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recensioni libri da kataweb.it

#libri #recensioni

recensioni libri

Un sorriso sull’orrore Il titolo stride con l’immagine che lo veste. Il morto nel bunker (pp. 296, euro 18, traduzione di Luca Vitali) è uno straordinario reportage di Martin Pollack, autore molto amato anche da noi grazie alle amorevoli cure del suo editore Keller.Si tratta, recita il sottotitolo, di un’Indagine su mio padre, e racconta dell’ufficiale delle SS Gerhard Bast, ritrovato cadavere il 6 aprile 1947 in un bunker nei pressi del Brennero.Era ricercato, criminale di guerra: aveva comandato uno dei reparti responsabili dei massacri nelle retrovie a est.Ed era il padre di Pollack, che ne ha rinnegato il cognome e si è dedicato, da slavista, proprio a quei luoghi che i nazisti (e quindi anche suo padre) volevano cancellare.Qui fa i conti con questa memoria, con un passato tremendo e oscuro. E ci si aspetterebbe una copertina mesta: invece compare un’allegra illustrazione, un manifesto turistico del 1934 – anno del fallito colpo di stato nazista che costò la vita al cancelliere austriaco – che invitava a visitare l’Austria. E che rende l’umanissima leggerezza con la quale l’autore sa raccontare questa storia, che è la sua ma non solo. Data articolo: Fri, 16 Nov 2018 15:09:31 +0000

recensioni libri

Guida per riprendere possesso della propria (vera) età C’è un tale, non in Italia, che ha chiesto allo Stato di modificare la sua età anagrafica: non 69 anni, come dicono i documenti, bensì 45, quelli che i medici considerano la sua età biologica. È convinto di averne diritto, al pari di coloro che cambiano sesso e pretendono di essere registrati secondo il nuovo genere. Un caso limite, certo, ma indicativo del paradosso dell’età ai giorni nostri: l’idea che la giovinezza sia una stagione da prolungare quasi all’infinito, rimuovendo tutti i segni esteriori ma anche interiori tipici dell’anziano.Fino ad arrivare alla grande rimozione, quella che riguarda la morte. Questo è lo spirito dei tempi, ma qualcuno va controcorrente e propone un viaggio in se stessi e verso se stessi. Propone cioè non la rimozione bensì la pacificazione. Accettarsi fino in fondo; accogliere i mutamenti fisici e non solo; ammettere che un certo stile di vita non può essere più replicato, anche e forse soprattutto negli aspetti competitivi e frenetici, legati al successo pubblico.Assaporare fino in fondo, in definitiva, i benefici della nuova condizione. E persino i piaceri inediti che ne derivano. L’autore di questa rivoluzione culturale in nome dell’urgenza di riprendersi la vita è Antonio Polito, noto giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera.A lui si deve un saggio brillante e profondo sulla condizione umana e psicologica di chi è entrato nel "quarto quarto" della vita attiva ( Prove tecniche di resurrezione. Come riprendersi la propria vita, Marsilio). E se consideriamo che ogni "quarto" vale vent’anni, è chiaro che Polito parla a coloro che hanno compiuto sessant’anni e si apprestano a compiere il viaggio non breve, ma nemmeno lunghissimo, verso gli ottanta.Non è un libro intimista e malinconico, al contrario è un richiamo forte e dinamico alla bellezza dello stare al mondo.Quindi la vita da riconquistare prima che sia troppo tardi.Una rinascita, in sostanza: una resurrezione che implica una discontinuità, la scoperta del proprio "io" più maturo, capace di cancellare le cose inutili del passato, anziché rimpiangerle.Chi risorge dopo i 60 non imita il se stesso di trent’anni prima, non rincorre le amicizie o le relazioni che appartenevano all’altra esistenza. Viceversa percorre i nuovi sentieri con lo spirito di chi ha fatto pulizia nella propria anima e nel proprio universo affettivo a tutti i livelli.Si sforza di conservare ciò che merita essere conservato e rinuncia al resto. Senza preoccuparsi troppo di quanto notevole possa essere tale rinuncia. E non ha paura di passare per reazionario se intende salvaguardare qualcosa, qualche segno concreto del tempo che fu: perché voler mantenere le radici è anch’esso un modo per vivere serenamente il presente.Si potrebbe forse dire che Polito si riallaccia, adattandola ai tempi, alla tradizione classica. Quando l’invecchiamento era accettato come sviluppo inevitabile dell’esistenza ("l’unica alternativa alla vecchiaia è morire giovani" diceva la nonna di chi scrive alla soglia dei cento anni).Uno sviluppo da gestire con cura, ciò che probabilmente un tempo era più facile perché gli anziani erano circondati da un rispetto oggi perduto.Come nessuno o quasi, nell’era di Internet, attinge al patrimonio di esperienze e di saggezza dell’anziano. Tutto ciò complica in qualche misura l’obiettivo di riprendersi la vita, di scansionare quello che davvero serve e diventare degli anziani pacificati, persino in grado di rivendicare il diritto "alla ricerca della felicità".Che non è, si sottolinea opportunamente, il diritto alla felicità "tour court".E Polito si dimostra assai convincente quando intreccia la riflessione sulla condizione umana con l’analisi dei tempi tormentati che viviamo. I "baby boomers", ossia i nati tra la fine degli anni Quaranta e i primissimi Sessanta, sono coloro che hanno vissuto la fine di tutte le utopie.Prima — per chi ci ha creduto — la fine dell’illusione comunista, poi l’altra illusione: che la caduta del muro di Berlino potesse inaugurare l’era del progresso liberal-democratico infinito. E invece ci troviamo con la crisi della globalizzazione, i populismi trionfanti, vecchie e nuove paure che si riaffacciano.Essere anziani e saggi non è mai semplice, ma oggi è necessario più che mai.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 16 Nov 2018 10:32:29 +0000

recensioni libri

E una sera in paradiso un ragazzo fece infuriare la dea Ava Gardner Cosa succede, se sei a letto con una delle donne più belle del mondo, che vuole fare sesso con te – per desiderio, per ripicca nei confronti del suo partner, o per quel che le pare – e non ci riesci?Personalmente non ho una risposta.Se non che si tratta di un episodio, inventato ma non troppo, raccontato da Lucia Berlin in Sera in Paradiso, la narratrice scoperta dal mondo letterario purtroppo fuori tempo massimo, quando cioè se ne era già andata per sempre.Nel racconto di Berlin, ispirato, a quanto si tramanda, a un episodio vero, e ambientato a margine delle riprese del film tratto da La notte dell’iguana di Tennessee Williams, si crea una situazione a metà strada tra l’invenzione e il gioco di specchi.Lui è uno dei tanti bei ragazzotti che si esibiscono sulle spiagge a beneficio delle danarose turiste. Lei è Ava Gardner, una splendida quarantenne che non ha bisogno di presentazioni. Lo sfondo è un cadente albergo sul mare, fornito di un bel bar.E la storia è forse vera forse no, ma anche le biografie di John Huston, che ha diretto La notte dell’iguana, le danno credito.L’alcol ha la sua parte non trascurabile in questa storia messicana, con litri e litri di tequila e di margarita, e tutti contenti di fare oltre l’alba trascinandosi sotto i tavoli o nei letti altrui.Come farebbe inspiegabilmente la divina Ava, di cui riportiamo la descrizione che ne fa il suo ammiratore. «Oh, signore, aiutami tu, questa donna è magnifica. Ha il colore del budino al caramello ovunque. I seni sono il paradiso in terra…».E questa dea ha fatto tutto il possibile per sedurlo, si è spogliata per lui, si è offerta sdraiata sul suo letto. E lui, di solito molto vispo e reattivo, non ce la fa. E dice la cosa sbagliata da dire a una dea per spiegare il momentaneo insuccesso. «È che sono innamorato pazzo di te fin da quando ero bambino».E, nel dare una dimensione al tempo, invecchia automaticamente la sua dea, che di anni ne ha solo quarantadue, non regge all’insulto circa la sua età e fa partire un manrovescio che ferisce il ragazzo al labbro. Poi amici come prima, a bere ogni tipo di alcol con Richard Burton, prete spretato in crisi, e la sua Liz. Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 19:01:28 +0000

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La mia verità a tempo scaduto La verità è un frutto maturo, specialmente quando si parla di calcio. La verità è un bene da tenere nascosto sotto i tappeti finché si può. Chissà quanto tempo dovremo allora aspettare per sapere cosa accadde nello spogliatoio della Juventus a Cardiff, tra Bonucci e Barzagli, con Dani Alves e Dybala, nell’intervallo della finale di Coppa dei Campioni 2016 contro il Real Madrid. Chissà se un giorno Sarri racconterà in quale preciso istante e perché decise di strappare con De Laurentiis, promettendosi al Chelsea.Probabilmente dovremo aspettare che una casa editrice si faccia avanti con l’offerta di un contratto per un libro-confessione. Il calcio ormai ama raccontarsi con sincerità solo così, lontano dal canone delle interviste tradizionali, diventate nove volte su dieci un rosario di banalità e di ipocrisie.  Mentre la biografia di Totti è in testa alle classifiche di vendita con 150mila copie e cinque ristampe, esce la traduzione in italiano del libro di Vikash Dhorasoo, il francese che giocò per il Milan e che fu ingaggiato a fine carriera dal Livorno senza mai andare in campo, uno dei nazionali di Domenech ai Mondiali del 2006, l’anno della finale con l’Italia.Con il piede giusto è un’autobiografia atipica, perché atipico è stato il Dhorasoo calciatore, figlio di immigrati mauriziani, partito dalla Normandia e arrivato al mondo dorato del pallone senza rinunciare alle sue idee anti-capitalismo, approdando alla convinzione finale che «nel calcio le persone di sinistra sono una manica di stronzi».Una grande promessa che la nazionale mise da parte per far spazio al ritorno di Zidane. Un calciatore che ai Mondiali disse al suo ct di non sentirsela di entrare dalla panchina, un dolorino, scivolando così ai margini della squadra, al punto da trascorrere il resto della manifestazione con una videocamera in mano, per non annoiarsi, filmando la vita all’interno dello spogliatoio, comprese le facce cupe dopo la finale persa, compresi i complimenti di Domenech a Zidane nonostante la testata a Materazzi. Ne fece un film, Substitute, un’opera che ha contribuito a rafforzare la sua fama di alieno e a creargli problemi dentro la setta del pallone.Nel suo libro, Dhorasoo racconta “una storia intima” per ribaltare lo stereotipo dei calciatori «disprezzati, considerati dei coglioni». Scrive l’elogio del piede («se non si fosse evoluto verso l’aspetto che ha oggi, vivremmo ancora sugli alberi o nelle grotte») e della mente libera, sgombra di ideologie tattiche: «Il calcio è uno sport che inizia 0-0 e che può finire 0-0. Amo questo sport perché racconta la noia, i tempi morti, il vuoto, l’ingiustizia».Ed è dentro questa cornice esistenzialista che sparge le rivelazioni tipiche del genere, le birre bevute di nascosto, i litigi, i rimproveri di Costacurta in francese perché leggeva Liberation, il monito a non farsi mai vedere nella Milanello di Berlusconi con una copia di Repubblica tra le mani.La verità nel calcio arriva sempre a tempo scaduto. Ibrahimovic ha consegnato alla penna di David Lagercrantz la sua antipatia per Guardiola e il racconto di un rissa in allenamento con Onyewu al Milan, all’epoca dei fatti smentita. Baggio raccontò di non aver mai sopportato Lippi.L’inglese Keane rivelò di come volle vendicarsi di un avversario norvegese provando a fargli del male: nella seconda edizione dovette ritrattare. Il libro di Icardi diventò un caso perché sfuggì al controllo dell’Inter un passaggio polemico contro gli ultrà della Curva Nord.  Almeyda confessò una carriera riempita di sigarette, alcol e depressione. Cassano mise in fila le sue 700 donne. Carlo Petrini trovò il coraggio per raccontare di scommesse, partite truccate e doping.Il libro di Dhorasoo somiglia più al primo vero caso in Italia, Calci sputi e colpi di testa, pubblicato nel 1976 da Paolo Sollier, ala del Perugia e militante di Avanguardia Operaia. In campo, prima della partita, salutava la folla con il pugno chiuso. Dice Sollier: «L’editore voleva una specie di saggio, io gli proposi una sorta di diario di un ragazzo che si trovava casualmente a passare tra i professionisti. I ghost writer non esistevano e nemmeno gli editor.Quando ho consegnato il libro, abbiamo discusso di un paio di parole da cambiare, o di una frase da rivoltare. Avevo già dato qualche intervista, la prima a Gianni Mura quando ero in serie C. Oggi puoi leggere tutte le interviste che vuoi, ma non riesci a sapere come la pensano i calciatori sulla politica o sulla società. La comunicazione domina, ma nessuno sa niente di nessuno». La mutazione dei verbi è significativa.Un tempo le interviste si rilasciavano, oggi si concedono. Il mondo della comunicazione lavora per mangiarsi l’informazione. La verità nel calcio è sgradita. Le società hanno a stipendio professionisti del settore che lavorano per ridurre il rumore di fondo.Sono pagati per mettere la museruola alle versioni dei fatti. Le parole dei calciatori sono considerate dai club un tesoro di cui disporre. Una sorta di moneta parallela da spendere nel circuito dei media. Le interviste sono entrate come merce di scambio nei contratti per i diritti di trasmissione.Le televisioni pagano per garantirsi che un giocatore o un allenatore passi per primo davanti ai propri microfoni. Gli altri? A rimorchio. Dalle pagine dei quotidiani sono spariti gli articoli del dopo-partita. E quando un giornale pubblica una notizia poco gradita, laddove non esista la possibilità di smentita, si ritrova escluso dal giro di interviste: che si tengono su richiesta e alla presenza di un dipendente del club.Paolo Condò è il giornalista che ha firmato con Francesco Totti il fenomeno di vendite Un capitano. È uno dei volti di Sky e opinionista per la Gazzetta. Dice: «Ci sono stati dei passaggi che nel tempo hanno segnato dei cambi di stagione. Fino a inizio anni 90 un giornalista aveva tutti i giocatori a sua disposizione al campo d’allenamento. Uscivano, si fermavano per un caffè, chi voleva parlava.Si creava così un rapporto umano di fiducia e di stima. Oggi è impossibile. I percorsi all’interno dei ritiri sono delimitati, per fare in modo che i due mondi non entrino mai in contatto, se non in quelle conferenze stampa da cui raramente viene fuori qualcosa di interessante. Ricordo quando nacque “Pronto Milan”, un numero di telefono dal quale si poteva ascoltare un’intervista registrata dall’ufficio stampa a un calciatore.Fu il momento in cui le società pensarono di poter ricavare del denaro dalle interviste, distillandole attentamente». E le verità di fine carriera? «Il libro di Agassi ha cambiato tutto. Poi è venuto quello di Ibrahimovic. Così molti sportivi hanno immaginato, dopo anni di vuoto di interviste autentiche, di avere una vita da consegnare alla curiosità del pubblico, per umanizzarsi, o per vanità».Nel 1966 Gianni Rivera si affidò a Oreste Del Buono per scrivere Un tocco in più. Prima ancora a raccontarsi era stato Giampiero Boniperti, in La mia Juventus, era il 1958. Con l’aiuto di Gian Paolo Ormezzano. «Abitavamo nello stesso isolato», racconta Ormezzano, «eravamo vicini di ringhiera. Nacque una profonda amicizia.Ha chiamato suo figlio come me. Gli dicevo: lasciami fare, qualsiasi cosa tu possa dirmi è meno bella di quella che io posso inventarmi. Poi ne scrissi un altro con Sivori, e Boniperti – che con Omar non era in rapporti distesi – ancora mi domanda quale dei due abbia venduto di più. Io credo che i calciatori non diano più interviste profonde perché hanno paura della loro ignoranza.Una paura onesta, senza bluff. Sono abituati da bambini ad avere una cortina attorno, una vita comoda, o forse non si raccontano solo per un rigurgito di pudore verso il grande colpo di culo che hanno avuto nella vita. Noi intervistatori siamo le vittime di tutto questo. Di buono c’è che oggi puoi prendere un buco nei giornali e dire che si trattava di una fake news. Ma se vuoi parlare con un calciatore, devi chiedere il permesso alla società o approfittare di uno sponsor, di una casa editrice.È stato così che ho potuto incontrare Ibrahimovic quando era alla Juve, il massimo dell’alterigia, solo perché posava da modello per uno stilista. Gli dissi: mi raccontano che sei stronzo. Lui rispose: guarda che sono qui da due ore a parlare con te perché mi diverti. Ecco, il punto sta nei rapporti che non si possono più stabilire.Platini teneva una rubrica di lettera alla Stampa, ma le risposte gliele scrivevo io. Diede l’addio al calcio citandomi come un rompicoglioni nel discorso finale, lo dico per spiegare in quale prossimità un tempo fosse possibile convivere.Ho fatto il ghost writer solo di juventini, io che sono tifoso del Toro, perché per me uno del Toro è un essere meraviglioso, sovraumano, un dio. Non potevo scrivere io il libro di dio». Come alla fine scrive Dhorasoo, il problema del calcio non è il calcio.  Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 15:12:25 +0000

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Com’era allegro Marx "Epocalisse. Appunti di un cronista pessimista" di Marco Pacini è il libro di un sopravvissuto alla fine del mondo.Lo confessa lo stesso autore quando dice di essere «un vecchio giornalista di carta stampata».Sopravvissuti alla fine del mondo lo siamo tutti: i negozianti costretti a chiudere perché la stessa merce costa meno in un centro commerciale che offre altri divertimenti: una gelateria, un fast food e un parchetto giochi per bambini; lo sono gli operai delle fabbriche che sono state trasferite altrove;e gli intellettuali che hanno perso l'aura e l'autorevolezza, tanto che la gente scambia le teste parlanti dei talk show della tv per maestri del pensiero.L'universo alla cui costruzione abbiamo partecipato noi e i nostri padri e madri è andato a pezzi; e l'opera della distruzione è destinata probabilmente a non fermarsi per molto tempo ancora. E per usare un'analogia, quello cui stiamo assistendo, non come osservatori ma come oggetti (il soggetto è morto assieme all'agonizzante modernità), ricorda un po' l'immagine della rivoluzione capitalista come era stata descritta da Marx: un processo inarrestabile, anonimo (nel senso che non c'è una mente che lo dirige), di dimensioni globali.La differenza tra oggi e la situazione di oltre un secolo e mezzo fa è però fondamentale; allora si poteva essere ottimisti. Lo era Marx, che vedeva emergere una nuova classe che avrebbe abolito tutte le classi, il proletariato; lo erano gli anarchici fiduciosi nelle capacità di ribellarsi degli oppressi e umiliati; lo erano i liberali che odiavano il proletariato ma credevano, come i socialisti, nell'idea del progresso.Quello che è venuto meno, nell'odierna catastrofe è la convinzione che esista una trama intellegibile della Storia. Il nostro mondo e le nostre vite, per parafrasare il titolo di uno dei libri di Zygmunt Bauman, autore più volte citato da Pacini, sono ormai frammentari e quindi è sempre più difficile dare un senso alla nostra esistenza.E se non siamo più padroni delle nostre vite, non possiamo neanche inventare una narrazione coerente di noi stessi. L'autore coglie benissimo questo aspetto della nostra situazione, quando dà al suo testo una forma anch'essa frammentaria, procedendo per commenti, digressioni, citazioni.Pacini, ripetiamo, da vecchio giornalista di carta stampata pone con molta forza il problema dell'informazione all'epoca dei social media. I giornali, la diffusione dei libri e del sapere erano, fino all'altro ieri, parte integrante di quella marcia della Storia, che poche righe prima abbiamo chiamato progresso. E il progresso e il processo della civilizzazione degli umani hanno portato con sé anche il moltiplicarsi dei tabù.Per capire la loro portata, basti pensare che ancora alla fine dell'Ottocento esistevano in Europa degli zoo umani; gli indigeni dell'Africa o dell'Australia venivano esposti al pubblico come se fossero orsi o leoni; morivano di malinconia, ma la loro morte faceva parte dei costi calcolati da chi ha investito il capitale.Abbiamo fatto un esempio di una pratica diffusa fino a ieri e oggi considerata impensabile per dire questo: i social media rendono l'impensabile non solo possibile, ma praticabile.Non torneranno probabilmente gli zoo umani, ma è tornato, legittimo il razzismo; è bello e buono odiare ed è vincente il rancore. Stanno crollando i tabù culturali recenti (quelli antropologici per ora resistono), mentre nessuno ha un'idea del futuro, anzi dell'avvenire abbiamo paura. E allora, se una volta i resistenti erano ottimisti, oggi la strategia della resistenza è essere pessimista. E anche questa è un'inquietante novità, colta benissimo da quel vecchio giornalista cui piace dialogare con i filosofi che è Pacini.Vogliamo comunque muovergli un'obiezione; quando l'autore parla dell'Intelligenza artificiale come una minaccia alla nostra specie, è possibile rispondergli con la seguente domanda: siamo sicuri che la nostra specie si sia dimostrata così buona da meritarsi la padronanza del globo terrestre? Data articolo: Tue, 13 Nov 2018 18:30:24 +0000

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Il thriller sui mari del maestro Stevenson Una sera dell’estate 1888, dopo aver ormeggiato la sua barca in un piccolo porto a Honolulu, Robert Louis Stevenson ascoltò il racconto di un gruppo di ufficiali della Marina britannica impegnati a scambiarsi i particolari di una strana storia accaduta poco tempo prima.Al centro della vicenda un carico di oppio, alcuni contrabbandieri europei e un paio di velieri forse naufragati.Impossibile chiarire i particolari, aggiungevano gli ufficiali, perché probabilmente le navi erano disperse nel Pacificoe i loro proprietari, nel timore di venire arrestati, avevano cambiato identità.Da quella avventura il narratore scozzese trasse ispirazione qualche tempo dopo per comporre, in collaborazione con il figliastro Lloyd Osbourne, Il saccheggiatore di relitti, ora riproposto da Nutrimenti.Come già in passato, Stevenson utilizza lo schema del thriller, costruendo una trama a scatole cinesi in cui ogni intreccio ne prevede altri, per dar conto delle fallimentari imprese di Loudon Dodd, giovane americano prima squattrinato studente d’arte a Parigi, poi imprenditore di basso rango a San Francisco, e infine coinvolto in loschi traffici finanziari con un attempato statunitense che lo persuade a mettersi in caccia di un tesoro nascosto alle isole Marchesi da un equipaggio in fuga.Il colpo di scena risolutivo arriva, naturalmente, solo nel finale, a far luce su nodi all’apparenza impossibili da sciogliere.Il libro, intanto, ha preso la forma del diario di bordo, della cronaca di un viaggio iniziatico, della parodia del viaggio stesso, dell’incontro con la barbarie dei nativi a confronto con l’incontaminata bellezza della natura.Sotto il profilo dello stile Stevenson imita i suoi maestri francesi (Flaubert, Maupassant, Mérimée), ma aggiunge elementi del gioco combinatorio in letteratura che sono caratteristici della sua ultima fase.Gli spostamenti di Dodd diventano un fondale per mettere a fuoco i quartieri poveri di San Francisco, le miniere brasiliane, gli squallidi appartamenti, le stanze d’affitto e le bettole dove uomini con pochi soldi in tasca coltivano sogni di un improbabile riscatto.Elementi tenuti in equilibrio da uno scrittore che aveva raggiunto la piena maturità e il cui obiettivo – lo confidava a Henry James – era «far scoprire a chi legge il piacere della narrativa, lasciando sempre un piccolo alone di mistero».   Data articolo: Tue, 13 Nov 2018 17:02:33 +0000

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Venezia, città invisibile come tutte le utopie Venezia, nonostante tutto.Nonostante il mito stesso di Venezia, il topos di Venezia città delle decadenze e dei tramonti, città della malinconia e della fine, complici Thomas Mann e Luchino Visconti.Non è triste Venezia, si ribella Francesco Erbani, e per farlo ribalta un motto stereotipo, nel titolo del libro con cui invita la più affascinante città del mondo (ci sono dubbi su questo?) a ricominciare.A Venezia «c’è sempre qualcuno che ricomincia» dice Tony Musante a Florinda Bolkan in una scena di Anonimo Veneziano. Ricominciare da dove? Da se stessa, come ha sempre fatto nella sua millenaria esistenza.Ricominciare è la sua filosofia, il suo metodo. Il primo atto della costruzione di un canale era il comenzamento, ci racconta Erbani: si costruiva l’imboccatura poi si restava un po’ a vedere come si comportava l’acqua: una specie di invito, una ipotesi di collaborazione con la grande amica-nemica; pronti al recomenzamento se lei diceva no, così non va.Nel solco civile e culturale di Antonio Cederna, in questa sua "inchiesta narrativa" sul presente e il futuro di Venezia Erbani si immerge (è il caso di dirlo) in un luogo e nella sua storia senza nostalgie, indulgenze o sconti. Lui che pure ama Venezia di amore percepibile, si chiede se possano morire le città: se può morire Venezia. Eh sì, nessun dio le ha garantito l’eterna inaffondabilità che le augura il filosofo francese Jacques Rancière.La condanna pende sul suo capo nella forma dei mali che tutti conoscono a memoria: il peso di un turismo che schianta, la commodification dei negozi di souvenir, dei fast food e dei bed & breakfast infestanti, lo spopolamento, la Laguna (con la maiuscola!) malata.Ma la sentenza non è ancora scritta, perché Venezia, paradossalmente, di contraddizioni non è mai morta, ne è anzi vissuta, levantina e imprendibile come la vide Iosif Brodskij. Tutto, nella sua storia liquida, parla della sua identità bipolare, ciclotimica, oscillatoria: tèra e aqua, acqua che va e poi viene, col ritmo delle maree, acqua alta e acqua bassa, acqua salata che sale nelle case, acqua dolce che scende e riempie i pozzi, i fondali che sprofondano e si rialzano…Venezia è una città che fa e disfa, e la saga triste del Mose mai terminato è la sua nemesi. Una città che scava canali e li lascia riempire dagli strascichi potenti delle Grandi Navi, i mostri d’acciaio che si presentano al suo cospetto con l’arroganza di colossi che la guardano letteralmente dall’alto in basso, senza soggezione, anzi con sfida, con la forza di città galleggianti e autosufficienti, non visitatrici educate ma prepotenti rivali e concorrenti.Venezia non è un manufatto, è un flusso, purtroppo anche nel senso peggiore: per i movimenti dei corpi, la sistole e diastole dei turisti, dei pendolari, dei residenti che se ne vanno, degli studenti che arrivano… Una città così, «più per chi la usa che per chi la abita» può reggere?Eppure, è a Venezia che si realizzano spontaneamente le condizioni della città ideale, sognate dagli utopisti e dagli urbanisti, l’architettura che è necessariamente urbanistica, la separazione perfetta e armonica dei flussi di traffico, la misura del passo, il limite intrinseco alla crescita che ne fa una città di solo centro senza periferia (ma con la cattiva coscienza di Marghera alle spalle).Scritto con il taglio dell’osservatore partecipante, il viaggio di Erbani tra calli campielli e ponti (splendide le pagine sui ponti come luogo di connessione urbanistica e umana) è una ricerca ostinata di quelle sacche di resistenza che devono pure esserci, in una città resiliente sa secoli.E ci sono: nei gruppi di cittadini organizzati, nei tecnici con coscienza, negli intellettuali che le hanno dedicato una vita di studi (uno fra tutti, Edoardo Salzano, la cui voce chiude il volume), nelle associazioni di quartiere e di scopo, che l’autore incontra e fa parlare, e che pur stretti fra tensione e stanchezza civica fanno di Venezia forse la città più partecipata del Paese, se non altro per effetto dell’apprensione che la sua fragilità non può che suscitare in chi ci vive.Ha un futuro questa «città più città di qualunque altra», la città che vive nascosta al fondo di ogni città, perfino in quelle che non esistono, come quelle raccontate a Kublai Kan dal Marco Polo immaginario di Italo Calvino?Dopo tutto, quei tali che il futuro l’avevano nel nome, e che auguravano a Venezia di finire distrutta come il chiaro di luna, be’, alla fine è toccato a loro scomparire per primi. Venezia ha avuto più futuro dei futuristi, e ne cerca avidamente, caparbiamente altro ancora.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 13 Nov 2018 09:53:30 +0000

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Dal nostro inviato malinconico Joseph Roth I 438 bambini del proletariato di Vienna sono saliti sul treno.Si urtano l’un l’altro «come valigie da viaggio»; per loro lo scompartimento di seconda classe è «il primo locale caldo da molto tempo».Sono stati invitati dalla comunità socialista di Milano, città dove per qualche giorno potranno dimenticare i loro genitori «che, magri ed emaciati, somigliano a limoni spremuti».Ed eccoli partire, dunque, «per Mailand, Milano, la città mera-mera-meravigliosa».A descrivere la scena alla stazione di Vienna, per il giornale Der Neue Tag, nel 1919, è Joseph Roth, uno dei più grandi scrittori della sua epoca.Parallelamente alla sua attività di romanziere, infatti, l’autore di La marcia di Radetzky e Hotel Savoy era un prolifico giornalista, attività che lo aiutava a non chiudersi in una torre d’avorio e a sbarcare il lunario. Una selezione di quelle corrispondenze, pubblicate tra il 1915 e il 1939, confluisce ora nel libro Bolle di sapone. Vagabondaggi letterari fra le due guerre, in uscita per Edt. Bambini a Milano, sopra citato, compendia due dei temi più ricorrenti.Uno è l’attenzione per gli ultimi. I poveri. I senzatetto. I migranti dell’Est Europa sulla nave per l’AI 438 bambini del proletariato di Vienna sono saliti sul treno.Si urtano l’un l’altro «come valigie da viaggio»; per loro lo scompartimento di seconda classe è «il primo locale caldo da molto tempo ». Sono stati invitati dalla comunità socialista di Milano, città dove per qualche giorno potranno dimenticare i loro genitori «che, magri ed emaciati, somigliano a limoni spremuti». Ed eccoli partire, dunque, «per Mailand, Milano, la città mera-mera-meravigliosa».A descrivere la scena alla stazione di Vienna, per il giornale Der Neue Tag, nel 1919, è Joseph Roth, uno dei più grandi scrittori della sua epoca. Parallelamente alla sua attività di romanziere, infatti, l’autore di La marcia di Radetzky e Hotel Savoy era un prolifico giornalista, attività che lo aiutava a non chiudersi in una torre d’avorio e a sbarcare il lunario.Una selezione di quelle corrispondenze, pubblicate tra il 1915 e il 1939, confluisce ora nel libro Bolle di sapone. Vagabondaggi letterari fra le due guerre, in uscita per Edt. Bambini a Milano, sopra citato, compendia due dei temi più ricorrenti. Uno è l’attenzione per gli ultimi. I poveri. I senzatetto. I migranti dell’Est Europa sulla nave per l’America.L’altro tema, ancora più evidente, è il viaggio. Roth racconta Vienna, Berlino, Marsiglia, Praga, Tirana, ma dedica articoli anche alla sala d’aspetto di una stazione, al vagone- ristorante, alla bigliettaia del tram, ai passeggeri con bagaglio pesante e al portiere d’hotel. Ebreo nato e cresciuto in Ucraina e poi vissuto a Vienna, Berlino e in esilio a Parigi, come il suo amico e collega Stefan Zweig era un cosmopolita sempre con la valigia in mano, e non stupisce che in questo libro dica di amare un hotel «come una patria».Sono articoli leggiadri e affascinanti, “bolle di sapone”, come li definisce lui stesso. Aveva visto tramontare l’impero multietnico degli Asburgo e sorgere l’epoca dei nazionalismi razzisti; per questo, anche nelle sue corrispondenze si pone come un “viaggiatore malinconico” che racconta la fine di un mondo. Nell’ultimo articolo della raccolta – del 1939, poche settimane prima di morire a soli 45 anni – racconta i profughi catalani in fuga dalla Barcellona franchista.È la storia degli “ultimi europei”, quanti, come lui, volevano «ancora vantare il diritto di chiamarsi europeo e quindi di appartenere a questa grande unica patria, dopo che quelle piccole hanno fallito in maniera tanto ignobile o tanto micidiale».merica. L’altro tema, ancora più evidente, è il viaggio. Roth racconta Vienna, Berlino, Marsiglia, Praga, Tirana, ma dedica articoli anche alla sala d’aspetto di una stazione, al vagone- ristorante, alla bigliettaia del tram, ai passeggeri con bagaglio pesante e al portiere d’hotel.Ebreo nato e cresciuto in Ucraina e poi vissuto a Vienna, Berlino e in esilio a Parigi, come il suo amico e collega Stefan Zweig era un cosmopolita sempre con la valigia in mano, e non stupisce che in questo libro dica di amare un hotel «come una patria». Sono articoli leggiadri e affascinanti, “bolle di sapone”, come li definisce lui stesso.Aveva visto tramontare l’impero multietnico degli Asburgo e sorgere l’epoca dei nazionalismi razzisti; per questo, anche nelle sue corrispondenze si pone come un “viaggiatore malinconico” che racconta la fine di un mondo.Nell’ultimo articolo della raccolta – del 1939, poche settimane prima di morire a soli 45 anni – racconta i profughi catalani in fuga dalla Barcellona franchista.È la storia degli “ultimi europei”, quanti, come lui, volevano «ancora vantare il diritto di chiamarsi europeo e quindi di appartenere a questa grande unica patria, dopo che quelle piccole hanno fallito in maniera tanto ignobile o tanto micidiale». Data articolo: Mon, 12 Nov 2018 19:21:57 +0000

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Col sangue, col ferro e con l’amore indagine sulle radici del Male Per Bernhard Schlink, nato nel 1939 in Germania, affrontare la storia nazionale tedesca, così pregna di sangue innocente, è un compito naturale, obbligatorio. Venti anni fa il suo Il lettore, reso famoso anche dal film The Reader, decretò il suo successo: quel misto di erotismo, orrore e pena che avvolgeva la sua protagonista, una kapò analfabeta e omicida che doveva rappresentare la pochezza inconsapevole del popolo tedesco all’epoca del nazismo, insieme allo stile algido in cui il romanzo era scritto, fece breccia nei 40 paesi in cui il libro fu tradotto.La scelta di Schlink, la sua necessità di trattare severamente ma senza astio il passato, non fu comunque risparmiata dalle critiche. Jeremy Adler dalle colonne della Suddeutsche Zeitung lo accusò di «pornografia culturale» e disse che il romanzo semplificava la storia e spingeva i lettori a identificarsi con i carnefici.Cynthia Ozick su Commentary lo definì «il prodotto, consapevole o meno, del desiderio di distogliere l’attenzione dalla colpa di una popolazione normalmente educata in una nazione famosa per la sua Kultur».Questa volta, con Olga, il suo nuovo romanzo, è diverso: Schlink, pur cercando sempre tra le radici del Male tedesco, e seguendo sempre la sua ricetta narrativa fatta di amore e Storia, traccia un percorso quasi didattico per spiegare lo svolgersi degli avvenimenti, individuando in Bismarck, il cancelliere di ferro prussiano artefice della nascita dell’impero tedesco e del suo espansionismo «col sangue e col ferro», l’inizio di tutti i mali.Anche se è Olga, un’orfana tirata su da una nonna severa all’inizio del XX secolo in un villaggio della Slesia, la protagonista incontrastata, è il suo amore per l’aristocratico Herbert, il cuore di un racconto, che fino a metà del libro si dimostra asciutto e vorticoso. L’amore tra i due è chiaramente contrastato dalla famiglia di lui, ma è proprio la personalità di quest’ultimo, amante di una natura selvaggia e senza limiti, affamato di spazi sconfinati, di risposte sull’esistenza di Dio, a dare impulso agli avvenimenti.Herbert infatti è troppo inquieto per dedicarsi banalmente agli studi: cerca risposte in Nietzsche, inizia ad assorbire i flussi di parole che sente intorno a sé, parla di razze pure, di superuomini, di rendere grande la Germania. Arde. E Olga, anche se trova vuoti quei paroloni, si innamora sempre più di quello sguardo azzurro e limpido, eccitato.Olga diventa un’insegnante devota al suo lavoro, indipendente e orgogliosa, anche quando si ritrova trasferita in un paesino, a Tilsit, dove Herbert la viene spesso a trovare.Si amano. Ogni matrimonio però è proibito. Herbert entra nell’esercito. Non solo, si offre volontario per le truppe coloniali destinate all’Africa tedesca: lo aspettano il popolo degli Herero e quello che viene giudicato il primo genocidio del Novecento. Olga non lo capisce, è contraria a quella conquista, ma lo ama, gli perdona tutto, crede che quella fame vanagloriosa di spazi si possa placare. Non sarà così, i deserti, i leopardi, la vittoria lo esaltano.Al suo ritorno, si inventerà nuove avventure che lo portino nella «vastità infinita»: l’Argentina prima di tutto e poi il Brasile, e ancora la Siberia. Inizia a raccontare i suoi viaggi in alcune conferenze. È sempre più rapito dalla sua idea di grandezza, per se stesso e per la patria.Olga, anche se desidera che lui la smetta con le sue farneticazioni di gloria, gli insegna l’arte oratoria per riuscire a fargli avere i finanziamenti che cerca: trattandolo come un bambino, compiacendolo, non sa che futuro disastroso sta costruendo, per sé e per lui.La Prima guerra mondiale è alle porte. Anche Eik, il ragazzino di cui Olga si prende particolarmente cura a Tilsit e a cui racconta con stupore reverenziale le imprese di Herbert ma anche l’amore per la giustizia e la Repubblica, inizia a fantasticare di spazio vitale tedesco.Pochi passi ancora e entra nelle Ss. Olga si sente tradita due volte. Ha una vita difficile davanti a sé. Lenta e solitaria. Cosparsa di guerre crudeli. Lascerà molte lettere dietro di sé che sveleranno tanti segreti, anche su chi, un giorno, ha fatto saltare la statua di Bismarck nel mezzo di una piazza. E Schlink, questa volta senza assolvere nessuno, chiude il cerchio.© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 12 Nov 2018 19:05:28 +0000

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Non chiamatelo l’altro fratello Green Per me questo è soprattutto un libro sulla fama, su quanto inevitabilmente la notorietà ci conduca verso la denigrazione e l’idolatria; su quanto questi sentimenti mettano presto radici nelle persone che hanno a che fare con il successo».Hank Green sa di cosa parla. Da undici anni è un pilastro di YouTube. I suoi video, e quelli realizzati insieme al fratello Green – l’acclamato autore di Colpa delle stelle – sono entrati nella storia della Rete.Intelligenti, spiritosi e soprattutto virali, hanno formato vaste aree della cultura di YouTube, e lo hanno portato da un’anonima cameretta del Montana alla Casa Bianca. Nel 2015, insieme a due giovani colleghe, intervistò Obama, dimostrando al mondo quanto potenti fossero i ragazzi che passavano ore davanti allo schermo di un pc.Qualche anno dopo vinse un Emmy con una webserie che adattava Orgoglio e pregiudizio allo stile dei video blog e convinse milioni di giovanissime star della Rete a usare la propria influenza per migliorare il mondo. È un nerd di successo, anzi un combattente nerd, fondatore di un movimento che è quasi un culto laico per milioni di adolescenti. Con i suoi riti, simboli, parole d’ordine e festività, la nerdfighteria è all’origine di tutto quello che a lui e al fratello è accaduto nell’ultimo decennio, compreso il suo personale esperimento letterario: un romanzo che descrive le conseguenze del successo in Rete e la vertigine che colpisce chi con un clic passa dall’essere un signor nessuno a una star mediatica.Un evento assolutamente straordinario, nelle librerie italiane da oggi per Harper Collins, non somiglia ai bestseller scritti dal fratello ed è decisamente originale. Si apre con l’incontro a New York tra April, una graphic designer appassionata d’arte e una enorme scultura-robot che lei ribattezza Carl. L’incontro, filmato da un amico e trasmesso su YouTube, diventa subito virale. Nel giro di una notte April diventa una influencer: altri Carl sono comparsi dal nulla nel mondo e nessuno sa chi li abbia realizzati e installati. E, soprattutto, quale sia il loro scopo. In assenza di una rivendicazione, l’attenzione è tutta su di lei. Da zero a cento in poche ore. Dall’essere una perfetta sconosciuta con un solo account Instagram a una web celebrity con tanto di profili fake.April è disorientata. E Hank sa bene come ci si possa sentire perché qualcosa di simile è successo anche a lui. Era il primo gennaio del 2007, YouTube esisteva da due anni. Insieme al fratello John (non ancora famoso) posta il suo primo video blog, parte di un esperimento che doveva durare un anno chiamato Brotherhood 2.0. Inizia un ping-pong di battute e scherzi e a ogni video il numero di iscritti al canale aumenta. Mille, duemila, diecimila… A loro sembrava già molto, ma in realtà non era nulla.Poi, una notte, Hank si collega e intona una canzone nell’attesa del settimo e ultimo capitolo di Harry Potter. Nulla sarà più lo stesso: i due fratelli diventano famosi, discutono di chimica, di Dio, di problemi quotidiani. Il 31 dicembre, quando tutto doveva terminare, c’erano così tante persone a seguirli che i Green decisero di non smettere. Erano tentati, questo sì, ma alla fine gli cambiarono solo nome: Vlogbrothers.Mentre John si trasforma nel re degli young adult con più di 50 milioni di libri venduti nel mondo, Hank apre altri canali YouTube, fonda molte piccole società, tutte immerse nel brodo della Rete, organizza VidCon, la più grande conferenza mondiale per le video-community online. Insieme al fratello lancia anche Project for Awesome, che l’anno scorso ha raccolto più di due milioni di dollari per progetti di beneficenza. Per Hank, come per la April del romanzo, la notorietà improvvisa va messa al servizio di una causa progressista: «In quei momenti folli in cui pensavo di poter essere una sorta di contenitore della verità – dice April – avevo pensato a che cosa dire se un giorno avessi avuto un pulpito». Quali sono le responsabilità di un influencer?L’autore e la sua protagonista si confondono, gli interrogativi sono gli stessi eppure una differenza c’è: April è una donna e lo è dentro una Rete distante anni luce da quella dei primi vlog. Allora non c’erano le guerre culturali alimentate dai social media, l’attivismo degli hashtag e l’iperconnessione che trasforma anche le più brevi sfumature di fama in esperienze terrificanti.April è figlia del suo tempo, la sua ossessione di restare il centro della storia diventa la sua rovina.«Ho sempre voluto scrivere un libro – ha detto l’autore alla Bbc – e si è scoperto che si trattava più di trovare una storia per cui sentivo di essere necessario, che nessun altro potesse scrivere». Una storia, quindi, che avesse a che fare con il senso di precarietà e solitudine che si può vivere nonostante si abbia addosso lo sguardo di milioni di persone: «Il numero di follower che si riduce può assestare un colpo pesantissimo alla tua autostima». Si può fare di tutto per risalire la china, ma per Hank non è mai un problema di autenticità. Alla fine, quel che conta è ripetere a se stessi don’t forget to be awesome (non dimenticare di essere fantastico), il motto dei nerd fighters.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 31 Oct 2018 18:46:14 +0000

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L’amore che non si scorda non è mai il primo È difficilissimo parlare dell’amore: ci sono in agguato milioni di frasi fatte, bigliettini da cioccolatino e parolieri assatanati in cerca del prossimo ritornello di Sanremo. Quant’è irritante: un sentimento così cruciale per l’animo umano è divenuto per le masse appannaggio del marketing da San Valentino, o tutt’al più di un’enciclopedia della musica leggera. Ma non è solo per questo.Il fatto è che l’amore è qualcosa di superiore a ogni parola che cerchiamo per circoscriverlo, in un certo senso è l’umiliazione del linguaggio umano, il momento in cui il nostro vocabolario si scopre tremendamente limitato. Ecco perché mi ha colpito il coraggio di Gabriele Romagnoli nel dedicare il suo ultimo libro proprio a un’inchiesta sull’amore. Ma quale amore?Questo è il fatto. Non facciamo a tempo a leggere le prime righe e già l’autore ha scagliato il suo dardo contro un pilastro del melodramma: basta con la tiritera nauseabonda sul primo amore che non si scorda mai, stavolta parleremo dell’ultimo amore, quello sì cruciale. È una rivoluzione copernicana: proprio come le case che scegli per viverci, è difficile che la prima sia la più giusta, ed è con le ulteriori prove che metti a segno cosa vuoi davvero.Romagnoli ci propone dunque un catalogo umano che vuol essere in fondo un trattato sull’esperienza del vivere, su quel particolare senso di noi che si acquista inevitabilmente con il tempo, e a forza di rialzarsi. Perché in effetti è vero che l’amore viene troppo spesso descritto nella sua declinazione giovanile, quando la percezione di se stessi e della realtà è piuttosto acerba.Insomma: Romeo e Giulietta saranno anche poetici nella loro infatuazione adolescenziale, ma se non fosse che le faide familiari fecero una mattanza ai nastri di partenza, siamo proprio certi che dopo qualche anno non si sarebbero presi per i capelli? E a quel punto chissà: forse Giulietta – con gli occhiali e i capelli grigi – si sarebbe scoperta più vicina a Mercuzio, vivendo con lui l’esperienza autentica del condividere e del condividersi. E anche Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, presi trent’anni dopo il fatidico sì, magari si sarebbero scoperti anni luce distanti, in cerca di qualcuno con cui sorridere di nuovo.Perché le alchimie dei secondi amori sono in effetti impressionanti, e splendide: Romagnoli ci racconta di una donna che nella vita amò il calciatore della Roma Odoacre Chierico e poi, con intatta sincerità, il politico Paolo Cirino Pomicino. Sono due ritratti di uomo del tutto opposti, eppure fra i due c’è il filo rosso di un’esistenza femminile pronta a rilegarli.E cosa dire del capitolo su un felliniano Barigazzi dalle frequentazioni improbabili? O di quello dedicato al padre dell’autore, intriso di una delicatezza che ritroviamo nell’idillio canuto di Alvin e Gertrud? Ogni volta che Romagnoli ci socchiude la porta di un nuovo capitolo, lo fa sempre con la grazia di non imporci di entrare: ci lascia liberi di origliare mentre il racconto entra nel vivo, e puntualmente ci troviamo con lui a chiedergli di continuare. Ed è un viaggio che ci trascina, sempre.Anche perché a farci da guida è uno scrittore sapiente, che gioca continuamente a camuffare l’arte antica e complessa del romanzo dietro la semplicità rarefatta del reportage. C’è molto gusto del giornalismo in queste pagine: Romagnoli ci introduce in fondo nell’intimo delle sue (tante) coppie quasi sempre con l’espediente dell’intervista, salvo poi ricordarci che l’oggetto del contendere è quello scambio di reciproci segreti che Albert Einstein definiva come il fulcro dell’esperienza d’amore.La contraddizione affascinante del libro sta tutta qui: nel suo essere un racconto sull’irraccontabile, uno sguardo aperto sull’invisibile, un discorso sull’indicibile.Senza poi scordare che l’amore è pur sempre il crocevia di ogni altra dimensione umana, e quindi trattarne diventa un pretesto per toccare infiniti altri riflessi del nostro essere: la vecchiaia, la malattia, la separazione, la guerra, il tutto suonato con un linguaggio ricco di sarcasmo, affilatissimo, mai compiaciuto, generoso di echi e suggestioni fra le più disparate, da Bruce Springsteen a Jep Gambardella, da Manhattan a Falluja, da papa Bergoglio a Philip Dick.Ma come i disegni dei mosaici, che riconosci solo allontanandoti, così terminato il libro ci si accorge di aver letto un appassionante discorso sul tempo, quel tempo che per l’uomo è tutto, e che ognuno decide preziosamente con chi dividere.Perciò la vera regina di queste pagine è Ekaterina, la contadina cosacca che raggiunse il record di ventotto mariti, e di almeno ventitré disse soltanto: «Li ho cacciati: erano solo una perdita di tempo». Sta tutto qui, credo.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 31 Oct 2018 17:50:43 +0000

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L’uomo che vendicava i fantasmi di New York Prima di Lincoln Rhyme e di Kay Scarpetta c’era Paul Kruger. Prima di Jeffery Deaver e Patricia Cornwell c’era Herbert Lieberman.Città di morti è il titolo di un gioiellino noir che minimum fax ha il merito di aver riscoperto e pubblicato a oltre quarant’anni dalla sua prima uscita, il testo è del 1976, nella bella traduzione di Raffaella Vitangeli.Vincitore del Grand Prix de Littérature Policière, Città di morti è un romanzo a tinte fosche (anzi foschissime), ambientato in una New York anni Settanta dura, cattiva, decadente, politicamente scorretta, pervasa dal vizio, ma non priva di una certa poesia.Una poesia cinica e dura come si addice ad uno dei testi fondamentali per chi ama il genere poliziesco o, più semplicemente, il piacere di un bel romanzo dalla scrittura tesa e precisa che lascia, alla fine delle sue 505 pagine, quel sapore a metà fra la malinconia e la catarsi di cui ogni lettore è avido.Paul Kruger, patologo dell’obitorio di New York e nume tutelare di tutti gli scienziati forensi dei thriller di là da venire, è un personaggio sfaccettato, rude, spigoloso, assolutamente amabile nelle sue imperfezioni. Vedovo e pessimo padre, si muove fra scene del delitto quasi sulfuree nel loro terribile realismo.La carrellata del primo capitolo è da film di Michael Mann prima maniera. Kruger ha a che fare con il peggio che l’umanità possa partorire: depravati, genitori assassini, serial killer, terroristi fai da te.La sua vita privata è un campo minato e l’unico posto in cui si trova a suo agio, l’unico in cui i suoi dolori (fisici e mentali che siano) si chetano è l’obitorio della Grande mela: la città di morti, appunto. Paul Kruger è riassumibile nella citazione (anonima) che apre il volume: "Lo psichiatra sa tutto e non fa niente. Il chirurgo non sa niente e fa tutto. Il dermatologo non sa e non fa niente. Il medico legale sa tutto, ma un giorno troppo tardi". Kruger sa che i morti non hanno più vergogna.Solo il desiderio di raccontare la loro storia. E cercare giustizia. Per questo è il migliore nel suo campo. Ha talento, anni di studio e di esperienza alle spalle, una fama inattaccabile nelle aule giudiziarie dove spesso la su parola pone fine al dibattimento, e soprattutto ha compassione per i morti.Vera compassione. Empatia. Tutte qualità che gli si rivolteranno contro quando, all’improvviso, nel bel mezzo di uno scandalo che rischia di scuotere la città sin dalle fondamenta (e in cui Kruger è in qualche modo invischiato…) Lolly, sua figlia, scompare nel nulla. E qui, Lieberman, sfoggia il meglio di sé.Lo scrittore di New Rochelle descrive il rapporto fra questo padre che dialoga più con i cadaveri che con i vivi e la figlia, ventenne confusa e piena di ambizioni segrete, con una delicatezza e una brutale sincerità che lascia senza fiato. Niente è lasciato nell’ombra, tutto viene esposto alla luce asettica del tavolo da obitorio che è la vita di questo personaggio gigantesco.Città di morti, con la sua trama apparentemente semplice, i comprimari mai bidimensionali e un ritmo che non ha nulla da invidiare ai più adrenalinici autori di thriller contemporanei, non è soltanto un utile esercizio di filologia del genere per appassionati e non è nemmeno l’occasione di lanciare uno sguardo fra le righe della politica americana della fine degli anni Settanta.Immergersi in questo romanzo è, come è lecito affermare in casi come questi, una vera festa per il lettore. Di quale genere non ha importanza. Data articolo: Wed, 31 Oct 2018 16:02:17 +0000

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Quando E.T. sbarcò nell’Urss di Iosif Stalin Cominciamo dalla foto canonica: due signori giocano a scacchi, seduti l’uno di fronte all’altro.L’uomo a sinistra, elegante con la bombetta sulla testa è Vladimir Uljanov, detto Lenin, capo dei bolscevichi. Il suo avversario è Aleksandr Malinovskij, detto Bogdanov; medico, filosofo, scrittore, pioniere della fantascienza; sognatore di un comunismo interplanetario, o se preferiamo cosmico. Sullo sfondo, si vedono alcune persone, tra cui la moglie di Bogdanov e seduto su una balaustra, Maxim Gorkij.La foto è stata scattata a Capri, nel 1908, dove Gorkij appunto aveva preso in affitto una villa, Villa Spinola, in cui ospitava i rivoluzionari suoi amici e dove Bogdanov aveva fondato una scuola quadri del Partito.C’è un’altra foto dello stesso periodo e nello stesso luogo, ma che raramente viene riprodotta; forse perché in quell’immagine Lenin è a capo scoperto con la bocca spalancata, non si sa se urla o sbadiglia o forse ride, comunque il futuro leader del comunismo mondiale ha qualcosa di sguaiato, mentre Bogdanov è composto, elegante.Bogdanov era l’avversario di Lenin non solo in tenzoni scacchistiche negli ozi di Capri, ma anche e prima di tutto nel Partito bolscevico; di più, fu l’uomo da condannare in quanto deviante e deviazionista, a causa delle sue idee filosofiche. Lenin gli dedicò uno dei suoi più celebri (e pedanti) pamphlet, dall’impossibile titolo Materialismo ed empiriocriticismo, di cui per fortuna si era persa la memoria, ma che fu a lungo caposaldo dell’ortodossia comunista.Chissà se i Wu Ming, collettivo di scrittori di sinistra e radicali, hanno guardato quelle foto mentre facevano resuscitare, come può accadere solo in un romanzo di fantascienza, Aleksandr Bogdanov. Infatti, il medico scrittore torna in vita nel romanzo Proletkult, in uscita con Einaudi Stile libero; e risulta simpatico, generoso, onesto (un medico umanista alla Cechov).Bogdanov, nel libro, è pure un uomo che, contro il trionfante e cupo realismo di una Rivoluzione compiuta e in mano a Stalin, difende la memoria sconfitta dell’utopia e anche la dignità della sconfitta. Ma procediamo con ordine.Il romanzo è ambientato a Mosca, nell’autunno 1927. Siamo alla viglia del decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. L’opposizione, capeggiata da Lev Trotzkij, è oggetto di persecuzioni; gli intellettuali che avevano organizzato la Rivoluzione, sono tristi e impauriti. Uno di questi è Anatolij Lunacarskij, critico letterario importante e bolscevico non proprio ortodosso (anche lui criticato assieme a Bogdanov da Lenin) e fondatore di Proletkult, la parola che dà il nome al libro.Proletkult era un’associazione culturale che avrebbe dovuto introdurre e favorire una cultura genuinamente proletaria e di massa. Dopo varie vicissitudini venne sciolta da Stalin nel 1932.Ecco, in questa Mosca grigia e tetra Bogdanov incontra una ragazza, diafana, un po’ androgina, ignara degli usi e costumi sovietici. Lui, da medico, si occupa della trasfusione del sangue; nella sua clinica scambia i fluidi dei corpi di diverse persone; questa pratica serve a far progredire la scienza, ma è anche uno strumento per rendere tutti gli umani fratelli e sorelle, consanguinei, appunto.Infine, il medico è anche l’autore di un romanzo, Stella Rossa, dove si parla di un astro su cui vige il comunismo. Le vicende delle clinica e del romanzo, sono vere. I Wu Ming hanno solo inventato la ragazza, che, si scopre leggendo, viene proprio dal pianeta raccontato da Bogdanov.La giovane è alla ricerca di suo padre, convinta che stia a Mosca. Il medico scrittore, le dà una mano; e così gli autori ci raccontano la capitale sovietica nel 1927, in un momento storico in cui Stalin si sbarazza (per ora politicamente, li farà uccidere qualche anno dopo, assieme a milioni di cittadini) dei suoi oppositori.Ma oltre a questo, per Bogdanov, un uomo ai margini della grande Storia, l’incontro con la ragazza è una specie di dispositivo che mette in moto la sua memoria. Così, lo scienziato ricorda la rapina a mano armata, compiuta da Stalin in Georgia, nel 1907, con un bottino di milioni di rubli che entrarono nelle casse dei bolscevichi.Ma torna nella mente di Bogdanov anche la vita in comune e in esilio dei rivoluzionari; e le partite a scacchi a Capri. Nel romanzo, Bogdanov va a trovare alcuni dei suoi compagni ora funzionari di ministeri e del partito a Mosca; sono rassegnati; cercano di adattarsi a una vita senza altro scopo che sopravvivere. E per la cronaca, il vero Bogdanov morì nel 1928, nella sua clinica, a causa di una trasfusione, ma c’è chi dice che si sia trattato di un suicidio.È stata una bella idea, quella dei Wu Ming, di mettere insieme il bolscevismo e la fantascienza, conditi da un pizzico di nostalgia che potremmo definire trotzkista. Quel terremoto nella storia dell’Europa che fu la Rivoluzione, è stato anche il risultato di uno straordinario fermento culturale verificatosi in una Russia ancora rurale, in parte comunitaria e comunque zarista alle prese con la modernità capitalista, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.In quella Russia nascevano varie utopie; comprese quelle del comunismo su scala cosmica; operava lo scienziato e ingegnere Konstantin Ciolkovskij, che oltre 120 anni fa, progettava razzi e ascensori cosmici. Figli di Ciolkovskij sono gli scrittori e registi che hanno, in questi ultimi decenni, indagato le utopie avveniristiche (e spesso distopie), dai fratelli Strugackij a Tarkovskij e German, ma era suo figlio ideale pure Gagarin, il primo cosmonauta al mondo.Ecco, un merito di Proletkult, è che leggendolo ci accorgiamo quanto in questi tempi dell’eterno presente, abbiamo bisogno di una narrazione che ci restituisca un’idea dell’avvenire, ma anche quanto quell’avvenire, a sua volta, è un’utopia presa a prestito dal passato.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 31 Oct 2018 15:10:59 +0000

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Robin Hood, o quasi Se I resti di Elmet (1979) del poeta inglese Ted Hughes cantavano le brughiere care alle sorelle Brontë, una terra di nessuno fatta di brume, boschi, gole glaciali, singulti, un rifugio dei senza legge, anche l’Elmet dell’esordiente Fiona Mozley - una trentenne nata nello Yorkshire, finalista all’ultimo Man Booker Prize - è una contea coperta di boschi e abitata da spiriti foschi, brulicante di cinghiali, falchi, lupi e storie da Robin Hood, un riparo quasi preindustriale popolato da ricchi sfruttatori senza regole, braccianti morti di fame, ex galeotti, zingari, rudi agricoltori,lavoratori impoveriti delle miniere ormai chiuse, sfrattati, anime inquiete. La citazione di Hughes del resto è dichiarata nell’ex ergo.E il pianeta da cui noi osserviamo tutto questo cosmo brutale è quello di un uomo che non vuol riconoscere che le proprie regole. Si tratta di John, John Smythe, anche se noi non sapremo il suo nome se non a tre quarti del romanzo.John è una specie di gigante alto una testa più di chiunque lo circondi, con le braccia larghe il doppio: combatte a mani nude per soldi in incontri organizzati dai girovaghi, e ai suoi due figli Daniel (la voce narrante) e Cathy ha raccontato degli avversari con cui aveva lottato e di quelli che aveva ucciso nelle torbiere d’Irlanda o tra il fango nero del Lincolnshire.In quelle arene improvvisate si toglieva il giubbotto e restava con una canottiera bianca, i peli neri gli salivano lungo la schiena e lo stomaco fino al petto, al collo e alla nuca, a incontrare una barba e una chioma folte che ogni tanto i figli gli sfoltivano, in una sorta di rito famigliare. John è un mito: arrivano da tutto il Paese per scommettere sulle sue vittorie.Tutti lo rispettano. Ma è fatto a modo suo. Un giorno, ad esempio, dopo che sua moglie era sparita da tempo e i ragazzi erano rimasti anche senza la nonna amorosa, li aveva presi e tolti dalla scuola dove alcuni compagni avevano dato noia alla figlia, in una specie di stalkeraggio aggressivo e violento.Allora aveva costruito una casa nei boschi con le sue mani, scegliendo i legni e le pietre uno ad uno, e lì i tre vivevano cacciando piccioni selvatici, fagiani, beccacce, conigli e lepri che lui si procurava con trappole, archi e frecce; un’arte a cui aveva iniziato anche Cathy, la maggiore, 15 anni circa. Una forza della natura anche lei, forte e caparbia.A un certo punto, per cibarsi anche di uova, aveva messo su il pollaio addossandolo alla casa, in modo che alle galline arrivasse un po’ di calore dalla parete confinante. Il suo doveva essere un mondo in simbiosi con la natura. Perché i figli non crescessero ignoranti John si era rivolto a Vivien, una stralunata vicina di casa un tempo amica di sua moglie: ma tutto ciò che riguardava la mamma di Daniel e Cathy rimaneva avvinto nell’ombra. Non la nominavano mai.Due figli più diversi, anche se legati tra di loro come rampicanti, non potevano esserci. Cathy era forte, solitaria, orgogliosa. Daniel, quasi femmineo, proteso agli insegnamenti di Vivien, catturato dalla voglia di saperne di più della storia e dei cieli, attento. Non fragile però, per quanto magrissimo e longilineo, con i capelli lunghi. Ambedue avevano il permesso di bere sidro caldo e di fumare, e la ragazza rollava le sigarette per tutti.Ascoltavano la radio, leggevano a voce alta per papà. La vita scorreva a suo modo tranquilla, avulsa dal mondo. Finché un giorno si presentò su una massiccia Land Rover Mr Price, il più ricco e prepotente della zona, che aveva evidentemente della vecchia ruggine mai risolta con John.Quella terra, rivendica durante la visita, è sua, anche se un tempo è stata della mamma sparita a cui lo legava qualcosa di misterioso. L’unica condizione per lasciarli vivere nella casetta è che John torni a combattere per lui e soprattutto diventi il suo guardaspalle, il suo riscossore di affitti, il suo reclutatore di manodopera in nero, il suo schiavo insomma.Chiaro che non ne potrà uscire niente di buono. La legge qui non c’entra. Tutto ciò che avviene da quelle parti è primordiale, il più lontano possibile dalle istituzioni. Anche se c’è un delitto nessuno chiama la polizia, nemmeno il parente più prossimo della vittima. E l’autrice Fiona Mozley è acuta, sensibile: riesce sempre a restare in questi confini scomposti, autarchici, illegali, a immergerci in quest’atmosfera quasi medievale che evoca Cime tempestose anche se si svolge alla fine del Novecento.Perfino la risposta pensata e messa in atto da John e dai suoi amici più stretti di fronte a quell’odiosa richiesta - non a caso siamo nell’Elmet - è degna di Robin Hood, per quanto, si sa, non sia facile che le ribellioni dei diseredati funzionino. Il futuro si addensa sempre più oscuro, violento, sanguinoso, terribilmente crudele, un crescendo che la Mozley, una laurea a Cambridge, alcuni anni tra Buenos Aires e Londra, sa costruire – salvo alcune cadute di political correctness – con abilità e tensione.La lingua è intensa e distillata, la scena e i protagonisti così speciali, diversi, eppure così reali.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 30 Oct 2018 17:34:41 +0000

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Un romanzo in carrozza Un così profondo, così accurato lavoro di "restauro" implica una fede speciale nel potere del romanzo, una sorta di devozione. Prima che lo sviluppo narrativo, impressiona la quantità di dettagli: una folata da cui, ad apertura di libro, si è come avvolti. Meteorologia — la pioggia, il freddo, un’alba "grossa"; oggetti — stoffe, seta tessuta a Spitalfields o a Lione; presenze naturali — alberi, tigli che fioriscono, ippocastani che spargono lanugine; suoni — uno scampanio, il chiasso degli storni, le carrozze sul selciato.Benedetta Cibrario, con Il rumore del mondo, risveglia un’epoca. Restaura l’età che segue la Restaurazione e la sommuove; la riattiva non per decenni o per anni, ma per minuti: la prosa si insinua nella vita dei personaggi, nei loro indugi, negli istanti sospesi, nelle loro abitudini: quando indossano gilè di seta ricamati e una giacca a lunghe falde appena ritirata dal sarto in una giornata qualunque. Le emicranie e le incombenze pratiche, il pesto di acciughe, il fritto misto, i viaggi programmati e quelli faticosamente compiuti — "si usa dire che la vita è un viaggio in carrozza, poiché l’una e l’altro ci regalano panorami insoliti e compagni di viaggio di ogni genere, gradevoli o detestabili. E scossoni, infreddature e afflizioni; ma anche sorprese gradite". Siamo alla metà del secolo decimonono; e al cuore delle settecento pagine di questo romanzo storico c’è la relazione fra una giovane donna inglese, figlia di un mercante di seta, e un aristocratico ufficiale a servizio di Casa Savoia. Anne e Prospero, amore accidentato.Lui la vede, la frequenta, se ne invaghisce: "Era semplice e brillante. Ingenua, piena di slanci". Dopo tre mesi di matrimonio l’ufficiale ha già qualche incertezza, qualche dubbio, e l’inattesa malattia di lei, il vaiolo, gli pare "una specie di castigo beffardo". A tutto ciò che di solito mette alla prova una relazione si aggiunge "il vento del secolo", gli spifferi di un cambiamento che si coglie anche solo nel numero di diligenze che sfrecciano ovunque, nei lavori per le nuove ferrovie, nel viavai di turisti e di stranieri che passano per Torino. Viaggiano le merci, viaggiano gli umani e viaggiano le idee: "Sotto forma di giornali, lettere, opuscoli e notizie.Alcune sono nocive, velenose.Mortali. Idee che infettano gli organismi e li minano inesorabilmente" dice al figlio Prospero il vecchio Casimiro, che vede sbriciolarsi — con sgomento, ma anche con curiosità — il mondo di ieri. Quanto ci mette a morire una civiltà, quanto ci mette a morire un’epoca? Forse Cibrario — attraverso la storia altalenante di Prospero e Anne, e una galleria smagliante di figure del mondo degli affari, della politica, dell’intellighenzia — vuole rispondere a questa domanda. E farci sentire il rumore sordo che accompagna quel terremoto umano che chiamiamo rivoluzione — o qui, nel caso specifico, Risorgimento. "Voi siete il nuovo, io sono il vecchio" scrive ad Anne il signor suocero, e quella "curiosa alleanza", su un terreno sconnesso, è il segno di una necessaria staffetta.Prendendosi cura di una bella tenuta, con tanto di meraviglioso giardino, della famiglia del marito, Anne guadagna un legame con il cuore antico del futuro. Perché è lì, accanto a piante, alberi, fiori, che la ragazza inglese getta altri semi. Misteriosa, decisa, imprevedibile, ospita nel suo orto gli uomini "ambiziosi ed energici", che stanno inventando l’unità di una nazione, "il principio di un’era nuova".© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 30 Oct 2018 17:00:30 +0000

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Il viaggio? È una divinità Lawrence Osborne e uno di quegli scrittori “di viaggio” per cui le citta non sono coordinate su carte geografiche, ma creature viventi, meglio, divinita.Come era Bruce Chatwin, come e stato, per altri versi, Anthony Bourdain.I suoi protagonisti sono dandy, avventurieri, coppie allo sfascio, ritratti sul bordo di luoghi esotici e di perdizione.Come questo Lord Doyle, un inglese che di nobile ha ben poco:giocatore incallito nei casino di Macao, figlio di un rappresentante di aspirapolveri, ex avvocato che ha truffato un’anziana cliente, e ha rubato persino il nome, e nemmeno ricorda a chi.Lo seguiamo tra i tavoli da gioco e le prostitute cinesi, perdente e onnipotente, come tutti i bari, come tutti gli scrittori.≪Nel baccarat c’e il pericolo, come uno spigolo d’acciaio; ci sono l’estasi e la sciagura (...). Quando giochi, sei solo davanti al destino, e non e una cosa che capiti spesso≫.Osborne scrive, e tu sei li a chiederti come mai non sei mai stato divorato dal fuoco dell’azzardo.   Data articolo: Tue, 30 Oct 2018 16:08:18 +0000

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Cina da non credere Una delle differenze fra i romanzieri e i giornalisti, quando raccontano in articoli destinati ai quotidiani la vita di ogni giorno, sta nell’intrinseca ricchezza del linguaggio dei primi. Certo, anche i cronisti spesso hanno un idioma articolato e che risponde a canoni di bellezza, ma poi la loro narrazione deve aderire in un modo piuttosto rigido alla realtà descritta. Lo scrittore, invece, per la natura del mestiere, ha la licenza poetica, e quindi può trasfigurare la realtà, ingrandire i dettagli, soffermarsi su elementi in apparenza marginali, indagare le parole e i modi di esprimersi.E costruire così una sorta di realtà potenziata, da proporre ai lettori. È quanto fa Yu Hua, autore cinese acclamato in patria, amato all’estero, tradotto in molte lingue, in Mao Zedong è arrabbiato.Il libro è composto da brevi reportage e commenti che Yu Hua ha pubblicato sui giornali occidentali, soprattutto sul New York Times. Leggendolo si ha la sensazione che non si tratti di una serie di interventi, ma di un quasi-romanzo che racconta la Cina contemporanea.Ora, chi ha già letto qualcuno dei suoi romanzi (per esempio Brothers o Vivere) sa quanto sia precisa la lingua di Yu Hua e di quanta ironia, elegantissima anche quando parla delle volgarità, sia capace.Ecco, in questa raccolta vengono affrontati, attraverso episodi di vita, temi epocali, come l’impatto della modernità su una società in parte arcaica ma provata da una serie di sconvolgimenti che si susseguono dal 1911 fino alla Rivoluzione culturale, e che non riesce a elaborare una vera memoria.Valga come esempio di stile un brano di Yu Hua: «Di recente alcune persone dotate di coscienza, che in nome della Rivoluzione (culturale, ndr) avevano fatto del male ad altri, hanno iniziato a pubblicare le proprie scuse sulla stampa e in internet.I pentiti sono pensionati che, da un lato, non riescono a perdonarsi gli errori commessi in quell’epoca disumana, dall’altro sono preoccupati per le opinioni che ultimamente circolano a favore della Rivoluzione culturale.Perciò prendono parola per raccontare i propri atti turpi nella speranza che i giovani conoscano questa storia terribile.Ma le loro voci sono fievoli, non hanno impatto in una rete dove sovrabbondano sciagure nazionali e internazionali, notizie di sport e intrattenimento». Data articolo: Tue, 30 Oct 2018 15:47:49 +0000

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Siamo uomini o cavalli di razza? John Jeremiah Sullivan è uno dei più interessanti nuovi autori americani di non fiction narrativa, ed è uno scrittore unico.Cresciuto intellettualmente tra il mondo morale a sé stante della letteratura sudista, l’élite della Paris Review e l’universo dei periodici modaioli, ha un approccio imprevedibile.In questo saggio rigoroso e insieme entropico sul rapporto tra uomini e cavalli di razza, arriviamo a scoprire che “Hitler trovava (…) qualcosa di ammirevole nella creazione dei purosangue, impaziente di vedere il giorno in cui lo Stato nazionale avrebbe visto l’avvento di quella nobile epoca in cui gli uomini non si occuperanno più di allevare cani, cavalli e gatti, ma di elevare la condizione dell’uomo stesso”.Il nostro Occidente, guardato al microscopio di una buona scrittura non retorica, rivela la bizzarria e l’orrore di molti suoi capisaldi. Impariamo per esempio che il General Stud Book, il libro genealogico dei purosangue inglesi di James Weatherby, del 1791, “precedette di trentacinque anni la prima edizione del Peerage di Burke”, vale a dire il libro genealogico dei nobili britannici. “In altre parole, esisteva un registro ufficiale dell’aristocrazia equina prima che ne comparisse uno degli esseri umani”.Sullivan ha il gusto di scovare i registri e i tic in cui i nostri valori si incarnano e stravolgono nelle diverse epoche, culture e classi. La tendenza di “pensare all’allevamento dei cavalli come a un modello sul quale adattare le pratiche riproduttive dell’uomo” è antica. Già Teognide, nel VI secolo a.C., scriveva che i “cavalli li vogliamo purosangue, ed esigiamo che montino femmine di razza. Invece un nobile non si fa scrupolo di prendersi in moglie una plebea figlia di plebeo, purché gli porti molta roba”.Dai primi segni di addomesticamento nelle steppe dell’Eurasia circa settemila anni fa ai rapporti con i cavalli degli avi dell’autore nel Kentucky dell’Ottocento, fino agli articoli scritti dal padre giornalista sportivo con talento e velleità letterarie, Sullivan si posa sui dettagli della Storia con un modus operandi chiaro: poche concessioni alla saggistica divulgativa e poco sentimentalismo.Se “i libri di successo sui cavalli si dedicano perlopiù agli esseri umani i cui destini scorrono in parallelo a quel che succede in pista”, Sullivan vuole prendere le mosse dai pochi che hanno scritto bene dello sforzo del cavallo: scrittori di sport come William Nack, autore del celebre libro sul purosangue Secretariat, di cui scriveva così: “Alla curva del circolo il puledro stava cominciando la sua azione, se è giusto definirla così, perché non aveva limiti definibili, non aveva un inizio e una fine ben distinti. Avveniva gradualmente”.Sullivan prosegue quella ricerca e nelle sue pagine il dettaglio emerge con una potenza da poesia giapponese, priva di simbolismi, purissima: “Era la compressione dei polmoni provocata a ogni passo dal mezzo quintale del loro peso a far scoppiare fuori aria dalle loro narici”. All’asta dei purosangue, “gli aspiranti acquirenti sapranno (…) se il cavallo ha, per esempio, un ‘ticchio d’appoggio’ o un ‘ticchio volante’ (esemplari a cui piace rosicchiare le staccionate, vizio che può provocare problemi gastrointestinali)…”.Poco affascinato dal virtuosismo, le poche volte che lascia andare la penna toglie il fiato: “Quando le gabbie di partenza si aprono i cavalli sono come un curioso temporale che investe la pista, le zampe sono immerse in una nuvola di polvere che lasciano dietro di sé, i colori dei fantini guizzano come un caleidoscopio alla luce”.Il libro si apre e si chiude con due sezioni dedicate al padre dell’autore. Purosangue umano tutto eccessi e abnegazione, genio comico con il sogno di scrivere il saggio psicosomatico Diarrea: un’autobiografia, autocondannatosi a una vita insalubre e troppo spartana dopo il divorzio, infine morto nella mezza età, Mike Sullivan è il punto di riferimento dell’autore e l’oggetto di pagine toccanti.Se Mike, davanti alla morte di suo padre, “rimase sempre un figlio”, John scrivendo questo libro trova anche lui un modo per rimanere figlio: accettando di partecipare alla stessa gara del padre, che nel suo lavoro di giornalista amava creare “testi interessanti, a prescindere da quanto fuori tema dovesse finire”.È una gara in cui John distacca il padre di molte lunghezze, e il risultato è una sorta di spietata evoluzione letteraria della specie: tutt’altro, per fortuna, dell’eugenetica.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 24 Oct 2018 14:15:29 +0000

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Calcolatori di regime Non una manifestazione di dissenso. Non una protesta. Nel 1938, dinnanzi all’espulsione dalle Regie Università dei più grandi matematici del Paese — da Federigo Enriques a Tullio Levi-Civita, da Guido Ascoli a Beniamino Segre, da Alessandro Terracini a Gino Fano, da Guido Fubini a Beppo Levi — l’Umi, Unione Matematica Italiana non aveva battuto ciglio.Si era anzi compiaciuta della diafanità ariana riacquisita dalla ricerca, tanto da far gongolare il ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai: “Più che un trionfo è una rivelazione: la matematica italiana, non più monopolio di geometri d’altre razze, ritrova la genialità e la poliedricità tutta sua propria […] e riprende con la potenza della razza purificata e liberata, il suo cammino ascensionale”.Che questa ascensione si sarebbe in realtà trasformata in una discesa agli inferi, lo stanno ricordando le innumerevoli manifestazioni che, a ottant’anni da quei tristi giorni, da più parti si stanno organizzando. Non una mera commemorazione storica — pur legittima e indispensabile — ma un’occasione per discutere i corsi e ricorsi storici di vicende dalle quali non riusciamo proprio ad imparare. Perché, se è vero che poco più di una decina di anni fa Sergio Luzzatto parlava di vaccino antifascista, “inoculato a carissimo prezzo”, il quale “riesce tuttora indispensabile alla salute del nostro corpo politico”; non si può negare che oggi molti imbonitori, quei vaccini, li considerano strumenti primari del complotto, della medicina o della storia che sia.Ed è a tal fine che Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi hanno pubblicato, per i tipi della Egea, Matematici da epurare. I matematici tra fascismo e democrazia. L’opera, scritta dai due massimi esperti di matematica del Ventennio, è dedicata a coloro che non furono costretti a lasciare le proprie cattedre. E che anzi, compiacenti rispetto al Regime, approfittarono del vuoto lasciato dai colleghi per guadagnare le più alte vette professionali. Quali furono i provvedimenti presi contro di loro con il ritorno di idee e pratiche democratiche? Verrebbe da pensare che la macchina dell’epurazione, così efficiente nel ’38, altrettanto lo sarebbe stata anche nella defascistizzazione della matematica. Ma non è così.Tutto si svolse nel giro di tre anni: dall’estate del ’43, con la caduta di Mussolini, a quella del ’46, con l’amnistia Togliatti. Anni in cui si susseguirono provvedimenti legislativi alluvionali e caotici. Decretando infine la non punibilità di quanti si fossero macchiati di reati politici, ad eccezione di pochi casi, come “sevizie particolarmente efferate”. Quasi che vi potessero essere delle sevizie moderate. Tanto che il fisico Enrico Persico si sarebbe sfogato col collega Franco Rasetti: “Qui come sai abbiamo fatto la Repubblica...Il suo primo atto è stata una pazzesca amnistia che rimette in circolazione ladri, spie fasciste, rastrellatori e torturatori, eccetto quelli le cui torture erano ‘particolarmente efferate’. Viene proprio il rimpianto di non aver fatto, a suo tempo, il torturatore moderatamente efferato. L’epurazione, come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle Università”. È vero: i documenti d’archivio compulsati da Guerraggio e Nastasi mostrano che, nonostante i procedimenti avviati, nessuno matematico dovette patire gravi conseguenze. Tutti ritornarono in cattedra, tra le attestazioni di stima dei colleghi, senza aver mai nemmeno ammesso di aver sbagliato: lo avevano fatto per spirito patriottico.Quasi seccati di essere stati distolti, ritornarono così nella turris eburnea delle proprie ricerche. Con pesanti conseguenze per la stessa disciplina. I matematici più giovani, che credevano all’Italia democratica e magari avevano anche partecipato alla Resistenza, si sarebbero ritrovati sopra di sé gli stessi professori che fino a poco prima iniziavano le lezioni con il braccio teso e il saluto al Duce. È un “tappo”, questo, scientifico e ideale, che avrebbe non poco condizionato la ricerca matematica nei decenni successivi.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 24 Oct 2018 14:06:57 +0000

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La vita è meravigliosa “Al college, se mi invitavano a una festa, io guidavo fino all’indirizzo giusto, lo superavo lentamente, facevo dietrofront, poi ripassavo davanti alla casa. Era facile capire dov’era la festa, ma io fingevo. Fingevo di non riuscire a trovarla”. In Gente come te, primo racconto di Animali in salvo di Margaret Malone, una coppia si ritrova a un compleanno organizzato da amici che non sono davvero amici — come, d’altronde, non lo è la maggior parte delle persone che i protagonisti conoscono e frequentano.Appena arrivati alla festa, vorrebbero già andarsene. L’unico dettaglio davvero significativo della serata sono i palloncini che Cheryl tenta di portar via con sé. Azzurri, rossi, gialli, verdi, hanno nastri penzolanti legati insieme. Viene voglia di liberarli e guardarli veleggiare nel cielo scuro finché non si riesce più a vederli.È difficile provare una sensazione precisa davanti ai personaggi di quest’esordio letterario, finalista al Pen/Hemingway nel 2016 e ora uscito in Italia per NN Editore nella bella traduzione di Gioia Guerzoni.Animali in salvo ha il pregio di saperci confondere: di restituirci un’umanità che ci commuove e ci fa sorridere, che a ogni parola ci chiama a una riflessione.“Dopo i baci viene il sesso e ovviamente volevo sapere cos’era il sesso ma sapevo anche che non avrei dovuto farlo perché se facevo sesso ero una puttana e se ero una puttana tutti avrebbero voluto fare sesso con me, e poi mi sarebbe toccato fare sesso con tutti quanti di continuo, il che mi pare stancante. E poi non avrei tempo per esercitarmi al pianoforte”.Sylvie, protagonista de L’unico, non sa se innamorarsi di un suo coetaneo: è piena di ripensamenti. Rifiuta di lavarsi, rifiuta il fatto che i suoi genitori si siano separati. La sua durezza nasconde tutta la morbida informità delle adolescenti. Le parole — usate come scudo — mostrano una ferita, una fragilità.Ma questa è anche la caratteristica principale dello stile di Malone, che può ricordare Carver, seppur con un sorriso in più.Il sorriso dei suoi personaggi, vivi nella loro infelicità; sarcastici e generosi allo stesso tempo, a tratti simili a quelli di un’altra scrittrice e artista americana: Miranda July.Nella prosa volutamente disadorna di Malone le parole arrivano compatte e ruvide, prive di lirismo, prive di echi. Eppure, quasi fossero attratte da un campo magnetico, sembrano disporsi per circondare un vuoto che non possono dire, ma che c’è, che è lì.Un vuoto che si sente proprio perché non ci sono parole giuste per descriverlo. Se ne sta in mezzo a ogni racconto come una calamita scura, silenziosa.Tante sono le donne in questa raccolta, quasi tutte colte in momenti di solitudine. In Vuoi sposarmi? una ragazza parte con il fidanzato per un viaggio on the road. Con loro c’è anche la suocera. Davanti a un casinò, la ragazza si rigira l’anello di fidanzamento tra le dita con un senso di estraneità che le gorgoglia in gola. Poi lo fa cadere tra un mozzicone di sigaretta e una gomma da masticare.In Cose di cui non sappiamo niente, Delilah incinta beve birra (“…una volta superati i primi sorsi nauseabondi, sentivo di diventare una persona migliore, coraggiosa, paziente, gentile; tutto quello che si può desiderare da una madre. In più, la birra contiene il luppolo. Il luppolo è un cereale. E i cereali sono sani. I cereali fanno bene. I cereali sono consigliati dal ministero della Salute”). Delilah si acquatta dietro le siepi, spia le prostitute al lavoro, cerca qualcosa che non c’è o che le sfugge.Soprattutto desidera tornare bambina, non sa neanche lei perché.Malone soppesa le parole, si muove sulla pagina usando tutti i sensi, lavorando sui particolari. Fa risuonare i dettagli per descriverci persone comuni nell’inconsapevole ricerca di un nucleo di verità. In questa raccolta c’è tutta la bellezza dell’esistenza quando vacilla. Lo stupore impotente di personaggi che a un certo punto si accorgono di non poter più tornare indietro. Rimangono in equilibrio ancora per poco. La loro vita sta per sbilanciarsi con un soffio, o l’ha già fatto.È commovente passare le vacanze di Natale insieme ai due giovani del racconto In buona compagnia. La madre di Marcus è malata e loro non riescono a fare l’amore. E poi c’è questa torta rettangolare, sottile, con la glassa bianca e le lettere di zucchero: al centro c’è scritto BUON COMPLEANNO GESÙ.Altrettanto commovente è Mindy, la protagonista di Animali in salvo (racconto che nella versione italiana dà il titolo alla raccolta). La vediamo assecondare passivamente la donna per la quale lavora. Seguirla sempre e ovunque. Anche a notte fonda, nel rocambolesco salvataggio di un’anatra.La maternità, l’amore, la morte, l’infertilità e il sesso. Malone affronta tutti i grandi temi con tocco leggero. Viene voglia di non lasciare mai i suoi personaggi e le loro piccole odissee, di perdonare il loro costante tentativo di auto sabotarsi. Ci piacciono perché sono goffi, sono tristi, eppure divertenti. Ci piacciono perché sono come noi. In ogni momento dubitano della propria vita, ma intanto continuano ad amarla.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 24 Oct 2018 13:59:28 +0000

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