gelosia). Samuel (Justin Alexander Korovkin) è il rampollo paraplegico che vive nella casa insieme alla madre Elena (Francesca Cavallin), lo zio Riccardo, ed un dottore dall’aspetto inquietante, e dai metodi efferati, dentro un clima reso ancora più severo dall’osservanza religiosa cattolica. Non ha mai visto cosa riserva il mondo oltre le mura di cinta, ma la Elena non fa che ripetergli di attenersi al programma per diventare un ottimo fattore, e che il loro obiettivo principale è creare una nuova società. Il suo affetto è soffocante. Samuel è un ragazzo malinconico, ridotto sulla sedia a rotelle, docile, che suona il pianoforte e sta perfezionando l’esecuzione delle Variazioni Goldberg di Bach, quando nella villa arriva Denise (Ginevra Francesconi), una ragazza al contrario sveglia, piena di energie e nonostante la giovane età già con un passato alla spalle. L’incontro con la ragazza non farà altro che accelerare la sensazione di essere prigioniero e far crescere in Samuel il desiderio di scappare.

Superando il rigido controllo della madre, che vuole lasciare il ragazzo nell’isolamento, i due adolescenti si avvicineranno e proprio la musica funzionerà da trait d’union, con una canzone in particolare a fare da tramite, il brano dei Pixies Where is My Mind, reso celeberrimo, tra gli altri, da David Fincher in Fight Club. Una colonna sonora eccezionale completata da un altro brano da cinefili incalliti, la Nona di Ludovico Van.

L’atmosfera ricreata da De Feo guarda all’età dell’oro cinema italiano di genere quanto a tematica, mentre nei riferimenti visivi sposta il registro oltre confine, ad esempio verso Shyamalan. Crocefissi, pustole, punizioni corporali, possessioni demoniache, temporali, cimiteri, rituali di sangue, bambole, specchi, bugie, lutti, suicidi, il film è pieno di dettagli angoscianti. Ma anche se lo stile concede qualcosa all’horror di stampo nordamericano, resta l’impianto psicologico la parete portante ed una potente metafora, quella dei limiti e del confine, la tematica principale. Che comprende un’asfissiante presenza genitoriale, ed i passi necessari per arrivare preparati all’età adulta, e qui il film diventa inevitabilmente anche un racconto di formazione. Grazie al quale viene messo in discussione, con la famiglia, anche un modello classico di istruzione considerato retrogrado.
La progressione drammatica vive sull’insofferenza e sul soffocamento da chiusura, che diventano insopportabili, tutto finalizzato a scoprire se il mondo, una volta superato il muro di cinta, riserverà delle sorprese belle o brutte. Un colpo di scena finale importante che nell’equilibrio della storia chiude perfettamente il cerchio.

Regia: Roberto De Feo
Interpreti: Justin Korovkin, Francesca Cavallin, Ginevra Francesconi, Maurizio Lombardi, Gabriele Falsetta, Massimo Rigo
Distribuzione: Vision
Durata: 107′
Origine: Italia, 2019

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Data articolo: Thu, 15 Aug 2019 11:06:49 +0000
Virginie Ledoyen
#Locarno72 – Notre Dame, di Valérie Donzelli

Valérie Donzelli realizza una commedia di sapore burlesque per il quinto lungometraggio come regista e torna ad interpretare il ruolo da protagonista nel suo stesso film, come accaduto già con La guerra è dichiarata.

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Maud (Valérie Donzelli) è una donna che vive delle situazioni complicate: è una mamma separata che deve badare ai due figli, un’architetto che sopporta le angherie del capo, e un’amante quando per vincere la solitudine cade tra le braccia del suo ex marito, Martial (Thomas Scimeca).
Valérie Donzelli realizza una commedia di sapore burlesque per il quinto lungometraggio come regista e torna ad interpretare il ruolo da protagonista nel suo stesso film, come accaduto già con La guerra è dichiarata. Nel caotico quotidiano tra l’ufficio e l’appartamento dove vive succede però qualcosa di imprevisto, grazie ad un’incredibile casualità, risulta vincitrice di una competizione organizzata dal comune per un restyling della piazzata antistante la cattedrale di Notre Dame, che deve accogliere una nuova via di accesso alla metropolitana, un progetto che troverà nell’opinione pubblica una fiera ed ottusa opposizione. E comincia a frequentare i luoghi istituzionali del potere con una perenne espressione di pesce fuor d’acqua. Contestualmente scopre di aspettare un altro bambino e ritrova l’affascinante boyfriend di un tempo, Bacchus Renard (Pierre Deladonchamps), un fantomatico giornalista televisivo.

Il film vive di una comicità plasmata sulle espressioni dei personaggi, che nel caso della Donzelli sembrano prese di sana pianta dal repertorio clownesco. Fraintendimenti, incomprensioni, assurdità riempiono la trama di continue occasioni per strappare una risata, ma il soggetto oltre al comico prevede comunque una certa quantità di romanticismo ed una buona dose di fantasia (come tutti i film dell’artista francese), il tutto inserito in un copione che capovolge in un istante il segno emotivo ed offre l’occasione di riflettere su tematiche importanti. Come ad esempio quella di essere una mamma single, in una città di diversi milioni di abitanti, ed allo stesso tempo lavorare ed occuparsi contemporaneamente dei figli. O come liberarsi dai complessi e dai pregiudizi basati sul fatto di essere donna. O sottotraccia e quasi in sordina di raccontare un cambiamento climatico inarrestabile che avanza in una sostanziale indifferenza. Fino ad arrivare a bussare alla porta dell’amore, argomento trattato con una forte ironia ed affrontato da ogni lato, relazionale, nostalgico, sessuale, tenero o immaturo che sia.

Il montaggio segue un’evoluzione cronologica lineare in avanti, ad eccezione di flashback e fantasie momentanee, che vede una donna arrivata ad una fase importante delle propria vita affrontare un processo di ricostruzione ed alla fine, tra vittorie e sconfitte, trova un bene prezioso, la libertà. L’atmosfera canzonatoria creata dai personaggi viene accompagnata da una sonorità semplice e classica, mentre Parigi fa da sfondo con la solita eleganza e la sua maestosa cattedrale, che sarà vittima poco dopo la fine delle riprese di un incendio di grandi proporzioni, con il tetto e la guglia distrutte dalle fiamme.

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Data articolo: Thu, 15 Aug 2019 07:26:25 +0000

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