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News da forbes italia

#news #forbes #Italia

news economia
Il motore di una Formula 1 all’interno di uno smartphone

Oggi a Londra OnePlus ha presentato OnePlus 6T McLaren Edition, lo smartphone realizzato in collaborazione con la casa automobilistica.

L’articolo Il motore di una Formula 1 all’interno di uno smartphone è tratto da Forbes Italia.

foto One Plus 6t McLaren Edition
One Plus 6T McLaren Edition

LONDRA – La cittadina di Woking nel Surrey è una delle più assonnate della cintura suburbana che circonda Londra, e al tempo stesso una di quelle dove batte più forte il cuore industriale e innovativo. Come sede del McLaren Technology Center, quartier generale del gruppo McLaren, ha per la storia della tecnologia della F1 un’importanza seconda forse solo a quel gruppo di capannoni che Enzo Ferrari fondò a Maranello durante la guerra per continuare a costruire la sua squadra corse.

In questo caso l’atto di creazione è stato invece fortemente voluto da Ron Dennis, fondatore della McLaren moderna, per creare un capolavoro di architettura firmato Foster and Partners che emerge dal verde della campagna inglese e con il suo vetro e acciaio si specchia in laghetti disegnati con il compasso. Un’idea di tecnologia efficiente, controllata, perfetta, che si può ammirare anche in alcune immagine suggestive nella miniserie Amazon Prime Video dedicata appunto al “dietro le quinte” della stagione McLaren.

Mentre le ultime stagioni di F1 hanno regalato poche soddisfazioni a Woking, compreso l’abbandono della stella Fernando Alonso, la McLaren si getterà l’anno prossimo anche nell’avventura della Indianapolis 500 (sempre con Alonso) e si dedica a vendere costosissime e complicatissime vetture stradali che arrivano fino all’annunciato modello ibrido Speedtail disponibile in soli 106 esemplari nel 2020 per la modica cifra di due milioni di sterline.

Unboxing OnePlus 6T McLaren

La location scelta da OnePlus per il lancio oggi del nuovo modello non è quindi casuale, e sembra sottolineare la volontà di aggredire il mercato competitivo degli smartphone Android con un preciso atto di volontà, superando anche il traino della community che aveva caratterizzato il debutto dei suoi primi modelli. Per fare questo la società di Shenzhen si allea con uno dei simboli mondiali di tecnologia e velocità, e durante il keynote traccia un parallelo tra il percorso dell’innovatore (diremmo oggi: startupper) Bruce McLaren e quello dei fondatori di OnePlus. Salute to Speed è anche un libro ed esperienza multimediale pubblicato dalle due aziende per celebrare questa partnership.

L’ossessione di OnePlus con la velocità d’altronde si è vista anche con l’annuncio, fatto dal CEO Pete Lau, che tra i primi in Europa l’anno prossimo lanceranno un telefono sulla rete superveloce 5G partendo con l’operatore britannico EE e grazie al nuovo processore Qualcomm Snapdragon 855.

Nel frattempo il OnePlus 6T McLaren Edition è la nuova versione dello smartphone OnePlus 6T lanciato nel nostro mercato il 9 novembre: dal display largo e molto potente, rifinito nei dettagli, punta a un mercato di entusiasti che scelgono le prestazioni. La McLaren edition, primo atto di quella che dev’essere una partnership di lungo termine, aumenta la velocità di carica (“Warp Charge 30”, dovrebbe caricare per tutta la giornata in soli venti minuti), ha 256 GB di storage, consente riprese video 4K a 60 frame al secondo ed è il primo smartphone al mondo a includere 10 GB di RAM, con l’occhio ai gamer più incalliti.

Dal punto di vista visivo, la partnership con McLaren regala accenti arancioni (colore aziendale scelto da Bruce McLaren per distinguersi dalle altre vetture) che corrono intorno al bordo di un telefono che è principalmente, aggressivamente nero e che include il logo di McLaren “Speedmark” nella stessa fibra di carbonio usata per le produzioni delle vetture di F1 e delle stradali più spinte.

Il packaging è ugualmente unico: regala il libro Salute to Speed, gli accessori in colore “papaya orange” e un soprammobile ricordo sempre con la fibra di carbonio che simboleggia la tecnologia McLaren.

Il responsabile delle partnership globali di OnePlus Eric Gass spiega che grazie a questo prodotto si spera di coinvolgere maggiormente anche i fan della F1 che hanno amato il brand McLaren.

Lo OnePlus 6T McLaren Edition sarà disponibile a partire da giovedì 13 dicembre, in Italia avrà il prezzo di 709 euro.

L’articolo Il motore di una Formula 1 all’interno di uno smartphone è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 14:03:34 +0000
news economia
Le bollicine per le feste secondo il miglior sommellier del mondo

Abbiamo chiesto a Eros Teboni, Miglior Sommelier del Mondo WS, dei consigli su cosa bere durante le feste.

L’articolo Le bollicine per le feste secondo il miglior sommellier del mondo è tratto da Forbes Italia.

foto champagne versato
(Getty Images)

Se le feste di Natale sono sinonimo di brindisi e vini spumante, non è però facile scegliere quali mettere sulla tavola o offrire per un aperitivo o con una fetta di panettone. Quali sono le migliori bollicine? L’offerta è ampia, le grandi etichette la fanno da padrone e i prezzi, così vari, possono aumentare la difficoltà di scelta. Possibile bere bene con 25 euro quando ci sono sul mercato vini spumanti da 70, 200 e 300 €? Sì, parola di Eros Teboni, eletto Miglior Sommelier del Mondo WSA e Head Sommelier all’Hotel Feuerstein di Vipiteno. 27 anni, originario di Colle Isarco, ha studiato all’estero e oggi lavora nel nuovissimo hotel, aperto un anno fa, nella Val di Fleres. “Spendendo 300 € al 99,9% si berrà bene, ma anche con 15 o 30 € si può bere benissimo”.

Ci siamo fatti consigliare da Eros Teboni 5 vini spumanti, italiani e non, da provare questo Natale. Da piccoli produttori a chicche poco conosciute di grande etichette, ecco il menù del giovane sommelier campione del mondo. Dall’antipasto al dolce, i consigli per bere sempre il giusto vino spumante.

Altalanga Zero Brut Nature 2011 di Enrico Serafino
Pinot Nero 85% e Chardonnay 15%, affinamento 60 mesi sui lieviti. “È un vino che garantisce eleganza, potenza e una freschezza buonissima; è sicuramente una bellissima scoperta gustativa. Perfetto per accompagnare crostacei e antipasti di pesce” spiega Eros Teboni.
Prezzo: 24,60 €.

Lieselehof Brut 2015
100% Souvignier Gris, Vitigno Piwi (vitigni resistenti), affinamento 30 mesi sui lieviti. “È la scelta ideale per chi vuole bere qualcosa di diverso, pieno e ricco di fiori di arancia e leggere note esotiche al naso e in bocca. Realizzato con metodo ancestrale, il metodo Lieselehof, è da provare per scoprire la versatilità di questi vitigni. Consigliato con primi piatti freddi, carni bianche e pesce azzurro” dice Eros.
Prezzo: 41,30 €.

Le bottiglie consigliate dal miglior sommelier del mondo.

Ca’ del Bosco Vintage Collection 2013
55% Chardonnay, 15% Pinot Bianco, 30% Pinot Nero, affinamento 48 mesi sui lieviti. “Tutta la potenza e complessità della Franciacorta in una bottiglia e con un rapporto qualità prezzo eccezionale. È sorprendente con piatti di pesce importanti, carni bianche e primi piatti” consiglia il giovane sommelier.
Prezzo: 44,50 €.

Pommery Cuvee Louise 2004
65% Chardonnay e 35% Pinot Noir, definito “capolavoro assoluto”, è originato da 3 diversi Grand Crus, con affinamento minimo 10 anni sui lieviti. “Un mix floreale combinato a frutta a polpa bianca, con un leggero richiamo di lievito e croissant, è uno Champagne dal fascino estremo – dice Eros – Perfetto con secondi piatti di carne e importanti piatti di pesce. È sicuramente il più impegnativo dei prodotti selezionati, ma garantisce una grandissima esperienza degustativa… D’altronde Natale viene una sola volta all’anno!”.
Prezzo: 110 €.

Frescobaldi Leonia Rosé 2014
100% Pinot Nero, affinamento 36 mesi sui lieviti. “Come cominciare o concludere una cena importante? Con un Rosé vellutato e coinvolgente! Pupillo di casa Frescobaldi, è sicuramente uno dei migliori metodo classico della Toscana, che sprigiona l’armonia e l’eleganza delle note di lampone e di pompelmo rosa con grandissima freschezza. È un vino molto versatile e di grandissima piacevolezza, adatto ad antipasti o perfetto per concludere in modo diverso il pranzo di Natale” conclude Eros.
Prezzo: 33,90 €.

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L’articolo Le bollicine per le feste secondo il miglior sommellier del mondo è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 13:28:36 +0000
news economia
La tecnologia al servizio della formazione continua

The Adecco Group lancia in Italia Mylia, il brand dedicato all’apprendimento e allo sviluppo degli individui e delle aziende.

L’articolo La tecnologia al servizio della formazione continua è tratto da Forbes Italia.

(Shutterstock.com)

Vuca, l’acronimo inglese che raggruppa quattro concetti chiave – volatility, uncertainity, complexity, ambiguity – si presta bene a descrivere l’evoluzione del mercato del lavoro a cui stiamo assistendo. Oggi le competenze durano molto meno che in passato, le persone necessitano di aggiornarsi con la stessa frequenza dei sistemi operativi dei nostri smartphone. I lavoratori, a loro volta, cambiano mansione e azienda molto più frequentemente e quando pensano al proprio futuro professionale devono abituarsi a ragionare secondo nuove coordinate – non si parla più di occupazione ma di employability – continuando a investire sullo sviluppo di nuove competenze.

La portata dei cambiamenti in atto è sorprendente. Secondo uno studio realizzato da Citi con la Oxford Marting School, nel 2025 il 60% di chi per la prima volta entrerà nel mercato del lavoro svolgerà attività che oggi non esistono. In uno scenario come questo, anche la formazione deve necessariamente evolvere. I vecchi modelli non sono più adatti a rispondere alle esigenze delle aziende, dei loro manager e collaboratori. A questo si aggiunge la necessità di lavorare continuamente in ottica di reskilling e upskilling per garantire che le competenze delle persone e delle aziende siano sempre in linea con le richieste del mercato.

The Adecco Group, come piattaforma leader nel settore delle risorse umane, segue da un osservatorio privilegiato questi trend, osserva i cambiamenti, cerca di immaginare e guidare il futuro. Per questo motivo abbiamo deciso di creare un nuovo brand, Mylia, che si occuperà di formazione, apprendimento e sviluppo. Mylia non è solo un’operazione di branding ma la realizzazione della nostra vision della società e del capitale umano di domani. Il nome stesso del brand esprime la sua mission: Mylia vuole essere una pietra miliare, perché così va inteso ogni momento formativo, lungo il sentiero di costruzione della propria carriera. My, (si legge “mi”), è al tempo stesso un forte ed esplicito richiamo alla personalizzazione. Un aspetto cruciale, questo, del modo in cui intendiamo la formazione.

Mylia

Oggi, se ci interroghiamo sui bisogni di apprendimento e sviluppo degli individui e delle aziende, ci rendiamo conto di come il mondo della formazione non possa prescindere da tre elementi chiave: le competenze tecniche, le soft skill e la conoscenza del digitale. Per questo motivo Mylia lavora su tre differenti verticali che rispecchiano queste necessità: Digital, People e Abilities. Il nostro approccio al miglioramento dell’employability delle persone e la competitività delle aziende prevede un lavoro sinergico su queste tre aree in modo da supportare lo sviluppo di professionisti che siano preparati a 360 gradi ad affrontare le sfide del presente e del futuro.

L’approccio di Mylia è il suo tratto distintivo, il cuore della sua proposizione di valore: Mylia è innanzitutto human centered: il suo primo pilastro è essere centrato sulle esigenze della singola persona, sui suoi specifici bisogni formativi, attraverso una proposta che ne valorizzi le inclinazioni e le capacità, anziché insistere sulla necessità di colmare i gap conoscitivi.

foto roberto pancaldi
Roberto Pancaldi

Il secondo elemento distintivo di Mylia è il data driven learning: grazie alla tecnologia siamo in grado di integrare molte più informazioni (big e small data) – dalle schede di performance del management alla mappatura delle competenze, dai cambiamenti organizzativi alla carta dei valori -, elaborarle attraverso un sistema d’intelligenza artificiale e quindi restituire una fotografia molto più accurata e sofisticata delle esigenze formative di un’azienda e dei singoli membri dell’organizzazione. Analogamente – anche qui il merito è dell’innovazione – possiamo adattare i modelli, le tecnologie e le caratteristiche dell’ambiente formativo a quelle del singolo learner, analizzando i dati e il suo comportamento individuale.

Il terzo pilastro è quello che in Mylia definiamo informal learning & community. I metodi di apprendimento classico appartengono al passato. Dalle lezioni frontali, che marcavano la distanza tra chi è in cattedra e gli educandi, si è passati ad una logica circolare, di coinvolgimento nella costruzione e condivisione dei contenuti. Tutte le ricerche confermano che si apprende molto più efficacemente attraverso il linguaggio informale. Il metodo utilizzato da Mylia si esplica attraverso la proposta di un ipotetico percorso individuale, che si può sviluppare totalmente online, tramite una serie di video-pillole formative, oppure con l’affiancamento di un tutor ed eventuali momenti di formazione in aula, sotto la guida di un manager o di uno specialista.

L’articolo La tecnologia al servizio della formazione continua è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 10:57:14 +0000
news economia
AirBnb elenca le mete che esploderanno nel 2019. C’è anche la Calabria

La maggior parte delle destinazioni sono luoghi dove il turismo sano, più sostenibile e autentico va a vantaggio sia dei residenti che dei viaggiatori.

L’articolo AirBnb elenca le mete che esploderanno nel 2019. C’è anche la Calabria è tratto da Forbes Italia.

Una veduta del bordo di Pentedattila, in Calabria. La regione è al 17° posto tra le mete preferite da Airbnb per il 2019. (Courtesy Airbnb)

Airbnb ha rivelato le 19 destinazioni da visitare nel 2019. Sulla base di una elaborazione di dati interni – prenotazioni effettuate per il 2019 a partire da ottobre 2018 rispetto alle prenotazioni effettuate per il 2018 a partire da ottobre 2017 – la piattaforma specializzata in affitti brevi prevede una crescita di interesse in alcune regioni, città e Paesi.

Come dice Airbnb, “abbiamo scoperto che la maggior parte delle nostre destinazioni di tendenza sono luoghi dove il turismo sano, più sostenibile e autentico va a vantaggio sia dei residenti che dei viaggiatori”.

La città portuale di Xiamen, in Cina. (Flickr)

In cima alla lista di quest’anno c’è Kaikoura, in Nuova Zelanda, che ha registrato un aumento del 295% delle prenotazioni anno su anno. La città costiera dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda è stata pesantemente danneggiata da un terremoto di magnitudo 7,8 nel 2016. Al secondo posto c’è la città portuale di Xiamen, in Cina, dove le prenotazioni sono aumentate del 283%. A chiudere il podio Puebla, Mexico, a solo due ore di macchina da Città del Messico, che offre un’alternativa unica alla tipica vacanza di mare messicana.

Kaikoura, in Nuova Zelanda. (Tim Marshall, Unplash)

Nella lista è presente anche una regione italiana: la Calabria. “Una delle regioni meno visitate del paese, ma ha tutto ciò che i visitatori nazionali e internazionali cercano: montagne, parchi nazionali, villaggi medievali, una lunga costa e un’atmosfera rustica e rilassata. AirBnb si sofferma in particolare sulla città di Cosenza, che “con la sua semplicità e un fascino raramente presente nelle città più famose del paese, la città è a 45 minuti di auto dall’aeroporto di Lamezia Terme e a quattro ore di auto dagli aeroporti di Napoli e Bari”.

Ecco la lista completa delle 19 destinazioni di tendenza per il 2019 secondo Airbnb

1. Kaikoura, New Zealand
2. Xiamen, China
3. Puebla, Mexico
4. Normandia, France
5. Great Smoky Mountains, United States
6. Buenos Aires, Argentina
7. Accra, Ghana
8. Mozambico
9. Outer Hebrides, Scotland
10. Prefettura di Wakayama, Japan
11. Catskill Mountains e Hudson Valley, United States
12. Stato di Santa Catarina, Brazil
13. Batumi, Georgia
14. Winnipeg, Canada
15. Pondicherry, India
16. Uzbekistan
17. Calabria
18. Andalusia
19. Taiwan

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Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 10:53:09 +0000
news economia
Dalle concessioni Reali alla Spac, una storia di crescita lunga 100 anni

Un secolo di storia, una posizione di leadership su un mercato di nicchia e la volontà di produrre al 100% in Italia: è la storia di ICF

L’articolo Dalle concessioni Reali alla Spac, una storia di crescita lunga 100 anni è tratto da Forbes Italia.

Impianti ICF
Impianti ICF (Courtesy ICF)

Un secolo di storia, una posizione di leadership su un mercato di nicchia ben definito e tutta la volontà di conservare una produzione totalmente made in Italy. E’ la storia di tante eccellenze nascoste nella provincia italiana.

Nello specifico è il caso di ICF Group, Industrie Chimiche Forestali, nata nel 1918 a seguito di una concessione che il Regno Sabaudo aveva elargito per il taglio delle piante nelle aree circostanti al Lago Maggiore. E proprio dagli alberi arrivava la resina che rese possibile l’inizio dell’epopea dei primi mastici industriali per il settore della calzatura.

Oggi quella società nata a Maccagno e successivamente trasferita a Marcallo con Casone è arrivata a quotarsi in Borsa tramite una Spac (per effetto della business combination con EPS, Equita PEP SPAC), operando con tre divisioni: adesivi e tessuti tecnici per calzature e pelletterie; adesivi per la laminazione e l’imballaggio flessibile alimentare; adesivi per il mondo dell’automotive utilizzati per assemblare componenti che costituiscono il tettuccio dei veicoli.

Guido Cami a.d. ICF Group
Guido Cami a.d. ICF Group

Proprio in quest’ultima attività ICF Group vanta una posizione di leadership: lavora 11.000 tonnellate all’anno di prodotto finito, utilizzati su circa 25 milioni di veicoli all’anno (su un parco complessivo nel mondo di circa 90 milioni ). Il fatturato a fine 2017 ha raggiunto gli 80 milioni di euro, praticamente raddoppiato solo rispetto a 8 anni prima.

Come si cresce in questo modo restando italiani e anzi ben radicati nel territorio d’origine? Per Guido Cami, l’a.d. di ICF Group, ci sono almeno tre buone ragioni: “Vendiamo il 30% dei nostri prodotti in Italia, che è un mercato buono ma piccolo, il restante 70% in giro per il mondo, dalle Americhe al Far East, ma anche in Europa e Africa. Abbiamo quindi una forte delocalizzazione geografica in termini di mercati di sbocco. Una seconda ragione è l’ingresso in nuovi mercati: dal footwear e dalla pelletteria ricaviamo circa il 43% del giro d’affari, seguito dall’automotive per il 37% e dal flexible packaging, arrivato a costituire il 7% dei ricavi partendo da zero pochi anni fa. Produciamo inoltre anche per altri marchi. Poi c’è una terza componente della crescita: l’estro e la creatività italiane. Perché i grandi operatori hanno naturalmente dei vantaggi ma sono poco flessibili soprattutto a fronte di richieste particolari del cliente. Al contrario noi siamo in grado di andare oltre le produzioni standard in tempi rapidi”.

icf

Resta aperto il quesito se nel caso di ICF l’italianità abbia rappresentato un plus oppure una scelta costata anche delle opportunità. “Siamo un’azienda di 125 persone – risponde Cami – di cui 21 occupate nella ricerca e sviluppo, 36 nello staff e 68 operativi includendo le persone nella consociata messicana, la Fomex. Siamo un’azienda in cui il costo del lavoro non è il driver principale. Quindi non dobbiamo cercare posti più economici dove produrre, perché per noi ciò che costa di più sono le materie prime. In più per noi produrre in Italia è molto più di uno slogan, si tratta di investire ogni anno un milione di euro in impianti, per dimostrare al sistema che aziende come la nostra possono crescere”. E a proposito di crescita, il sentiero di espansione di ICF potrebbe non essersi concluso. “Cominciamo a guardarci attorno per aggregazioni”, dice Cami. “Per vedere dove ci sono altre aziende con un business simile al nostro con cui avrebbe senso aggregarsi. Magari attraverso un aumento di capitale in cui l’azienda esterna viene apportata, entra nel gruppo ma mantiene la propria autonomia”.

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Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 09:30:00 +0000
news economia
La moneta virtuale “made in Sardinia” vuole diventare grande

Sardex punta all'apertura di nuovi mercati nel contesto italiano e a muovere i primi passi significativi su quelli internazionali.

L’articolo La moneta virtuale “made in Sardinia” vuole diventare grande è tratto da Forbes Italia.

(Shutterstock)

di Maria Rita Corda

A Serramanna, un comune sardo di poco più di 9.000 abitanti, nasce nel 2009 Sardex, la moneta complementare che ha attutito gli effetti delle crisi del credito sulle piccole e medie imprese della Sardegna. Un progetto ideato da cinque amici che, dopo aver studiato e lavorato fuori dell’Italia, hanno deciso di creare un circuito complementare al sistema finanziario in grado di aiutare la loro isola, una delle regioni più povere del Belpaese.

Esaminando le best practice di altri Paesi, come la Svizzera, hanno ideato Sardex, una moneta alternativa che rimarca la forte appartenenza alla loro terra e assiste le imprese e i cittadini presenti nel suo territorio. Il programma era esclusivamente B2B, in seguito B2E (destinata quindi ai dipendenti) e recentemente è stato lanciato Bisoo, il progetto volto a includere nel circuito anche i privati. Sardex ha conquistato non solo l’isola dei nuraghi e dai mari cristallini, ma anche altre 11 regioni italiane e, inoltre, tutto il mondo la osserva con grande attenzione. Grazie a Gabriele Littera, amministratore delegato di Sardex S.p.a, cerchiamo di comprendere il funzionamento di questo circuito di credito commerciale e di scoprire i progetti futuri.

Obiettivi e funzionamento di Sardex

Mettere insieme le competenze dei soci fondatori e offrire al tessuto economico sardo dei servizi tecnologici di alto valore che potessero supportare le aziende durante la crisi finanziaria, questo è l’obiettivo iniziale di Sardex.

Le imprese tramite una piattaforma virtuale appositamente creata possono vendere i beni e servizi che producono e ottenere delle linee di credito prive di interessi. Allo stesso tempo, con il credito maturato possono acquistare a loro volta dei beni e servizi. Un credito Sardex equivale a 1 euro. Le imprese possono, quindi, fare acquisti senza intaccare la loro liquidità in euro. La moneta ideata dall’azienda sarda, inoltre, può essere utilizzata senza problemi affianco alla valuta.

Per accedere al circuito è necessario accettare un insieme di regole e offrire dei beni e servizi che possono essere d’interesse per coloro che ne fanno parte e non siano in contrasto con il codice etico di Sardex.

Per quanto riguarda i dati numerici più significativi, l’amministratore delegato Gabriele Littera sottolinea che per la Sardegna “si evidenzia un volume di transato registrato, oggi pari a 280 milioni di controvalore ed al numero di operazioni pari a circa 700.000. Questi numeri evidenziano il dato storico 2010-2018(aprile) e possiamo considerare che nel solo 2010 il volume transato è stato di 300.000 crediti circa e le operazioni 392.”

Un progetto fondato sulla fiducia di tutti coloro che credono in questa idea che è caratterizzata anche da un forte impatto sociale in un contesto privo di denaro. È molto importante che i partecipanti sappiano ben dosare gli aspetti economici da quelli non economici – sottolinea Littera- e siamo molto attenti anche noi come gestori a educare e formare su queste tematiche. Raccontiamo sempre le storie perché dietro ogni impresa ci sono le persone e teniamo assolutamente alto il valore relazionale che si ha all’interno di un circuito.”

Bisoo, Sardex punta al B2C

Dopo un progetto B2B e B2E l’azienda apre le porte anche ai privati. Infatti, Sardex ha lanciato Bisoo, che in sardo significa sogno, un’idea da sempre presente nelle menti dei fondatori della moneta virtuale e ora disponibile per tutti.

“Il funzionamento- ci racconta l’amministratore delegato– prevede che il consumatore che sceglie di effettuare i suoi acquisti in una delle aziende aderenti al circuito Sardex (ed al programma Bisoo) riceva all’atto dell’acquisto un ammontare di crediti Sardex sulla base della percentuale stabilita dal singolo merchant. Una volta ottenuti i crediti sul proprio conto gratuito, il consumatore che si sarà autenticato, potrà rispenderli a sua volta nelle imprese. Contiamo in questo modo di rafforzare la coesione economica e sociale tra il tessuto di PMI ed i consumatori in un meccanismo di premialità molto forte rispetto ai normali programmi fedeltà. Siamo consapevoli che una fascia significativa dei consumatori sardi abbia bisogno di strumenti come quello che proponiamo per misurare il loro impatto in termini di spesa ed il ritorno sulla stessa da parte dei merchant.”

Sardex ha migliorato le condizioni delle piccole e medie imprese. Infatti, il programma relativo al B2E, dedicato ai dipendenti delle aziende iscritte al circuito, ha fatto diminuire il numero di licenziamenti e, in alcuni casi, incentivato l’integrazione di nuove risorse umane. “Questo progetto business to employee- evidenzia Gabriele Littera oggi vede partecipare al circuito oltre 2.300 dipendenti, collaboratori e amministratori delle imprese iscritte.”

Le nuove sfide di Sardex sono numerose. L’azienda made in Sardinia punta sul consolidamento del programma Bisoo ma, anche, sull’apertura di nuovi mercati nel contesto italiano e di muovere i primi passi significativi su quelli internazionali.

Chissà se in futuro gli strumenti come Sardex saranno sempre più comuni per le imprese e per i privati. L’azienda è determinata ad andare avanti con i suoi progetti e il quartier generale situato nel piccolo paese del Sud della Sardegna viene “osservato”, da qualche anno, da tutto il mondo.

L’articolo La moneta virtuale “made in Sardinia” vuole diventare grande è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 08:45:41 +0000
news economia
A Natale regala Cristiano Ronaldo. E altri doni per essere buono davvero

L'incontro con il campione portoghese della Juventus è solo una delle esperienze acquistabili in asta sulla piattaforma di Charitystars.

L’articolo A Natale regala Cristiano Ronaldo. E altri doni per essere buono davvero è tratto da Forbes Italia.

Cristiano Ronaldo esulta dopo un gol con la maglia della Juventus (Getty Images)

Indecisi sui regali di Natale? Paura di sembrare banali? Per mettere fine allo stato di ansia che spesso accompagna i giorni precedenti le festività, ma soprattutto per calarsi appieno nello spirito natalizio, potrebbe essere utile una visita al sito di CharityStars.

Il sito di aste online dedicato alla raccolta fondi da destinare in beneficienza attraverso l’incanto di esperienze esclusive, propone infatti una ricca scelta di proposte per un regalo davvero unico.
In asta ancora per qualche giorno c’è ad esempio un incontro privato con Cristiano Ronaldo (il vincitore riceverà anche due biglietti per una partita che si terrà allo Juventus Stadium di Torino e l’opportunità di assistere a un suo allenamento pre-partita, in genere non accessibile al pubblico). I fondi raccolti, in questo caso, saranno devoluti alla Forever Dream Foundation, che regala esperienze uniche a bambini e famiglie in condizioni svantaggiate. Al momento l’offerta massima per incontrare CR7 ha raggiunto i 10.500 dollari (9.234 euro).

In asta però vi sono numerose altre esperienze od oggetti. Ad esempio: una litografia a tiratura limitata della “Campbell Soup” di Andy Warhol (offerti per ora 1.407 euro), un pranzo con Francesco Totti (3.500 euro), un soggiorno in una villa privata a Bali (879 euro), un posto per assistere agli American Music Awards 2019 (660 euro), una giornata a Milanello (1.600 euro).

E la lista dei regali con cui sentirsi davvero più buoni potrebbe continuare ancora a lungo, anche grazie alle molte personalità dello sport e dello spettacolo che mettono a disposizione delle iniziative di CharityStars il loro tempo o un loro oggetto personale.

L’articolo A Natale regala Cristiano Ronaldo. E altri doni per essere buono davvero è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 07:34:53 +0000
news economia
A Londra debutta l’Uber delle supercar

Alla tariffa fissa di partenza di 5 sterline offre un buon modo per sentirsi un miliardario almeno durante una corsa in taxi.

L’articolo A Londra debutta l’Uber delle supercar è tratto da Forbes Italia.

supercar fuori da Harrods
(profilo Instagram Miwhip)

Si chiama Miwhip e si propone come un nuovo concorrente del più noto servizio di car sharing Uber. Con la sola differenza che ai suoi clienti, oltre al servizio di trasporto, promette anche di far vivere un’esperienza. Mette infatti a disposizione vetture supersportive o iperlussuose. Un giro su una supercar dorata ad esempio? Basta chiedere alla app di Miwhip, sbarcata a Londra alla fine del mese scorso. Alla tariffa di partenza di 5 sterline Miwhip mette a disposizione tra le altre una Lamborghini Aventador, una Ferrari 488, una Rolls Royce Ghost II e una McLaren 720s (ma c’è anche una Smart), tutte in livrea dorata. Un buon modo per sentirsi un miliardario almeno durante una corsa in taxi.
Solo per la creazione di un parco auto coerente con le aspettative dei suoi clienti, la startup, fondata dai figli di un conducente di taxi londinese, nelle prime 48 ore di vita avrebbe speso circa un milione e mezzo di sterline.

L’articolo A Londra debutta l’Uber delle supercar è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Tue, 11 Dec 2018 07:31:04 +0000
news economia
L’Italia è spaziale, viaggio in un’eccellenza sconosciuta

Oltre gli orizzonti, anche economici, di un settore che vede nel Belpaese un’eccellenza mondiale.

L’articolo L’Italia è spaziale, viaggio in un’eccellenza sconosciuta è tratto da Forbes Italia.

immagine spazio
(Shutterstock.com)

Articolo tratto dal numero di dicembre 2018 di Forbes Italia.

15 dicembre 1964, mattina. La base Nasa di Wallops Island, sulle coste orientali degli Stati Uniti, è un viavai di ingegneri italiani. Sono guidati da Luigi Broglio, professore mestrino ben noto per aver rivoluzionato 30 anni prima i metodi di calcolo strutturale. Broglio e il suo staff non sono lì in visita. Hanno la responsabilità del vettore Scout che a breve lancerà nel cosmo il San Marco 1, una sfera di 66 centimetri con all’interno uno strumento per rilevare la densità atmosferica.

Da quel momento, prima nazione a farlo in autonomia dopo Unione Sovietica e Stati Uniti, l’Italia entrerà nello spazio. A 54 anni da allora, le attività oltre l’atmosfera muovono 383,5 miliardi di dollari a livello globale. Secondo Morgan Stanley è un valore che triplicherà entro 20 anni. In Italia, le circa 250 imprese del settore danno lavoro a 6300 persone (+3% degli occupati dal 2014) e nel 2017 hanno prodotto un fatturato di 1,9 miliardi di euro.

Si volesse però spiegarla solo attraverso i numeri, l’Italia dello spazio non si capirebbe; almeno non del tutto. Se ne perderebbe, per esempio, il fascino, quello legato al tipo di sogni che a suon di competenza e progettualità, o se si vuole eccellenza, prima o poi si realizzano. Terzo finanziatore dell’Agenzia Spaziale Europea e prima per numero di astronauti (quattro) dell’attuale European Astronaut Corps, l’Italia è uno dei pochissimi paesi al mondo a disporre di una filiera di prodotto completa nel settore.

Ogni euro investito nelle attività spaziali ne produce 11 di ritorno economico sul territorio.

“L’obbiettivo è onorare e rilanciare la nostra gloriosa eredità”, commenta Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, “lo testimoniano esempi come la Iss, in gran parte realizzata negli stabilimenti torinesi di Thales Alenia Space, i prossimi lanciatori Vega C, oppure il veicolo di rientro orbitale senza equipaggio Space Rider, un progetto europeo di cui abbiamo la leadership. Siamo convinti che nello spazio sia possibile fare manufacturing, oltre che sperimentazione”.

È un’indicazione cruciale, considerato che uno studio effettuato dall’Asi con il dipartimento di Economia dell’Università di Roma Tre ha rilevato che ogni euro investito nelle attività spaziali ne produce 11 di ritorno economico sul territorio. “Aree come quella medica o farmaceutica”, conferma Battiston, “potrebbero per esempio disporre di una grande capacità di sperimentazione anche avvalendosi dei cosiddetti lab-on-a-chip, micro laboratori automatici portati in orbita a centinaia in un singolo lancio”. Non meno significativi sono i progetti relativi all’esplorazione umana: “collaboriamo con la Nasa per lo sviluppo del Lunar Orbital Platform-Gateway, la stazione in orbita cislunare che potrà riportarci sul nostro satellite e, un domani, su Marte. Puntiamo anche sulla collaborazione con la Cina, che sta investendo molto sul volo abitato e con cui vantiamo ottimi rapporti, al punto che la nostra industria potrebbe essere coinvolta nella realizzazione della loro stazione spaziale”.

Il professor Broglio ne sarebbe orgoglioso: ovunque nel mondo è facile trovare un italiano che si occupi di spazio. Come quella mattina del dicembre ’64.

LEONARDO
28 aprile 2016, l’assemblea degli azionisti approva la nuova denominazione sociale di Finmeccanica: Leonardo Spa. È l’apice dell’operazione di rebranding successiva all’incorporamento per fusione di OTO Melara e Wass, e all’assorbimento nella società principale delle attività di tutte le controllate (AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Selex ES). Oggi, con il 30% delle azioni in mano al Ministero dell’economia e della finanza e con Alessandro Profumo come amministratore delegato (da maggio del 2017), Leonardo è il colosso dell’Italia spaziale.

foto alessandro profumo
Alessandro Profumo, ad di Leonardo

All’avanguardia nello sviluppo e nella produzione di strutture orbitanti, partecipa ai più importanti programmi internazionali: il suo ruolo è stato cruciale in Copernicus, il più ambizioso progetto di osservazione della Terra della Comunità Europea, nel programma di navigazione satellitare Galileo, e in COSMO-SkyMed, l’unica costellazione radar di osservazione della Terra a uso duale. Non sarà meno importante nei programmi di esplorazione del sistema solare BepiColombo, lanciato da pochi giorni verso Mercurio, e nella seconda ExoMars, che nel 2020 porterà una trivella sul Pianeta Rosso. Sono risultati ottenuti grazie alla sua divisione dedicata e soprattutto alle due joint venture costituite nel 2007 con la francese Thales: Thales Alenia Space (67% Thales e 33% Leonardo), operatore di riferimento nella manifattura satellitare e nella space habitability, e Telespazio (67% Leonardo e 33% Thales), leader nei servizi oltre l’atmosfera.

“Le attività e i sistemi extra atmosferici sono in profonda evoluzione”, spiega Luigi Pasquali, coordinatore delle attività spaziali di Leonardo e amministratore delegato di Telespazio, “internet of things, sistemi mobili a guida autonoma, agricoltura di precisione sono esempi di nuove applicazioni supportate dalle tecnologie spaziali. Anche settori apparentemente distanti, come l’assicurativo e il finanziario, sono diventati mercati di sbocco, per esempio nel campo della geo-informazione per la business intelligence. L’Italia, da sempre protagonista del mercato spaziale, ha tutte le competenze per cogliere queste opportunità”.

THALES ALENIA SPACE
Nel suo stabilimento torinese, uno dei 14 sparsi in tutta Europa, è stata costruita più della metà dei volumi pressurizzati della Stazione Spaziale Internazionale, compresa la celebre Cupola panoramica. In quello di Roma sarà costruito Euclid, un satellite per lo studio dell’energia e della materia oscura che raggiungerà il cosmo nel 2022. Sempre nei suoi stabilimenti nasceranno Space Rider, il mini shuttle del futuro, e forse una parte del Lunar Orbital Platform-Gateway. Thales Alenia Space è un’eccellenza a livello mondiale nel settore dei sistemi e delle infrastrutture spaziali: dalla navigazione alle telecomunicazioni, dalla meteorologia al controllo ambientale. Nata dalla joint venture tra Thales e Leonardo, conta 8mila dipendenti sparsi in tutto il mondo e nel 2017 ha registrato ricavi globali per 2,6 miliardi di euro.

foto donato amoroso
Donato Amoroso, ad di Thales Alenia Space (Imagoeconomica)

“Nel corso degli ultimi anni”, sottolinea l’ad Donato Amoroso, “Thales Alenia Space ha rafforzato la sua posizione di primo piano grazie al dinamismo, che ha portato all’apertura di nuovi mercati e all’acquisizione di nuovi clienti, a cominciare dalla Russia per passare al continente americano fino al sud est asiatico, in particolare in Corea e Cina. I programmi che ci vedranno protagonisti nei prossimi anni sono soprattutto legati all’esplorazione, come ExoMars. All’orizzonte, dopo Marte, ci sono la Luna e la realizzazione del programma Space Rider”.

TELESPAZIO
È tra i principali operatori al mondo nel campo delle soluzioni e dei servizi satellitari. Nel 2017 ha generato un fatturato di 564 milioni di euro potendo contare su 2500 dipendenti, metà dei quali in Italia e il resto in Europa e America Latina, dove opera attraverso società controllate.

Telespazio è attiva a livello globale attraverso un’ampia rete di centri spaziali e teleporti. Il più importante è il Centro Spaziale del Fucino, in Abruzzo, realizzato negli anni ’60 per gestire i primi esperimenti di telecomunicazione satellitare fra Europa e Stati Uniti. Oggi al Fucino, che conta su 170 antenne, hanno sede il centro di controllo della costellazione satellitare COSMO-SkyMed e uno di quelli che gestiscono il sistema europeo di navigazione e localizzazione Galileo. In Italia la società opera anche attraverso i centri spaziali del Lario, di Matera e Scanzano, mentre all’estero possiede e gestisce teleporti in Brasile, Argentina e Romania.
Con la controllata e-GEOS, joint venture con Asi, Telespazio è leader internazionale nell’osservazione della Terra, un ambito che registra una crescita annua fra l’8 e il 10%. Un posizionamento che nei prossimi anni l’azienda intende rafforzare con partnership e investimenti mirati anche nel campo del cosiddetto big data analytics.

AVIO
A fine agosto il satellite meteorologico Aeolus, il primo capace di misurare la velocità dei venti dallo spazio, si è staccato dalla sua rampa al Centro Spaziale Europeo, in Guyana Francese, per oltrepassare l’atmosfera. A portarlo in orbita, un lanciatore Vega, al suo dodicesimo successo su 12 lanci. È un record storico ed è striato di tricolore, visto che il Vega esce dagli stabilimenti di Colleferro della Avio. Per il 35% di Leonardo, Space2 e In Orbit, Avio è un’azienda specializzata nel settore dei lanciatori e della propulsione applicata a sistemi di lancio missili e satellitare. È quella che gli americani definiscono una “succes story”: ad aprile 2017 è stata la prima azienda di lanciatori a quotarsi in Borsa; nel primo semestre 2018 ha registrato ricavi per 178,8 milioni di euro, con un incremento del 20,3% anno su anno, attribuibile principalmente alle attività del Vega e allo sviluppo del nuovo motore P120C, comune ai vettori di prossima generazione, Ariane 6 e Vega C.

foto giulio ranzo
Giulio Ranzo, ad di Avio

“La domanda di mercato evolve verso satelliti di dimensioni ridotte – spiega Giulio Ranzo, amministratore delegato della società – Avio sta ampliando l’offerta con due obiettivi: incrementare la competitività e aumentare la flessibilità rispetto ai diversi requisiti dei clienti. In particolare il nuovo Vega C porterà dal 2019 a una riduzione significativa del costo per chilogrammo trasportato, mentre il nuovo sistema Ssms consentirà di caricare su Vega C fino a 30 piccoli satelliti di taglia variabile fra uno e 400 chilogrammi. Dal 2024, una nuova versione di Vega, il Vega E, sarà in grado di effettuare manovre orbitali sempre più flessibili a costi ancora più concorrenziali”.

ARGOTEC
Il 3 maggio 2015 Samantha Cristoforetti ha sorseggiato il primo caffè espresso italiano nel cosmo. Due anni dopo è stato Paolo Nespoli a godersi un “ISSpresso” in orbita. La prima partnership commerciale effettuata in ambito aerospaziale in Europa (con Lavazza) è solo il più “pop” fra i tanti successi ottenuti dalla Argotec, una pmi innovativa operante in ambito aerospaziale e fondata a Torino nel 2008.

“Innovation in Technology Development and Demonstration Award” dell’American Astronautical Society per l’esperimento di scambio termico passivo “Arte”, effettuato sulla Iss, e “Premio dei premi” per l’innovazione conferito dalla Presidenza della Repubblica, Argotec realizzerà l’unico nanosatellite europeo dei 13 selezionati dalla Nasa per prendere parte alla Exploration Mission 1, che nel 2019 testerà il nuovo lanciatore americano Space Launch System.

David Avino, ad di Argotec

Con un fatturato nel 2017 di 3,1 milioni di euro (+155% anno su anno) “Argotec crede che tutto ciò che è progettato per attività spaziali possa avere un immediato ritorno sulla Terra” dice David Avino, managing director dell’azienda. Ne sono esempi addirittura il il bonus food prodotto per gli astronauti e commercializzato nella linea ReadyToLunch “per i terrestri”, o la macchina del caffè, “i cui brevetti potranno consentire di migliorare quelle usate tutti i giorni con un risparmio di circa il 40% di acqua”. “La strategia vincente”, dice Avino, “rimane la velocità nell’adattare il proprio percorso alle esigenze di mercato. Per questo oggi stiamo concentrandoci nello sviluppo di piattaforme satellitari dalle dimensioni ridotte ma in grado di resistere alle condizioni estreme dello spazio profondo, o nel supporto allo spaceflight turistico. L’accesso allo spazio negli ultimi anni si è ampliato in modo significativo e nell’imminente futuro si prevede una crescita ancora più accentuata”.

SITAEL
La ragione sociale risale all’ottobre del 2010, ma l’esperienza nel settore, così come quella del suo promotore e attuale amministratore delegato Nicola Zaccheo, affonda le radici all’inizio degli anni ‘90, nella fusione fra Aurelia Microelettronica e Caen Aerospace (spin off della Costruzioni Apparecchiature Elettroniche Nucleare).
Oggi Sitael è la più grande realtà privata dell’Italia spaziale e rappresenta l’avanguardia cosmica degli affari di Angel, la business holding internazionale fondata dall’industriale Vito Pertosa.

Nicola Zaccheo, ad di Sitael Spa

Ha il suo nuovo quartier generale a Mola di Bari, oltre alle sedi di Roma, Forlì, Salonicco, Adelaide e ai due stabilimenti di Pisa, dove nella camera a vuoto più grande d’Europa realizza uno dei suoi prodotti di punta, il motore elettrico a bassa e alta potenza, che sfrutta l’accelerazione ionica. Specializzata in internet delle cose e nella realizzazione di piccoli satelliti e piattaforme micro satellitari, dopo essersi aggiudicata contratti prestigiosi con Esa, Nasa e Jaxa, l’agenzia giapponese, Sitael è anche alla testa del progetto Platino con l’Agenzia Spaziale Italiana, ed è partner di Virgin Orbit per il lancio dei suoi satelliti. La collaborazione con il gruppo di Richard Branson riguarda anche Virgin Galactic per le future attività allo spazioporto di Grottaglie, adibito ai voli suborbitali.

ALTEC
Con sede a Torino, Altec è una joint venture tra Thales Alenia Space e Agenzia Spaziale Italiana. Nota nel settore come la “piccola Houston italiana”, in 17 anni di attività si è imposta a livello internazionale per la fornitura di servizi ingegneristici e logistici per l’utilizzazione della Iss, e per il supporto alle missioni di esplorazione planetaria. L’azienda ha la responsabilità dei servizi di addestramento degli astronauti italiani, di logistica e di supporto delle operazioni; con proprio personale distaccato alla Nasa e all’Esa, coadiuva le attività di training svolte all’European Astronautic Center di Colonia e le operazioni del laboratorio Columbus, un modulo di ricerca della Iss in orbita dal febbraio 2008. È anche impegnata nella realizzazione degli esperimenti italiani di biomedicina. Mentre nella prima parte della missione ExoMars dell’Esa, partita nel marzo di due anni fa, ha fornito i dati dei payload a bordo del dimostratore di atterraggio sul Pianeta Rosso, per la seconda missione, ExoMars 2020, Altec ospiterà presso il proprio stabilimento un simulatore di terreno marziano su cui verranno effettuate prove reali di manovra, attraverso l’uso di un modello di test del Rover.

Vincenzo Giorgio, vice presidente marketing & sales per le attività istituzionali di Thales Alenia Space Italia e amministratore delegato di ALTEC S.p.A.

Grazie all’impostazione dei due azionisti, l’azienda è diventata il crocevia di significative operazioni strategiche della new space economy. Per esempio, in base al protocollo di intesa rinnovato lo scorso luglio con Virgin Galactic, Sitael e The Spaceship Company, società produttrice di veicoli spaziali britannico-americana fondata da Burt Rutan e Richard Branson, Altec sta valutando la possibilità di realizzare voli spaziali suborbitali con base all’aeroporto di Grottaglie, in Puglia, recentemente designato come Spazioporto Nazionale. Le operazioni dovrebbero includere il turismo spaziale, la sperimentazione in microgravità e la preparazione del personale astronautico e dei piloti.

L’articolo L’Italia è spaziale, viaggio in un’eccellenza sconosciuta è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Mon, 10 Dec 2018 11:19:36 +0000
news economia
Il sogno americano ora vive in Cina, ma il Chinese Dream è molto diverso

Il gigante asiatico ha fatto passi avanti prodigiosi nello sradicamento della povertà, ma con costi sociali e geopolitici fortissimi.

L’articolo Il sogno americano ora vive in Cina, ma il Chinese Dream è molto diverso è tratto da Forbes Italia.

la pearl tower a shanghai
I grattacieli del distretto di Pudong, area tra le più rappresentative dello sviluppo economico ci Shanghai

Un bambino che nasce in povertà in Cina avrebbe migliore prospettive di risalire l’ascensore sociale di un coetaneo statunitense. È una sveglia per l’America o un’esagerazione?  Il domenicale del New York Times ha pubblicato due settimane fa un approfondimento sulla Cina, spiegando come il Partito Comunista – negli ultimi trent’anni sia riuscito a coniugare le caratteristiche del libero mercato con un vigoroso controllo statale dell’economia, dando più speranza ai giovani di quanto riesca oggi la patria del liberismo contemporaneo. L’accusa implicita è tremenda: mentre i millennial americani si sentono sempre più precari circa il loro futuro, quelli cinesi sono convinti che il loro Paese diventerà il più potente della Terra. In Cina, spiega il quotidiano, “ottocento milioni di persone sono uscite dalla povertà: circa due volte e mezza la popolazione degli Stati Uniti”.

Con una serie di grafici e statistiche davvero impressionanti, il Times mostra come la Cina, sebbene resti di gran lunga più povera degli Stati Uniti, abbia acquisito un vantaggio notevole “nel più intangibile ma importante degli indicatori economici: l’ottimismo”. Sarà anche inquietata dai fantasmi della Rivoluzione culturale e da uno Stato repressivo, scrive il quotidiano, ma il gigante asiatico consente ai suoi giovani di guardare al futuro con molta più serenita degli europei e degli americani (stando ai sondaggi) e l’espansione economica che li accompagna non ha eguali della storia moderna. I cinesi maschi nati nel 2013 hanno un’aspettativa di vita di sette anni più alta di quelli nati nel 1990, e le femmine di 10 anni. “Un tempo una grande parte dei poveri del mondo erano in Cina, adesso qui c’è gran parte della classe media mondiale”.

Certo, così come negli Stati Uniti, in Cina c’è un disperante divario tra i ricchi ei poveri, e 500 milioni di persone (il 4o%) vivono con meno di 5,50 dollari al giorno, secondo la Banca Mondiale. E il reddito medio in Cina si aggira attorno ai 12.000 dollari, contro i 53.000 dollari pro capite degli statunitensi. Ma non si può capire il passo tenuto dalla Cina se non si ricorda da dov’è partita: appena dieci anni fa, il reddito medio lì era di appena 3.500 dollari. In dieci anni, dunque, è più che triplicato. Se a questo poi aggiungiamo ciò che si apprende da altre fonti, che cioè il 70% dei cinesi tra i 19 e i 36 anni possiede una casa contro il 41% dei francesi e il 35% degli statunitensi di pari età; che il 91% dei cinesi pianifica di comprare casa entro cinque anni, allora si può capire il senso del titolo dell’inchiesta del Times: Il sogno americano è vivo e vegeto. In Cina.

Un osservatore superficiale potrebbe giungere alla conclusione che i cinesi, pure negli anni di massima crisi postmaoista, non hanno mai rinunciato a cercare ricette di politica economica originali, diffidando dal mainstream occidentale e, soprattutto dai presunti dogmi del Washington Consensus. In effetti Deng, così come tutti i suoi successori, Xi compreso, ha sostenuto, finanziato e fatto studiare almeno tre generazioni di economisti “con caratteristiche cinesi”. Nel 2012, il segretario generale del Partito comunista cinese inaugurava per l’appunto il “sogno cinese”, il Zhōngguó Mèng, un termine popolarizzato dalla stampa del governo per sottolineare il nuovo ethos di crescita collettiva. Le basi? Un miracoloso mix di socialismo, individualismo e patriottismo. Lo slogan era stato ispirato, pare, da un editoriale del celebre giornalista Thomas Friedman, che aveva spiegato come la Cina avesse bisogno del “suo sogno”, combinando ricerca di prosperità a un modello di sviluppo più sostenibile.

Lo stesso osservatore finirebbe col fare inevitabilmente un confronto impietoso: non tanto con il rivale economico numero uno della Cina – gli Stati Uniti – quanto con l’Unione Europea, che nello stesso arco di tempo si è arrovigliata su Fiscal compact, bilanci comunitari, la regola del 3%, e le cose di cui parliamo fino allo sfinimento in questi giorni. Mentre la Cina sta incarnando l’Età dell’oro che l’Occidente ha vissuto fino a mezzo secolo prima, e investe in settori strategici per togliere il primato all’America di Trump, noi pensiamo ai bilanci pubblici in deficit. Dove abbiamo sbagliato?

Innanzitutto, nel racconto cinese, alcuni conti non tornano. L’indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza in Cina è sbagliato. Il numero di Gini usato dal NY Times in una delle sue infografiche, che renderebbe il Paese asiatico di poco più polarizzato degli Stati Uniti, risale agli anni Ottanta, ed è stato messo a confronto erroneamente con l’indice americano odierno. Secondo tutti gli esperti di economia del resto la diseguaglianza in Cina è davvero leggendaria: chi ha scritto la storia sembra non essersene accorto.

Ma più in generale, manca dalla panoramica del racconto una visione di insieme sulle implicazioni sociali e politiche di questo miracolo economico. È di poco tempo fa la notizia che il progetto cinese di valutare ognuno dei suoi 1,3 miliardi di cittadini in base al comportamento in società sta diventando sempre più reale, con Pechino impegnata, entro il 2021, ad adottare un programma di punteggi personalizzati a vita natural durante per ogni cittadino. Da qualunque lato lo si guardi, il sogno americano non prevedeva certo di vivere in un regime capitalista governato da un partito unico autoritario con caratteristiche orwelliane.

Secondo Branko Milanovic. uno dei più noti e autorevoli esperti internazionali sul tema delle disuguaglianze economiche, quello che osserviamo in Cina è un modello di capitalismo estramemente diverso da quello americano, ma anche un modello di comunismo estremamente diverso da quello teorizzato da Marx. Milanovic lo definisce “comunismo hayekiano”, vale a dire una forma di controllo statale dei mezzi di produzione ispirata da – questo il paradosso – Friedrich Von Hayek, economista e celebre critico dell’intervento statale in economia. Hayek era un esegeta dell’individualismo sfrenato, e questo è ciò che vediamo svilupparsi nella Cina odierna. Ma Hayek, spiega Milanovic, non avrebbe previsto che i formidabili risultati individuali dei cinesi sarebbero stati raggiunti sotto la guida di un partito unico, il PCC.

Milanovic scrive che la crescita economica e la celebrazione della ricchezza nazionale – sotto forma anche di opere pubbliche, ferrovie, aeroporti, case popolari, scuole che funzionano, autostrade nuove di zecca – sono nozioni familiari sia all’Unione Sovietica che alle società capitaliste del Secondo Dopoguerra: nelle sue memorie, Confesso di aver vissuto, il poeta marxista Pablo Neruda trasudava entusiasmo per la costruzione di immense dighe da parte dell’URSS, in un modo non dissimile da quello degli imprenditori occidentali. La differenza è che, nell’ideologia capitalista hayekiana, è il successo individuale a muovere la società in avanti; nel comunismo, il successo dovrebbe essere “socializzato”, reso disponibile per l’intera comunità, trasformato in bene comune.

“Così non è stato”, scrive l’economista di origine serba. “Gli sforzi collettivi hanno funzionato per un decennio o due, poi la crescita è tracimata… il cinismo ha regnato supremo”.  La Cina si è così trasformata sulla base di una combinazione ben precisa: il potere del partito unico è rimasto immutato, ma agli individui che abbracciavano l’impresa è stata data libertà quasi totale, ed encomio sociale: “I capitalisti avrebbero provveduto al motore e al carburante; il partito avrebbe tenuto il volante”.  I cinesi si sono arricchiti, e hanno arricchito altri cinesi, in un processo molto simile a quello di due o tre secoli di storia americana. Ma davvero la Cina di oggi è un modello riuscito di capitalismo in salute che si mescola con uno stato sociale generoso?

Anche chi apprezza i progressi compiuti dall’economia cinese riconosce che l’invecchiamento della popolazione potrebbe diventare un problema drammatico quando i ritmi di crescita non saranno più quelli attuali. E a causa della celeberrima politica del figlio unico, ci potrebbero essere 30 milioni di uomini in più in cerca di un partner rispetto alle donne entro il 2020. E come fanno i cinesi a permettersi di comprare casa, se Forbes scrive che i prezzi dell’immobiliare nelle grandi città stanno salendo alle stelle? Beh, a Shangai ci sono testimonianze di coppie che simulano divorzi per ottenere mutui vantaggiosi. Un’altra storia, non si sa quanto realistica, racconta di studenti che inviano selfie di nudo in cambio di prestiti.

Un paragone da fare con l’Età dell’oro occidentale è il ritorno di due sfere d’influenza contrapposte, per il momento principalmente commerciali, che potrebbero dividere il mondo in due colossali catene di produzione: una con al centro la Cina, l’altra gli Stati Uniti, e ciascuna superpotenza cercherà con barriere legali e politiche di impedire all’altra di operare nel proprio territorio, o quantomeno di rendergli la vita sempre più difficile. Se il campo di battaglia del futuro è la tecnologia – con tutte le sue implicazioni, dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, al computing quantistico, alla green energy, alle macchine che si guidano da sole – c’è anche il settore militare che non resterà indifferente, grazie alle ricadute potenzialmente rivoluzionarie di migliaia di migliaia di dollari investiti nell’innovazione. Secondo Janice Gross Stein, professore di Scienze politiche all’University of Toronto, la Cina ha come obiettivo primario quello di edificare il proprio trono di superpotenza e preservare un sistema politico chiuso; quello degli Stati Uniti è di difendere la posizione di dominio globale di cui gode dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Nessun sogno di “nuova frontiera” di stampo kennediano, o idealistico (i diritti umani), in questo frangente storico: solo difesa dell’esistente, dei mercati, degli interessi finanziari.

Alberto Forchielli, economista ed impreditore che ha lavorato per molti anni in Asia e fa da consulente per aziende italiane e fondi d’investimento in Cina (lo abbiamo intervistato a proposito della guerra dei dazi) ha una visione a dir poco pessimistica sull’ipotesi di ricadere nella sfera d’influenza cinese. “Il problema è che i cinesi sono repressi e nazionalisti”, ha detto senza mezzi termini in tv, parlando dello scandalo provocato da uno spot sessista di Dolce&Gabbana due settimane fa. “E scaricano questa repressione sugli stranieri… questo è il grande problema dell’Occidente con la Cina: il trattamento delle imprese straniere. E aggiungo che questo è solo l’antipasto, vedrete come sarà carino il mondo cinese. Sarà un mondo molto repressivo, antipatico e violento; imporranno questa loro forza economica e la tradurranno in potere politico. Sarà un brutto mondo. Rimpiangeremo la pax americana”.

Il guaio è che con la crisi finanziaria del 2008 si è acutizzata la crisi d’identità delle fragili democrazia liberali, un sistema che durante gli anni del declino sovietico sembrava in grado di superare ogni ostacolo senza fatica, con una forte legittimazione nel corpo elettorale. Ma negli ultimi dieci anni, con una forte precipitazione tra il 2016 e il 2018, la politica occidentale è entrata nell’epoca della sfiducia. Gli aspetti peculiari della governance cinese che potremmo finire con l’importare in Occidente sono dunque altri. Da un sondaggio di SurveyMonkey emerge che il 57% degli americani adulti ritiene che i colossi dei social network come Twitter o Facebook stanno danneggiando la democrazia e la libertà d’espressione. Il 55% vorrebbe che ci fosse una maggiore regolamentazione da parte dei governi. La società occidentale è stata costruita su false promesse raggiungibili da sempre meno persone: questo rappresenta, di per sé una bomba a orologeria. Potrebbe pure essere che il “sogno americano” di ritorno dalla Cina avrà le fattezze di un maggiore autoritarismo  mescolato a meritocrazia.

E non abbiamo nemmeno parlato, come si può notare, dei costi altissimi dell’arrembaggio cinese in termini di rispetto dell’ambiente, dei diritti delle minoranze, del rispetto di chi vive in territori minacciati dalle industrie, dai megaprogetti, dalle autostrade e dai bacini idroelettrici. La Cina sta bruciando in pochi decenni tappe percorse dall’Occidente nell’arco di due secoli. Forse ciò che più avrebbe apprezzato, del sogno americano in Cina, un anticomunista come Hayek, sarebbe stata la notizia della soppressione di un dipartimento di studi marxisti all’Università di Pechino, perchè sosteneva dei lavoratori in sciopero nella Zona economica speciale di Shenzhen. Nell’epoca d’oro dell’American Dream andava sì forte l’inquisizione maccartista, ma anche i sindacati, le prime forme di difesa organizzata dell’ambiente e le organizzazioni per i diritti civili non scherzavano. In questo senso è vero che la Cina incarna un sogno americano, ma concentrato in così poco tempo, accelerato in un modo così schizoide e spietato da risultare un mezzo incubo.

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L’articolo Il sogno americano ora vive in Cina, ma il Chinese Dream è molto diverso è tratto da Forbes Italia.


Data articolo: Mon, 10 Dec 2018 11:19:32 +0000

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