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News welfare e previdenza da rassegna.it (CGIL)

#scioperi #lavoro #vertenze #CGIL

Welfare e previdenza
«Smantellano la sanità»: assemblea a Roma

“Assunzioni, specializzazioni e contratti: questi i nodi che rischiano di mettere in crisi il Servizio sanitario nazionale e che non vengono affrontati, se non in minima parte, dalla manovra”. Così Andrea Filippi, segretario nazionale della Fp Cgil Medici, presenta la mobilitazione di camici bianchi, veterinari e dirigenti sanitari che va avanti già da tempo, e che oggi (mercoledì 14 novembre) vede svolgersi un’assemblea pubblica a Roma. L’appuntamento è alle ore 10 presso il cinema Nuovo Olimpia (via in Lucina 16), cui sono stati invitati ministri, presidenti delle Commissioni di Camera e Senato, esponenti delle Regioni e responsabili sanità di tutti i gruppi politici.

“Denunciamo lo smantellamento del Servizio sanitario nazionale e le diseguaglianze conseguenti, in atto da oltre dieci anni grazie ai precedenti governi, cui l’esecutivo in carica pare non volere porre rimedio”, scrive l’intersindacale medica (Fp Cgil medici, Cisl medici, Uil Fpl, Anaao Assomed, Cimo, Fvm, Fassid, Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials medici) in un comunicato unitario. I sindacati segnalano “il peggioramento delle condizioni di lavoro nelle strutture sanitarie, che mette a rischio la sicurezza delle cure”, nonché l’assenza da dieci anni “del contratto di lavoro, con gravi danni organizzativi, economici e previdenziali”. L’intersindacale, infine, rileva pure “la mancanza delle assunzioni necessarie a far fronte all’esodo in corso” e “l’incertezza del futuro dei giovani lasciati fuori dalla formazione post laurea”.

Già da qualche settimana medici, veterinari e dirigenti sanitari sono in stato di agitazione, che consiste nel blocco degli straordinari, nell’astensione dalle attività non comprese nei compiti di istituto, nella richiesta da parte dei dirigenti di usufruire di tutti i giorni di ferie accumulate, nel pagamento di tutti i turni di guardia eccedenti l’orario contrattuale e nell’organizzazione di assemblee nei luoghi di lavoro. L’assemblea pubblica è anche propedeutica allo sciopero nazionale di venerdì 23 novembre (era stato proclamato per il 9 novembre, poi slittato), che vedrà presìdi e manifestazioni in tutta Italia.

“Nel 2019 alla sanità arriveranno solo 1,14 miliardi e 4 miliardi e mezzo in tre anni”, riprende Andrea Filippi: “Questo non è nulla di più di quanto già previsto dalla precedente legge di bilancio del governo Gentiloni, e niente di comparabile a quanto serve“. Il segretario nazionale della Fp Cgil Medici pone in evidenza la questione delle borse di specializzazione: “Ne sono previste solo 900 per quattro anni, per una spesa di 20 milioni euro l’anno, praticamente sono briciole. È noto, invece, che di borse di specializzazione, rispetto al fabbisogno su tutto il territorio nazionale, ne servirebbero almeno 2.500. Stiamo parlando di una cifra di 100 milioni, che sono indispensabili per evitare la desertificazione dei reparti. Di fatto si continua ad affogare la sanità e chi vi lavora”. Filippi, infine, sottolinea anche che “nulla c’è sul contratto dei medici scaduto da dieci anni e nulla c’è sulle assunzioni necessarie per garantire il ricambio generazionale dopo anni di blocco del turnover”.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 07:55:00 +0200
Welfare e previdenza
Assistenza agli anziani, Comuni sempre più in difficoltà

Cresce il numero di anziani bisognosi di cure ma diminuisce il numero dei caregiver famigliari, soprattutto le donne. Gli anziani del futuro avranno pensioni più basse e questo inciderà sul mercato privato di cura: una situazione che potrà compromettere seriamente il futuro dell’assistenza domiciliare degli anziani non autosufficienti nel nostro Paese, con conseguenze gravissime per milioni di famiglie.

È il cuore della nuova ricerca Spi Cgil e Auser “Problemi e prospettiva della domiciliarità. Il diritto di invecchiare a casa propria” realizzata da Claudio Falasca, pubblicata da Liberetà. Un mix di analisi e proposte con al centro la persona anziana, il suo ambiente di vita e i suoi bisogni.

Nel 2045 si prevede che in Italia le persone con più di 65 anni saranno un terzo della popolazione, il 33,7%. La popolazione totale diminuirà del 3,5% arrivando a 58 milioni e 600mila e per il 78% sarà concentrata nelle città. Di conseguenza aumentano le persone non autosufficienti che nel 2025 saranno pari a 300mila, 1 milione 250mila nel 2045 e 850mila nel 2065.

Aumentano gli anziani ma in pochi riescono ad accedere ai servizi per la domiciliarità. Nel quinquennio 2009-2013 in Italia gli anziani sono aumentati dell’8,6% passando da 11.974.530 a oltre 13 milioni. Nello stesso arco di tempo sono diminuiti del 21,4% gli anziani che hanno beneficiato del Servizio di assistenza domiciliare (Sad) passando da 190.908 (1,6% della popolazione anziana) del 2009 al 149.995 (1,2%) del 2013. A differenza del Sad, nel quinquennio 2009-2013 l’Adi (Assistenza domiciliare integrata) registra un incremento passando dal 3,7% al 4,8% della popolazione anziana. Nel 2013 riuscivano ad accedere al servizio Adi solo il 23,7% del totale degli anziani con limitazioni funzionali.

In Basilicata, nel 2013, le persone over 65 anni con limitazioni funzionali sono il 19,7% della popolazione. Dal 2009 al 2013 il servizio Adi registra un aumento delle ore di cura ma una riduzione della percentuale di Comuni che lo offrono, percentuale che passa dal 6,9% al 3,8%, seguendo l’andamento generale delle regioni del sud. La ricerca fa inoltre emergere come in Basilicata nel periodo 2009 – 2013 la spesa per il servizio di assistenza domiciliare per utente abbia subito un incremento superiore al 100%. Nel 2012 offrono servizio Sad il 79,4 % dei Comuni mentre l’indice di presa in carico è molto basso, pari a 1,3 anziani, a dimostrare la difficoltà delle istituzioni.

Una ricerca del Censis del 2015 sottolinea come oltre 561mila famiglie in Italia abbiano dovuto indebitarsi per far fronte ai costi dell’assistenza a un familiare non autosufficiente. Nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese il Censis stima in 9 miliardi l’anno la retribuzione per le badanti - che in Basilicata risultano essere 1.748, +40% del 2009 - e in 4,6 miliardi le spese medico sanitarie come farmaci, analisi, visite, trattamenti riabilitativi ecc. Una famiglia con una persona non autosufficiente deve affrontare una spesa sanitaria privata pari a più del doppio rispetto alle altre famiglie italiane.

Per l’assistenza (che per la parte pubblica comprende l’assistenza sociale, mentre quella sociosanitaria è inglobata nella sanità) la spesa pubblica contribuisce per il 52,4%, molto meno che per altri settori. Come è noto, le prestazioni di assistenza sociale sono affidate principalmente alle amministrazioni locali, sempre più in difficoltà a causa della riduzione delle risorse disponibili.

In questo quadro le famiglie si trovano ad affrontare le spese in gran parte da sole e facendo ricorso all’impegno personale dei familiari. Ma i problemi non sono solo i costi, mancano supporti per i cittadini che garantiscano la qualità dei servizi e ne facilitino la reperibilità. Solamente il 23,8% di coloro che lo hanno affrontato dichiarano di essere stati in grado di coprirne le spese. Ma per pochi di questi (14,3%) il reddito è stato sufficiente. La maggior parte hanno dovuto intaccare i risparmi o ricorrere all’aiuto di amici e parenti. Gli anziani, inoltre, sono prigionieri in casa propria. Le case dove vivono gli anziani non sempre sono garanzia di qualità e sicurezza. Il 56% delle case di proprietà degli anziani sono prive di ascensore. La casa può diventare una prigione.

La domiciliarità – afferma il segretario generale Spi Cgil Basilicata Nicola Allegretti – dovrebbe essere considerata un diritto della persona e intesa come quell’insieme di misure, azioni, condizioni che consentono all’anziano di vivere pienamente il proprio ambiente di vita fatto della propria abitazione, ma anche dell’ambiente che lo circonda. La persona anziana deve essere messa in condizioni di poter rivendicare una sorta di diritto alla domiciliarità attivando una rete di risorse e servizi come supporto alla garanzia di domiciliarità nei confronti della persona e della famiglia. È questo lo spirito che deve animare una domiciliarità coerente con una politica a favore dell’invecchiamento attivo incardinata nella Carta europea dei diritti e delle responsabilità degli anziani bisognosi di assistenza e di cure a lungo termine”.

“Questo rende essenziale - prosegue Allegretti - il Piano nazionale per la domiciliarità rivendicato unitariamente dai sindacati con una proposta di legge d’iniziativa popolare che risale al 2005, il riconoscimento del lavoro di cura familiare, di cui un primo passo è il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare presente nell’articolo della Legge di stabilità 2018, la costruzione di una rete di servizi di prossimità a livello di territorio/quartiere in grado di garantire all’anziano una continuità di cura adeguata alle sue condizioni, evitando che venga sottoposto a costrizioni o discontinuità traumatiche per il suo equilibrio psico-fisico. In questa direzione come Spi Cgil in ogni occasione abbiamo sempre chiesto alla Regione Basilicata di programmare interventi e misure a livello territoriale”.

La programmazione degli interventi “dovrebbe guardare anche alla condizione abitativa in cui vivono gli anziani - continua Allegretti -. Diversi gli ambiti su cui intervenire: stabilizzare le misure di sostegno alle ristrutturazioni del patrimonio immobiliare privato condizionandolo al rispetto di standard di qualità commisurati ai problemi di una crescente popolazione anziana; aggiornare la normativa su standard e barriere adeguandoli alla nuova domanda sociale; aggiornare il quadro tecnico normativo (edilizio: agibilità e sicurezza; tecnologico: ascensori, domotica); sostenere le esperienze innovative e le buone pratiche come la badante di condominio, la coabitazione solidale; impegnare i detentori di quote di patrimonio pubblico in programmi di riqualificazione”.

“Ancora – conclude Allegretti -: guardare all’invecchiamento attivo come valore urbano generale e a una combinazione di risorse per garantire chi ha bisogno di cure a lungo termine tra Fondo per la non autosufficienza, indennità di accompagnamento, spese di cura, fondi assicurativi, impegnando risorse delle amministrazioni territoriali per attrezzare il territorio con servizi di prossimità per la domiciliarità”.

Data articolo: Wed, 07 Nov 2018 13:41:00 +0200
Welfare e previdenza
Sanità, i sindacati al governo: rilanciare il servizio pubblico

Sanità: i sindacati chiedono al governo di aprire un confronto per rilanciare il servizio pubblico. “Abbiamo assistito, durante questi mesi, a numerosi annunci da parte del governo sulla necessità di mettere in campo risorse finanziarie aggiuntive e interventi strutturali, mirati al rafforzamento e al rilancio del Servizio sanitario nazionale. La manovra finanziaria varata dal governo non va però in questa direzione”, così in una nota i segretari confederali di Cgil, Cisl, Uil, Rossana Dettori, Ignazio Ganga, Silvana Roseto.

Mancanze che i sindacati registrano “a partire dal finanziamento del Ssn, che viene confermato, per l’anno 2019, allo stesso livello programmato dal precedente governo. Solo per il 2020 e il 2021 è previsto un incremento, ancora insufficiente, inferiore persino all'andamento del Pil nominale, subordinato, comunque, alla firma del nuovo Patto per la Salute con le Regioni. Anche lo stanziamento di 50 milioni di euro, per la riduzione delle liste di attesa, rischia di essere insufficiente, a fronte di mancanza di risorse aggiuntive per nuove assunzioni di personale e per rinnovo del Ccnl”.

Inoltre, aggiungono i sindacalisti, “non c’è alcun riferimento al superamento del super ticket, una tassa iniqua che aggrava pesantemente i bilanci delle famiglie e in particolare di quelle meno abbienti. Il Servizio sanitario nazionale è interessato, ormai da diversi anni, da criticità che, se non affrontate, mettono a rischio la sua sostenibilità. A partire dalle disuguaglianze di salute sul territorio nazionale e dalla garanzia dei nuovi Livelli essenziali di assistenza, in vigore ormai da quasi due anni, ma ancora oggi non garantiti”.

Le misure, in materia sanitaria, predisposte dal governo, conclude la nota, “non affrontano le fragilità del sistema sanitario. Cgil,Cisl e Uil rispetto a tale situazione esprimono una forte preoccupazione. Pertanto chiedono al governo di aprire un confronto con le organizzazioni sindacali per definire i percorsi e gli interventi necessari per rafforzare e rilanciare il servizio sanitario pubblico che deve essere dotato di risorse adeguate per garantire il diritto di tutela della salute a tutti i cittadini con prestazioni uniformi su tutto il territorio nazionale”.

Data articolo: Tue, 06 Nov 2018 15:23:00 +0200
Welfare e previdenza
Terni: Fp Cgil, giù le mani dai servizi educativi

Dura presa di posizione della Fp Cgil che diffida il Comune di Terni dall’attuare un ulteriore taglio ai servizi, con particolare attenzione a quelli educativi. Idea, quest’ultima, che la categoria della Cgil che organizza i lavoratori del pubblico impiego definisce senza mezzi termini "totalmente irricevibile".

"Indubbiamente – si legge in un comunicato stampa della Fp Cgil di Terni – la controversa situazione di cui è oggetto la dirigenza del Comune di Terni suscita allarmi legittimi, in quanto potrebbe determinare una difficoltà nell’azione della macchina amministrativa. Ciò non può però in alcun modo giustificare l’eventualità di un taglio ai servizi, specie a quelli educativi, che hanno rappresentato negli anni un fiore all’occhiello delle amministrazioni che si sono succedute negli anni".

L’organizzazione sindacale annuncia dunque la propria "assoluta contrarietà" a un eventuale riduzione di servizi, "con tutte le inevitabili implicazioni che ciò comporterebbe". Come ad esempio una nuova, possibile vertenza. "Ci sembra assolutamente singolare – commenta Giorgio Lucci, segretario Fp Cgil Terni – che gli organismi di controllo, dopo aver intimato di non procedere a nuove assunzioni di dirigenti, possano indicare nel taglio ai servizi educativi una soluzione. Anche perché – prosegue – il depauperamento dei servizi offerti è determinato proprio dal mancato turnover e dalla volontà di non investire su queste realtà".

"C’è bisogno di intraprendere quanto prima un serio ragionamento d’insieme – prosegue la nota sindacale. Per servizi all’infanzia passa una parte rilevante del legame tra cittadinanza e istituzioni, anche perché essi assolvono al soddisfacimento di bisogni primari delle famiglie, come quelli legati ai bambini. Le famiglie e in particolare le donne – afferma ancora il comunicato Fp Cgil – su cui ancora oggi ricade gran parte del lavoro di cura, non possono essere lasciate sole in questo delicato momento della crescita dei figli. Al contrario, chiediamo maggiore presenza e un ulteriore riconoscimento del servizio e siamo pronti a proseguire il confronto su tavoli tematici di settore, auspicando che questa amministrazione operi davvero in controtendenza con quella precedente, valorizzando l’importanza e l’unicità dei servizi educativi. Saremmo felici di poter collaborare con il governo cittadino per una simile inversione di tendenza".

Data articolo: Mon, 05 Nov 2018 09:54:00 +0200
Welfare e previdenza
Sanità Campania: Sindacati, bilancio molto negativo

A otto mesi di distanza dalla firma del protocollo di intesa sui temi della sanità pubblica, il bilancio è "fortemente negativo". A dirlo sono, in una lettera inviata al governatore della Campania De Luca, i segretari generali regionali di Cgil, Cisl e Uil (Spadaro, Buonavita e Sgambati). Gli esponenti sindacali rimarcano che "la stessa intesa sui criteri della legge Madia, da utilizzarsi per la stabilizzazione dei lavoratori precari, sta comportando una giungla diversificata di comportamenti da parte di ogni azienda o ente del servizio sanitario regionale". Sul versante della sanità accreditata i sindacati hanno più volte ribadito "la necessità che i temi economici legati all’erogazione degli arretrati contrattuali si accompagnassero a una vera riforma delle normative sugli accreditamenti che potessero contrastare il proliferare di contratti pirata con un notevole abbassamento della qualità dell’assistenza. Anche su tale vicenda abbiamo ricevuto un sostanziale diniego del confronto democratico".

"Abbiamo inoltre segnalato da mesi che il decreto 5 avrebbe portato migliaia di esuberi e il caos assistenziale nel settore sociosanitario", aggiungono Spadaro, Buonavita e Sgambati: "Abbiamo chiesto un intervento della sua giunta atto a scongiurare i licenziamenti, anche qui siamo ben oltre al’apertura delle procedure di licenziamento, con in più una sostanziale incertezza dei pazienti sul proprio futuro diritto alla continuità terapeutica. Nessun confronto si è più aperto inoltre su tutti i temi legati alla riorganizzazione delle reti (territoriale, di emergenza-urgenza), nessuna programmazione se non quella delle inaugurazioni 'alla giornata'. Per tutte queste ragioni possiamo ragionevolmente affermare che non possiamo più aspettare".

"I continui proclami sull'imminente uscita dal piano di rientro - conclude il sindacato - a nulla servono se non coincidono con un miglioramento reale della qualità dell’assistenza e quindi delle condizioni degli operatori". Cgil, Cisl e Uil della Campania si dicono dunque "fortemente preoccupate delle ricadute future in termini assistenziali e occupazionali, chiedendo a De Luca "di intervenire ad horas sui temi sopra richiamati, con la programmazione immediata dei tavoli tematici richiesti con la sua presenza a garanzia delle decisioni da assumere, al fine di scongiurare azioni di lotta durissime a difesa del diritto al lavoro e del diritto alla salute".

Data articolo: Fri, 26 Oct 2018 18:41:00 +0200
Welfare e previdenza
Sindacati: prorogare prescrizione contributi

“Cgil, Cisl e Uil chiedono con forza di prorogare il temine del 1° gennaio 2019, data entro la quale diventerà operativa la prescrizione dei contributi nel settore pubblico”. È quanto si legge in una nota diffusa dalle tre sigle sindacali. “Lo scorso anno, grazie all'azione sindacale unitaria, per molti lavoratori è stato applicato un meccanismo che ne tutelerà il futuro previdenziale, ma molti temi restano ancora aperti. Oggi – scrivono i sindacati –, a tre mesi dall'entrata in vigore, ancora non si garantisce a tutti i lavoratori interessati di poter visualizzare la propria posizione assicurativa, né tantomeno di poter agire per impedire che i contribuiti spettanti cadano in prescrizione”. “Per questo Cgil, Cisl e Uil, insieme alle categorie del settore pubblico e della scuola, hanno chiesto al ministro del Lavoro e al presidente dell'Inps di differire l'entrata in vigore così da consentire a tutti i lavoratori coinvolti di poter tutelare i propri diritti”, conclude la nota.

Data articolo: Thu, 25 Oct 2018 11:47:00 +0200
Welfare e previdenza
Pensioni: Spi, sotto attacco per pura operazione di cassa

“Ancora una volta la rivalutazione delle pensioni viene messa sotto attacco per una pura operazione di cassa. Il governo mette così le mani nelle tasche dei pensionati e presenta loro il conto della manovra finanziaria”. A dirlo è il segretario generale dello Spi Cgil Ivan Pedretti, intervenendo sulla legge di bilancio presentata in questi giorni: “Il contributo di solidarietà sulle cosiddette pensioni d'oro è solo uno specchietto per le allodole perché è noto a tutti che in questo modo si portano a casa pochissime risorse. L'obiettivo è piuttosto quello di sterilizzare e modificare il sistema di rivalutazione per quelle medio-basse”. Per Pedretti non vi è “nessuna equità in questa operazione, e nemmeno alcun segno di cambiamento, visto che lo hanno già fatto altri in passato. Si fermino ed evitino di produrre un ulteriore danno verso pensionate e pensionati che hanno lavorato per una vita e che hanno versato i contributi”.

Data articolo: Tue, 23 Oct 2018 10:31:00 +0200
Welfare e previdenza
Umbria: accordo su piano per la non autosufficienza e liste d'attesa

Un accordo importante, che arriva al termine di un percorso lungo e complesso, e che risponde all’idea di un welfare come rete di servizi a garanzia dei diritti fondamentali, diritti che non sono monetizzabili. C’è soddisfazione tra i sindacati dei pensionati umbri, Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil per la la firma del protocollo d’intesa sugli interventi del piano regionale integrato per la non autosufficienza (Prina), siglato oggi, 22 ottobre, in Regione con la presidente della giunta, Catiuscia Marini, e l’assessore alla sanità, Luca Barberini, e che avrà validità fino al 2020.

IL TESTO DELL'ACCORDO

“Il protocollo va nella giusta direzione della diversificazione delle risposte ai crescenti bisogni della non autosufficienza e dell’invecchiamento della popolazione – hanno osservato i segretari di Spi, Fnp e Uilp regionali, rispettivamente Maria Rita Paggio, Giorgio Menghini e Francesco Ciurnella –. Soprattutto perché mantiene, come obiettivo ultimo e ancora da raggiungere, la presa in carico di tutti i bisogni”.

I sindacati dei pensionati, sottolineano anche il momento politico particolare nel quale è arrivato l’accordo, con un impegno finanziario importante e non scontato da parte della Regione, a difesa di "un modello di sanità e di welfare che ha sempre contraddistinto in positivo l’Umbria e per il quale Cgil, Cisl e Uil si sono sempre battute".

Ora, l’attenzione sarà focalizzata sul piano straordinario per l’abbattimento delle liste d’attesa, per cui le parti firmatarie del protocollo torneranno ad incontrarsi a breve: “L’obiettivo, già contenuto nell’accordo che abbiamo siglato oggi – spiegano i tre dirigenti sindacali –, è quello di garantire prestazioni nel distretto di residenza per le persone non autosufficienti e per tutti gli anziani oltre una determinata fascia d’età, che sarà oggetto di confronto con la Regione”.

Data articolo: Mon, 22 Oct 2018 17:39:00 +0200
Welfare e previdenza
Emergenza sanitaria: 17 ottobre, convegno Fp Cgil Roma-Lazio

A 26 anni dalla nascita del sistema di emergenza sanitaria 118-112, è necessario un confronto sulle attuali criticità e sulle prospettive future. Su questo tema si confronteranno domani le istituzioni coinvolte, nel convegno organizzato dalla Fp Cgil, presso la Centrale pperativa Ares 118, di via Gianicolense 87, alle 9.

Oltre ai rappresentanti sindacali di sanità e Ares della Fp Cgil di Roma e Lazio e ad Andrea Filippi, segretario della dirigenza medica di Fp nazionale, interverranno l’assessore alla sanità regionale Alessio d’Amato, il direttore generale Ares 118 Maria Paola Corradi e il direttore regionale del NUE 112 Livio de Angelis. Concluderà Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil.

"Il sistema di emergenza - urgenza rappresenta la prima risposta alle persone che hanno bisogno di assistenza sanitaria immediata. Ma è un sistema in sofferenza, a causa delle gravi carenze di personale, frutto del blocco del turn over, e la necessità di rivedere le modalità di raccordo tra sistema di emergenza, pronto soccorso e reti territoriali delle Asl". Così in una nota la Fp Cgil di Roma e Lazio.

"Il numero unico di emergenza 112, è un’evoluzione concettuale rispetto alla attuale modalità di accesso del cittadino al sistema di gestione delle situazioni di emergenza, ma vede l’Italia in enorme ritardo rispetto alle altre nazioni europee. La sua introduzione ha comportato difficoltà organizzative e spesso paure infondate sul suo funzionamento", continua il sindacato.

"Il convegno sarà occasione per analizzare come il Nue 112 ha impattato sul sistema 118 e sulle strade da percorrere per creare un’efficace interfaccia tra 112 e 118, a partire dal rafforzamento dell’azienda Ares 118, gli investimenti in personale e la gestione pubblica dell’intero sistema dell’emergenza sanitaria", aggiunge la sigla di categoria del pubblico impiego.

"Dalla voce dei lavoratori, direttamente impegnati nel sistema dell’emergenza sanitaria, il racconto delle difficoltà di tipo organizzativo e gestionale che incontrano ogni giorno, per richiamare le istituzioni e gli organi competenti a intervenire sulla loro risoluzione. Ne emergerà un contributo importante per l’evoluzione di un fondamentale servizio al cittadino, oltre che per la valorizzazione del lavoro dei tanti professionisti impegnati nell’emergenza sanitaria", conclude il comunicato sindacale.

Data articolo: Wed, 17 Oct 2018 17:14:00 +0200
Welfare e previdenza
Medici: Fp Cgil a ministro, vergognoso non sappia del ccnl scaduto

“Lo diciamo con il rispetto istituzionale che si deve, ma è francamente inaccettabile e vergognoso che il ministro della Salute, Giulia Grillo, non sappia che il contratto nazionale della dirigenza medica e sanitaria non sia stato rinnovato con il passato governo”. Ad affermarlo, sono la segretaria generale Fp Cgil, Serena Sorrentino, e il segretario nazionale Fp Cgil Medici e dirigenti Ssn, Andrea Filippi, in merito alle dichiarazioni della responsabile del dicastero della Salute “che ha sostenuto, ieri come oggi, che il mancato rinnovo ‘è un problema creato dai nostri predecessori: chi ha siglato il contratto avrebbe dovuto esserne consapevole".

A questo punto, aggiungono, “visto che da giorni il ministro sostiene questa che è, a tutti gli effetti, una falsità, peraltro detta da lei, che è un medico, e che dovrebbe sapere per quale ragione i medici sono in mobilitazione, vorremmo chiederle quale contratto sarebbe stato firmato e soprattutto da chi e, nel caso, di mostrarcene una copia. Per quanto ci riguarda, continueremo a rivendicare il rinnovo di un ccnl che, a quanto ci risulta, è scaduto da oltre dieci anni e che, per il rispetto che si deve ai cittadini e ai lavoratori coinvolti, andrebbe rinnovato, per davvero, e subito”, concludono i due dirigenti sindacali.

Data articolo: Wed, 17 Oct 2018 14:47:00 +0200
Welfare e previdenza
Medici in piazza: «Senza di noi, restano solo i miracoli»

“Le politiche del governo non rispettano la sanità pubblica”, “Senza medici restano solo i miracoli”, “Nei prossimi anni mancheranno 45 mila medici e dirigenti sanitari”. Questo si legge in alcuni dei cartelli esposti dalle centinaia di medici del Servizio sanitario nazionale che da stamani (mercoledì 17 ottobre) manifestano a Roma, in piazza Montecitorio (davanti alla Camera dei deputati). La protesta è organizzata da tutte le sigle sindacali dei dirigenti medici del Ssn e dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici.

Le questioni poste dai “camici bianchi” sono molte. “Anzitutto l'assunzione di personale, perché mancheranno a breve 20 mila medici e 50 mila infermieri”, spiega Andrea Filippi, segretario della Fp Cgil medici: “Ci sono poi l'allargamento delle borse di specializzazione, lo stop alle violenze sui medici, il rinnovo del contratto. Siamo stanchi, non possiamo pagare noi per le inefficienze del sistema sanitario che non è finanziato adeguatamente”. E così conclude: “Oggi siamo in piazza, ma a che punto dobbiamo arrivare? Lo scopo di questo governo, come dei precedenti, è quello di distruggere il Servizio sanitario nazionale”.

I sindacati hanno anche già indetto due giornate di sciopero a novembre (venerdì 9 e venerdì 23). Medici e dirigenti sanitari (aderenti a Anaao Assomed, Cimo, Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, Fvm Federazione Veterinari e Medici, Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr), Cisl Medici, Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials Medici, e Uil Fpl Coordinamento nazionale delle Aree Contrattuali Medica, Veterinaria, Sanitaria) sottolineano che il miliardo di euro messo a disposizione dal governo nel Def era già stato stanziato dall'esecutivo guidato da Gentiloni. Rivendicano un “contratto dignitoso” e denunciano il sottofinanziamento del sistema (dal 2009 in poi gli investimenti in sanità si sono ridotti dello 0,3 per cento ogni anno).

Alla base delle rivendicazioni c’è soprattutto il finanziamento del Fondo sanitario nazionale 2019 che preveda le risorse indispensabili per garantire i nuovi Lea ai cittadini e per onorare i contratti di lavoro scaduti da dieci anni. “È spregevole – scrivono – mettere in competizione, su risorse insufficienti, il diritto alla cura dei cittadini e quello a un dignitoso contratto di lavoro per i professionisti che quelle cure devono erogare”. Tra le richieste ci sono poi gli aumenti contrattuali previsti per il restante pubblico impiego, “risolvendo in via definitiva l'annosa questione del riconoscimento dell'indennità di esclusività di rapporto nella loro massa salariale”.

Ma i medici chiedono anche il “superamento, alla firma del contratto, del congelamento al 2016 del trattamento accessorio posto dalla legge Madia, restituendo la retribuzione individuale di anzianità dei dirigenti pensionati”, “patrimonio contrattuale irrinunciabile delle categorie, ai fondi aziendali per assicurare le risorse necessarie per carriere e disagio”. Infine, tra le richieste c’è anche la cancellazione del blocco della spesa per il personale della sanità, fissato al dato 2004 ridotto dell'1,4 per cento, “per facilitare il turnover del personale aprendo una grande stagione di assunzioni nel Ssn in grado di far fronte nei prossimi cinque anni al pensionamento del 40 per cento dei medici, veterinari e dirigenti sanitari attualmente operanti come dipendenti”, completando così “i percorsi di stabilizzazione dei precari della dirigenza, avviati con la legge Madia, ma ancora disattesi in molte Regioni”. Oltre che la previsione nella legge di bilancio “del finanziamento di quota parte del contratto 2019-2021, o perlomeno dell'indennità di vacanza contrattuale, anche per sfuggire al sospetto di un nuovo blocco contrattuale”.

Data articolo: Wed, 17 Oct 2018 12:26:00 +0200
Welfare e previdenza
Povertà, metamorfosi del Reddito di cittadinanza

Il M5S ha l’indubbio merito di aver imposto nell’agenda politica italiana una questione che troppo a lungo era stata trascurata dai governi che si sono succeduti: l’opportunità di introdurre anche in Italia un reddito di garanzia per chi si trova più o meno provvisoriamente in povertà.

Non è la prima volta che il tema viene sollevato. Lo aveva fatto già la prima commissione Povertà, la commissione Gorrieri, nel lontano 1986. Il tema era stato ripreso dalla commissione Carniti nel 1996, portando alla sperimentazione del Reddito minimo di inserimento. Nel governo Letta, il ministro del Lavoro Giovannini aveva costituto una commissione ad hoc, che aveva definito una proposta tuttavia mai fatta propria da quel, breve, governo.

È sempre mancato il consenso necessario, non solo per legittime riserve su costo, efficacia, rischi di una misura di questo genere, ma anche perché essa non era ritenuta pagante sul piano del consenso elettorale. Anche la meritoria costituzione dell’Alleanza contro la povertà, che raccoglie soggetti diversi, ha rischiato di avere una semplice funzione di testimonianza, tanto più che alcuni dei soggetti che la compongono, a partire dai sindacati, hanno altre priorità e interessi da far valere quando si discute di come distribuire le risorse.

Solo quando il M5S ha fatto del Reddito di cittadinanza la propria bandiera, raccogliendo consensi in misura molto maggiore di quanto previsto, l’Alleanza ha cominciato a trovare ascolto e, faticosamente, quasi obtorto collo, si è arrivati alla sperimentazione e poi alla messa a regime del Reddito di inclusione, il Rei. Esso tuttavia è troppo sottofinanziato per essere quella misura universale di sostegno al reddito dei poveri che esiste ormai in tutti Paesi Ue, Grecia compresa, oltre che in altri Paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Per questo non è condivisibile la posizione di chi concentra le proprie critiche al progetto di legge finanziaria del governo proprio sul finanziamento previsto per il Reddito di cittadinanza. L’entità del finanziamento previsto, infatti, si avvicina molto a quanto stimato per coprire tutti i poveri assoluti estendendo e irrobustendo il Rei. Se si deve tagliare sulla redistribuzione, bisogna guardare altrove, dal condono fiscale a quota 100 per andare in pensione, che favorisce i lavoratori in posizione più forte, all’eliminazione dell’Imu sulla prima casa.

Il Reddito di cittadinanza M5S nasce tuttavia con due vizi di origine, cui se ne stanno aggiungendo altri da quando il movimento, giunto al governo in alleanza con la Lega e dovendo fare i conti con le diverse priorità e la cultura di questa, ne va definendo concretamente contorni e condizioni in un modo che ne sta cambiando radicalmente i connotati.

Il primo vizio sta nel nome stesso – Reddito di cittadinanza –. Questo termine è utilizzato nella letteratura e nel dibattito internazionale per indicare un reddito – non necessariamente sufficiente a soddisfare i bisogni di base – dato a tutti in modo incondizionato (anche se con qualche sfumatura diversa, si vedano per esempio le differenze tra il Reddito di partecipazione di Atkinson e il Reddito di partecipazione di Van Parijs e Vanderborght).

Fin dall’inizio, le proposte M5S non prevedevano di erogare un reddito a tutti i cittadini e senza condizioni, contrariamente a quanto denunciavano e in parte tuttora continuano a denunciare gli oppositori del Reddito di cittadinanza pentastellato. Si trattava, infatti, di un reddito destinato a “disoccupati poveri”, i quali, in cambio, avrebbero dovuto fare ricerca attiva di lavoro e non rifiutare più di un certo numero di offerte di lavoro. Anche se la dicitura (Reddito di cittadinanza) e le posizioni di alcuni rappresentanti pentastellati, a partire da Grillo, favorevoli a un basic income vero e proprio, poteva indurre alla confusione.

Nella definizione delle caratteristiche dei destinatari come “disoccupati” e delle contropartite attese era, tuttavia, insito il secondo “vizio” originario, ovvero che sia sempre e solo la mancanza di lavoro a determinare la povertà e che l’accesso a un’occupazione faccia fuoruscire automaticamente dalla povertà. Anche se, nello stimare l’importo base e il costo complessivo della misura, il riferimento non era ai “disoccupati”, ma ai “poveri relativi”, due popolazioni che non coincidono, neppure se, invece della povertà relativa, si considerasse quella assoluta, potendoci essere disoccupati che, vivendo in famiglie con un buon reddito, non sono poveri dal punto di vista dell’accesso al consumo; così come ci sono occupati che sono “poveri relativi”, e anche “assoluti”, perché il loro reddito non è sufficiente a far superare la soglia della povertà alla loro famiglia.

Nel 2017, si trovava in povertà relativa il 37% e in povertà assoluta il 27,5% delle famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione. Ma si trovava in povertà relativa anche il 10,5% (in povertà assoluta il 6,1%) di tutte le famiglie con persona di riferimento occupata, l’11,3% (6,6% in povertà relativa) se lavoratore dipendente, il 19,5% (l’11,8% in povertà assoluta) se operaio o assimilato. Non solo. Quella di disoccupato è una condizione individuale, mentre quella di povero relativo è sempre valutata su base famigliare, una questione mai chiarita nelle originarie proposte pentastellate, non solo in relazione all’individuazione della popolazione di riferimento, ma anche per quanto riguarda il tipo di sostegno da offrire, accanto al reddito.

Se infatti il destinatario è il disoccupato, povero perché privo di lavoro, della famiglia si terrà conto eventualmente solo per calcolare l’ammontare del sostegno, non per valutare anche i bisogni dei singoli componenti la famiglia, gli effetti che la povertà e il vivere in contesti poveri produce su di loro e le loro opportunità (si pensi ai bambini) e neppure per valutare se e quanto una particolare composizione famigliare – presenza di bambini piccoli, di persone non autosufficienti – svincoli la stessa possibilità di presentarsi sul mercato del lavoro.

L’individuazione dei Centri per l’impiego come unici interlocutori dei beneficiari nasce da questa visione restrittiva. È vero che anche in Germania (ma non nella maggioranza degli altri Paesi europei) l’assistenza economica è ora amministrata dai Centri per l’impiego, in collaborazione tuttavia con i servizi sociali comunali, che hanno la responsabilità di seguire i beneficiari che hanno bisogno anche di altre forme di sostegno, specie se sono presenti minori.

Un altro vizio d’origine è quello di considerare il Reddito di cittadinanza come una politica del lavoro, sia pure in forma indiretta: destinata appunto ai disoccupati poveri, ritenuti in quanto tali incapaci di trovarsi da sé un’occupazione per caratteristiche personali, o per mancato incontro tra domanda e offerta, piuttosto che (anche o soprattutto) per mancanza di domanda. Questo aspetto si è andato sempre più accentuando, forse nel tentativo di contrastare le accuse di assistenzialismo che vengono sia dall’alleato leghista, sia dall’opposizione.

Invece di criticare l’idea che fornire assistenza ai poveri sia sbagliato e produca sempre dipendenza, i pentastellati giustificano il Reddito di cittadinanza come anticamera per la messa al lavoro di masse di disoccupati. In totale continuità con gli ultimi governi, sembrano considerare la disoccupazione una conseguenza delle caratteristiche dell’offerta: troppo rigida, troppo garantita, dicevano i governi precedenti, introducendo dosi massicce di flessibilità che spesso si traducevano in precarietà tout court. Pigri, non informati delle possibilità di lavoro esistenti, a rischio di rimanere “seduti sul divano”, suggeriscono i pentastellati a proposito dei disoccupati poveri.

Che ci sia bisogno di Centri per l’impiego più efficienti, di servizi di riqualificazione e accompagnamento al lavoro per fasce di popolazione a bassa qualifica o con qualifiche obsolete, è indubbio. Ma confondere le politiche di sostegno al reddito con le politiche attive del lavoro genera solo confusione, oltre che aspettative a rischio di delusione. Sarebbe invece opportuno introdurre incentivi per chi, ricevendo il Reddito di cittadinanza, riesce anche a procacciarsi un reddito parziale nell’economia formale. È ciò che avviene in molti sistemi di reddito minimo in Europa.

L’ultimo (per ora) passaggio non è un’accentuazione di alcuni vizi di origine, ma una vera e propria metamorfosi. Il riferimento è, da un lato, all’esclusione degli stranieri non comunitari, in spregio ai principi costituzionali e alle norme europee, e dall’altro all’idea che il reddito venga erogato su una carta di debito non utilizzabile per incassare denaro liquido, ma solo per spese per consumi ritenuti, non si sa bene da chi e come, “adeguati a un povero”. Come ha insegnato l’esperienza del Sia (Sostegno per l’inclusione attiva), solo parzialmente corretta con il Rei, questo sistema espone all’umiliazione di vedersi negati alla cassa alcuni prodotti. Rende difficile fare la spesa in negozi privi di bancomat o che non accettano volentieri il bancomat per piccole spese. Lascia tutta la somma in mano a una persona sola, il titolare della carta, anche in una famiglia in cui ci sono più adulti.

Di più: nella versione pentastellata, l’ammontare cui si ha diritto deve essere speso entro il mese, pena la perdita dell’avanzo, senza nessuna possibilità di pianificare le spese – bollette, articoli di abbigliamento, articoli per la casa – nel medio periodo. In breve, da una misura proposta nella logica della cittadinanza si è approdati a una visione ottocentesca che distingue tra poveri meritevoli e immeritevoli e considera anche i primi come soggetti a cittadinanza limitata.

Chiara Saraceno è Honorary fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino

Data articolo: Tue, 16 Oct 2018 17:20:00 +0200
Welfare e previdenza
Croce Rossa, sindacati: salvaguardare i crediti previdenziali del personale in mobilità

“La previsione di rimodulare il contributo pubblico, già previsto dalla vigente normativa per la gestione della procedura di liquidazione coatta dell’ente strumentale Croce Rossa Italiana, è stata stralciata dalla stessa presidenza del Consiglio dei ministri dallo schema del decreto fiscale che accompagna la manovra economica per il 2019”. Ad affermarlo in una nota unitaria sono Fp Cgil, Cisl Fp e Uilpa che sottolineano come “tale previsione si rendesse necessaria per la definizione ordinata e corretta della gestione commissariale, in particolare a salvaguardia dei fondi per il Tfr del personale dell’Ente, transitato obbligatoriamente in mobilità al 31 dicembre 2017”.

“Insomma - rimarcano Fp Cgil, Cisl Fp e Uilpa - nessun presunto regalo per il Commissario che gestisce la procedura di liquidazione della Croce Rossa ma soltanto una soluzione tecnica, ad invarianza di spesa per la finanza pubblica, individuata dai competenti uffici del ministero dell’Economia e finanze per garantire la tutela previdenziale dei lavoratori, ora transitati presso altre amministrazioni, nonché l’abbattimento del contenzioso delle cause di lavoro ed il corretto compimento di tutte le operazioni necessarie alla chiusura della gestione commissariale”.

 “Non è accettabile che gli ex lavoratori della Croce Rossa, che già hanno subìto gravi danni dal punto di vista professionale e personale, possano ora non essere tutelati dal punto di vista previdenziale, mettendo in pericolo le risorse da destinare al Tfr”, affermano le tre federazioni, chiedendo “l’immediato ripristino della previsione normativa nell’ambito dello schema del decreto fiscale”. 

Data articolo: Tue, 16 Oct 2018 16:59:00 +0200
Welfare e previdenza
Anziani, in Campania protocollo di intesa Anci-sindacati

Firmato un protocollo d'intesa tra le organizzazioni sindacali dei pensionati della Campania e Anci regionale per confronti ed iniziative congiunte nei confronti dei Comuni associati in merito alla condizione delle persone anziane. Le iniziative di concertazione saranno costruite in appositi confronti e con l'istituzione di un Osservatorio congiunto appositamente concordato. Anche in Campania continua una pratica unitaria, attraverso un lavoro sindacale e di relazioni istituzionali, tesa a migliorare le condizioni degli anziani e della cittadinanza.

Data articolo: Tue, 16 Oct 2018 16:49:00 +0200
Welfare e previdenza
Sindacati Veneto, mancano docenti per primarie e disabili

Cgil, Cisl e Uil del Veneto consegnano oggi (martedì 16 ottobre) al ministro dell'Istruzione Bussetti, ospite della Regione, una lettera aperta sulla carenza di docenti delle primarie laureati in Scienze della formazione primaria e su quella dei docenti specializzati per il sostegno agli alunni disabili. “Da anni, a seguito dell'esiguo numero di posti previsti dall'Università di Padova per la laurea in Scienze della formazione (in media 300 posti, di cui una parte collocati nella collegata sede di Verona), il numero dei docenti qualificati secondo quanto previsto dalla legge che si immettono nel mercato del lavoro è nettamente inferiore a quello dei docenti che, a seguito del raggiungimento dei requisiti pensionistici, si pongono in quiescenza” rilevano i sindacati. Quanto ai disabili, i sindacati ricordano che nell'anno scolastico appena avviato già il 45 per cento dei docenti che occupano le 8.631 cattedre di sostegno sono senza titolo di specializzazione. “Una carenza che è presente in tutti gli ordini e gradi della scuola: dall'infanzia alla secondaria di secondo grado” concludono Cgil, Cisl e Uil. 

Data articolo: Tue, 16 Oct 2018 10:56:00 +0200
Welfare e previdenza
Ospedale Cefalù: Fp Cgil, no a chiusura reparto ostetricia

La Fp Cgil Palermo interviene sulla chiusura del reparto di ostetricia dell’ospedale di Cefalù, annunciata nel documento metodologico per la riorganizzazione del sistema di rete dell’emergenza-urgenza della Regione siciliana. “Esprimiamo grande preoccupazione per le scelte effettuate dalla giunta regionale,  che antepongono motivazioni di natura politico-economica alle esigenze sanitarie del territorio, privando di un punto nascita un bacino di oltre 700.000 utenti nell’area che da Campofelice di Roccella giunge fino a Finale di Pollina e Tusa, inglobando le aree residenziali di Lascari, Gratteri, Isnello, Piano Zucchi e Piano Battaglia, Collesano, Castelbuono, Geraci e San Mauro Castelverde”.

Lo affermano in una nota il segretario generale della Funzione pubblica Cgil di Palermo, Giovanni Cammuca, e il segretario generale della Cgil di Palermo, Enzo Campo, che parlano di valutazione errata rispetto alle capacità che il reparto in questione ha nell’elargire un servizio sicuro, efficace e altamente professionale. “Il punto nascita – aggiungono i due dirigenti sindacali – ha garantito fino ad oggi la presenza 24 ore su 24 delle figure professionali che la normativa vigente richiede per gli interventi assistenziali di primo livello e i livelli di assistenza  per l’eventuale trasferimento urgente a strutture di II livello, in linea con gli standard di sicurezza organizzativi, tecnologici e strumentali, previsti dall’accordo Stato-Regioni”.

Sommando i 120 parti annui dell’ospedale Madonna dell’Alto di Petralia Sottana con i 420 dell’ospedale di Cefalù, si supera la soglia dei 500 parti annui richiesti dalla legge Balduzzi. L’ospedale di Cefalù fa parte della rete ospedaliera siciliana come Dea di I livello, in cui è previsto un punto nascita di riferimento. È dotato di un eccellente reparto di cardiologia con Utic, emodinamica ed elettrofisiologia interventistica, è sede di centro trasfusionale, di servizio di microbiologia e di una diagnostica per Immagini con Tac e risonanza magnetica. “Offre, quindi, un servizio di elevata qualità a tutela delle donne gravide. Viene da chiedersi – aggiungono Fp e Cgil – se il calo del numero dei parti del punto nascita di Cefalù non sia dovuto alla più volte paventata chiusura, che ha determinato, in questi anni, incertezza e disorientamento nell’utenza, disincentivando un rapporto di continuità e dirottando gli utenti verso altre strutture”.  

A preoccupare il sindacato è anche l’esclusione dell’unità operativa di cardiologia di Cefalù dalla rete Ima dell’infarto. “Quella che era stata paventata come una mera dimenticanza – dice Cammuca – sembrerebbe una deliberata volontà politica di declassare a centro Spoke quello che in atto è il centro Hub di cardiologia di Cefalù, dotato di Utic, sala di emodinamica ed emodinamista, che lascerebbe scoperta un’area che va dall’ospedale Ingrassia di Palermo fino all’ospedale Barone Romeo di Patti, aumentando i tempi d’intervento su una patologia così grave con le ovvie deduzioni di un incremento delle mortalità”.

“Non vorremmo – conclude la Cgil – che la chiusura del punto nascita, unito al declassamento dell’Uo di cardiologia, faccia parte di un complessivo disegno di depotenziamento dell’ospedale, nato come presidio d'eccellenza, per procedere a un declassamento da Dea di I livello a ospedale di base e poi, chissà, forse a presidio di solo Pronto Soccorso”.

Data articolo: Mon, 15 Oct 2018 13:05:00 +0200
Welfare e previdenza
Cgil a Boeri: basta giocare con le cifre, si superi legge Fornero

“Si continua a giocare con le cifre cercando di interdire qualunque ipotesi di modifica della normativa previdenziale. Fornire numeri che possono apparire impressionanti, ma senza precisare i criteri di calcolo e l’arco temporale a cui si fa riferimento, serve solo ad alimentare ulteriore confusione”. Così il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli commenta quanto dichiarato oggi dal presidente dell’Inps, Tito Boeri in audizione alla Commissione Lavoro della Camera.

“Boeri dovrebbe anche dire - aggiunge Ghiselli - che il sistema previdenziale italiano è finanziariamente in equilibrio e che vi sono le condizioni, oltre che l’esigenza, per renderlo sostenibile anche socialmente. È pertanto necessaria e urgente una vera riforma previdenziale che superi l’impianto della legge Fornero”. 

Per il segretario confederale “la ‘quota 100’, sulla quale per poter esprimere un giudizio compiuto è fondamentale conoscere i dettagli, potrebbe rappresentare un’ipotesi interessante da cui partire, ma in ogni caso sarebbe del tutto insufficiente, perché - spiega - lascerebbe inalterata la condizione di fasce importanti del mondo del lavoro, come le donne, il Mezzogiorno, il lavoro povero e discontinuo, che caratterizza soprattutto la condizione lavorativa dei giovani. Inoltre, non darebbe risposte ai lavoratori precoci e non affronterebbe la questione del lavoro più pesante e gravoso”. Su questi argomenti "sarebbe importante che il governo aprisse un confronto con le organizzazioni sindacali, dando riscontro ad una richiesta avanzata lo scorso mese di luglio”.

Data articolo: Thu, 11 Oct 2018 17:17:00 +0200
Welfare e previdenza
Cgil al governo: subito un confronto sulle pensioni

“Sul fronte delle pensioni, c’è bisogno di un riequilibrio, perchè la legge Fornero è insostenibile dal punto di vista sociale per tutte le persone, e in particolare per le nuove generazioni. Va messo in conto che una riforma costa e bisogna renderla compatibile. Però la spesa pensionistica italiana non è fuori controllo ed è allineata alla media Ue. Quindi, vi sono margini per un riequilibrio, anche se il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sostiene che se passa quota 100 - con 62 anni di età e 38 di contributi - il nostro debito sale di 100 miliardi. In ogni caso, prima di ogni decisione, vogliamo un confronto con il governo, come chiediamo da due mesi”. Così Roberto Ghiselli, segretario confederale Cgil, oggi ai microfoni di Italia parla, la rubrica di RadioArticolo1.

“In merito all’ipotesi di quota 100, la nostra idea è che, dopo i 62 anni, chiunque possa andare in pensione, sapendo che più lavori e più prendi, meno lavori e meno prendi, per una scelta individuale che fa il lavoratore, in base alle sue specifiche situazioni e condizioni. Il problema, semmai, sono il limite minimo di contribuzione di 38 anni, che per moltissime persone è una soglia insopportabile, soprattutto per le donne, per buona parte dei lavoratori del Sud, delle piccole imprese e del lavoro discontinuo".

Per non parlare dei giovani, per i quali, se rimane tale regola, ai livelli di contribuzione richiesti non ci arriveranno mai. "Dunque, quello proposto dal governo, è un ritocco alla ‘Fornero’ - che naturalmente non disprezziamo se venisse realizzato, perché dà comunque la possibilità di anticipare il pensionamento, pur pagando un prezzo di decurtazione dell’assegno previdenziale - ma non è sufficiente. Il provvedimento va integrato con altre misure che consentano, ad esempio, il riconoscimento del lavoro di cura delle donne”, ha sostenuto.

Se poi tali interventi portassero al superamento dell’Ape sociale, strumento "di cui non siamo mai stati innamorati", ma che era un primo passo in avanti, secondo il sindacalista, "ci sarebbero tantissimi lavoratori cui verrebbe meno anche quella opportunità. Sui lavori gravosi - la commissione in materia non si è ancora insediata -, ci sono quindici categorie casualmente individuate, del tutto insufficienti e c’è il problema del riconoscimento. Resta poi aperta la questione dei cosiddetti lavoratori precoci, quelle persone che hanno iniziato a lavorare a quindici-sedici anni, maturando tanti contributi prima dei 62 anni di età: è giusto mandarli in pensione dopo 41 anni di contributi”, ha continuato Ghiselli.

“Per non parlare dell’intervento da fare, di natura più strutturale, che riguarda le prospettive previdenziali dei giovani. Noi abbiamo l’idea di una pensione contributiva di garanzia, che dia risposte anche a tutti coloro che hanno carriere fragili, deboli e discontinue. Altrimenti, un domani ci sarà una parte consistente di mercato del lavoro tagliata fuori da un’anzianità dignitosa, in quanto non riusciranno a maturare una pensione che gli garantisca di superare soglie accettabili di sussistenza”, ha affermato l’esponente Cgil.

“Sul taglio delle cosiddette pensioni d’oro, siamo convinti che sarebbe più opportuno introdurre dei meccanismi di solidarietà che agiscano anche sui redditi più alti, dai 100.000 euro in su, per rafforzare le pensioni più basse e le prospettive previdenziali dei giovani. Siamo fortemente consapevoli che si possa attivare un sistema del genere, oltretutto inattaccabile da un punto di vista costituzionale, a differenza dei semplici tagli, che aprono la strada a forti contenziosi legali”, ha proseguito il segretario confederale.

Altro provvedimento, all’attenzione della commissione Lavoro e previdenza della Camera, le pensioni dei sindacalisti: "In atto c'è un attacco alle libertà sindacali del Paese, con l’obiettivo di colpire una grande istituzione democratica come il sindacato confederale, che si finanzia con i soldi dei lavoratori, attraverso deleghe liberamente sottoscritte e revocabili. Si vuol impedire tale libertà di adesione al sindacato con proposte di legge - firmatari Lega e M5S - che mirano a impedire a un lavoratore di poter fare un’esperienza come dirigente sindacale, utilizzando i distacchi e le aspettative previste dalla normativa e dalla legge 300, facendo leva su bugie".

In realtà, i trattamenti previdenziali dei sindacalisti hanno le stesse regole di tutti gli altri lavoratori, c’è una perfetta simmetria giuridica. "Altra cosa al contrario, è parlare di quei pochi casi di sindacalisti che si sono gonfiati lo stipendio in modo fraudolento, appartenenti a enti pubblici o para pubblici, e quindi anche la base di calcolo delle pensione, approfittando soprattutto della distrazione dell’Inps. Il principale danneggiato da questi comportamenti, che poi finiscono sulla stampa e alimentano campagne denigratorie, è un sindacato serio come la Cgil, che non è mai incappato in episodi del genere, ma ne è vittima”, ha denunciato Ghiselli.

Sul tema pensionistico, così come su Def e legge di Bilancio, stiamo preparando una piattaforma unitaria che sarà oggetto di discussione nelle prossime settimane nelle assemblee con i quadri e i delegati, organizzate su tutto il territorio, che poi invieremo alle nostre controparti istituzionali, governo e Parlamento. Facciamo questo, per rinsaldare il rapporto con la nostra gente, lavoratori e pensionati, ma ci serve anche per costruire il terreno utile - qualora ce ne fosse bisogno - per avviare una mobilitazione“, ha concluso il sindacalista. 

 
Data articolo: Thu, 11 Oct 2018 16:18:00 +0200
Welfare e previdenza
Legge 180 presidio di civiltà, ma va rilanciata

Il 10 ottobre è la giornata mondiale della salute mentale che l’Organizzazione mondiale della sanità ha dedicato quest’anno ai giovani e a quelle condizioni di vita che possono produrre disagio mentale: dallo stress vissuto in aree colpite da emergenze umanitarie, fino all'utilizzo improprio delle tecnologie online.

In Italia, quarant’anni fa, la legge 180 cancellò i manicomi, in nome della dignità e dei diritti di ogni persona. Sappiamo che approvare e far vivere la legge 180 non è stato facile. Ci sono voluti anni per abolire il manicomio – “istituzione totale, distruttiva e irriformabile”, secondo Franco Basaglia – e altri vent’anni anni per chiuderli davvero grazie al decreto Bindi del 1999.

Tutto era iniziato con la nomina di Basaglia a direttore di manicomio, prima a Gorizia nel 1961 e poi a Trieste nel 1971. In tante parti d’Italia, negli stessi anni, fiorivano esperienze simili (a Parma, Arezzo, Ferrara, Nocera Inferiore, Perugia, eccetera) e intanto, nel 1968, veniva approvata la legge 431 che interveniva sugli aspetti più degradanti delle norme che regolavano l’esistenza dei manicomi. Ma fu la legge 180 del 1978 a sancire la svolta radicale. Con la liberazione – seppur lenta, faticosa, graduale – di migliaia di uomini e di donne internati in manicomio sono stati restituiti dignità, diritti e quindi cittadinanza alle persone con disturbi mentali. E da quel momento nessuno è stato più relegato in un manicomio. La stessa recente chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari è stata possibile grazie alla legge 180.

Tante volte abbiamo detto che  non è stata una conquista isolata, ma maturata al culmine di un periodo di lotte sociali e sindacali. Non è un caso che nello stesso anno, il 1978 (l’anno terribile dell’assassinio di Aldo Moro da parte del terrorismo brigatista), vennero approvate tre grandi riforme del welfare italiano: la legge 180 appunto, la legge 194 e, infine, e la legge 833 di riforma sanitaria.

In questi anni, la legge 180 è stata ostacolata e solo parzialmente attuata. Basti pensare alle tante strutture residenziali diventati cronicari, luoghi di custodia invece che di cura e riabilitazione. Oppure, come denuncia la campagna “E tu slegalo subito”, si pensi alla pratica diffusa della contenzione meccanica (e a quella nuova dei farmaci). E, ancora, alla carenza di risorse e di personale che ha indebolito i servizi nel territorio. Il risultato è che molte persone sofferenti e i loro familiari si sentono abbandonati e persevera lo stigma della pericolosità sociale per il "matto". Tutto ciò rappresenta una forma di tradimento della legge 180. In questa situazione si ripropongono in Parlamento da forze di maggioranza, e perfino da esponenti del Governo, pericolose ipotesi di ritorno al passato manicomiale che vanno respinte senza se e senza ma.

L’Organizzazione mondiale della sanità considera l’Italia una paese leader per la salute mentale, non solo perché dispone della legislazione più avanzata, ma per i risultati ottenuti laddove, a livello locale, una diffusa rete di servizi sociali e sanitari integrati e guidati dai Dipartimenti di salute mentale aiuta le persone a curarsi e a guarire restando nel proprio ambiente di vita. In queste realtà si spende meno per residenze e luoghi separati dalla comunità e sono state investite risorse per attivare servizi diffusi nel territorio aperti h 24. Accessi tempestivi alle cure, compresi buoni farmaci, e strumenti per agire su fattori determinanti per lo statuto di salute: con sostegni per l’abitazione, l’inserimento al lavoro, l’inclusione sociale e un’attenzione alle condizioni dei giovani esposti a nuovi rischi per la salute mentale.

Ecco perché diciamo che il modo migliore per onorare la legge 180 è evitare celebrazioni retoriche e piuttosto riprendere la lotta per un rilancio e una riqualificazione dei servizi di salute mentale, affermando nel concreto i princìpi e gli obiettivi della Riforma Basaglia, che per noi resta un formidabile motore di trasformazione delle istituzioni e di affermazione dei diritti civili e sociali per tutti. Per questo sosteniamo la mobilitazione lanciata da tante associazioni con l’Appello “Diritti, Libertà, Servizi per la salute mentale”  per la convocazione di una conferenza nazionale per la salute mentale e perciò, anche in vista della manovra finanziaria, abbiamo lanciato unitariamente come Cgil, Cisl, Uil una vertenza per il rilancio del Ssn pubblico e universale.

Stefano Cecconi è responsabile Politiche della salute Cgil nazionale; Rossana Dettori è segretario confederale Cgil nazionale

Data articolo: Wed, 10 Oct 2018 11:14:00 +0200
Welfare e previdenza
Diritti sociali: Cgil Roma-Lazio, al via mobilitazione associazioni

"In alleanza con associazioni, movimenti, volontari impegnati nel sociale, abbiamo dato vita a un percorso di mobilitazione, che si dipanerà attraverso numerose iniziative sul territorio e che avrà due passaggi centrali: un’assemblea pubblica cittadina, in piazza Vittorio Emanuele II, il 13 ottobre, e una manifestazione cittadina il 10 novembre". Così, in una nota, la Cgil di Roma e Lazio.

"Le iniziative e le mobilitazioni – continua il comunicato – hanno lo scopo di svelare le bugie governative intorno alle finte emergenze sociali (immigrati, occupazioni e così via), per puntare la nostra attenzione sugli impegni che il governo dovrebbe assumersi per affrontare le tante disuguaglianze che dalla crisi economica stanno devastando il Paese. L’ondata razzista e xenofoba che sta dilagando tende a mettere gli ultimi contro i penultimi".

"Diversamente, noi riteniamo che si debba partire dai diritti in capo alla persona, quelli garantiti dalla Costituzione: un lavoro stabile e dignitoso, una casa, servizi di welfare realmente universali, la libertà delle donne di scegliere sul proprio corpo, la libertà di orientamento sessuale. Tutto ciò che rende libero l'essere umano. Su queste partite, occorre ricostruire un’alleanza dal basso, per riconquistare e affermare quei diritti che non possono avere né colore né nazionalità", conclude il sindacato.

 

Data articolo: Fri, 05 Oct 2018 14:35:00 +0200

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