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recensioni libri da kataweb.it

#libri #recensioni

recensioni libri

Bambini, così va la guerra Un masso rotola da una montagna e si ferma in mezzo a una valle. Due uomini si avvicinano. Litigano.Poi uno di loro lo solleva sulle spalle e uccide l’altro. Come il monolito di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick il masso è una presenza simbolica che accompagna l’evoluzione (e le involuzioni) degli esseri umani.Proprio Come questa pietra (questo il titolo del volume) è la nostra vita fatta di fuoco e di stelle, di distruzione e di costruzione, di cadute e di rinascite.Alessandro Sanna, dopo libri come Moby Dick e Fiume lento - Un viaggio lungo il Po, un lavoro durato tre anni, presenterà alla Children Book Fair di Bologna (dall’1 al 4 aprile), il suo nuovo, ancora più monumentale lavoro che, come sottotitolo, porta "Il libro di tutte le guerre".Sanna ha collaborato con molte riviste, vinto molti premi, è uno dei pochi autori che pubblica i suoi libri fatti di sole immagini in diversi paesi, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Sud America alla Germania. Il suo modo di disegnare è particolarissimo e dice molto di lui.Nessun disegno a matita: già questa è guerra?« Sì è guerra: io non faccio schizzi, non uso matita. Non mi preparo. Non voglio avere nessuno scheletro da seguire, amo stare in una situazione di pericolo, una cosa tra il disperato e di chi vuole che succeda il miracolo. Questo modo di lavorare mi costringe a fare sempre molta attenzione, perché non posso sbagliare».Questa cosa le piace?«Questa cosa mi eccita, mi tiene vivo e desto. Ma non è una tecnica, è il mio temperamento».E la sua tecnica invece qual è?«Per Moby Dick e Fiume lento ho usato le Ecoline: sono dei boccettini simil- inchiostro che possono essere usati puri o con l’acqua. Io li uso nel secondo modo così posso diluire, allargare, aprire il colore e comporre l’immagine a strati, partendo da macchie informi che poi gestisco attraverso il chiaroscuro: a un certo punto una macchia diventa albero, un’altra monte e una silouhette su fondo asciutto diventa personaggio, figura, animale».E per questo libro?«Ho dimenticato tutto quello che avevo fatto prima. Avevo per le mani una carta particolare patinata su cui ho provato a lavorare con l’acquerello e ho visto che venivano fuori delle cose vicine alla tempera e a un tipo di pittura non contemporanea che assomigliava a quella degli ex-voto. Potevo mettere e togliere il colore e arrivare a ottenere il bianco usando il bisturi togliendo la pellicola di colore che non veniva assorbita dalla carta. Questo bisturi lo dovevo affilare con una pietra e la pietra è la protagonista del racconto: tutto tornava».Cos’è questa pietra che poi dà il titolo al libro?« Il conflitto e l’uccidere sono qualcosa di primitivo, qualcosa che rimanda all’età della pietra, appunto. Ecco dunque perché la pietra è protagonista: la scansione del tempo è data da quel grande masso fatto di poltiglia di esseri umani che si sono massacrati».A un certo punto appaiono delle mani dal nulla.«C’è un grande demiurgo dietro le nostre vite? Chi siamo per lui? Un gioco? Credo ci sia anche una certa ironia in questa cosa. Non ho seguito un binario logico ma un’idea istintuale che non sapevo dove mi avrebbe portato. È come se quello che succede nel libro da un certo punto in poi mi venisse dettato: non ero più io il pilota».C’è una pagina di uomini che bruciano e, più in là, una doppia pagina di funghi atomici di grande impatto. Anche i funghi assomigliano alla pietra.«Per il demiurgo gli esseri umani sono come un formicaio a cui un bambino dà fuoco. Non coglie la tragedia, forse ne vede persino una bellezza dal punto di vista estetico: è un pensiero che ha infastidito anche me».Non svelo il finale ma anche lì pare di cogliere questo senso come di casualità.«Sì, però in tutto il libro ci sono anche tante stelle. La pietra è terra, dunque è anche la nostra terra. Il cielo la guarda e rende quasi dolci anche le situazioni più disperate. C’è un mistero che non possiamo sciogliere».Ma è un libro per bambini?«Non so cos’è. È un graphic novel? È un libro illustrato? Se un adulto ci si appassiona è strano? E un bambino? Non so rispondere a queste domande. L’editoria ha le sue leggi. So che nel libro ci sono animali, uomini, stelle: queste sono cose per tutti».© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 21 Mar 2019 17:23:21 +0000

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Ridere non è più mestiere da arabi Così, il gioco è finito. Le innumerevoli battute, ironie con cui Sayed Kashua dipingeva il mondo delle relazioni tra arabi ed ebrei d’Israele si sono spezzate. Questo palestinese israeliano di 44 anni che, scrivendo rigorosamente in ebraico, con i suoi romanzi, articoli sull’Haaretz, e soprattutto con la sua sit-com televisiva Avodà Aravi (Lavoro da arabi), ci ha fatto ridere sugli stereotipi incarnati dai due popoli e dai loro reciproci pregiudizi spezzando per una volta il clima di diffidenza, di guerra, che si respira nel paese, col suo ultimo libro La traccia dei mutamenti, sembra aver gettato la spugna: le sue sono infatti pagine colme di pena e dolore, senza una boutade, uno scherzo, un gioco di parole. Quel che vi regna è piuttosto inquietante solitudine, esilio.D’altra parte che avesse voltato pagina già lo sapevamo, anche se non fino a questo punto. Fu quando, nel 2014, accettò un anno di insegnamento di letteratura ebraica in un’ università dell’Illinois e lasciò Gerusalemme, dove, carico di successo e di speranze che la situazione stesse scivolando verso un allentamento delle tensioni, era andato a vivere con la famiglia scegliendo un quartiere della borghesia ebraica. Convivenza "col nemico" a cui aveva dedicato innumerevoli puntate della commedia televisiva e spassosi elzeviri sul quotidiano che riscuotevano plausi e sharing dell’Israele laica ma anche critiche, soprattutto da parte araba, che gli regalò una scritta, "porco ebreo", nella città natale, Tira, grosso agglomerato palestinese venti chilometri a nord di Tel Aviv.Lì per lì, nell’accettare quella docenza statunitense c’era stata solo la voglia di cambiare aria: ma quando, un mese prima della partenza, a giugno, tre ragazzi ebrei degli insediamenti in Cisgiordania furono rapiti e uccisi e, pochi giorni dopo, un giovane arabo fu bruciato vivo, la sua scelta cambiò di segno: la data della partenza fu affrettata, il ritorno dei biglietti aerei annullato: la decisione era diventata quella di un trasferimento definitivo negli States. Troppa tensione, troppo odio, per i miei tre figli voglio un futuro migliore, addio, aveva detto. Pochi giorni dopo scoppiò la guerra di Gaza.Ecco, ora, con La traccia dei mutamenti, ci accorgiamo anche di come quel momento abbia rovesciato radicalmente la letteratura di Kashua. Già da un lungo ritratto che il New Yorker gli aveva dedicato nell’autunno del 2015, sapevamo che non avrebbe più fatto humour, così aveva dichiarato. Ma qui, in questo romanzo, il dolore, lo smarrimento, sono ancora più profondi. E la scrittura tersa, gli up and down, gli avanti e indietro nello spazio e nel tempo, il plot rendono giustizia al cambiamento di registro.La scena è quella della malattia grave di un padre. Per assisterlo in ospedale l’io narrante torna improvvisamente dall’America dove è andato a vivere tagliando i ponti col passato. Lui è un ghost writer che, in Israele, ha iniziato a scrivere le memorie di anziani committenti ebrei. Padri fondatori che hanno fatto la guerra d’indipendenza, sopravvissuti alla Shoah, dolci nonnine che sapevano raccontare belle storie a tutta la famiglia.Il ghost writer registra tutto, ma nel trascrivere le loro parole, lui che è arabo, totalmente estraneo a quella narrativa identitaria (ma dove è il suo vero io?), regolarmente li cambia anche perché scorrano meglio, siano più ampi, più personali, meno aspri, li arricchisce dei propri ricordi, quelli dei sorrisi scambiati con i genitori, dei giochi con i fratelli, delle torte cucinate dalla madre, delle gite tra i campi con il padre a cercare lo zatar, l’erba aromatica da spargere sopra la pita, il pane piatto che usa da quelle parti.Un processo di svuotamento di sé, che lo lascia sempre più solo. Ma il nostro ghost writer è stato deprivato di molte altre cose oltre ai ricordi. Nato a Tira, il villaggio arabo di Sayed Kashua, vive in America bandito dalla famiglia con una moglie professoressa accademica che lo mantiene in un dormitorio mentre lei vive con i tre figli senza volerlo a casa: qualcosa che ha stravolto per sempre il rapporto è successo tra loro fin dall’inizio, qualcosa che ha a che fare con la sua arte inventiva e che è andato a cozzare drammaticamente contro tutti i benpensantismi e le tradizioni della sua gente.Ogni cosa lo spoglia della sua identità: l’avvicinarsi della fine del padre (anche quello di Kashua se ne è andato da poco), il suo ruolo a metà nel matrimonio, il villaggio – la patria - negato, i figli a cui non sa dire se la loro lingua sia l’ebraico, l’arabo, l’inglese, se siano musulmani o che altro. Il senso di disconnessione è totale. A chi appartiene ormai il nostro protagonista, a chi appartiene ormai Sayed Kashua?© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 21 Mar 2019 17:00:48 +0000

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Che disgrazia la mia fortuna Nel mondo alla rovescia del divertente romanzo d’esordio di Fabio Bacà, Benevolenza cosmica (Adelphi), il protagonista non è uno sfigato perseguitato dalla mala sorte, ma un giovane uomo inseguito dalla fortuna.Kurt O’Reilly è un trentenne affermato sul lavoro, la fisionomia classica di un membro dell’alta borghesia londinese, una Porsche, una moglie scrittrice, un lavoro ben remunerato come responsabile della divisione Affari ed energia dell’Ons, l’Ufficio nazionale di statistica.Facendo di mestiere lo statistico, per conformazione di ruolo che si fa abito esistenziale, Kurt è abituato a ridurre la realtà a dati misurabili. Le aperture metafisiche, oniriche, non gli appartengono. Fino a quando si convince che una serie di coincidenze eccezionalmente a suo favore non possano essere imputabili a un semplice gioco delle probabilità. Tutto nella sua vita prende ad andare sospettosamente troppo bene: una diagnosi medica miracolosa, una promozione sul lavoro, i tassisti disposti agli sconti, le sua azioni in borsa salgono, l’agenzia delle entrate lo rimborsa e così via.Quando le cose vanno particolarmente male, capita anche a quelli di noi più razionali di tirare in ballo Saturno. Il passaggio dal caos al karma è più facile di quanto s’immagini. Gli statistici spiegano che gli inciampi non si distribuiscono mai in modo equilibrato, ma arrivano a grappoli, uno dietro l’altro. La trovata del romanzo è mettere al centro un uomo che crede invece di essere il bersaglio di una "pazzesca congiuntura interplanetaria" ordita per facilitargli l’esistenza.Fabio Bacà, marchigiano, nato nel 1972 a San Benedetto del Tronto, insegnante di ginnastiche dolci per anziani, stava attraversando un periodo di depressione quando ha avuto l’idea narrativa: "A un certo punto ho pensato: ora sei infelice perché tutto ti va male, ma sei sicuro che se tutto andasse bene saresti felice?".Ed è questo paradossale assunto filosofico che sorregge il romanzo, una commedia scritta sul filo di un umorismo british molto lieve, affilato, sostenuto da un’invidiabile puntualità linguistica che per attrito con la follia degli eventi fa molto ridere. Una comicità rapida piena di giochi di parole alla Groucho Marx.In una Londra melting pot, in cui gli attentati terroristici sono all’ordine del giorno e fanno poco scalpore, a Kurt capitano storie assurde, tra cui l’incontro con una pornostar gallese che gli mostra la sua vagina tatuata come fosse l’ultimo eden. Ma attenzione, la fortuna di Kurt non consiste nel vincere alla lotteria ma nel salvarsi ogni volta dal peggio. Come se davanti al bivio, il caso prendesse la strada giusta.Quando un uomo armato di rasoio lo minaccia per strada, si salva dalla pallottola di un poliziotto e viene pure risarcito con migliaia di sterline. Un’altra volta potrebbe precipitare da una piscina al trentaduesimo piano della City e invece rimane sospeso in quell’empireo sui tetti e di nuovo la scampa, approdando a una strana calma, alla "quiete oleosa e atarassica di chi non ha più scelta".Dopo aver consultato psicologi bizzarri, rimane come speranza, dentro un intrico che diventa un giallo, il chiromante Rocamadour, che lavora nello stesso palazzo del suo ufficio e si presenta come maestro di reiki e massaggio metamorfico, esperto di magia bianca e rossa, di alchimia egizia e ayurvedica. Visto però che la vita è incomprensibile, improbabile che un Rocamadour qualsiasi ne sveli gli arcani.Bisognerà continuare ad annasparci dentro. Ma il tentativo di Kurt di decifrare i sottotesti esoterici del mondo ha di bello che è umano più che umano.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 21 Mar 2019 16:53:22 +0000

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Il classico gioco di spie La Seconda guerra mondiale e le menzogne che costituiscono una vita.Sono queste le ossessioni di Kate Atkinson, il terreno che la scrittrice britannica continua a esplorare con trame insolite, ma perfettamente architettate.Nel suo ultimo romanzo — Una ragazza riservata — utilizza le leve del mistery e della fiction storica per indagare le emozioni di una donna e il tema dell’identità. Juliet Armstrong è una diciottenne rimasta orfana poco prima dell’inizio del conflitto.La morte della madre invalida l’ha lasciata nuda di fronte alla vita: non è più la studentessa brillante che si preparava al futuro e neppure l’angelo che sacrificava sé stessa alle esigenze della famigliaIl lutto l’ha spogliata delle precedenti identità e l’ha abbandonata sul precipizio della Storia. Reclutata dal MI5, il servizio di controspionaggio del Regno Unito, diventa presto una spia. Il suo non è un lavoro alla James Bond, le regole di ingaggio sono infinitamente più noiose, deve sbobinare le registrazioni delle conversazioni che avvengono tra un agente infiltrato e un gruppo di cittadini inglesi simpatizzanti del Reich.L’agente, che nel romanzo si chiama Godfrey Toby, è l’alter ego letterario di un uomo realmente esistito: Eric Roberts, impiegato di banca e padre di tre figli che viveva nei sobborghi del Surrey, diventato durante la guerra Jack King, capo della Gestapo. I cittadini inglesi che bussavano alla sua porta erano convinti di passare informazioni segrete a Hitler, in realtà tutto quello che dicevano restava all’MI5.Atkinson si imbattè nella sua storia quando ancora stava ancora lavorando a Un Dio in rovina. Affascinata dall’arte degli inganni, iniziò a leggere le conversazioni che l’agente King aveva intrattenuto con gli informatori.Nulla di eccezionale, le persone che si rivolgevano a lui erano cittadini inglesi piuttosto ordinari e per questo ancora più agghiaccianti. Erano la dimostrazione della banalità del male, della capacità dell’uomo comune di spargere veleni. Iniziò a immaginare la persona che, chiusa in una stanza di pochi metri quadrati, ascoltava e trascriveva quelle conversazioni.Quella persona diventa Juliet, una superficie vergine su cui riflettere le conseguenze delle nostre scelte. Dopo poche settimane le viene data l’opportunità di mettersi alla prova come agente operativo.Scivola da una identità all’altra, ma le invenzioni che abita non sono mai decise da lei, bensì dai suoi superiori, uomini difficili da decifrare, nascosti a loro volta da un complesso gioco di specchi. Per Juliet le parole che ascolta, gli incontri con Toby e il rapporto con il suo capo, si trasformano in una paranoia strisciante che la fa dubitare sempre di ciò che vede e ascolta.Raramente le cose sono ciò che sembrano. Cinque anni dopo la fine della guerra, Juliet lavora per la Bbc, allo sviluppo di programmi d’intrattenimento. La nuova vita non è una liberazione, il suo passato la insegue, riemerge nella forma di un messaggio lasciato sotto la porta di casa: «Pagherai per quello che hai fatto».Ricominciano i contatti con alcune conoscenze del tempo di guerra e ben presto si troverà coinvolta in una nuova missione segreta. I giocatori sono diversi, la Germania nazista ha lasciato il suo posto all’Unione sovietica, ma la partita ha le stesse regole di sempre: doppi e tripli giochi.La grande abilità della Atkinson è proprio quella di esplorare le zone d’ombra, di instillare la stessa paranoia di Juliet anche nei lettori. Toby è straordinariamente bravo nel suo lavoro oppure è un po’ troppo vicino agli uomini di cui raccoglie informazioni? L’antisemitismo ha radici anche in lui?Quello che conta non è l’azione, ma le emozioni. In questo senso Una ragazza riservata è molto più vicino a un romanzo di formazione, segue la vita di una donna travolta dalla Storia e attraverso le maschere che indossa spinge il lettore a interrogarsi sulla consapevolezza di sé come individuo. Se si può scivolare da una vita all’altra, se gli inganni sono parte di noi, che senso ha la nostra identità? Non male per una spy story.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 21 Mar 2019 12:51:40 +0000

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Un borghese ancora più piccolo Matteo Cerami non è solo il figlio di uno scrittore (Vincenzo) e il parente, per parte di madre, di un altro scrittore e poeta, mai però direttamente nominato (Pasolini).Con il suo libro d’esordio, Le cause innocenti, rivela subito d’essere scrittore anche lui, e per di più uno scrittore ben dotato, capace di usare come un bisturi una lingua sorvegliata e di organizzare, sotto forma di lettera, una storia sorprendente.Un caso di autofagia.Perché Matteo Cerami divora letteralmente se stesso, processando la sua vita, la famiglia, il suo benessere.Non ha nulla di particolare da rimproverarsi: è un giovane borghese benestante, grazie ai suoi genitori, colto, ben introdotto. Ha frequentato a Roma un liceo francese, è stato poi mandato a perfezionarsi a Parigi, anche se lì ha preferito starsene seduto al caffè invece che sui banchi della Sorbona.Dunque? Perché ora scrive al dottor Vivaldi, suo amministratore da sempre?Perché vuole rinunciare ai suoi beni, dare istruzioni precise sulla loro destinazione, ma intanto vuole vuotare il sacco.Sembra, in qualche momento, la lettera di un aspirante suicida, ma il cupio dissolvi in Cerami è virtuale. È innamorato di se stesso e lo confessa.Esiste in realtà soltanto lui. Fin da quando era piccolo. Scopre che ha un solo mezzo per esorcizzare le sue angosce: scrivere, scrivere contro se stesso, accorgendosi che la vita cambia a seconda di come la si descrive, da come si costruisce un personaggio o meglio il proprio personaggio.Per questa sofferta messa in scena aveva scelto anche un nome fittizio, Antonio Capace e quanto al dottor Vivaldi aveva preso a prestito quel cognome dal Borghese piccolo piccolo del padre. Ma alla fine esplode: Vivaldi non esiste, Capace neppure, è solo uno schermo fragile per coprire la vera identità di chi scrive.Solo che anche chi scrive non esiste: è una creatura scritta, seguendo un copione altrui. È una sorta di "Truman show", finché il protagonista non comprende che l’unico modo di uscirne è appunto scrivere per demolire tutto quello che incontra sulla sua strada.Il tipo di vita rappresentato nel libro fa pensare a una presa di posizione contro una precisa classe sociale, ma Cerami non ha, credo, nessuna pretesa sociologica.Anche in questo fotografa una condizione "post", dove la vita viene consumata, ma quasi mai interrogata. In molti delle generazioni più giovani, si riconosceranno in questo ritratto incandescente, che alla fine è appunto un gigantesco punto di domanda.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 21 Mar 2019 11:38:05 +0000

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Ero una bella di giorno Col suo quarto romanzo, Dolcissima abitudine (Guanda), lo scrittore torinese Alberto Schiavone (1980) racconta "semplicemente" la vita di una puttana.Nessuna vita di per sé è una cosa semplice, nessuna è priva di senso. La parola stessa, vita, non permette un vuoto di significato.Secondo il credo dei grandi naturalisti, e più tardi dei neorealisti, ogni esistenza, anche la meno esaltante, può trasformarsi in una narrazione profonda e minuziosa.Indagando profondità e minuzie con asciuttezza sabauda, scandita da dialoghi credibili ed efficaci, Schiavone fa della sua protagonista Rosa la figura al centro di uno specchio del secondo Novecento italiano, sintetizzato da una Torino metaforica e concreta che dagli anni Cinquanta al Duemila attraversa enormi mutamenti.In Dolcissima abitudine (come il titolo di una vecchia canzone) c’è la Torino dell’immediato dopoguerra, che "era l’America per chi non poteva andare in America", invasa da selvatici terroni, e c’è la Torino che vieta i bordelli al chiuso.C’è la Torino colpita dall’eco delle stragi di mafia e quella in cui si riflette l’immagine di Silvio, che giunge a ribaltare i più noti criteri del potere. C’è la città della fuga dalla Fiat, della morte dell’Avvocato, della depressione urbana e della successiva renaissance grazie ai fondi per le Olimpiadi invernali.In tale frammento del Paese che in qualche modo lo riassume, Rosa esercita per mezzo secolo il mestiere. La incontriamo per la prima volta nel 2006, a sessantaquattro anni, mentre sta seguendo il funerale del suo ultimo cliente. Da quel momento la vicenda prende a viaggiare in retromarcia scorrendo in un lungo flashback.Creatura imparentabile alle mercenarie dell’eros nate dalla letteratura di costume del Settecento francese, Rosa ha cominciato a fare il suo lavoro da adolescente a casa con la mamma, che le ha trasmesso la vocazione.Non ha mai provato rimorsi, né si è mai sentita perseguitata. Ha accettato il suo destino come un’identità scontata e l’ha esplorata con ruvida voglia di dominio sul genere maschile. Dentro di sé ha accolto varie centinaia di uomini: borghesi, commercianti, industriali, malavitosi, pensionati, sadici, masochisti, soldati, poliziotti, calciatori e quant’altro.È esplicito il sesso descritto da Schiavone, il quale dà alle azioni, ai gesti e agli attributi dell’amore fisico i loro nomi esatti. Al sesso Rosa si è prestata senza il dolore della vittima, anzi: le è piaciuto rendersi eccitante e a volte necessaria.Sta in questa fame di controllo erotico uno degli aspetti più spregiudicati del libro, dove Schiavone s’identifica con le emozioni di una donna ("Madame Bovary c’est moi") che si prostituisce senza mostrarsi come una misera sfruttata o una Cabiria disillusa, ma ergendosi come una spavalda combattente priva di fondamenti morali.Quando è troppo anziana per conquistare partner paganti (sarà lei, dopo i sessanta, a procurarsi un ragazzo e a spendere soldi per trattenerlo), Rosa deve misurarsi con l’unico affetto vero che possiede.Un amore costruito sulla distanza e l’irraggiungibilità la lega al figlio avuto in segreto a sedici anni.Il bambino che le venne tolto subito dopo il parto, poiché "comprato" da una coppia sterile, è divenuto un adulto solitario e irrisolto. Rosa lo ha costantemente seguito e protetto da lontano. Conoscerlo vorrà dire affrontare una nuova sé stessa.Senza lieti fini né sentimentalismi, Schiavone sa restituirci con pura crudezza certe pieghe contraddittorie e paradossali della realtà.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 20 Mar 2019 15:57:31 +0000

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La Colette inglese va in collegio Natalia Ginzburg immaginava la scrittrice Ivy Compton-Burnett piccola e anziana, le ginocchia avvolte in uno scialle, un canestro pieno di foglie d’insalata che sgranocchiava all’ora del tè. Desiderava tanto conoscerla. "M’avevano detto che abitava nel mio stesso quartiere. Così spiavo i passi delle vecchiette che andavano e venivano per quei viali". Aveva scoperto i romanzi di questa grande autrice del Novecento inglese — quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte — quando abitava a Londra con il secondo marito Gabriele Baldini."Leggendo per la prima volta un suo romanzo, ebbi la non piacevole sensazione d’esser presa in trappola. Ero come inchiodata a terra. Li cercai tutti".Con Più donne che uomini (in libreria nella nuova traduzione di Stefano Tummolini) l’editore Fazi inaugura il rilancio di un’autrice cruciale che ha avuto alterne fortune. Com’è potuto succedere che una scrittrice acuta quanto Oscar Wilde e Dorothy Parker, capace di creare personaggi alla Harold Pinter, sia stata per molto tempo dimenticata? Perché il suo nome non compare nelle storie della letteratura accanto a quello di Virginia Woolf?Per Alberto Arbasino, che l’aveva definita "la grande signorina" della letteratura inglese, la contrariata accoglienza della critica e i tardivi trionfi la avvicinavano a Carlo Emilio Gadda. In entrambi ravvisava una sproporzione tra la compostezza della persona e la portata rivoluzionaria dalle loro opere: erano due paradossi portatori di avanguardia.Ivy Compton-Burnett aveva vissuto in campagna. Il padre, un facoltoso medico rimasto vedovo con cinque figli, si risposò e ne concepì altri sette. "La mamma ci vuol bene ma non le siamo simpatici", era solita dire con lo stesso disincanto dei suoi personaggi. Nel 1916, un fratello morì in guerra e due sorelle più giovani (di ventidue e diciannove anni) si suicidarono insieme.Poco tempo dopo, Ivy si legò a una donna più anziana, Margaret Jourdain, famosa esperta di mobili. Vissero nella stessa casa per trentadue anni. Eppure, nonostante tutto, Compton-Burnett non si dichiarò mai lesbica, ma "neutra" (più o meno nella stessa epoca Colette scriveva che gli unisessuali non esistono, "il genere è impuro"). "La signorina Munday e io possiamo solo definirci neutre", fa chiosare Theodora Luke, una delle insegnanti di Più donne che uomini. "Ho sempre vissuto in questo modo.La mia felicità dipende dalle donne": così conclude Josephine Napier, direttrice di un istituto femminile e figura centrale del romanzo, quando si unisce in società con Maria Rossetti, titolare della cattedra di lingue moderne. Le insegnanti; Simon, il marito di Josephine; Gabriel, nipote e figliastro della direttrice; Jonathan, amante di Felix, giovane sfaccendato; Elizabeth, antica rivale della Napier. Un mondo che prenderà a precipitare in una successione di colpi di scena proprio dopo la morte di Simon.Più donne che uomini racconta un microcosmo femminile in cui, dietro la patina dei codici vittoriani, si nascondono segreti abissali, celati per intere esistenze. La forza paradossale di Compton-Burnett. Per Arbasino era divertente, ma anche cannibalesca quanto Hobbes. Nei suoi libri, diceva, il tè e l’incesto non mancano mai.Simili alla loro autrice, dietro alla compostezza si agita una voce dirompente, violenta. Fratelli e sorelle, Mariti e mogli, Figlie e Figli… i romanzi-conversazione di Compton-Burnett sono piccoli universi sigillati, capsule spaziali immobili. Il mondo esterno non esiste.Tutto è riassorbito nella cerchia domestica, autarchica e autosufficiente. La modernissima concentrazione di mezzi — le rigorose limitazioni che la avvicinano a Beckett e Kafka — è al servizio di un universo sempre sul punto di deflagrare in un dolore sordo. Infanticidi, suicidi, amori incestuosi, assassini, madri che detestano i propri figli: un teatro di lati oscuri orchestrati rinunciando al pathos, con britannica indifferenza. Ma senza enfasi, la crudeltà incide la pagina. Entro i confini sfumati della scena, risuonano i soli dialoghi: battute precise, secche e taglienti.La potenza di Compton-Burnett, che molto deve al teatro shakespeariano, si mescola però di continuo alla leggiadria delle commedie dove i personaggi cinguettano in continuazione. È così che la "grande signorina" riesce a ingannarci fino alla fine. La sua sobrietà ha messo a braccetto la nostra voglia di ridere con le più inconfessabili pulsioni, senza che quasi ce ne accorgessimo.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 20 Mar 2019 15:45:47 +0000

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Super luoghi L’altro, gli altri, questo strano modo di chiamare noi stessi. Stavolta il professor Augé ci punta addosso la sua lente d’ingrandimento (forse lui è un entomologo, non solo un etnologo, un filosofo, uno scrittore, un inventore di parole, forse noi siamo dei bizzarri lepidotteri col cellulare in mano), ci guarda da vicinissimo e ci dice che possiamo salvarci la vita. Alienati da troppa modernità, sballottati da troppa informazione confusa per comunicazione, centrifugati in questa inutile rapidità di movimento per raggiungere velocissimamente nessun posto, la vita possiamo salvarla.Ma solo insieme agli altri, riportandola a quello che era: una trama fitta, un tessuto di relazioni.Marc Augé si è tuffato nei suoi "passati differenti", epoche dell’esperienza in cui ha scritto, elaborato e riscritto, per distillare in purezza il suo libro-mondo: Chi è dunque l’altro? (Raffaello Cortina), dove quel "dunque" è come un divano per distendersi e riflettere. Dopo lo smarrimento di aeroporti e ipermercati, ma anche di monitor, cavi e frequenze (il limbo è ormai smisurato perché virtuale, digitale), il celebre scopritore dei non luoghi indaga stavolta i super luoghi della nostra resistenza umana.Per farlo, il professor Augé e i suoi curiosissimi 84 anni si sono spostati nientemeno che sulla linea di mezzeria dell’autostrada, frontiera tra io e gli altri, noi e loro, ma anche segno di orientamento: perché la linea previene e organizza la presenza del mondo.Una riga bianca ci ricorda che non siamo soli e che la vita sociale è una questione di compromessi, simboleggiando obblighi e regole e indicando nel contempo la direzione. Ancora più eloquenti sono le righe stradali delle piccole strade e i cartelli chiacchieroni, con quel loro modo di ricordarci che nell’universo esistono pure i trattori e che si può ripensare un prato, una collina, un paesaggio, addirittura fermandoci. "Guizziamo nel mondo globalizzato come pesci rossi nella loro boccia: forse è venuto il tempo di interessarci alla boccia".All’interno delle tre sezioni che compongono il saggio — l’alterità, la vita come racconto, le città — la componente che diremmo stradale è un fulcro. I lettori sanno che Augé ha momenti di estrema forza narrativa, per lui un sorpasso in automobile può trasformarsi nel profilo impassibile di chi ci sta superando, l’istante fulmineo e immobile dei nostri sguardi paralleli, poi rimarrà una piccola freccia arancione: tutto quello che resta mentre scopriamo di non essere soli.Questo è dunque un libro sulle relazioni. E quando, sempre viaggiando, capitiamo nell’immancabile rotonda e dobbiamo rispettare un’inaudita precedenza a sinistra, precipitiamo in una specie di rivoluzione culturale: il carrefour alla conquista del mondo, la rivincita del locale sul globale. Un altro super luogo. Perché si ha un bel parlare di mondializzazione e globalizzazione, ma per sopravvivere abbiamo bisogno di Thiers, "capitale della coltelleria" o di Janzé, "culla del pollo ruspante".Gli altri, ancora: sono il vero territorio, non importa se presidiato dai vicini di pianerottolo o da nostro cugino che prova a salvarsi la vita trafficando al banco degli attrezzi in cantina, è in quel super luogo che aggiusta le cose riparando un po’ anche sé stesso. Nella galassia della città fortezza, in questa moltiplicazione di solitudini che l’illusione digitale offre come un vassoio di pasticcini, Augé ci invita a coltivare il giardino, come Voltaire.Non per fuggire, né per dimenticare "l’irriducibile alterità degli altri", ma per recuperare i "luoghi luoghi": l’angolo del comodino dove abbiamo appoggiato un romanzo e gli occhiali, la macchinetta del caffè con annesse cialde, il cruscotto dell’automobile. Cioè i rifugi, quelli che da bambini chiamavamo capanne in un sogno di libertà che era anche solitudine, perché davvero gli altri siamo noi.Nella sua essenza, la capanna racchiude l’impagabile momento: infilarsi il costume da bagno dentro una cabina in spiaggia, l’interno e l’esterno insieme, il vicino e il lontano, le voci del mondo in vacanza e noi lì nell’ombra, in ascolto.È tutta una questione di dettagli. Invecchiando si accudiscono meglio, sembra dirci il professore mentre ci racconta un dipinto, Olympia, di Edouard Manet: la cortigiana nuda e sporca, distesa con uno sguardo di superiore distacco, senza nulla addosso se non le pantofole e quel nastro di velluto attorno al collo: il particolare che rende la donna ancora più nuda, catturando il nostro sguardo, e che insieme definisce l’epoca, dunque la storia, dunque il mondo.È questo, per Augé, il compito dell’artista, essere presente al proprio tempo creando una catena che lo precisi. Eppure non scatta mai la trappola del passato, questo è anzi un libro pieno di futuro e speranza. Non abbiamo perso nulla ma abbiamo tutto da immaginare, ci ripete il professore. La storia non fa che uscire dalla preistoria, ed è appena cominciata.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 20 Mar 2019 15:36:14 +0000

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Il caso Louise Penny, la rivincita del giallo classico sul noir La nuova stagione del giallo di Einaudi comincia da Louise Penny, ex giornalista della Cbc che negli ultimi anni ha scalato le classifiche di vendita dei crime in America e in Canada, diventando in Québec ciò che Hercule Poirot è in Belgio.Tradotta in ventisei Paesi, amata dai lettori e anche dalla critica, Penny è autrice di quattordici romanzi con protagonista l’ispettore Armand Gamache. A questa signora dai capelli bianchi che considera la sobrietà il suo più grande successo — ha un passato da alcolista — Einaudi Stile Libero ha deciso di affidare la sua nuova sfumatura del giallo internazionale: non più romanzi dal ritmo veloce, legati all’attualità, ma libri che portano sulla scena del delitto ispettori vecchio stampo, affezionati alla logica e al metodo deduttivo, con uno sguardo affilato sulla realtà che li circonda. La pubblicazione di Case di Vetro è quindi un doppio debutto: da una parte una grande autrice che in Italia era conosciuta solo grazie a due romanzi pubblicati da Piemme; dall’altra una serie di gialli consegnati ai lettori in una confezione vintage: in copertina non immagini da cartellone cinematografico, ma disegni dal sapore classico.In questo primo libro — ne usciranno due all’anno, uno nuovo e uno precedente — il commissario Armand Gamache è ritratto da Manuele Fior con tanto di maglione a collo alto nero, occhialini tondi e pipa in mano, al tavolino del bistrot in cui si rifugia a fine giornata. Gamache vive a Three Pines, un villaggio al confine con il Vermont, un posto bello ma soprattutto lontano dalla ferocia a cui il lavoro a Montreal lo costringe.In quel bistrot, durante la festa di Halloween, si presenta un forestiero che nessuno ha mai visto prima, un uomo misterioso vestito con una tonaca nera lunga fino ai piedi, una maschera dello stesso colore e un cappuccio tirato sul capo. A Gamache, ex capo della omicidi, quel travestimento fa pensare alla Morte. Così racconta nell’aula di tribunale dove è chiamato a testimoniare per ricostruire una indagine basata non sull’azione ma sull’osservazione e l’attesa.Quella figura sinistra è lì perché qualcuno nel villaggio ha commesso qualcosa di orribile. La coscienza è il tema dominante del romanzo, l’elemento attorno al quale Penny costruisce la tensione.Per il Washington Post Case di vetro è così coinvolgente che, nel corso della lettura, «buona parte di ciò che accade nel mondo esterno non sembra essere altro che rumore». Le classifiche hanno confermato il giudizio della critica. Non stupisce quindi che Einaudi abbia deciso di acquistarlo.Dopo un’analisi delle tendenze, Stile Libero si è accorta che negli ultimi anni i crime internazionali che avevano avuto successo in Italia erano tutti seriali e con una impronta classica. «I romanzi legati all’attualità, alle pulsioni aggressive e alle angosce dei nostri giorni — spiega il direttore editoriale Paolo Repetti — sono cannibalizzati dalle serie tv. Chi cerca quel tipo di intrattenimento si rivolge a Netflix non alla letteratura di genere. Il lettore quando entra in libreria lascia il mondo fuori dalla porta, dimentica le notizie e quello che gli accade intorno, sceglie romanzi in grado di portarlo altrove». Il messaggio è chiaro fin dalla copertina: «Niente pistole, sangue o altri elementi cinematografici. Vogliamo che sia evidente che quello che i lettori hanno tra le mani sono libri non effetti speciali».Ovviamente, come ogni regola, ha le sue eccezioni: chi non dovesse amare la gentilezza di Gamache potrà sempre contare su Harry Hole, il poliziotto rude, alcolizzato e occasionalmente drogato, nato dalla fantasia di Jo Nesbø. È la bellezza del giallo: una sfumatura diversa per ogni piega dell’animo umano. Per quanto la potenza della mente di cui si vantava Poirot conosca oggi una rinascita, l’energia muscolare della violenza e le pulsioni autodistruttive dei protagonisti avranno sempre degli estimatori.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 20 Mar 2019 15:15:29 +0000

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Romantico Keats Nella cultura italiana i versi più celebri di John Keats sono senza dubbio quelli che chiudono l’Ode su un’urna greca, "beauty is truth, truth beauty — that is all / ye know on earth, and all ye need to know", nella traduzione di Roberto Deidier "bellezza è verità, verità bellezza, / altro sulla terra non sapete e questo basta". Sono versi il cui idealismo platonico e il cui entusiasmo estetizzante hanno favorito a lungo il ritratto di un Keats classico se non classicista, feticisticamente legato alle suggestioni dell’antico a partire dalle arti figurative e dunque, inevitabilmente, "reciproco" inglese di Foscolo, che morirà a Londra nel 1827 come il londinese Keats morì a Roma nel 1821 a soli venticinque anni.Senza questa premessa non si capirebbe la perentorietà con cui Nadia Fusini, nella sua appassionata e corposa introduzione (seguita da una densissima cronologia), rivendica fin dalla prima pagina la piena appartenenza di Keats all’universo romantico, anzi la sua romantica esemplarità: "La vita […] è il grande tema dell’homo romanticus, che Keats incarna appieno e quintessenzialmente condensa […].Da ogni suo atto o pensiero si irradia l’aura stessa del Romanticismo: Keats vive, respira, sogna, ama, scrive, muore da ‘uomo romantico’". Perché questo non può dirsi dei grandi poeti che in questo periodo di transizione affidarono alle forme classiche le proprie modernissime inquietudini (da Hölderlin allo stesso Foscolo a Shelley a Leopardi)? Perché in Keats come in nessuno arte e vita coincidono in un unico sentimento. Si esiste in quanto si crea, e non si può che creare se stessi scrive Keats in una lettera a James Hessey, con una professione di narcisismo, dandysmo e vitalismo che sembra fatta apposta per far ingelosire Byron (infatti uno dei suoi più astiosi detrattori) e viceversa per conquistare Oscar Wilde, che celebrò in lui il più grande poeta dell’Ottocento inglese.Va da sé che nella sua stessa fisicità questo Meridiano Mondadori porta acqua al mulino romantico, non solo perché, riunendo finalmente testi e raccolte editi perlopiù separatamente, documenta con impressionante evidenza la vera e propria trance agonistica con cui Keats sfornò decine di migliaia di versi in poco più di tre anni, ma anche per l’ampia scelta di lettere, autentico zibaldone che, dell’opera poetica, costituisce il controcanto biografico, il cantiere, il commento."La vita di un uomo che valga qualcosa è una continua allegoria — e pochi sono gli occhi che riescono a vedere il mistero di una vita — una vita come le scritture, figurativa" scrisse Keats al fratello: ovunque, allora, si dovrà cogliere un senso o un disegno, nelle proprie passioni come nello spettacolo della natura, in un manufatto artistico o nella musica, non diversamente dal procedimento ermeneutico che estende al mondo la stratificazione di senso dei testi sacri.Per questa via, il misticismo di Keats è tutt’uno, sul piano più strettamente letterario, con le sue celebri sinestesie e con la morbosa sensualità delle sue immagini: doti che lo accomunano, più ancora che al suo maestro di rêverie pastorali Edmund Spenser, a Torquato Tasso. Il capolavoro pastorale di Keats è l’Endimione (qui nella traduzione di Viola Papetti, come l’Iperione, mentre tutte le altre poesie figurano nella nuova versione di Deidier), che si apre così come si chiudeva l’Urna greca: "A thing of beauty is a joy for ever: / its loveliness increases; it will never / pass into nothingness" ("Una cosa bella è una gioia per sempre: / cresce di grazia; mai passerà / nel nulla").A questo proposito viene da chiedersi: perché, a dispetto del proprio romanticismo, Keats insiste tanto e così esplicitamente sul tema della bellezza? I romantici non hanno forse insegnato a diffidare del bello in quanto bello? Non hanno svalutato la forma classica come un simulacro mortuario? Si potrebbe rispondere che in Keats fa aggio l’educazione classica, cioè "la scuola", ma sarebbe troppo facile.Più sottile l’interpretazione di Nadia Fusini, secondo la quale la bellezza è per Keats un oggetto erotico, qualcosa che alimenti il desiderio e dunque la vitalità; qualcosa, però, che l’artista moderno, come l’apprendista poeta Endimione, può solo vagheggiare con struggimento senza più poterlo creare. Accade così che un libro di 1.500 pagine ossessivamente scandite dalla parola "beauty" ci parli, in luttuosa antifona, precisamente del nulla.© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 18 Mar 2019 19:14:14 +0000

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Lo vogliono tutti Lo so, tutti noi odiamo gli scrittori inglesi borghesi. Pomposi, impostati, pretenziosi. Raccontano quattro praticelli e ne fanno un’elegia, raccontano un buco come Oxford e ne fanno una saga. Si parla di scarpe, di vestiti, di eredità, di quadri, di ambizioni. Si parla di pipe. Tutto un tweed e un’umidità e un batti-e-ribatti terrificante, intorno a rapporti ambigui e proibiti e smaniosi: gite al mare con i corpi spaventati e tremanti di desiderio, scuole pubbliche che sollecitano l’omosessualità anche nell’etero più alfa, allusioni, pizzicotti,giornate a malapena soleggiate, canottieri. E poi come si chiamano, questi odiosi scrittori inglesi borghesi! Maugham, Waugh, Huxley: non sembrano cognomi, sembrano piccole esclamazioni di stupore davanti a un’amante incontrata nell’occasione mondana sbagliata o davanti a un barboncino schiacciato da un camion. Ma il motivo vero del nostro risentimento è un altro. Viene soprattutto dal fatto che sono bravissimi.Prendiamo Alan Hollinghurst, un uomo impeccabile, elegante e colto, con il cognome che ricorda - tanto quanto quello del suo protagonista, come viene detto in questo libro - uno spinterogeno. È al sesto romanzo, ha vinto il Man Booker Prize, porta gli occhialini, parla in quel modo lì, ed è bravissimo. Come scrive?Basta qualche carotaggio qui e là. Su due uomini davanti al caminetto che stanno per finire a letto: «Fissarono entrambi il fuoco come se fosse la cosa più importante del mondo». Su un personaggio che legge: «Nella mia considerazione per quel libro c’era una punta di considerazione per me stesso» (è sempre così). Sulla vita in tempo di guerra: «Per Beaumont Street stava passando un’autocolonna dell’esercito che non finiva più. La cadenza di otto secondi fra un camion e l’altro era il ritmo subliminale di quegli anni». Su una persona che ha posato per un ritratto: «Si alzò con un’espressione per lei inconsueta, come se tornasse pian piano alla normalità dopo una qualche esperienza spirituale».Il caso Sparsholt è un tomo di cinquecento e passa pagine che si legge come niente: una lunga storia nella vita di una serie di personaggi vividissimi con al centro David Drummond Sparsholt, adone desiderato, eroe di guerra, padre di famiglia, imprenditore coinvolto in un indefinito scandalo a sfondo sessuale. Data articolo: Mon, 18 Mar 2019 18:56:04 +0000

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Ritratti di Signore Un ritratto di Simon Jacques Rochard (del 1835), alla National Portrait Gallery di Londra, la trasfigura in un tripudio di fiocchi rosa, in una meringa di pizzi bianchi. Che la moda del tempo non ci inganni: perché Emily Eden (1797-1869), nata a Westminster, settima figlia del primo barone di Auckland, la penna in mano la impugnava con destrezza, tanto che i suoi contemporanei la pensavano valida “rivale” di Jane Austen. E in più non mancava di carattere: non le passò neanche per l’anticamera del cervello di sposare il primo ministro Lord Melbourne, suo amico del cuore, quando lui restò vedovo della dissoluta Caroline Lamb, che era amante di Lord Byron.Vuoi mettere le gioie dell’indipendenza e della scrittura? E così fu. In questo dei suoi due best-seller, protagonista principale è... una villetta bifamiliare nella dolce campagna in riva al Tamigi, dove Lady Blanche, sposa del visconte Chester, è “segregata” in attesa del primo figlio, mentre il marito è in missione diplomatica a Berlino. Il vicinato è in subbuglio per cotanta mondanità che va e viene, in carrozza o in canoa. Come finirà?Ovviamente benissimo. Ogni amata sposerà l’amato, le vecchie zie si divertiranno un mondo, i buoni borghesi (medici, ecclesiastici, capitani navali) stringeranno amicizie con i buoni nobili, gli arrampicatori sociali saranno puniti, i bambini malati guariranno. Che perfetta radical chic sarebbe, oggi, Eimily Eden. Data articolo: Mon, 18 Mar 2019 18:53:53 +0000

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L’età dell’Acquario "Non puoi pensare la tua vita. Devi viverla... con tutto te stesso". È il 1969 e Gloria, diciassette anni, protagonista della Stagione della Strega di James Leo Herlihy, sta per scappare di casa.La meta di Gloria non è un luogo qualsiasi, ma New York, il centro del mondo. La stessa Grande Mela catalizzatrice di sogni dove approdava anche Joe Buck, il midnight cowboy di Un uomo da marciapiede, romanzo di Herlihy diventato nel 1969 uno dei più bei film americani di tutti i tempi.Vincitore di tre premi Oscar, interpretato da Dustin Hoffman e Jon Voight, accompagnato da una indimenticabile colonna sonora: Everybody’s talking at me/ I don’t hear a word they’re saying/ Only the echoes of my mind. Ed è con quello stesso motivo in mente che leggiamo le parole di Gloria nella Stagione della Strega, l’ultimo romanzo dello scrittore, apparso nel 1971 e ora pubblicato per la prima volta in Italia da Centauria nella traduzione di Massimo Gardella.Drammaturgo, autore di tre romanzi e due antologie di racconti, James Leo Herlihy è considerato uno dei più grandi scrittori americani del Secondo dopoguerra. Quello che colpiva i suoi estimatori, primo tra gli altri William S. Burroughs, era soprattutto l’equilibrio e la luminosità della sua prosa.Herlihy, omosessuale, da sempre impegnato nella società civile, negli anni Sessanta aderì al movimento hippie e pacifista. Tra il 1957 e il 1973 visse in un cottage al 709 di Bakers Lane a Key West, in Florida. Tennessee Williams, Truman Capote, Gore Vidal: la casa di Herlihy divenne presto un luogo dove convergevano scrittori e intellettuali; ma fu anche un rifugio per molti figli dei fiori e per numerosi renitenti alla leva che si rifiutavano di partecipare alla guerra in Vietnam.Il libro che più attinge all’atmosfera e all’anelito libertario di Bakers Lane è proprio La stagione della Strega, considerato il primo grande romanzo dell’Era dell’Acquario. Anche se oggi — a cinquant’anni esatti da Woodstock — la definizione suona parziale, anacronistica. "Ho appoggiato la testa contro la spalla di una giovane creatura smilza chiamata Roy, mezzo angelo e mezzo animale. Non ero molto comoda, ma era favolosamente intimo. Viaggiare di notte accanto a un caro amico è davvero una cosa speciale".La stagione della Strega racconta il mondo visto attraverso gli occhi di una diciassettenne. Herlihy riesce a mimare la voce ruvida di Gloria, il disincanto adulto che si alterna alla sua appassionata freschezza. Gloria parte dal Michigan insieme a John, amico inseparabile, alla volta di New York. C’è libertà nell’aria, ancora si sentono gli echi di Woodstock — non è passato neanche un mese dal concerto considerato l’apice del movimento hippie — e tutti ancora ricordano le immagini dello sbarco sulla Luna."Il razzo sulla Luna ha rappresentato il più importante passo avanti dell’umanità nell’esplorazione spaziale. Woodstock era la rappresentazione più importante delle possibilità dello spazio interiore" dice Peter, alla guida della comune dove approderanno Gloria e John.Spirito rivoluzionario a parte, entrambi hanno una ragione per andarsene: lui non vuole partire per il Vietnam, lei invece vuole ritrovare a New York il suo vero padre.Ma se l’avventura è tale, impone una trasformazione: John verrà ribattezzato Roy e Gloria, d’ora in avanti, sarà Witch Gliz, in assonanza con il cognome del genitore biologico e in armonia con il nuovo ruolo da protagonista che vuole darsi: quello della Strega che ammalia la vita — che manda alle formiche telegrammi mentali, che desidera pubblicare un libro ("La realtà è una cosa, le parole un’altra. D’altra parte, la mia penna si sta trasformando in una rosa"); che sogna e descrive il domani, perché essere giovani è anche trattare quel materiale plasmabile, fantastico, ancora sconosciuto, che di solito chiamiamo futuro.Tra hashish, Lsd, musica e vita di strada sono tanti gli incontri della Strega che rivelano l’interesse di Herlihy per i personaggi borderline. C’è Loretta, la prostituta; Wiston, lo spacciatore-ladro; Sally Sunflower e tutti i componenti della comune di Canal Street, compreso il fantasma di nome Sara con il quale la protagonista intrattiene piacevoli discussioni serali. E poi, certo, quell’Hank Glyczwycz: il padre biologico, il professore comunista, cinico e depresso, così lontano dalla figura idealizzata da Gloria.I passaggi più intensi del libro sono però quelli che descrivono il rapporto di amicizia e amore che lega la Strega al suo inseparabile compagno di viaggio: John/Roy, il ragazzo omosessuale che sogna di andare a letto con George Harrison; il corpo magrissimo, la pelle butterata, gli enormi occhi grigi, l’intelligenza folgorante. In quell’amicizia, platonica ma piena di passione, c’è la forza ancora attuale del romanzo.La stagione della Strega mette a fuoco uno di quei sodalizi bellissimi che travalicano la sessualità e le inibizioni di genere. Quei veri amori che non trovano una collocazione precisa. "Caro Roy, ovunque tu sia, per favore resta in vita", scrive la Strega. "Ti prego torna a casa tutto intero. Ti prego guariscimi con il tuo amore".© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 18 Mar 2019 18:45:53 +0000

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Cercasi Anton disperatamente Ma cosa decide l’identità di una persona?L’epopea vertiginosa dei gemelli Alissa e Anton, i protagonisti di Fuori di sé di Sasha Marianna Salzmann, ci fa perdere la testa, quasi che, per due gocce d’acqua nate a Volvograd poco dopo la Perestrojka da una famiglia di ebrei i cui antenati avevano adempiuto a tutti i doveri rivoluzionari di questo mondo, poi emigrata in Germania in mezzo ad appartamenti di cartone e assegni di sostegno, non ci possa essere pace.Inseguiti nella patria di origine come "porci ebrei", e in quella di arrivo come "porci russi", in bilico tra due lingue e tra due genitori insicuri, tra ricordi d’infanzia grigi e un presente nebbioso, la loro scontentezza di sé trasuda da ogni dove, tanto che l’unico rifugio possibile sembra essere la loro monade fraterna, sempre attaccati come un guscio di noce, sempre alla scoperta di un angolo del corpo dell’altro che possa rassicurarli. In realtà non sanno chi sono, qual è il loro idioma, la loro terra, il loro sesso.Chiaro: uno dei due, Anton, sente il bisogno di sparire, di andarsene; a Istanbul, si direbbe, o almeno così è scritto nella dicitura di una cartolina che dopo un po’ arriva a casa. Ali/Alissa lo insegue, anche se la caotica capitale turca non è un posto facile né per trovare una persona né per avere una visione risolutoria di sé stessi.Ecco l’esordio letterario di una scrittrice nata (nel 1985) a Volvograd come i suoi personaggi, autrice di punta del Teatro Maxim Gorki di Berlino (è andata a viverci con i genitori all’età di 10 anni), esperienza di successo sulla scena che le lascia in eredità la carica sperimentale, la voce a tratti bisbigliata a tratti esagerata, il rumore, lo stupore, qualità che, con questo romanzo, le hanno fruttato la shortlist del Deutscher Buchpreis, e il premio letterario della fondazione Jurgen Ponto.Tutto è estremo in questo libro, anche le scene più pacate, anche l’assunzione di un tè. La regola è che la confusione regni sotto il cielo: fosse solo che termini russi con grafia russa (cirillica), parole yiddish, lemmi turchi si sovrappongono al dettato normale, così come, capitolo dopo capitolo, si mischiano le epoche, i luoghi, i protagonisti, l’io, che a volte, soprattutto quando a parlare è Alissa, si fa maschile o femminile. D’altra parte, quando la ragazza arriva all’aeroporto Ataturk il funzionario della dogana esamina la foto sul passaporto e dubita, non capisce, non può capire, chiama un collega.Eppure ci sono dei tratti molto classici nel romanzo. Sono quelli della cronaca famigliare nella Russia della rivoluzione, del regime duro e del post-stalinismo, popolata dai nonni e dai bisnonni di Alissa e Anton, dai matrimoni, dai tradimenti, dalle violenze in famiglia, ubriachezze, espulsioni dal partito, vite da ebrei in un paese sempre più antisemita, dai successi scientifici, dall’amore per la patria, magari a Odessa, nel 1936, quando le relazioni amorose si limitavano a passeggiate e a scambi di libri, o magari a Czernowitz, nel 1953, quando la nonna dei nostri protagonisti sviene alla scoperta che il padre della patria Josif Stalin è morto.Ci sono momenti drammatici, momenti poetici, momenti ironici. Ma è senz’altro la figura burrascosa di Alissa a regnare sovrana sul romanzo, da quando inizia a rasarsi i capelli e a fasciarsi il seno per non apparire femminile, all’approdo solitario a Istanbul, un errare senza fine tra i quartieri più malfamati mentre tenta di ritrovare Anton e si vede impigliata in un ambiente di transessuali da cui si sente irrevocabilmente attratta, stregata, come fosse l’unica via di uscita da questa sua inconsistenza identitaria, fino a quando la via intrapresa da un’amante, quella delle iniezione di testosterone, pare indicarle la soluzione.Niente le fa paura, non i peli che sembrano crescerle dovunque, non la voce che nemmeno la madre al telefono riconosce più. Anton, vicino, lontano, chissà dove, c’è: noi lo incontriamo, mentre anche lui gioca con un’omosessualità che non riesce a riconoscere. In confronto il caos che travolge la piazza Taksim della repressione di Erdogan, pare un incidente marginale; il vero disordine domina piuttosto le menti di Alissa e Anton, gli ultimi di una progenie di profughi.© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 18 Mar 2019 18:24:05 +0000

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Più eros meno pathos Siamo passati dalla società della repressione a quella della seduzione. Dal regime del divieto all’economia del desiderio. E non c’è motivo di strapparsi i capelli. Almeno secondo Gilles Lipovetsky, che al tema dedica il suo Piacere e colpire. La società della seduzione (Raffaello Cortina). Il libro, al tempo stesso provocatorio e stimolante, fa giustizia di tutte le lamentazioni apocalittiche sul presente. La tesi del filosofo francese, professore all’Università di Grenoble, si propone come una sorta di sequel del capolavoro di Michel Foucault Sorvegliare e punire.Se questa fortunata espressione rappresentava l’algoritmo della società del controllo, che ha caratterizzato la storia dell’Occidente fino alla modernità, Piacere e colpire è l’imperativo dell’ipermodernità.Che segna la fine della seduzione repressa, controllata, posta sotto tutela dalle istituzioni, dalla morale, dai genitori, dai censori e dagli educatori. Quella per esempio contro la quale si scontra Don Giovanni, seduttore compulsivo, che lotta con Dio e con gli uomini per riuscire a portare a termine i suoi score erotici. E alla fine brucia nelle fiamme dell’inferno. Oggi invece siamo transitati dall’universo del dovere a quello del piacere.Dove tutto è consentito, perché fare i piacioni è ormai la ragion d’essere di quello che l’autore chiama il “playboy/girl 2.0”, Un iperconsumatore impaziente, che vuole tutto e subito, si tratti di eros o di merci, altrimenti si rivolge altrove. E bisogna che il suo fascino colpisca con la stessa velocità del clic di un acquisto on line. Il mondo in cui viviamo è l’effetto di un capitalismo incantatore, che lavora a tutti i livelli sul desiderio e non sul controllo, sulle emozioni più che sulle ragioni. E in cui ciascuno aspira a essere seduttore e sedotto. La galassia del “rimorchio generalizzato” è in preda al demone dell’ottimizzazione.Ciascuno va dritto al sodo, senza corteggiamenti, coinvolgimenti, romanticismi che fanno perdere tempo e denaro. Del resto nel 1977 Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso aveva già indicato dove stavamo andando a parare, quando scriveva che ormai «l’indecenza non sta più nella sessualità, ma nella sentimentalità». Come dire, sesso sdoganato e amore sdrammatizzato. E lo speed dating contemporaneo, con gli appuntamenti tra sconosciuti via app, ne è l’apoteosi. Ma non è solo eros e pathos. L’ingiunzione seduttiva è, infatti, una legge universale del neoliberismo che opera nel privato come nel pubblico, nei sistemi educativi come nella famiglia, nell’economia e nella politica.Persino il populismo contemporaneo è figlio di un marketing del consenso fondato sul piacere, sullo share e sulla capacità di colpire l’elettore in pochi secondi. Il leader ideale è quello che fa sognare tutto e subito. Che intercetta i desideri e fa l’offerta giusta. Così l’immagine del candidato oscura totalmente il programma politico, diventando essa stessa il fine e non lo strumento del negoziato tra eletti ed elettori.Detta così sembra un incubo. Ma per Lipovetsky c’è del buono. E anziché invocare la repressione, secondo lui bisogna imparare in fretta a governare questo cambiamento epocale, di cui per il momento vediamo soprattutto gli effetti destabilizzanti. Per questo è necessario riconoscere e sfruttare il potenziale generativo della seduzione e la sua forza liberante. In un certo senso è tempo di abbandonare il moralismo di Platone per sposare in pieno il narcisismo primario di Lacan. Dove la seduzione non è una trappola o un inganno, ma un’esperienza primigenia, come il dolore, che consente di liberare le forze positive della passione.Insomma insieme alle derive, Lipovetsky mostra anche i vantaggi di questo parco giochi voluttuoso e spesso vacuo in cui viviamo. E indica i modi per imparare a governarlo. Come dire il desiderio ripreso per la coda.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 14 Mar 2019 14:47:28 +0000

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L’autunno della matriarca Ci sono, in certi romanzi, personaggi che si impongono con una forza tale da stare stretti dentro i confini del libro dentro cui sono nati: è così che vengono fuori nuove storie da costole delle precedenti, testi che raddoppiano se letti insieme ma capaci anche di vita autonoma.Dalla lettura di Ovunque io sia restava Maria do Ceu, spigolosa madre di tre figli e attaccata alla primogenita, Rita, nata con una malformazione al viso.Adesso Romana Petri torna con un nuovo romanzo, sempre di ambientazione portoghese, scegliendo di raccontarla ancora, stavolta non sulla scena ma per sottrazione, attraverso gli effetti della sua morte e gli avvenimenti che scatena.Pranzi di famiglia si apre così, con Maria che muore il quindici novembre, al mattino presto, in ospedale, senza un familiare accanto; non è presente nessuno dei suoi figli, che pure si davano il cambio per non lasciarla sola. C’è soltanto un’infermiera che registra l’evento con freddezza: mancanza di ossigeno, sussulti, il decesso. In pochi minuti e nel giro di poche righe Maria do Ceu non c’è più, ed è allora che comincia a esserci, con la sua ombra lunga che si allunga sulle vicende degli altri.Pranzi di famiglia entra nella tradizione dei romanzi che si aprono con la morte del patriarca (o della matriarca, come Teresa Uzeda di Francalanza che scompare all’inizio dei Viceré) e raccontano cosa accade quando una colonna cade giù smettendo di sorreggere quello che c’era da sorreggere e di nascondere quello che c’era da nascondere.Che ne sarà di Rita, “una ragazza di trent’anni sempre furibonda, con quei nervi tanto a pezzi che per farli saltare in aria bastava niente”, minuscola cavalletta di quaranta chili scarsi capace di diventare tutta bocca, tutta un unico urlo? Rita è la figlia che ha vissuto perché era la madre a tenerla attaccata alla vita, il suo viso deforme è stato tenacemente “riparato” da quindici operazioni a cranio aperto e lei è cresciuta odiando i normali, i sani, a partire dalla sorella Joana, bellissima e corteggiata dai ragazzi (ma li avrebbe volentieri dati tutti a Rita, per sedare il senso di colpa di non essere lei la malata).Intanto l’altro figlio, Vasco, di fronte alla morte resta paralizzato dal tempo che non ha passato insieme alla madre, un tempo che improvvisamente pesa come sempre pesano i giorni mancati. Infine c’è Tiago, il padre di tutti e tre, sposato con Marta, la donna per la quale ha abbandonato la famiglia: quando compie sessantacinque anni è lei a voler chiamare per invitarli a pranzo, e “come per ogni compleanno, tutti vennero colti da una strana febbre che costruiva e distruggeva insieme”.Romana Petri sa guardare dentro le famiglie e raccontarle come labirinti dentro cui si perdono tutti, nessuno escluso; è una scrittrice che conosce ogni particolare dei personaggi che crea e li rende credibili, vivi, con la serrata eleganza di una scrittura che nasce insieme ai fatti e da quelli procede per fare i conti con i segreti e la memoria.Pranzi di famiglia è un romanzo irresistibile per l’intimità che costruisce con i personaggi e l’esattezza con cui incastra corpi, luoghi e desideri, seguendo il ritmo misterioso degli appuntamenti a tavola, quelli in cui le famiglie dovrebbero svelarsi tutto e finiscono per non confessarsi nulla rimandando al prossimo pasto, e poi al prossimo ancora.Tutto ciò che sappiamo della verità è che dobbiamo ancora dircela, sottintende ogni capitolo, ma intanto “è bello mangiare tutti insieme. Non sai mai di chi stai masticando i pensieri”.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 14 Mar 2019 14:36:26 +0000

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La ragazza di Hugo Voce e fisico sottili, ma un temperamento indomito e travolgente, la cabarettista e scrittrice Emmy Hennings, figlia di pescatori tedeschi del nord, ha sognato e creato un’Europa dell’arte.Era il 1916 di Verdun, in due settimane erano morti ottantamila soldati; Emmy Hennings ballava e cantava a Zurigo. Nella Svizzera neutrale, con Hugo Ball — disertore tedesco — avevano creato il Cabaret Voltaire, dove nascerà l’avanguardia Dada dedita all’assurdo, per diffondersi (“al di là della guerra e delle patrie”) nel mondo.Emmy faceva da ragazza la lavandaia, e anche più azzardati mestieri, quando a diciannove anni si era data al teatro — magari pure operetta e vaudeville; nel 1916 erano già dieci anni che calcava le scene, e era lei, dichiarò la stampa di Zurigo, “ la stella di questo Cabaret”, che altrimenti non avrebbe fatto tanto chiasso.Hugo Ball, in costume da Papa futurista, recitava poemi sonori di disgusto e derisione (“ tutto funziona tranne l’uomo”); Tzara, il ragazzo romeno con il monocolo, gran pubblicitario dell’arte nichilista, provocava il pubblico con poemi simultanei insensati come Febbre puerperale; nel fumo, compariva la figura da mongolo di Lenin, che giocava a scacchi con Tzara — né lui, né la polizia, sapevano che stava scrivendo il Che fare? Ma quando “ Emmy cominciava a cantare gli ascoltatori si calmavano. Era capace di attirare l’attenzione su di sé, anche se non era bella”, dice Hugo Ball, che nel 1920 la sposerà; “ gli studenti approdati dalle bettole al Cabaret Voltaire trovavano il loro tornaconto”.Il primo romanzo della Hennings, che finalmente possiamo leggere in Italia ( grazie all’editore e traduttore Marco Federici Solari) si intitola Prigione ( L’Orma). Emmy si è mescolata finora con il mondo culturale della Berlino anteguerra, si è legata a Max Oppenheimer, Franz Wedekind, la grande, “ impervia” poetessa Else Lasker- Schüler, esibendosi la sera per cinque marchi nei locali di Monaco: ma è il mondo chiuso di una prigione femminile a ispirarle il primo testo autobiografico, che Hermann Hesse definirà “ un miracolo”.Accusata di aver borseggiato un cliente durante un rapporto, Emmy, in apertura del testo, aspetta l’udienza da tre mesi. Vuole andare a Parigi, e scrive al Regio Tribunale se può fissare la data del processo, o se intanto può assentarsi; con tipica logica burocratica, viene immediatamente arrestata “ per rischio di fuga”. Emmy marcia come una forsennata per la cella; se almeno potesse svenire! o magari avere un collasso, o essere ubriaca — lei abituata all’etere.In quel mondo chiuso, le lettere degli amici non hanno senso, e neanche riesce più a cantare. Quando dice che lavorava nei cabaret, le sorveglianti neanche capiscono. Ma sono sbalordite dalla sua famosa zazzera bionda; schioccano le mani per la sorpresa: i capelli corti, ora!Benedett’Iddio. Le compagne di cella invece sono figure eccezionali per evidenza e tenerezza. Spesso hanno il nome dell’imputazione; c’è “ Per incesto” ( quando si discute se il dolore renda teneri o più duri, dice che suo padre col dolore è migliorato molto). Due “ Omicidi” vengono giustiziati.“ Per Maltrattamento di Minori” ha ucciso la figlia. “ Furto con scasso” è una cuoca in grembiule e un piede fasciato, che si è ustionato rovesciandovi una pentola d’acqua bollente per “ farsi l’invalidità”; è accusata del furto della “ cassa delle ossa” ( la vendita degli scarti degli animali): una piccola scatola di latta! Il ladro ( il cuoco) avrebbe dovuto portarsela via, e lei si prendeva quattordici giorni; invece lui ha forzato la serratura, e così lei si è presa sei mesi.Alcune cercano di fare le svenevoli con i secondini, ma è inutile. Ce n’è uno che sembra un bulldog; una detenuta davanti a lui si è messa a accarezzarsi il seno prosperoso a un passo da lui — niente.Il sabato c’è la distribuzione dei libri; un carcerato arriva con una grossa cesta, e porge i volumi pescandoli a caso come fossero pagnotte tutte uguali. Nel corridoio, un altro, con spazzole ai piedi, lustra il pavimento; tutte le detenute lavorano a maglia calze maschili, pagate una miseria.La nostra carcerata riflette sulla giustizia. Il suo accusatore non si è neanche presentato in udienza. “ Prendiamo la più indifesa delle creature: una ragazza di strada. Se è proibito farsi pagare un’ora d’amore dovrebbe essere proibito anche pagarla”.Ma la corte è composta di maschi; è facile condannare le donne — se sapessero i sorrisi con cui le ragazze che fanno la vita si raccontano i più intimi segreti di chi le ha denunciate; sorrisi di superiorità. E c’è una parola anche per gli animali, che vanno messi a morte senza inutili sofferenze — la Hastings è stata con Hugo Ball e Hans Arp a Ascona, al “ Monte Verità”, comunità libertaria e vegetariana del ritorno alla natura.Fine pena, e del testo: Emmy recupera, dopo tante informi casacche, la giacca attillata. Vivrà con Hugo Ball in Ticino, cercando nella scrittura ( Das Brandmal,il Marchio d’infamia) il senso della sua continua miseria — l’accattonaggio, la prostituzione — e in un fervido cattolicesimo “ l’armonia” di tutte le sue contraddizioni.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 14 Mar 2019 13:01:29 +0000

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Papino caro (e pornografo) Il modo migliore per esaltare questo imperdibile memoir sarebbe stroncarlo. Solo lo stroncatore infatti sarebbe abbastanza euforico e dedicato da raccontarne con la doverosa foga l’esilarante premessa e la sorprendente esecuzione: uno scrittore letterario concepisce un memoir sul padre che si rivela un racconto psicologicamente irrisolto, pieno di risentimento e dolore, espressi però con tutta la sbigottente pacatezza di un brav’uomo dell’America profonda: “Malgrado le difficoltà di una vita con mio padre, io vivevo per la sua attenzione.L’unico comportamento che servisse a ottenerla era scrivere, dunque cominciai a farlo a sette anni”.Offutt figlio è un autore riconosciuto; il padre, tiranno in casa, è un prolifico scrittore di serie z – pornografia e fantascienza: specie negli anni Settanta, quelli in cui il figlio era adolescente e imparava il sesso dai libri del padre. Alla materia già esplosiva si aggiunge una madre che da un lato è la beniamina del figlio (“Alla mamma, Sei la persona che vedo con più piacere… Chris Offutt, 11/93… Le dissi che era ancora così”), dall’altro ha vissuto un matrimonio di difficile lettura, allietato dalla sperimentazione sessuale (alle convention dei fan, “mamma e papà prendevano due stanze comunicanti a un altro piano rispetto alla nostra… un modo per consentire a entrambi di avere delle avventure con discrezione”) e appesantito dal carattere dittatoriale del marito: “In qualunque situazione, l’unica percezione corretta era la sua”. Una storia talmente calda da meritare un tifo da stadio invece che pacate argomentazioni o lodi da pubblicitari.Ma lo stroncatore tanto attento da infastidirsi per il candore di Offutt – che non unisce mai i puntini freudiani tra frasi come “Trasformavo quegli esili encomi nella prova che mio padre mi voleva bene quanto ne volevo io a lui” e “La mamma era il pastore e io il suo leale cane da guardia” – sottovaluterebbe il coraggio dell’autore.Per inquadrare il tono della storia, si prenda un Kent Haruf (siamo nei territori umili e universali del cosiddetto Carver Country) e ci si immagini che per aver ereditato gli scritti del padre si senta obbligato a scriverne. Ecco una fantasia del padre: “Legata la donna alla rastrelliera… Versato olio sopra la testa, dato fuoco all’olio… Messo zolfo nelle ascelle, poi acceso… Legate mani dietro la schiena, issata la donna fino al soffitto, poi lasciata cadere… Pausa per il pranzo”.Ora, le fantasie di dominio sessuale del padre non sono in mano a un brutale Michel Houellebecq (un simile gap generazionale è alla base di Le particelle elementari): la rivoluzione di costumi attuata dal padre di Offutt – un rappresentante Procter and Gamble che a trent’anni e con famiglia si stufa della sua vita regolare e comincia a campare di romanzetti al ritmo di una consegna al mese – spinge Chris Offutt a rifiutare, per sé, qualunque eccesso, cattiveria o stortura morale.E così scrive come un uomo conformista, pieno di buon senso, che ancora alla fine del tour de force psico-letterario produce pensieri lineari come “Forse, una testimonianza dell’orgoglio di mio padre era quello che avevo sempre sperato di trovare”. O: “Nell’ultimo anno, però, mi si era presentata sempre più spesso una richiesta specifica e molto privata. Perché non venivi mai a trovarmi?”.La genialità di Offutt sta nel dividersi tra amorale archivista e narratore delicato (capace anche di pagine piene di sfumature su un problema di abuso sessuale). Così, se racconta senza troppe censure il particolare ménage dei genitori, quando parla di sé adopera una visione del mondo semplificata: “In quattro anni traslocammo sette volte… Come si attenuava il senso di avventura, così accadeva allo splendore della felicità coniugale”. Qui lo stroncatore, che nel frattempo si è innamorato del libro e ne parla a tutti, non riesce a credere che Offutt creda ancora al romanticismo e non faccia esperimenti come quelli dei genitori.Ma Mio padre, il pornografo è il raro libro che fa scoppiare a ridere e venir voglia di litigare. La lealtà con cui Chris permette al padre di essere se stesso sulla pagina (“Papà diede alla nostra proprietà l’appellativo ufficiale di Fattoria del Divertimento, facendo trascrivere il nome sui documenti legali, sulla carta intestata e sugli assegni bancari”), e propone lo scontro generazionale con l’amarezza impacciata di chi è appena uscito da un pranzo di Natale, merita esultanza e una corsa al bar più vicino per alcuni bicchierini di bourbon.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 12 Mar 2019 17:53:20 +0000

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Il ritorno di Capitan Harlock "Vago per le galassie, la gente mi chiama Capitan Harlock. Una voce sussurra: il suo canto mi incita a vivere in libertà.E sotto la mia bandiera, sotto il mio vessillo, io sarò libero". Era il 1977 quando per la prima volta il manga di Leiji Matsumoto uscì, in Giappone, per la casa editrice Akita Shoten e fu una rivoluzione: l’eroe era un pirata, uno che andava contro la legge.Ma in nome di un’etica superiore, in un mondo governato da politici incapaci, in grado di fare solamente i propri interessi.Il resto dell’umanità non era migliore dei suoi rappresentanti: abituata a non lavorare grazie alle macchine assisteva al proprio tramonto sfruttando le risorse dei pianeti vicini, una volta estinta completamente la vita nei mari della terra. Alcuni uomini, alla ricerca di una nuova speranza, alzarono la testa per guardare all’ultimo dei mari: lo spazio infinito.Tra di loro un uomo, Harlock, il cui spirito, come spiega Matsumoto, è incarnato in una bandiera, teschio e tibie, che significa: "Io combatterò fino a diventare ossa". Con lui una ciurma di irregolari: sulla nave spaziale Arcadia ognuno fa ciò che vuole, in pieno spirito anarchico: chi costruisce modellini, chi si imbottisce di ramen, chi fa gigantesche bevute di sake. Tutti sono i benvenuti: uomini, donne, maiali, alieni.Tutti sono uguali. E tutti sono pronti a combattere nel nome di una sola cosa: la libertà. "Gli esseri umani sono tutti uguali, il mondo non ha confini, le barriere non hanno senso" per Matsumoto. "Mio padre, che è stato un pilota dell’esercito giapponese durante la Seconda guerra mondiale, mi ha insegnato che la guerra è il male supremo".Il suo manga è come un mandala: quello che Harlock intraprende è un viaggio nel cosmo ma è anche un viaggio dentro sé stessi e dentro la vita.Le immagini di questo volume capolavoro che, per la prima volta in Italia, raccoglie l’intero ciclo di storie che va dal ’77 al ’79, sono straordinarie: alcune pagine doppie lasciano letteralmente a bocca aperta.Viene in mente il 2001 di Kubrick e tutto l’immaginario psichedelico di quegli anni ma non solo: la cosa incredibile è che in queste pagine si alternano filosofia e ironia, un senso di malinconico distacco dalle cose del mondo e una poesia struggente e delicata. E poi ci sono i dubbi: chi sono i nemici? Lo sono davvero? Gli alieni infatti sono "donne che bruciano come carta".Si scopre che appartengono al mondo vegetale e non a quello animale ma questo non impedisce loro di provare sentimenti. Matsumoto semina le sue pagine di dubbi: forse gli alieni siamo noi. Siamo noi i cattivi?© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 06 Mar 2019 16:28:09 +0000

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La mattina andavamo in via Po a “lezione” da Moravia e Fellini Un’epoca, più che una sequenza di fatti, è un’atmosfera. «Un mondo di rumori, di squilli e di ticchettii», le luci basse dei lampioni, gli odori acri, polvere e fumo. Un tram che attraversa il centro storico di Roma carico di lettori di giornali: dalle mani intuisci «tremori, stanchezze, giovinezze spavalde»; dal modo di avvicinare gli occhi alla pagina «il grado di presbiopia; dal disegno delle labbra, contratte, dure, rilassate, sorridenti, potevi decifrare la quantità di rabbia e di indignazione, di felicità e di stupore».È una delle pagine più belle di Niente di personale (La nave di Teseo), l’ultimo romanzo di Roberto Cotroneo, in corsa per il Premio Strega.Ogni pagina almeno un dettaglio, un pezzo concretissimo di mondo – un’automobile riverniciata, una rosetta con il prosciutto, un telefono a ghiera, un accendino Dupont, con il suo clic inconfondibile, «lo potevi sentire anche attraverso i muri». Cotroneo sosta «sul bordo del tempo», come dice il titolo di un capitolo: lo esplora a fondo e poi, come un cartografo, allontana vertiginosamente la prospettiva. Il bordo, il confine fra un’epoca e l’altra: come si riconosce? «Io credo che le epoche si chiudono così, all’improvviso», sosteneva Mastroianni sulla Terrazza di Ettore Scola; il libro di Cotroneo mette il dubbio: all’improvviso, o forse per consunzione? «Not with a bang», non con uno schianto, per citare T.S. Eliot richiamato anche nel romanzo.Tutto comincia – comincia a finire – nel cuore degli anni Ottanta: il narratore arriva a Roma e si affaccia, volenteroso e affascinato, nella storica redazione dell’Espresso, via Po al civico 12. «I giornali erano scritti da gente felice»: ed è quella felicità, frenesia, pienezza, slancio che Eugenio Scalfari raccontava nelle pagine di La sera andavamo in via Veneto – 1986, guarda caso; la storia di Cotroneo parte due anni prima. Con un ventenne che si lascia avvolgere, sfidare, provocare, mettere in discussione dallo scintillio emanato dai maestri. Mette piede nel tempio della cultura e si interroga, cerca di capire, intimidito e, anche lui, felice. Senza ancora essere nessuno, può capitargli di sfiorare Moravia, o qualche erede di Flaiano, o di intrattenersi con Fellini in una bottiglieria («era leggero, sapeva mille cose, e non diceva mai niente di fuori luogo.Era delicato nella sua grandezza»), di imparare da Livio Zanetti o da Nello Ajello – in una redazione con le luci basse – come si gioca la partita seria del giornalismo, se inteso come un contropotere che sappia limitare il narcisismo. Nella Roma «giallina e sonnolenta» ritratta anche nell’ultimo film di Virzì, Notti magiche, il giovane uomo del romanzo di Cotroneo mette a frutto ambizioni e illusioni, non perde tempo, interroga i vecchi, ne misura coerenza e disponibilità ai compromessi, cerca di rubare qualche segreto, qualche trucco.Capisce che la grandezza altrui, quando la riconosciamo, ci spinge a essere grandi, o meno mediocri. E annoda i fili della memoria familiare a quelli del presente – un nonno monarchico, un nonno anarchico, una nonna che perde il primogenito nella Grande Guerra, un padre che si è fatto da solo: da sartino in Calabria a cardiologo affermato, migra a Nord, si fa strada, conosce Andreotti (visto da vicino, è molto meno «curiale» e «rattrappito» di quanto voglia la caricatura).La Prima Repubblica è già in bilico, ma alla giusta distanza dal crollo. Cotroneo non la idealizza, vede le ombre, le ambiguità, le muffe, «salamelecchi, bizantinismi»; gioca con la nostalgia, ma non se ne fa ricattare, anzi lascia che a neutralizzarla, come si fa con un acido, siano proprio gli antichi maestri, i giganti del vecchio mondo. Inseguendo lo spirito del tempo, di quel tempo, Cotroneo scrive non un memoir, ma un’«autobiografia altrui», così l’avrebbe chiamata Tabucchi; mossa, fluviale, con uno schema temporale inafferrabile. Una lunghissima orazione, un’elegia. O forse una canzone, "musica" con un dolore dentro, nascosto come un cuore.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 05 Mar 2019 19:14:02 +0000

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