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recensioni libri da kataweb.it

#libri #recensioni

recensioni libri

Nell’età acerba Lucy Adler ha diciassette anni, è innamorata del suo migliore amico ma non sa come dichiararsi, gioca a pallacanestro meglio dei suoi coetanei maschi. Intorno a lei scintillano le luci di New York, scenario perfetto per sfangare l’adolescenza e diventare finalmente adulta. L’anno è il 1993, la città ha scavallato gli anni ottanta leccandosi le ferite della tolleranza zero imposta da Rudolph Giuliani. Non è più la New York sgangherata e affascinante dei poeti beat, dei locali punk, della Factory di Warhol, di case grandi quanto stanze del Chelsea Hotel.Ma il suo magnetismo sembra essere rimasto intatto mentre Lucy si appropria di strade, vagoni della metropolitana, playground dove giocare e vincere facile contro sconosciuti. Impeccabile romanzo d’esordio della newyorchese Dana Czapnik, Lucy è la storia di un coming of age in perfetta e meritata continuità con classici della letteratura americana come Il giovane Holden di J.D. Salinger o Jim entra nel campo di basket del poeta e musicista Jim Carroll.Dice Lucy a un certo punto del libro: «Soffro di una dipendenza vagamente sordida dal caos. Per questo motivo il basket mi entusiasma. Se fatto come si deve, è pura teoria del caos. C’è un fine partita, un numero fisso di giocatori e un universo contenuto, ma apparentemente nessuno schema». Data articolo: Thu, 23 May 2019 16:09:57 +0000

recensioni libri

Amori allo specchio L’incipit è un pugno nello stomaco: «Poi-ché non ho avuto figli, la cosa più impor-tante che mi è successa nella vita sono i miei morti».Eppure, La ridicola idea di non vederti più non è un romanzo straziato o straziante.Più che sulla morte, è un libro sull’amore: per gli altri, e per l’esistenza in sé.Rosa Montero non avrebbe mai condiviso l’intimità del proprio dolore per la scomparsa del marito Pablo se non avesse incontrato, casualmente, quello di un’altra vedova, Marie Curie.Doveva scrivere una prefazione al diario che la scienziata polacca naturalizzata francese tenne per un anno dopo la morte di Pierre Curie, ma il lutto di Marie è diventato per lei uno specchio. L’ha attraversato, si è immersa nel mondo di questo personaggio «anomalo e romantico», e così è esplosa la bolla di afasia in cui la sofferenza emotiva imprigiona.Accumulando ricordi, fotografie storiche e private, aneddoti, riflessioni, citazioni letterarie e dei suoi amici, Montero esce dalla solitudine della sofferenza e si rivolge al lettore, cui dà del tu.Il dolore si supera assieme agli altri, quelli ai quali si prova a raccontarlo, girandoci intorno - perché la letteratura può solo lambire il baratro, mai nominarlo per davvero - e quelli con cui ci s’identifica. E allora è Marie Curie «la santa di questo libro», nella cui biografia Montero rintraccia «#Coincidenze» (sì, con l’hashtag) che le accomunino, dalla lunghezza dell’anulare al disagio psichico in gioventù, dal dovere verso gli «obblighi femminili» a un’irriducibile vitalità.Tutt’altro che «fredda come un pesce» - così la definì Einstein, che pure la stimava - e anzi appassionata, nella scienza e nelle relazioni, fino a diventare scandalosa per il proprio tempo, devota al marito tanto da baciare i suoi resti organici rimasti appiccicati agli indumenti che portava quando il carro lo travolse, e che lei conservò per mesi prima di riuscire a bruciarli, debilitata dalle radiazioni senza che questo attenuasse il suo furore conoscitivo, Marie Curie non è più soltanto la donna che ha ricevuto ben due Nobel in due discipline diverse, ma una donna come tante, che ha tenuto fede ai desideri nonostante le restrizioni della società, che ha cercato di essere libera.Audace nella struttura, libero a sua volta, questo è un romanzo sulla capacità degli esseri umani di opporre bellezza all’assurdità del dolore. Perché ogni atto creativo - nella scienza come nella scrittura - è lo sforzo inesausto di trovare senso anche dove non c’è. Data articolo: Thu, 23 May 2019 12:53:31 +0000

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Da quel momento «È un giorno perfetto per morire», pensa Polina sul cornicione della finestra da cui vorrebbe lanciarsi, mentre il bimbo piange nella stanza accanto. Ancora non sa che il palazzo in cui vive sarà avvolto dalle fiamme per uno stupido incidente, il cortocircuito di un frigorifero che manderà in fumo molte vite, e alcune ne salverà. Hulya la turca, che lavora nello späti di famiglia e non pensa che a Polina, ma non ha il coraggio di dichiararsi. Alice che ha lasciato i genitori in Italia e qui a Berlino per un Erasmus ha trovato l’amore ma non l’ha ancora detto a sua madre.Vite in bilico che non sanno di esserlo, persone colte un attimo prima dell’incendio con il loro carico di non detti.Simona Sparaco mette a frutto le solide basi da sceneggiatrice e convoca i suoi personaggi uno a uno, con la scrittura lucida, carica di emozione, che l’aveva già vista arrivare finalista allo Strega (Nessuno sa di noi) e adesso le fa vincere la prima edizione del premio Dea Planeta, regalando a ognuno la sua “scena madre”, «qualcosa intorno a cui la nostra vita, da quel momento in avanti, ruoterà per sempre».Chi se ne va lascia il solito, incolmabile vuoto, qualcuno avrà il tempo di dimostrare chi è veramente, chi resta potrà finalmente capire. Data articolo: Thu, 23 May 2019 01:41:01 +0000

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Sono sbirra non sono una santa Prima di tutto, prima dei personaggi, della trama e dei delitti, nel nuovo libro di Giancarlo De Cataldo c’è la Roma che la sua scrittura ha sempre saputo vedere: è la città delle ville sull’Appia Antica, di un’ingovernabile periferia, di ventosità anarchiche su paesaggi color grigio depresso, di capannoni occupati transitoriamente da detriti e da cadaveri, da sbirri e criminali.Così, quando Alba Nera (Rizzoli) si apre sulla via Nettunense, con Jaime (diciannove anni) e Ramon (ventidue) che litigano intorno al corpo agonizzante di una ragazza da finire e fare a pezzi, tra la temperatura dell’incipit e le scelte ambientali non c’è distanza.I due poco più che bambini con alle spalle una vita da centenari — per strada hanno colpito, tagliato, pestato, e sono stati colpiti, tagliati, pestati — sono omicidi fin dalla nascita, per destino e per sguardo degli altri, sono due creature alle quali lo stupore è estraneo, di cosa possono ancora stupirsi? Invece, si stupiscono. Perché un corpo violato da corde strette è il disegno di un’intelligenza perversa, corde colorate come la fantasia di un bambino su una pelle troppo bianca e troppo macchiata di lividi.Alba nera comincia con questo sguardo assassino e smarrito, e anche nei flashback candore e violenza andranno insieme, dalle indagini sul web illegale, che somiglia sempre più a quello emerso, a quelle nel mondo del porno e poi del sadomaso, dove nessuno si sognerebbe di tradire il patto di consensualità.È nella linea che separa umiliazioni consenzienti e shopping online di schiave per soddisfare pulsioni omicide il cuore di questo romanzo, l’esercizio estremo del sopruso giocato in due e una sopraffazione a senso unico che diventa cannibalismo: quel confine deve indagarlo Alba, con la sua anima rovinosa e i sogni aurorali, innocenti, che confessa solo all’analista.Alba Doria si prende la scena con un’energia radiosa, è dark fino alle ossa e per questo luminosa, imprevedibile, onnipotente perché rischia tutto e vive come se non avesse mai nulla da perdere: «È questo che t’interessa, commissario Doria: l’odio. Tu vuoi distruggermi. Tu non vuoi giustizia. Tu cerchi solo vendetta».Dalla capostipite Giorgia Cantini di Grazia Verasani fino a Vanina Guarrasi di Cristina Cassar Scalia e Alice Allevi di Alessia Gazzola, sono oggi tanti e magnetici i gialli e i noir italiani che hanno per protagonista una donna, e Alba adesso è una di loro.È una commissaria tanto meritevole sul lavoro quanto pericolosa (sia sul lavoro che nel privato), sogna placidi gorilla vegetariani con cui si identifica e poi li vomita come fossero incubi, infine va via lasciando dietro di sé una scia di profumo che fa impazzire il terapeuta.Ne sa qualcosa il poliziotto Gianni Romani, ovvero il Biondo (sì, si chiama come il Tevere, Roma è davvero tutta nei dettagli): lui Alba l’ha amata, si sono lasciati, si ritrovano adesso, anni dopo, legati da un passato comune in cui nessuno dei due ha troppa voglia di rimestare, o forse sì, perché è rimasto qualcosa di irrisolto che non ha smesso di essere bruciante.Poi c’è Sax, uomo dei Servizi e jazzista, amico di Alba: la sua apparizione provoca ancora, nel Biondo, una fitta di gelosia. Alba, la persona sbagliata di cui innamorarsi e quindi l’unica per cui valga la pena, è affetta da un disturbo della personalità che lei stessa chiama «la Triade Oscura» («un cocktail di narcisismo, sociopatia e capacità manipolatoria »).È capace di intuizioni di cui a volte non si fida abbastanza. Ha terrorizzato un luminare misogino e fascista che l’ha ammessa al corso di autopsia facendo il gentile per tenersela buona, perché Alba inverte i ruoli di potere, è sempre lei a comandare.Alba prova per il Biondo attrazione e repulsione, lo stesso sentimento che prova nei confronti di sé stessa, prova disgusto per le proprie fantasie ma sente che è lì dentro che deve guardare per risolvere il caso, e il suo passato.Alba fa anche cose normali, è come tutte le donne: va a letto con l’ex, non sopporta la madre, le piacciono il mare, gli stabilimenti, le spiagge, il mojito, gli spaghetti alle vongole, le piace fare l’amore nelle sere estive.Ma sopra questa patina di normalità, anzi nutrendosi di lei, vive la Triade Oscura, qualcosa che significa: «Tu sei il centro dell’universo, e gli altri sono tue funzioni. Tutto ciò che desideri lo otterrai perché sarai capace di manipolarli, asservirli, dominarli».In una Roma macabra e latina che si specchia nel web più nero, Alba distrugge ogni cosa, distrugge l’immagine stereotipata della femminilità, e quella della malattia mentale.È borderline e si fa amare per questo, non "nonostante" questo: eccola, la differenza.© Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 22 May 2019 18:10:07 +0000

recensioni libri

Quando hanno ucciso Ali C'è molto, c'è tanto, c'è tutto, in questo Muhammad Ali. La vita, appunto. Ma anche vizi privati e pubbliche virtù. Fuori e dentro il ring. E c'è soprattutto la cronaca della sua condanna a morte. Perché i simboli quando sanguinano fanno gridare al miracolo e non al dolore.Cassius Clay diventato Muhammad Ali avrebbe dovuto smettere di combattere nel '75 dopo il match contro Joe Frazier. A 33 anni. In quella che per lui fu «l'esperienza più vicina alla morte», tanto che urinò sangue per settimane.Invece scese dal ring a 39. In mezzo c'è il suo calvario. E troppi pugni presi. Lui ne contò 157 mila. «Pesanti». Secondo uno studio della CompuBox nei primi anni della carriera Ali incassò 11,9 colpi a round, negli ultimi dieci incontri la media salì a 18,6.Spesso nei verdetti lo graziarono i giudici, qualche volta il suo mito. Venne centrato 371 volte negli ultimi due match, lui riuscì ad andare a segno solo in 51 occasioni. E ancora: negli ultimi quattro incontri fu colpito 1.100 volte. Non è una statistica, è un omicidio. La farfalla era ormai un punching-ball con le gambe. In più dal '70 combatteva con due iniezioni di anestetico in ogni mano. Come rivelò il suo amico Gene Kilroy: «Non poteva nemmeno colpire un cuscino, senza avere male».Nel ‘67 Ali parlava ad una media di 4.07 sillabe al secondo, che nel '71 scese a 3.8 e che tra i 25 e 40 anni diminuì del 26 per cento. Il suo dottore, Ferdie Pacheco, disse che un fisico così deteriorato non poteva più salire sul ring, nessuno lo ascoltò, lui lasciò l'incarico, sentenziando: «There is no fucking cure to quick money». Traduzione spiccia: non c'è cura contro i soldi facili. Pacheco era quello che se fossero venuti i marziani sulla terra a richiedere un esemplare umano gli avrebbe dato Ali: prendete lui, è perfetto.L'harem in casa Jonathan Eig, che ha scritto anche su Al Capone e sulle star del baseball Jackie Robinson e Lou Gehrig, non ha tralasciato niente: cinque anni di lavoro, più di 200 interviste, controlli alle fonti. È una biografia seria, affettuosa, non fa sconti, approfondisce, non venera. Iniziamo dalle cose più facili: Ali è stato un pessimo marito, ha tradito le quattro mogli, ha vissuto come in un harem, con la nuova e vecchia consorte sempre a disposizione, non disdegnando la compagnia di prostitute e di altre accompagnatrici, anche prima dei match, non preoccupandosi se nella stanza accanto c'erano le figlie. E anzi chiedendo spesso alle mogli di trovargli «compagnia». La differenza di età non lo ha mai preoccupato: nell'86 a 48 anni sposò Lonnie che ne aveva 29. Ha mancato di rispetto alle sue donne? Sì, spesso, qualcuna l'ha anche schiaffeggiata (pentendosi). Ma come disse la prima, Sonji, spogliarellista, sposata dopo sei settimane: «Mi fece uno shampoo, non credevo un pugile avesse un tocco così dolce». Non era il marito che porta fuori la spazzatura, ma se una figlia nata da una relazione extraconiugale gli diceva che a scuola non credevano che lui fosse veramente suo dad, ecco che Ali piombava in classe a testimoniare. In famiglia non aveva avuto buoni esempi: il padre beveva e tradiva la moglie, Cassius a 15 anni fu ferito mentre cercava di difendere la madre da una coltellata del genitore. Già da ragazzo non aspirava alla santità. A 13 anni chiese al padre: perché non posso essere ricco? Guarda qui, gli ripose Clay senior, e gli mostrò il colore della mano: «Per questo non puoi». A scuola non era un campione: aveva brutti voti, copiava, leggeva lentamente, esitava nella scrittura. E nei test d'intelligenza risultava sotto la media. Però sul ring fece miracoli.Autista per Malcolm X Quando nel '64 affrontò Sonny Liston, campione in carica, che lo prese in giro («È solo un ragazzino che ha bisogno di una sculacciata») 43 su 46 giornalisti scrissero che Clay non aveva scampo. Il match in Europa fu visto da 165 milioni di persone grazie alla Nasa che distribuì il segnale da una stazione del Maine. Liston nel primo round tirò 45 colpi, ma ne mise a segno solo 6. Clay ballava e vinceva. Seduto in prima fila c'era Malcom X, arrivato a Miami con moglie e tre figlie per far vedere che era un uomo di famiglia, non uno che piazzava bombe. Ad aspettarlo all'aeroporto una macchina guidata da Clay. Risulta dagli archivi dell'Fbi. Ce li vedete oggi Messi o Ronaldo a fare da autista a un attivista politico? Tanto per dare un'idea: nel ‘64 in America non c'era né un governatore nero, né un senatore, né un giudice della Corte Suprema. E sul New York Times il nome di Malcom X compariva in 100 articoli, quello di Clay e di Martin Luther King, che quell'anno vinse il Nobel per la Pace, in 203.Ali era sbadato. Preferiva i contanti agli assegni, che per lui non valevano niente: «Cash is king». Nel ‘65 un autista si prese i 3 mila dollari che lui aveva dimenticato in una busta nel portabagagli. Era ingenuo e pasticcione. Non aveva mutua, né fondo assicurativo. Si fermava ai concessionari d'auto e comprava la prima Rolls che gli capitava, senza trattare. Era generoso: manteneva amici, scrocconi, bisognosi, bastava chiedere e lui dava, ai poveri, ai profittatori, ai mascalzoni. A tutti. Venne sfruttato, fregato, derubato. Il movimento dei musulmani neri gli portava via metà dei profitti, l'organizzatore Don King il resto. Ma a suo modo i conti sapeva farli, quando nel ‘66 lo richiamarono alla armi per andare in Vietnam, commentò: «Con due dei miei combattimenti ho pagato tre bombardieri». E quando vedeva una fila di fan lì ad aspettarlo non se ne andava senza prima aver firmato l'ultimo autografo. Trovava sempre il tempo. Sbagliò molto Ali, non capì che il Paradiso può attendere era un buon film, e rifiutò l'offerta della Warner, al suo posto arrivò Warren Beatty. Fu maleducato con gli avversari. Definì Liston, «un orso brutto», Patterson, «un coniglio», Terrell, «uno zio Tom», Frazier, «un gorilla che puzza».Allenato a prenderle Gli fece male l'America razzista che lo privò del titolo nei suoi anni migliori e molto si fece male da solo. Perché quando tornò dopo tre stagioni di stop non era più una farfalla che danzava, ma che si faceva infilare dallo spillone. Se prima evitava i colpi, iniziò a prenderli. Si rese conto che sapeva incassare. Quella fu la sua fine. Lo portò a vincere, contro Foreman in Africa nel ‘76, ma anche a perdere in un altro senso. Voleva che in allenamento i suoi sparring partner colpissero duro, anche alla testa. E a 38 anni farti picchiare da un giovane solido come Tim Witherspoon è una negligenza criminale. Come disse Tim: «Colpirlo era sempre più facile, ho avuto la sensazione che c'era qualcosa che non andasse in lui». Larry Holmes aggiunse: «È da sciocchi, non da eroi, prendere così tanti pugni». Anche Angelo Dundee, che lo allenava, aveva notato: Ali non saltellava più, né era fluido, e aveva iniziato a balbettare.La malattia Nell'80 Ali si era presentato in ospedale lamentando «apatia, debolezza e affanno». Aveva difficoltà a dormire e aveva perso l'olfatto. Nell'ultimo match contro Trevor Berbick, alle Bahamas, nell'81, finì in piedi, ma non riuscì a combattere. Troppo letargico, inerte, senza magie. Il perché lo spiegava un'ecografia al cervello che mostrava una significativa atrofia, in particolare l'ingrossamento dei ventricoli e un cavum del setto pellucido, una cavità che non avrebbe dovuto esserci. Il dottor Ira Casson, neurologo del Long Island Jewish Medical Center commenterà: «Simili ventricoli sono troppo grossi per un trentanovenne. Tutto era compatibile con i danni cerebrali provocati dalla boxe».Ali scese dal ring, ma non dal mondo. Anzi ci salì. Più di prima, diversamente da prima. Lo volevano tutti. Non era più il traditore dell'America, ma il suo simbolo, fa niente se era musulmano. Ali era ormai troppo grande per essere di qualcuno, apparteneva a tutti. Nell'83 tornò a Ucla a farsi esaminare, i danni erano impossibili da ignorare: trascinava i piedi, biascicava, era sempre assonnato, il pollice sinistro tremava. «Un vecchio di 41 anni», confessò un suo amico. Curato con il Sinemet, farmaco per il morbo di Parkinson, mostrò miglioramenti. Ali ammise che dopo l'ultimo incontro con Frazier aveva iniziato «a sentirsi guasto».La sbandata per Reagan Alle elezioni sostenne il repubblicano Ronald Reagan che nel ‘70 da governatore della California gli aveva bocciato la richiesta di riottenere la licenza pugilistica, con la motivazione: «Un renitente alla leva non combatterà mai nel mio Stato». Il reverendo Jesse Jackson ci andò giù duro: «Ali è rintronato». Forse non capiva bene la politica, ma se c'era una missione di pace o da far liberare prigionieri lui partiva e otteneva risultati. Andò anche in Pakistan, a Peshawar, fece discorsi, con voce impastata, tra i tanti ad ascoltarlo anche un probabile Osama Bin Laden. E nel '96 ai Giochi di Atlanta lui che si era fatto re a Roma '60 accese la torcia e tornò a illuminare il mondo. Con la mano tremante, con il corpo impacciato. Non era più il tre volte campione del mondo dei massimi, né una vittima della boxe e del Parkinson, era, a 54 anni, ancora una volta, una fonte di ispirazione per milioni di disabili. Guardateci, sembrava dire, sappiamo ancora alzare la testa. Noi, i malati.L'11 settembre 2001 il musulmano più famoso d'America davanti ad altre fiamme dichiarò: «Dio non sostiene gli assassini». Ali è morto il 3 giugno 2016. A 74 anni. Khalilah, la sua seconda moglie, ha detto forse la cosa più vera. «Aveva un disperato bisogno di sentirsi amato» Data articolo: Wed, 22 May 2019 15:00:53 +0000

recensioni libri

Altre 50 sfumature di niente Lei: Alessia Demachi, clandestina albanese destinata alla prostituzione, attualmente in fuga e donna di servizio a ore; bellissima, 23 anni, vergine! Lui: Maxim, inglese, Lord Trevethick, miliardario, fannullone in Jaguar; bellissimo, 28 anni, scoponissimo! Ambedue pianisti eccellenti appassionati di Bach. Luoghi: Londra, Cornovaglia, Balcani.The Mister è il nuovo romanzo di quella signora che quatta quatta, qualche anno fa, ha scritto e pubblicato tre volumi dedicati alle Cinquanta sfumature che possono avere tre colori, grigio, nero, rosso; passando in pochi mesi da casalinga aspirante scrittrice sul web a diva della grande editoria popolare, e di conseguenza milionaria in sterline. E nelle valute dei cinquanta paesi, compresa ovviamente l’Italia ma anche la Mongolia e pare un paio di nazioni arabe, in cui la trilogia di E. L. James, inglese, 56 anni, è stata tradotta.Centocinquanta milioni di copie vendute, cinque milioni di dollari dai diritti cinematografici per tre film da lei prodotti che hanno incassato un miliardo di dollari; altre palate di denaro dalle licenze per produrre, pare molto richiesti, frustini, vibratori, manette, biancheria hard, persino vino e, per piccini precoci, un orsacchiotto ammanettato. Per snobismo, populismo, superbia, avevo deciso di farmi piacere l’atteso nuovo romanzo.Purtroppo non ce l’ho fatta: The Mister è veramente bruttissimo, eppure degno del massimo rispetto, perché creerà nuovo denaro per l’autrice, con giubilo del marito pure lui scrittore e dei due figli, ma anche dei suoi editori e delle languenti librerie che l’attendono ansimando. Benedetta quindi questa ottima artigiana del nulla che sa sbaragliare a suon di copie quei tanti letterati che alla fine producono tentativi fallimentari di letteratura.Tenendo conto della immensa fortuna che hanno avuto e continuano ad avere con i loro amabili sadomasochismi i protagonisti delle 50 per tre, mi spiace di non poter assicurare che anche con il lord e la servetta ci siano utensili da Histoire d’O ( quello sì meraviglioso); perché devo confessare di avere saltato qualche pagina per sfinimento.Però di sesso come lo immagina la signora James o magari lo sognano per mancata realtà molte signore, ce ne è quanto se ne vuole. E anche di più, soprattutto nel racconto della famosa Prima Volta tra una timida e inesperta vergine e un mago inarrivabile del sesso, ambedue innamoratissimi, che dura ben undici pagine.È il Mister stesso che ce la racconta in contemporanea, col corpo molto impegnato nella virtuosa performance e la mente sveglia nel registrarla. «Approfondisco il bacio facendomi più incalzante, Alessia sussulta per la sorpresa » ( pag. 233), « Sei mai stata baciata? Solo da te» (pag. 234), «Musica per i miei lombi» (pag. 235), «Toccami, sussurro. Lei trasalisce» (pag.237), «Geme e a un tratto urla con il corpo scosso dagli spasmi. Gode tra le mie braccia» (pag.239), «Vengo invocando il suo nome » ( pag. 243).Scene di sesso se ne leggono tante, tra le ultime che ricordo quelle di Serotonina di Houellebecq e di Il gioco di D’Amicis, scritte da uomini quindi più spicce e con meno convenevoli, anche se, nel caso del finalista italiano allo Strega dell’anno scorso, piuttosto sporcaccione.Ma le signore si sa hanno bisogno di più contorno, di più sapienza, di finzione. Quindi a parte le gradite lungaggini, può capitare anche a capitane di industria, a prime ministre e persino a dominatrix professioniste di immaginarsi povere, innocenti e ovviamente bellissime, che conquistano l’amore di un uomo importante, ricco, padronale e di fascino irresistibile.Si tratta di una storia eterna che è una sicura scappatoia delle donne che scrivono e delle donne che leggono. Nella grande letteratura, vedi Jane Austen e il suo Orgoglio e pregiudizio, o Charlotte Brontë e il suo Jane Eyre, e in quella popolare, vedi la Invernizio, Mura, la Peverelli e la massima regina del ramo, Liala, che insegnò per anni a milioni di ragazze italiane a sentirsi principesse e ad aspettarsi minimo un duca, ad apparecchiare la tavola con molte posate e a portare le scarpe colore del vestito.Certo non c’era sesso ma molto innamoramento, talvolta persino un peccaminoso peccato, mai però descritto. Chiunque abbia letto gli Harmony del passato sa che ci si arrestava lì: «e tutto fu buio». Per la traduzione italiana di The Mister si sono impegnati in quattro, due signore, Eloisa Banfi e Marta Leone, due signori, Stefano Mogni e Vincenzo Perna, certo per poterlo pubblicare velocemente, forse per non immalinconire troppo gli addetti alla bisogna. E meno male, così non si sa a chi attribuire certe sventatezze.È inutile chiedersi per l’ennesima volta perché un romanzo, quasi sempre davvero nullo, invada tutto il mondo, entri in ogni casa, soprattutto in quelle dove latitano i libri necessari. Non c’è una sicura risposta, però bisogna tener conto che sono le donne a estasiarsi per questi romanzi che comunque solo altre donne sanno scrivere: forse perché la maggioranza ancora si sente inquieta, delusa dall’amore che nella realtà non è mai come si ostinano a pretendere, e che ritrovano in queste pagine come affettuosa consolazione.© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 20 May 2019 18:53:37 +0000

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Cronache dai mari senza Dio Georges Simenon e Friedrich Dürrenmatt prendono una barca e portano con sé un giornale dal quale apprendono le notizie quotidiane: naufragi di uomini privi di soccorso, abusi su minori, falsità e corruzione del potere.Il loro approdo è L’arcipelago del cane, romanzo di Philippe Claudel dove tutto questo esce dalla cronaca ed entra nella letteratura attraverso una messinscena dal feroce crescendo, con un meccanismo narrativo dai continui inneschi e una scrittura sempre sorvegliata.È difficile impresa quella di trasformare l’attualità in racconto che vada oltre il resoconto. Claudel ci è riuscito rendendo il contenuto universale e la forma elevata, con lo sguardo dall’alto concesso soltanto a uno di quei satelliti che tutto vedono, in un cielo dove l’occhio di dio si è chiuso.In due soli momenti la voce fuori campo tuona. All’inizio: « Bramate l’oro e spargete cenere. Insozzate la bellezza, calpestate l’innocenza. Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola... Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio».E verso la fine, quando il destino si è compiuto: «Ecco. Ci siamo quasi. Mi ero affacciato all’orlo dell’abisso per raccontare la storia. Che sta per concludersi... Vi avevo promesso di essere soltanto voce. Nient’altro. Tutto il resto è umano e riguarda voi».Tra l’una e l’altra manifestazione di questo puro narratore, che non è un deus ex machina, perché non interviene nel corso degli eventi, si svolge la tragedia. Accade nel nostro tempo, su un’isola del fantomatico arcipelago del cane, difficile da scorgere sulle carte, tanto che quando la maestra, con la punta della bacchetta, individua i contorni del muso, i bambini provano prima sorpresa poi spavento.Come se ne intuissero la natura e preconizzassero il momento in cui la bestia salterà loro alla gola. Un mondo chiuso, l’isola, più ancora di certe città di provincia di cui solo Simenon seppe restituire il fumo denso e gli incesti delle colpe e nelle quali chiunque non sia nato lì resterà per sempre uno straniero e diventerà, alla prima necessità, un capro espiatorio.Quest’isola è paesaggio che non offre scampo: la spiaggia « è fatta di ciottoli vulcanici, rugosi e taglienti», gli acini d’uva «somigliano a occhi di gazza: piccoli, neri, splendenti, senza pruina» e danno un vino « colore del sangue di toro » . Le case in pietra lavica, dichiarate patrimonio dell’umanità e quindi intoccabili, sono «scomode, buie e scabre. Circondano e opprimono. Case e gente hanno finito per somigliarsi».I personaggi di Claudel non hanno nomi propri perché il nome è dignità. Pertanto questi sono soltanto Il Sindaco, il Dottore, la Vecchia, il Parroco. Tuttalpiù, nel caso dei miserabili, i pescatori, hanno un soprannome: America, Spada, Pelliccia. Ognuno di loro ha un segreto allo scoperto: quello della propria corruttibilità. Intesa non come possibilità di fronte alla quale cederebbero, ma come evento già accaduto e accertato.L’isola è il loro inferno sulla terra. Se lo spartirebbero lontano dagli occhi del mondo se non succedesse qualcosa che può riaprire lo sguardo sopito: tre cadaveri di colore vengono a spiaggiarsi sull’isola. Li vede per prima la Vecchia, che fu una maestra, andata nolente in pensione. Accorrono due pescatori, America e Spada.Poi il Sindaco e il Dottore, per presunta competenza, infine l’intruso, il Maestro venuto da fuori, capitato lì per un doppio caso: stava correndo, stava cercando un senso. È lui a dire per tre volte, in tono dolce e spaventato, la più letteralmente fuori luogo delle battute: « Mio Dio». Non apparterrà nemmeno al parroco, che entra in scena con il demoniaco codazzo delle api che alleva.Non appartiene a nessuno, nell’arcipelago del cane. Dio presuppone o impone una coscienza. Altrimenti è vulcano e nient’altro. Gli isolani guardano al cratere, mai al cielo.La scena più tremenda e significativa è quella in cui il parroco, per far sparire dai cadaveri custoditi nella cella frigorifera «lo sguardo vacuo, così poco umano» , allunga le dita per abbassare le palpebre dei morti e si trova « i polpastrelli del pollice e del medio della mano destra saldati alle biglie opaline» . È la colpa che si attacca al cuore.Da lì in poi ogni salvezza è impossibile, anche per chi dovesse provare rimorso e cercare rimedio. Il male non concede scampo, ma soltanto aggravio.L’omertà e il crimine sono un circolo che non si spezza. La trama di Claudel procede stringendosi intorno a ciascuno. Se in un passaggio, all’affacciarsi della vittima bambina che procede biancovestita, si annuncia prevedibile è perché abbiamo troppa esperienza del male. Imprevedibile è invece l’apparizione sulla scena dell’ultimo personaggio, il più ambiguo: il Commissario.C’è forse spazio per una legge, di cuore o di carta, in questa storia sotto il vulcano? Il compito di ogni eruzione è di cancellare qualsiasi traccia, fondere tutto nella cenere. Eppure, si potrà mai negare che sia esistita una storia e con essa una differenza etica e una via che avrebbe portato alla salvezza? Quando l’isola affonda nell’oblio e il romanzo torna sullo scaffale, resta al lettore il compito di rispondere con la sua vita.© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 20 May 2019 18:51:14 +0000

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Adam Gopnik e le mille luci di Manhattan Ricordo la mia prima tempesta di neve, nel 1968. Se esistesse un paradiso, lo vorrei con un cielo basso grigio- violaceo ».Adam Gopnik ha le sue fissazioni: la passione per il bianco perfetto della neve era nata in Canada, dove i genitori si erano trasferiti da Filadelfia.L’ha messa a frutto per scrivere L’invenzione dell’inverno, tra i tanti caratteri della modernità che dobbiamo al romanticismo.La stagione fredda, incubo dell’umanità che doveva scaldarsi e nutrirsi, ha avuto all’epoca di Goethe il suo restyling poetico, letterario, sportivo, festoso e commerciale.Per i romanzieri il punto di vista è tutto. Vale anche per gli scrittori che raccontano il mondo. Contano l’attenzione ai dettagli, la scelta di entrare in scena o tenersi in disparte, la miscela tra letture e vita vissuta, le teorie che come un flash illuminano comportamenti e situazioni. Gopnik ha coltivato e perfezionato l’arte sulle pagine del New Yorker, dove scrive da una trentina d’anni.C’era arrivato grazie a un articolo sul baseball e la storia dell’arte. Da Parigi alla luna ( Guanda) raccoglie i suoi scritti da americano a Parigi. Una casa a New York è il seguito: quando i due piccoli Gopnik vengono ricondotti « nell’abbraccio dell’educazione progressista americana » . Con i francesi, si sa, sono molte le occasioni di attrito: investiranno anche le « french fries » studiate da Roland Barthes in Miti d’oggi e ribattezzate «freedom fries».Ma come si diventa Adam Gopnik? Qual è l’apprendistato? Cosa bisogna coltivare e cosa evitare? Possiamo prendere Io, lei, Manhattan come guida (naturalmente non è colpa della guida se i risultati non saranno all’altezza, ma abbiamo una direzione da seguire). In uscita da Guanda, ripassa gli anni della formazione. I primi trascorsi a New York con la moglie Martha, sposata in una gelida mattina di dicembre. Erano gli anni Ottanta, quando una giovane coppia poteva ancora sognare una casa a Manhattan, se si accontentava di nove metri quadrati nel seminterrato.Tre anni vissuti in armonia, ricorda Gopnik. Perché un litigio richiede spazio, bisogna allontanarsi abbastanza per far lo sguardo cattivo. Seppellito il primo luogo comune, Adam Gopnik tira fuori una delle sue teorie- flash: la differenza tra i matrimoni felici e i matrimoni infelici sta nel fatto che nelle coppie felici ricorre sempre lo stesso litigio. Un battibecco soltanto, governabile e quasi rituale. Con Martha, l’oggetto del contendere era la carne al sangue, che lei odiava e lui adorava.Quando il seminterrato diventa un loft a SoHo — la SoHo dei giovani artisti che occupavano le fabbriche abbandonate, tenuti d’occhio da galleristi come Ileana Sonnabend e Leo Castelli — i metri quadri crescono con l’ambizione teorica. Adam Gopnik discute di opere d’arte e denari, tendendo a debita distanza — e anzi ribaltando — il luogo comune dell’arte tradita dal commercio.Pian piano, perde «la fede nei rettangoli » che gli era stata inculcata dai genitori, professori universitari innamorati del minimalismo. Comincia ad apprezzare il coniglio cromato con carota cromata di Jeff Koons. La fine dell’arte, o qualcosa di molto vicino, per il critico australiano Robert Hughes (più tardi scriverà La cultura del piagnisteo, contro le minoranze che pretendono un posto nella letteratura o nell’arte a risarcimento dei torti patiti).Hughes disprezzava, Koons lavorava e vendeva: Gopnik racconta le loro scaramucce (una guerra generazionale, in verità) come uno spettacolo appassionante. Un ottimo antidoto per non ricascarci, quando se ne presenterà l’occasione.Adam Gopnik scrittore debutta aggiornando le schedine alla Frisk Library («facevo fuori vecchi artisti che un tempo erano giovani » ). Poi arriva il lavoro da cicerone al MoMA: « parlavo di vecchi artisti che un tempo erano stati nuovi». Un tumler, aggiunge: un intrattenitore al pari dello zio che vendeva amido da stiro alle signore ( proprio come il padre di Richard Ford, che lo rievoca in Tra loro).Al museo incontra un paio di matti degni di nota, ma tutto sommato innocui. Uno vuole completare l’opera di Vincent van Gogh con « il ritratto mancante del fratello Theo » . L’altro decide che a Guernica manca un po’ di colore, e decide di ricamare — sì, ricamare — una copia in ocra e verde lime. Il risultato avrebbe fatto bella mostra di sé al ballo del Metropolitan dedicato al camp.I personaggi bizzarri ricordano il barbone newyorchese che minacciava una storia orale della città, riempiendo taccuini su taccuini ( e invece scriveva e riscriveva sempre la stessa storia su sua madre). Sappiamo tutto perché lo ha raccontato Joseph Mitchell, in Il segreto di Joe Gould. Ormai una leggenda vivente, Mitchell aveva la sua stanza nella redazione del New Yorker.Prima, il giovane Gopnik scriveva didascalie di moda: " La semplice logica delle camicie estive" o " Chiaroscuro chic". Per GQ, la rivista dove Hannah di Girls ( la serie scritta e diretta da Lena Dunham) trova il suo primo lavoro. Da qui « un cedimento generazionale che dura mezzo secondo», è lo stesso Gopnik a cronometrare: «Siamo stati gli ultimi a coltivare l’ambizione senza vergognarci».Molto più di mezzo secondo dura il ricordo del fotografo e ritrattista Richard Avedon, l’unico capitolo di Io, lei, Manhattan che avanza con fatica. Per contorno, il bestiario metropolitano: scarafaggi in una casa e ratti nell’altra, dove i muri trasudavano melassa, a ricordare che lì c’era uno zuccherificio.© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 20 May 2019 18:38:42 +0000

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Atlante universale della follia Jorge Luis Borges ha immaginato un uomo di chiesa che ogni sera, al termine delle proprie mansioni, si chiude in uno studiolo per disegnare ossessivamente carte geografiche non destinate a nessuno; in queste mappe, dove la geografia vera si mescola alla geografia fantastica e dove comunque i nomi sono dislocati, egli sparge indizi della propria vita, nasconde disegni di figure umane e mostruose, crea trompe l’oeil ed effetti ottici per cui altre immagini esistono in negativo oppure appaiono ruotando il foglio, sovrappone o pone a cornice complessi diagrammi labirintici, e soprattutto inserisce anche all’interno delle immagini bizzarri testi latini che sembrano descrivere tutt’altro.Transitivamente e metamorficamente, come nell’attività onirica, un neo su una guancia può essere una città, mentre una città o un golfo sono anche un sesso femminile; in particolare ricorre, con esiti deliziosamente feticistici, lo " stivale" dell’Italia.Assillato dall’onere di cartografare il mondo e di interpretarne la morfologia in chiave metafisica, quest’uomo è però un malato di mente, sicché il vero oggetto delle mappe è la sua stessa psicosi, tradotta in meravigliosi cristalli grafici da una tecnica e da un virtuosismo che fanno pensare all’arte di Escher.In realtà, pur potendolo immaginare, Borges non ha mai scritto di quest’uomo, che è esistito veramente. Si chiamava Opicino de Canistris, nacque in provincia di Pavia alla fine del ’ 200, e lavorò come scrivano presso la corte pontificia di Avignone.Della sua vita sappiamo solo quanto al suo capriccio è piaciuto insinuare nelle mappe, spesso sciogliendo il dato biografico nel simbolismo e nel delirio esoterico: non è un caso che le medesime modalità autobiografiche si trovino anche nell’opera di un altro famoso malato mentale, Adolf Wölfli, che in trentacinque anni di reclusione manicomiale consegnò la propria vita a 25mila pagine di testo integrato da migliaia di disegni di rara bellezza.E come l’opera di Wölfli è stata "scoperta" e divulgata dal suo stesso psichiatra, Walter Morgenthaler, così le mappe di Opicino, contenute in due manoscritti vaticani, sono state riscoperte dal gruppo di Aby Warburg: Saxl, Panofski, e Salomon, cui apparve chiara la matrice patologica di un simile miracolo.I warburghiani si rivolgevano agli specialisti; a raggiungere un pubblico più vasto ha provveduto Sylvain Piron, con un’appassionata monografia comprensiva di riproduzione fotografica, purtroppo molto selettiva.Incrociando Freud con Jung ( che dopo aver visto qualcuna di queste mappe commentò shakespearianamente: «C’è del metodo nella follia»), Piron ha buon gioco nel suggerire una ricca messe di possibili interpretazioni, spesso legate al senso di colpa per una nascita traumatica e "mostruosa", alla sindrome edipica e alla sublimazione della figura materna nell’immagine dell’Ecclesia Triumphans.Tuttavia la bellezza di questi disegni e di questi maniacali diagrammi alfanumerici rifulge anche (se non soprattutto) in assenza di spiegazione, come per una sovrana autosufficienza.Guidato da uno straordinario senso compositivo, Opicino deduce una forma dall’altra, un sistema arterioso dal delta di un fiume, un occhio da una mandorla bizantina che iscrive un Cristo che come attraverso un prisma si riflette in un altro Cristo capovolto, le cui braccia definiscono in negativo le fauci di un mostro: e ovunque, nascosti come in un gioco della Settimana Enigmistica, falli, vulve, bocche.Ci parla della creazione di Dio, Opicino, o di quella del Diavolo? Sicuramente ci parla dei mostri, intesi come tali e, alla latina, come prodigi; e la commovente raffigurazione di se stesso bambino, sulla circonferenza di un sistema di cerchi concentrici corrispondenti agli eventi della sua vita e alle sfere celesti, ci appare come una rivelazione e una firma: io, Opicino, signore dei mostri e ordinatore del caos.© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 20 May 2019 11:55:19 +0000

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Una maratona lunga 52 anni La corsa, oggi banalizzata nello jogging quotidiano, è stata anche un atto arcaico e rituale, legato ai giochi e alle festività religiose, come nella maratona ateniese.L’io narrante de Il guardiano della collina dei ciliegi (Fazi) di Franco Faggiani racconta della sua adolescenza nell’isola isola giapponese di Hokkaido: «La cosa che mi rendeva più felice era correre».Solo correndo si sentiva libero, leggero, in sintonia con il creato.Studia economia, legge Lewis Carroll, ma continua a seguire la sua passione, tanto da partecipare come podista alle Olimpiadi di Stoccolma, dopo la benedizione dell’imperatore.L’autore, scrittore e giornalista che ama lo sport, dopo il precedente La manutenzione dei sensi ha scritto un romanzo ispirato a un fatto accaduto, una di quelle notizie che leggiamo nella rubrica Strano, ma vero! della Settimana Enigmistica, e che ci dimentichiamo quasi subito. Nel 1912 il ventenne Shizo Kanakuri corre la maratona a Stoccolma, è tra i favoriti ma a 7 chilometri dal traguardo sparisce (si era allontanato per rinfrescarsi, sprofondando nel sonno). Per la vergogna si dà alla macchia.Tornerà a Stoccolma nel 1967, dove completa la maratona con il tempo eccezionale di 54 anni, 8 mesi, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi. Questa storia vagamente surreale diventa un pretesto per esplorare la civiltà giapponese, confusa nel nostro immaginario fra sushi e manga. La scrittura stessa, contagiata da un mimetismo sentimentale (solo a tratti un po’ svenevole), sembra partecipare a quella civiltà e a quel paesaggio, al suo sfumato e intenso cromatismo.Nella prima pagina il sole sorgendo spande sulle montagne il colore tenue della lavanda, poi regala al mondo le tonalità dorate dei cachi, e quando emerge per intero esalta il verde-oro dei cipressi hinoki. L’austera educazione di Shizo è improntata a un riserbo anaffettivo («frigido»: viene in mente l’aggettivo che Parise volle associare al Giappone). Anche se il futuro maratoneta nelle corse all’alba attraverso i boschi cerca un contatto mistico con i kami, divinità del culto scintoista.Però gli spiriti guardiani delle foreste non lo proteggono abbastanza: perderà la moglie e tre figli, diventando – dopo il secondo soggiorno svedese – il custode di una collina di yamazakura (ciliegi selvatici resistenti a freddo e siccità).Della lettura restano nella memoria il viaggio epico per raggiungere Stoccolma su navi e treni (quasi il Giro del mondo in ottanta giorni); la narrazione scandita da commenti simili a haiku: «A Rausu la pioggia distillava malinconia in inverno»; la collina ricoperta da una immensa coltre bianca, per lo sbocciare dei ciliegi; una scena cruenta che introduce al concetto nipponico di onore.Alla fine la biografia romanzata di Faggiano rivela le sue ambizioni. È l’invito a un esercizio spirituale, alla corsa come forma di preghiera, a una mistica della natura. Osservando le onde e le nuvole viaggiare in libertà Shizo desidera essere come loro, senza legami e obblighi. Poi nei suoi ultimi giorni, dopo una vita picaresca (che comprende anche la Legione straniera) ama sdraiarsi in una piccola prateria, quasi immobile.Come un filosofo pagano amplifica la ricettività dei sensi, tra i profumi della resina e i fruscii leggeri. Lì, ottantenne, aspetta serenamente la morte. Eppure il rimpianto della moglie scomparsa increspa quella imperturbata contemplazione. La vita umana, al contrario delle nuvole, è fatta di legami e obblighi. La sua insostenibile leggerezza è incrinata da una straziante nostalgia. Perciò la assoluta libertà della corsa è un’illusione.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 14 May 2019 18:55:23 +0000

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Se la scrittura inganna la morte «Scrivere è l’unico stratagemma efficace contro la morte. Gli uomini hanno provato con la preghiera, le medicine, la magia, i versetti ripetuti a litania, l’immobilità, ma penso di essere l’unico ad aver trovato la soluzione: scrivere». Sin dalle prime parole si capisce che — come il suo precedente, clamoroso successo, Il caso Meursault — il secondo romanzo dello scrittore algerino Kamel Daoud è un inno al mondo dei libri e della scrittura. Zabor, il personaggio al centro della storia, non è un bambino né poi un uomo come gli altri:orfano di madre, abbandonato dal padre in una casa isolata con una zia e il nonno che lo cresceranno, deriso e disprezzato dalla nuova famiglia del genitore, già dai primi anni di vita trova nei libri il suo mondo incantato, il suo riscatto. Impara a leggere e a scrivere prima degli altri bambini della scuola, si immerge nel Corano per dimenticare i drammi della sua infanzia, vola sulle ali dei volumi che incrocia sulla sua strada: da Robinson Crusoe fino alle Mille e una notte.Fino a quando non fa una scoperta clamorosa: la scrittura non è solo la sua personale salvezza ma anche quella di coloro che, accanto a lui, sono in un punto di morte. Vergando una storia che li vede protagonisti o anche solo partecipanti, Zabor salva loro la vita, allunga i loro giorni: e per questo sempre più persone accorrono alla sua casa con quaderni, penne e cibo per chiedere i suoi servigi.Tutto va avanti senza troppi problemi fino al giorno in cui bussano alla porta gli odiati fratellastri, quelli che per anni lo hanno insultato e tenuto ai margini. E il protagonista deve fare una scelta: salvare o no quel padre da cui tanto male ha ricevuto. Nei fatti Zabor non ha molte possibilità di dire no: costretto a entrare nella stanza dell’anziano genitore, con un periodo di tempo limitato a disposizione, vede il suo dono appassirsi, mentre in una serie di flashback ripercorre la storia di quella dote rara, dei traumi che l’hanno provocata e delle conseguenze che scoprirla ha avuto sulla sua vita.«Ho scritto Zabor per raccontare ciò in cui credo: che scrivere vuol dire sentirsi liberi. Leggere è entrare in un mondo o abbracciarlo. Immaginare è assicurarsi la propria resurrezione», ha detto Daoud in occasione della presentazione del volume in lingua originale. E sfogliando le pagine del libro questa affermazione diventa evidente, quasi reale: quella di Zabor è una storia d’amore con la parola che inizia dalle lettere dell’alfabeto, per passare poi alle letture scolastiche e ai libri di avventure, attraversare la lingua sacra del Corano per poi sfociare nelle Mille e una notte, il testo che in qualche modo ispira l’intero volume.Con una differenza importante: se Sherazade racconta per tenere in vita se stessa, Zabor lo fa per il resto del mondo. «Se dimenticavo una persona — dice il protagonista nelle pagine iniziali del romanzo — quella persona il giorno dopo moriva. Semplicissimo. L’ho verificato in tante occasioni. È la mia maledizione muta. La legge della mia vita che nessuno immagina. Lo dico: quando io dimentico, la morte ricorda».Mentre Zabor scrive, sullo sfondo scorre la vita dell’Algeria: la condizione marginale a cui è relegata sua zia, che non si è mai sposata. La violenza delle posizioni di un coetaneo, che inutilmente tenta di sfidare il ragazzo sul campo della religione. La famiglia come centro sociale ma anche come potere economico. L’impossibilità per un giovane — che a trent’anni si racconta scapolo e ancora vergine — di costruirsi una vita senza garanzie alla spalle.Per fuggire a tutto questo il protagonista si immerge nel suo mondo di libri, pagine e parole fino al punto da risultare incomprensibile per il mondo esterno: e dunque di ritrovarsi totalmente isolato.«Non ho più voglia di salvare gli altri — dice nelle pagine finali del libro — Non tutti, almeno. Mi sento leggero, sollevato da un’immensa responsabilità. Questa lingua mi ha liberato: ma la libertà non serve a niente nella solitudine». Perché neanche l’immenso potere della letteratura a volte basta se il mondo ti rifiuta.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 14 May 2019 18:48:31 +0000

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Oltre i confini dell’amore Una madre, un figlio, la sera prima del compleanno di lui, la cittadina dove si sono trasferiti (una città in cui "è inverno tutto il tempo"), un’energia sotterranea, sepolta sotto la neve, a intermittenza trattenuta e rilasciata dentro gli oggetti (fette di pane, biglie nelle tasche, parrucche che non dissimulano, cappotti che non riparano), dentro impercettibili spostamenti emotivi, dentro scenari più proiettati che vissuti, dentro tentativi di intuizioni su come sia davvero la vita degli altri, di che sostanza sia fatta, quali oscurità e quali storie contenga: Amore di Hanne Ørstavik mantiene la promessa del titolo, ovvero tenere alta, altissima, la domanda, dov’è l’amore dentro questo racconto, dov’è nelle nostre vite? Vibeke è una madre giovane che tira su il figlio da sola, è tanto intelligente quanto distratta; Jon ha otto anni ancora per poche ore, è precocemente adultizzato e può concedersi di essere infantile solo nei sogni o seguendo improvvide follie in tono minore.Vibeke vive dentro sé stessa e dentro i libri, è aliena al mondo e al suo ruolo; Jon osserva le persone, tutte le persone, va a cercarle per strada, di notte, con il gelo. Vibeke crede che Jon sia in cameretta a dormire e va in biblioteca perché della sua famiglia non sa nulla, non ricorda neppure la ricorrenza che a mezzanotte dovrebbero festeggiare, invece delle vite immaginarie che stanno nei romanzi sa tutto, anzi ne è dipendente, ne legge fino a cinque a settimana e l’apertura serale di quel luogo in cui si sente più a casa che a casa la spinge a tentare una fuoriuscita da sé.Jon, intanto, non sta dormendo, è scivolato via per vendere dei biglietti della lotteria pensando al luna park al quale la madre non ha voluto portarlo dicendogli che non faceva per lui — una madre che non si accorge di niente e ricordava male anche gli orari della biblioteca, che infatti è chiusa. Il luna park, scintillante e multiforme, con i suoi lustrini e la sua inestirpabile malinconia è il palcoscenico del mostruoso, del fiabesco, ed è anche per antonomasia il luogo della transitorietà.Il passaggio di illuminazioni su ciò che, durante quell’unica lunga notte, accade ai due protagonisti avviene con fluidità, senza interruzioni di capoverso, così che all’amore di cui si chiede conto nel titolo venga data una risposta in levare, per mezzo di una madre inaccudente e di un figlio che sente di dover badare a lei nella distanza, con il controllo ossessivo del pensiero. L’amore, dunque, emerge nella scrittura, essenziale e indugiante nei dettagli: Vibeke e Jon, per via di precise scelte di stile e di ritmo, sembrano la stessa persona, sono due facce dello stesso sentimento.Eppure, tranne che nelle prime pagine, quella notte non si incontrano mai. Lei non pensa a lui, lui pensa soltanto a lei; lei crede che lui riposi al riparo da tutto, lui teme che la madre sia morta, che le sia accaduto l’irreparabile.Nella percezione che hanno dei pericoli, per sé e per l’altro, c’è il presagio di una fine spaventosa. Come già nel romanzo A Bordeaux c’è una grande piazza aperta, Ørstavik racconta il disorientamento di sentimenti e corpi che prendono direzioni diverse mentre spinge in luoghi bui il confine di questa parola, "amore".La sua prosa nasce dagli oggetti, dai paesaggi, dalle atmosfere, da pulsioni soffocate e vissute nel profondo, dalla forza magnetica del tragico a cui si abbandona lento questo libro — come tanta misteriosa potenza si sprigioni in poco più di cento pagine è uno dei suoi prodigi.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 14 May 2019 18:38:57 +0000

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Borges dance Si racconta che nel 1978 un giornalista alle prime armi si recò a far visita al patologo Thomas Harvey.Il loro incontro aveva per oggetto la misteriosa sparizione del cervello di Einstein, diviso in più parti dopo la morte dello scienziato, per sottoporlo a un’analisi comparativa.Ebbene, quando il reporter chiese al dottor Harvey se avesse per caso idea di dov’erano finiti — dopo oltre vent’anni — i frammenti cerebrali dell’esimio Albert, l’altro non si imbarazzò per niente: scese le scale di una specie di cantina, e dentro un frigo da campeggio mostrò una collezione di barattoli (da birra, da biscotti) dentro cui sguazzavano in formaldeide pezzi di materia grigia e di corteccia.L’episodio mi è tornato in mente quando ho letto del bizzarro ritrovamento di quattro musicassette in fondo a una scatola da scarpe: da quarant’anni custodivano in silenzio la voce nientemeno che di Jorge Luis Borges, registrato in quei quattro pomeriggi del ’65, quando si era messo a raccontare il tango in un locale della vecchia Buenos Aires.Lo definirei un piccolo miracolo, che solo adesso trova una pubblicazione italiana per la cura di Tommaso Scarano. Come presentarvelo? Cominciamo col dire che vi troverete il più puro spirito di Borges, la sua narrazione calda, avvolgente, intrisa di quel vago mistero arcano che fa di uno scrittore un custode dei sigilli del reale, per cui niente è citato ma tutto rivive, in un rinnovato battesimo del tempo.Che siano frammenti assolati di un’infanzia lontana o ritratti dei guappi di mercato, vetturini e carrettieri, tutto assume nello sguardo di Borges un potente riscatto epico, che in personaggi e situazioni azzera ogni detrito di cronaca, e si risolve in un involontario, tenero, sacerdozio dell’umano.Tratteggiando a colpi di pennello un ventaglio di vicende rilegate dal culto del dio Tango, Borges ci conduce in un labirinto di musica, di corpi, di passi, in cui tutto assume il profilo di un rito profano, inaudito, essenzialmente e visceralmente umano, talmente profondo da superare gli stessi limiti della percezione sensoriale (all’epoca di queste conferenze, l’autore era già quasi cieco).Ma vi è un passaggio, al termine della seconda conferenza, in cui mi pare di intuire dove nasca la grande fascinazione di Borges per il tango: dopo averne rintracciate le origini nella milonga e nell’habanera africane, il vecchio Jorge ci chiede umilmente un atto di fede, spiegando che le masse di schiavi trapiantate nel Nuovo Mondo erano portatrici di una memoria perduta, dispersa in sprazzi discontinui, barlumi e schegge.Dunque il tango (come il jazz) sarebbe l’orfano di un tempo cancellato, l’erede di una vitalità sepolta, l’eco di qualcosa che non ci è dato misurare ma solo percepire nell’ombra. Cos’è, in fondo, se non il disegno tutto borgesiano di una ricerca del senso che fu, balbettante e smarrito come un discorso continuamente interrotto? Più di tutto egli amava del tango questo essere un relitto di antichità inesplorate, l’estrema propaggine di un passato distrutto, in cui l’uomo era un tutt’uno con le sue emozioni.Non per niente Borges prende le distanze dal popolare Carlos Gardel, colui che del tango fece l’apoteosi della teatralità melodrammatica, certo consacrandone il successo ma a prezzo di un immane tradimento: la forza di quel ballo risiede per Borges nella sostanza, non nella forma, tanto più se essa trascende in maniera.È qui, quando il tono del racconto vira sulla difesa appassionata di un’identità da preservare, che il discorso sul tango si rivela anche un discorso sull’Argentina, su quel suo essere un mondo a parte, così vicino e al tempo stesso così lontano dall’animo latino: è lo stesso Borges, in apertura, a definire il tango uno dei due paradigmi (l’altro sarebbe il gaucho) in cui si coglie e si riassume il più profondo palpito di un popolo, di una cultura, di uno sguardo.Per cui, chiudendo il cerchio, non puoi parlare del tango senza farne una metafora e un emblema, senza trovarvi orme e impronte per ricomporre il puzzle impazzito di un sistema sconnesso. Il tango rappresenta insomma per Borges esattamente ciò che il teatro yiddish era per Franz Kafka, ciò che la corsa è per Murakami, e ciò che per Thomas S.Eliot era il cinema dei Fratelli Marx.A proposito: in molti trovarono inconcepibile che Eliot scrivesse a Groucho lettere d’ammirazione folle dopo i suoi successi al botteghino, annoverandolo fra i maestri e tenendone la foto accanto alle immagini incorniciate di Yeats, Paul Valery e Goethe. Massima onta! Infame obbrobrio! Il re delle pellicole comiche nel gotha delle sacre lettere?A distanza di anni, oggi sarebbero gli stessi che storcerebbero il naso davanti a un vecchio scrittore cieco che passa i pomeriggi al barrio Sur, dissertando sul tango. Ma sta in questo, credo, la loro grandezza: nel percepire che il sismografo del nostro essere vibra laddove meno lo aspetti. E che in ogni vero genio sta racchiuso, alla fin dei conti, un rabdomante.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 14 May 2019 11:01:58 +0000

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C’era una volta il cielo azzurro La sensazione di inappartenenza rispetto al proprio passato, mescolata al rimpianto, è uno degli evergreen della letteratura degli ultimi due secoli, oltreché del cinema.Basterà ricordare il celebre sonetto del Foscolo, «Non son chi fui; perì di noi gran parte»; o citare il Tonio Kröger manniano, tuttavia salvato dalla fiducia nell’arte, o andare a un fulgido romanzo protonovecentesco ingiustamente dimenticato come Fermina Márquez di Valery Larbaud.O, per passare al cinema, tre fra gli esempi più significativi, American Graffiti, Un mercoledì da leoni e Cinque pezzi facili.Padova Graffiti: potrebbe simbolicamente intitolarsi il bel romanzo di Romolo Bugaro, Non c’è stata nessuna battaglia, che abbraccia, con pregevole scrittura non ostentatamente lirica, un lungo arco di tempo, dal 1976, parte quantitativamente più rilevante ed emozionante del libro, al 2019, ed è pervaso dallo stesso mood delle opere sopra ricordate: una dolceamara nostalgia di quello che è stato, e il non riconoscersi più nelle reliquie del proprio antico io.Sono quattro ragazzini di 14-15 anni, Tod, "il vecchio Andrea", GMT e Nick the Best One, i protagonisti, tutti della buona borghesia padovana, che nel lontano 1976 si ritrovano ogni sabato pomeriggio in piazza Garibaldi.Figli di cardiologi, avvocati, farmacisti, architetti. Il vantaggio sociale delle famiglie è incorporato alla loro vita, libera dal bisogno.Non si interessano di politica, come invece parecchi dei compagni più adulti, spaccati fra estrema destra ed estrema sinistra (ne pagheranno in molti le conseguenze col carcere o con la fuga all’estero). Il loro mito, ancor più che il motorino o lo zippo, le ragazze, «vicine e lontane, prevedibili e sconosciute», come è di ogni adolescenza.Non poche con visi incantevoli e corpi desiderabili. E, sopra tutte, la Canova, intensa coprotagonista poi mortificata dal destino, «viso talmente bello da sembrare disegnato», «capelli biondi e castani assolutamente magnifici».Bugaro ha talento nel distinguere con efficacia i caratteri dei quattro amici: Tod, scontroso di suo e rissoso, ma timido e dal cuore d’oro sotto le apparenze; il vecchio Andrea spaccone e sfacciato; GMT fragile e insicuro, anche per via di un incidente di moto che gli ha rovinato una gamba; Nick the Best One simile ad Al Pacino, «stessi occhi neri, stessa faccia magra e ossuta», romantico e sognatore.La trama è intessuta di chiacchiere al bar, di canzoni d’antan (campeggia Neil Young), di feste cui imbucarsi e dove qualcuno si innamorerà, di corse notturne in motorino sulle colline, con una ragazza, a contemplare dall’alto le mille luci della notte.Ma, soprattutto, del colore e del sapore dell’amicizia, così forte nelle adolescenze di una volta, che potrebbe essere per sempre, ma è destinata dalla vita a smarrirsi, salvo poi casualmente riapparire nell’oggi, ma più lontana, tanto è legata a un passato perduto.Nel tempo, ci saranno anche drammi: c’è chi si distrugge con la droga, chi cerca una risorsa di vita all’estero, c’è chi ritorna. C’è chi «non passerà la cruna», così un verso di Montale, e chi si salva. Ma il contrasto fra la "luce da sogno" dell’adolescenza (quanti cieli azzurri nel libro!), il correre liberi nel vento, e la prosa del presente resta l’indimenticabile suggello del romanzo.© Riproduzzione Riservata Data articolo: Fri, 10 May 2019 18:19:32 +0000

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I fantasmi del Mississippi Canta, spirito, canta, il romanzo di Jesmyn Ward vincitore al National Book Award 2017, come nel 2011 aveva vinto il suo Salvare le ossa – doppietta realizzata solo da scrittori del calibro di Faulkner, Roth, Bellow, Updike –, si apre con Jojo, un ragazzino che afferma fiero: «Io lo so cos’è la morte, almeno così mi piace pensare». È il suo tredicesimo compleanno e lui sta aiutando il nonno Pop a sgozzare una capra, operazione che la lingua potente di Ward ci farà conoscere nei minimi dettagli, giù giù nella carne dell’animale.Jojo cerca di non arretrare, vuole provare al nonno che è grande abbastanza, «Pop penserà che sono pronto a fare quello che bisogna fare... Pop deve sapere che posso coprirmi di sangue». La scena è significativa. Per Jojo farsi un posto nel mondo non è semplice.Vive a Bois Savage, una località fittizia sulla costa del Mississippi (la stessa di Salvare le ossa, e assai simile a Delisle, dove Ward è nata e abita, un posto dove possono far fuori un nero per futili motivi e sentenziare che è stato un incidente di caccia) insieme all’anaffettiva mamma Leonie, nera e tossica, e ai nonni materni, mentre il padre Michael, un bianco il cui babbo è un razzista che dà della sporca negra alla nuora, è in galera per qualche traffico di droga nel famigerato penitenziario di Parchman, dove già Pop ha passato cinque anni della sua adolescenza, cinque anni in un campo di cotone dall’alba al tramonto.L’assenza del padre e la mancanza di attenzione di Leonie hanno responsabilizzato Jojo nei confronti della sorella di tre anni Kayla, che lo assedia appollaiata in braccio e lo adora. Li circonda la miseria e la disfunzionalità, mentre la nonna Philomène, un tempo insieme a Pop asse della famiglia, sta morendo di cancro distesa in un letto della casa rurale.Il sogno americano è infranto. Le pagine urlano di dolore e di affanno, quando arriva la notizia che Michael sarà rilasciato. Ed è qui che la prosa lirica, epica della Ward prende i toni alternati di un road novel e di una storia di fantasmi. Leonie infatti intraprende un viaggio periglioso per andare ad accogliere il marito alla prigione.Insieme ai figli e a un’amica tossicomane come lei, affronta un percorso travagliato dal malessere della bambina e dall’uso di metanfetamina e coca, mentre si accorge per di più che, quando è fatta, vede l’ombra del fratello morto ammazzato. Non solo, anche il piccolo Jojo incontra un’anima vagante, quella di Richie, adolescente ucciso a Parchman, un ragazzino fragile di cui il nonno Pop aveva iniziato tante volte a parlare al nipote e di cui, però, non ha mai avuto il coraggio di raccontargli la fine.Figure senza pace che cercano nei loro interlocutori un aiuto per arrivare all’uscita dal loro eterno vagare, morti che si trascinano dietro gli effetti del razzismo e dell’ingiustizia. Motivo ricorrente del resto nella scrittura della Ward che nel suo Men We Reaped ha affrontato le storie di cinque giovani uomini, tra cui suo fratello, scomparsi violentemente e a cui in qualche modo l’autrice voleva restituire sopravvivenza e giustizia.Leonie e Jojo, due delle tre voci narranti capitolo dopo capitolo (la terza è di Richie), vivono una tensione incandescente che rende il viaggio un vero e proprio incubo: la madre riesce a vedere solo se stessa e, anche se intuisce la propria inadeguatezza, è soprattutto gelosa del rapporto simbiotico tra il figlio e la sua piccola sorella.La tensione rischia continuamente di esplodere in mille schegge. Anche Pop, l’amato nonno, è tormentato: lo inseguono i sensi di colpa per la morte di Richie e il dolore per la fine della moglie che si avvicina e che lui non vuol vedere. Dovunque ci muoviamo siamo in gabbia, le forze si scatenano l’una contro l’altra e contro di noi. Canta, spirito, canta, che incredibilmente riesce ad assorbire le presenze dei fantasmi come presenze reali, è una sorta di resa dei conti sull’identità razziale nel vecchio Sud: ogni nodo viene al pettine, inestricabile.Se un antecedente potrebbe essere Amatissima di Toni Morrison, dove un bambino ritorna dal regno dei morti per cercare risposte, Jesmyn Ward ha detto invece quanto sia stato Mentre morivo di William Faulkner la sua fonte di ispirazione, con quelle sue molteplici voci narranti, quel suo nucleo commovente, quel pericoloso viaggio nel Mississippi che nel libro di Faulkner è fatto per seppellire un membro della famiglia e qui, invece, porta con sé l’anima di Richie che aggiunge la sua insistente infelicità alla tumultuosa dinamica del plot.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 10 May 2019 18:11:18 +0000

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Il lupo in fuga da Wall Street Barry Cohen, «un uomo con un patrimonio gestito di 2,4 miliardi di dollari» prospera facendo fruttare, ma più spesso volatilizzare i soldi degli altri nel far west informatico delle scommesse finanziarie. Non solo è sotto osservazione della commissione finanza per aver fatto insider trading, ma le sue operazioni sono così spregiudicate che ha causato l’aumento di prezzo di un farmaco da 30 a 700 dollari per fornitura settimanale. Se un collega lo critica lui pensa: «L’aumento dei prezzi. I profitti degli azionisti.Cos’era che Jeff non afferrava nel concetto di "capitalismo"?». La logica della finanza è il tema centrale di Destinazione America, romanzo comico e politico che racconta la fuga di Barry da Wall Street: ridicolo on the road di uno che da ragazzo amava la letteratura e vede Hemingway e Fiztgerald ovunque si volta.Così si apre il romanzo: esasperato da una lite a cena con la moglie, Barry va alla stazione dei pullman e parte per l’America, come una pietra rotolante. Fugge dalla moglie "hedgie", una delle cacciatrici di ricchi che sono le compagne perfette per gli avidi nerd della finanza (e che è protagonista dell’altra metà del libro, meno dinamica ma uguale quanto a miserie e illusioni); fugge dal figlio autistico di tre anni, che ancora non gli parla e non gli dimostra affetto; infine fugge dalla legge, che potrebbe privarlo della libertà e di una montagna di soldi.Durante i viaggi in autobus per un Paese esotico e greve, Barry prova a spogliarsi di tutto – specie le carte di credito – ma non di alcuni pezzi della sua collezione di orologi, unico vero amore della sua vita.Al lato opposto di questa perfezione assemblata per pochi c’è il cosiddetto mondo reale: un’accozzaglia di scorci e incontri ambiguamente autentici – dalla gita al di là del sanguinoso confine col Messico, ai tentativi di diventare il mentore di uno spacciatore o di una giovane che lavora in un albergo – e l’incontro con figure del passato, un ex collega che ha preso le distanze da New York, la fidanzata del college engagé vittima dei troll razzisti di Twitter: in entrambi i casi, Shteyngart riesce insieme a riprodurre l’incapacità di Barry di entrare in relazione col mondo, e gli intimi aneliti del suo cuore.La cornice dell’avventura è la campagna elettorale delle ultime elezioni presidenziali.L’ascesa di Trump fornisce ai nemici di Barry un’opportuna analogia: anche se Barry è colto e sensibile, la sua fortuna impunita è filosoficamente identica a quella di Trump.Destinazione America potrebbe sembrare solo un lamento liberal anti-Trump, invece è un romanzo pieno di livelli. Tanto intelligente da non abbassarsi a ritrarre Trump o a parodizzarlo, compone un ritratto del milieu della finanza – cosmopolita, raffinato, solipsistico – che costringe alla dissonanza cognitiva: questi personaggi non Wasp – indiani, asiatici, ebrei – venuti su da famiglie umili e oneste, degni della nostra empatia, distruggono il mondo con uno stile di vita insostenibile.Formalmente Shteyngart si sta rivelando uno scrittore inafferrabile, che cerca di conservare forza comunicativa e commerciale, qui in un romanzo sociale franzeniano, senza soffocare gli slanci poetici puri, da russo. «L’orecchio di maiale era morbido, caldo e gelatinoso» scrive di un piatto del sud, «e veniva servito dentro un panino al latte. Era come mangiare il dolore di un altro». Del padre anziano (e indiano) della ex moglie, leggiamo che «sembrava una piccola vongola delicata dentro il guscio» di un grande divano.Nella desolazione morale dei protagonisti di questa storia, la metafora si staglia come unico vero possibile contatto con la verità.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 10 May 2019 18:04:58 +0000

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Uno Sherlock all’adrenalina Per presentare L’uomo che scrive ai morti (Rizzoli, 350 pagine, traduzione di Elisa Finocchiaro) basterebbe la firma del duo di autori in copertina: Douglas Preston e Lincoln Child, in pratica due penne in grado di inanellare un bestseller dietro l’altro.Se questo non fosse sufficiente, aggiungete il nome del protagonista del thriller: A.X.L. Pendergast, ovvero la versione moderna di Sherlock Holmes.Pendergast, questa volta privo della sua spalla Constance (e di tutto il bagaglio autoriflessivo che lei si porta dietro, non sempre apprezzato dagli affezionati lettori del duo di scrittori) è alle prese con un minaccioso serial killer che lascia cuori umani sulle tombe di persone che si sono suicidate.Chi già conosce le opere di Preston & Child non ha bisogno di sapere altro. Per gli altri, è sufficiente una scena a poche pagine dall’inizio del romanzo. Il nostro eroe deve fare in conti con un ottuso poliziotto che gli impedisce di analizzare la scena del crimine.Pendergast, con una semplice occhiata ai suoi pantaloni, alla mano (e con un’annusatina all’alito del malcapitato che proprio non sa con chi ha a che fare) riesce a intuire la sua tresca extraconiugale e dove la suddetta viene consumata, nonché da quanto lo sbigottito poliziotto stia fingendo di non avere un problema con la bottiglia. Indovina persino la sua marca preferita di alcolici e lancia una stoccatina a Conan Doyle.Questo è Pendergast e questi sono Preston & Child. Chi li ama è già corso in libreria. Per tutti gli altri si potrebbe notare come la scrittura, decisamente piatta e poco incisiva ben si sposi con la voluta mancanza di atmosfera del romanzo. Non si tratta di un difetto perché fa parte dei cliché del thriller "all’americana" che il lettore conosce, apprezza e sa di doversi aspettare.Il gioco, come si dice in questi casi, è scoperto. Se il lettore è in cerca di romanzi ben radicati nei singoli territori, con atmosfere da brividi che l’accompagneranno ben oltre il termine della lettura, personaggi complessi e trame oscure, sa di doversi rivolgere ad altri autori.Magari non statunitensi. La peculiarità, infatti, non solo del romanzo in oggetto, ma di buona parte della letteratura di genere americana, sta proprio nella deliberata mancanza di approfondimento dei personaggi (nei peggiori dei casi, e non stiamo parlando de L’uomo che scrive ai morti, somigliano a quelle forme di cartone dei poligoni su cui gli scrittori possono scaricare tutta la violenza del loro plot) e nell’azzeramento dell’atmosfera legata ai luoghi dell’azione.Di norma la scuola americana del thriller prevede non luoghi intercambiabili (Los Angeles o New York, poco importa) usati come palcoscenico per lo svolgersi dell’azione. Gli scrittori thriller di oltreoceano obbediscono ad un comandamento che è uno e trino: azione, azione e ancora azione. Il resto non conta. Una scelta narrativa che strizza l’occhio alle grandi produzioni cinematografiche e a un certo modo di intendere la lettura.Naturalmente ci sono le eccezioni, ad esempio è solo quando Jeffery Deaver si adagia a questo genere di lezione che i suoi romanzi mostrano la corda, ma Preston & Child si attengono rigorosamente alla regola che loro stessi hanno contribuito a creare. Perché quindi dovrebbero allontanarsene? Pendergast ha un obiettivo, Pendergast raggiungerà quell’obiettivo ad ogni costo.Le sue avventure potrebbero svolgersi a Philadelphia come a Reggio Calabria senza cambiare di una virgola. Ed è proprio questo il bello. Dopotutto il thriller, in quanto intrattenimento letterario di qualità (e nel caso degli americani intrattenimento ad alto tasso di adrenalina) del realismo e, alle volte, persino della verosimiglianza non sa che farsene. L’uomo che scrive ai morti è una corsa sulle montagne russe di colpi di scena, intuizioni folgoranti, conflitti palesati in ogni dettaglio, in cui i dialoghi sono ridotti ai minimi termini e nulla è lasciato all’immaginazione del lettore. Una vera festa per chi ama il genere thriller "all’americana".© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 10 May 2019 17:57:51 +0000

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Incontri al Grand Hotel Transatlantico I romanzi di Michel Déon riflettono il suo congenito anticonformismo e il suo sguardo cosmopolita. Ce ne siamo accorti con il travolgente Pony selvaggi, la storia di quattro amici/nemici attraverso il Novecento, il Grande Gioco della politica internazionale, i complicati destini amorosi, lo vediamo oggi in Prima classe (la seconda delle sue opere che la casa editrice e/o sta traducendo per la prima volta in italiano), una storia di formazione e ascesa sociale che si snoda in gran parte in America tra tipi bislacchi.Del resto è lo stesso Déon (1919-2016) ad essere una personalità diversa nel panorama letterario francese: accademico di Francia dal 1979, scrittore snobbato da conservatore qual era per le sue idee poco canoniche, viene considerato un membro della corrente degli “Ussari”, il gruppo di autori (con Roger Nimier, Antoine Blondin e Jacques Laurent) che si contrappose alla visione esistenzialista della letteratura engagé tanto cara a Jean-Paul Sartre. È con occhio quasi ironico e disilluso infatti che Déon racconta il suo Arthur mentre a fine anni Cinquanta affronta il viaggio iniziatico verso gli Usa dove una borsa di studio gli permetterà di studiare, nonostante le povere origini, in un’importante università.I sacrifici della madre gli aprono sul transatlantico la Prima classe, ed è qui che farà alcuni incontri fondamentali: il professor Concannon, tanto ubriaco quanto raffinato e colto, Mr. Porter, potente consigliere del presidente americano che veglierà sul suo successo, ma soprattutto un terzetto di coetanei che gli segnerà la vita. Eccoli qua, Getulio e sua sorella Augusta, due affascinanti e facoltosi brasiliani che rischiano però continuamente la bancarotta e cercano di risalirla giocando d’azzardo e andando a caccia di matrimoni da favola ed Elizabeth, miliardaria tout court, curiosa della bohème artistica newyorchese.L’attrazione per questo nuovo mondo per Arthur è totale, ma ancor più totale è il feeling per l’inafferrabile Augusta, sentimento che gli sciuperà gran parte del suo futuro. Il disegno che Déon fa della New York finanziaria e off-off degli anni Sessanta è acuto, ardito, così come quello di buona parte dei protagonisti. I dialoghi sul transatlantico invece no, peccato, non hanno nessuna naturalità.© Riproduzione/Riservata Data articolo: Tue, 07 May 2019 17:36:24 +0000

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Vi svelo il mistero chiamato Bob Dylan Jerry Schatzberg si trova nel suo studio di Manhattan, a New York: «Ma la vista non è straordinaria, anche se intravedo Central Park». In ogni caso, puntualizza il fotografo e regista, 92 anni a giugno, «sono sempre concentrato sulle foto. Anche ora, le sto osservando».Racconta di essere circondato dai ritratti scelti, oppure scartati, per il libro Dylan/Schatzberg, uscito negli Stati Uniti per Acc Art Books e, in Italia, per Skira. Documenta la sua collaborazione con Bob Dylan iniziata nel 1965 e durata solo un paio d'anni, ma quelli a cavallo dei due album fondamentali Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde. Di quest'ultimo Schatzberg si ritrovò, in un giorno d'inverno del 1966, a realizzare il ritratto in copertina e l'artwork interno. Dopo alcuni tentativi in studio chiese a Dylan di andare nel quartiere dei mattatoi. Nessuno aveva abiti adeguati. Tremavano. Tra i tanti, uscì uno scatto mosso. Sbagliato, secondo i canoni della fotografia. E, proprio per questo, perfetto per quell'irrisolto mistero chiamato Robert Allen Zimmerman. Chi era Bob? «Uno a cui non piaceva la stupidità».Mr Schatzberg, come è diventato un fotografo professionista? «Ero entrato nel business di famiglia, pellicce e... lo odiavo. Passavo la pausa pranzo in un negozio di macchine fotografiche. Un giorno vidi un'inserzione sul New York Times: divenni così l'assistente di un artista eccezionale, Bill Helburn, dal quale imparai come fare un servizio di moda».Lei ha immortalato, tra gli altri, Rolling Stones, Beatles, Frank Zappa. Ci sono stati mai momenti di tensione con le star? «Sì, con i Beatles, dei quali non me ne fregava nulla. Esquire voleva una copertina natalizia. Correvano, urlavano, erano folli. Quando tornai a New York l'art director mi fa: "Be', com'è andata?". E io: "Sai, credo di non averla". Non mi chiese neppure di vedere il risultato, così l'ho archiviato. Due anni dopo ho ritirato fuori il servizio ed era buono. Probabilmente il prossimo Natale tornerò a Esquire: forse è venuto il momento di fare una nuova, vecchia copertina!».Nell'ambiente si diceva che anche Faye Dunaway, che è stata sua compagna, fosse difficile. «Talora era complicato starle accanto. A volte era meravigliosa. Un giorno, sul set, era diventata insopportabile perché c'erano delle commissioni che voleva fare nel fine settimana ma noi eravamo bloccati lì. Sono stato costretto a sospendere le riprese. Pensavo che gli Studios mi avrebbero licenziato».A Bob Dylan ci arrivò tardi. «Quando lavoravo mettevo sempre della musica e uno era lui. Due amici continuavano a parlarmene: Nico dei Velvet Underground e il giornalista musicale Al Aronowitz. Un giorno Al stava parlando con un dj. Erano stati con Dylan il giorno prima e, origliando, urlai: "La prossima volta ditegli che vorrei fotografarlo!". Il giorno dopo mi chiamò la moglie, Sara».Quando lo ha conosciuto era in studio per registrare Highway 61 Revisited. Cosa vi siete detti? «Gli piaceva che la gente ascoltasse ciò che stava creando, così se arrivava un amico metteva su il nastro appena inciso per avere un parere. Fece lo stesso con me, anche se ero ancora un estraneo. Mi guardò e fece: "Hey, tu, devi sentire questo". Una volta spuntò Phil Ochs: partì la musica ma a lui non piacque. Dylan era furioso».All'inizio del libro c'è una lettera che lei gli ha scritto in cui usa la parola "amico": eppure Dylan sembra uno che si concede poco. «Io ero co-proprietario della discoteca Ondine (dove si riuniva la Factory di Andy Warhol e i Doors tennero il primo concerto newyorkese, ndr). Veniva lì e poi ci spostavamo in altri locali. Siamo stati grandi amici per un po', almeno finché fu possibile, perché poi partì in tour e io ero impegnato col mio lavoro. Non lo vedo da secoli, adesso».Com'era l'atmosfera durante uno shooting? «Una volta che convinci Dylan che non hai intenzione di renderlo ridicolo si fida di te: allora inizia a interagire».Come descriverebbe lo scambio tra fotografo e soggetto quando le cose vanno bene? «Io uso la prima seduta per conoscere chi ho davanti. Le uniche volte in cui non ho visto Dylan rilassato è stato con la stampa, perché spesso gli facevano domande sciocche. Un giornalista una volta gli chiese: "Ti ciucci gli occhiali quando metti la stanghetta in bocca?". Lui si guardò intorno e sbottò: "No, sei tu che me li succhi!". Non gli piaceva la stupidità e non assecondava giochi idioti».Era curioso di chi gli stava attorno, di persone come lei? «Oh, certo. Lo si può vedere in Blonde on Blonde: tutte le foto all'interno dell'album erano sparse per il mio studio e lui le ha scelte personalmente. Non ha inserito il mio nome tra i crediti, però ha incluso un mio autoritratto. Penso sia stato il suo modo di ringraziarmi, anche se non me lo disse mai».Spero l'abbia almeno pagata… «No, no».Nulla? «Ero contento di avere avuto l'opportunità di scattargli delle foto: mi bastava essere stato con lui».Dylan sapeva chi fosse Claudia Cardinale quando scelse per l'lp il ritratto che lei le aveva fatto? «Non ne sono sicuro, anche se aveva già girato diversi film meravigliosi. Credo abbia visto la foto e, candidamente, ci abbia trovato qualcosa di bello. La prese e disse: "Sì, voglio questa dentro l'album"».Il management della Cardinale, però, vi intimò di rimuoverla. «Sono certo che non sapessero ciò che stavano facendo. Ho incontrato Claudia diverse volte ma non parlava molto bene l'inglese. Ho cercato di spiegarle l'accaduto: non sapeva neppure di essere in Blonde on Blonde! Così, nella stampa successiva, siamo stati costretti a toglierla».Com'è nata esattamente la copertina di Blonde on Blonde, il disco considerato l'assoluto capolavoro di Dylan? «Da un incidente: le mie mani tremavano per il freddo, Dylan rabbrividiva perché aveva solo una giacchetta e così la foto è uscita mossa. Avevamo cominciato a scattare in studio ma sentivo di non avere abbastanza. Così mi è venuta in mente una parte di New York dove i miei mi portavano quando dovevano prendere le pellicce per il loro lavoro».Il Meatpacking District. «Il quartiere dei mattatoi. Era l'inizio di febbraio: lo ricordo come uno dei giorni più gelidi dell'anno. Nessuno di noi aveva abiti pesanti. Non tutti gli scatti uscirono sfocati ma Dylan, senza esitazione, prese quello. Al tempo qualcuno pensò rappresentasse lo sballo durante un trip di Lsd. Nulla di tutto ciò: stavamo solo morendo di freddo!».È toccante il modo in cui gli "taglia" il viso in due usando luce e ombra. Quel modo di fotografare è diventato iconico. «Sono cresciuto nel Bronx. I miei amici erano italiani, irlandesi, russi, ebrei. Le loro culture mi hanno spinto a osare. Ho fotografato Dylan facendogli coprire il volto con una mano. Voglio dire: uno arriva a Dylan, perché mai dovrebbe oscurargli la faccia? L'ho fatto perché avevo afferrato chi fosse: non importava quindi che si vedesse».Le ha mai parlato della contestazione al Newport Folk Festival, nel 1965, quando usò la chitarra elettrica invece dell'acustica? Era turbato? «Oh, no, aveva un atteggiamento molto combattivo. L'ho fotografato poco dopo, al concerto di Forest Hills. Anche lì lo fischiarono. Ci ritrovammo tutti nel backstage. Era incazzato. Urlò: "Non me ne frega niente. Che vadano affanculo. Questo è quello che faccio ed è quello che farò!"».L'ultima volta che ha lavorato con lui è stato prima del famoso incidente in moto, nel 1966. «Mi stavo preparando per il film di debutto come regista (Mannequin. Frammenti di una donna, con Faye Dunaway, poi uscito nel 1970, ndr) e lui si ritirò per curarsi. Era evidente che avrebbe voluto fare del cinema. Ci rivedemmo al matrimonio di un amico, nel 1973. Continuava a farmi domande del tipo: "Come fai a capire come posizionare la cinepresa?". Gli raccontai anche di aver girato degli spot. E lui: "Be', pensi debba fare delle pubblicità?". E io: "No, Bobby, penso proprio che non dovresti!"».Il Nobel per la Letteratura l'ha sorpresa? «Non mi ha sorpreso il premio. Come non mi ha sorpreso che non gli andasse di presentarsi per ritirarlo».Qual è la foto che gli ha fatto che pensa lo rappresenti meglio? «Quella che ho di fronte in questo momento: non guarda esattamente l'obiettivo. Sembra immerso in un pensiero profondo. Nella mano sinistra ha una sigaretta e gli occhiali da sole, nella destra l'armonica. Arriva davvero alla sua anima».È bello sapere che lei è circondato dalla bellezza. «Sono stato fortunato».Forse ha avuto fortuna anche perché ha talento. «Be', ma quella aiuta, sa (ride, ndr)? Chiunque ha bisogno che la fortuna accompagni il proprio talento!». Data articolo: Fri, 03 May 2019 17:10:08 +0000

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Leggere Karina a Caracas Madrid. Marina Sainz Borgo è evanescente ed esile, non posa a personaggio eppure buca. Parla veloce e si interrompe di continuo, apre parentesi e anche se per un'ora resta seduta a rispondere alle domande nella Vermutería Gran Clavel di Madrid in cui ci incontriamo, hai l'impressione che si muova senza sosta. Venezuelana, 37 anni, Sainz Borgo ha pubblicato in Spagna un'opera prima che ha affascinato scrittori come Fernando Aramburu ed è stata acquistata in 22 paesi: La hija de la española, che dal 30 aprile Einaudi porta in Italia con il titolo Notte a Caracas. Storia di una giovane correttrice di bozze che abbandona il Venezuela lasciandosi alla spalle lutti e macerie di un paese allo sbando. Un libro magistrale comunque la si pensi, si sia chavisti o meno, perché il bersaglio non è tanto il governo del Venezuela, quanto i regimi in generale con le loro ricadute sulla vita della gente.Lei spiega che la storia è fiction. Però è ambientata in Venezuela e ne racconta l'atmosfera. È un libro sul chavismo? «No, volevo raccontare una storia universale, nomino poco il Venezuela e quasi non ci sono date, è tutta una allegoria».Però è un romanzo politico. «Questo sì. Fortemente letterario ma anche politico, nel senso che è una storia sul totalitarismo».Il governo di Maduro è totalitario? «Sì, senza dubbio. Non solo per il dispotismo del presidente ma perché il processo che ha portato alle ultime elezioni è stato illegale, totalmente screditato».La protagonista, Adelaida Falcón, vede il proprio mondo sbriciolarsi mentre il Paese frana. E lascia il Venezuela, come ha fatto lei. «Il senso di sradicamento è il sentimento che dà origine al libro e che mi ha spinto ad abbandonare il mio paese tredici anni fa. Lo sradicamento e la perdita».Aveva 24 anni quando ha deciso di ricominciare un'altra vita in Europa. Com'era cambiato il suo rapporto con il Venezuela? «Non lo riconoscevo più, e a mia volta non mi sentivo riconosciuta. A quel punto me ne sono andata. Le persecuzioni politiche non erano paragonabili a quelle di oggi, e a differenza della protagonista ho potuto scegliere. Ma è stato comunque doloroso».Non dev'essere stato facile costruire una storia così emotiva, con lutti e violenza, paura, fame, deterioramento della qualità della vita e dei rapporti umani. Certo non è stato facile leggerla. «La storia è fiction ma i dettagli sono reali. Ci ho messo molto impegno per ricordare la bellezza e il dolore di molti scenari. Li conservavo nella memoria e nei taccuini di lavoro».Si riferisce a quando lavorava come giornalista politica? «Esatto. Ho lavorato in quel campo da quando avevo diciassette anni, prima di diventare responsabile del supplemento culturale del Nacional. Conosco le cose di cui scrivo, compreso il carcere El Helicoide che ho visitato per le mie inchieste.Anche se allora non torturavano era un luogo orribile, funesto, tenebroso, illuminato solo dai neon».Tornando al romanzo, è toccante il rapporto simbiotico di Adelaida con la madre, che l'ha cresciuta da sola come molte donne in America Latina. «La madre è anche un'allegoria del Venezuela. Per questo Adelaida la seppellisce: quando muore lei, se ne va tutto».C'è stato un momento in cui ha creduto nel socialismo bolivariano? «Mai. Non mi piacciono i militari, non mi piace il ruolo opprimente che l'esercito ha sempre avuto nella nostra vita politica. Fin dall'inizio Chávez non mi ha ispirato. Mi impauriva il suo linguaggio violento».Sono passati vent'anni. Per lei qual è stato l'effetto peggiore del chavismo? «La dissoluzione dei progetti individuali. Di colpo, il chimico che aveva davanti una carriera brillante è stato costretto ad aprire una pasticceria, molte madri vedranno crescere figli e nipoti solo su Skype. Le persone delle zone più popolari sono passate dalla povertà alla miseria, la classe media è diventata miserabile. Le uniche cose democratiche sono la morte e la fame. Anziché renderci uguali in uno scenario di maggior progresso la rivoluzione ci ha omologato nella disperazione».Su El País, Carlos Pardo la elogia come scrittrice ma la accusa di fare propaganda. E le dà della razzista per l'espressione "merienda de negros" con cui descrive il caos di Caracas. «Merienda de negros non è razzista ma colloquiale. Ma poi che assurdità. Nella mia famiglia ci sono veneti, spagnoli, venezuelani bianchi e neri come la notte. Sono il tipico prodotto del meticciato, come potrei essere razzista?».La descrizione che fa della violenza nella capitale è apocalittica. Quanta parte c'è di allegoria e quanta di realtà? «Ci sono cose che ho descritto in modo volutamente esagerato, come nel caso della Marescialla, la capa di un colectivo che occupa la casa della protagonista e la distrugge: mi è servita per rappresentare la prepotenza del potere. Ma in generale è tutto molto reale, per esempio gli attacchi delle squadre chaviste nelle zone dove c'è più opposizione. È accaduto anche davanti a casa di mia sorella».Sua sorella cosa fa? «È docente di biologia all'università, ha un Phd, guadagna quattro euro al mese ma non se ne va, vuole continuare a insegnare e a fare ricerca. Ma come è possibile se mancano acqua e luce?».Nel suo romanzo c'è poco spazio per l'affetto. «Nel libro regna la morte e qualunque affetto viene sopraffatto. Ma è questa la letteratura che mi interessa: emozionare con la violenza».Le è capitato di parlare con militanti dei colectivos? Come li definirebbe? Idealisti, opportunisti, delinquenti? «Molti sono solo costretti. Entrano in queste organizzazioni per paura. Più sei vicino al governo e meglio vivi».Come spiega che una parte della sinistra europea continui a difendere personaggi come Maduro? «Perché corrispondono alle loro fantasticherie ideologiche. A nessuno sembra importare come sta la gente. Per la sinistra dire che in Venezuela c'è fame significa essere di destra e questo mi sembra terribilmente cinico. Vanno pazzi per i safari ideologici ma non vivrebbero nei posti che idealizzano».Quando è stata l'ultima volta in Venezuela? «Nel 2012, per un'inchiesta. Ma ho molti amici che mi informano».Che futuro vede per il Paese? «Lo vedo complesso. C'è un governo che reprime i dissidenti e un popolo alla fame. Trovo schifoso che Bolsonaro e Trump cerchino di approfittare della crisi ma ciò non toglie che la situazione sia tragica».Alla fine si è abituata all'Europa? «Mi affascina e ci sto bene. In questi anni ho letto tutti gli scrittori europei più importanti dell'ultimo secolo, in particolare Mann e Joyce, e la testa mi si è aperta come un melone».Quali sono i suoi riferimenti letterari? «Coetzee e Doris Lessing. Ma anche Natalia Ginzburg, Elsa Morante».Tornerebbe in Venezuela? «Credo di essere più utile stando fuori».Ma se cambiassero le cose? Se Maduro se ne andasse? «Mi piacerebbe lavorare in una squadra di ricostruzione che si occupi di cultura. Ma temo che quel giorno sia lontano».Il libro sarà pubblicato in Venezuela? «Il problema è che per comprarlo ci vorrebbero quattro stipendi».Però qualcuno lo avrà letto. Ci sono state reazioni? Intendo non solo letterarie ma anche politiche. «Macché, non credo affatto che il chavismo legga» Data articolo: Fri, 03 May 2019 16:20:00 +0000

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