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News recensioni film cinema da sentieriselvaggi.it

#film #cinema #recensioni #sentieriselvaggi.it

haroula rose
Efebo d’oro 2019 – Once Upon a River, di Haroula Rose

Ballata folk-country che rivela il dramma nascosto di una giovane amazzone alle prese con i maschilismi e razzismi dell’America di fine anni anni 70, esordio per la cantautrice Haroula Rose

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L’opera prima della regista statunitense Haroula Rose è l’adattamento del romanzo Once Upon a River di Bonnie Jo Campbell che narra il percorso di formazione della quindicenne Margo Crane (Kenadi DelaCerna) in fuga per una faida familiare lungo il fiume Stark nel Michigan, alla ricerca della propria madre e delle proprie radici identitarie. Siamo nel 1978: di origine indiana, donna, braccata dalla polizia e incinta, Margo parte svantaggiata in una società maschilista che imbraccia troppo facilmente delle armi da fuoco e altrettanto facilmente emargina le minoranze etniche.
Haroula Rose è chiaramente influenzata dal Terrence Malick de I Giorni del Cielo (il film del 1978 racconta una simile fuga da Chicago nel Midwest) sia nello sguardo dentro la Natura (tutta la prima parte immersa nella vegetazione delle acque del fiume) sia nel rapporto con le figure genitoriali (il padre iperprotettivo, la madre assente fuggita via per rifarsi una vita). Margo è di poche parole, ha due occhi grandi e curiosi, sa sparare meglio dei cugini e viene sedotta dallo zio orco: quando scoppia la inevitabile tragedia shakespeariana Margo prende il fucile e inizia una odissea che ha come primo obiettivo la sopravvivenza e successivamente la definitiva rimozione del super io genitoriale.

Influenzato dalla letteratura inglese (Cime Tempestose di Emily Bronte) e americana (La avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain), e condotto al ritmo di una ballata country (la regista è anche una apprezzata cantautrice e ha partecipato alla colonna sonora di Still Alice e della prima stagione di American Horror Story), Once Upon a River fa scorrere lungo le acque del fiume diversi temi intrecciandoli: la tragedia dei nativi americani si riflette nel destino di una giovane che, avendo perso il centro delle proprie radici esistenziali, cerca un tempo e un luogo dove ritornare a scorrere. Paradigmatico è l’incontro con il vecchio enfisematoso Smoke (interpretato magistralmente da John Ashton) che ripropone una figura paterna disposta all’accoglienza e che insegna a Margo la possibilità di vivere liberi al di fuori delle convenzioni. Smoke assomiglia a un Wyatt Captain America invecchiato che ha smesso di cavalcare il suo chopper ma continua testardamente a vivere secondo i principi anticonvenzionali della Controcultura americana.

Haroula Rose utilizza la fotografia di Charlotte Hornsby (uno dei modelli è il Romeo e Giulietta di Zeffirelli) in maniera da porre in contrasto la bellezza incontaminata della Natura con la grettezza di certi comportamenti umani razzisti e violenti. Anche se nella seconda parte il film ha qualche cedimento narrativo concentrando troppi eventi in una singola unità di tempo, Haroula Rose fa coincidere il climax con l’incontro tra Margo e la madre Luanne (Lindsay Pulsipher) rivelando l’anaffettività e l’egoismo di una figura genitoriale psicologicamente devastante. Da quel momento in poi, pur nel dolore del lutto e della perdita, Margo riesce a rimettere in sesto le proprie terre e può lasciarsi trasportare placidamente dal corso del fiume.
In gara a Palermo per l’Efebo d’Oro, Once Upon a River è una ballata folk-country che rivela il dramma nascosto di una giovane amazzone alle prese con i maschilismi e razzismi dell’America di fine anni anni 70. Margo compie un percorso catartico che la porta alla accettazione di sé e degli altri rivendicando il suo diritto ad amare ed essere amata. Dal naturalismo al mondo diventato favola. C’era una volta. Ci sarà sempre.

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Data articolo: Sun, 20 Oct 2019 07:25:17 +0000
Willow
#RomaFF14 – Willow: il ritorno di Milcho Manchevski

Milcho Manchevski e le tre attrici protagoniste ci raccontano Willow, ultimo lavoro del regista che torna girare nella sua patria per raccontare la maternità di tre donne tra medioevo e presente

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Milcho Manchevski, il regista di Prima della pioggia che nel 1994 ha vinto il Leone d’oro al Festival di Venezia, ha presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma il suo nuovo film, Willow, accompagnato dalle tre attrici protagoniste:Sara Klimoska, Natalija Teodosieva e Kamka Tocinovski .

Come era già accaduto per Prima della pioggia e Mothers, Manchevski sceglie di raccontare “tre storie separate, ma che poi si uniscono in una falsa narrazione circolare”.

Il 3 ha quindi un significato particolare per il regista?

“I don’t know” è la risposta spontanea del regista, che poi ha aggiunto che in effetti trova un particolare fascino nella figura del numero tre: c’è un equilibrio nella forma del trittico tipica delle pitture rinascimentali, (dalle quali ha preso ispirazione per definire le figure femminili di Willow), la Santa Trinità, il triangolo geometrico che può essere di tipi diversi e quindi avere un aspetto diverso.

Nel caso di Willow, in realtà, inizialmente doveva trattarsi di un dittico, una storia ambientata in epoca medievale e una in epoca moderna, ma durante la scrittura si è sviluppata la terza storia.

Ma come nasce un film, come avviene il “concepimento”? È in qualche modo simile all’esperienza di diventare madre rappresentata dalle 3 donne del film?

Manchevski sottolinea che la parte finanziaria e di produzione del film non somiglia affatto al momento in cui “you making a baby”, ma che la parte creativa è molto simile per quanto riguarda i sentimenti che si provano quando si concepisce l’idea del film e il desiderio di maternità. Inoltre ha ringraziato i produttori che si sono occupati del ‘lavoro sporco’, lasciando a lui la possibilità di concentrarsi solo sull’atto creativo, e che sono stati capaci di agire in modo da poterlo far tornare a girare in Macedonia, sua terra natale, dove il governo precedente gli aveva proibito di tornare a lavorare.

E per le tre attrici come è stato approcciarsi al tema dei rischi e sacrifici che ci sono nel diventare madri?

La prima a rispondere è stata Natalija Teodosieva che, riferendosi al suo personaggio Rodna, ha indicato la fiducia, la lealtà e la maternità come caratteristiche principali: nonostante si imbatta sempre in un ostacolo sul suo percorso, Rodna è una donna che ama, vuole amare e essere amata e per questo non si arrende.

Kamka Tocinovski, che si è innamorata subito del proprio personaggio, interpreta la sorella di Rodna, Katerina. Quindi lei e la Teodosieva hanno passato moltissimo tempo insieme sul set. Ma sottolinea come la lavorazione è stata “fast and furious”.

Sara Klimoska è la più giovane tra le tre, per prepararsi al ruolo ha interrogato sua madre, facendosi raccontare le sensazioni e le preoccupazioni che aveva quando ha avuto lei e le sue sorelle.

Su questa ultima affermazione è intervenuto Manchevski, sottolineando che il bello di fare arte è che ti serve solo immaginare: “you don’t have to meet the devil, to play the devil”.

E parlando del diavolo entriamo nel mondo magico e spaventoso di credenze, maledizioni e streghe che fanno parte dell’episodio ambientato nella Macedonia medievale, ma che influenzano, attraverso oggetti simbolici, anche i due racconti nell’epoca attuale.

Cosa rappresentano il salice e la pietra nel film?

A rispondere è il regista, spiegando che il salice, (nel racconto del Medioevo è il legno con cui viene costruito un flauto, nella storia contemporanea ne viene piantato uno in giardino), non è il suo albero preferito, ma è perfetto per rappresentare la storia perché piange. E le tre storie sono tristi. Si piega ma non si spezza come le tre protagoniste e le loro volontà di diventare madri nonostante incontrino ostacoli apparentemente insuperabili. Diventa quindi un asse centrale a cui si collegano tutte e tre le storie.

La pietra, che inizialmente doveva essere presente anche nel titolo, invece, è un rimando alla cultura e tradizione macedone: esiste un’espressione che tradotta letteralmente “mi è caduta una pietra sul petto” per indicare che non si può avere un figlio. Le coppie sterili camminavano in cerchio intorno a un grosso masso, come se questo potesse togliere quella ‘pietra’ dal loro ‘petto’. Nel film la pietra riappare come masso che uccide la strega e nella scena del tassista, anche se Manchevski ammette di averla inserita senza un motivo preciso, ma perché “ci stava bene”.

Ma come è stato per il regista scegliere le attrici e cosa le ha spinte ad accettare la parte?

All’unanimità le tre protagoniste hanno detto che i motivi sono stati due: il primo è che si sono innamorate dei personaggi dal primo momento leggendo la sceneggiatura, il secondo è che se hai l’occasione di lavorare con un maestro del cinema quale è Milcho Manchevski, non puoi fartela sfuggire.

Il regista ha ringraziato le attrici e ha spiegato che la scelta è stata molto semplice: erano le migliori attrici possibili per quei ruoli e può provarlo scientificamente. Il casting è durato cinque mesi e il 90% degli attori macedoni ha voluto presentarsi al provino. Anche se il  è stato un processo lungo, scegliere il giusto interprete per un personaggio permette al regista di lavorare molto più facilmente e velocemente al film.

 

 

 

 

 

 

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Data articolo: Sat, 19 Oct 2019 17:24:02 +0000
universal pictures
#RomaFF14 – Downton Abbey, di Michael Engler

Downton Abbey, dalla tv al cinema. Un ritrovo nostalgico, ancora una volta un siparietto spassoso e ben costruito dove la storia riprende da dov'era stata lasciata nella sesta e ultima stagione.

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Downton Abbey è un ritrovo nostalgico per appassionati della serie televisiva che vogliono rivedere ancora una volta un siparietto spassoso e ben costruito. Ritrovare Downton al cinema dopo quattro anni, sei stagioni e tre Emmy Award non è stato poi così insolito: già dalle note musicali e dalle prime ironie si ha una sensazione di familiarità, come se si fosse appena tornati a casa.

Downton Abbey non è che la continuazione sul grande schermo dell’omonima serie. La storia riprende da dov’era stata lasciata nella sesta e ultima stagione: i personaggi sono esattamente nello stesso punto e, nonostante gli anni passati sia nel mondo reale che in quello fittizio, tutto sembra che sia rimasto congelato, in attesa di un nuovo ordine.

La quotidianità dei protagonisti di Downton Abbey viene totalmente travolta dall‘arrivo di una lettera da Buckingham Palace, che li avverte del fatto che il re Giorgio V e la regina Mary d’Inghilterra (i nonni dell’attuale regina Elisabetta) si fermeranno nella loro tenuta per una notte. La famiglia Crawley è agitata, la servitù è estasiata e il signor Carson (Jim Carter) è sempre pronto a soccorrere gli eredi di Downton riprendendo il comando dei domestici per preparare la tenuta al grande evento. Sfortunatamente, i sogni del personale di servizio, fatti di argenteria da lucidare, tavole da apparecchiare e pasti da preparare, vengono infranti quando si viene a sapere che i loro servigi non saranno necessari: i reali porteranno con loro da Londra la loro corte personale. Ma i domestici di casa Crawley non hanno mai accettato di buon grado le prese di potere da parte di sconosciuti, e così, in totale anarchia, come hanno sempre fatto in questi casi, cercheranno di avere una rivalsa sui malcapitati servitori reali.

Downton è una tenuta nello Yorkshire che ogni mattina prende vita in un balletto di servitori, che sistemano silenziosamente le stanze e preparano tutto prima ancora che loro i servigi vengano richiesti. La minuzia con cui ogni dettaglio viene curato è mostrata attraverso magistrali piani sequenza, caratteristici della serie e firma di Downton Abbey sia nella televisione che nel cinema. Il film, dal punto di vista visivo, ha persino una resa migliore: le ambientazioni sono più maestose, la tenuta, eterna protagonista di quasi ogni inquadratura, è sempre più imponente, e ogni oggetto di scena viene mostrato con egocentrismo e perfettamente posizionato. La regia di Michael Engler è dinamica, il che la rende più conforme al nuovo formato, facendola diventare quasi una danza movimentata che si sposta dalla tavolata della famiglia a quella dei domestici con naturale semplicità.

A dispetto delle apparenze la storia raccontata nel film, seppur frivola e pregna di superficialità, tocca anche altri temi storici rilevanti e non indifferenti: dall’insurrezione irlandese al pregiudizio verso gli omosessuali, fino al rispetto e l’affetto che, nonostante tutto, sono più importanti di ogni classe sociale.

Julian Fellowes, Premio Oscar nel 2002 per la sceneggiatura di Gosford Park di Robert Altman, ideatore della storia, ha raccontato per 5 anni di morti tragiche, faide tra consanguinei, relazioni passionali e di drammi futili. Nel film ha preferito soffermarsi di più su quest’ultimi, pur non dimenticando il sarcasmo prettamente British, mostrando ancora una volta un lungo finale in cui i personaggi risolvono le loro questioni personali che erano nuovamente in sospeso, un po’ come assistere al continuo saluto già vissuto nell’ultima stagione in una sorta di lungo lieto fine.

Il pubblico, già affezionato alla serie, abbraccerà questo film come un episodio di due ore che ha semplicemente portato al cinema quelle che sono le caratteristiche più importanti del prodotto televisivo. O che potrebbe anche essere visto come un nuovo inizio che comunque non aggiunge o toglie nulla alla storia originale. Il che è in un certo senso una delle caratteristiche principali della serie: raccontare frivolezze che non necessitano di giustificazioni.

Il film riprende quel patto che la famiglia Crawley ha stipulato con il proprio personale di servizio, anche se non verbalmente: quello di rispettare sempre e in qualunque circostanza il lavoro o il ruolo dell’altra persona, a prescindere dal ceto, dalla condizione e dall’abilità di ognuno di loro. Nessuna umiliazione, nessun voler mettere i bastoni tra le ruote all’altro, nessun cliché sul rapporto padrone-servitore dove il primo deve sempre danneggiare il secondo e prevalere su di lui mentre questi dev’essere stanco e lamentarsi del primo: Downton è un luogo frivolo ma sicuro, ostentatore ma magico, freddo ma benevolo.

“Voi tenete un faro acceso. Downton è il cuore della comunità.”
C’è sempre un posto a Downton per chiunque lo chieda. Quella considerabile tenuta da dimora ad innumerevoli persone che, orgogliose del proprio lavoro e del proprio ruolo, non sono solo semplici domestici ma bensì il motore pulsante di quella proprietà, che senza di loro non potrebbe avere vita.

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Data articolo: Sat, 19 Oct 2019 17:05:06 +0000
the farewell
#RomaFF14 – The Farewell, di Lulu Wang

Impercettibile, lieve e profondo. Un piccolo miracolo il secondo film della cineasta, capace di inserire un umorismo bizzarro in mezzo alla componente emozionale. Con un finale travolgente

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Il tempo che resta. Racchiuso in una ritualità fatta di gesti ripetuti spessi ripetuti e (in)consapevolmente prolungati. Prima che finisca tutto. Non c’è solo un confronto tra il diverso modo di vivere negli Stati Uniti e in Cina in The Farewell, secondo lungometraggio di Lulu Wang. Ma soprattutto sembra quasi esserci una mutazione attraverso la figura di Billi. Che è nata e vissuta in America e torna a Changchun quando viene a sapere che la nonna sta per morire. Ma i familiari hanno deciso di tenere nascosta la verità all’anziana donna per farle vivere serenamente gli ultimi giorni. E per far funzionare al meglio il piano, hanno deciso di organizzare velocemente un matrimonio.

Attraverso  la protagonista (interpretata da Awkwafina, già vista anche in Cattivi vicini 2 e Ocean’s 8) sembra esserci lo sguardo in prima persona di Lulu Wang. La regista è nata infatti a Pechino ma si è trasferita fin da piccola negli Stati Uniti. E The Farewell si porta dietro dei segni autobiografici.  Evidenti non tanto nel modo di raccontare la storia, ma in una continua complicità nel modo di parlare tra i personaggi, nei gesti, nelle situazioni. A cominciare dalla telefonata tra Billi e la nonna all’inizio del film. Con la ragazza che cammina per strada a New York e la donna che invece si trova in ospedale in attesa del responso.

The Farewell è basato su una bugia vera. Come recita la didascalia iniziale. E racconta i legami familiari in modo impercettibile, lieve e profondo. In cui la cineasta guarda dichiaratamente al cinema di Kore-eda combinato con l’umorismo bizzarro di quello di Östlund. Evidente nella scena in cui la ragazza arriva in albergo ma non funziona l’ascensore. Dove la colonna sonora al piano (suonata dalla stessa Wang) diventa quasi un altro elemento autobiografico parallelo visto che la cineasta si è formata come pianista classica. Ma ci sono tanti piccoli dettagli filmati in maniera trasparente, quasi con discrezione, ma con una cura e un’intensità notevoli. Come il momento in cui il padre e la figlia cantano insieme Killing Me Softly durante il matrimonio.

The Farewell filma il tempo, l’attesa, quasi come proiezione dei desideri di Lulu Wang. Che dopo il primo lungometraggio, Posthumous del 2014, mette in gioco un altra recita. Lì un artista  ha raggiunto il successo dopo viene considerato erroneamente morto. Qui invece la finziona attorno alle condizioni di salute della donna amplificano ogni istante vissuto insieme. Basta una cena, uno sguardo in più. I suoni delle voci familiari contrastano invece con i rumori della metro newyorkese. Ecco, il confronto Cina/Usa avviene soprattutto a livello percettivo. Di suoni, di sapori. E nel finale si scioglie in un grande abbraccio. Quello sguardo tra la nonna e la nipote ha qualcosa di struggente, di insostenibile. Sulle note della versione rivisitata di Come Healing di Leonard Cohen. Le strada verso l’aeroporto sarà guardata per l’ultima volta così. La prossima volta, anche se si attraverserà lo stesso percorso, sarà comunque diverso. Perché il cinema di impatto immediato di Lulu Wang una cosa determinante ce la dice. Che le cose che noi guardiamo non sono sempre uguali per tutti. Anche se sono oggetti o grattacieli. E neanche per noi. A distanza di tempo. E la stessa cosa accade con le persone. Quel rapporto nonna/nipote è lacerante come quello tra il produttore e la domestica che si è occupata di lui sin da quando era bambino in A Simple Life di Ann Hui. Lulu Wang si lascia progressivamente contagiare dalle emozioni. E The Farewell vola. “Variety” ha inserito la Wang tra i cineasti da tenere d’occhio per il 2019. Siamo totalmente d’accordo.

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Data articolo: Sat, 19 Oct 2019 14:28:54 +0000
natività
#RomaFF14 – Bar Giuseppe, di Giulio Base

Non sarà un film perfetto quello di Base eppure è un’opera consapevole, crede in quello che racconta e usa il linguaggio del cinema per parlare alle persone. Un film sull'accoglienza. Un film giusto.

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Bar Giuseppe è un luogo simbolico e allo stesso tempo preciso. Siamo davanti a un distributore di benzina, ai piedi di lingue autostradali dove vediamo in lontananza le luci di una cittadina, gli abbaglianti di macchine e i rumori ovattati di autoradio. Un luogo come tanti. Fuori dal tempo. Sospeso. Come sospeso e fuori dal tempo è questo curioso, ultimo film scritto e diretto da Giulio Base e prodotto da Rai Cinema. Giuseppe è anche il nome del protagonista, il gestore del bar rimasto vedovo e solo a occuparsi dell’attività che la famiglia vorrebbe chiudere. Lui invece assume a lavorare Bikira, giovane diciottenne figlia di africani. La ragazza si affeziona all’uomo. Va a trovarlo tutti i giorni nella sua casa. Gli chiede di sposarlo. Lui accetta contro il parere dei figli. Poi un giorno la ragazza rimane incinta, anche se afferma di essere ancora vergine. Giuseppe inizialmente entra in crisi, ma poi torna da lei.

Gran parte dell’operazione fa leva sull’interpretazione dolente e tutta “a levare” di Ivano Marescotti, che incarna un Giuseppe silenzioso e allo stesso tempo tormentato, fisico. Scevro da ogni verbosità intellettualistica, Giulio Base – che anche nei suoi risultati meno riusciti ha sempre avuto in testa un cinema diverso – è un regista artigiano che crede nel cinema come composizione e movimento. Bar Giuseppe ne è un esempio quasi emblematico per come usa la macchina da presa per sorvolare il set, o per attraversarlo disegnando sempre traiettorie che inducono in prima analisi a un piacere materico del filmare e del montare un’immagine dietro l’altra. 

Poi c’è il film, questa Natività adattata all’Italia di oggi che resta comunque astratta, ambientata in una terra di nessuno che non può che essere una provincia qualsiasi del nostro Paese. E qui in sottofondo si muove una fauna umana fatta di figli (italiani) cinici e persi, immigrati africani che credono nei valori e nel lavoro. Quasi un mondo alla rovescia rispetto a quello raccontato da “certa” politica. E infatti Base vuole giocare sul rovesciamento della Storia e della sua percezione, senza perderne l’ossatura etica e civile. Ma anzi restando ostinatamente attaccato alle cose, agli spazi, ai volti, ai suoni di un mondo dove la colonna musicale è ridotta al minimo.

Certo non sarà un film perfetto Bar Giuseppe. Forse qua e là la scrittura esagera in certe tipizzazioni caratteriali e magari il difficile equilibrio tra asciutezza e senso dello spettacolo non è sempre compiuto. Eppure è un’opera consapevole, che crede in quello che racconta e che usa il linguaggio del cinema per parlare alle persone. Un film sull’accoglienza. Un film giusto.

 

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Data articolo: Sat, 19 Oct 2019 11:28:26 +0000
sophie deraspe
#RomaFF14 – Antigone, di Sophie Deraspe

L’equilibrio parte da Sofocle e si muove tra la freddezza disumana della vicenda burocratica e l’eco molotov del riflesso virtuale e nella comunità, tra flash mob, street art, stories di rivolta

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L’operazione di innesco dinamitardo del testo di Sofocle, Sophie Deraspe la attua su una storia che ricorda da vicino quella di Fredy Villanueva, l’immigrato onduregno ucciso a pistolettate dalla polizia canadese in un parcheggio a Montreal, nel 2008 – una vicenda che portò ad una serie di proteste di strada in Quebec, e che la cineasta aggancia nel suo film innanzitutto per la loro capacità di farsi canale alternativo di informazione, condivisione e connessione, attraverso il linguaggio instant delle stories e della schizofrenia citizen di youtube, videomontaggi improvvisati di sostegno al calvario processuale della protagonista e di sdegno nei confronti della morte del fratello, Étéocle, affiliato alla gang degli Habibi, retti su inni di ribellione hip hop o addirittura su un tipico brano scorticante di Colin Stetson (!). Per Deraspe appare da subito fondamentale il lavoro su questo footage pixelato, traccia digitale e dispersa di una richiesta di giustizia ancorata ad una verità sgranata (Étéocle reggeva in mano il suo smartphone, e non un’arma).
Ma per l’adolescente Antigone, immigrata a Montreal al seguito dei 3 fratellini e della nonna dopo l’omicidio dei genitori durante la guerra che infuria nel suo Paese, ora è importante salvare il fratello ancora vivo, Polynice, piccolo spacciatore arrestato nel corso della stessa retata – ed è qui che il film recupera l’urgenza e il senso prettamente politico della tragedia di partenza, al di là del gioco di rimandi tra personaggi e snodi narrativi (l’indovino Tiresia diventa una psichiatra non vedente): Deraspe contrappone allora la disumana freddezza e austerità delle celle e del sistema giudiziario e rieducativo alla ingenua e disperata vitalità della protesta social dei giovani vicini alla fiera resistenza di Antigone alla giustizia, fatta di flash mob con le suonerie dei telefoni dentro l’aula del tribunale, e di street art che trasforma il volto della ragazza in un’icona per magliette e striscioni.

La domanda rimane sempre quella, quanto saresti disposto a sacrificare per diventare parte della cittadinanza, per essere considerato civile, ammesso nella civiltà? Ed è pur vero che questa vita civilizzata Deraspe non ce la vende tanto bene, tra le solitudini della famiglia borghese del fidanzatino di Antigone, e l’insostenibile prepotenza delle istituzioni (l’odiosa guardia del riformatorio): in qualsiasi situazione si trovi, la ragazza è in grado di riportare colore e compassione, come le compagne di detenzione che la stupiscono imitandone tutte il taglio di capelli e il rosso della rivolta innescata dall’adolescente, mentre la nonna Ménécée porta avanti il suo sit-in quotidiano di canti popolari davanti al cancello del riformatorio.
Ecco, probabilmente, Deraspe non riesce sempre a mantenere l’equilibrio giusto tra le due modalità del suo film, tra la compostezza aberrante della vicenda burocratica e l’eco molotov del suo riflesso virtuale e nella comunità: dove al film manca la scintilla definitiva, arriva la pazzesca perfomance di Nahéma Ricci, classe 1998, di famiglia franco-tunisina, alla cui capacità di alternare fermezza ed impulsività la cineasta si affida completamente.

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Data articolo: Sat, 19 Oct 2019 10:32:41 +0000
Gabriela Muskala
Efebo d’oro 2019 – Fuga, di Agnieszka Smorczynska

Fuga è un coinvolgente incubo claustrofobico che si trasforma in una seduta psicoanalitica a cielo aperto, il secondo film della cineasta dell'horror di culto The Lure

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“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare.”
Henri Laborit, Elogio della fuga

Arrivata all’opera seconda dopo il successo di The Lure (2015), Agnieszka Smorczynska si lascia aiutare dall’attrice principale Gabriela Muskala nello scrivere, ispirandosi a un fatto di cronaca, la storia misteriosa di una donna che ha perso la memoria e non ricorda più nulla della sua vita precedente. L’incipit è un omaggio a Possession di Zulawski: Kinga/Alicja (Gabriela Muskala) barcolla sui binari della metropolitana in forte stato confusionale, emerge dal buio di una galleria, si arrampica faticosamente sulla banchina, si accovaccia e comincia a urinare. Fuga inizia con uno schiaffo in faccia allo spettatore e continua a depistare e fuorviare per tutta la prima parte: una donna apparentemente senza passato, in preda a una aggressività aspecifica che denota abusi e violenze, viene convinta ad apparire in televisione per potere essere identificata da qualche familiare. Viene riconosciuta dal padre e riportata al marito Krzysztof (Lukazs Simlat) e al figlio Daniel (Iwo Rajski) che ne avevano perso le tracce due anni prima. La regista polacca dimostra una maturità sorprendente nel guidare la sua protagonista attraverso una condizione che dovrebbe essere familiare ed invece è estranea. Tutto il perturbante della prima parte, amplificato da una scena onirica claustrofobica che evoca fantasmi lynchiani, deriva da questa asimmetria tra la nuova identità della ragazza perduta Alicja e la visione diametralmente opposta dei familiari che la catalogano nella moglie/madre Kinga. Se in un primo momento il cinismo e la ruvidezza di Alicja sono un vero e proprio sberleffo alle regole del focolare domestico (fuma in casa, passeggia nuda, tratta il marito come un oggetto sessuale, si mostra distaccata di fronte al figlio esclamando parolacce) con il tempo viene a montare una consapevolezza di albergare al proprio interno un’anima divisa in due che è causa della fuga psicogena diagnosticata dallo psichiatra. Essere intrappolati in una vita che non si riconosce come propria crea un perenne conflitto con tutte le forme d’autorità a cominciare da quella paterna e materna. Fingere per il proprio partner un amore inesistente è un circolo vizioso e frustrante. Sulle note profetiche di Lovers are Strangers di Michelle Gurevich, Krzysztof e Alicja mimano una danza semi catatonica che è un epitaffio su una storia d’amore mai esistita.

La fotografia di Jakub Kijowski ispirata dai lavori della pittrice Aleksandra Urban e dalle opere delle fotografe Evelyn Benicova e Cristina Coral, esalta le zone oscure e regala agli interni una glacialità da sala operatoria. Una delle scene più belle del film è quella di Alicja sulla spiaggia in preda alla confusione mentale e attraversata da un vento incessante che sembra strabordare dall’inquadratura. Il senso di perdita del sé è amplificato da un tappeto sonoro che in un certo momento mima il boato di una implosione psichica. E’ qui che la protagonista ha il momento di lucidità e svela il mistero della sua vita passata, tra foto di falsi sorrisi e video amatoriali che la riprendono mentre allatta.
Presentato a Cannes nel 2018 nella sezione Un Certain Regard, in corsa a Palermo per L’Efebo d’Oro Opere Prime e Seconde, Fuga è un coinvolgente incubo claustrofobico che si trasforma in una seduta psicoanalitica a cielo aperto. Mentre tutto il mondo familiare cerca di costringere Alicya a ritornare nei pesanti panni di Kinga, quest’ultima scompare in un gesto pazzo, spezzando le ultime catene che la vogliono costringere a strisciare per terra. E in questa ennesima fuga in un futuro ipotetico da donna libera, l’importante è non voltarsi indietro.

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Data articolo: Sat, 19 Oct 2019 08:57:31 +0000
silvia giulietti
Gli angeli nascosti di Luchino Visconti, di Silvia Giulietti

Il nuovo documentario su uno dei padri del Neorealismo, indagato tramite l'occhio dei suoi più stretti collaboratori, delinea una figura eterogenea di regista capace e di uomo esigente, ma bonario

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Un nuovo ritratto di Luchino Visconti, dipinto attraverso lo sguardo dei suoi più stretti (e meno noti) collaboratori.

Nella produzione iFrame Gli angeli nascosti di Luchino Visconti (2007), diretto e montato da Silvia Giulietti, già regista del documentario La morte legale (2018), si omaggia uno dei padri del Neorealismo, autore di titoli iconici quali Ossessione (1943), La terra trema (1948), Senso (1954), Rocco e i suoi fratelli (1960), Il Gattopardo (1963).

Vengono svelati i retroscena del lavoro del regista milanese, regalandone un’immagine inedita attraverso i ricordi di alcuni dei suoi più affezionati collaboratori. Per la prima volta (poi nel documentario biografico Luchino Visconti – Entre vérité et passion di Elisabeth Kapnist – 2016) si procede all’analisi a tutto tondo dell’autore, non limitandosi ad approfondire singoli argomenti (come in Documentario su L’innocente di Luchino Visconti di Mario Garbuglia o Le vie della recherche – Storia di un film mai fatto di Giorgio Treves – 2006), né a intervistare personaggi noti del mondo dello spettacolo (operazione condotta da Adam Low nell’episodio The life and times of Count Luchino Visconti, girato per la BBC nel 2003).

Se ne ripercorrono stavolta la carriera, i metodi di lavorazione, il carattere e la vita privata, attraverso curiosi aneddoti “confessati” da sei voci principali: i direttori della fotografia Daniele Nannuzzi, Federico Del Zoppo e Giuseppe “Peppe” Berardini; l’organizzatore di produzione Lucio Trentini; l’operatore alla macchina da presa Michele “Nino” Cristiani; il fotografo di scena Mario Tursi.

Proprio grazie alla testimonianza di quegli “angeli nascosti” (del titolo) dietro alla macchina da presa e dietro le quinte, in disparte, tanto silenziosi quanto fondamentali, possiamo guardare a Visconti da una prospettiva diversa, complessa e stratificata, di uomo burbero ma fedele ai propri ideali, di artista tenacemente e quasi religiosamente devoto alla messinscena e alla resa più autentica e minuziosa del reale.

Una figura quasi “venerata” dalla troupe di giovani e talentuosi professionisti, sinceramente onorati dall’opportunità di una così proficua collaborazione. Vengono inseriti nel film preziosi scatti (dal backstage dei set, ma non solo) tratti dai loro archivi fotografici privati (specialmente da quello di Tursi), come supporto alle riflessioni sviluppate in ciascuno dei capitoli “a tema” di cui si compone la struttura narrativa: tra i più interessanti, ricordiamo Leggende, Con gli attori, Regali, Il piacere della tavola, La malattia, L’eredità. 

Un quadro tutto sommato esaustivo, seppur forse carente, nei suoi 54 minuti, di video d’archivio e testimonianze dirette di Visconti. Tra discussioni e rappacificamenti, concentrazione e scherzi, timore e armonia familiare sul set, senza rinunciare a momenti conviviali di festa o di vicinanza nelle difficoltà personali, affiora un ritratto eterogeneo e molteplice: oltre che regista, determinato, curioso, innovatore (fu tra i primi a girare con tre macchine da presa contemporaneamente, per ridurre il numero di ciak e ottimizzare i tempi), anche uomo rispettoso e insieme suscettibile, esigente – in primis verso se stesso – ma paziente, in un rapporto autentico di complicità che solo i colleghi più vicini hanno potuto godere sino ai suoi ultimi giorni.

 

Regia: Silvia Giulietti
Interpreti: Federico Del Zoppo, Daniele Nannuzzi, Giuseppe Berardini, Michele Cristiani, Lucio Trentini, Mario Tursi
Distribuzione: Distribuzione Indipendente
Durata: 54′
Origine: Italia, 2007

 

 

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Data articolo: Sat, 19 Oct 2019 07:49:30 +0000
ron howard
#RomaFF14 – Incontro con Ron Howard per Pavarotti

Il terzo documentario sulla musica di Ron Howard, offre un ritratto umano e straordinario della vita del grande cantante lirico.

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“Fare un film significa avvicinarsi alla vita di qualcuno, ma con il documentario si parla di tanto materiale da mostrare su quella persona.”

Pavarotti, arriva dopo altri due documentari che Ron Howard ha dedicato al mondo della musica: The Beatles: Eight Days a Week, sul quartetto di Liverppool, e Made in America, sul music festival omonimo fondato da Jay-Z.

Dopo queste due straordinarie esperienze creative, è stato il produttore Nigel Sinclair a proporre al regista di fare un lavoro sulla vita del famoso tenore italiano Luciano Pavarotti. “Ero un fan dei Beatles, ma non ero a conoscenza di tutti i particolari del loro lavoro; e così è stato con Pavarotti. Ci sono tante persone che non conoscono l’opera, la sua vita e il suo lavoro e allora ho cominciato a leggere e scoprirne tutti gli aspetti straordinari”.

Pavarotti. Il solo nome significa forza, riecheggia nell’aria come una leggenda: artista straordinario, un padre, un marito, un uomo umile e di grande personalità. Per raccontare tutto questo in due ore c’è stato bisogno di un immenso lavoro di ricerca, con tante persone che hanno offerto il loro aiuto nel cercare di elaborare il materiale disponibile o per indagare sull’uomo e sull’artista nell’intimo e nel personale.

Sinclair ha spiegato come questo documentarsi sia stato un lavoro collettivo, possibile solo grazie alle persone che hanno vissuto Pavarotti, che si sono aperte in totale onestà davanti alla telecamera, raccontando gioie e dolori ancora scolpiti nel loro animo.

“53 persone hanno contribuito nella ricerca di materiale e nelle interviste. Ognuna di queste ha cercato di fare del suo meglio, perché tutti volevano raccontare Luciano Pavarotti con grande franchezza e orgoglio. È così che Ron Howard ha trovato l’uomo e l’artista di cui racconta, attraverso le persone.”

Per il regista di Apollo 13 e A Beautiful Mind riassumere una vita intera nel tempo cinematografico stabilito non è mai stata un’esperienza facile, soprattutto quando si vuole raccontare sia la parte creativa e professionale di un’artista sia quella che riguarda il privato, la persona che si nasconde lontano dal palcoscenico.

“L’aspetto più impegnativo è stato ridurre tutto in un unico film. Se si comincia a leggere e a fare ricerche ci si accorge che c’è sempre tantissima roba che si vuole far vedere. Ho scoperto che c’è davvero tanto da imparare su questo grande uomo, ed è per questo che è stato difficile scegliere solo determinati momenti per dare coerenza alla storia e soprattutto rispettare quelli che davvero conoscevano Luciano.”

L’interesse verso la figura di Pavarotti è andato ad amplificarsi man mano che la ricerca proseguiva. Nelle esibizioni del lirico che erano state mostrate in tutto il mondo, osservando attentamente, si può notare che c’erano istanti in cui quando cantava viveva davvero un momento di emozione forte: il regista e il produttore sono partiti proprio da questo punto, da quest’onestà.

“Così abbiamo scelto solo i video di quei momenti, che erano gli stessi che permettevano di vedere il genio artistico senza pari e allo stesso tempo una persona unica, indimenticabile.”

Naturalmente senza il consenso e l’aiuto della famiglia Pavarotti il documentario sarebbe rimasto senza quella parte intima dell’artista che invece viene fuori. Gli eredi hanno sempre difeso molto bene l’operato del maestro, motivo per il quale sulla carta non era un’impresa facile quella di convincerla sulla bontà dell’operazione e dell’omaggio alla persona. Fortunatamente, la famiglia si è fidata.

“Le tre sorelle, figlie di Pavarotti, ci hanno portato in una stanza piena di immagini tutte a colori e in bianco e nero e ci hanno detto: prendete quello che volete. Ecco, questo in genere le famiglie non lo fanno mai. Erano disposti a fidarsi al punto tale da condividere tutta la verità. Ci hanno dato materiale inedito dove emerge un Pavarotti onesto ma anche elementi che ritraggono un Pavarotti non sempre lusinghiero. Nel complesso abbiamo avuto il materiale giusto, quello che rispetta completamente la sua vita.”

La storia della famiglia é fondamentale nel documentario su Pavarotti. Ron Howard ha sottolineato come tutti facciamo parte di una famiglia e che questa ci permette di capire noi stessi e il nostro mondo. “Le loro testimonianze sono state molto coraggiose. Dalle interviste si vede il perdono, ma un perdono senza l’oblio, ovvero senza dimenticare il dolore che c’è stato. Io considero queste le lezioni più valide da tramandare al pubblico.”

Ron Howard ha infatti intercettato molto bene questa tematica nel film. “Tutte le famiglie cadono”, come ha sottolineato il produttore. “Ma l’aspetto più importante è che entrambe le famiglie dell’artista hanno parlato con estrema onestà e che, alla fine della sua vita, tutti si sono uniti intorno a lui.”

Pavarotti ha attraversato diverse vicissitudini che hanno condizionato la sua vita, quasi sempre in modo positivo. Il fatto che da bambino fosse quasi morto lo spinse a vedere ogni giorno come un’opportunità. Dallo schermo sembra quasi uscire il suo carisma, quello di un uomo che amava il prossimo più di se stesso, umile, benefattore, che ovunque andasse non dimenticava mai le sue origini: parlava sempre di Modena e viaggiava per i suoi concerti con la valigia piena di pasta e formaggi. Non dimenticava la campagna, e soprattutto non dimenticava mai di sorridere.
“Aveva questo sorriso da persona carismatica, ma oltre essere un artista e organizzare continui concerti di beneficenza, era un ambasciatore per l’Opera. Uno dei suoi progetti più importanti era voler portare l’Opera alla massa e, a suo modo, lo ha fatto, viaggiando in tutto il mondo e collaborando con pop star e gruppi rock.”

Un’idea che mai è piaciuta ai critici, che lo hanno spesso definito un “traditore” della lirica. Ma che ha affascinato Ron Howard, cineasta a sua volta poco etichettabile, con alle spalle una filmografia estremamente varia. Lui stesso si considera un artista cresciuto per lo più con la vita, con l’esperienza. E in questo il suo lavoro sui documentari ricopre un ruolo molto rilevante che lo arricchisce come essere umano. È lo stesso Howard ad azzardare un parallelismo con Pavarotti, che ammira e di cui ha per certi versi invidiato la vita. Anche lui vorrebbe lavorare sul set, stare con la sua famiglia e poi niente di più: “La famiglia e le persone amiche che hanno visto il documentario hanno detto: ‘È lui! Avete centrato sia l’uomo che l’artista.’ E questo è il più grande complimento.”

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Data articolo: Fri, 18 Oct 2019 18:23:18 +0000
Virginia Diop
#RomaFF14 – Bar Giuseppe. Incontro con Giulio Base e il cast

Bar Giuseppe di Giulio Base è alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Riflessi: il regista, Ivan Marescotti e Virginia Diop ne raccontano la genesi e i suoi temi universali alla stampa

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Il nuovo film di Giulio Base, Bar Giuseppe, è alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Riflessi, accompagnato dal regista e dai protagonisti Ivano Marescotti e l’esordiente Virginia Diop.

Quella narrata in Bar Giuseppe è una storia universale, che prende ispirazione da una delle più antiche narrazioni che fanno parte della cultura occidentale e mondiale: la vicenda di Giuseppe e Maria e della nascita di Gesù. Senza incentrarsi sull’aspetto religioso o della fede, è innegabile che ciò che è raccontato nei Vangeli si è radicato nella nostra storia, basti pensare al fatto che da 2019 anni scandiamo il tempo basandoci su quella nascita.

L’aspetto su cui il regista si è voluto concentrare, però, è la figura di Giuseppe come uomo, esule, padre, lavoratore.

Parlando del personaggio, Base ha affermato: “Questo è un film sul lavoro: Giuseppe lavora, dà lavoro e lo fa in silenzio. Nei Vangeli Giuseppe non parla mai. C’è bisogno di persone come Giuseppe: tace e lavora. In Ivano ho trovato una spalla in cui abbiamo avuto sincronia nell’affrontare la difficoltà per un attore di esprimersi senza parole”.

Viene quindi spontaneo chiedere a Marescotti come è stato per lui approcciarsi a questo personaggio, cosa ha pensato quando ha letto la sceneggiatura: “Non ho avuto idea di cosa leggevo fino a metà, anche se già a quel punto avevo deciso che dovevo fare questo film per il modo in cui è scritto. Poi: Lui si chiama Giuseppe, Lei rimane incinta e lui non l’ha toccata… e ho capito. Io sono ateo, ho visto la storia dell’uomo. Non conoscevo Giulio Base come regista, ma è stata per me una rivelazione molto positiva.”

Come più volte ha ripetuto, Base non ha voluto raccontare la storia di Giuseppe e Maria come esuli, migranti, condizione in cui lui si riconosce, avendo conosciuto la discriminazione in quanto figlio di immigrati (i genitori si trasferirono dal meridione a Torino nel dopoguerra), anche se “l’ho vissuta in maniera microbica, rispetto alla luttuosità di quanto avviene oggi”.

Ma ciò che emerge dal film è soprattutto un messaggio di speranza e di necessità di sentimenti come la compassione e la comprensione: Giuseppe ama i suoi figli anche quando si mettono contro di lui, nel suo modo silenzioso fatto di sguardi e carezze inespresse, accoglie Bikira e la sua famiglia, le dà un lavoro, ma anche affetto e la accetta, la lascia entrare nel suo bar, nella sua casa, nel suo cuore.

Virginia Diop, alla sua prima esperienza cinematografica, riassume così il suo personaggio: “Sul set ho capito davvero le sensazioni e i sentimenti che prova: l’amore che è più forte dell’amore comune, passionale, è un amore spirituale, intenso. Ciò che mi ha subito colpito del personaggio è stata la sua storia di profuga, orfana che viene adottata da piccola perché i suoi genitori sono stati uccisi dal governo, ha un passato difficile. Io non mi sono mai sentita migrante o diversa, ma a volte le persone per strada, per via delle mie caratteristiche fisiche, mi chiedono: ma di che origine sei? da che paese vieni? e io rispondo: sono italiana, sono nata a Roma”, ride. “Non dico che queste domande non possano essere fatte, solo che a volte si vedono delle caratteristiche ‘diverse’ in una persona e la si identifica come diversa, subito.”

Portare il progetto dalla carta allo schermo non è stato semplice, raccontano i produttori Samanta Antoniccola e Gennaro Coppola: “Quando Giulio ci ha raccontato l’idea che voleva realizzare, questa sfida, la abbiamo voluta subito cavalcare. Si deve però trovare un equilibrio, che ti viene solo se sei molto ispirato. Era un campo minato, è stato necessario un grosso lavoro di messa a punto iniziale e una grande capacità di scrivere per immagini cinematografiche“.

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Data articolo: Fri, 18 Oct 2019 16:44:14 +0000

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