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recensioni libri da kataweb.it

#libri #recensioni

recensioni libri

Tra i demoni dell’Islanda Ci sono cose per noi difficili da capire e una di queste è l’Islanda. Attraversarne i paesaggi è un po’ come compiere un viaggio sulla luna. Trenta vulcani attivi, folli eruzioni sottomarine, geyser bollenti, nomi e cognomi con accenti irrintracciabili sulle nostre tastiere e le canzoni meta-siderali di Björk. Il sovrano letterario di questa terra è Halldór Laxness, narratore di peculiare acidità espressionista ammirato da scrittori quali Jonathan Franzen e Alice Munro. Nato nel 1902 e morto nel ’98, Laxness ricevette il Nobel nel ’55 e in patria è celebrato come un monumento.Il suo capolavoro è La campana d’Islanda, romanzone dall’intreccio fangoso e abbacinante. A Reykjavík uscì negli anni Quaranta suddiviso in due puntate, e solo adesso appare in italiano edito da Iperborea e tradotto da Alessandro Storti, che firma anche un’accurata postfazione.Diciamo subito, per spaventare o sedurre il lettore (dipende dai gusti), che il paesaggio de La campana d’Islanda è un letamaio di pantani, un inferno di carestie e un cosmo estremo popolato da facce corrose dal vaiolo e da bande di zotici assetati di sangue.Tutto è impregnato dalla malattia e dalla miseria nel suo mondo. Ricordate il Trionfo della Morte di Pieter Bruegel coi suoi lebbrosi senza volto, i suoi cadaveri pendenti e la sua geniale abilità nel rendere magnifico l’orrore? Qui siamo immersi in un’analoga furia immaginifica. Sappiamo quanto l’obbrobrio, dipinto con maestria, possa esprimere visioni di terribile bellezza.La vicenda è ambientata tra Seicento e Settecento, epoca buia e durissima: l’isola è assoggettata alla Danimarca, i padroni monopolizzano il commercio, le poche risorse sono sfruttate dai colonialisti e si moltiplicano i soprusi. L’unico patrimonio degli islandesi è una campana. Emblema leggendario del Paese, suona per le udienze e le esecuzioni presso il tribunale di Pingvellir.Un giorno il boia del re danese riceve l’ordine d’impossessarsene, nel segno di un’umiliante e definitiva spoliazione dell’Islanda. Quando il boia viene trovato morto, il sospettato del delitto è Jón Hreggviðsson: una canaglia, un briccone, un truce Brancaleone e un tipo pieno di risorse, che tra macchinazioni e sotterfugi mostra un prodigioso istinto di sopravvivenza e un ardente spirito picaresco. Non cede neanche se lo frustano e lo incarcerano. Abbraccia il suo rovinoso destino cantando versi a squarciagola (è un sedicente poeta).Tra le rare fortune in cui s’imbatte Jón c’è la protezione di Snæfríður, scaltra e stupenda amazzone protofemminista. Costei è innamorata del saggio Arnas Arnæus (suo marito però non sarà lui, bensì un uomo indegno di lei). Arnas s’è imposto la missione di restituire al Paese la fierezza della sua memoria storica, e a tale scopo percorre l’Islanda recuperando frammenti di pergamene medioevali e manoscritti nascosti nei pertugi delle catapecchie disseminate sul territorio. Granitico intellettuale, avanza sospinto da un’ossessione bibliofila. Il suo obiettivo sono i testi aurei provenienti dall’era delle imponenti Saghe Islandesi (come quella di Gunnar di Hlíðarendi, in arrivo dal decimo secolo).I tre campioni di questa parabola rappresentano, ciascuno a suo modo, lo scatto della resurrezione di un’Islanda mortificata dai dominatori ma non disposta ad arrendersi. Jón, condannato dopo un processo sommario, è il simbolo di una plebe che non si piega. La magica e orgogliosa Snæfríður manifesta a più riprese la coscienza di una realtà che lei considera inaccettabile, perché edificata solo a misura dei maschi. Arnas è un erudito e un utopista che sogna di far volare la madrepatria sulle ali di una suprema cultura mitica.Nella sezione finale viene descritto, con prosa cesellata e turbolenta, l’incendio di Copenaghen che divora la sua biblioteca. Si è nel pieno del periodo, altamente conflittuale, in cui il re danese cerca soldi e i mercanti tedeschi gli propongono di acquisire l’intera Islanda.Tale parte del libro fu data alle stampe nel 1946, quando la nazione si stava vendendo agli occupanti statunitensi. Il parallelo è evidente: Laxness agganciò alla contemporaneità il suo tributo gigantesco e misterioso alle radici della sua gente.© Ripproduzione Riservata Data articolo: Thu, 08 Aug 2019 16:33:17 +0000

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Confessioni di una “pornofemminista” E poi vennero le femministe senza zoccoli, senza peli sotto le ascelle, con i tacchi a stiletto e i vestiti in latex. Da un po’ di anni la loro voce parla dai blog e dai palchi delle popstar, preferendo lanciare manifesti edonisti piuttosto che ingaggiare battaglie contro il maschio usurpatore. L’ultimo fenomeno di godereccia liberazione sessuale è affidato alle audaci provocazioni di Karley Sciortino, una delle sex-blogger più influenti della scena statunitense, nata nel 1985 in un paesetto a nord di New York, in una famiglia italo- americana molto religiosa.Ottima premessa per scrivere un memoir intitolato in inglese Slutever – neologismo formato da "slut" più "ever", traducibile con "sgualdrina per sempre" e anche di più, ma rimasto in italiano Generazione Slut (Odoya). Termine che l’autrice rivendica in questa intervista via mail come una medaglia: «Abbiamo liberato queer dalla sua accezione negativa, perché dovrebbe essere diverso per slut? Perché sbarazzarci di quest’espressione così meravigliosamente depravata? Al contrario dobbiamo riappropriarcene liberandola dalle sue connotazioni negative. Solo così la priveremo del suo potere di ferirci».Questo in breve il cuore del pamphlet, che sulla scia della Zoccola etica di Dossie Easton e Janet Hardy, bibbia del poliamore uscita negli Stati Uniti più di venti anni fa, si presenta come l’ultima confessione che sfida ogni pudore. Sono passati tanti anni da quando la cantante Kathleen Hanna del gruppo punk Bikini Kill si scarabocchiava col rossetto la parola slut sullo stomaco, tanti da Sex and the City.Sciortino è una tipa diretta, si è nutrita di pornografia da quando era ancora adolescente e non ama le sfumature (con l’eccezione delle Fifty Shades). Detesta le femministe radicali: «Sono così distruttive. Odiano il sesso e sostengono che è sempre stupro. Negano l’autonomia della donna. Non è orribile?». Non le va a genio neanche il #MeToo perché «invece di concentrarsi sulle prevaricazioni nei luoghi di lavoro ha sconfinato nei bad dates, gli incontri finiti male». Si definisce una "pro-sex feminist": «Il sesso è una fonte di piacere, un’avventura, una provocazione, un forma di amore, e un modo per conoscere il proprio corp ».Per questo ha provato di tutto, dal bondage al sadomasochismo ai sex party alla Eyes Wide Shut. In passato per lavorare come sex worker ha lasciato un lavoro da cameriera in un ristorante cinese. E siccome è molto spiritosa butta là la battuta di Woody Allen in Harry a pezzi: «Tutte le puttane con cui ho parlato dicono che è sempre meglio che fare la cameriera». Ora col sesso a pagamento ha chiuso. All’apice della carriera tiene una rubrica online su Vogue (Breathless) e dopo aver avuto l’onore di una serie tratta dal libro ora ne sta lanciando un’altra intitolata Now Apocalypse, sceneggiata con Gregg Araki, «un mix tra Twin Peaks e Sex and the City».Il saggio autobiografico Generazione Slut nasce sull’onda del blog Slutever, dove Karley racconta senza metafore le proprie avventure. Il suo maggiore incubo? «Una vita banale, cioè come tutte le altre: sposarsi, andare a vivere in una casetta in periferia e avere figli». Così per schivare il rischio si dà da fare fin dal liceo esplorando il sesso con uomini e donne: «Era l’era di Sex and the City, ma alcune piccole città americane chiedevano che a scuola non si insegnasse a mettere i preservativi. In quegli anni Britney Spears si contorceva sul pavimento con un serpente cantando "Sono la tua schiava", ma contemporaneamente diceva che avrebbe aspettato fino al matrimonio prima di fare sesso». Da una parte si faceva strada una sessualità "molto performativa", dall’altra non se ne doveva parlare.Sciortino reagisce provocando. A sedici anni viene beccata dai genitori a passare la notte con un coltivatore di mele e spedita da un terapista cattolico. L’educazione religiosa è a suo dire la molla di tutto. Senza il bisogno di evocare Freud o Lacan e senza domandarsi come liberare la libido, Sciortino passa direttamente alla fase B, l’infrazione delle regole: «Sentirsi dire "no" può essere molto sexy.Quando cresci in una famiglia come la mia, tutto è un "no": non rientrare tardi, non portare ragazzi a casa, non guardare film vietati, non fare sesso prima del matrimonio. Tutte cose rese più seducenti dall’essere off limits». Per spiegare meglio cita Camille Paglia: «La sovversione richiede limiti da violare». Rimane il sospetto che un inflazionato luna- park dei piaceri tolga qualche brivido al desiderio. La domanda epocale rimane quella di Jean Baudrillard: che fare dopo l’orgia?© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 08 Aug 2019 15:37:25 +0000

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Fitzgerald maledetto sia l’amore Come tanti, avevo sempre letto Il grande Gatsby come un capitolo di quella tetralogia dell’insuccesso costituita dai grandi romanzi di Fitzgerald, di cui le meravigliose pagine di The Crack Up costituiscono l’epigrafe perfetta.Hemingway aveva un bel da fare a spiegare a Fitzgerald che i ricchi sono diversi da noi solo perché hanno più soldi. Fitzgerald era sinceramente convinto che non fosse così: i soldi, il successo, il riconoscimento, sono la prova mondana del fatto che lassù qualcuno ci ama.E ovviamente la malora, la catastrofe, la dannazione, e soprattutto le bevute nelle ore sbagliate sono la dimostrazione del fatto che noi non siamo tra i predestinati.Ci sono moltissimi motivi per leggere o rileggere Il grande Gatsby, ma questa traduzione ne aggiunge uno in più, grazie alla nota di lettura di Carola Barbero, che capovolge la prospettiva con cui io, come verosimilmente molti altri maschi, lo abbiamo letto.Il punto centrale non è il successo, e dunque la benedizione divina, ma l’amore. L’amore di Gatsby per Daisy che è anche più sciocca e futile di Emma Bovary, ma che si trova ad avere come spasimante non quel fesso di Charles, ma un titano. Uno di cui si dice che abbia studiato a Oxford e a Yale, che sia stato un eroe in guerra, che abbia ucciso un uomo, ma rispetto cui tutti coloro che partecipano al suo mondo e alle sue feste condividono la sensazione che non sia come loro.E come loro in effetti non è, ma non tanto per la mancanza di soldi, infatti ne ha tantissimi, anche se tutti ne ignorano la provenienza. Gatsby non è come loro perché è meglio di loro, perché, in particolare, sa amare di un amore senza riserve quella stupida di Daisy, cui aveva promesso eterno amore quando era povero, e che ora lo riama un poco, perché è ricco e possiede dozzine di camicie, ma non se ne fa un cruccio perché intanto ha sposato un altro, Tom, violento, donnaiolo e razzista.Il vero Graal, qui, non è il riconoscimento da parte di Dio, ma quella benedizione più oscura e fragile che è l’amore. Nella sua totale inutile dedizione a Daisy, Gatsby ci ricorda la sottomissione di Abramo, disposto a uccidere suo figlio per eseguire la volontà di Dio.È evidente che anche nella versione di Daisy permane il punto di vista maschile, perché in definitiva il Graal è anche la perdizione, qualcosa che spezza le ali. È l’intuizione che balena nella mente dell’eroe di Tenera è la notte, quando capisce che baciando Zelda dava addio ai suoi sogni di grandezza, di eroismo scientifico, di successo mondano.Ma il punto è proprio questo. Gli eroi di Fitzgerald, proprio come quelli di Proust, hanno una ambizione sociale e artistica sconfinata. Al tempo stesso, però, c’è in loro una frattura, quella crepa che predice che il piatto sbeccato cadrà in mille pezzi, proprio come, in Poe, la casa Usher crollerà.La forza di opere come quelle di Fitzgerald, e più generale la forza della letteratura americana del suo tempo, sta nel resuscitare, al culmine della modernità, l’arcano e l’arcaico ( ciò che invece Joyce, in quegli stessi anni, tentava per via libresca, esoterica e saputella).La conclusione precipitosa, insieme racconto omerico e fatto di cronaca, ne è la prova. Nick, l’aedo, Gatsby, Patroclo, Tom, Menelao, Daisy, Elena di Troia, e Jordan, Tiresia, cercano di sfuggire al caldo andando a ubriacarsi a New York, ma in realtà è la resa dei conti. Gatsby dice a Tom che Daisy ha sempre e soltanto amato lui, Gatsby. Ma Daisy, ovviamente, non conferma.Fa anche di peggio, come sappiamo. Prende l’auto di Gatsby, guida all’impazzata verso Long Island, investe e ammazza la moglie di un benzinaio, che era anche l’amante di Tom. E il benzinaio, convinto che l’omicida fosse Gatsby, va a fare giustizia.Personalmente non riesco a pensare questo finale senza dargli le immagini del film indimenticabile del 1974, con Robert Redford e Mia Farrow, e non di quello, dimenticato, del 2013, con Leonardo di Caprio e Carey Mulligan. Il benzinaio, Nemesi in tuta blu e agente del Quarto Stato, scarica il suo revolver sulle spalle di Gatsby, con una morte sacrificale che ricorda un altro grande film della metà degli anni Settanta, quella di Kurtz in Apocalypse now.Ci sono molte morali possibili, come per ogni mito. Dal «chi dice donna dice danno» (magari con la variante specifica «donna al volante pericolo costante») sino al detto di Anassimandro: «Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo».Personalmente sono favorevole a questa seconda interpretazione, e alla versione, ben più chiara ed essenziale, che ne dà Carola Barbero: non si riesce a cambiare il passato, anche se si è un titano come Gatsby.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 06 Aug 2019 13:57:09 +0000

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Donne e uomini destinati a restare nell’ombra Dietro il filtro letterario si può talvolta raccontare una pagina di storia o di attualità meglio che attraverso un saggio divulgativo. Soprattutto se al centro dell’indagine c’è una finzione che è certo tale in rapporto ai fatti e ai protagonisti, ma che ha tutte le caratteristiche della verosimiglianza. In altre parole il racconto, se non è vero, è talmente verosimile, frutto di una ricerca accurata sul campo, da costituire quasi un pezzo di realtà staccato dal quadro generale e inserito in una narrazione volta a coinvolgere il lettore, assorbendone l’attenzione e divertendolo:così che egli possa apprendere ciò che in condizioni normali avrebbe difficoltà a imparare. Qui si parla infatti di una storia di terrorismo e di controspionaggio: qualcosa di molto contiguo alla nostra vita quotidiana, qualcosa che suscita paura per il solo fatto di alludere a eventi incombenti e imprevedibili, su cui le informazioni per il grande pubblico sono ovviamente scarse.Ma Il maestro del silenzio (Rizzoli) si propone proprio di squarciare il velo e di fare il salto dalla fantasia alla concretezza storica. È un romanzo-verità ben riuscito e incalzante, il cui autore è Giulio Massobrio, scrittore prolifico capace di passare con disinvoltura dai thriller alle ricostruzioni storiche. Ha dedicato infatti le sue esplorazioni, tra l’altro, alla battaglia di Marengo, trionfo di Napoleone, e a quella di Custoza — infausta per le vicende italiane — fino alla guerra di distruzione aerea in Italia tra il 1940 e il ’45.Il suo ultimo lavoro narra con cognizione di causa l’attività di un nucleo operativo dei servizi segreti (l’Unità Zero) chiamato a evitare un devastante attentato islamista alla conferenza di Genova sul Mediterraneo. Il lavoro degli uomini e donne del servizio è ricostruito con cura e attenzione umana al profilo dei personaggi. Ed è questo il filo principale del racconto: mostrare la forza e la debolezza dei protagonisti, destinati a operare sempre nell’ombra.La guerra contro i terroristi si combatte sul piano tecnico e informatico, ma forse soprattutto sul piano psicologico. Vince chi è più astuto e più tenace, ben sapendo che si può prevalere in una battaglia ma il conflitto continua.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 06 Aug 2019 13:50:35 +0000

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L’hotel California dei vagabondi Un giovane lascia la città, le startup, l’ambizione e conosce un vecchio saggio che costruisce barche.A leggere la trama, poteva essere un’americanata. Il fatto che lo scrittore californiano Daniel Gumbiner sfugga alle trappole del kitsch per offrire invece una storia vera di vagabondaggio, dolore, comunità alternative e famiglie improvvisate — americana ma dell’America di Thoreau e di Steinbeck — fa del suo romanzo, Il costruttore di barche, una vera forza.Berg è un ventottenne esaurito, demotivato, schiavo di cefalea cronica; interrotta anzitempo la carriera, vive tra i baretti, i cantieri, le barche nella baia in cui va a cercare la pace: «Piccole insenature e spiagge orlate di canne, con una leggera nebbia grigia in avvicinamento… ». Ma la storia non diventa mai né un idillio sapienziale, né per rovescio l’incubo noir che ci si potrebbe aspettare da un quadretto in cui calzerebbero a pennello un killer, un detective, una comunità complice.C’è invece una rete di personaggi imprevedibili le cui attività vanno dal servizio sulle barche per turisti allo spaccio di marijuana, e al centro, o in uno dei centri, Alejandro: « In parte cileno, in parte hawaiano, e in parte "qualcos’altro" » , è « cresciuto a Tahiti e in California, e suo padre si guadagnava da vivere trasportando turisti avanti e indietro dalla West Coast a Tahiti su uno schooner».È un ispirato primo della classe scappato dalla civiltà. All’inizio Berg ha «l’impressione che lui e la sua famiglia fossero sempre stati com’erano. In loro c’era qualcosa di eterno…».Eppure « non c’erano dubbi sul fatto che avessero costruito il loro mondo a partire da qualcosa di completamente diverso». Era maestro «nell’uso degli utensili a mano ed era dotato di un’energia intellettuale sbalorditiva. Restava alzato fino a tardi a studiare disegni di barche, bevendo caffè e fumando sigarette rollate a mano».Ma Alejandro ha il terrore della poesia, scappa da tutto ciò che non sia utile, pratico, concreto: scappa dai fantasmi di una vita precedente, troppo sregolata: « E se fosse stato soltanto un vecchio misantropo pieno di rancore? Oppure meritava ancora di essere ascoltato, di essere guardato con ammirazione? I ragionamenti che faceva erano logici, ma suonavano crudeli».Gumbiner semina la storia di presagi ma non le lascia mai mettere il pilota automatico. Non è un apologo morale, non è una storia sul crimine, non è un’utopia: l’autore difende la libertà dei personaggi dalle presunte necessità dello storytelling. Lo dimostra, per esempio, la relazione di Berg con Nell: musicista spesso in giro per concerti, è una donna intelligente, centrata e interessante, ma non le viene affidato il ruolo di salvatrice.E Berg è uno dei personaggi più teneri e commoventi della letteratura americana recente. Determinato a trovare pace, abusa di psicofarmaci e antidolorifici.Nel corso del libro si scoprono i motivi prosaici per cui ne fa uso: come molti americani, ha sviluppato una dipendenza in seguito a un trattamento medico: « Clonidine, Baclofen, Meloxicam e Gabapentin, più 50 milligrammi di Seroquel o 100 di Trazodone per aiutarlo a dormire… » e ancora Vistaril, vitamina B12, Wellbutrin, Prozac…La critica della filosofia medica nazionale è evidente, come pure il rapporto tra gli psicofarmaci e l’esaurimento da ricerca del successo ( anche se poi si scoprirà che le cefalee hanno un’origine diversa). La natura, la baia, le barche, gli amici non sono una panacea. Qui, la comunità e la natura sono solo un posto dove si sta male meglio che altrove.Questo libro dolcemente squilibrato ricorda i vagabondi norvegesi di Hamsun, o Knausgård. A fronte di questi temi, forse il romanzo è un po’ troppo organizzato, ha sempre pensieri, dialoghi e descrizioni al posto giusto, come se un agente letterario troppo vigile avesse chiesto a Gumbiner di fare il bravo. Ogni tanto sarebbe bello se strapazzasse le sue pagine: è un autore dall’enorme potenziale.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 06 Aug 2019 13:43:14 +0000

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Tre metri sopra l’acciaio La grande fabbrica somiglia ora a un « formicaio inoperoso » , la ciminiera di calcestruzzo alta 130 metri non getta fumo, «l’agonia che mortifica macchinari e impianti è insopportabile » … Un sito industriale abbandonato ci trasmette una idea di civiltà sepolta ancora più delle piramidi egizie. Con Tuttofumo Eugenio Raspi, ex dipendente delle acciaierie di Terni (cui ha dedicato l’opera d’esordio, Inox) ha scritto una grande elegia narrativa, minuziosa e visionaria, di questa Atlantide rugginosa.Il giovane Luca, iscritto all’alberghiero, è il figlio di un operaio che lavorava nella fabbrica siderurgica di Narni. La canna enorme della ciminiera sfregia la torreggiante città medievale arroccata sul colle.In quella fabbrica — ora inattiva — si è ammalata, ma ha anche trovato un reddito più stabile di quello dei raccolti nelle campagne, una intera generazione. Potrebbe essere comprata (e rilanciata) da una multinazionale giapponese, o potrebbe diventare uno sfavillante parco a tema della Disney, ispirato alle Cronache fantasy di Narnia (un progetto che naufraga nel grottesco, perché non si può verosimilmente riconvertire una intera economia al turismo e all’intrattenimento!).Dopo l’epopea della letteratura industriale degli anni ’ 60 è fiorita nel nuovo millennio la "letteratura della dismissione", inaugurata dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea, e poi continuata almeno in Acciaio di Silvia Avallone, Acciaiomare di Angelo Mellone e Il costo della vita di Angelo Ferracuti: cronache del degrado e della rabbia.Tuttofumo non appartiene alla docu-fiction, e anzi rivendica a pieno titolo la sua natura letteraria, benché ispirata a fatti reali. Un lontano modello potrebbe essere Memoriale di Volponi, dove il corpo della fabbrica e il corpo dell’operaio rinviavano simmetricamente ad una misteriosa malattia. Anche qui un corpo, quello di Luca, che non è malato, ma sano e prestante, impegnato nella pratica del parkour, la disciplina dei salti acrobatici e delle arrampicate sui muriccioli insieme ai compagni.In questo metodico allenamento alla instabilità controllata, in questo spericolato training della fluidità si rispecchia lo spirito dei tempi.La "forma" nel romanzo è data non tanto e solo dalla lingua — un tempo presente che si appiccica ansiosamente ai gesti e alle cose — ma da questa magnetica invenzione: il corpo di Luca attraversa le 350 pagine, spostandosi dai giardinetti alla ciminiera che riucirà a scalare (da cui riprende in video l’intero paesaggio), e alla nave da crociera, dove anche su quel limbo galleggiante ( la metafora è un po’ insistita!), e in veste di barman, non rinuncia all’ebbrezza di fare qualche precision- jump o cat- splat.Il confronto padre- figlio è aspro, conflittuale, ma nella loro distanza — a tratti insondabile — si insinua una segreta complicità: Luca lo soccorre, sulla piattaforma della ciminiera — appollaiato con altri operai in segno di protesta — dolorante per un’improvvisa colica renale. Dopo comincia il dialogo tra loro, perché ciò che li divideva era solo «la mancanza di ascolto». Ma su cosa ricomincia?Il padre gli spiega che il ponte romano sul Nera crollò anticamente, segnando la rovina di Narni, perché non calcolarono bene la profondità delle fondamenta: «per pianificare bisogna muoversi con criterio». Il dialogo fa così appello a una razionalità condivisa, unica continuità tra le generazioni. Il suo ruolo nella fabbrica era di manutentore meccanico: apparteneva dunque a una "aristocrazia" operaia, quella della Chiave a stella (1978) di Primo Levi, capace di risolvere problemi tecnici meglio degli ingegneri.Figura ben diversa dall’operaio-massa del Vogliamo tutto di Balestrini, dequalificato e " amorale", sul quale nei ’70 si pensò di costruire una teoria rivoluzionaria. In quella dignità perduta del lavoro (che produce «oggetti concreti») e in quel solido orgoglio professionale Luca non potrebbe oggi mai specchiarsi.Deve invece abituarsi alla inquieta navigazione: se la terra è naturale che sia ferma «il mare si agita in un eterno moto che disorienta » . Mentre i migranti che scruta, affollati a Gibilterra, gli rimandano la sua stessa condizione: sradicato e precario. Ma non si può vivere nel disorientamento e nel nomadismo ad oltranza.Per resistere coltiva il sogno di aprire un bar-ristorante nella sua città, che certo andrà pianificato con " criterio". E proprio il sogno del ritorno, di un futuro radicamento pur dentro la nebbia — mare spumoso — della piana di Narni, è forse il ponte ideale sul Nera che lo avvicina a quei migranti, e anche alla generazione dei padri.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 06 Aug 2019 13:22:58 +0000

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La calda estate degli Agenti neri La polizia americana , si sa, è un bel po' razzista. Lo dicono le statistiche dei morti ammazzati, le chat che si trovano sui telefoni dei poliziotti indagati e Black Lives Matter («le vite dei neri contano»), uno dei più vasti movimenti di protesta nati negli Usa.Il problema è: c'è possibilità che la situazione migliori o lo scandalo è destinato a peggiorare?Se vi interessa la materia, La città è dei bianchi, (Darktown in originale, Rizzoli), di Thomas Mullen, è un noir storico che fa per voi.Siamo ad Atlanta, la capitale della Georgia; la metropoli più cangiante d'America è passata dall'essere nostalgicamente glorificata da Via col vento come simbolo del vecchio mondo confederato e schiavista al diventare uno dei principali centri dello sviluppo tecnologico americano. Luogo di nascita di Martin Luther King, è stata la culla delle lotte per i diritti civili degli anni 60-70.La "trovata" di Mullen (lo scrittore, bianco della East Coast, per "capire" si è trasferito a vivere in Georgia) è di ambientare l'azione in un'epoca in cui la città era completamente diversa e la segregazione delle razze era completa: il 1948, subito dopo la guerra che aveva fatto di Atlanta uno dei più grandi centri di produzione bellica, con conseguente afflusso di centinaia di migliaia di immigrati afroamericani dalle campagne del vecchio cotone alle catene di montaggio delle fabbriche.La popolazione è fatta di «due quinti di ex confederati incattiviti, due quinti di pronipoti degli schiavi» e il rimanente territorio urbano è di «difficile mappatura morale», con un tasso di criminalità molto alto, anche dovuto al fatto che è vietato bere alcolici.In quell'anno, per un calcolo di politica locale, la polizia di Atlanta assume – ed è cosa sulla carta davvero rivoluzionaria – otto agenti "negri" (la storia è vera e Mullen ha trovato la foto sui giornali dell'epoca, con i neopoliziotti in divisa, piuttosto spauriti). Ma si scopre subito che le regole d'ingaggio per i neo assunti sono punitive e assurde.Devono andare di pattuglia in coppia, ma non possono utilizzare un'automobile. Non possono fermare i bianchi, né chiedergli i documenti, né guardarli fisso negli occhi. Ed è altamente consigliabile che adottino lo stesso rispetto quando fanno rapporto su avvenimenti che coinvolgono i bianchi.Ma non solo: gli agenti "negri" guadagnano 196 dollari al mese, meno della metà dei loro colleghi bianchi, non possono usare gli uffici comuni, né ovviamente i cessi, ma sono confinati in un seminterrato della Ymca, senza ventilatori. Quando sono chiamati in tribunale per testimoniare – e lo fanno su una Bibbia solo per "negri" – devono arrivare vestiti in borghese e mettersi la divisa in un bugigattolo adiacente all'aula. Con simili premesse e un simile scenario, il giallo è pronto ad esplodere. E infatti, esploderà.Lucius Boggs e Tommy Smith, una coppia di poliziotti neri, sta pattugliando in una caldissima notte di luglio Auburn Street, forse la più famosa strada di Atlanta. È sul margine della Darktown e ne fa parte, ma ne è anche la strada più attraente, la Sweet Auburn, dove operano gli unici punti di incontro in cui si chiude un occhio sul colore della pelle: i locali dove si servono liquori e i famosi, favolosi bordelli, dove si possono incontrare tutte le sfumature delle razze.Boggs e Smith hanno fatto la guerra in Europa, sono iscritti al college, sanno stare al mondo, ben più dei loro colleghi bianchi. Ed ecco che avanza, sbandando, una Buick che sale sul cordolo del marciapiede e si va a schiantare contro un lampione, piegandone la struttura. Peccato: era uno dei pochi lampioni di Darktown.Boggs e Smith si avvicinano, il guidatore è un bianco sulla cinquantina ed è «molto sudato. Troppo sudato». L'ignoto, perché gli agenti non possono chiedergli patente e libretto, li copre di insulti razzisti. Sul sedile accanto c'è una ragazza nera, molto giovane, con un vestitino giallo, che tiene la faccia nascosta; ma gli agenti vedono che ha segni di percosse. Arriva un'altra pattuglia, questa volta in macchina. Sono due bianchi, Dunlow e Rakestraw, un vecchio e un giovane, che risolvono la questione: non è successo niente, nessuno si è fatto male, non c'è bisogno di scrivere il rapporto e in ogni caso si occuperanno loro della faccenda. Dunlow condisce il tutto con una raffica di insulti verso i nuovi colleghi.E da qui parte la storia, che seguirà le vite parallele delle due coppie di poliziotti, in un crescendo di colpi di scena di cui è bene rivelare solo la prima parte. E cioè che poco dopo la ragazza nera viene trovata morta in una discarica: proprio da Boggs, che in guerra ha imparato a riconoscere l'odore della morte. Due colpi, calibro 22. E questa volta bisogna fare rapporto, citando il fatto che la stessa ragazza era già stata notata nella Buick che aveva danneggiato il lampione. Già, ma Dunlow e Rakestraw si erano dimenticati di scriverlo.Gli avvenimenti accelerano, i quattro personaggi si definiscono meglio, nelle loro «schegge di umanità» e «note di vergogna». Le pistole cominciano a crepitare e questa volta sono le grandi .45, non la piccola .22 che ha ucciso la giovane Lilly.Il dialogo dei poliziotti si fa sempre più teso e sempre più cinico, più Hammett che Chandler, la vita quotidiana spinge verso un'etica sempre più elementare e ferina. Il vecchio Dunlow si rivelerà un "cuore di tenebra" della polizia cittadina, per tradizione famigliare, fatta di Ku Klux Klan e di dita di "negri" recuperate da antichi linciaggi e conservate in formalina come ricordo dei vecchi tempi, in cui i pogrom erano incoraggiati.Il giovane Rakestraw, invece, che con l'esercito americano in Germania accompagnava i civili tedeschi a vedere quello che era successo a Dachau, a pochi chilometri da casa loro, scopre di avere un'anima progressista e aiuterà i colleghi neri nella loro inchiesta clandestina. La verità finale si troverà – e dove se no? – nella bella casa dell'ipocrita deputato al Congresso.«La città è dei bianchi» sono quasi 500 pagine tese, dettagliate e molto accaldate. Farà piacere al lettore sapere che adesso la polizia di Atlanta ha a capo una donna, conta 1.800 agenti, di cui il 58 per cento afroamericani. E se non è coinvolta in casi di evidente razzismo, è merito anche degli agenti Boggs, Smith e Rakestraw e di chi li ha narrati, nel 2015. Prima di Black Lives Matter. Data articolo: Fri, 26 Jul 2019 16:58:35 +0000

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Ci sono due morti ma per Hans Tuzzi è solo un pretesto Nel suo ultimo romanzo, Polvere d'agosto (Bollati Boringhieri), Hans Tuzzi svela, più che nelle precedenti prove, il suo gioco.Questo raffinato narratore ha sempre usato la struttura del racconto poliziesco, e relativa suspense, più che altro per illustrare ambienti, situazioni, personaggi.Era ed è il bello dei suoi racconti.Il plot di un giallo può essere più o meno ingegnoso, ma ciò che davvero conta nelle opere di Tuzzi sono caratteri e contesto.In quest'ultima prova la percentuale di spazio e d'attenzione dedicata all'indagine su un iniziale delitto è nettamente inferiore alla descrizione dei numerosi personaggi di varia estrazione: dalle macchiette popolari che s'esprimono in degradati dialetti di Sud e Nord, all'eloquio secco, inzeppato di anglicismi, dei più raffinati maghi della finanza.Gli uni e gli altri raccontati e descritti cogliendone piccoli tic rivelatori oltre che nel linguaggio, nelle reazioni, nel comportamento. Oppure nell'involontaria dialettica che si crea, per esempio, nel colloquio tra un dirigente della polizia (persona peraltro di decorosa cultura, laureato alla napoletana Federico II) e un grande finanziere. Equivoci che diventano esilaranti perché mettono involontariamente a confronto mondi lontanissimi destinati a capirsi poco.Il pretesto poliziesco è un duplice omicidio. La prima vittima è il professor Bernardo Docci d'Orni, definito «filologo dell'esoterismo alla ricerca della sintesi tra ragione e irrazionalità», ucciso in modo particolarmente crudele. La seconda il suo cameriere e factotum, tal Bruno Mazzone, celibe, con certi suoi vizietti coltivati con discrezione.Norberto Melis, collaudato protagonista seriale di Hans Tuzzi, arriverà a sciogliere l'enigma, ma il divertimento è dato soprattutto dal percorso verso la soluzione, animato da una lingua scoppiettante tra ironia, registri alti e bassi, pregiati rimandi a desuete discipline. Data articolo: Fri, 26 Jul 2019 16:25:15 +0000

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Quanta filosofia nelle urla dei punk Capita tante volte, nella vita, di riferirci a qualcosa che accade come a un «evento». E succede pure ad alcuni filosofi, che si sono dedicati pro-prio alla categorizzazione del significato di evento, come Gilles Deleuze. Che è un po’ il nume tutelare di La filosofia dei Sex Pistols (Mimesis, pp. 117, euro 10) dell’avvocato e studioso Giovanni Catellani. Un testo di pop-filosofia, che prende le mosse proprio da un evento, il loro concerto del 4 giugno 1976 alla Lesser Free Trade Hall, in una grigissima e deindustrializzata Manchester. Ovvero, la sera in cui nacque il punk.Attraverso questa formazione inglese rissosa e fuori di testa, musicalmente assai approssimativa, ribelle e irriverente, e soprattutto in virtù della sua “sfrontatezza”, si sarebbe dato lo spazio per una rivoluzione. Quella della «potenza vitale» delle generazioni giovanili tra il Sessantotto e il Settantasette, che ha proprio in Deleuze il pensatore di riferimento. Non per nulla, era stato il filosofo francese di Mille piani e dell’antipsichiatria (nonché instancabile esegeta di Spinoza) a dire che i corsi universitari sono accostabili a concerti rock (e lui li preparava precisamente in quest’ottica).Insomma, il punk ha agito, sotterraneamente e in maniera non lineare, proprio come un rizoma. Anche nell’esistenza dell’autore, che inserisce in questo libro un po’ di autobiografia e di autofiction, raccontando l’originalità dell’Emilia-Romagna post-’77 (su cui scrisse pagine memorabili il compianto Edmondo Berselli).Secondo Catellani, i Sex Pistols non espressero vero nichilismo, e il loro appello all’anarchia (essenzialmente mediatico) non rappresenta di certo la questione centrale. Con le loro ingiunzioni – «Chiunque può farlo! Fallo tu stesso!» – sono stati, invece, l’incarnazione del processo filosofico di soggettivazione, e hanno liberato energie (pure per la politica).Una band-meteora che nel dichiarare «No Future» ha, al contrario, innescato una rivolta vitalistica e cinica (nel senso dei filosofi greci), trovando nella liberazione del corpo uno dei suoi apici. Data articolo: Fri, 26 Jul 2019 16:20:16 +0000

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Indagine su un delitto perfetto La storia, sotto tutti gli aspetti, era fatta per sollecitare uno scrittore intraprendente. Sentite un po’: siamo in Dordogna, Francia profonda, anno 1941, con Hitler a Parigi e il maresciallo Petain a Vichy.Nel maestoso, solitario e disabitato castello di Escoire vengono trovati uccisi i signori Girard, più la domestica. George Girard appartiene a una grande famiglia francese con tanto di antenato morto a Versailles durante una pompe funèbre praticata da una famosa cortigiana; alto funzionario del ministero degli Esteri, attualmente in forza — ma con disgusto — del regime di Vichy. Chi è stato? Non c’è dubbio: il figlio, lo " scapestrato" Henri Girard, sempre a corto di soldi e unico erede, unico presente nel castello, che ha ancora praticamente in mano l’arma del delitto, una roncola ( La Serpe, la roncola, è il titolo originale francese).Processo alla fine del 1943, con Henri Girard in prigione da diciannove mesi; intanto i nazi che hanno invaso la " zona libera" e ci sono le prime azioni partigiane. Il pm chiede la ghigliottina e in tribunale già si sente il brivido della lama, eppure il ragazzo, dopo l’arringa di un celebre avvocato di Parigi amico di famiglia, viene assolto tra gli applausi dei villici. Poi scompare, dissipa il notevole patrimonio, vende il castello ed emigra in Sud America.Cambio di scena; siamo ora nel 1950, il mondo letterario è messo a rumore da un romanzo strepitoso: Le salaire de la peur: in Guatemala, tra vagabondi dei tropici, relitti umani e avidi gringos, arriva un’offerta che può cambiare la vita: guidare, per sentieri sconnessi, un camion con una scatola di nitroglicerina. Pagamento a consegna della merce, inferno o paradiso dipendono dal semi asse. Firma il best seller uno sconosciuto George Arnaud. Segue film " culto", firmato da Georges Clouzot, con Yves Montand e Charles Venel (in Italia: Vite Vendute — oggi visibile a gratis su YouTube, e ne vale la pena).Ebbene — ça va sans dire — George Arnaud altri non è che Henri Girard, che poi diventerà, di nuovo, un uomo pubblico, giornalista, nobile difensore dell’indipendenza algerina e in genere di tutte le cause degli oppressi, fino alla morte per infarto, a Barcellona, nel 1987. Sulla sua modesta tomba, il nome vero: "Henri Girard — escritor".Ed ora facciamo la conoscenza con lo scrittore. Philippe Jaenada, parigino cinquantacinquenne al suo settimo romanzo — i precedenti sono storie caustiche di vita famigliare — veste solo di nero, è un colosso fisico e ama la routine, per cui beve solo quattro whisky, ma tutti tra le 20,15 e le 21,15 sei giorni su sette.Con La Serpe ha vinto l’ambitissimo Prix Femina del 2017, che lo ha catapultato in un’altra categoria. Anzi in un empireo, quello dei romanzieri di " non fiction" che aggiungono nei loro libri una discreta dose di " autofiction". Una pratica portata in auge da mostri sacri come James Ellroy ed Emmanuel Carrère e preso a prestito da decine di autori delle più seguite serie televisive. Jaenada dunque si propone di " riaprire" il caso Henri Gerard; prende una macchina a noleggio e parte da Parigi verso il Perigord.E il fatto che si accenda una spia rossa sul cruscotto di cui non capisce il significato gli appare come una metafora ( che peraltro occupa metà del primo capitolo), che gli serve a farci capire il suo rovello: Gerard- Arnaud è un genio letterario (e bestseller) perché ha ammazzato suo padre, o è un assassino che cerca di espiare diventando un genio letterario ( e bestseller)? Non resta che svolgere l’inchiesta, come si faceva una volta.E questa è davvero poderosa (660 pagine, un anno di lavoro a cercare archivi e testimoni), brillante, caustica, e di insegnamenti notevoli. Siamo catapultati in quell’ambigua epoca di cui i francesi, ancora oggi preferiscono non parlare, tra collaborazionismo, disperazione e piccole viltà: altro che il coraggio dei camionisti con nitroglicerina.Ecco il castello avito della tragedia, con il suo tormentato proprietario, che sotto sotto vorrebbe essere a Londra con De Gaulle. Ecco la zia Amelie, finita a roncolate nel suo letto. Già, ma perché dormiva con il reggipetto? ( segue discussione con le amiche femministe di Jaenada).C’è poi il problema della pulizia dei piedi degli abitanti della casa: quante volte all’anno prendevano un bagno completo? Henri Girard si lavò dopo il triplice omicidio? Anche i capelli? E si mise la brillantina? Già, ma quale? In vendita qui, a Escoire? No, era la Sportfix, gelatina di Parigi, signor giudice. La rivisitazione del processo è possente, in tutti i suoi dettagli, nel clima, nelle cronache locali scritte sotto la censura dell’occupante, negli sguardi imperscrutabili del contado.Fino all’apoteosi dell’arringa finale di Maurice Garçon, il Grande Avvocato di Parigi, lo studioso dell’esoterismo, il cultore del Diavolo, l’unico uomo che sa sedurre le giurie. Lui, che è amico del morto; lui che fa personalmente il fieno nella sua tenuta a " trenta leghe da qui", lui che conosce l’animo umano e come è fatta una roncola, sa che non basta instillare il dubbio, ma bisogna offrire un altro colpevole.E se fossero stati i vicini di casa, i coniugi Doulet? La giuria appare in trance, la stessa giuria che due ore prima avrebbe ghigliottinato Girard, in soli tredici minuti di camera di consiglio cambia idea e lo assolve con formula piena! Non solo, ma il pubblico lo porta in trionfo. (Segue una brillante parentesi di Jaenada sulla volubilità della folla, sulla demagogia, sull’eloquenza, sulla velocità).Sì, direte voi: ma alla fine dell’inchiesta, del romanzo non fiction, il povero George Girard, la zia Amelie e la domestica Marie Soudeix, chi li ha ammazzati? Vi potrà sembrare incredibile, ma, secondo Jaenada, non fu Henri Girard. O forse sì.Gran bel libro: le pagine si voltano da sole, un lungo sguardo un po’ sardonico su quello di cui parliamo quando parliamo di crimini e di giustizia.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 19 Jul 2019 15:35:42 +0000

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Ancora sulla strada Al centro di questa storia c’è un segreto terribile, un nucleo in cianuro, e il segreto è che la storia non conta » . È l’estate del 1970. Joan Didion — giornalista, saggista, forse la più grande scrittrice americana contemporanea — trascorre un mese nel Sud dell’America. Immagina che il Sud possa aiutarla a capire meglio l’Ovest, e desidera realizzare un reportage sulla costa del Golfo.Prende un’auto a noleggio a New Orleans e, senza avere alcun piano preciso degli spostamenti, va dove la portano le giornate.Registra conversazioni, annota pensieri e idee, riempie un quaderno di appunti. E anche se alla fine il pezzo non lo scrive — esattamente come nel 1976 non scriverà alcun articolo per la rivista Rolling Stones sul processo di Patty Hearst a San Francisco — con A Sud e a Ovest. Pagine di un diario ( pubblicato nel 2017, e ora tradotto anche in italiano da il Saggiatore) riesce a regalarci molto di più di un semplice insieme di note e ritratti: Didion racconta l’America e le sue profonde contraddizioni; ripercorre tratti essenziali della propria infanzia; rende testimonianza delle «cose antiche » . E parlando a lungo del passato, di fatto, ci spiega il presente e intuisce l’avvenire.A Sud e a Ovest è costruito mettendo assieme il materiale raccolto da Joan Didion nel 1970 e nel 1976, rispettandone la frammentarietà. Ci sono frasi che sono solo un’idea di frase: «Nota: La curiosa ambivalenza dell’eterna conversazione sul volere o meno l’industria. Non volerla è un desiderio di morte? O lo è volerla? » . Ci sono scene già pronte per andare in stampa: « C’era pioggia intermittente, cielo coperto e boschi di pini vergini. Una ragazzina con lunghi capelli biondi non curati e un vestito blu pervinca sporco che le arrivava fino alle ginocchia».Ci sono ricordi che svelano l’autrice ancor più di quanto non sia accaduto con L’anno del pensiero magico — in cui Didion racconta la tragica morte di suo marito John — e con Blue Nights — in cui la scrittrice parla della scomparsa di Quintana, di quella perdita irreparabile che diventa slavina quando è una madre a perdere la propria figlia.Ma dietro l’apparente disordine dei ricordi, delle annotazioni e delle riflessioni, A Sud e a Ovest è un libro teso, che costringe il lettore a fare lo sforzo di mettere insieme i pezzi del puzzle dell’esistenza: ha la delicatezza e la bellezza della testimonianza, ma anche la forza di una lucida analisi degli anni Settanta. Come sempre nei suoi scritti, John Didion ha il controllo della scrittura: non c’è mai una parola fuori posto, mai la sensazione di perdersi in dettagli futili e pretestuosi.Didion racconta di un Sud in cui tutto si atrofizza — non si riescono a fare le cose che ci si era riproposti, i giorni scivolano via, è come se si vivesse sott’acqua — e in cui le mentalità non cambiano e le regole non si ammorbidiscono: «Il tempo alla rovescia: la Guerra civile è stata ieri, ma del 1960 si parla come se fosse stato trecento anni fa».Ci parla di una calura che impedisce a tratti di mangiare, e della voglia costante di andarsene via. Osserva l’incapacità delle persone di adeguarsi al futuro, la «densa ossessività » che domina New Orleans e il suo «assillo febbrile per la razza, la classe, la tradizione, lo stile e l’assenza di stile», come se «l’etica della frontiera», che vige invece nel resto del Paese, non fosse mai arrivata sulla costa del Golfo. Ma suggerisce anche come il Sud, in fondo, sia l’immagine simbolica di quei muri e di quelle frontiere che stanno adesso tornando anche nel resto del Paese.Quanto all’Ovest, solo apparentemente è una terra in cui si guarda al futuro. La California di Joan Didion ha le tinte degli oggetti hawaiani, delle orchidee e degli incontri mancati. È per lei la terra della storia — dove cerca di collocarsi senza mai trovare quiete — e dei malintesi. E anche se è il solo luogo in cui lei si senta a casa, è anche un mondo in cui ci si perde facilmente dietro i «titoli», anche «quelli posticci».«Sembra che sia andata a balli e che sia stata fotografata con indosso bei vestiti, e anche come ragazza pon-pon», scrive nelle pagine consacrate alla California. «Sembra che sia stata spesso damigella. Credevo che sarei sempre andata ai tè», continua parlando della sua infanzia. E in poche pagine permette al lettore di entrare nella fabbrica della propria scrittura, raccontandosi come, forse, non aveva mai fatto prima.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 18 Jul 2019 12:23:05 +0000

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Correnti e il giallo nel giallo Proviamo ad applicare a un thriller di Dario Correnti — pseudonimo dietro cui si celano due autori ignoti — gli stessi metodi adottati dai detective che animano i suoi libri.Lo scopo è identificare il misterioso binomio di scrittori. Impossibile, certo, scoprirne i nomi. Ma possiamo restringere il campo dei " sospettati".La prima ipotesi è che si tratti di due giornalisti. Mostrano infatti di sapere molto sui meccanismi delle redazioni, sulle modifiche di status e compensi verificatesi nel mestiere, sui contratti di solidarietà sempre più frequenti e su tutto ciò che accade da qualche tempo nel mondo dell’informazione.Secondo punto: la sigla Dario Correnti dev’essere formata da un uomo e una donna, visto che il racconto delle percezioni al maschile e al femminile delle varie situazioni è di volta in volta troppo pertinente perché non sia così. Terzo step deduttivo: essendo esatto e familiare nei dettagli lo sfondo di Milano, si suppone che il team sia radicato nella città lombarda.Stiamo cercando di ricavare dalla prosa di Dario Correnti le sue caratteristiche nello stesso modo in cui le due figure- guida de Il destino dell’orso affrontano coi mezzi dell’induzione e della deduzione un’indagine sui responsabili di un’enigmatica serie di decessi.È questo il secondo giallo di Correnti, il cui esordio, Nostalgia del sangue, fu festeggiato nel ’ 18 da un notevole plauso. I protagonisti de Il destino dell’orso sono gli stessi che sospingevano la trama di quel primo titolo: la giovane Ilaria Piatti e il più attempato Mario Besana.Lui è un cronista di nera in disarmo con un divorzio alle spalle, un’esistenza caotica e una casa perennemente sporca. Però è un tipo che la sa lunga e un disilluso pieno d’intelligenza, antropologicamente assimilabile a molti malinconici e disfatti eroi del classico noir. Lei è una reporter precaria che malgrado il suo talento non riesce a farsi assumere dal giornale.Ha un’istintiva genialità nel trovare nessi e forgiare strategie. Peccato che sia disordinata, pasticciona, afflitta da miriadi di problemi e scossa da trascorsi rovinosi ( sua madre è stata uccisa da suo padre). Che tuttavia l’hanno resa un segugio di delitti dotata di un acume eccelso riguardo all’umana malvagità.Il destino dell’orso parte da un incidente successo in una valle svizzera, dove un industriale milanese muore sbranato da un orso, o almeno così sembra. Mandata a scrivere un articolo sul tema, la strana coppia formata da Piatti e Besana, unita da un rapporto di condivisione e mutua protezione estraneo a ingredienti erotici, collega una sequenza di trapassi apparentemente accidentali avvenuti in Engadina e scopre che la catena non è casuale.La faccenda converge su un serial killer ( o è un gruppo di complici?) e sul suo uso sofisticato di un veleno che " traveste" gli omicidi in morti dovute ad altro. E qui spicca l’evidente e accurato lavoro di raccolta di dati tossicologici compiuto da Correnti.Capitoli brevi, azione serrata, episodi fulminanti. Non ci si perde in quisquilie, non si pretende di far letteratura, si corre lungo un plot pieno di gente, innesti, rapide avventure e dialoghi incalzanti.Sbalzano dall’intreccio tre aspetti centrati: l’architettura peculiare dell’intesa fra Piatti e Besana, individui diversi e simili (entrambi sono simpaticamente malmessi e inclini a innamorarsi delle persone sbagliate), oltre che investigatori fra loro complementari (lei scatenata e dinamica, lui logico e riflessivo); il rinvio ben documentato alla storia di un’avvelenatrice settecentesca che per uccidere usava aceto per pidocchi, non rintracciabile sui cadaveri; e un curioso lato aggressivamente femminista posto a monte dello spirito assassino che serpeggia nella vicenda.Ma il perché non si può dirlo per non guastare l’effetto della sorpresa finale. © Riproduzione Riservata Data articolo: Wed, 17 Jul 2019 09:29:56 +0000

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Ultimo scalo Minorca Era il 1866 quando un ancor giovane Mark Twain venne spedito alle Hawaii dal Sacramento Daily Union.La sua missione era raccontare l’arcipelago puro, con le sue bellezze e stranezze, nonché i relitti di antiche civiltà scomparse. Twain vi si trattenne per mesi, scrivendo il vivido reportage a puntate che oggi costituisce le Lettere dalle Hawaii, raccolta a cui ho più volte pensato mentre leggevo l’entusiasmante 533, Il libro dei giorni di Cees Nooteboom.A colpirmi era il fatto che un secolo e mezzo separi gli sguardi dei due scrittori — il primo trentenne, il secondo ultraottuagenario — entrambi vittime d’una palpitante infatuazione per l’isola come luogo letterario.Certo: per Twain erano le Hawaii, per Nooteboom è Minorca, la più selvaggia delle Baleari. Ma non può non colpire quel loro comune percepire l’isola come un Eden portentoso e sinistro, in cui l’abbagliante scrigno di madre Natura non dispiega soltanto lo spettacolo delle biologiche diversità, ma altresì — necessariamente — l’ineluttabilità della morte.Torno a dire: Twain era poco più che un ragazzo, laddove Nooteboom si colloca al consapevole tramonto di una lunga giornata, eppure in entrambi il sortilegio dell’isola non si circoscrive nello stupore scontato della landa incontaminata, evocando il supremo appuntamento col commiato.Per Twain è la memoria del cataclisma di Pompei, o l’eco di arcane esequie. Viceversa, per l’autore di Rituali o Il canto dell’essere e dell’apparire, la suggestione si risolve in un assorto, dolcissimo consuntivo esistenziale, fitto di variazioni cromatiche e toni musicali, dal brioso al largo.Nooteboom come Krapp riavvolge il nastro, e in questa moviola c’è spazio per allucinate chimere, per sprazzi di memorie, ironie fulminanti, divagazioni sulle sonde Voyager, Gombrowicz, Dawid Bowie e perfino verdetti spietati (arriva a darsi di assassino e ladro, sebbene solo di personaggi e storie).Tutto questo, si badi bene, proiettato nella luce nitida di un Mediterraneo da quadro, popolato di tartarughe e prodigi floreali. È lo stesso contrasto, direte voi, che conquistò Saramago a Lanzarote. E forse anche Chopin con George Sand, nel travagliato periodo trascorso a Maiorca.Ma fra tutti ho l’impressione che Nooteboom più che mai abbia trovato nella piccola perla delle Baleari il suo proprio Getsemani in cui sudare sì sangue ma addolcendolo col miele, in un rincorrersi continuo di fascinazione e baratri, per cui il libro passa con — natural fluire — dalla dissertazione sui toni del verde nei cactus al confronto fra le tombe di Joyce e Canetti.E quando poi l’olandese "viaggiante" si sofferma su quel brano di Roth in cui il protagonista va alla ricerca del miglior luogo per farsi seppellire, hai forte la sensazione che Nooteboom non abbia scelto casualmente Minorca per questo suo diario intimo e prezioso, in cui è l’uomo a interrogarsi sull’uomo, se vogliamo come nel Mestiere di vivere di Pavese.Minorca è il mausoleo dell’autore, e prima di esso è l’eremo della saggezza, in cui prendere atto che «forse non hai mai capito i meccanismi essenziali del disastro, ed è tempo che ti chiuda nel tuo giardino mentre tutti gli altri procedono frenetici e inarrestabili in un mondo che è tutto un malinteso». Come non appassionarsi a queste pagine di tenero, trepidante viaggio interiore?Ramingo da sempre, negli anni Nooteboom ci ha portati con sé in lungo e largo sul planisfero, con un’insaziabile sete — letteraria e geografica — di ulteriori paesaggi, domicili e orizzonti.Adesso la sua valigia è in fondo al letto, il passaporto non anela nuovi timbri: il grande nomade olandese si ferma fra i cactus di una minuscola isoletta, in cui «il mare si muove diversamente, ha il tempo di pensare», e lì egli cerca e trova una possente metafora della morte, tale da respingerlo e attrarlo al tempo stesso (è lui stesso a celebrare come un tratto straordinario la distanza dell’isola dal continente, il suo imporre « nove ore di barca da Barcellona», sufficienti a porre una barriera fra te e il mondo dei vivi, di fatto abbandonati sul continente).La quiete, sì. Prima, dopo, durante e nonostante la tempesta. Eppure, in questa apparente stasi, si ha davvero l’impressione che una nuova meta sia stata raggiunta: quella di un senso complessivo al viaggio, un mistero iscritto nelle pieghe di piccoli riti elementari. Osservare i fiori delle piante grasse, o prendersi cura di un ibiscus moribondo. Se vogliamo con un metodo comune a quell’illuminante libriccino che è L’anno del giardiniere di Karel Capek: un altro grandissimo scrittore, un altro animo inquieto, un altro rabdomante di rotte smarrite.Entrambi hanno cercato fra foglie e rami la bussola del viaggio, e non credo sia un caso. Per dirla con Nooteboom: è chiaro che le piante ci sopravviveranno.«Provo a dirglielo: chissà se mi ha sentito».© Riproduzione Riservata Data articolo: Mon, 15 Jul 2019 17:19:10 +0000

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Via dalla valle dell’Eden È passato mezzo secolo dai delitti che terrorizzarono la California facendo conoscere al mondo Charles Manson e la sua famiglia di assassini (e assassine, va detto). Sharon Tate non fu l’unica vittima, solo la più famosa — il marito Roman Polański era rimasto a Londra.Puntuale per l’anniversario arriva il film di Quentin Tarantino, C’era una volta a Hollywood (in sala dal 19 settembre): ha un titolo da favola e come una favola avanza. Di più non possiamo dire, il regista lo ha vietato.Più tempestivo era stato Elia Kazan: Gli assassini racconta vita e morte di un guru chiamato Vinnie. Circondato da belle ragazze che sgomitano per andare a letto con lui, campa spacciando allucinogeni. La somiglianza con Charles Manson viene ricordata a noi lettori tardivi dal giovanotto capelluto e baffuto, con lo spinello in bocca, sulla copertina dell’edizione Centauria (postfazione di Massimo Gardella). I lettori contemporanei — nel 1972 — non avevano bisogno di spintarelle per precipitarsi in libreria.“Gadg” — da gadget, “giocattolino” — era il soprannome di Elia Kazan all’università. Se lo portò dietro tutta la vita: « Ero piccolo, compatto, comodo da avere intorno ». Nato a Costantinopoli da genitori greci nel 1909, arrivò negli Stati Uniti a quattro anni. Diventerà uno dei più celebrati registi americani. In teatro con i drammi di Tennessee Williams e Arthur Miller, e poi al cinema, dove debuttò nel 1947 con Un albero cresce a Brooklyn.Lanciò Marlon Brando, James Dean e Warren Beatty, girò Un tram che si chiama desiderio, Splendore sull’erba, Fronte del porto, La valle dell’Eden, vinse un paio di Oscar, fu tra i fondatori dell’Actors Studio che plasmerà generazioni di attori ( tormentati, ma parecchio bravi).Dagli anni Quaranta ai primi anni Sessanta fu una celebrità indiscussa. Stanley Kubrick lo considerava «il miglior regista americano, capace di miracoli». Nel 1952 testimoniò davanti al comitato che indagava sulle attività anti- americane, facendo i nomi di alcuni colleghi. Non fu mai perdonato, quando nel 1999 ebbe l’Oscar alla carriera parte del pubblico gli rifiutò l’applauso.Prima di Gli assassini, Elia Kazan aveva scritto altri due romanzi, da ognuno aveva ricavato un film. America America raccontava un immigrato greco e uno armeno, sullo schermo andò bene. Nel 1967 pubblicò Il compromesso, con un pubblicitario in crisi di coscienza: numero uno nella classifica del New York Times per 14 settimane, tra i primi dieci per quasi un anno. Il film del 1969, con Kirk Douglas e Deborah Kerr, non ebbe altrettanto successo, Leonard Maltin lo bolla come « lento e noioso, un ottimo cast sprecato».I critici letterari lo avevano trattato con maggiore riguardo. Uno scrisse che il cinema aveva perso un regista, ma con Il compromesso era nato un bravo scrittore. Henry Miller, John Steinbeck e James Baldwin ebbero parole di apprezzamento (esagerate, commentò subito un articolo sul New York Times). Kazan decise che quella sarebbe stata la sua nuova strada, la seguì per una decina d’anni. Spuntava anticipi considerevoli — un milione di dollari del 1978 per Acts of Love — e li amministrava saggiamente, calcolando i mesi necessari per consegnare il manoscritto.L’idea per Gli assassini arriva dalla cronaca nera: un militare in Arizona ammazzò uno spacciatore, colpevole di aver traviato una ragazza. Esattamente quel che fa nel romanzo Cesario Flores, sergente dell’aeronautica. Di origine messicana, è devoto alla Vergine Maria e ai regolamenti. Finché la figlia Juana scappa di casa per mettersi con Vinnie, hippie arrogante e crudele che abita in una catapecchia con la sua banda di scoppiati, e ha appena messo incinta un’altra ragazza. Il lettore non ha dubbi sulla colpevolezza.I concittadini sono con il sergente Flores: l’odio per gli irregolari che rifiutano la legge e l’ordine, l’impiego e pure il sapone, viene raccontato con partecipazione. Cosa succederà in tribunale? Il padre modello, marito paziente con la moglie tedesca conosciuta quando era di stanza in Germania — «il vinto se vuol sopravvivere deve andare a letto con i vincitori», scrive Elia Kazan — sarà condannato? L’avvocato ostenta sicurezza: «Non manderanno a morire un uomo perché ha fatto quel che tutti avrebbero fatto al posto suo».Entra in scena l’hippie idealista e filosofeggiante. Si chiama Michael Winter, crede che la civiltà sia sul punto di crollare, sbraita contro i militari addestrati per uccidere, minaccia “sarete tutti giudicati, prima o poi”, annuncia altre sparatorie. I seguaci di Vinnie trafugano il cadavere per seppellirlo, nella tomba un po’ di hashish per l’aldilà.Elia Kazan ha fatto ricerche nel New Mexico, certificano i biografi accennando a esperienze di droga. Da romanziere sceglie la via del realismo e stuzzica il lettore (di allora) con un po’ di sesso e nudi frontali al cinema vietatissimi. Non solo tra gli hippie, le signore di buona famiglia fanno la loro parte.Firmata da Ettore Capriolo e datata 1972 ( per il Club degli Editori, dice la nota), la traduzione ha una patina di antico che accresce la somiglianza con un film hollywoodiano d’altri tempi. Doppiato con parole come “pepetta”, “ castroni”, “ teledrammi”, e “ centauri” per gli Hells Angels. Le parti in tragedia sono distribuite senza incertezze o ambiguità: al Kazan scrittore mancano la destrezza e il ritmo del Kazan regista.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 04 Jul 2019 17:10:32 +0000

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Mi chiamo Teo e vivo all’inferno Possono davvero appassionarci le memorie di un “nanetto urticante e bilioso”, che odia tutto e tutti? La letteratura può riuscirci, come avviene con Sillabario dell’amor crudele di Francesco Permunian. Se aprite a caso il libro vi troverete davanti una materia sordida e infetta: un verminaio di orrori, una galleria di esseri deformi, un catalogo di perversioni che unisce vittime e carnefici e sembra uscito da un quadro di Bruegel. Eppure quasi ogni pagina del libro, grazie allo stile (iperrealistico ma con sfondo onirico) accresce la vitalità del lettore.Tematicamente affine a Bruciare tutto di Walter Siti, se ne differenzia perché è molto meno romanzo: al posto di una trama c’è un diario che potrebbe evocare il Lazarillo de Tormes, narrazione picaresca delle avventure di un orfano pieno di ingegno.Teo Baseggio, nano di proporzioni armoniche (in inglese: midget contrapposto a dwarf), fu lasciato alla periferia di Verona dentro una vecchia pentola a otto anni di fronte a un orfanotrofio, la Santa casa dei trovatelli, dove compie il suo apprendistato alla vita in compagnia di gobbi, sciancati, focomelici, etc. e dove subisce umiliazioni e violenze sessuali da parte di sacerdoti pedofili (il padre Camillo Mendes che si annunciava di notte, in una scena fortemente blasfema, citando il Vangelo). In seguito sposa Bernarda ma presto se ne separa, «disgustato all’idea che ogni amore si riduca prima o poi in cenere e piscio». Si consolerà, tra l’altro, con due prostitute gemelle a domicilio, le Sorelle Pompa.Il variegato bestiario umano comprende una anziana maestra giardiniera che si dà le fiamme, la giovane e prosperosa lavandaia Maria Josefa Tetàna (cui chiusero le trombe uterine per limitarne la esuberanza sessuale), la mammana Antioca, l’orfanella violata del Bangladesh Tortorina, una misteriosa vegliarda con un occhio destro che sembra una «increspatura fosforescente», i coniugi Hofer guardiani dei mostri… Ci troviamo nel cuore buio e rutilante di un immaginario cinque-seicentesco: lo stile di Permunian vira le storie sul comico- grottesco.In una pagina la invettiva di Teo si rivolge a un Dio «fanfarone, che batte le mani furiosamente per non impazzire davanti alla commedia umana » da lui stesso creata. Il Nano Baseggio potrebbe però riscattarsi nell’incontro con il negoziante Procopio Mazinga, che maschera la sua dappocaggine agli occhi del mondo con una «patologica logorrea alimentare » discettando di erbe e alghe marine. In quel momento l’io narrante confessa: «Uno che mi assomiglia più di quanto io sia disposto ad ammettere». Lì Teo comincia forse a guarire, quando capisce che i suoi fantasmi, il suo odio, appartengono a tutti. E proprio perciò potrebbe anche liberarsene.Avrei solo due obiezioni. L’autore poteva osare ancor più con lo stile: la voce del nano la immaginiamo anche stridula, sgranata, ma alla fine il suo racconto autobiografico scorre lineare sulla pagina, non ce ne viene restituito un equivalente verbale.Inoltre: il limite di questo tipo di narrazioni è la prevedibilità, la patina omologata di orrore che si stende su tutto, la stucchevolezza di un inferno che non ammette deroghe (quasi un moralismo alla rovescia: il male deve trionfare!), anche se i barboni sono gli unici che guardano Teo senza derisione. A tratti sembra quasi che il memoriale di Teo, «aberrante capriccio divino» , sia il pretesto per una requisitoria contro l’editoria. Dopo aver studiato entra alla Garzanti come Mastro Stampatore.Qui l’autore mescola fiction e realtà, e probabilmente sfoga alcune sue idiosincrasie verso una società letteraria ridotta oggi a un «cafarnao cartace», fra gossip avvelenato e ritratti al vetriolo (una apparizione disturbante di Livio Garzanti, che intima a Leo — alla ricerca di un bagno — di farla «in strada, come i cani»). Mentre la figura di Leonardo B., scrittore di successo oggi ridotto in povertà, conferma un mercato editoriale «tutto imperniato su quell’asfissiante gioco affabulatorio che va di moda nell’impero dello storytelling». Il libro di Permunian tenta di sottrarsi, con la sua narrazione rapsodica e giudiziosamente strampalata, a questo gioco.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 04 Jul 2019 16:45:03 +0000

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Le ragazze terribili di Simenon Nell’agosto del 1951, quando scrisse Marie la strabica ( ora tradotto con gusto da Laura Frausin Guarino per Adelphi), Simenon era a Lake City, Connecticut — perseguitato tre volte dagli epuratori della Liberazione, e tre volte prosciolto, seccato, se ne era andato in America.La vita in villa, con le vetrate sulle rocce e il lago, tre mesi di neve e una piscina in terrazza, era “da milionario”. Tanto più Simenon ripensava agli inizi a Parigi, quando era povero e Colette, redattrice al Matin, gli rifiutava sistematicamente i racconti; viveva allora in una stanza e mezza, su un cortile interno; però il caseggiato, semiabbandonato in quel 1923, era stato il palazzo di Richelieu, il cardinalministro, a Place des Vosges.Quell’indirizzo “ triste e misero” della giovinezza, 21 Place des Vosges, è la casa di Marie la strabica. Il romanzo è in effetti la storia di una doppia carriera. Due campagnole di Rochefort, a diciott’anni cameriere stagionali in una pensioncina sul mare, decidono di forzare il destino trasferendosi a Parigi. I due caratteri opposti dovremo decifrarli dai dialoghi scarni ma risentiti che le ragazze si scambiano prima di addormentarsi, nel letto che con qualche imbarazzo condividono nella pensione.Marie è fisicamente sgraziata, così chiusa e diffidente che non sappiamo quanto dar credito alle sue malignità, e le sospettiamo cupi e testardi sentimenti. L’altra, Sylvie, è pastosa; l’amica la accusa di accarezzarsi i seni, che ha bellissimi, davanti alla finestra, senza spegnere la luce; le piace stordire un povero disabile del luogo, che occhieggia dal giardino di tamerici, e ci perderà (letteralmente) la testa.Così bella, Sylvie è decisa a diventare ricca, e sa che è meglio allenarsi a essere cattiva, e a sfruttare le situazioni, e tutte le debolezze altrui. Anche naturalmente quelle di Marie, che — brutta com’è — sembra predestinata, fin da bambina, a “ farle da cameriera”, e le pettina i capelli, protestando.Di colpo, passano ventotto anni; le due donne non si sono più riviste. Sylvie è riuscita a rovinare la vita di Marie (le è stato facile, e lo ha fatto automaticamente, tanto per ribadire il potere del suo fascino), e è approdata anche agli agi prefissi. Ma ora ha di nuovo, assolutamente, bisogno dell’aiuto di Marie. È in gioco il testamento del suo agiatissimo amante, emiplegico e in fin di vita; Marie deve fingersi infermiera, e sorvegliarlo. Lo farà, per l’amica che è stata con lei tanto perfida?Ma non è questa l’unica ansia che ci incalza nella lettura. Marie la strabica è uno di quelli che Simenon chiamava “romanzi duri”: non un confortevole giallo cioè, che dà un movente alla scriteriata morte. Qui, mentre seguiamo le tracce che Simenon dissemina per distrarci e divertirci, si compie una sorte fatale, che è il rovescio del delitto premeditato. E di nuovo, Simenon è ispirato dalla sua vita.Da quando era negli States, gli capitava di inserire nelle interviste e perfino nei romanzi qualche parola americana — americana come la nuova moglie; e alla signora Maigret poteva accadere di incappare nei muffins di Tucson Arizona. Nel 1948 — Simenon aveva appena finito un romanzo “ impregnato di alcool” — di colpo, aveva smesso di bere. Come dichiarava arcanamente ai giornalisti francesi, lui e la moglie erano “ descendus du wagon”, cioè off the wagon, non bevevano più.Ma i periodi Coca- Cola duravano poco, Simenon riprendeva. E così il suo personaggio femminile. Ora che è così vicina a realizzarsi, Sylvie è stremata. «Aveva accettato tutto. Tutto quello che era necessario. Senza ripugnanza.Mai, in vita sua, non fosse che per pochi minuti, aveva fatto quello che avrebbe voluto fare, mai aveva potuto rilassarsi». Nella notte in cui vaga in visone aspettando la morte dell’amante, e che Marie la rassicuri, Sylvie di colpo si sente stanca. Da un po’ beve, e ha cominciato a farlo di nascosto. Il suo amante la tradirà, in articulo mortis? O la tradirà Marie? O Sylvie si annegherà da sola?Come annotava il campione degli intellettuali parigini André Gide, i migliori romanzi di Simenon si sviluppano, come la musica araba, su un solo piano. Pochi personaggi essenziali, e temi fortemente collegati, rincarerà Thomas Narcejac — il giallista, con Pierre Boileau, della Donna che visse due volte.Alla fine di Marie la strabica, entrambe le donne avranno realizzato il loro sogno; e lo straordinario gioco di Simenon è mostrare che il loro tempo è alla fine, eppure si è tornati all’inizio. Succede mai nulla, nel profondo dei caratteri?© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 04 Jul 2019 16:17:56 +0000

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Baldwin. Un mondo tra Henry James e il jazz Pacifico Nel 1957 Norman Mailer pubblica The White Negro, dove teorizza la figura dell’hipster: quel bianco che riesce a capire le cose nuove e forti “hip” - che arrivano dalla cultura afroamericana.Cinque anni dopo, un giovane scrittore nero, omosessuale, “pendolare” tra Roma e Parigi, risponde con un romanzo in cui mostra che la vita degli afroamericani è «un altro paese», o Un altro mondo, com’è il titolo italiano di Another Country di James Baldwin.Dal punto di vista dei neri, l’integrazione nella cultura bianca non è una storia di mode underground: Rufus Scott, il protagonista, sarebbe il sogno di qualunque Norman Mailer.Batterista jazz tra Harlem e il Greenwich Village, vaga tra concerti e feste piene di bianchi hipster: «i pubblicitari, che bevevano doppi bourbon o vodka con ghiaccio», «c’erano coppie miste, bianchi e neri, che si tenevano strette, adesso, più di quanto sarebbero state dopo, una volta a casa… Solo il juke-box parlava».Rufus è «uno dei tanti caduti – perché mortale è il peso di questa città… Completamente solo, e perciò ferito a morte, faceva parte di una moltitudine senza uguali». Ama conquistare donne bianche, possederle con violenza.Con Leona, bianca ma povera, avvia una relazione impossibile: «Un gemito e un’imprecazione gli esplosero dentro quando la sbatté con tutta la forza che aveva e sentì schizzare fuori da lui il veleno, sufficiente per un centinaio di figli caffellatte». Si finisce presto nella violenza domestica, e poi nella pazzia.Nel vortice, Rufus si toglie la vita. Per gran parte del romanzo, il suo giro di amici, alcuni neri alcuni bianchi, si intreccerà nel suo ricordo, in una rete di affetto e sesso che all’epoca, nel ’62, fu considerata estrema: secondo alcuni membri delle Pantere Nere addirittura fuorviante perché Rufus, che faceva sesso anche con uomini bianchi, mettendo in scena l’odioso tema o luogo comune del desiderio dei neri di essere umiliati e posseduti dai bianchi, era un modello troppo negativo.Il romanzo è ispirato a Henry James: è un tentativo di fondere James e il jazz. Fa anche ricordare una scrittrice che lottò con l’eredità di James, Virginia Woolf: Un altro mondo, con al centro il suo morto speciale e tutto intorno gli amici, fa pensare a Le onde. Ma dove Percival rappresentava un vuoto e uno specchio, la presenza di Rufus è, così disse Baldwin, «il cadavere nero che galleggia nella psiche della nazione».© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 04 Jul 2019 13:35:16 +0000

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La camicia della nonna Una donna. Una famiglia. Cinque generazioni. Il quadro è l’Italia degli ultimi ottanta anni, dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, vissuti e raccontati come una storia sentimentale, una storia che corriamo il rischio di dimenticare. Nonni, genitori, nipoti: il loro è un collante continuamente aggiornato e tramandato, seppure non senza difficoltà, grazie proprio all’impegno dei più anziani. In giorni di incerta modernità, autentici e solidi protagonisti. Eccoli, dunque. I nonni. Data articolo: Thu, 10 Aug 2017 17:48:23 +0000

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Apologia del fungo magico Era il 19 aprile del 1943, in Svizzera, quando un uomo fu visto sfrecciare forsennatamente in bicicletta. Era il dottor Hofmann, diretto come un fuso verso casa, nel pieno dell’effetto di uno storico esperimento: da pochi minuti aveva ingerito 0,25 mg di una molecola sintetizzata anni prima in laboratorio, fra gli alcaloidi prodotti da un fungo…Nacque così, con una pedalata titanica, il primo bad trip della storia, celebrato tuttora dagli adepti dell’LSD come il leggendario "giorno della bicicletta".Tant’è: partito dal laboratorio con primi vaghi sintomi d’allucinazione, Hofmann giunse a casa sentendosi ormai un tutt’uno fra Coppi, Bartali, Mister Hyde e l’Ape Maia, dopodiché si gettò sul divano e salpò per un fantasmagorico viaggio al di là della stessa dimensione dell’umano, tanto da concepire il suo corpo dall’esterno, immobile e minuscolo, mentre tutto attorno la realtà si distorceva nelle più pittoresche forme. Bene, buon per lui.Sono passati 76 anni, durante i quali Nostra Signora delle psichedeliche ha avuto un vertiginoso boom e un altrettanto drastico down. Fu inizialmente l’ambrosia del Parnaso hippie — com’è noto celebrata dagli Allen Ginsberg e Aldous Huxley — ma fu repentino il volgere da nettare delle sinistre alla ahimè sinistra fama di allucinogeno criminale, non per nulla consumato dalla setta di Charles Manson prima delle fatidiche stragi.A riaprire adesso il dibattito sui pro e contro è Come cambiare la tua mente di Michael Pollan, autore cult del giornalismo americano mainstream, cacciatore del più brado saggismo da bestseller, già assurto a chiara fama per essersi occupato — a più riprese — delle storture dietetico- alimentari dello zio Sam ( proibito sorprendersi: in fin dei conti il passo è brevissimo, si tratta solo di passare dalla frittata coi funghi alla molecola dei funghi stessi).La scintilla di cotanto interesse ci viene descritta con dovizie di dettagli in apertura del libro, ma già alle primissime note avrei potuto azzeccarne tutto il motivetto, col classico ritornello " salve a tutti, non avrei mai pensato di scrivere un saggio che di fatto sponsorizzi gli allucinogeni, ma poi un giorno casualmente li ho provati, ed è scoccato l’amore, etc. etc.".Seguono circa 400 pagine (scritte peraltro con passo agile, gradevole al palato, con sapide spolverate di ironia speziata) in cui Pollan si getta corpo e anima nell’autoconferita missione di ridar lustro e dignità ai tanto vituperati funghetti, messi alla gogna da mastini bigotti. E come in un’aula di tribunale, vengono chiamati a deporre luminari, medici, psichiatri e chi più ne ha più ne metta, tutti ovviamente concordi nel celebrare le recondite virtù nascoste degli imputati.Si va dal professor Griffiths che si improvvisa guru con domande del tipo " Lei è consapevole di essere consapevole?", per raggiungere l’apice con il micologo Paul Stamets, impaziente di insegnarci che i famigerati funghi risolverebbero tutti i nostri guai, dall’inquinamento petrolchimico al bioterrorismo, dal cancro alle infestazioni di insetti (mancano le piaghe d’Egitto).Dopodiché, in un appassionato crescendo perfino mistico, si finisce per teorizzare che l’umanità è schiava della razionalità estrema, per cui ben venga un recupero dell’esilio psichedelico, addirittura miracoloso nei casi di ansia, depressione e paura di morire.Questa l’arringa della difesa. Il parere dell’accusa? Non pervenuto. Ed è questo a mio vedere il punto: sbaglierò, ma da lettore mi irrigidisce sempre sentirmi messo innanzi a un ricatto bello e buono, per cui di fatto devi scegliere: o ti schieri con l’autore, oppure ti ascrivi alla schiera dei retrogradi destrorsi.Mi perdoni allora il brillante Pollan, ma tenterei volentieri di sottrarmi al facile giochetto dell’" evviva" contro " abbasso", riflettendo su ciò che a lui sembra più stare a cuore, cioè il potere ( a sua detta) salvifico del distacco dalla realtà. Perfino un profano come il sottoscritto è a conoscenza che negli ultimi anni la sperimentazione clinica ha segnalato i meriti — in piccole dosi — di sostanze messe all’indice.Ma il passo che Pollan compie (e vorrebbe far compiere a noi) è ben diverso, e chiaramente proclamato nell’altisonante titolo del libro: gli allucinogeni sarebbero degli alleati nella ricerca di noi stessi. Egli lo scrive senza mezzi termini: la destrutturazione dell’io ne implicherebbe poi la ricostruzione critica. Sarà.Con tutto il rispetto, io credo che il vero problema, oggi, sia esattamente l’eccesso di fuga dal reale: fra nickname, avatar, virtual games, realtà aumentate e alternative d’ogni sorta, non abbiamo che da scegliere il miglior modo per sottrarci, per evadere.In questo senso, il trip psichedelico è un’inezia, buono giusto per il corredo dannato di cantanti trap che si atteggiano a novelli Baudelaire: senza bisogno né di funghi né di LSD, l’umanità è già altrove, naviga in un mondo fake, crea identità fittizie, e nelle praterie del web si gode il brivido dell’irreperibilità.Semmai, questo sì, occorrerebbe un fungo magico che ci facesse di nuovo innamorare delle cose, dei cambiamenti delle cose, del loro concretissimo perimetro, senza dover per forza stravolgerlo a nostra misura.Per cui, non me ne voglia Pollan, ma alla sua domanda "Come cambiare la tua mente", risponderei "con un sano bagno di realtà". Altro che funghi.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 04 Jul 2019 11:11:02 +0000

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Ora o mai più Ci sono romanzi che, una volta finiti, ti fanno sentire come se avessi lasciato un posto in cui stavi da un bel po’ di tempo. Non importa che ci stessi bene o no, semplicemente conoscevi tutti, sapevi dove abitavano, potevi passare a salutarli, e ora che sei altrove ti mancano. Quel che si vede da qui è uno di quelli. Non appena lo hai chiuso, pensi: tornerò, prima o poi, in quel villaggio del Westerwald che è «una magnifica sinfonia di verde, azzurro e oro», d’altronde è lì che ho incontrato Luise, la voce narrante, e sua nonna Selma, che secondo Luise ha addirittura contribuito alla creazione del mondo, e i loro amici.In paese lo sanno pure i sassi: quando Selma sogna un okapi, muore qualcuno nel giro di ventiquattr’ore. Se non avete mai visto un okapi, immaginate un animale con le zampe da zebra, le orecchie da topo e il muso da cerbiatto, tanto inverosimile che pare assurdo. Ma non è assurda anche la morte, imprevedibile e senza scampo?Dopo il sogno premonitore, chiunque teme possa toccare a lui, e di colpo si ricorda quanto gli piaccia vivere, e ha l’improvviso bisogno di svelare verità che potrebbero stravolgergli l’esistenza, non a caso le aveva taciute.Qualcuno scrive lettere piene di «sempre» e di «mai», salvo poi recuperarle in extremis dal postino ad allarme cessato, qualcun altro invece è trattenuto da voci interiori talmente brutali che nemmeno di fronte alla possibilità della fine riesce a confessare i suoi sentimenti. Se c’è una cosa imprevedibile e senza scampo come la morte, del resto, è proprio l’amore.Questa deliziosa commedia, che assomiglia a una favola, svetta dal 2017 nelle classifiche tedesche ed è stata decretata Libro dell’anno dai librai indipendenti della Germania. Forse perché parla di morte e di amore: in fondo, a pensarci bene, non c’è molto altro di cui valga la pena parlare. E lo fa con un’ironia e un’inventiva che incantano.È la storia di una comunità di persone un po’ fuori dal normale, esattamente come noi, incapaci di realizzare i propri desideri, o spesso solo di comprenderli, che gravitano attorno a Selma non perché lei abbia davvero creato il mondo, ma perché più degli altri sa che ciascuno può crearlo.A volte il mondo è crudele come la morte, a volte può spingerci a infilare un piede nella porta un attimo prima che si chiuda, come l’amore. Quasi sempre ci sembra un’accozzaglia di pezzi che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, come un okapi. Ma provate a guardare un okapi, e vi stupirete di tanta bellezza. Data articolo: Tue, 25 Jun 2019 16:29:06 +0000

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