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News recensioni film cinema da sentieriselvaggi.it

#film #cinema #recensioni #sentieriselvaggi.it

robert budreau
Rapina a Stoccolma, di Robert Budreau

Dall'"assurda storia vera" che ha dato origine al fenomeno noto come "Sindrome di Stoccolma", Rapina a Stoccolma non riesce ad andare oltre ai suoi presupposti bizzarri e al suo cast straordinario

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Tratto da “un’assurda storia vera”, Rapina a Stoccolma racconta dell’irruzione del criminale eccentrico Lars Nystrom (Ethan Hawke), datata 1973, nella banca centrale della capitale svedese. Dopo aver preso in ostaggio alcuni impiegati, costringe la polizia a scarcerare il suo amico Gunnar (Mark Strong). Con i suoi modi bizzarri, Lars riesce ad accattivarsi nel frattempo le simpatie e l’aiuto dei suoi sequestrati, soprattutto di Bianca (Noomi Rapace), sposata nonché madre di due bambini. Il film è liberamente tratto dall’articolo di Daniel Lang, The Bank Drama, pubblicato l’anno dopo l’evento e incentrato sul paradossale rapporto instauratosi tra Lars e i suoi ostaggi, che ha dato origine al fenomeno noto come “Sindrome di Stoccolma“.

Per mettere in scena questo straordinario quanto leggendario fatto di cronaca, Robert Budreau, regista, scrittore e produttore della pellicola, raduna un cast d’eccezione, tra cui brilla il nome di Ethan Hawke, con cui ha già lavorato nel precedente Born to be blue. Ed è proprio sulla verve caricata e sopra le righe di quest’ultimo che, specie nel primo atto, il film vuole puntare per dare il senso di divertente “assurdità” della vicenda. E all’inizio funziona, specie nel contrasto tra l’ambientazione svedese, rigida, solerte e ben rappresentata dal personaggio apparentemente mesto quanto profondamente impavido di Noomi Rapace (l’iconica Lisbeth della trilogia svedese di Millennium), e il modo di fare pomposamente “americano” e spettacolare di Hawke.
Continuamente sballottata tra queste fondamentali divergenze di stili, la storia procede quasi in tempo reale, nell’arco di un paio di giorni, e interamente nella medesima location, la banca. Quello che però pareva essere l’aspetto potenzialmente più interessante della pellicola, ossia assistere all’unione tra rapinatori e ostaggi contro le forze dell’ordine per uscire tutti insieme salvi dall’edificio, finisce a lungo andare col far scricchiolare tutta la struttura, mettendone in risalto i difetti maggiori. Le negoziazioni con la polizia si fanno infatti fin troppo continue e macchinose, spezzando non solo a più riprese il ritmo della visione, ma alterandone l’immedesimazione. Rapina a Stoccolma cade allora, alquanto paradossalmente viste le premesse, proprio nel cercare di giustificare le sue “assurdità” di base, perdendo progressivamente contatto con i suoi protagonisti, che in realtà avrebbero dovuto esserne il fulcro principale.

Probabilmente non è un caso, in questo senso, che ad emergere su tutti sia il capo della polizia Mattson, interpretato da Christopher Heyerdahl, che risulterà man mano il personaggio più vero, per via della sua evidente lotta interiore tra orgoglio (di averla vinta) e dovere (di salvaguardare comunque l’incolumità degli ostaggi). Le decisioni e i  comportamenti della polizia e del governo svedese, completamente impreparati a un evento del genere eppure cinici nel rispettare il “protocollo”, diventano così l’elemento più riuscito del film, perché crescono ed evolvono assieme ad esso, quasi più degli stessi personaggi principali.

Nel frattempo, infatti, per quanto gli attori si sforzino nel celarlo (Noomi Rapace in primis), sequestratori e sequestrati arrivano a stringere legami, amicizie e amori, con una rapidità tale da far apparire il loro avvicinamento fin troppo sbrigativo e perciò debole. Se non fosse che, appunto, nell’ultimo atto l’attenzione ritorni a spostarsi proprio su di loro, in un finale che di conseguenza perde tutta la sua efficacia. Stanno qui i principali problemi del film, che si premura fin troppo di piacere, di mantenere viva alta l’attenzione dello spettatore e di sfoggiare indubbia bravura tecnica. Coerentemente con la storia, allora, Rapina a Stoccolma finisce così col risultare solo più claustrofobico della sua ambientazione sullo schermo, imprigionando e soffocando lo spettatore in un ciclo infinito di ripensamenti e colpi di scena inconcludenti, privandolo però della misteriosa e a questo punto irripetibile “magia” dell’originale.

Titolo originale: Stokholm 
Regia: Rober Budreau
Interpreti: Ethan Hawke, Mark Strong, Noomi Rapace, Christopher Heyerdahl 
Distribuzione: M2 Pictures
Durata: 92′
Origine: USA, 2019

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Data articolo: Thu, 20 Jun 2019 16:41:07 +0000
The Elevator
The Elevator, di Massimo Coglitore

The Elevator di Massimo Coglitore è ambientato quasi interamente in un ascensore di New York, dove si consuma la vendetta sadica di una donna ai danni di un cinico, arrogante presentatore televisivo

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A New York, durante il weekend del labour day, la città si svuota. In un lussuoso e alto palazzo, altrettanto semi-vuoto per il fine settimana festivo, Jack Tramell, 50 anni, single, presentatore di un quiz show molto popolare negli Stati Uniti, viene preso di mira da Katherine. La donna, a lui sconosciuta, blocca infatti l’ascensore in cui si trovano entrambi, lo lega e avvia un gioco sadico fondato proprio sul quiz che lui presenta. La differenza è che nel suo caso ad ogni risposta sbagliata corrisponderà un’atroce tortura.
Massimo Coglitore, insieme allo script firmato a quattro mani da Mauro Graiani e Riccardo Irrera, decide di adottare un particolare schema narrativo utilizzato da tanti altri predecessori del genere di riferimento, quello dell’ambientazione in unica location, ossia l’Elevator del titolo. Diventa chiave, in questo senso, tanto la scelta di girare direttamente a New York, per dare credibilità a un grattacielo altissimo però vuoto per via di una delle feste tipicamente statunitensi, tanto quella degli attori protagonisti, coloro che data l’impostazione “a due” della pellicola sono chiamati a reggere, letteralmente, l’intero impianto.

Uno, Jack, è interpretato da James Parks, volto caro a Quentin Tarantino (appare in Kill Bill, Grindhouse, Django Unchained e The Hateful Eight), che ha il complesso compito di rendere vivida e vera la sofferenza subita per tutta la pellicola e, di conseguenza, far immedesimare lo spettatore. Parks supera decisamente la prova, reggendo i tanti primi piani che gli riserva Coglitore, puntando sul minimalismo delle espressioni, piuttosto che sull’esibizione del dolore tipica del genere horror (aiutato, forse, dal fatto che nel corso delle riprese è dovuto davvero restare appeso per ore all’imbracatura che lo imprigiona nel film). Il background del suo personaggio è poi la rappresentazione della doppia natura su cui si gioca la dialettica interna della pellicola, sia nella componente visiva che umana. Detto del confronto continuo tra il quiz televisivo e quello perverso, ovvero tra il Jack sicuro di sé davanti alle telecamere e quello completamente perso e impotente nell’ascensore, è quello che c’è sotto il vero fulcro della storia. Più The Elevator va avanti, infatti, più vengono fuori dettagli della vita del presentatore, che si rivelerà man mano sia vittima che carnefice allo stesso tempo. Ricco, famoso e cinico all’apparenza, ma nel profondo anche arrogante e disposto a qualsiasi cosa pur di mantenere il suo status sociale e, soprattutto, la sua sopravvivenza.

L’altro ago della bilancia della pellicola è naturalmente Katherine, una Caroline Goodall alla prova probabilmente più insolita della sua lunga carriera, iniziata nel 1991 come indimenticabile moglie di Peter Banning in Hook. A lei tocca, quindi, il ruolo dello squilibrato torturatore, che interpreta (in questo caso sì) sfoggiando tutto il repertorio tradizionale fatto di risate folli e frasi deliranti. O almeno, questo nella prima parte. Esattamente come per Jack, infatti, anche il suo personaggio nasconde insospettabili retroscena. Ed è qui che la prestazione della Goodall si eleva incommensurabile, nel suo passare, con assoluta credibilità, dalla follia alla disperazione, dalla più insensata crudeltà alla più fragile sensibilità. Con lei la doppia natura di The Elevator si fa emotiva, più che etica, e sono le sue reazioni e i suoi gesti che scandiscono il ritmo e i registri stilistici del film, che evolvono e si trasformano insieme a lei. Dalla tortura sadica e gratuita alla Hostel si arriva a quella regolata dal contrappasso alla Saw, fino a quella reale e umana dominata dalla vendetta personale.

In questo scorrere tra una rivelazione dietro l’altra, si consuma allora un intenso scontro sociale e morale, rappresentazione di come sentimenti come la paura da una parte e la perdita di un caro tra l’altro possono portare l’essere umano a compiere azioni riprovevoli. Tutte caratteristiche che fanno di The Elevator un prodotto dichiaratamente ambizioso e meritevole d’attenzione. Se non fosse, però, che tale aspirazione non riesce ad essere opportunamente supportata ora dall’apparato tecnico, tra cui un montaggio a tratti eccessivamente macchinoso, ora dai dialoghi, non sempre brillanti e verosimili. Pecche pesanti che finiscono col rendere la discesa dell’ascensore più precipitosa e sfiancante di quella che poteva essere.

Regia: Massimo Coglitore 
Interpreti: James Parks, Caroline Goodall, Burt Young, Katia Greco, Niccolò Senni, Sara Lazzaro, Gianfranco Terrin, Katie McGovern, Daniel Mba
Distribuzione: Europictures 
Durata: 89′
Origine: Italia, 2013

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Data articolo: Thu, 20 Jun 2019 13:28:14 +0000
Suleiman mountain
#Pesaro55 – Suleiman mountain, di Elizaveta Stišhova

Un itinerante dramma familiare, un melodramma che si apre alla ricerca antropologica con tratti di originale tocco.

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Con le latitudini cambiano i costumi, non la natura degli uomini. Incastrato tra la Cina e l’immenso Kazakistan, il Kirghizistan è oggi uno dei tanti stati confederati che la madre Russia proteggeva durante gli anni di quella unità territoriale che il regime assicurava e in cui i territori erano province piuttosto che autonomie statali. Un Paese aspro fatto di catene montuose che si aprono verso la via della seta e l’Asia più estrema. In questo luogo, in cui solo i forti temperamenti si adattano ad una condizione di oggettiva difficoltà esistenziale, la moscovita Elizaveta Stišhova ambienta il suo itinerante dramma familiare che ruota attorno al desiderio, valido ad ogni latitudine, di avere una famiglia che possa diventare il baricentro della propria quotidianità.
Karabas vive di piccoli commerci e di altrettante miserevoli truffe e viaggia con un vecchio mezzo comprato nella DDR ormai in un lontanissimo passato e che egli crede ancora esista. Karabas ha due mogli: Zhipara la prima, che aiuta la famiglia con la sue attività finto sciamaniche e una più giovane, Turganbyubyu, mal sopportata dalla prima e che malissimo sopporta Zhipara, che aspetta un figlio. Di mezzo c’è anche Uluk il figlio che Zhipara con alcuni stratagemmi ha recuperato in un orfanotrofio spacciandolo per proprio e che gli ricorda, anche per il nome, un figlio misteriosamente scomparso. Tra le montagne e i piccoli rancori si consuma la vita di questa composita famiglia e soprattutto il dramma che lascia da soli i personaggi.
Sarà proprio la durezza dello sfondo naturale, ostico e greve a dare anche forma ai caratteri dei personaggi ed è originale come in un film in cui è alto il tasso di drammaticità, tutto sembra doversi risolvere con una specie di cieca obbedienza alle leggi non scritte e dettate dalla natura. La vita e la morte diventano eventi neppure così eccezionali e tutto si regge sulla forza dei caratteri pronti ad affrontare queste asperità come quelle delle montagne dentro le quali le loro vite sono immerse. Cinema narrativo e antropologico quello che ci propone Elizaveta Stišhova, ospitata qui a Pesaro nella sezione degli Sguardi femminili russi, in cui, come sempre sono proprie i personaggi femminili a primeggiare, determinando il corso degli eventi. Qui è Zhipara il personaggio cardine della vicenda è lei che si inventa il figlio, è lei che sa utilizzare le armi materne per legare a se quel ragazzino che dal canto suo sente forte il bisogno di una madre; è ancora lei a mettere in atto ogni strategia possibile – pur non avendo più dalla sua l’avvenenza della gioventù – per legare a se il volubile Karabas, uomo senza spina dorsale che soffre della sottomissione psicologica nei confronti della prima moglie e alla quale si ribella con la stupida violenza unica arma di cui dispone. Ma Karabas sa bene che senza Zhipara la sua vita sarebbe priva di senso e l’esito del film ne conferma gli assunti. L’abbandono muscolare di Zhipara si risolve per Karabas nella ricerca affannosa di lei e nel ritorno sui propri passi quando la giovane seconda moglie accusa un grave malore per la gravidanza. Sarà proprio la definitiva scomparsa di Zhipara ad annientare il debole Karabas che tornerà dal piccolo Uluk riconoscendogli la condizione di figlio, ma soprattutto legittimando il profondo legame con Zhipara di cui solo Uluk può essere testimone.
Suleiman mountain, il cui titolo fa riferimento alla montagna benefica in cui si crede che attraverso la preghiera si possano avverare i desideri, sollevando gli uomini dalle pene quotidiane, raccoglie in se temi e sentimenti universali declinandoli dentro una cultura ancora arcaica, come arcaici sono i rapporti che si legano con le persone e con i luoghi. Un altrettanto ancestrale legame con una tradizione familiare impenetrabile, come tutto il resto, refrattaria a qualsiasi modernità di pensiero e di convivenza, domina quasi segretamente il racconto. La regista sa fare emergere queste debolezze ed è efficace il suo modo di raccontare nel quale lo scenario naturale diventa imprescindibile per connaturare il profilo dei propri personaggi. In questo scenario narrativo sarà proprio l’asperità di quel monte che dovrebbe realizzare i desideri e alleviare le pene a dare la morte a Zhipara. Per queste ragioni non pare possibile separare gli scenari naturali in cui si svolge la vicenda da quelli sentimentali che la animano ed è per questi motivi che la regista russa sembra si affidi ad un cinema di ricerca antropologica con tratti di originale tocco, mai così accentuati ed efficaci nella soluzione drammaturgica che assumono. Le forme espressive, in fondo, sono quelle consuete del melodramma, la dove sono proprio i sentimenti, forti, non negoziabili, non rinunciabili a fare da contrappunto alle asperità naturali, così come l’angusto spazio domestico in cui si svolge gran parte della storia, quello del vecchio mezzo che diventa al bisogno una specie di roulotte oppure una stalla per le pecore da vendere, si contrappone agli sterminati scenari naturali di un Paese immenso. In questa congerie di sentimenti e tra la forza carsica di Zhipara, la debolezza mascherata da vigore maschile di Karabas e l’incapacità di Turganbyubyu che sa affidarsi solo alle sue armi seduttive per tenere a se l’uomo, il piccolo Uluk che guarda al futuro, sembra ritrovarsi sulle spalle il peso e la responsabilità di una diversa e quanto mai necessaria nuova sensibilità. Il suo sguardo dritto e carico di un maturato ammonimento che il ragazzino rivolge al padre – che lo ha finalmente accettato – e immobilizzato nel fermo immagine finale, sembra riaprire i giochi tra i personaggi e riconoscere al futuro il vantaggio sul presente.

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Data articolo: Thu, 20 Jun 2019 11:16:27 +0000
tinder
La prima vacanza non si scorda mai, di Patrick Cassir

Road trip nell'epoca di Tinder, la commedia imbastita dal regista insieme alla compagna-interprete Camille Chamoux funziona grazie alla forte verosimiglianza comica delle situazioni

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Il viaggio, da un punto di vista totalmente pratico così come concettuale è una parentesi di emozioni ed esperienze accentuate. Il viaggio è un esperienza personale tanto quanto di gruppo, può racchiudere una serie di accadimenti felici tanto tragici, ma ciò che in assoluto non manca mai in un viaggio è l’inconveniente.

La prima vacanza non si scorda mai racconta la storia di un incontro: un ragazzo e una ragazza si conoscono e nel giro di poche ore decidono di condividere quest’esperienza, fare un viaggio in un paese in via di sviluppo, con tutti gli inconvenienti del caso. Il regista e co-ideatore della storia decide di raccontare questa vicenda in un road trip in cui ogni spettatore con un minimo di esperienza zaino in spalla possa rivedersi. Lei, Marion, interpretata da Camille Chamoux, è una ragazza disinibita, vive a Parigi, ha amici stravaganti e colleziona un numero indeterminato di appuntamenti su Tinder. Come si può immaginare è abituata a viaggiare molto e ad adeguarsi agli usi e i costumi dei posti che visita. Lui, Ben, interpretato da Jonathan Cohen è disegnato praticamente al contrario, ha una vita ordinaria e da 30 anni va in vacanza sempre nella stessa località con tutta la sua famiglia, ama viaggiare essendo ospite di Resort e Hotel a cinque stelle e, impacciato è al suo primo appuntamento Tinder. Tutto accade molto velocemente, nonostante le grandi differenze loro si piacciono, vanno a letto insieme durante la prima uscita e all’alba decidono di trascorrere le vacanze in coppia.

Questo va a distruggere la concezione ormai radicata che considera la vacanze il banco di prova di ogni relazione: il momento in cui ci si ritrova a convivere con tutte le follie dell’altro che ancora non sono uscite a galla, la privacy viene messa a dura prova, i diversi interessi iniziano a lottare per avere la meglio e il ritmo di entrambi è costretto ad adeguarsi a vicenda. Iniziare una relazione proprio da una vacanza può essere infatti considerato folle, ci si ritrova a condividere tutto questo con un perfetto estraneo. Per questo motivo, anche se la storia in sé non può essere considerata un’innovazione, fa sì che il film di Patrick Cassir funzioni alla grande. La commedia infatti diverte dall’inizio alla fine grazie alla forte carica comica delle situazioni (assolutamente reali e realistiche) e dei personaggi. Allo stesso tempo, i due personaggi, così distinti, riescono a far identificare lo spettatore in alcuni e altri aspetti del loro carattere e del loro modo di intraprendere un’avventura di viaggio.

Il regista, e la sua compagna, co-autrice e interprete del film Camille Chamoux volevano raccontare la storia di una coppia, così come detto in precedenza, ma calcando la mano sulla domanda “come due persone con diverse abitudini, ideali e concezioni possono condividere la vita?”. In questo senso il viaggio si fa paradigma della vita e la strana coppia, avventata e improvvisata sullo schermo, si trasforma nella maggior parte delle coppie che sono attorno a noi, in alcuni casi, anche nella nostra.

Titolo originale: Premières vacances
Regia: Patrick Cassir
Interpreti: Jonathan Cohen, Camille Chamoux, Jérémie Elkaïm, Camille Cottin, Dominique Valadie’, Aleksandar Aleksiev
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 102′
Origine: Francia, 2019

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Data articolo: Thu, 20 Jun 2019 07:34:42 +0000
Vivek Gomber
Sir – Cenerentola a Mumbai, di Rohena Gera

Una ragazza di campagna si trasferisce nel centro di Mumbai per fare da serva ad un ricco imprenditore di Mumbai. Una storia d'amore nell'India delle contraddizioni tra tradizione e neo-liberismo

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La Cenerentola di cui si parla in Sir è una giovane donna di nome Ratna, partita da un villaggio dell’entroterra indiano per lavorare come serva a Mumbai. La casa di cui dovrà occuparsi è quella di un giovane erede proveniente da una famiglia di costruttori, che vive solo in una sorta di mausoleo dal cui terrazzo è possibile avere la città ai propri piedi.

Mumbai è una metropoli labirintica, congestionata da un traffico folle e da migliaia di colori o profumi, che ne rallegrano le strade come fosse un’eterna festa dell’Holi. 

La regista Rohena Gera con questo film firma il suo primo lavoro di fiction e si fa conoscere dalle parti di Cannes, avendo partecipato alla Semaine de la Critique del 2018. Ed è un debutto europeo in cui si vuole portare tanto del proprio Paese, del proprio microcosmo.
Certo, Sir non raggiunge mai i toni melodrammatici di Cafarnao – altro lavoro firmato da una donna, passato a quella stessa edizione di Cannes e però ambientato a Beirut – ma allo stesso modo cerca di denunciare vizi e virtù di uno stato, quello indiano, ancora irrimediabilmente imbrigliato nella trama delle contraddizioni.


La sinossi allora procede portando avanti almeno tre tipi diversi di conflitto, quello tra città e villaggio, tra progresso e tradizione e, come è ovvio, tra ricchezza e povertà. Sir
Perché, andando oltre la storia d’amore che dovrebbe essere il perno fondamentale del film – che però risulta spesso prevedibile – ciò che più sembra essere riuscito alla regista è il ricorso continuo a quelle carrellate che fotografano Mumbai, restituendo il cuore pulsante di un’India in cui due persone appartenenti a caste diverse non sono libere di amarsi.

Il riferimento autoriale preso da Sir è chiaramente il Wong Kar-wai di In the Mood for Love (ma anche di Hong Kong Express), quindi un’attitudine tra le più occidentali, tra i maestri del cinema orientale.
La Cenerentola che sgobba nell’attico di Mumbai, allora, prova ad assumersi la responsabilità di essere l’espressione di un dolore transnazionale, che supera la società indiana e prova a parlare ad una platea più ampia. Quella delle donne ancora subordinate al patriarcato in migliaia e migliaia di casi in tutto il mondo.
Del resto la stessa fiaba di Cenerentola, in origine, sembrerebbe provenire dall’antico Egitto, ma venne ripresa nei secoli un po’ a tutte le latitudini, da Giambattista Basile a Walt Disney. A testimonianza del fatto che, purtroppo, certi episodi di sottomissione non sembrano essere superati proprio mai.

 

Regia: Rohena Gera
Interpreti: Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni, Rahul Vohra
Distribuzione: Academy 2
Durata: 96′
Origine: India, 2018

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Data articolo: Wed, 19 Jun 2019 16:34:40 +0000
Siddhartha Cardinali
#Biografilm2019 – Noci Sonanti, di Damiano Giacomelli e Lorenzo Raponi

Presentato al Biografilm Italia '19 e vincitore del Premio Hera Nuovi Talenti, "Noci Sonanti" è un documentario che getta lo sguardo alle origini del tempo, al rapporto universale tra padri e figli.

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Fabrizio – sessantacinquenne marchigiano protagonista del film – ha fondato nel 1986 la “Tribù delle Noci Sonanti”, scegliendo di ritirarsi dalla società civile e adottare uno stile di vita che rimettesse al centro la natura e un rapporto di spontaneità e armonia tra uomo e ambiente. Fabrizio Cardinali, discendente diretto della prima onda hippie derivante dalle contestazioni sessantottine, è un personaggio indiscutibilmente controcorrente: dedito con tutto se stesso al ritorno alle origini, adulatore della terra e dei suoi prodotti, lontano anni luce dalle tecnologie digitali, fedele soltanto a quei mezzi basici che l’uomo dell’origine ha saputo piegare a sé molto tempo prima della sua odierna ibridazione organica con gli smart objects. Homo technologicus prima e oltre la tecnologia. Quasi un corpo anacronistico, dentro e fuori il reale contemporaneo; segnato dalle tracce di una storia naturale che ha saputo salvaguardarsi da straripanti flussi di informazione e sintonizzarsi sulle frequenze della madre-terra, del cielo, della notte stellata.

Il documentario degli esordienti Giacomelli e Raponi – vincitore del Premio Hera “Nuovi Talenti” al Biografilm Italia 2019 – , mette al centro della sua osservazione Fabrizio insieme al figlio di nove anni Siddhartha (Sid), bambino intraprendente e di grande vivacità, cresciuto tra la Liguria e le colline di Cupramontana, dove ora si prepara da privatista per sostenere gli esami di avanzamento alla quarta elementare. I risvegli di Sid tra gli alberi, il rapporto di visceralità con i gatti, l’impegno quotidiano con la terra e la preparazione del cibo – rigorosamente vegano – , le letture serali a lume di candela nel bosco, sono solo alcuni dei tasselli mostratici con estremo rispetto delle dinamiche di vita dei Cardinali e dei loro ospiti. La macchina da presa, silenziosa e mai invasiva, getta il suo sguardo fuori dal tempo, accompagnandoci per mano in questa dimensione sconosciuta eppure reale, intrinsecamente organica, come organici sono il corpo, la terra, i pidocchi, gli sciami di api e tutto quanto appartiene giorno per giorno alla realtà di Fabrizio e Sid e, seppur dimenticato, anche alla nostra.

Giacomelli e Raponi non tengono, dunque, a distanza il mondo e la routine indagati, ma mirano a istituire un ponte tra osservatore e osservato: scegliendo di raccontare per immagini e contingenze la storia – a carattere universalmente riconosciuto – di un padre e di un figlio, del loro camminare al fianco l’uno dell’altro, scoprire insieme il mondo per poi aprirsi alla possibilità inevitabile del distacco. Quello che si vedrà rivelato sullo schermo è, dunque, il percorso evolutivo, endemicamente ribelle, della natura dei rapporti umani, con o senza tecnologie, qui esplicitamente relegate a margine di un discorso ben più profondo sugli uomini e il mondo tutto. Aprendo, infine, una finestra sul futuro, sulle potenziali evoluzioni che il nucleo familiare dei Cardinali potrà vivere, nella consapevolezza che «le cose non sono sempre uguali», che le trasformazioni dell’ambiente sono anche le nostre, che la linea di fuga è sempre in atto e buca prima o poi qualsiasi sistema costituito. Cosicché Sid avrà libertà di scelta sul suo avvenire, come il gamberetto indomito raccontato da Gianni Rodari, pronto per lasciare la famiglia e avviarsi nel mondo, tra mucchi di noci sonanti.

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Data articolo: Wed, 19 Jun 2019 13:56:30 +0000
yo no soy esa
#Pesaro55 – Ahinoa, yo no soy esa, di Carolina Astudillo Muñoz

Ricostruire una memoria altrui sul limitare della tragedia umana, restituendo lo splendore che sembrava perduto.

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Ricostruire una memoria altrui, ma senza che questa divenga una pedante biografia, né che lo sia, a tutto tondo, almeno nelle intenzioni. È molto interessante e particolarmente efficace la narrazione che la regista cilena, che vive a Barcellona, fa di Ainhoa Mata Juanicotena, la cui vita scopre per caso, ma aiutata da una dovizia di materiali che sa usare con attenzione.
La protagonista del film è morta suicida e il fratello consegna all’autrice una quantità di diari, fotografie e filmati familiari in super 8 di Ahinoa per paura che finiscano dispersi in un qualsiasi mercatino delle pulci. La regista lavora su questi materiali e ricostruisce la vita di Ahinoa rivelandone tratti insospettabili gelosamente custoditi tra le righe dei suoi diari. È uno dei pregi del film quella della sua realtà replicata dai filmini, dalle fotografie e dai diari sua origine che si trasformano in materia vivente. In questa splendida forma il film fa parte del programma Sguardi sul cinema spagnolo contemporaneo del Festival di Pesaro.
Le immagini di Carolina Astudillo Muñoz che in effetti appartengono all’oggetto della sua indagine, facendola rivivere, confermano, ove ce ne fosse ancora bisogno e non banalmente, la forza del cinema, il progressivo, incessante e per tratti misterioso, potere delle immagini di offrire una nuova vita, quasi una nuova possibilità. Il cinema così ricostruttivo di una vita, si ridefinisce anch’esso con tratti insospettati, attraverso una palingenesi che sembra doversi cogliere perfino nel suo significato filosofico di rinascita dopo la morte. Ahinoa che non conosciamo e che neppure la regista del film ha mai conosciuto, riappare e si manifesta attraverso i suoi diari, nella felice infanzia testimoniata da quelle immagini che la vedono crescere, poi meditativa e malinconica, appassionata di letture di diari di scrittrici suicide come Sylvia Plath o Virginia Woolf, ma anche di artiste vitali e combattive come Frida Khalo.
Carolina Astudillo riconduce il cinema ad una sua natura originaria e trasforma quello che chiamiamo cinema del reale in vibrante e attuale realtà. Senza enfasi Ahinoa, yo non soy esa ci dice quanto solo il cinema possa raccontare in una sorta di labile supremazia che però trova conferma proprio nell’operazione mediatica condotta dalla regista cilena. Il film, in questa prospettiva, restituisce vita ai suoi personaggi, istituendo al contempo tra le due donne un profondo e sincero rapporto che va al di là dell’opera, superando ogni altro interesse o finalità artistica e che nel film si risolve in una fugace sovrapposizione, in una tardiva e desolata sensazione di assenza.
È per queste ragioni che il titolo del film sembra volere, allo stesso momento, istituire e confermare il rapporto simbiotico, ma tenerlo anche a quella giusta distanza che lo fa diventare intimamente vissuto e osservato con sguardo oggettivo. Ahinoa diventa una specie di film manifesto, di quella faccia nascosta del cinema e della sua essenziale, ma complessa struttura che lo sorregge. In realtà ci sono voluti quattro anni di lavoro per realizzarlo, ma oggi quelle immagini così consuete in ogni ottica familiare, fatte per ricordare volti e giornate, ricorrenze e lampi di felicità, restituiscono la semplicità quasi naturale delle intenzioni, ma non possono nascondere il preventivo lavoro di tracciamento di quei materiali biografici che ha permesso di aprire le porte ad una inattesa intimità. In questa prospettiva e solo così poteva avvenire la ricostruzione del mondo sentimentale di Ahinoa, poteva venire alla luce il suo lato oscuro, culminato in un suicidio giovanile, tanto drammatico, quanto inatteso. Ma è appunto il cinema secondo Carolina Astudillo Muñoz a rivelarlo, perfino ai parenti, proprio con un film che sembra fatto dalla stessa protagonista, costruito con le stesse immagini custodite per anni. Il film, il suo dispositivo, diventano la macchina della verità, rivelando ciò che sarebbe rimasto nell’ombra, le immagini illuminano un profilo finora oscuro che si fa finalmente saturo di un colore autentico, spogliano la vita di ogni ipocrisia, sul limitare della tragedia umana le donano lo splendore che sembrava perduto. Un recupero di memoria e un tempo ritrovato, il cinema si fa cosa seria, non solo e forse non più dispositivo narrativo, ma autentica fonte del vero, macchina di insospettabile potenza e segreta cassaforte di ogni sentimento non pronunciabile, non rivelabile.

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Data articolo: Wed, 19 Jun 2019 07:51:18 +0000
paolo sorrentino
Premio Fiesole Maestri del Cinema a Paolo Sorrentino

sabato 20 luglio la cerimonia di premiazione con il regista ed Elena Sofia Ricci. Segue proiezione de La grande bellezza

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Sabato 20 luglio il Premio Fiesole ai Maestri del Cinema verrà consegnato a Paolo Sorrentino, vincitore dell’edizione 2019 del riconoscimento conferito dal Comune di Fiesole in collaborazione con il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani Gruppo Toscano e la Fondazione Sistema Toscana, con la direzione artistica di Gabriele Rizza.

Il regista italiano diventerà “Maestro del Cinema” come prima di lui Vittorio Storaro, Toni Servillo, Stefania Sandrelli, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Orson Welles, Stanley Kubrick, Ingmar Bergman, Wim Wenders, Theo Anghelopoulos, Marco Bellocchio, Ken Loach, Nanni Moretti e Giuseppe Tornatore, Terry Gilliam, Dario Argento, Stefania Sandrelli.

La cerimonia avrà luogo per l’appunto il 20 luglio, alle 21,30, presso il Teatro Romano di Fiesole (via Portigiani 3). La serata si aprirà alle 18.30 con un incontro con l’autore, a cui sarà presente anche Elena Sofia Ricci. A seguire sarà proiettato La grande bellezza.

Nell’occasione sarà presentato il volume monografico dedicato al cinema di Paolo Sorrentino a cura di Augusto Sainati con i contributi del Sncci, per Edizioni ETS di Pisa. Sorrentino sarà omaggiato con la proiezione dei suoi film a luglio al Piazzale degli Uffizi nell’ambito della rassegna Apriti cinema (L’uomo in più, This must be the place e Youth – La Giovinezza) e al Teatro Romano di Fiesole, per Stensen d’Estate (Le conseguenze dell’amore; L’amico di famiglia e Il Divo).

 

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Data articolo: Tue, 18 Jun 2019 14:28:45 +0000
Piazza Vittorio
Il flauto magico di Piazza Vittorio, di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu

La versione multietnica dell'opera mozartiana si presenta senza maschere né costumi, come quello che è, un’illusione, un gioco, una fantasia convinta di essere parte del sogno di tutti

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“Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.”
Emma Lazarus

Prima dell’immagine e la musica, prima degli eventi e la Storia, le parole. Quelle della poetessa Emma Lazarus immortalate ai piedi della Statua della Libertà, che rappresentano la genesi, l’ideale primitivo del sogno americano e la citazione che apre pure la dimensione onirica – forse anche utopica – di Il flauto magico di Piazza Vittorio, di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. La rilettura dell’opera di Mozart – narrativa e musicale – messa in scena dalla multietnica Orchestra della Piazza e tratta dallo spettacolo omonimo che ebbe il suo debutto nel 2009, è l’astrazione colorata e melodica di una realtà concreta, a volte grigia e persino brutale che mette insieme immigrazione, precarietà, razzismo e povertà, svolgendosi sempre sul palcoscenico di Piazza Vittorio, a Roma. Ma questa volta con la Regina della notte, Pamina la principessa rapita, Tamin il principe azzurro, il fedele scudiero Papageo e anche Omar, custode del regno di Piazza Vittorio. Una dimensione che si costruisce, attraverso effetti visivi volutamente esposti e “artigianali”, in una sorte di entropia, guardando dentro se stessa e ripiegando tutti i suoi strati possibili, diventando anche una re-interpretazione del documentario L’orchestra di Piazza Vittorio di Agostino Ferrente, sulla creazione del gruppo fondato dal proprio Mario Tronco.

La genesi del sogno americano come declamazione di apertura non sembra del tutto esagerata. Piazza Vittorio potrebbe essere anche una sorta di porto, di faro in mezzo a un oceano in tempesta, una dimensione che diventa un vortice dove tutti finiscono in un modo o nell’altro, un posto che reclama “le masse infreddolite desiderose di respirare libere” come se fossero sue, declamando anche un proprio senso di appartenenza e la ricerca di una identità. Ed è proprio la declamazione ciò che diventa il fulcro e lo strumento di lotta del film: la potenza dell’opera lirica, del canto, dell’esagerazione legittimata di un sentimento e un’idea come unica via di costruzione di un mondo voluto, prendendo la sostanza, i tessuti e i volti di un posto e facendoli diventare un’altra versione di essi. Così, il rumore quotidiano si trasforma in sinfonia, i vestiti logorati in costumi d’epoca, le facce sconosciute in maschere da supereroe, la zucca in carrozza, la storia rimasta dall’altro lato del mare in una fiaba con un lieto fine.

Ma il dubbio, comunque, rimane: questo modo di raccontare un luogo riesce a raggiungerlo, ad avvicinarlo, oppure lo rende uno stereotipo, più alieno, più “straniero”? La storia archetipica dietro un racconto classico come quello di Mozart appartiene un po’ a tutti e allo stesso tempo all’immaginario universale e alla riproduzione infinita della stessa storia. Seguendo quella logica, Piazza Vittorio a volte si rende riconoscibile e altre diventa un posto senza tempo né spazio, che può sembrare una foresta nel Caraibi, un bosco in Patagonia, parte della savana africana oppure un angolo nascosto del Central Park. L’inquadratura dello spazio galleggia tra l’ambiguità e l’identificazione di un luogo, così come l’identità che tirano fuori i personaggi, ognuno adattando la narrazione, la estetica, la musica e l’immaginario alla sua propria lingua e cultura. Questa dinamica le da una certa instabilità che può diventare troppo forzata e anche estenuante, ma che una volta entrati nel gioco finisce per entusiasmare, coinvolgere, pure affezionarsi. Almeno, risveglia la voglia di capire come andrà a finire.

Sia o no questo l’approccio giusto, il film si rende innanzitutto una proposta coraggiosa, che non ha paura di ripiegare luoghi comuni, di esagerare, di far intravedere qualche ingenuità oppure di prendere in maniera ludica una problematica sociale – e politica – allontanandosi dall’approccio documentaristico di film come Piazza Vittorio di Abel Ferrara. Il flauto magico di Piazza Vittorio si presenta senza maschere né costumi, come quello che è, un’illusione, un gioco, una fantasia convinta di essere parte del sogno di tutti, o almeno di qualcuno che dorme ogni notte su una panchina a Piazza Vittorio. Forse sì, forse no. Alla fine il cinema non può far conoscere sempre la morale della favola. Ma può diventare sollievo, una luce lampeggiante, un faro in mezzo alla tempesta. L’illusione di credere che, in qualche punto del percorso, ci possa essere un lieto fine.

Regia: Mario Tronco, Gianfranco Cabiddu
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, El Hadji Yeri Samb, Ernesto Lopez Maturell, Petra Magoni, Violetta Zironi
Distribuzione: Paco
Durata: 83′
Origine: Italia, 2018

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Data articolo: Tue, 18 Jun 2019 11:19:38 +0000
nightmare 2
FantaFestival 2019 – Jack Sholder a Centocelle

Arrivato a Roma per ritirare un doveroso premio, Jack Sholder si è ritrovato nel pieno del calore dei suoi fan, in un incontro divertente a La città perduta, nel cuore di Centocelle

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Quest’anno il FantaFestival, con tutta la sua gloriosa tradizione, si è insinuato come un virus nella colorata e calda vita di Roma Est, scombussolandone gli equilibri. Tra i tanti eventi fantastici che sono stati organizzati per le vie e le sale del cuore popolare della capitale, quello più borderline e divertente è stato senza dubbio l’incontro con il regista Jack Sholder, tra i tavoli de La Città Perduta, nel cuore di Centocelle. Per chi conosce la vita notturna delle periferie romane, il boardgame cafe di Via delle palme è diventato presto un punto di riferimento. Tra una ludoteca di giochi da tavolo ricca di perle (dove potete trovare il gioco d’epoca di Tangentopoli? E una così vasta collezione di giochi horror?) e una vera ambientazione steampunk ispirata all’omonimo film di Jeunet & Caro (la cui locandina troneggia sulle pareti, come icona sacra), La Città Perduta è stata la scenografia perfetta per incontrare il regista di Nightmare 2.

Arrivato a Roma per ritirare un doveroso premio, Jack Sholder si è ritrovato nel pieno del calore dei suoi fan. Probabilmente si aspettava di parlare delle sue opere più famose ma chissà cosa ha provato di fronte a degli straordinari recuperi della sua carriera? Il FantaFestival è stata l’occasione per riscoprire  alcune sue opere dimenticate, come l’esordio Nel buio da soli. L’horror psicotico, con Jack Palance, Martin Landau e Donald Pleasence nei panni di tre malati di mente impegnati a indagare sulla morte del loro medico, è rivissuto sullo grande schermo del Cinema Aquila del Pigneto. Dopo una proiezione del genere non poteva esserci una normale Q&A. E’ stato quasi doveroso, allora, spostarsi davanti a una pinta di birra per chiacchierare. In un mix di lingue e davanti a bicchieri sempre vuoti (Sholder ha scelto accuratamente una Saison) il regista e i suoi fan si sono immersi placidamente nel caos ilare del quartiere, dimostrando il carattere di un festival mai come quest’anno così popolare.

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Data articolo: Tue, 18 Jun 2019 07:33:35 +0000

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