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recensioni libri da kataweb.it

#libri #recensioni

recensioni libri

Così vicini, così Belushi "Un sacco di paesi sono così. Casematte ai confini, filo spinato, campi minati.E chi vive dall’altra parte? Esseri umani, uomini come me e te".Da Revolutionary road ad American beauty, la società americana, quella nata con il massacro dei nativi, ma che ha nella sua costituzione solo parole di libertà, ha sempre riservato un ruolo fondamentale alla figura archetipica dei vicini di casa.Nel famoso racconto di Carver intitolato I vicini, i protagonisti approfittano dell’assenza dei dirimpettai per visitare morbosamente una vita che non è la loro.I vicini hanno una natura doppia ma la stessa funzione: in un caso o nell’altro sono lo specchio della pochezza delle vite dei protagonisti, servono a svegliarli dal falso bagliore del sogno americano, quello per cui un avvenire luminoso può darsi solo a patto di una guerra. Ecco il messaggio implicito: dentro ogni famiglia ci sono sempre belve assetate di vendetta, dietro ogni sogno c’è una frustrazione. Così accade anche in Vicini di casa di Thomas Berger (1980).Il protagonista Earl Keese, ora che la sua figlia modello è al college, vive solo con la moglie in fondo al vicolo di un sobborgo paludoso, metà quartiere dormitorio metà campagna, quando riceve la tempestosa visita dei nuovi vicini, Harry e Ramona.I due — opportunisti, maleducati, egocentrici, l’incarnazione dello spirito libertarian ma individualista americano — sono l’occasione per Keese di smontare l’immagine della sua presunta famiglia perfetta e della sua vita.La débâcle si svolge in meno di due giorni, dominati da incidenti, incomprensioni, equivoci, conseguenze sempre più disastrose. Il film di John Avildsen del 1981 tratto dal libro — l’ultimo interpretato da John Belushi — riesce fino a un certo punto a rendere l’effetto comico e straziante del libro. Belushi e Dan Aykroyd, reduci dal successo di Blues Brothers, non riuscirono a replicarlo.Il meccanismo del libro è una diabolica discesa nell’inconscio, se lo si confonde con un semplice — seppur rocambolesco — gioco al massacro, non se ne coglie la potenza. La lotta è tra il caos e il cosmos. Il terreno di battaglia è l’anima di Keese, il filo delle sue paranoie, dei suoi errori e dei suoi tormenti in un ritmo scandito da esilaranti colpi di scena.Al contrario dei suoi contemporanei — Updike, Roth… — ovvero quelli definiti da D. F. Wallace i "Grandi Narcisisti", la scrittura di Berger sembra mossa da un amore infantile per i suoi personaggi. Per comprendere la sua visione, il suo humour mai derisorio, vale la pena accostare questo dramma da camera a Il piccolo grande uomo, il romanzo da cui fu tratto il film capolavoro di Arthur Penn con Dustin Hoffman.Tutta la normalità della pace americana si fonda sulla rimozione di una colpa secolare. E allora la tragedia contemporanea di Keese è la strenua difesa di valori di cui in fondo non è portatore.Ne Il piccolo grande uomo il rimosso serve a rovesciare lo stereotipo del western attraverso una dimensione comica-fiabesca, ne I vicini di casa ci porta a divorare il romanzo in uno stato febbrile, con un protagonista sempre più all’oscuro di un principio di realtà. Keese soffre di allucinazioni, col tempo si è abituato a considerare tali anche le cose vere. In altre parole, ha normalizzato l’allucinante.La violenza è normale: questo risulta dai suoi pensieri, i soli a cui abbiamo accesso. E questa diventa l’unica possibilità di stare nel romanzo, tra personaggi diffidenti e impegnati in una lotta di tutti contro tutti, nell’attesa maniacale di una ritorsione o del riscatto per un torto subito.Ma la violenza non solo è la norma, è anche il modo di relazionarsi con gli altri per ottenerne la stima, il rispetto e il favore. Ognuno diventa interessante solo quando alza la voce, mena le mani o minaccia di farlo. Si è violenti persino nel modo di scherzare. L’unica felicità che si può esperire è con la guardia alta, insinua Berger. L’altro, comunque e chiunque sia, è il nemico."Chiedo scusa se vi ho ferito, ma nella vita gli interessi spesso confliggono. Forse come vicini di casa possiamo essere neutrali, almeno, e non nemici attivi. Lo spero di cuore e farò tutto il possibile perché sia così" sembra alzare bandiera bianca Keese. Ma appena scoperto il fianco viene aggredito fisicamente da Harry.Ammettere la violenza, riconoscerla, gli servirà, anche a costo di subirla, per scoprire — forse troppo tardi — l’inconsistenza di questa guerra hobbesiana. Resta la speranza che nella fuga, in un mito della frontiera nuovo e sgangherato, possa ancora esserci il mondo degli affetti e dell’amicizia.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 17:21:40 +0000

recensioni libri

La bastarda sono io Dorothy Allison ci aveva già convinto con il suo primo romanzo, La bastarda della Carolina, uscito per la prima volta in Italia a ventisei anni dalla nomination al National Book Award del 1992. Ci aveva conquistati con la sua lingua cristallina e abrasiva, vicina a Grace Paley, a Flannery O’Connor, a Lucia Berlin; con la voce ferita della sua eroina: la giovane Bone, vittima di abusi da parte del patrigno; con la descrizione affettuosa di un mondo passato e ruvido, dove le donne partorivano a quindici anni e gli uomini finivano spesso in prigione(è quello che spregiativamente viene definito white trash: lo spaccato sociale delle famiglie bianche e povere americane). Ciò che colpiva più di ogni altra cosa – però – era la generosità dello sguardo di Bone, capace di cogliere ogni sfumatura psicologica, di rendere umano anche il patrigno Glenn. Di trovare una prospettiva per restituirci il personaggio più struggente: la madre, troppo giovane e disperata per capire l’atrocità che si consumava nella sua stessa casa; troppo bisognosa d’amore per evitare di perdere sua figlia.La bastarda della Carolina ha avuto alterne fortune: è stato apprezzato dalla critica ed è diventato un film diretto da Anjelica Huston, ma è anche stato censurato e bandito. Non era un memoir, quello, anche se prendeva spunto dai traumi subiti dall’autrice. Nasceva dall’urgenza di guardare la propria vergogna, di addomesticare il dolore."I romanzi che amavo di più erano quelli che alimentavano il senso di meraviglia nei confronti della vita, senza però negare la complessità e l’orrore che a volte accompagnano tale stupore" scriveva Allison nella postfazione. Il punto era – grazie alla forza della fiction, alla sua capacità di raccontare una verità più ampia dell’autobiografia – quello di restituire forza e autostima a chi aveva subito uno stupro.Eppure nel 1995, a tre anni di distanza dal suo acclamato romanzo, in una specie di percorso inverso, Allison approda proprio al memoir e ci regala questo Due o tre cose che so di sicuro, edito adesso da minimum fax per la traduzione di Sara Bilotti. Un libro che si sfoglia come un album di famiglia e, di fotografia in fotografia, suona come una ballata.In Due o tre cose che so di sicuro si ha la sensazione di avventurarsi nel diario di un romanzo: fatti, visi, persone che hanno contribuito a dar vita alla storia struggente di Bone, la bastarda della Carolina. Torniamo nei luoghi d’infanzia della scrittrice, posti che sanno di "erba bagnata e tagliata, mele verdi spaccate in due, merda di neonato e bottiglie di birra, trucco scadente e benzina".Ci sono zia Dot, zia Grace e una madre bellissima, incapace di gestire il proprio fascino. Allison fa una carrellata di volti: una catena genetica di disperazione. "Le donne della mia famiglia erano misurate, mascoline, asessuate, generatrici di bambini, di fardelli e di disprezzo… Siamo quelle sullo sfondo con le bocche aperte, i vestiti stampati o i pantaloni coi lacci e i camici senza colletto, brutte, vecchie, esauste. Solide, stolide, coi fianchi larghi, macchine per fare figli". Ragazze che non sono mai state vergini, neanche quando lo erano davvero.Scrivere per salvarsi, scrivere come forma di resistenza. In Due o tre cose, c’è una frontalità dolorosa, un’ambivalenza dichiarata: l’amore disperato per qualcosa e qualcuno di cui si prova orrore. Da cui si vuole fuggire, ma che non si vuole dimenticare.Allison ci racconta dello stupro subito dal patrigno con parole laceranti per la loro consapevolezza. Racconta della violenza come qualcosa che svuota per sempre la realtà e mette tutto su un piano inclinato. La sessualità, il desiderio, i sentimenti scivolano via, e prendono percorsi obliqui."Il sesso era un gioco, un’arma o una droga. Il sesso era qualcosa di familiare. Ma l’amore, l’amore apparteneva a un altro universo". Lo stupro non smette mai di accadere. La vittima si porta dietro quell’azzeramento: deve imparare da capo ad amare, ad avere rapporti, a riappropriarsi del suo corpo."A ventiquattro anni cominciai a frequentare un corso di karate e imparai per la prima volta a correre per un motivo diverso dalla paura". Vediamo questa donna giovane e goffa affaticarsi in movimenti ed esercizi marziali.Sudare, cadere, cercare una coreografia capace di riconsegnarle l’amore per la propria persona, o almeno un senso d’appartenenza.Il confine tra realismo e fiction è sempre labile, ma l’unica cosa che conta è riscrivere sé stessi. È quella la verità anelata: scrivere ciò che è stato per capire ciò che si è diventati (in questo caso una femminista, un’omosessuale, una madre).La bastarda della Carolina rimane il grande libro di Dorothy Allison. Due o tre cose che so di sicuro è come un’eco piena di dolore.È la storia che ha reso possibile il romanzo e rappresenta la fiera esigenza di non dimenticare. Di salvarsi, ma soprattutto di salvare dall’oblio una famiglia di poveri, ubriaconi, violenti e disperati. Salvarli tutti, anche il patrigno causa di ogni dolore. E poter dire così che, dopotutto, quella è stata la propria vita.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 17:13:13 +0000

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Una Schindler di nome Irena Il signor Bauman ama sedersi su una panchina, nel parco.Sotto le palpebre dei suoi occhi vecchi e stanchi scorrono i ricordi di un tempo doloroso e lontano. Perché un tempo Bauman è stato un bambino di Varsavia: il piccolo Szymon con i pantaloncini corti, un fuciletto di legno e una sorellina di nome Chana. Finché non è arrivata l’invasione tedesca della Polonia, con la persecuzione degli ebrei e la creazione del ghetto. Nella sua memoria i ricordi di quei tempi sono ancora nitidi.E nitida e terribile, eppure piena di speranza, è la storia del suo salvataggio che la polacca Renata Piatkowska narra in Tutte le mie mamme, appena tradotto in Italia.Chiuso in un povero appartamento del ghetto con la mamma e Chana, dopo che il padre è stato catturato dai tedeschi in una retata, Szymon guarda la vita di quell’umanità reclusa con occhi di bambino: nella realtà c’è la "catena dei cucchiai" grazie alla quale dalla casa dei vicini arrivano ogni tanto un po’ di riso bollito o una patata.Ma lui e Chana, piegati come tutti dalla fame, gustano con l’immaginazione i cibi più squisiti dell’infanzia che hanno dovuto abbandonare: zuccherosi strudel e soffici bagel, il pane del sabato con il miele, la zuppa fumante e gustosa. Finché i soldati non vengono a prendere Chana e la portano all’Umschlagplatz, da cui si parte, senza ritorno, per Treblinka. Finché la mamma non si ammala e un giorno si presenta alla porta un’infermiera che nel ghetto tutti hanno imparato a conoscere.Si fa chiamare Jolanta, e di sé dice: "Sono come un grande armadio ambulante", perché sotto il cappotto nasconde cibo, vestiti, medicine. Sarà lei, la polacca Jolanta, a farlo uscire dal ghetto nascosto in un camion, in uno scatolone vuoto del sapone, e ad affidarlo a una famiglia, poi a un’altra ancora.Szymon diventerà Sta?, imparerà l’Ave Maria e il Padre Nostro per ingannare i vicini, sopravviverà grazie alle nuove mamme che lo accudiranno. Ma non dimenticherà chi è, perché Jolanta ha scritto la sua vera identità e quella fittizia, insieme a quella degli altri piccoli che ha salvato, e ha nascosto i foglietti in un barattolo e poi l’ha seppellito in un giardino.Solo dopo la guerra Bauman scoprirà che Jolanta era Irena Sendler. Grazie al suo impiego nei servizi sociali e al suo lasciapassare per il ghetto, la giovane infermiera creò una rete che portò in salvo 2.500 bambini ebrei, e fece sì che non perdessero le tracce della loro identità.Prima di morire, nel 2008, disse allo scrittore Marek Halter: "Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai". Tutte le mie mamme parla con grazia di un’immane tragedia e illumina la vita, a lungo poco conosciuta, di una donna coraggiosa. Capace di sperare in un tempo migliore. In cui, nuovamente, poter chiamare ciascuno con il suo nome.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 16:38:51 +0000

recensioni libri

Viaggio al centro delle fiamme Mentre a Parigi non cessano le rivolte dei Gilet Gialli, e l'assalto a un ministero con tanto di carrello elevatore evoca i fatti che portarono alla presa di Versailles, uno smagliante Michel Houellebecq invade le librerie con "Serotonina" (La nave di Teseo, 19 euro). Fin dai suoi esordi, il maggior scrittore francese contemporaneo - e il più irriverente - ha saputo mostrarsi profetico in modo inquietante.E la storia dell'agronomo protagonista del suo nuovo, straordinario romanzo, non ne è che la conferma.C'è una Francia repubblicana che pare in stato di decomposizione. Il suo antieroe, Florent-Claude Labrouste, nato non a caso all'epoca della prima crisi energetica, ha 46 anni.La vita sentimentale è stata un disastro. Solo, frustrato, depresso, torna in Normandia, dove vive la sua ex Camille. E ritrova Aymeric, aristocratico che ha scelto di condividere l'esistenza sempre più miserevole degli agricoltori nel contesto di un paesaggio devastato dalla globalizzazione: al punto da dare vita a una rivolta con donchisciotteschi blocchi stradali contro il liberismo e la corsa alla produttività.Tra grassi turisti tedeschi e vecchi pedofili, il romanzo può essere letto come atto d'accusa contro il capitalismo finanziario, come radiografia della crisi del maschio bianco etero contemporaneo, o come foto impietosa della decadenza del modello occidentale.L'autore presta più che volentieri il fianco alle polemiche. Ma che importa se è un maschilista indifferente al #metoo o se considera Trump il miglior presidente Usa? A noi interessa l'opera. E "Serotonina" è puro Houellebecq, al meglio del suo houellebecquenismo. Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 16:38:44 +0000

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La banalità del Male (e dell’amore) Inquinamento razziale. Che parole terrificanti per definire una storia di amore.Eppure sono state pronunciate, in un’aula del Tribunale speciale di Norimberga, durante gli anni più cupi del Novecento. E non importa che la giovane interrogata, una ragazza bionda di neanche trent’anni, giurasse di non avere mai avuto alcun rapporto sessuale con quell’uomo anziano e rispettabile, carissimo amico del padre. Come potevano crederle? Lui era ebreo.Giovanni Grasso, giornalista parlamentare e saggista, dal 2015 consigliere del Presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione, si è imbattuto nella sua vicenda processuale durante la lettura di un libro formidabile: La distruzione degli Ebrei d’Europa di Raul Hilberg.In poche righe era descritta la storia di un commerciante condannato per inquinamento razziale, reato previsto dalle leggi naziste di Norimberga. Nasce così Il caso Kaufmann, romanzo che dietro la maschera dei personaggi nasconde la Storia e la meschinità degli uomini.L’arresto, il processo e la sentenza sono reali. I dialoghi e la biografia interiore dei protagonisti no. Quel commerciante, che nella realtà si chiamava Katzenberger, viene ritratto nel momento più buio della sua esistenza, quando rimasto vedovo porta sulle spalle il destino della comunità ebraica della città.È cieco di fronte alla violenza nazista: non riesce a credere che le persecuzioni possano sfociare nello sterminio, ha fiducia nell’anima cristiana, borghese, moderata e mercantile della Germania.Qualcuno fermerà Hitler. E dunque invita alla calma i giovani che invocano la costituzione di una milizia ebraica armata e l’espatrio di massa. Per quanto un uomo può continuare a ingannare sé stesso? Grasso cerca nelle pieghe del suo personaggio una motivazione per la cecità e la trova nella più antica delle follie, l’amore.Nella vita di Kaufmann piomba Irene, che ha vent’anni, è bella e odia i nazisti per istinto. Tra loro scatta qualcosa: amicizia, stima, affetto e anche desiderio. Non che sia andata così nella realtà, ma poteva essere: l’amore e la tragedia camminano spesso uno accanto all’altra.Mentre i due si ritagliano un angolo di dolcezza in un’epoca dominata dalla follia, Grasso insegue gli altri. Gli abitanti del quartiere, i vicini di casa contaminati dal Male, i comuni cittadini che decisero di dare una lezione di decenza e poi se ne lavarono la coscienza perché quelli erano i tempi, le leggi le facevano i potenti e loro non potevano certo sapere come sarebbe andata a finire.Ed è qui, nella descrizione dei pettegolezzi, delle voci e delle malevolenze, che il romanzo acquista il suo valore più autentico, invitandoci a riflettere sulle conseguenze dell’odio e sull’importanza delle parole.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 16:23:12 +0000

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Il giorno più lungo È un racconto bellissimo: di un'asciuttezza tale da rendere ancora più forte la commozione.C'è un uomo qualunque, un anonimo romano senza qualità, senza desideri - uno che si trascina sperando solo di non dare nell'occhio.Un mattino di settembre del 1938, mentre sui banchi del mercato fa «invitante mostra di sé la prima uva pizzutella», Enrichetto Norzi scopre dal giornale l'entrata in vigore delle leggi razziali. È incredulo. Ne parla con la donna che gli affitta una stanza.Lui si sente - forse ancor prima che ebreo - romano, come i tramonti che ogni sera contempla da Ponte Sisto. La padrona di casa lo protegge come può, considerandolo quasi un marito. Ma a Enrichetto - disperatamente (e dignitosamente) solo - le leggi razziali negano perfino il diritto alla solitudine: è inchiodato con violenza a un'identità che non ha scelto. Antonio Debenedetti racconta la ferocia della Storia dal piccolo cuore di un signor nessuno, privato anche della possibilità di restare quel signor nessuno.Nell'introduzione a "Quel giorno quell'anno" (Solferino libri, pp. 80, 10 €) Debenedetti parla della profonda ferita del suo orgoglio di figlio: «Questa ferita riguarda l'umiliazione impressa dalle leggi razziali a mio padre, l'ebreo Giacomo Debenedetti», il grande critico, l'autore di "16 ottobre 1943"Davanti al razzismo «che oggi osa rialzare la testa», lo scrittore - nato l'anno prima delle leggi razziali - riannoda in questo libro diversi fili del suo lavoro. E mentre interroga l'umano, con pietà per tutti gli Enrichetto della storia e del presente, sfida la coscienza del lettore. Rimettendolo di fronte alla scandalosa evenienza per cui "quel giorno quell'anno" si può impedire a qualcuno di esistere. Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 10:53:54 +0000

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L’uomo senza verità Una nostalgia perenne ed inguaribile. Ai lettori dello struggente "Quartetto di Alessandria" di Lawrence Durrell nel 1960, o nei primi anni Ottanta quando Einaudi pubblicò nei "Nuovi Coralli" "Justine", o nel 2003, quando incluse nell'"Arcipelago Einaudi" i successivi volumi "Balthazar", "Mountolive" e "Clea", non sembrerà notizia da poco il ritorno in libreria di "Mountolive", nella nuova traduzione di Bruno Tasso e con la prefazione dello scrittore Matteo Nucci.Perché l'indagine sull'amore e sulla politica che l'autore inglese conduce è tra le operazioni più affascinanti della letteratura del Novecento: un rompicapo dove niente è come appare.Dove ogni libro racconta la stessa vicenda, da punti di vista diversi. E dove tutto quello che pensavamo di aver capito prima è messo in discussione, in modo altrettanto convincente, subito dopo. Perché non importa, in fondo, quale sia la verità: ciò che conta della realtà è l'interpretazione che ognuno ne dà.Solo Alessandria d'Egitto, porto di mare, di allumeuses affaccendate al narghilé e città dalla raffinatissima eco culturale, è vera, avverte lo scrittore, vorticoso e travolgente a partire dalla biografia: nasce nel 1912 a Jalandhar, in India; a 11 anni va a studiare in Inghilterra; si trasferisce a Corfù, da dove fugge all'approssimarsi dell'invasione nazista nel 1941 per spostarsi al Cairo. Spia per il ministero degli Esteri, amico per 40 anni di Henry Miller, in viaggio in Argentina, in Jugoslavia. Poi a Cipro, infine Sommerières, in Provenza.Il grande successo, al punto da sfiorare il Nobel. La malattia, il declino, il suicidio della figlia, che lo accusa di "incesto psicologico". E un capitolo a sé è quello delle donne: svariati matrimoni, crolli nervosi, abbandoni, passioni irriducibili: «Lawrence distrugge le sue donne», scrisse il fratello Gerald, zoologo, esploratore e scrittore anche lui ("La mia famiglia e altri animali", Adelphi; "L'isola degli animali", Neri Pozza).Una densità esistenziale, e un'infinità di sguardi, che definiscono un'idea di romanzo. Modellano l'immaginario del lettore. Ne influenzano il rapporto con la lettura. Persino, forse, con i sentimenti. L'idea di verità, di certo, è quella che ne esce più stravolta: perché «la verità è ciò che più si contraddice», dipende dai punti di vista, che abbagliano e la negano.Deoggettivizzazione che nutre ora il virale tema della verità come questione secondaria. «Non ci sono fatti, solo interpretazioni» lo aveva detto già Nietzsche. Durrell segue la scia. Dopo averlo letto, non c'è teoria su post-verità, su verità alternative o "fashionable nonsense" in grado di stupirti. Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 09:47:37 +0000

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Ti vedo scritto su tutti i Muri Il Muro è un labirinto. Sfidarlo significa pensare di aver trovato la via d’uscita mentre subito un’altra barriera si alza a separare le persone, a incidere la carne viva della convivenza, a spezzare la linea mai retta della Storia. Eppure sfidarlo si può.Lo hanno fatto in tanti, ma alcuni di questi lo hanno fatto di più. Sono gli ostinati, i visionari, i guerrieri della pace. Quelli che fino all’ossessione hanno dato — e talvolta donato — la propria vita in nome della lotta alla cultura del conflitto, del sopruso e della discriminazione.Con L’Età dei muri. Breve storia del nostro tempo, lo storico Carlo Greppi conferma la sua abilità nel raccontare i fatti del Novecento con il piglio del narratore, anzi fa un deciso passo in avanti nella ricerca di un format capace di coniugare la passione per le vicende individuali al rigore della ricerca storica, il pathos romanzesco ai documenti e alle testimonianze.Asciugando con esattezza qualche eccesso di "letterarietà" delle prove precedenti, Greppi sembra aver trovato il giusto equilibrio con questo libro che sorprende anche per il punto di vista da cui si osserva il delicato oggetto preso in esame. I muri, appunto: cos’altro si può scrivere e dire intorno a un tema di tanto febbrile e perfino abusata attualità?La risposta a questa domanda porta i nomi di Emanuel Ringelblum, storico che nel ghetto di Varsavia spenderà ogni sua energia per raccogliere — e lasciare in eredità a chi verrà dopo — un imponente archivio sulle violenze e lo sterminio hitleriano; Joe J.Heydecker, soldato della Wehrmacht con il pallino della fotografia che, inorridito dal nazismo, scavalcherà la barriera di mattoni che nella "Parigi dell’Est" separa gli ebrei da tutti gli altri; John Runnings, alias Wall Walkers, il "camminatore di muri", attivista canadese che negli anni Ottanta a Berlino divenne celebre per la sua battaglia tutta fisica contro il simulacro più odioso della cortina di ferro; Robert Nesta Marley, per tutti noi Bob Marley, che l’autore segue nella sua persistente ricerca di una via che conduca all’unità tra gli esseri umani: one love, one heart, one destiny.Così distanti e così vicini, ci dice Greppi servendosi delle loro biografie per mettere a fuoco l’inquietante coazione a ripetersi dell’"età dei muri"; sono vite tragiche, come quella di Emanuel che non vedrà la fine della guerra, ma anche leggendarie come nel caso di Marley o dolcemente inquiete (Runnings e Heydecker); sono esistenze che seguiamo lungo il decorso esaltante e spaventoso del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, senza mai mollarle, anche quando i loro percorsi si avviano sulle strade più diverse, apparentemente prive di connessioni e invece sempre convergenti nelle intenzioni e nell’obiettivo finale: bruciare le frontiere.Nascono così, tra le righe appassionate di queste quattro straordinarie biografie, le pagine di crudo realismo dedicate alla vita quotidiana nel ghetto, le testimonianze agghiaccianti sulla superficiale disinvoltura con cui gli Alleati affrontarono la Shoah, le ricostruzioni non scontate dei processi di liberazione nel terzo Mondo.Il perimetro di un pianeta che non sa andare oltre il suo schema chiuso, oppositivo e militare, ciclico e globale perché il rebus della stupidità umana è scritto ovunque: sui moduli in cemento armato che hanno marcato per decenni il confine tra Est e Ovest a Friedrichstrasse, dietro alle palizzate dove i ricchi brasiliani si autoimprigionano in cerca di sicurezza, lungo il filo spinato che a Belfast punteggia gli anni della guerra civile, accanto alle banchine dei porti che restano chiusi per i migranti.Un rebus che si scioglie e ogni volta si ripropone, trasformandosi e sempre aggiornandosi, quasi un serpente che morde la sua stessa coda, dal Sud degli Stati Uniti al cuore (di nuovo!) della civilissima Europa. Fino a quando, almeno, il grido di un ragazzo giamaicano con il cuore piantato in Africa non diventerà l’inno di un mondo che oggi non riusciamo più nemmeno ad immaginare. One love.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 05:25:43 +0000

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La versione di Berney L’incontro casuale tra due persone in fuga. Lui, un mafioso di medio livello, alle prese con un segreto troppo scomodo. Lei, moglie di alcolista in un paesino della profonda provincia americana, tormentata dall’idea che l’esistenza sia solo amarezza e routine.Uno scappa perché sa di sapere troppo. L’altra perché sa di sapere troppo poco (del mondo).Opposti destinati a condividere un pezzo di strada e di vita, a coprirsi le spalle a vicenda, a sognare un futuro migliore.Sullo sfondo di un Paese che proprio in quegli stessi giorni i sogni li vede andare in frantumi. Spazzati via dai proiettili che colpiscono a morte il suo presidente, mentre sfila in auto lungo le vie di Dallas.Il vero colpo di genio di November Road, thriller solido e avvincente scritto dallo scrittore dell’Oklahoma Lou Berney (giunto al quarto romanzo), è tutto qui: nella scelta del momento storico in cui si svolge la vicenda, all’indomani dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.E non solo perché siamo in un momento, peraltro già abbondantemente arato da cinema e letteratura, in cui la storia americana si avvita su sé stessa, con ovvi effetti drammatici. Ma anche perché la fine dell’ingenuità e delle illusioni che il delitto JFK incarna sono uno specchio perfetto di ciò che accade ai due protagonisti, Frank e Charlotte: anche loro, in quel novembre del 1963, sono costretti a fare i conti con una realtà molto diversa, rispetto alle speranze e alle aspettative coltivate fino a qualche attimo prima.La storia comincia quando Frank, scagnozzo in ascesa in un clan di New Orleans, capisce di essere stato coinvolto in un’operazione che scotta. E dunque il suo boss non può che volerlo morto, per avere la certezza del suo silenzio. Non ha scelta: deve andarsene, rinunciando a una carriera da distributore di mazzette, al rispetto che gli viene tributato in quanto uomo d’onore, alle attività da seduttore locale. Intanto, a un migliaio di chilometri di distanza, Charlotte, madre premurosa di due bambine belle e intelligenti, vive di rassegnazione, costretta a portare avanti la finzione della famiglia perfetta di fronte a un marito che sa solo ubriacarsi e deluderla.Ma nello spazio di un mattino, in segreto, carica bagagli e figlie in macchina e decide di trasferirsi più lontano che può. Caso o destino, nel suo accidentato percorso verso la libertà incontra lui, il criminale ricercato da ogni mafioso d’America: i due decidono, per ragioni diverse, di condividere l’auto in un tratto del viaggio. Con un crescendo di tensione e di complicazioni che, come in ogni thriller che si rispetti, si scioglieranno solo nell’epilogo. In un Paese che dal lutto per il presidente si prepara a entrare nella sua fase successiva: quella dell’escalation in Vietnam.Ed è proprio grazie a questi riferimenti storici, al suo agganciarsi perfettamente all’attualità di allora, che November Road si rivela una lettura appassionante, un intrattenimento di ottima qualità. Grazie anche alla credibilità dei personaggi (compresi i secondari), a una giusta dose di complottismo sul caso JFK e a una spruzzata di sentimentalismo che non guasta, visto che non toglie nulla all’adrenalina generale.E poi non dobbiamo dimenticare il fascino eterno delle avventure "sulla strada", sottogenere trasversale ai generi in cui la letteratura a stelle e strisce dà il meglio di sé: con il suo corollario di stazioni di servizio polverose, motel dagli odori stantii, bar lungo le statali dove cameriere stanche versano una tazza di caffè dopo l’altra. Quell’America che, da Woody Guthrie ai fratelli Coen, non smette di farci sognare. E di inquietarci.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 16 Jan 2019 02:32:34 +0000

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Road movie di famiglia In questi anni editorialmente ipertrofici, escono di tanto in tanto libri necessari. Innanzitutto per chi li scrive, ma anche per chi ha la fortuna di leggerli. È il caso di "Censimento", dell'americano Jesse Ball (NN Editore, trad. Guido Calza, 262 pagine, € 18).Dedicato al fratello dell'autore, Abram, affetto dalla sindrome di Down e deceduto a 24 anni dopo essere diventato tetraplegico - le immagini di famiglia che completano il volume non lasciano dubbi su quanto di personale ci sia - "Censimento" è un oggetto di non facile catalogazione: un po' fiaba come può esserlo "America" di Kafka, un po' romanzo distopico, un po' storia on-the-road che vede protagonisti padre e figlio come nell'indimenticabile "La Strada" di Cormac McCarthy.Qui però il paesaggio senza nome non è ridotto a landa desolata da un disastro naturale o nucleare. Il padre, un ex chirurgo vedovo che sa bene di non avere più molti giorni di vita, accetta un incarico misterioso dopo un'esistenza trascorsa a fare da scudo al figlio con sindrome di Down. Dovrà mettersi in viaggio, cosa che ha sempre desiderato ma non ha mai fatto per via del figlio, e vestire i panni del rilevatore di dati anagrafici di perfetti sconosciuti.Come nei migliori road-movie, la coppia che si muove verso il Nord del paese si ritrova a inanellare incontri inaspettati: «Spesso ci venivano incontro, uscivano di casa». Ed ecco la tipa ninfomane con sorella disturbata, un detective inquietante, persone felici di farsi intervistare, altre che non vogliono saperne. E una domanda che non abbandona il padre: chi si occuperà di mio figlio quando non ci sarò? «La carne è un continuo». Ma quando la morte spezza un amore, come fare? Censimento è una lettera d'amore. Un libro fatto d'innocenza e crudeltà. Da non perdere per nessun motivo. Data articolo: Fri, 11 Jan 2019 18:56:54 +0000

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L’uomo con tante qualità Ah che piacere, e in un certo senso che liberazione - in tempi di narrative non fiction, di biografie che vogliono essere romanzi ma non abbastanza, memoir narrativi e narrazioni ibride -, che gioia leggere un vero romanzo, senza se e senza ma, un vecchio classico eccellente romanzo, per giunta senza commissari che indagano, atmosfere horror o padri che stuprano & figli che si drogano: uno di quei bei romanzi d'antan, ben scritti, colti, indifferenti alle mode e ai generi, con molte cose da dire sul mondo ma senza gridarle a ogni giro di pagina,nessun desiderio di scandalo, e magari proprio per questo perturbanti, difficili da dimenticare - perché i buoni romanzi parlano sempre e soprattutto di noi, cioè delle nostre miserie, prendendoci a pesci in faccia ma senza scuse né fronzoli né compiacimenti.Sto parlando di "Nemici", sottotitolo "Una storia d'amore" (Adelphi, traduzione di Marina Morpurgo, pp. 257, € 18) dello scrittore premio Nobel nel 1978 Isaac Bashevis Singer (1904 - 1991).La storia uscì a puntate su un giornale, negli Usa, nel 1966. Era scritta in yiddish e nel '72 fu tradotta in inglese e in italiano. Nell'89, Paul Mazursky ne trasse un film con Anjelica Huston. Poi il libro finì nel dimenticatoio. Ora vive una nuova giovinezza al punto che il volume è entrato nelle classifiche dei best-seller.La storia è quella di Herman, ebreo polacco scampato ai nazisti grazie a una connazionale contadina, Jadwiga, che ha sposato, lasciando con lei l'Europa per la New York dell'immediato dopoguerra.Nella Grande Mela, Herman, uomo senza qualità pur possedendone più d'una, conosce e si innamora di Masha, altra figura di scampata ai lager, nevrotica ed esigente, sensuale e minacciosa.In patria, prima dell'orrore, Herman era sposato con Tamara, da cui aveva due figli, ma tutti e tre sono stati uccisi. Invece no. Tamara ritorna dal passato, per complicare la vita già complicata del protagonista.Romanzo sull'amore come conflitto e interminabile menzogna, è una delle migliori letture di quest'anno. Data articolo: Fri, 11 Jan 2019 18:03:51 +0000

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Il sogno della nuova Africa Spazio di protezione dei fantasmi e dei sogni altrui, stretta nella dialettica tra euforia e disperazione, l'Africa può fondare un'utopia attiva, ed essereil polmone spirituale del mondo.È la tesi di Felwine Sarr, sociologo ed economista senegalese, in "Afrotopia" (Edizioni dell'asino, pp. 130, euro 15, trad. di Livia Apa). La costruzione dell'Afrotopos, «questo luogo altro dell'Africa», comincia «da una distruzione, quella del mimetismo e dell'elusione di sé», scrive l'autore, co-direttore con Achille Mbembe degli Ateliers de la Pensée di Dakar e Saint-Louis.Il mimetismo non è altro che il «desiderio di esserci nella foto di famiglia, vestito come tutti gli altri». Anestetizzante e mortifero, è la fine della poiesis. Sarr fa sua la critica del pensiero anticoloniale (Aimé Césaire, Frantz Fanon) al mimetismo socio-culturale. Pensa l'Africa «fuori dai sentieri già segnati, oltre le teleologie sociali », oltre la cosmologia occidentale, fuori dallo sviluppismo, «uno dei mitemi più potenti della nostra epoca».Per quanto necessari, movimenti come la négritude «hanno compiuto la loro missione». Oggi si tratta di favorire, per dirla con Wole Soyinka, «un apprendimento di sé attraverso di sé, senza riferimento all'altro», «articolare una proposta africana di civiltà fuori della dialettica della reazione», oltre la soluzione del métissage, ibridismo, creolité. «Pensarsi, rappresentarsi, proiettarsi». Solo così, «contro la marea l'Africa potrà prendere il largo». Data articolo: Fri, 11 Jan 2019 15:58:58 +0000

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La bambina che uccide i giganti Barbara Thorson è un'undicenne asociale: indossa grandi orecchie da coniglio e gela compagni di classe e insegnanti con un sarcasmo davvero insolito per la sua età. La ragazzina ama solo il gioco di ruolo Dungeons & Dragons, dove è un master implacabile nell'eliminare i giocatori. Nella vita però uccide i giganti che minacciano la cittadina costiera dove vive, anche se nessuno le crede.Questa immane responsabilità non la rende immune dalla paura di salire al primo piano dell'abitazione dove vive con la sorella maggiore: lassù, infatti, c'è un orrore che nemmeno lei è in grado di gestire."I Kill Giants" (Bao Publishing, pp. 240, € 19) è la nuova edizione arricchita del pluripremiato capolavoro sceneggiato dallo statunitense Joe Kelly che, esorcizzando un trauma personale, abbandona qui le abituali atmosfere superomistiche (tra i suoi crediti "Deadpool" e "Superman"), lanciandosi in un commovente romanzo, a cavallo tra la realtà e la fantasia, sulla fatica dell'accettazione del lutto.I disegni sono di J.M. Ken Niimura, madrileno di origine nipponica, che interpreta la vicenda in un bianco e nero fortemente espressivo. "I Kill Giants" è diventato anche un film (ora su Netflix), sempre sceneggiato da Kelly, diretto dal danese Anders Walter, con Madison Wolfe (Barbara) e Zoe Saldana (la psicologa della scuola). Data articolo: Fri, 11 Jan 2019 12:09:08 +0000

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La vera storia di Cleopatra è un dark-thriller politico Senza Cleopatra il mondo non sarebbe lo stesso.La sua bellezza leggendaria, la sua intelligenza spiazzante e la sua cultura raffinata ne hanno fatto l’indiscussa primadonna sulla scena dell’antichità. La protagonista assoluta di quel periodo tempestoso che va dall’uccisione di Cesare alla nascita dell’impero augusteo.Adesso, tutto quello che avreste voluto sapere sulla mitica regina e che non avete mai osato chiedere, lo trovate nel nuovissimo libro di Alberto Angela, Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità (Rai Libri e HarperCollins, pagine 446, 20 euro).Un testo, dotato di immagini e cartine, che illumina il pubblico e il privato della donna più chiacchierata, amata e odiata di sempre. Angela, con il talento del narratore e l’immediatezza comunicativa del divulgatore ricostruisce l’affaire Cleopatra seguendola come un reporter. Minuto per minuto, ora per ora, domus per domus.La pedina con il suo passo felpato, mettendo sempre i fatti al centro della narrazione.Sia gli eventi storicamente accertati, sia quelli ricostruiti attraverso indizi, congetture, intuizioni. Il risultato è un affresco storico avvincente e convincente. Pieno di azione e di emozione.Come quando racconta la reazione della sovrana d’Egitto che, nella sua lussuosa villa al di là del Tevere, riceve la notizia dell’assassinio di Cesare. In quel momento in cui il futuro del suo Paese e dell’intero Mediterraneo è sospeso come sulla lama di una spada, il crollo del suo progetto politico si sovrappone alla fine del suo sogno d’amore e alla sua inquietudine di madre per la sorte del figlio Cesarione.E mentre il popolo romano interrompe i festeggiamenti in onore della dea Anna Perenna si chiude in casa fra timori e tremori.L’autore lancia i protagonisti della vicenda come dadi sul panno verde della storia. Antonio, Bruto, Cassio, Ottaviano, Agrippina, Mecenate. Col trascorrere delle pagine «questi dadi, rotolando e piroettando, prima di fermarsi mostreranno una faccia vincente, poi una perdente, poi di nuovo una vincente e così via, in un crescendo di tensione in cui non si capirà mai chi stia per trionfare».Da narratore accorto, Angela crea e ricrea, sequenza dopo sequenza, un clima di suspence, come in un giallo di cui è noto l’epilogo, ma sono molto meno chiare le trame e i retroscena che conducono il thriller verso la sua conclusione. Insomma oltre l’aspide c’è di più. C’è perfino il sospetto che fosse un cobra. O addirittura che la donna abbia bevuto un cocktail letale, il che scagionerebbe il serpente.Angela sottopone la vicenda a un trattamento cinematografico. Pieno di inquadrature inaspettate, di particolari dimenticati, di messe a fuoco rivelatrici. Come quella dove Cleopatra, vestita da Afrodite sotto un baldacchino d’oro nella sua barca dai remi d’argento, seduce Antonio in un’atmosfera tra l’erotico e l’estatico. In realtà dietro quella scintillante spirale di languore c’è il lucidissimo disegno della regina che cerca protezione per il suo regno, vuole tracciare dei confini entro cui essere amata, come le farà dire Shakespeare.Bella e non solo, dunque. In questo senso l’autore ha il merito di aver fatto emergere, dietro la maschera della femme fatale, della «Cleopatràs lussuriosa» come la chiama Dante, la realtà di una donna ricca e colta, maestra dell’arte della persuasione e grande mediatrice tra Oriente e Occidente.Un grande simbolo di quella globalizzazione prima della globalizzazione che fu l’ellenismo. In effetti il racconto di Alberto Angela fa uscire Cleopatra dal mito per farla entrare nella storia e infine la restituisce al mito. Ma con tutti gli onori.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 28 Dec 2018 16:01:44 +0000

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Così mio padre Togliatti mi abbandonò in una clinica L’Uomo Nuovo morì là dove avrebbe dovuto nascere.Dentro le camerate austere della Scuola per l’Infanzia di Ivanovo, col capo rasato e l’obbedienza monacale, i figli dei capi comunisti venivano allevati come figli del Partito, nello spirito pedagogico siberiano di una Sparta severa che si proponeva di "temprare l’acciaio" di una generazione eroica.Ma al figlio del Migliore toccò la sorte peggiore. Perdere i genitori, e perdere se stesso.Era il 1993 quando, tra l’imbarazzo dei dirigenti di un partito da poco non più comunista, trapelò la notizia che Aldo Togliatti, figlio del segretario generale del Pci e della sua prima moglie Rita Montagnana, di cui si erano perse le tracce, era ricoverato da anni in una clinica privata per malattie mentali nei dintorni di Modena, con una diagnosi di schizofrenia.Vi morì molti anni dopo, nel 2011, senza aver mai raccontato pubblicamente la sua storia. Gliela fa raccontare ora uno psichiatra, che non lo conobbe, Giovanni De Plato, con la forza e la libertà del romanziere. Il figlio del Migliore (Pendragon) è l’immaginario dialogo fra Aldo e il giovane medico che lo assiste; ed è il racconto della catastrofe etica e privata di una generazione di rivoluzionari di professione.Aldo era nato nel momento più sbagliato, nel 1925 dell’alba fascista. Quel giorno suo padre era in carcere. Un’infanzia scandita dai rintocchi della Storia: costretto a seguire i genitori nei tormentosi esili politici, cresciuto giocando nei corridoi dell’Hotel Lux di Mosca, ignaro delle trame micidiali che s’incrociavano in quelle stanze del sospetto staliniano.Rendendosi progressivamente conto, allora come dopo il ritorno nell’Italia liberata, di essere «un inconveniente» nella vita dei suoi genitori troppo presi dalla Storia per pensare a lui, «un intruso, uno sbaglio della loro passione».Un «bambino mai stato bambino», lasciato a se stesso, inghiottito da un vortice di amore e odio assoluti per "il Vegliardo", il padre che smetterà di chiamare per nome, di cui rifiuterà di portare il cognome, per lui «morto prima che morisse» ma incombente con quella sua esortazione ossessiva, «sii uomo perdio!», condanna più che monito.Eppure, se per un attimo dimentichiamo la storia e il posto che i protagonisti vi occuparono, questo libro non sarebbe altro che la narrazione, forse neppure troppo appassionante, di un abbandono genitoriale come tanti.Un padre assente, distratto, immerso nel suo lavoro; una madre stanca e tradita; un figlio che si perde. Lo confessa Aldo stesso al suo medico, in un lampo di consapevolezza della banalità del suo male: «Una normale vicenda umana, come quella di tante altre famiglie, dove la politica non aveva aggiunto nulla, anzi aveva tolto: a me tutto».La politica aggiunge invece molto, forse tutto, al romanzo biografico. Aggiunge un giudizio che trascende le responsabilità degli individui per ergersi ad atto d’accusa politico contro la presunzione del rivoluzionario che sogna di riscattare l’umanità e calpesta gli umani. Sentenza senza attenuanti.Se De Plato concede alla madre di Aldo (seconda voce narrante del romanzo) il beneficio del rimorso, del tormento, del tardivo sacrificio di sé per tentare di salvare il figlio, è solo perché anche lei gli appare vittima dell’uomo che incarna quel simbolo negativo.A Togliatti, l’autore psichiatra non permette invece profondità e contraddizioni: colpevole assoluto, senza diritto di parola, è un uomo a una sola dimensione. Analisi psicologica acuta delle ferite imposte agli affetti familiari da una scelta di vita ideologica, questo romanzo lascia tutti a indagare i meandri della mente del rivoluzionario che quella scelta consapevolmente volle fare.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 28 Dec 2018 14:48:23 +0000

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Storie vere di quarantenni. Generazione di rassegnati Autobiografia di una generazione, può anche essere letto come un libro catastrofico che poi diventa film. Tipo The Day After Tomorrow sul disastro climatico negli Usa. C’è una catastrofe che attraversa l’Italia in effetti, una crisi economica, di fiducia, di futuro. La incarnano, secondo il giornalista Tommaso Labate, i quarantenni. Ovvero lui stesso. Storia di una generazione perduta, dunque. Come la chiamò il presidente del Consiglio Mario Monti. Era un tecnico. Perciò non venne a raccontarci balle o perlomeno si contenne.Soprattutto non doveva riempirsi la bocca del domani, come fanno invece i politici appesi al consenso che non possono permettersi di dire la verità ai cittadini che devono votarli. È proprio la storia di questi giovani quella che Labate racconta in I rassegnàti (Rizzoli, pagg. 218, euro 17).Il lavoro è il tema principale del volume. Nelle sue declinazioni moderne e fragili, niente a che vedere con il binario rassicurante del passato: si comincia in un ufficio, si finisce nello stesso ufficio facendo una carriera più o meno brillante e alla fine del percorso c’è l’agognata e garantita pensione. Non è più così e ok. Ma la strada dei quarantenni italiani è veramente troppo in salita. Labate cita vicende personali, statistiche.Conosce quella strada, l’ha fatta anche lui. In realtà non si rassegna, però denuncia l’impresa quasi impossibile di riuscirci. Non fa sconti. È amaro senza esagerare. In un passaggio spiega bene cosa succede al precario che non trova stabilità: si inventa una nuova forma identitaria.Diventa vegetariano, per esempio.Non è la stessa cosa di riconoscersi in un mestiere. Si comincia con Roberto Baggio che sbaglia il calcio di rigore nella finale della coppa del Mondo del ’94 (una sfiga) e si finisce con l’invito a non avere paura. Adesso quella generazione perduta ha un libro in cui rispecchiarsi. Data articolo: Fri, 28 Dec 2018 13:52:07 +0000

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Un dramma familiare dentro il caso Montesi Ventisette lettere scritte dal critico letterario Leone Piccioni al fratello Piero in carcere, tra il settembre e il dicembre 1954, svelano un punto di vista finora trascurato del celebre caso Montesi: quello della famiglia. Le ha scovate casualmente in una busta la figlia di Leone, Gloria Piccioni, ordinandole quindi in Lungara 29, Edizioni Polistampa, in libreria con un’introduzione di Stefano Folli, che scrive: «Nulla come il caso Montesi racconterà di come l’Italia sta cambiando». È una storia che ci interroga ancora oggi.Nell’aprile del ’53 una giovane donna, Wilma Montesi, figlia di un falegname, viene trovata morta sulla spiaggia di Capocotta. Il questore di Roma chiude il caso dicendo che è deceduta in seguito a un malore che l’ha colta mentre faceva un pediluvio, ma poi spunta una testimone, Anna Maria Moneta Caglio, battezzata dalla stampa "il Cigno nero", figlia di un notaio milanese legata a un marchese romano, Ugo Montagna, che collega il decesso della Montesi a certi festini della Roma bene tenutisi nei paraggi; la sua verità, confidata a uno zio prete, finisce in un memoriale fatto pervenire al ministro dell’Interno Amintore Fanfani, e da quel momento l’affaire Montesi si trasforma in una gigantesca resa dei conti nella Dc. Il 22 settembre 1954 Piero Piccioni, musicista jazz tra i più noti, ha appena firmato la colonna sonora del film La spiaggia di Alberto Lattuada, finisce a Regina Coeli per omicidio colposo insieme a Montagna.Il padre, Attilio Piccioni, il segretario della Dc nelle fatidiche elezioni del ’48, legatissimo a De Gasperi, di cui è ritenuto l’erede, è costretto alle dimissioni da ministro degli Esteri. Lo scandalo, enorme, travolge la famiglia di uno dei padri costituenti. Vi banchettano in tanti, la destra monarchica, i comunisti, (nel 2009 Piero Ingrao, che all’epoca del delitto dirigeva l’Unità, confiderà a Stefano Cappellini che la spinta ad occuparsene venne da Fanfani e dai fanfaniani), le correnti dc, in un feuilleton nero che riempie le cronache dei giornali per tre anni. È un capitolo del nostro dopoguerra che rivela un mutamento profondo dei costumi politici, in un groviglio ambiguo tra informazione, potere, magistratura, che da quel momento si riproporrà molte volte, come insegna il caso Tortora.«Un caso fondato su elementi inconsistenti», scrive Folli, che asseconda «senza indugi una certa morbosità dell’opinione pubblica desiderosa di vedere i potenti alla sbarra». Le lettere squadernano il dolore di Leone e aprono squarci sull’interno di una famiglia borghese negli anni Cinquanta alle prese con l’inaudito. «Tutto andrà secondo verità», scrive Leone nella sua prima lettera e denuncia sin da subito «la diabolica macchinazione politica» all’origine dell’arresto del fratello.Sono comunicazioni private, nelle quali scorrono i fatti minuti: la morte improvvisa di Vitaliano Brancati scoperta aprendo il giornale, l’amata Juventus che soffre in campionato, l’incontro con Giuseppe Ungaretti, le prime piogge autunnali, l’invito a leggere Dante, i saluti di Carlo Bo, Mario Luzi, Umberto Saba ed Elio Vittorini, Sandro Pertini che in Parlamento va incontro a Piccioni esternandogli tutta la sua solidarietà.Piero Piccioni e Montagna saranno assolti con formula piena a Venezia nel maggio 1957. Attilio Piccioni nel frattempo ha perso il Quirinale, al quale era destinato nel 1955, al suo posto vi andrà Giovanni Gronchi. Il caso Montesi quindi offre numerose lezioni, che non andrebbero dimenticate: purtroppo il libro è privo di una cronologia ragionata, che avrebbe aiutato a contestualizzare meglio il carteggio. Paolo Murialdi nel suo La stampa italiana del dopoguerra 1943- 1972, è indulgente con il ruolo dei giornali e sostiene che «all’origine di tutto ci furono errori da parte di chi, governo, organi di polizia, magistratura, non doveva commetterne».Scrive in una delle sue ultime lettere Leone Piccioni: «Penso alle cose normali di sempre, quelle che nel ritmo normale della vita non si contano più come benefici: suonare il piano, sentir dischi, giocare a carte, chiacchierare, stare insieme, telefonare agli amici, giocare a carte, andare al cinema, stare accanto al fuoco». Il caso Montesi è rimasto irrisolto, come irrisolto è tuttora il rapporto tra stampa, politica e giustizia.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 28 Dec 2018 12:49:36 +0000

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Pennacchi: indago sui fantasmi di casa nostra Antonio Pennacchi le domande più importanti se le fa da solo. Per esempio: «Se lei mi chiedesse: che libro è questo, un giallo? Risponderei: non lo so, decidetelo voi. Certo, è una storia che nasce da un delitto. Ma non è la storia del delitto, è la storia di un’indagine».Si intitola Il delitto di Agora. Sottotitolo: Una nuvola rossa. Che poi è il titolo che Pennacchi gli aveva messo vent’anni fa, quando uscì per la prima volta con l’editore Donzelli.Ora Mondadori lo ripubblica e l’autore di Canale Mussolini, Premio Strega 2010, ci ha voluto rimettere mano. Liberamente ispirato all’omicidio di due giovani fidanzati avvenuto in quegli anni in un paesotto dei Monti Lepini, ma tutto è stato reinventato da Pennacchi, a partire dal nome del paese, Agora. Dice: «Quando lessi per la prima volta i verbali mi affascinò il racconto corale dal quale veniva fuori la storia di un paese, il nodo città-campagna. Lo scrissi nel ‘98 ma mi accorgo che ci son dentro tutti i temi su cui ho lavorato dopo: la contemporaneità di ogni storia, la presenza degli antichi dentro di noi, l’uomo di Neanderthal, e poi l’etnologia, i sacrifici umani. E l’inconoscibilità del reale».Pennacchi spiega: «Non siamo in grado di capire il reale, pur essendone parte attiva. In altre parole: non tutto è scritto, lo scriviamo noi. Si dice: le sentenze non si discutono. Calma: io le discuto. Abbiamo una sentenza che ha condannato Galileo Galilei: io la discuto. Voglio capire come nascono le sentenze. E così mi sono dipanato anche dentro questa vicenda, per capire come possa essere andata, perché ci sono cose che dopo vent’anni, benché ci sia un colpevole in carcere, ancora non mi tornano e non mi convincono.Contraddizioni sugli orari: c’è chi ha visto i morti alle quattro di pomeriggio, chi alla sera. E poi all’epoca la storia non finiva, e così ho fatto un nuovo finale». Non raccontiamolo, per carità, però diciamo che c’entra un po’ quel realismo magico che accomuna l’Agro Pontino pennacchiano alla Bahia di Jorge Amado. «E come no! È uno degli autori che amo, anche se per Canale Mussolini il mio modello è stato Grande Sertão di Guimarães Rosa: bella storia d’amore! Noi in Italia abbiamo amato il magico di Amado perché era Sud America, l’esotico, convinti che qui quelle cose non ci sono e invece i fantasmi ci sono pure qui, il magico c’è anche qui, basta pensare a Ernesto de Martino.Solo che questi temi sono assenti dalla narrativa, perché prima di Manzoni non abbiamo avuto il romanzo popolare, che invece i francesi avevano fin dal Cinquecento, con Rabelais. Io sapevo di dover scrivere queste storie fin da bambino, era il lascito dei miei morti. Ognuno in campagna aveva un compito: a chi le bestie, a chi il fieno, a chi l’acqua, a me la nostra storia, perché non andasse persa. Persa per chi? Per la mia gente, il sangue nostro.Della nostra famiglia solo io e le mie sorelle abbiamo studiato, dietro di noi ci sono operai, contadini e servi della gleba. Ma io a studiare ci sono andato nel 1989 a trentanove anni, facevo l’operaio: quindi le storie della fabbrica. Ma anche le storie sono lavoro: Mark Twain diceva che dell’opera d’arte solo il 2,5% è frutto del talento, il resto è lavoro, disciplina, regola».Nel frattempo, nonostante due ernie al disco e due infarti, Pennacchi accende e offre sigarette. Ti guarda, sembra inquisisca, invece sta interrogando se stesso, ripensando al suo pensiero, così come riscrive i suoi libri: «In effetti non sono mai contento. Metto la parola fine solo perché bisogna andare in stampa.Il fasciocomunista l’ho fatto quattro volte. Canale Mussolini l’avrei voluto rifare subito. Lì fu Antonio Franchini, il mio editor all’epoca, a bloccarmi. Mi disse: quando un libro ha venduto centomila copie non si tocca più (poi ne avrebbe vendute 500mila). Eppure ci sono alcune cose che si potrebbero levare...». Ghigna tra sé.È un uomo di stazza imponente, Pennacchi. Ha silenzi importanti, lunghe pause. Poi attacca: «La mia scuola è stata l’oralità, i filò che si facevano in Veneto nelle stalle. Nella mia famiglia raccontavamo tutti, anche troppo. Io ho dovuto prima imparare a parlare, poi a scrivere. Ma rimandavo, la priorità l’aveva la vita: le lotte sindacali, la rivoluzione, i casini: non sono stato un bravo figlio.Le cose che mi accadevano sapevo che le avrei scritte. I compagni dicevano: sì, stiamo ad aspettare il libro tuo!». E allora quando ha cominciato? «Oserei dire che il merito è stato della Cgil, quando mi ha espulso: a quel punto mi sono iscritto all’università. Ma Mammut l’avevo già scritto e ci ho messo otto anni a pubblicarlo.Ho ricevuto 55 rifiuti da 33 editori. Lo portavo a mano». A mano? «Sì. Era il 1987: siamo partiti con la 127 gialla, io mia moglie Ivana e i due ragazzini. Il portabagagli tutto pieno di manoscritti. Siamo andati a Milano e ho fatto il giro delle sette chiese: Mondadori, Rizzoli, Bompiani, Feltrinelli… Mi dicevano: ma spedisca, non c’è bisogno di venire qua!». Conti alla mano, tra spedizioni e rifiuti qualcosa non torna. Ghigno avvolto nel fumo: «Il fatto è che quando il manoscritto ritornava io cambiavo il titolo e glielo rimandavo!».Studia lettere durante la cassa integrazione: «I compagni mi dicevano: ma che fai? Ma vieni con noi a imbiancare gli appartamenti! E poi a studiare che? Archeologia? E io invece già sapevo che avrei scritto la storia del nostro podere, del territorio, e l’archeologia mi serviva». Poi ritorna in fabbrica: «Era la Fulgorcavi, cavi elettrici e telefonici, e filo smaltato.Ci sono stato trent’anni, quasi sempre di notte. Sul mio libretto pensionistico ho vent’anni di esposizione all’amianto. Ancora me la sogno, la fabbrica: in questi giorni mi sto sognando anche i compagni morti». Oddio, e che fate? «Stiamo dentro, la fabbrica è chiusa, lottiamo per farla riaprire. Questa è la differenza con la letteratura industriale di Paolo Volponi e Ottiero Ottieri, per altro grande poeta: erano capi del personale, mica operai.Raccontavano la fabbrica come culla, ovulo dell’angoscia, proiettando le ansie della piccola borghesia sulla classe operaia. Romanzi veri di fabbrica non ce ne sono. Neanche Tommaso di Ciaula, che ci proietta l’angoscia del contadino. Quando uscì, sulle prime mi piacque la lingua di Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, ma anche la sua era una mimesi, registrava le gesta di un altro, facendogli fare cose che un operaio vero non avrebbe mai fatto, tipo il sabotaggio.Se gli operai avessero vissuto la fabbrica come la raccontavano loro, ci saremmo suicidati tutti sui carri ponte». Pausa, si aggiusta l’eterno berretto, non ghigna più: «La fabbrica è un luogo dove c’è fatica, sfruttamento, ma ci sono anche la gioia e l’amore, si sta gli uni affianco agli altri.Mia moglie l’ho conosciuta nella fabbrica dove lavorava lei, mentre era occupata, durante la lotta». E adesso cosa farà? «Quando vinsi lo Strega, il direttore editoriale di Mondadori, oggi sta in Rizzoli, mi disse: vorrei che tu facessi un trattatello di etica, e ogni tanto ci penso. Ma prima ci sono un paio di romanzi che avrei voglia di fare, se faccio in tempo». Dice fare, Pennacchi, non scrivere: dice sempre fare.  Data articolo: Fri, 07 Dec 2018 16:19:45 +0000

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Ora e sempre Tolstoj La lettura di Guerra e pace cambia secondo l’età, ma contano anche le vicende della vita in quel momento. Da giovane, poco più che adolescente, mi sfuggivano i flussi di coscienza, o monologhi interiori, metodo espressivo che Tolstoj ha adottato come, poi, Joyce nell’Ulisse. Ero preso dalle descrizioni delle battaglie, di cui l’autore, che fu giovane soldato in Crimea, è un esperto, ma non certo un ammiratore; e dagli intrecci delle storie individuali nella vasta tribù aristocratica russa alla quale Tolstoj apparteneva senza esserne prigioniero.Le successive letture, dovute talvolta all’acquisto del libro in un aeroporto prima di un lungo viaggio, hanno reso preziose le pagine in precedenza scorse di fretta, o addirittura in parte saltate. E cosi è affiorata la concezione della Storia di Tolstoj attraverso l’analisi dei personaggi.Anche i luoghi hanno contato. Leggere Guerra e pace da liceale nella mia città natale, quasi sul Po, non era la stessa cosa che leggerlo da adulto, in Asia durante gli anni del Vietnam, o in Europa, in Polonia durante i fatti di Danzica, o nella Russia prima dell’implosione dell’Unione Sovietica, o su una spiaggia siciliana in vacanza. Guerra e pace è uno dei libri che mi hanno accompagnato nella vita, offrendomi letture diverse. In ogni situazione le mille e più pagine, secondo le edizioni, scorrevano nella mia mente come un fiume. Capitava spesso che mi lasciassi trascinare, coinvolgere, dimenticando le sponde, l’esistenza reale. Rari sono i libri che offrono una lettura sempre tanto intensa. Di una semplicità che non è semplice.Tolstoj ti fa vedere le cose come se fosse la prima volta. E al tempo stesso crea l’impressione che tu conosca quelle cose da sempre. Cosi ti avvolge, si è detto, una sensazione contraddittoria di estraniazione e di familiarità. Poiché il tuo mondo è più spoglio di quello tolstojano, finisci col convincerti che ciò che egli vede sia allo stesso tempo più naturale e più estraneo. Sei preso a un laccio che ti trascina attraverso paesaggi umani conosciuti, con l’emozione provocata da paesaggi umani sconosciuti.Il lettore, per quanto instabile, superficiale, nevrotico sia, è domato da Guerra e pace fin dalle prime pagine, che appaiono nuove ogni volta, benché ancora vive nella memoria. Ho letto Guerra e pace da lettore-lettore, ossia senza curiosità ambiziose. Una posizione privilegiata: d’abbandono tra le braccia della sua opera.L’incontro con il principe Andrej Bolkonskij, con il conte Pierre Bezuchov e con Nataša Rostova avviene nelle prime pagine. I tre personaggi emergono subito. Sono i protagonisti. Gli “eroi” su una ribalta occupata da almeno seicento attori, oltre che dal popolo russo e dall’esercito invasore. Andrej è nervoso, irrequieto, e guarda chi gli sta intorno con distacco, dall’alto della sua intelligenza. Il suo aspetto non lo dimentichi: statura media, un fisico ben disegnato, come i lineamenti che danno un fascino particolare alle sue espressioni, rivelatrici di un forte carattere. VedremoAndrej Bolkonskij ferito ad Austerlitz, nel 1805, con Napoleone in visita al campo di battaglia, che si china su di lui con rispetto. Con ammirazione. «Ecco una bella morte!» esclama l’imperatore. Ma, pur gravemente, il principe è soltanto ferito. Tolstoj ci farà assistere sette anni dopo alla sua morte. Andrej rifiuta di stare al sicuro dove si trova il comando di cui fa parte, sta con i combattenti sul campo di battaglia.Nei momenti più intensi della vita, quando bisogna condividere i pericoli, Tolstoj affianca i suoi eroi aristocratici alla gente semplice. È il cuore che li guida, più della mente. Di nuovo ferito, a Borodino, Andrej spira tra le braccia di Nataša. L’ha incontrata durante la fuga da Mosca in fiamme, e l’ha perdonata per la sua infedeltà. Perde conoscenza e Nataša lo vede sprofondare nella morte.Nataša è la giovane russa aristocratica, impetuosa, passionale, che alla fine si unirà a Pierre Bezuchov, figlio naturale ed erede di un nobile e ricchissimo proprietario. Anche noi, come credo Tolstoj, più avanziamo nel racconto e più riconosciamo in Pierre uno dei personaggi, forse il personaggio, di maggior interesse. Dissipato, colto, generoso, con un aspetto impacciato, da ingenuo, Pierre appare a volte un distratto appassionato, ben lontano dalla prestanza fisica e dall’orgoglio aristocratico del suo grande amico Andrej. Di Andrej non ha la vanità, ma il coraggio. La sua intelligenza e la sua sensibilità sollecitano sempre più l’interesse per il prossimo.Quando cade prigioniero condivide le privazioni con i compagni e stringe una forte amicizia con un contadino- soldato, Platon Karataev, che gli fa capire, a lui aristocratico, l’anima del popolo russo. Tolstoj fa sposare il prediletto intellettuale con Nataša, la donna amata dall’amico ucciso dai soldati francesi. È come se anche lui, Tolstoj, la sposasse. Sembra infatti che si identifichi spesso con Pierre.Delle due tracce narrative che si incrociano, che si confondono, come annuncia lo stesso titolo dell’opera, ho privilegiato finora quella umana della pace. Ho dato la precedenza ai personaggi di fantasia resi veri, autentici, da Tolstoj. Ma senza la traccia storica, essenzialmente quella della guerra, non ci sarebbe il romanzo, che è più di un romanzo.Le vicende si svolgono tra il 1805 e il 1820, anni di eventi militari e politici determinati dalle guerre napoleoniche e dalle loro conseguenze. Quando l’imperatore francese sconfigge gli alleati ad Austerlitz, nel 1805, Andrej viene ferito la prima volta; non tanto tempo dopo il nostro amato, ingenuo Pierre compie l’errore di sposare Hélène Kuragina, nobile di Pietroburgo che lo tradisce (e che poi lo lascerà vedovo consentendogli di sposare Nataša).Nel 1812 Napoleone invade la Russia, Andrej è ferito ancora, questa volta a morte, a Borodino; e il popolo russo, aiutato dall’inverno, finisce per sconfiggere l’esercito invasore. I due mondi, quello storico e quello immaginario, si alternano o si fondono nel racconto. Oltre agli eroi che ha creato, Tolstoj fa entrare in scena i personaggi reali: Napoleone, lo zar Alessandro I, il primo ministro Speranskij, senza ancorarli alla stretta realtà e raffigurandoli accecati dalla insensata certezza di poter dominare la Storia.I suoi personaggi inventati risultano più autentici di quelli presi dalla Storia. Forzando forse la verità, a Kutuzov, leggendario comandante delle armate russe, riserva il ruolo di rappresentare l’eroismo del popolo russo.Tolstoj dà più importanza alle doti morali che a quelle intellettuali, alle vite individuali che alla Storia. Pierre impara in prigionia, a contatto con i soldaticontadini, la patriarcale saggezza della sua gente. E diventa un altro uomo.     Data articolo: Fri, 07 Dec 2018 15:56:10 +0000

recensioni libri

La coppia tranquilla di giallisti psicopulp Le prime ore del mattino invernale sono così buie che il sole sembra già tramontato ». No, non sono le atmosfere ora scure ora lattescenti a rendere Lazarus diverso dagli altri gialli scandinavi. E neanche la sua serialità. Il romanzo è il seguito dei precedenti: tra l’uno e l’altro, la vita dei personaggi continua. Si amano, muoiono, fanno figli che crescono. I lettori li e si ritrovano. Come se fossero le puntate di una serie. Un escamotage rassicurante come, ha già notato più di un critico, i mobili tutti uguali dell’Ikea.No, l’unicità di Lazarus sta nell’autore, che non è uno, come il nome lascerebbe pensare, ma una (tranquilla?) coppia sposata di scrittori di Stoccolma, Alexander e Alexandra Ahndoril, lui di romanzi d’amore, sceneggiature, lei di biografie, che nel 2009 decidono di sospendere le loro carriere separate per scrivere un giallo insieme con il nome di Lars Kepler (in omaggio a Stieg Larsson e allo scienziato).Il libro è L’ipnotista, un caso editoriale che scalza la trilogia Millennium del connazionale Larsson dalle classifiche e che nel 2012 diventa un film, ovviamente di successo, diretto dallo svedese Lasse Hallström.L’ipnotista segna l’esordio di Joona Linna, investigatore di Stoccolma, eroe solitario che risolve i casi con l’esperienza e la determinazione e che con Lazarus arriva al suo sesto romanzo da protagonista. La trama è inquietante come deve essere, anzi di più, terrificante. Un serial killer che rapisce e seppellisce vive le vittime, dopo averle torturate, ritorna dal passato. Addirittura dalla morte.Nel libro precedente Saga, collega di Joona, l’ha ucciso, crede di averlo ucciso. Del corpo è stato ritrovato solo un dito, ma impronte digitali e Dna confermano. Una serie di omicidi e di scomparse riportano al killer, però Joona è l’unico a crederci.Il libro è una serie di riusciti colpi di scena, alcuni decisamente pulp. Ma il risultato è raggiunto: il fiato rimane sospeso fino all’ultima pagina. Tutto il resto è buio. Data articolo: Fri, 07 Dec 2018 15:30:40 +0000

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