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Prima pagina da huffingtonpost.it

#primapagina #huffingtonpost.it

ESTERI

Dentro il Monastero di Mosul trasformato in prigione dall'Isis

"Non c'è altro Dio che Allah". È la bandiera dell'Isis dipinta in caratteri arabi sulle mura distrutte dell'antico monastero di San Giorgio, a Mosul, che dopo la furia di Daesh è diventata un carcere utilizzato dalle forze armate terroristiche. Ora è un cumulo di macerie.

Ci accompagna nella sua chiesa distrutta padre Samer, il giovane superiore generale dei monaci di Sant'Antonio Abate, che spera di ricostruirla con i dollari americani. È il giovedì santo, la comunità cristiana si appresta a celebrare l'inizio del triduo pasquale, la passione del Signore, il suo calvario, la sua resurrezione.

Se nelle nostre chiese la resurrezione la intravedi iniziando la Via Crucis, qui invece sono rimaste 10 famiglie dalle 30mila che c'erano prima del 2014, ed è difficile intravedere un orizzonte di speranza. È con loro che celebro i miei 25 anni di sacerdozio.

Una fede incrollabile, il papà Jamal e i due figli entrambi sposati, Abdul Masih e Musa, sono scappati e rientrati, sono una di queste dieci famiglie che si trovano ora a Mosul. Ci hanno detto che sopravvivono grazie all'aiuto della chiesa locale, non del governo, ci tengono a sottolineare, che non fa niente per le minoranze, né per i cristiani né per gli Yazidi. Non hanno timore a dire che non si fidano dei musulmani.

Li comprendo pensando che molti amici e parenti non li rivedranno più, pensando ai cristiani che sono stati uccisi e a famiglie completamente sradicate che hanno perso tutto. Nelle celle dei monaci del monastero si possono leggere i nomi e i luoghi di provenienza dei soldati che hanno seminato morte e distruzione, alcuni venivano persino dalla Francia. Torna in mente un altro tipo di inchiostro, quello di pilato, posto sulla croce del Nazareno: "Io sono il re dei giudei".

La città di Mosul è in parte distrutta, insicura, non si sa chi comanda qui: i militari, i miliziani sciiti di varie fazioni, i sunniti. I cristiani non vogliono tornare perché anche se la guerra è terminata, l'odio verso i cristiani no.Ti guardano con sospetto, sono gli stessi che hanno tradito i loro vicini di casa cristiani denunciandoli.

"Daesh è ancora presente" ci dice il vescovo di Mosul "anche se ha cambiato volto". Parliamo anche con il vescovo siro-ortodosso di queste parti. Ci conferma quello di cui la comunità internazionale dovrebbe prendere atto: nella sua diocesi erano 7 mila le famiglie, oggi nessuna di queste vive a Mosul, nessuna è voluta tornare nella propria casa.

I cristiani stanno sparendo dalla piana di Ninive. È il calvario, la prova, l'esilio dei cristiani nella terra di Abramo, di Ur, dei Caldei. Questa chiesa martoriata attende il Papa come il pane ogni giorno.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 15:38:00 +0000

CRONACA

Bare con resti umani abbandonate in un capannone per risparmiare sui costi della cremazione

Una cooperativa sociale dell'Alta Valsugana, in Trentino, è finita nel mirino dei carabinieri del Noe e della Procura di Trento dopo il ritrovamento di 27 bare contenenti resti umani provenienti da numerosi cimiteri del Veneto che erano state ammassate in un capannone a Scurelle. Dalla documentazione amministrativa e ambientale sequestrata nel corso delle indagini, gli investigatori ritengono che negli ultimi mesi siano transitate dal capannone di Scurelle più di 300 salme.

Anziché portare come previsto le salme dai cimiteri ai forni crematori, la cooperativa - questa l'ipotesi d'accusa - le avrebbe depositate presso il capannone di Scurelle dove le spoglie dei defunti sarebbero state tolte dalle casse funebri in legno e zinco per essere infilate in sacchi di nylon che venivano successivamente riposti in scatole di cartone che, una volta sigillate, venivano inviate al forno crematorio. Le bare, invece, dopo essere state sezionate e separate dalle parti metalliche, sarebbero state avviate a smaltimento in centri della zona. Tale modalità di gestione - sostengono gli investigatori - avrebbe permesso di ottenere alla cooperativa dell'alta Valsugana un vantaggio economico dovuto dai minori costi di cremazione, stimato in circa 400 euro a salma. Le ipotesi di reato, al vaglio della Procura della Repubblica di Trento, sono di vilipendio di cadavere e gestione illecita di rifiuti.

La notizia è riportata anche da Il Mattino che aggiunge dei particolari sulla scoperta effettuata dalla Polizia Locale:

Il personale della Polizia Locale, dopo aver notato che all'interno del capannone, apparentemente in stato di abbandono, si trovavano delle persone al lavoro, non avendo ricevuto da queste esaustive spiegazioni su quanto stavano effettuando e considerato che dall'interno dello stabile provenivano odori sgradevoli, ha allertato i Carabinieri del Noe di Trento e della Compagnia di Borgo Valsugana per gli accertamenti del caso.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 15:22:00 +0000

CITTADINI

Le scuse dell'Inps non placano le polemiche, il M5S: "Il social media manager ne risponderà". Ma le opposizioni danno la colpa al governo

Le scuse non placano le polemiche. Il Movimento 5 Stelle attacca il social media manager dell'Inps. "Chi ha usato quella pagina come se fosse il proprio profilo ne risponderà nelle sedi opportune per aver arrecato un danno all'immagine dell'Istituto", ha dichiarato Mattia Fantinati, sottosegretario alla Pubblica amministrazione del Movimento 5 Stelle. "Il fatto di rappresentare l'Inps in un contesto come Facebook, non permette in alcun modo di comportarsi come se si trattasse di un gioco tra amici e non consente di lasciar trapelare pareri personali su azioni del governo attuale o di quelli passati", ha aggiunto l'esponente di governo.

Non sono quindi bastate le scuse dell'Istituto di previdenza per mettere fine al dibattito sullo scambio social avvenuto tra alcuni utenti e il social media manager. Nella giornata di ieri, sotto a un post che parlava del reddito di cittadinanza, il gestore delle pagine social dell'Inps ha risposto con commenti non propriamente tecnici. Per questo oggi l'istituto ha chiesto scusa a "quanti possano essersi sentiti toccati od offesi da alcune risposte".

Il Pd, con Giuliano Pisapia, polemizza con il governo. "Con la rivolta social contro l'Inps si dimostra come le fake news abbiano veramente le gambe corte", ha affermato l'ex sindaco di Milano, ora in corsa per un seggio all'Europarlamento tra le fila dei Dem. "I richiedenti il Reddito di Cittadinanza oggi amaramente scoprono come gli importi di cui beneficeranno risulteranno inferiori a quelli erogati con il Reddito di Inclusione istituito nella scorsa Legislatura. L'ennesima figura per un Esecutivo che illude gli italiani".

Sulla stessa linea Giovanni Toti. Il governatore della Liguria, esponente di Forza Italia, ritiene che il caso Inps "è lo specchio di una società in difficoltà, che non ha bisogno di promesse irrealizzabili, ma di fatti concreti". "Alcune domande degli utenti Inps sul reddito di cittadinanza sono talvolta strampalate, ma le risposte lo sono altrettanto per un ente pubblico, mandato allo sbaraglio a gestire un provvedimento evidentemente preparato in termini di propaganda", ha scritto Toti sulla sua pagina Facebook.

Fratelli d'Italia annuncia invece un'interrogazione parlamentare. "Dopo aver illuso milioni di italiani e aver fatto leva sulla loro disperazione, sembrerebbe che qualcuno che si definisce pagina istituzionale dell'Inps, e quindi fa parte della nuova gestione a trazione grillina, si sia anche permesso di prenderli in giro con sberleffi o insulti. Che si chiuda il sevizio in attesa che venga fatta chiarezza", ha dichiarato il capogruppo Francesco Lollobrigida.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 15:18:00 +0000

CULTURE

Drogo del Trono di Spade si rasa la barba per la prima volta dal 2012

Jason Momoa ci ha dato un taglio. Alla barba. L'attore, noto per aver interpretato il barbaro signore della guerra Dothraki, Khal Drogo, in Game of Thrones, ha deciso di cambiare radicalmente look per lanciare un messaggio simbolico e di impegno civile.

Interprete del film Aquaman, in cui ha prestato il volto aduno dei supereroi DC Comics, Momoa è impegnato nella causa per la salvaguardia del pianeta e contro il cambiamento climatico. In un nuovo video pubblicato sul suo account Instagram e sul suo canale YouTube, Jason rasa la sua lunga barba per la prima volta dal 2012, mentre pronuncia un discorso mirato a stimolare la consapevolezza ambientalista dei suoi follower, promuovendo l'uso di lattine di alluminio riciclabili come contenitori per l'acqua al posto delle bottiglie di plastica.

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Insomma, l'attore ha trovato il modo giusto per attirare l'attenzione del web e nella didascalia al post Instagram ha scritto: "Sto tagliando questa bestia, è ora di cambiare, un cambiamento per migliorare... Per i miei figli, i tuoi figli, il mondo. Cambia per la salute del nostro pianeta, puliamo i nostri oceani, la nostra terra, unisciti a me in questo viaggio, passiamo ad un alluminio infinitamente riciclabile".

Il video dovrebbe essere stato girato in Giordania, dove Momoa sta attualmente lavorando sul set del remake di Dune diretto da Denis Villeneuve. Nel cast anche Zendaya e Timothee Chalamet.

Goodbye DROGO, AQUAMAN, DECLAN, BABA New YouTube episode please subscribe and share this video. LINK in BIO . I'm SHAVING this beast off, It's time to make a change. A change for the better...for my kids, your kids, the world. Let's make a positive change for the health of our planet. 🌎 Let's clean up our oceans 🌊 our land ⛰. Join me on this journey. Let's make the switch to infinitely recyclable aluminum. ♻️♻️♻️ Water in cans, not plastic. #ChangeisComing #mananalu #aluminum #aluminumcans #water #cannedwater #choosecans #recycle #plasticpollution #HydrateLike @ballcorporation shot on the amazing GEMINI by @reddigitalcinema and @leitzcine @leicacamerausa Aloha j. I'm sorry @i.am.aurelius does not know how to spell. It's Infinitely RECYCLABLE. Not recycleable. He's young. And I'm working. Sorry

Un post condiviso da Jason Momoa (@prideofgypsies) in data:

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 15:19:00 +0000

POLITICA

Gli audio rubati a Virginia Raggi: "I romani si affacciano e vedono la merda. Non posso aumentare la Tari"

"Devi modificare il bilancio come chiede il socio. Tu lo devi cambiare comunque, anche se ti dicono che la Luna è piatta". Lo afferma la sindaca Virginia Raggi nella registrazione di un colloquio avuto il 30 ottobre scorso con l'ex presidente e ad dell'Ama Lorenzo Bagnacani. L'audio è allegato all'esposto presentato alla Procura di Roma da Bagnacani nel quale denuncia presunte pressioni ricevute per modificare il bilancio della municipalizzata dei rifiuti.

Nella registrazione, anticipata dall'Espresso on line, quando Bagnacani chiede chiarimenti sulla vicenda e su come valutare la qualità del credito, la sindaca taglia corto: "Non devi valutare, se il socio ti chiede di fare una modifica la devi fare: tu lo devi cambiare comunque, anche se ti dicono che la Luna è piatta".

In altri audio Raggi afferma: "Io oggi non posso chiedere ai romani di aumentargli la Tari (la tassa comunale sui rifiuti ndr) perché se loro vedono grazie anche a quest'opera dei sindacati, degli operai che non hanno voglia di fare. Se loro si affacciano e vedono la merda in città, in alcune zone purtroppo è così, in altre zone è pulito e tenete bene, in altre zone non c'è modo, non c'è modo".

Raggi prosegue: "Allora quando ai romani gli dico, sì la città è sporca però vi aumento la Tari, ma io scateno... cioè metto la città a ferro e fuoco, altro che i gilet gialli".

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 15:19:00 +0000

POLITICA

Il "burocrazzeggio" del funzionario Inps davanti al caos di cittadinanza

Scagli il primo tweet chi oggi non ha fatto un giro nella pagina Facebook "Inps per la famiglia", dove da ore infuria l'ultima tempesta mediatica, e si fronteggiano, in tutta la loro potenza d'archetipi, un'umanità speranzosa e talora ingenua e la burocrazia 2.0 a mezzo social.

Tra loro, tutto il circo di haters, battutisti, curiosi, denigratori a prescindere, cazzeggiatori programmatici, lercisti, antropologi di Google e osservatori partecipanti a cui tutti a volte apparteniamo.

Ha senz'altro dell'epico, lo sforzo con cui il funzionario Inps che ha risposto a tutti - da Leprotta56 a SovranistaÈBello, da CandyCandyCatanzaro a Sterminatoredidraghi, alla mamma preoccupata per il figlio che "lavora solo in nero"- ha cercato di fronteggiare, sul tema scottante del Reddito di Cittadinanza, l'ondata di incertezze, domande, dubbi, spesso strampalati, talora ridicoli, sempre dolorosamente umani, di cui, per comico che fosse l'effetto, sappiamo tutti quale era la causa: il disorientamento, la disillusione nell'apprendere che quella che era stata strombazzata dalla propaganda come una cosa lineare, uguale per tutti, facilissima da ottenere si è rivelata una faccenda complicata da gestire, molto diversa per tutti (i 780 euro sono per la gran parte un sogno che mai si realizzerà), incerta nelle somme, nei tempi, nei modi.

Confusione e caos di cittadinanza, dei quali l'Inps non ha colpa e men che meno il povero funzionario che rischia la malattia psichiatrica professionale (un post pubblicato dopo gli schiamazzi social della mattinata ora informa che si risponderà solo a questioni tecniche e si porgono le scuse a "quanti possano essersi sentiti toccati od offesi da alcune nostre risposte").

Curioso, che proprio il cavallo di battaglia del governo gialloverde, la comunicazione diretta via web, stia mostrando questa Waterloo del buonsenso e dell'organizzazione. E anche perfetta metafora dei tempi, del pasticcio comunicativo che viviamo tutti, dove si confondono testi, commenti, istituzioni, selfie, privato, intimo e pubblico, burocrazia e cazzeggio (burocrazzeggio?), si chiudono i porti coi tweet e si spalancano dolosamente, dolorosamente, le speranze di milioni di persone, destinate, ahinoi, a far sorridere i social.

I radicalchic la chiamerebbero nemesi. Ma va bene anche un'altra antica parola: cazzata.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 15:11:00 +0000

ESTERI

La defiscalizzazione per Notre Dame riaccende la rabbia dei Gilet gialli

Noi italiani che con i Santi abbiamo una relazione più utilitaristica diremmo: "troppa grazia Sant'Antonio". E se uno cerca la spiegazione sui dizionari e su Wikipedia scopre che si tratta di un'esclamazione diventata locuzione metaforica che significa: ottenere più di quanto si desidera, con risultati spesso non del tutto positivi.

È quello che sta succedendo con la ricostruzione annunciata dal presidente Macron in diretta tv ("La ricostruiremo tutti insieme perché questo è il nostro destino, il nostro grande progetto che unisce un popolo di costruttori" ha detto esattamente così in un discorso di sei minuti a reti unificate) e con un riferimento neanche tanto subliminale alla tanto sperata via d'uscita dalla crisi innescata dai gilet gialli, che intanto fanno sapere che non rinunceranno all'atto n. 23 sabato prossimo 20 aprile.

Perché troppa grazia Notre Dame de Paris? Perché la corsa alle donazioni - un miliardo di euro in tre giorni - da parte proprio di quella élite economica, i colossi della moda, del lusso, della petrolchimica e del made in France, che i Gilet gialli disprezzano con lo stesso fervore dei sanculotti e dei montagnardi rivoluzionari, rischia di mettere in crisi un meccanismo fiscale (la detassazione massiccia del mecenatismo frutto di una legge che risale alla presidenza Chirac 2003), e allo stesso tempo di riattizzare lo scontro con quella Francia profonda che sei mesi fa si è ritrovata con i Gilet gialli sulle rotonde autostradali per chiedere più potere d'acquisto e meno tasse.

Quella stessa Francia non si è accorta che nel frattempo, grazie proprio al "presidente dei ricchi" e alle sue prime concessioni del 10 dicembre scorso (contabilizzate da Bercy, il ministero dell'Economia, in 11 miliardi di euro) il suo potere d'acquisto crescerà nel corso del 2019 di ben 850 euro a famiglia (dati dell'Ofce, centro studi semi-pubblico considerato da sempre vicino alla sinistra), il più forte aumento mai registrato dal 2007, da quando il presidente Sarkozy aveva, all'epoca, defiscalizzato le ore straordinarie proprio per mettere più soldi nelle tasche dei francesi.

Ora perfino una Gilet gialla moderata, l'infermiera Ingrid Lavavasseur, quella che sognava una lista europea, denuncia l'ipocrisia delle grandi ricchezze francesi che in una sola notte trovano "un pognon de dingue", espressione francesissima per dire una valanga di quattrini (fu usata anche da Macron per rispondere proprio ai Gilet gialli nei primi giorni della protesta per dire quanto pesasse il welfare sul bilancio dello Stato) per rifare Notre Dame e neanche un centesimo "affrontare la miseria sociale",per le fasce povere della popolazione.

E un altro moderato (per dire), un altro portavoce dei Gilet, Benjamin Cauchy, ora candidato alle Europee nel partito di destra Debut La France (altro indizio delle radici nazional-sovraniste del movimento come ha scritto l'autore di questo blog), incalza e coglie l'occasione per ribadire le buoni ragioni dei francesi dimenticati a differenza delle "vecchie pietre di una cattedrale".

Ma fin qui siamo alla polemica politica o, peggio, come scrive Le Figaro, a un ritorno della rabbia sulle strade (vedremo sabato prossimo). La nuova legislazione fiscale sulle donazioni, approvata mercoledì 17 aprile dal Consiglio dei ministri, tocca invece l'equilibrio dei conti pubblici che è un affare più serio.

Già la legge del 2003, voluta dall'allora ministro della cultura Jean-Jacques Aillagon (che oggi lavora al gruppo Kering di François Pinault, il re del lusso e tra i primi donatori, 100 milioni di euro, per la Cattedrale), prevedeva detrazioni d'imposta del 66% per le imprese (con un tetto dello 0,5% del fatturato) e del 60% per i privati (con un tetto del 20% sulla base imponibile).

Ora queste agevolazioni sono state portate al 75% con la conseguenza - fa notare un esperto come Gilles Carrez, deputato repubblicano, relatore della legge di bilancio, considerato dalla stampa parlamentare il migliore conoscitore dei conti dello Stato - che alla fine il peso finanziario di queste donazioni, che fanno tanto marketing ("Vedremo il logo di Louis Vuitton sulle vetrate di Notre Dame?" si chiede cattivissimo il settimanale satirico Le Canard Enchaînè), si scaricherà sull'Erario e quindi sui contribuenti.

Su un miliardo di donazioni, spiega Carrez, 750milioni restano a carico dello Stato sotto forma di minori imposte. E sentite questa:

"I signori super miliardari debbono pagare le tasse e non fare le loro offerte allo Stato quando gli aggrada".

Lo ha dichiarato un'economista molto conosciuta qui a Parigi, Julia Cagé, studi ad Harvard, capo di gabinetto dell'ex ministro dell'Educazione nazionale Vallaud-Belkacem (presidente Hollande) e moglie dell'ancor più noto economista Thomas Piketty, l'autore del "Capitale del XXI secolo".

Anche osservatori meno schierati come i magistrati della Corte dei conti hanno fatto notare che le agevolazioni fiscali (che Macron e il suo ministro del bilancio Darmanin avrebbero voluto rivedere in modo radicale: questo blog ne ha parlato più volte) sono, come dire, troppo sbilanciate e costano allo Stato la bellezza di 900milioni di euro l'anno.

Perfino l'Ispettorato generale delle Finanze, in un report dell'autunno scorso, ha chiesto di rivedere il sistema visto che la Francia è l'unico Paese al mondo a offrire ai donatori non una deduzione fiscale (cioè un abbattimento della base imponibile) ma una ben più generosa detrazione fiscale, cioè a dire la cancellazione delle imposte in percentuale.

Già nell'autunno scorso, alla vigilia della prima legge finanziaria firmata Macron, si pensava di rivedere questa "agevolazione fiscale" a favore delle donazioni. Ora si fa marcia indietro sull'onda dell'emozione.

Comprensibile, dice un macroniano di sinistra (contrario alla soppressione dell'Isf, per esempio) come Joël Giraud, relatore della legge finanziaria, ma politicamente sbagliato in un momento in cui il presidente deve dare una risposta alla richiesta di "giustizia fiscale" così com'è emersa da milioni di quaderni dei cittadini durante il Grand Débat.

Il fatto è che la ricostruzione promessa di Notre Dame ha aperto un altro buco nero che nessuna lotteria nazionale e nessuna fiscalità di vantaggio potranno colmare. La Repubblica è senza soldi. Per prendersi cura del suo patrimonio storico-artistico - 200 palazzi e 86 cattedrali che appartengono al demanio pubblico per la legge sulla laicità del 1905 - lo Stato ha appostato nel bilancio 2019 meno di 20 milioni di euro (18,8 milioni per l'esattezza): meno di 100mila euro a immobile.

Scandaloso, s'indigna il direttore della Tribune de l'art, Didier Rykner, che ha fatto sapere di essere "t, arrabbiatissimo per tutto quello che sta succedendo. Per il cantiere di Notre Dame non proprio sicurissimo (su questo sta lavorando la Procura di Parigi); per le mille negligenze dello Stato che trascura i suoi tesori e poi destina 600 milioni di euro per rifare il Grand Palais per le Olimpiadi del 2024; per certe stramberie politico-fiscali per cui una quota del gettito del gioco del Lotto (detto tra parentesi, la società pubblica FdJ, Française de Jeux, dovrebbe essere privatizzata entro l'anno) va a finanziare lo sport mentre le grandi chiese parigine - Rykner ricorda solo la Madaleine con i fili elettrici che penzolano dalle colonne - cadono a pezzi.

E basta una scintilla, un mozzicone di sigaretta e Notre Dame diventa Notre Drame come ha titolato Libération.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 14:56:00 +0000

ESTERI

"No collusion, No obstruction". Il ritorno trionfante di Donald Trump in stile "Trono di Spade"

Non ci sono prove contro Donald Trump. Il Russiagate non porta alla caduta del presidente, anzi, dà al tycoon l'occasione di festeggiare in perfetto stile Trump. "Per gli haters e i democratici radicali di sinistra è Game Over" scrive il presidente citando Game of Thrones, "No Collusion, No Obstruction" rimarca Trump. Di spalle, nella nebbia, su sfondo nero.

Non è la prima volta che The Donald prende in prestito spunti dalla fortunata serie HBO per annunciare le sue manovre politiche. Il 2 novembre si scaglio contro l'Iran e citando una delle battute principali della serie diceva "Sanctions are coming", letteralmente le sanzioni stanno arrivando al pari dell'inverno nel "Trono di spade", per annunciare il ripristino delle sanzioni contro l'Iran.

E come le sanzioni, anche il muro per proteggere il confine con il Messico "sta arrivando". Era il 5 gennaio e il faccione del presidente svettava su tweet e locandine al fianco della scritta che annunciava l'imminenza della barriera che dividesse i due stati.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 14:42:00 +0000

POLITICA

Erika Stefani, ministro degli Affari regionali: "Se accuse vere, Virginia Raggi deve dimettersi subito"

Dopo la richiesta di dimissioni per il sottosegretario leghista Armando Siri da parte del Movimento 5 stelle, arriva la "ritorsione" della Lega contro il sindaco di Roma Virginia Raggi.

Il ministro degli Affari regionali, la leghista Erika Stefani, a proposito dell'esposto di Lorenzo Bagnacani, ex ad e presidente dell'Ama Lorenzo Bagnacani (l'azienda che gestisce i rifiuti a Roma), contro la prima cittadina rivelato dall'Espresso, commenta: "Se il contenuto delle intercettazioni del sindaco Raggi corrispondesse al vero - afferma - sarebbe la confessione di un grave reato e la chiara ammissione di una palese incapacità a governare. Per coerenza con le regole del movimento ci aspettiamo le sue immediate dimissioni".

Dello stesso avviso anche i capigruppo leghisti alla Camera e al Senato, rispettivamente Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo: "Abbiamo appreso con sconcerto le ultime cronache relative all'amministrazione comunale di Roma e alla gestione di Ama - affermano -. Notizie inquietanti che non possono lasciarci indifferenti: se quanto riportato dalle intercettazioni corrispondesse a verità, si tratterebbe di un fatto di gravità inaudita. Per rispetto delle regole interne del movimento cui appartiene, sarebbe opportuno per il sindaco Raggi farsi da parte e presentare subito le dimissioni".

Il caso rivelato dall'Espresso. Spinto a portare in rosso conti di Ama, l'azienda che a Roma si occupa anche dei rifiuti. È quanto denuncia in un esposto l'ex ad e presidente di Ama Lorenzo Bagnacani. Secondo un'anticipazione de L'Espresso on line l'ex manager dell'Ama, congedato dall'amministrazione nel febbraio scorso, ha spedito a Piazzale Clodio un nuovo esposto dove accusa la sindaca in persona perché - scrive l'Espresso - "avrebbe infatti esercitato pressioni indebite su di lui e sull'intero cda dell'azienda, finalizzate a determinare la chiusura del bilancio dell'Ama in passivo, mediante lo storno dei crediti per i servizi cimiteriali". Secondo la denuncia del manager la sindaca lo avrebbe spinto "a togliere dall'attivo dell'azienda (il bilancio era in utile per oltre mezzo milione di euro, un dato di poco inferiore rispetto a quello dell'anno precedente) crediti che invece erano certi, liquidi ed esigibili con l'unico obiettivo - sostiene Bagnacani - di portare i conti di Ama in rosso".

Nell'indagine sui conti di Ama risulta indagato il dg del Campidoglio, Franco Giampaoletti, per il reato di tentata concussione. La vicenda riguarda i 18 milioni di credito per i servizi cimiteriali vantati da Ama, e proprio su questi crediti Bagnacani nel suo esposto sostiene di avere ricevuto pressioni per non inserirli nel bilancio della municipalizzata. Come riporta L'Espresso, ad agosto l'assessore al Bilancio Gianni Lemmetti con una nota "ordina ad Ama di procedere ad eliminare tale posta". Senza, pare, inviare alcuna motivazione analitica sul perché il Comune, che è debitore di Ama, non vuole riconoscergli. Inoltre i denuncianti spiegano ai pm che lo stesso assessore, in una riunione del 30 agosto 2018, "manifestava la volontà di non approvare il bilancio Ama, adducendo come motivazione che vi era la necessità che lo stesso chiudesse in passivo anche di un importo di 100mila euro, perché fosse in passivo".

Le altre persone finite nel registro degli indagati sono l'ex ragioniere del Comune, Luigi Botteghi e il capo ad interim della Governance, monitoraggio e controllo organismi partecipati Giuseppe Labarile. Nel corso dell'attività istruttoria i pm di piazzale Clodio hanno sentito già l'ex ad di Ama, Lorenzo Bagnacani e per due volte l'ex assessore all'Ambiente, Pinuccia Montanari, dimessasi proprio per la vicenda dei conti Ama.

La nota del Campidoglio: "Nessuna pressione sul bilancio Ama". "Non s'è stata nessuna pressione ma la semplice applicazione delle norme, il bilancio proposto da Bagnacani violava le norme e avrebbe garantito premi a ad e dirigenti". Così il Campidoglio sull'esposto dell'ex manager Ama Lorenzo Bagnacani nel quale denuncia pressioni da parte della sindaca sul bilancio della municipalizzata.

"Il Bilancio di Ama proposto dall'ex ad Lorenzo Bagnacani non poteva essere approvato dal socio Roma Capitale e, quindi, dalla Giunta -precisa il Campidoglio- Il ragioniere generale, il direttore generale, il segretario generale, l'assessore al Bilancio e tutti i dipartimenti competenti hanno certificato l'assoluta mancanza di possibilità di riconoscere il credito inserito nel progetto di bilancio caldeggiato dall'ex ad". Inoltre "si sottolinea che più volte nel corso dello scorso anno Roma Capitale ha sollecitato la revisione del progetto di bilancio e delle voci segnalate dagli organi preposti e dal collegio dei revisori dei conti della stessa Ama". Il Campidoglio sottolinea che "l'approvazione di quel bilancio non avrebbe rispettato la legge e avrebbe condotto al pagamento di premi per lo stesso ad, i dirigenti e i dipendenti".

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 14:37:00 +0000

POLITICA

Matteo Salvini a Michela Murgia: "Radical chic". Lei replica: "Io ho sempre lavorato, tu mai"
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La scrittrice Michela Murgia va allo scontro con Matteo Salvini dopo che il ministro dell'Interno la aveva definita radical-chic. "Le propongo un gioco, signor Ministro: si chiama sinossi dei curriculum'" scrive la Murgia in un post su Facebook, giudicandosi attaccata da un tweet di Salvini che la definiva "intellettuale radical chic e snob", e ricordando la sua lunga storia di precariato, prima di diventare una scrittrice di successo.

"Nel 1991, anno in cui mi diplomavo come perito aziendale - scrive - mi pagavo l'ultimo anno di studi lavorando come cameriera stagionale in una pizzeria. Purtroppo feci quasi due mesi di assenza perché la domenica finivo di lavorare troppo tardi e il lunedì mattina non sempre riuscivo ad alzarmi. A causa di quelle assenze alla maturità presi 58/60esimi.

Nel '92 lavoravo in una società di assicurazioni per sostenermi gli studi all'istituto di scienze religiose, mentre lei prendeva 48/60 alla maturità classica in uno dei licei di Milano frequentati dai figli della buona borghesia. Sono contenta che non abbia dovuto lavorare per finire il liceo. Nessuno dovrebbe". La scrittrice prosegue con i raffronti: "Nel '93 iniziavo a insegnare nelle scuole da precaria, lavoro che ho fatto per sei anni. Nel frattempo lei veniva eletto consigliere comunale a Milano e iniziava la carriera di dirigente nella Lega Nord, diventando segretario cittadino e poi segretario provinciale. Non avendo mai svolto altra attività lavorativa è lecito supporre che la pagasse il partito. Chissà se prendeva quanto me che allora guadagnavo 900mila lire al mese. Nel '99 consegnavo cartelle esattoriali a domicilio con un contratto co.co.pro. Ero pagata 4mila lire a cartella e solo se il contribuente moroso accettava di firmarla. Lei invece prendeva la tessera giornalistica facendo pratica alla Padania e a radio Padania, testate di partito che si reggevano sui finanziamenti pubblici, ai quali io non ho nulla in contrario, ma contro i quali lei ha invece costruito la sua retorica". E così Murgia continua raccontando il suo curriculum da precaria anno dopo anno.

"Se adesso le è chiaro con chi è che sta parlando quando virgoletta il mio nome nei suoi tweet - conclude - forse le sarà altrettanto chiaro che è lei, signor Ministro, quello distaccato dalla realtà. Tra noi due è lei quello che non sa di cosa parla quando parla di vita vera, di problemi e lavoro, dato che passa gran tempo a scaldare la sedia negli studi televisivi, travestirsi da esponente delle forze dell'ordine e fare selfie per i social network a dispetto del delicatissimo incarico che ricopre a spese dei contribuenti. Lasci stare il telefonino e si metta finalmente a fare il ministro, invece che l'assaggiatore alle sagre. Io lavoro da quando avevo 14 anni e non mi faccio dare lezioni di realtà da un uomo che è salito su una ruspa in vita sua solo quando ha avuto davanti una telecamera".

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 14:30:00 +0000

CULTURE

Piero Angela: "Mio nipote Edoardo idolo del web? Una tragedia. I social potenziali strumenti di distruzione di massa"

"Mio nipote Edoardo idolo del web? Per me è una tragedia", a parlare così è Piero Angela che, smessi per un momento i panni di divulgatore, veste quelle di nonno e si confessa al settimanale Chi. La famiglia Angela è una vera e propria dinastia: il 90enne Piero è una colonna portante della scienza e della cultura portate in televisione, come lo è ormai suo figlio Alberto, apprezzatissimo dal pubblico (femminile e non solo). Ma non finisce qui: Edoardo Angela - figlio ventenne di Alberto che studia Scienze dei Materiali presso l'Imperial College di Londra - qualche tempo fa era diventato vero e proprio beniamino di internet.

Dopo alcuni scatti diffusi online, infatti, il pubblico dei social aveva espresso apprezzamento per la bellezza di Edoardo. Nonno Piero, però, non l'ha presa benissimo e nell'intervista al settimanale ha dichiarato:

Per me è una tragedia, Edoardo è un bravo ragazzo, con la testa sulle spalle. Dopo quel polverone mediatico ha dovuto togliere tutte le sue immagini, rendendo privato quello che, fino a poco prima, era pubblico. La tecnologia è importante e straordinaria per quello che riguarda lo studio e l'informazione, ma negativa per la privacy. I social rischiano di diventare uno strumento di distruzione di massa.

Il conduttore e divulgatore scientifico ha poi parlato della famiglia e della sua infanzia. Un ricordo è stato riservato al padre Carlo, scomparso quando Piero Angela era ancora giovanissimo e con cui ricorda di avere avuto un rapporto totalmente diverso da quello instaurato a sua volta con "l'erede" Alberto.

Non credo di aver mai giocato con lui. Quando venne a mancare avevo 20 anni, ma nonostante i tanti silenzi mi ha trasmesso molti valori [...] Con Alberto ho fatto tutto l'opposto, abbiamo un rapporto magnifico.

Piero Angela ha poi parlato della moglie Margherita, da sempre al suo fianco con riservatezza e discrezione.

Una donna meravigliosa, ma riservatissima. Non ha mai voluto essere fotografata. Quando andiamo a teatro entriamo separatamente e ci sediamo sempre in posti diversi.Il nostro è stato un colpo di fulmine. Nel lavoro non mi ha mai seguito, ma il suo appoggio non mi è mai mancato.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 14:14:00 +0000

ESTERI

Le conclusioni del rapporto Mueller: non ci sono prove contro Trump

"Non c'è nessuna prova sul fatto che un americano qualsiasi - e nello specifico qualche membro della campagna presidenziale di Trump - fosse colluso con il governo russo". William Barr, segretario di Stato alla giustizia, ha illustrato in conferenza stampa le conclusioni della relazione del super procuratore Robert Mueller sul Russiagate, in anticipo rispetto alla consegna di queste al Congresso. Decisione, quest'ultima, che ha suscitato le ire dell'opposizione, con la speaker democratica che ha chiesto a Mueller di andare a testimoniare davanti ai deputati.

"Lo staff di Trump estraneo all'hackeraggio delle e-mail di Hillary Clinton"

Un riferimento poi all'episodio che ha scatenato l'inchiesta: la diffusione, da parte del sito Wikileaks, di circa 20mila email dello staff della campagna presidenziale di Hillary Clinton, che sfidava il tycoon nel 2016. "Nessuna persona associata con il presidente Trump ha illegalmente partecipato alla diffusione" di materiale hackerato, come le mail sottratte al Consiglio nazionale dei democratici (Dnc) e a John Podestà, capo della campagna elettorale di Hillary Clinton, ha sottolineato Barr.

"Nessuna ostruzione della giustizia", i dettagli della relazione

"Il report conferma che il governo russo non ha compiuto alcuna ingerenza nelle elezioni del 2016 e che non è stata trovata nessuna traccia che qualche americano cospirasse con il Cremlino. Nella sua lunga inchiesta - conosciuta come Russiagate - Mueller ha esaminato dieci episodi in cui Donald Trump avrebbe ostruito il percorso normale della giustizia, ma non ha raccolto prove sufficienti per incriminarlo.

Nonostante le conclusioni siano, quindi, favorevoli a Trump, Barr si mostra in disaccordo con Mueller su quest'ultimo punto dell'inchiesta. Ha spiegato, infatti, di non condividere il fatto che il superprocuratore abbia analizzato questi dieci casi. Lui e il suo vice, Rod Rosenstein - ha argomentato - si sono trovati in disaccordo con alcune delle "teorie giuridiche" di Mueller. "Il rapporto contiene dieci episodi che riguardano il presidente e affronta teorie giuridiche potenziali per collegare queste azioni a elementi di un reato di ostruzione - ha spiegato - sebbene non ci siamo trovati concordi con qualcuna delle teorie giuridiche del procuratore speciale e abbiamo ritenuto che alcuni di questi episodi esaminati non equivalessero a ostruzione della giustizia, tuttavia non ci siamo basati esclusivamente su questo per prendere la nostra decisione".

Non è chiaro quali siano gli episodi di cui parla Barr, ma alcuni sono noti, in particolare il licenziamento di James Comey allo scopo di bloccare l'inchiesta sulle collusioni tra la campagna elettorale e la Russia: in un'intervista alla Nbc Trump ammise che "questa cosa russa" era nella sua mente quando decise di licenziare il direttore dell'Fbi. Su questi casi, però, non è ancora detta l'ultima parola. Nel rapporto, infatti, si legge che il Congresso può ancora determinare se Donald Trump abbia commesso ostruzione di giustizia. Nel testo si precisa che il tycoon non è stato invitato a comparire davanti al giudice per mancanza di evidenze e per evitare ritardi.

I dubbi di Mueller: "Impossibile escludere che non ci fu ostruzione"

Non ha incriminato ufficialmente Trump, ma non ha neanche escluso del tutto che abbia lavorato per compromettere il corretto andamento della giustizia. "Se avessimo la certezza, dopo un'indagine approfondita dei fatti, che il presidente chiaramente non ha commesso ostruzione alla giustizia, lo diremmo", si legge nel documento. Una frase che lascia intendere che non c'è certezza assoluta. Gli inquirenti, però, non potevano fare altrimenti: "Sulla base dei fatti e degli standard legali applicabili, in ogni modo, non siamo stati in grado di arrivare a tale conclusione".

È possibile che, nei fatti, non ci sia stata ostruzione della giustizia. Ma ciò non esclude che Trump non abbia provato a turbare il lavoro dei magistrati: "Gli sforzi presidenziali per influenzare l'inchiesta sono per lo più falliti, ma questo in gran parte perché le persone che circondavano il presidente si sono rifiutati di rispettare gli ordini o di aderire alle sue richieste", si legge ancora.

La reazione del presidente Usa

Gli avvocati di Donald Trump hanno avuto modo di vedere il rapporto di Robert Mueller prima della sua pubblicazione. Lo ha spiegato Barr, sottolineando che la Casa Bianca non ha richiesto o effettuato modifiche al rapporto, non ha rivendicato il privilegio esecutivo, con il quale avrebbe potuto bloccare la pubblicazione di alcune informazioni private. La Casa Bianca, continua il ministro della Giustizia "ha cooperato pienamente con le indagini" di Mueller. Per i legali del presidente le conclusioni del report sono "una vittoria totale".

Dal canto suo Trump ha festeggiato la notizia su Twitter. Tanti i post in cui ha evidenziato che non ci sono prove a suo carico. Nell'ultimo utilizza un'immagine ripresa dalla serie Game of Thrones. "Nessuna collusione, nessuna ostruzione. Game over per gli hater democratici e radicali di sinistra", si legge nella foto.

La ribellione dell'opposizione. Pelosi: "Amministrazione vuole orientare l'interpretazione del rapporto. Mueller testimoni al Congresso"

Ha causato molta tensione a Washington la scelta di Barr di presentarsi alla stampa poco prima che il documento, comunque depurato di tutta una serie di dettagli, venisse messo a disposizione del Congresso. Il democratico Jerry Nadler lo ha accusato di non aver lasciato che "i fatti parlassero da soli", decidendo di incontrare prima la stampa.

"Il ministro della Giustizia Barr ha confermato lo sconcertante fazioso tentativo dell'amministrazione Trump di orientare la visione del pubblico sul rapporto Mueller, completato dall'ammissione che il team di Trump ha ricevuto un'anteprima. È più urgente che mai che il procuratore speciale Mueller testimoni davanti al Congresso", ha scritto su Twitter la speaker democratica alla Camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 13:55:00 +0000

POLITICA

F-35B alla Marina, un errore di Trenta

Assegnare gli F-35B - i nuovi caccia a decollo corto e atterraggio verticale - alla Marina Militare è stato un evidente errore sotto tutti i profili, tanto da non poter individuare scusante alcuna, pur con ogni indulgenza nei confronti di una persona, la ministra Trenta, comprensibilmente poco familiare con i temi tecnici della Difesa.

Cominciamo dalla valutazione della questione con il parametro costo-efficacia, concetto ormai ineludibile nelle scelte di questo governo. I nuovi caccia F-35 sono destinati a sostituire in Marina gli AV8B imbarcati sul Cavour, velivoli questi ultimi ancora lontani dalla soglia della rottamazione, con non pochi anni di vita residua, velivoli che gli stessi Marines statunitensi hanno deciso di mantenere operativi fino al 2028. Da noi invece li si vorrebbe mettere in pensione anticipatamente, dopo aver investito cospicue risorse per il loro mantenimento in servizio fino al 2024.

Termine questo peraltro non perentorio, visto che è routine ormai prolungare la vita dei caccia ben oltre la loro scadenza naturale con interventi tecnici di aggiornamento, efficaci e sicuri. L' F-104, in tempi di vacche ancora grasse, è rimasto in servizio 42 anni, poi, da quando si piange ogni giorno miseria, ci permettiamo il lusso di accantonare macchine ancora utilizzabili a lungo. Uno spreco bello e buono insomma, non si saprebbe come altro definirlo.

Ma il fatto più grave è che la nuova macchina che la ministra ha ritenuto di assegnare ai marinai andrà dritta dritta in garage ancora nuova di fabbrica, e non in mano a chi la potrà mettere da subito al servizio della sicurezza nei possibili scenari operativi emergenti; man mano che saranno ritirati dalle linee dì produzione, i velivoli verranno inviati negli Stati Uniti per addestrare i piloti, saranno targati Marina Militare, ma non saranno in alcun modo utilizzabili in caso di necessità.

La domanda quindi è fin troppo ovvia: in uno scenario in cui l'imprevedibilità delle contingenze supera sistematicamente la più fervida fantasia programmatrice, come può una ministra assumere la responsabilità di destinare un sistema di superiorità aerea indiscussa a chi non è in grado di renderla disponibile per il Paese nei tempi in cui le emergenze ormai sbocciano quotidianamente? Non solo, ma come può chi ha fatto della lotta allo spreco la cifra di governo, tollerare che una intera flotta di velivoli non venga sfruttata fino all'esalazione dell'ultimo respiro tecnico, come sempre occorso in precedenza, l' F-104 appunto, e propiziare invece la rottamazione di una macchina ancora utilizzabile per anni?

Di converso vale la pena mettere in luce qualcosa che nella pessima, immeritata, e talvolta mendace stampa che ha accompagnato l'F-35 è passato inosservato: la nostra Aeronautica Militare ha raggiunto - primo Paese in Europa, Gran Bretagna inclusa - la capacità di impiegare in tutte le sue diversificate e straordinarie capacità gli F-35; ossia, se il governo lo richiede, può rendere disponibile ad horas una flotta di dieci F-35 con cui garantire la Air Superiority in scenari vicini o lontani.

E partiamo da quelli lontani, quelli in cui abbiamo già pagato lo scotto di una inadeguata prontezza, come nella prima guerra del Golfo del 1990, quando, ultimi arrivati alla chiamata statunitense abbiamo dovuto schierare i nostri Tornado su Al Dhafra, ben lontani dall'area di operazioni per l'indisponibilità di piste adeguate più vicine, quando per sganciare una bomba su Baghdad erano necessari tre rifornimenti in volo.

È stata anche quell'esperienza che, quando si è trattato di pensare al sostituto del Tornado, ha fatto propendere per una macchina che potesse all'occorrenza operare anche da piste corte, senza costringere a rischieramenti lontani dalle aree di operazioni, troppo costosi e impegnativi. Nella circostanza fu fatta una ricognizione a livello mondiale di tutte le piste di volo da cui poter operare con un jet militare e risultò che il rapporto, nella sola Africa, era di 1 a 10, ossia per ogni pista utilizzabile con velivoli convenzionali, ossia piste lunghe, ve ne erano dieci più corte, ossia sfruttabili con velivoli capaci di decollare a pieno carico da superfici meno estese.

Avere quindi velivoli a decollo corto conferiva allo strumento aereo una flessibilità e una capacità di impiego più pronunciata e la possibilità di coprire ogni evenienza con prontezza ed efficacia. Proprio questa è la caratteristica che una flotta aerotattica dovrebbe possedere, al di là del colore delle uniformi. Proprio questo è l'obiettivo che i nostri governanti dovrebbero imporre ai militari anziché, forse mal consigliati, propendere per l'una o l'altra forza armata.

Proprio questo è lo spirito interforze che, sbandierato sempre come ineludibile auspicio dai militari, (e da quei pochi politici che più di altri si sono seriamente dedicati alla Difesa quando ne hanno avuto la responsabilità), non ha mai trovato concreta significativa espressione.

In altre parole, l'esercizio che la ministra dovrebbe assegnare allo Stato Maggiore Difesa è quello di individuare una formula che consenta di raggiungere una ordinata transizione sul nuovo velivolo alle due forze armate, Marina e Aeronautica, senza che da qui alla consegna dell'ultimo F-35B si sprechi una sola ora di volo o giorno di vita dei velivoli posseduti e senza che si creino discontinuità nelle capacità di proiettare difesa e sicurezza dello strumento militare nazionale.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 13:35:00 +0000

ESTERI

L'Occidente continua ad armare il Medio Oriente

La vendita di armi francesi all'Egitto è passata da 39,6 milioni di euro nel 2010 a 1,3 miliardi di euro nel 2016. Ciò a dispetto del fatto che, nell'agosto del 2013, il Consiglio Affari esteri dell'Unione europea abbia chiarito che gli Stati membri sono tenuti a sospendere le esportazioni verso l'Egitto di qualsiasi arma o strumento utilizzabile per fini di repressione domestica.

L'Arabia Saudita è il principale acquirente di armi di fabbricazione britannica: queste ultime causano ogni mese la morte di decine di migliaia di civili. Le armi di fabbricazione tedesca continuano (2019) ad essere utilizzate in maniera massiccia nel contesto dei bombardamenti sauditi in Yemen (dove in tre anni 85mila bambini sono morti di fame) e rappresentano un asset a disposizione di numerosi regimi presenti nella regione, a cominciare da quello egiziano.

Nell'anno in corso, l'Italia prevede un ulteriore incremento nella vendita di armi in Medio Oriente pari a oltre 1,5 miliardi di dollari e punta a cedere i suoi armamenti, aerei (inclusi gli Eurofighter), elicotteri, sistemi di combattimento navale e sicurezza informatica alla Saudi Arabian Military Industries (società nata nel 2017 e controllata dalle autorità saudite) e all'Egitto, Paese nel quale le violazioni dei diritti umani – nonché la politica di "tolleranza zero" verso ogni forma di dissenso – sono state documentate da tutte le principali organizzazioni internazionali.

Sicurezza e stabilità: che cosa ne pensano gli "altri"

Ognuna di queste strategie cade sotto la voce "sicurezza" e "difesa" nei budget dei rispettivi Paesi. Fatto ancora più rilevante, larga parte di queste armi viene utilizzata per compiere violazioni dei diritti umani e repressioni di massa ai danni di milioni di esseri umani. Una percentuale non meno significativa finisce nelle mani di diversi gruppi terroristici sostenuti "per procura" dai regimi locali e/o da attori esterni alla regione: un leitmotiv che per alcuni versi ricorda i tempi degli armamenti elargiti ai mujaheddin afghani, cui seguì la nascita di Al-Qaida (1988).

Anche le "infinite" missioni militari nella regione (17 anni di presenza italiana in Afghanistan, 15 anni in Iraq) cadono sotto la voce "sicurezza" e "difesa", sebbene abbiano portato scarsi benefici legati a entrambi gli aspetti. Stando a dati del Dipartimento di Stato americano, gli "incidenti di terrorismo" registrati in Iraq e in Afghanistan dall'avvio della "guerra al terrorismo" sono infatti aumentati del seimilacinquecento percento (6500%): 199 attacchi nel 2002 a fronte di 13.500 nel 2014.

Una nuova mentalità

Quanto sostenuto finora non intende sminuire il lavoro che migliaia di persone compiono quotidianamente nella marina, nell'esercito o nell'aeronautica militare. Si tratta in larga parte di professionisti che, con passione e dedizione, portano avanti un lavoro imprescindibile e contribuiscono a far crescere la parte sana della "cultura della difesa".

C'è tuttavia un "elefante nella stanza" che non deve né può essere ignorato con accuse sbrigative e semplicistiche. È necessario chiarire in modo inequivocabile che una percentuale consistente degli enormi interessi economici e politici ("stabilizzazione") perseguiti da numerosi Paesi e attori europei legati alla "difesa" e alla "sicurezza" viene portata avanti sulla pelle di milioni di individui presenti nella regione. Tutto ciò viene sovente giustificato paventando possibili "conseguenze negative occupazionali e commerciali". Come se i dati sull'occupazione avessero una preminenza sulle violazioni dei diritti umani.

Altri osservatori obiettano, riprendendo una tesi più volte sostenuta dal presidente Donald Trump, che se l'Italia e gli altri partner europei smettessero di lucrare sulla vendita delle armi e degli apparati militari a questi Paesi, il loro posto verrebbe presto preso da altri attori internazionali.

Per comprendere la pericolosità di un simile approccio è sufficiente soffermarsi sul tema del cambiamento climatico. Sarebbe inutile, stando a tale modo di ragionare, porre un freno alle emissioni nocive in quanto è certo che altri attori o Paesi del mondo continueranno (o cominceranno) a inquinare più di noi. Quello del clima è solo uno tra i tanti esempi possibili, ma è forse quello che più di ogni altro condizionerà il nostro immediato futuro.

Il "caso Sudan"

La più recente attualità offre numerosi spunti di riflessioni in relazione ai temi appena accennati. Si pensi per esempio al caso del Sudan, dove, dopo tre decadi al potere, il regime di Omar al-Bashir in Sudan è evaporato come neve al sole. La caduta di Bashir è giunta a pochi giorni di distanza da quella del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, dimessosi il 2 aprile dopo vent'anni al potere.

In entrambi i casi, le dinamiche richiamano alla mente le Primavere arabe e possono essere riassunte in due concetti di base: insostenibilità (legata in larga parte all'aumento dei prezzi dei generi alimentari) e"Hogra", ovvero la volontà, covata da milioni di individui nella regione, di abbattere "l'arroganza al (e del) potere".

Numerosi attori regionali – a cominciare dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti – hanno un chiaro interesse a sabotare una potenziale transizione democratica e a neutralizzare qualsiasi processo riformista. Già nella fase seguita alle "rivolte arabe" del 2011, Riad aveva investito enormi risorse per opporsi all'ascesa di qualsiasi governo o partito che, nel mondo arabo e islamico, avrebbe potuto rappresentare un'alternativa credibile al "modello saudita": la decisione di appoggiare l'esercito egiziano nel golpe contro l'ex presidente islamista Mohamed Morsi rientrava in quella strategia.

Numerosi segnali lasciano presagire che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ovvero i principali destinatari delle armi prodotte da numerosi Paesi europei, riusciranno a replicare in Sudan – dove si stima che circa metà dell'intero budget nazionale venga investito nella "sicurezza" – quanto già avvenuto in Egitto.

Inadatti alla democrazia?

È diffusa l'opinione secondo cui che il Medio Oriente e i popoli che lo abitano siano intrinsecamente dispotici e che dunque non ci sia alternativa a questo modo di concepire la "sicurezza" e la "stabilità".

Secondo Borzou Daragahi:

"l'assunto che gli arabi abbiano bisogno di dittatori ["stabilità"] è un conveniente mito utilizzato da bigotti al fine di poter portare avanti le proprie relazioni simbiotiche con regimi autocratici".

Georges Fahmi, ricercatore dello European University Institute (EUI), è andato oltre, notando che invece di domandarci se i popoli della regione siano o meno pronti per la democrazia

"dovremmo chiederci se lo siano i politici europei, dal momento che molti di essi sembrano far parte della schiera dei più convinti sostenitori dell'autoritarismo nella nostra regione".

A ciò si aggiunga una delle più grandi lezioni offerte da Amartya Sen:

"a country does not have to be deemed fit for democracy, rather, it has to become fit through democracy".

Valori, non pacifismo

La "cultura della difesa" che da anni ha preso piede nel nostro Paese dovrebbe essere affiancata dalla "consapevolezza dell'attacco", ovvero da una informata cognizione legata ai risvolti che la retorica della cultura della difesa ha sulla vita di milioni di persone in Medio Oriente e non solo. L'acquisizione di tale consapevolezza richiede anni di studi e competenze linguistiche necessarie a penetrare i tessuti sociali che più soffrono tali politiche.

Oscar Wilde era solito sostenere che il cinico conosce il prezzo di ogni cosa, ma il valore di niente. È tempo di rimettere al centro i valori, non per inseguire ideologie pacifiste astruse e (a volte) dannose, bensì per garantire un futuro al nostro tempo ed evitare che i "nostri" interessi siano perseguiti sulle spalle di milioni di "altri".

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 13:14:00 +0000

ECONOMIA

Boom di contratti a tempo indeterminato nei primi due mesi dell'anno: 113mila in più, +119% rispetto al 2018

Dati positivi sia sul fronte della qualità dell'occupazione sia su quello della crescita. L'Osservatorio sul precariato nel suo report dà conto di un incremento di 113.383 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato in più (+119,1%) per i primi due mesi rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Palazzo Koch, nel suo bollettino economico riporta un ritorno alla crescita, seppur debole (+0,1%), nel primo trimestre 2019, restando invariate le previsioni negative per i successivi trimestri.

Nel dettaglio.

Inps: boom di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato e trasformazioni. I nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nei primi due mesi del 2019 sono pari a 208.560 unità, contro i 95.177 dello stesso bimestre nel 2018, con un incremento di 113.383 posti in più o del 119,1% su anno. È quanto emerge dall'aggiornamento dell'Osservatorio sul precariato dell'Inps. Volano anche le trasformazioni da contratti a tempo determinato a posti stabili, confermando la tendenza in atto negli ultimi mesi e portandosi a 175.677, in aumento del 72,6% da 101.730 di gennaio-febbraio dello scorso anno.

Sostanzialmente stabili le conferme di rapporti di apprendistato giunte alla conclusione del periodo formativo (-1,1%). Complessivamente le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-febbraio 2019 sono state 1.064.000: rispetto allo stesso periodo del 2018 risultano in crescita i contratti a tempo indeterminato (+6,5%), e i contratti di lavoro intermittente (+7,3%); in diminuzione invece i contratti di somministrazione (-36,9%) e i contratti a tempo determinato (-15,0%); sostanzialmente stabili le altre tipologie di contratti.

Le cessazioni nel complesso sono state 792.000, in diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2018: la riduzione ha riguardato le cessazioni di contratti in somministrazione, di rapporti a termine e di rapporti a tempo indeterminato; in crescita sono invece le cessazioni di rapporti con contratto intermittente e di contratti in apprendistato.

Nei mesi di gennaio-febbraio 2019 sono stati incentivati 23.105 rapporti di lavoro con i benefici previsti dall'esonero triennale strutturale per le attivazioni di contratti a tempo indeterminato di giovani fino a 35 anni (Legge n. 205/2017), rispetto allo stesso periodo del 2018 si registra una crescita del 12,7%.

In particolare 11.382 sono riferiti ad assunzioni e 11.723 relativi a trasformazioni a tempo indeterminato. Il numero dei rapporti incentivati è pari al 5,3% del totale dei rapporti a tempo indeterminato attivati (assunzioni più trasformazioni).

Su base annua il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) a febbraio 2019 risulta positivo e pari a +372.000, inferiore a quello del corrispondente mese 2018 (+560.000) e sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente.

I saldi tendenziali per le diverse tipologie contrattuali attestano un andamento particolarmente positivo per i rapporti di lavoro a tempo indeterminato (+302.000, in continua accelerazione negli ultimi otto mesi) e per l'apprendistato (+81.000, livello tendenziale stabile negli ultimi cinque mesi). Positiva e in lieve crescita la dinamica del lavoro intermittente (+47.000). Pressoché azzerati risultano invece i saldi per stagionali e somministrati e significativamente negativo il saldo dei contratti a tempo determinato (-63.000).

La consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (Cpo), a febbraio 2019 si attesta intorno alle 17.000 unità (pressoché stabile rispetto allo stesso mese del 2018); l'importo medio mensile lordo della loro remunerazione effettiva risulta pari a 237 euro. Per quanto attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), a febbraio 2019 essi sono circa 9.800 (contro circa 4.000 di febbraio 2018); l'importo medio mensile lordo della loro remunerazione effettiva risulta pari a 258 euro

Bankitalia: "Paese torna a crescere". Torna a salire il Pil italiano nel primo trimestre dell'anno dopo il calo registrato nella seconda metà del 2018. Secondo le informazioni più recenti elaborate dalla Banca d'Italia, il prodotto dovrebbe essere aumentato dello 0,1 per cento nei primi tre mesi del 2019. Nella media del trimestre invernale, scrivono i tecnici di via Nazionale nel Bollettino economico, l'attività sarebbe cresciuta nell'industria in senso stretto, mentre si sarebbe confermata debole nei servizi e nelle costruzioni.

Restano tuttavia negative le previsioni sulla crescita in media d'anno. "Incorporando l'andamento sfavorevole dell'attività economica registrato negli ultimi trimestri del 2018 e le informazioni congiunturali per i primi mesi dell'anno in corso", afferma Bankitalia, "tutti i previsori privati e istituzionali hanno rivisto verso il basso le loro proiezioni di crescita per l'Italia per il 2019. Gli analisti censiti da Consensus Economics, che in dicembre prefiguravano per quest'anno un aumento del Pil dello 0,7 per cento, nell'ultima rilevazione indicano una crescita compresa tra il -0,1 e lo 0,2 per cento.

Sul fronte dell'occupazione, si arresta il calo nel I bimestre dell'anno. In particolare, sulla base dei dati preliminari della Rilevazione sulle forze di lavoro, nei primi due mesi del 2019 il tasso di partecipazione e quello di disoccupazione sarebbero rimasti stabili rispetto al bimestre precedente. La stima è contenuta nel Bollettino economico della Banca d'Italia che ricorda come nel quarto trimestre del 2018 il numero degli occupati sia leggermente diminuito, riflettendo la debolezza ciclica dell'economia, e il tasso di disoccupazione sia tornato a salire.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 13:18:00 +0000

ECONOMIA

L'avvertimento di Moody's: "L'Italia invecchia: a rischio anche i ristoranti e i negozi d'abbigliamento"

L'Italia invecchia: è il terzo paese più vecchio al mondo con un'età media di 46 anni. Un fenomeno che ridurrà il numero dei lavoratori con conseguenze non solo sui conti pubblici ma anche su altri settori dell'economia sui quali gli anziani spendono meno, dai ristoranti all'abbigliamento. È l'analisi di Moody's, secondo la quale inoltre il recente intervento sulle pensioni aumenterà la 'pressione' sui conti pubblici. "L'impatto negativo dell'invecchiamento sulle finanze pubbliche" dovrebbe "salire nei prossimi decenni".

"La recente decisione del governo di capovolgere alcuni importanti aspetti delle precedenti riforme delle pensioni aumenterà le pressioni" sui conti pubblici di un paese, l'Italia, che "è già altamente indebitato, spiega Moody's. Questo è stato uno dei fattori che hanno contribuito alla nostra decisione di tagliare il rating dell'Italia a Baa3 nell'ottobre 2018".

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 12:54:00 +0000

CULTURE

"Posso cantare o mi metto in posa?". Bob Dylan rimprovera i fan che gli scattano foto

Bob Dylan non ha mai apprezzato particolarmente i fan che scattano fotografie durante i suoi concerti e, a Vienna, ha confermato la sua politica "no photo". Come riporta Billboard, durante il concerto di martedì 16 aprile 2019, Dylan ha addirittura sospeso l'esecuzione del brano Blowin' in the Wind dopo solo una strofa per rimproverare il pubblico: "Fare foto o non fare foto? Possiamo suonare oppure metterci in posa. Ok?". L'artista, dopo l'invito del pubblico a continuare il concerto, si è accomodato al piano e ha continuato il suo spettacolo.

Il cantautore ha fatto ultimamente notizia anche per la prossima apertura di Heaven's Door, una distilleria che troverà spazio in una storica chiesa sconsacrata di Nashville. L'attività aprirà ufficialmente nel 2020 e ospiterà anche un ristorante, un bar e un centro per le arti dove saranno esposti quadri e sculture in metallo dell'artista premio Nobel per la letteratura.I clienti potranno usufruire anche di una "biblioteca" per assaggi di vari tipi di whiskey e di un auditorium da 360 posti.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 12:58:00 +0000

CULTURE

Tommaso Paradiso e Giuliano Sangiorgi giudici di XFactor? Ancora un'indiscrezione sulla prossima stagione del talent
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Tommaso Paradiso e Giuliano Sangiorgi potrebbero essere i nuovi giudici di X Factor. È questo quanto riferito dal settimanale Chi: il frontman dei dei Thegiornalisti e quello dei Negramaro sarebbero in trattativa per sostituire Manuel Agnelli e Fedez nel talent show di Sky.

Il settimanale diretto da Alfonso Signorini dà per certa anche la presenza di Joe Bastianich e di Achille Lauro. Il giudice di Masterchef con l'amore per la musica, infatti, avrebbe infatti confermato la sua presenza.

Il trapper Achille Lauro, interpellato da La Repubblica, ha dichiarato: "Mi piace che ci sia questa attenzione nei miei confronti, spero di poter collaborare con X Factor perché in questi anni ho fatto anche il talent scout e il management e mi è sempre piaciuto occuparmi di nuovi artisti Mi divertono poi le esperienze televisive, specialmente quando sono vicine al mio lavoro. Comunque nessuno mi ha ancora parlato direttamente, forse lo hanno fatto con la mia agenzia ma non lo so, e comunque non lo potrei dire".

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 12:35:00 +0000

ECONOMIA

Il Def conferma che al Governo cultura e istruzione non interessano

Nel 2019 l'Italia sarà il Paese che crescerà meno tra quelli occidentali e anche per gli anni successivi la stima di crescita, seppur ottimistica, si mantiene su livelli estremamente bassi. Servirebbero interventi significativi per sostenere gli investimenti pubblici e privati, il lavoro e, soprattutto, l'istruzione e la ricerca.

Purtroppo, nel Def (Documento di Economia e Finanza) presentato al Parlamento, non si prospetta nessun intervento adeguato per favorire i settori che investono sul sapere e la conoscenza e che, ovunque nel mondo, rappresentano leve di crescita e sviluppo fondamentali. Eppure l'esecutivo si era presentato in campagna elettorale, promettendo che avrebbe risolto tutte le carenze che affliggono la scuola e l'università e che avrebbe stanziato miliardi di euro.

Fino a oggi non è accaduto nulla di tutto ciò è il comparto della conoscenza e della cultura rischia di diventare il bancomat da cui attingere per avviare i dolorosi tagli di spesa che a breve diventeranno inevitabili: a partire dai 2 miliardi di tagli automatici previsti in legge di bilancio se gli obiettivi di crescita non fossero stati rispettati. E così è stato.

Nel documento di economia e finanza, come nello stile del governo, si fa una lunga lista della spesa. Sia chiaro, si tratta di interventi tutti condivisibili. Chi potrebbe non essere d'accordo con la realizzazione di interventi per limitare l'abbandono scolastico o incrementare e arricchire l'offerta formativa. Ma con quali risorse? Vogliamo guardare negli occhi la realtà?

Già l'ultima legge di bilancio ha previsto esclusivamente riduzioni di spesa determinate da importanti rinunce a norme di miglioramento come l'alternanza scuola-lavoro o dalla cancellazione del nuovo sistema di formazione e reclutamento dei docenti. Un sistema che, giova ricordarlo, avrebbe evitato il formarsi di nuovo precariato, garantendo un percorso chiaro e certo dal concorso all'immissione in ruolo e l'elevata qualificazione del percorso di formazione dei futuri docenti.

Per non parlare delle promesse mancate sul tempo pieno. Di Maio ha avuto il coraggio di annunciare trionfalmente di aver esteso il tempo pieno in tutte le scuole d'Italia. I numeri, purtroppo, raccontano una realtà molto diversa. L'incremento delle attività pomeridiane aumenterebbe il coinvolgimento educativo prevenendo gli abbandoni scolastici, ma occorrerebbero 44mila docenti. Oltre venti volte più di dei duemila assunti con la legge di bilancio. La irrealizzabile promessa smaschera la reale intenzione di ignorare i bisogni educativi, soprattutto nelle aree più svantaggiate.

Ricordiamo che, secondo gli ultimi dati del rapporto Svimez sull'economia e la società del Mezzogiorno, al Sud c'è un serio problema di scolarizzazione. Stiamo assistendo all'incremento del divario tra Settentrione e Mezzogiorno in termini di investimenti, carenza di servizi a supporto delle famiglie e scarso apporto degli enti locali per quanto riguarda mense, trasporti, sussidi didattici, asili nido.

I governi precedenti avevano cominciato a invertire la tendenza con investimenti superiori ai 5 miliardi di euro e una serie di interventi di potenziamento e con importante piano di messa in sicurezza del nostro patrimonio scolastico. Bisognava andare avanti, e si sta tornando indietro.

Penso anche all'assenza di qualsiasi proposta su come ampliare la platea degli studenti universitari che hanno beneficiato dell'esenzione contributiva (la cosiddetta no tax area); ragazzi che provengono da famiglie che dichiarano meno di 13mila euro annui di Isee che, grazie a questa misura, possono frequentare le lezioni. Adesso cosa succederà?

Non bastano le promesse. Non si cresce per decreto. Serve investire e avere visione. Non pensare alla scuola e all'università significa consegnare lo sviluppo del Paese a un futuro di grande incertezza.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 10:20:00 +0000

CITTADINI

A Chiaiano con "Futuro Prossimo" si combatte la dispersione scolastica

Un quartiere considerato difficile, Chiaiano. Qui la dispersione scolastica è alta, ben più della media della città di Napoli. In tale contesto è fondamentale intervenire per far sì che parole come accoglienza, cura, attenzione, ascolto, dedizione, comunità, tempo, assumono un valore pieno, speciale e condiviso e rappresentano l'impegno quotidiano, che matura in un contesto di diffuso disagio e, non di rado, di ostilità. Solo avendo come faro tali parole, si potrà fare da reale contraltare a termini usati ed abusati a scuola come dispersione, abbandono, povertà, carenza, insuccesso. Si potrebbe continuare.

Tutto questo è la base per lavorare efficacemente sul futuro dei ragazzi, agendo in rete come motore propulsore affinché essi abbiano la consapevolezza che tale futuro è possibile e nelle loro mani.

E proprio da qui parte un esperimento che coinvolge adolescenti, famiglie, istituzioni e associazioni: tutti assieme per costruire un nuovo percorso che permetta di migliorare l'offerta educativa e arginare il problema della dispersione. Il progetto, che durerà 4 anni, si chiama "Futuro Prossimo" sostenuto dal Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e tra le scuole coinvolte, c'è anche l'Istituto "Giovanni XXIII-Aliotta".

Per il nostro istituto, la scelta di aderire a "Futuro Prossimo" è "venuta da lontano": affonda le sue radici in anni di collaborazione, che si è andata intensificando nel tempo, con "Save the Children", capofila del progetto, con il Comune di Napoli all'interno del partenariato stesso, con alcuni degli altri partner di progetto. Come spesso ci piace dire, non si tratta di un semplice lavoro di rete, quanto piuttosto di un'Alleanza Educativa, con impegno reciproco tra le parti a porre al centro di decisioni programmatiche e di azioni il benessere dei minori nelle fasi più delicate della loro crescita.

Con siffatta premessa, la possibilità di rispondere al bando adolescenza e di poterlo fare all'interno di un partenariato ampio e competente, e non poteva che essere accolta con entusiasmo dal nostro Istituto. La decisione è stata frutto di confronto con gli organi collegiali, primi fra tutti il Collegio dei docenti ed il Consiglio di Istituto, dove sono stati rilevati i punti di forza e le opportunità che ne sarebbero nate, non soltanto per la nostra scuola, ma per il quartiere tutto.

È stata proprio questa la caratteristica fondamentale del progetto su cui si è discusso e ci si è confrontati: una proposta progettuale ampia, sia nel tempo (4 anni di lavoro per costruire in continuità), sia nello spazio (azioni non limitate alla scuola, ma destinate al territorio). Se a questo aggiungiamo che il progetto, per la sua caratteristica di interregionalità, offre occasioni di programmazione, di incontro e di confronto concreto con i quartieri delle altre città coinvolte, Latte Dolce a Sassari e Marghera a Venezia, allora la partita diventa molto più interessante.

Conoscere, comprendere, confrontarsi, programmare, migliorare, valorizzare, crescere: azioni e obiettivi consueti per una scuola, alcuni dei quali, però, restano scritti in quello che spesso viene definito "Il Libro dei Sogni", quello delle buone intenzioni, che ogni scuola puntualmente redige.

Invece questa volta è possibile fare goal. Nel nostro "Libro dei Sogni" scriviamo da anni l'intenzione di poter essere elemento propulsore nella costruzione della Comunità Educante di quartiere, la Comunità di Chiaiano, un'Alleanza dove tutte le componenti vitali e rappresentative operino in sintonia per il contrasto alla povertà educativa dei minori, piccole o grandi che siano queste componenti, istituzionali e non, scuole, famiglie, ente locale, distretto sanitario, servizi sociali, associazioni, parrocchie, centri sportivi, ludoteche.

Tutti con tempi, modalità, strumenti, target, strategie diverse, ma tutti consapevoli dell'importanza strategica del proprio ruolo e perciò totalmente votati al benessere dei minori; capaci di dialogare tra loro non solo occasionalmente ma con continuità, scambiarsi competenze, mettersi a disposizione l'uno dell'altro, imparando a parlare la stessa lingua e riconoscendo nell'altro un valore prezioso per il fine comune, in un rapporto di sussidiarietà orizzontale che non lascia nessuno nell'ombra.

Questo è quello che stiamo facendo con "Futuro Prossimo", fiduciosi che 4 anni di lavoro ci consentano di dare continuità e di mettere a sistema, anche successivamente alla fine del progetto, tutte quelle azioni e buone pratiche che abbiamo avviato, perché i ragazzi si sentano "protagonisti attivi e riconosciuti" del proprio progetto di vita e sostenuti da una Comunità intorno a loro, fatta di adulti educanti, in continuo dialogo.

(Questo articolo è stato scritto da Silvana Casertano – Dirigente scolastico I.C. Giovanni XXIII-Aliotta" Napoli)

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 12:31:00 +0000

CULTURE

Con Greta in Senato. Il cambiamento climatico è arrivato, che vi piaccia o no

Istituire una commissione bicamerale di inchiesta sul dissesto idrogeologico, bikes per circolazione a impatto zero nelle vie di Roma, riduzione della plastica in Senato, elenco di morti per malattie legate all'inquinamento, proposte di legge depositate.

Così le istituzioni introducono il seminario "Clima: il tempo cambia, è tempo di cambiare", in programma nella Sala Koch del Senato. Greta Thunberg ascolta attenta. In sala pochissimi giovani e molti rappresentanti delle Istituzioni. Forse perché Greta spera di convincerli. E quando finalmente prende la parola, alzandosi in piedi minuta dalla sua poltrona, sembra riappropriarsi della realtà.

"Mi chiamo Greta Thunberg, ho 16 anni, vengo dalla Svezia e parlo a nome delle future generazioni: nel 2030 avrò 26 anni".

La sindrome di Asperger la rende molto attenta a non lasciarsi invadere da discorsi inutili. Le parole hanno per lei un peso specifico.

"Mi dicono che quella che mi attende sarà un'età meravigliosa perché ho tutta la vita davanti ma non sono sicura che sarà così. Abbiamo avuto tutto quello che potevamo immaginare, ma forse non avremmo nulla e nemmeno un futuro perché il nostro futuro è stato venduto".

"Ci avete mentito, date delle false speranze. Alcuni di noi possono avere quello che vogliono per ora, ma l'unica cosa di cui abbiamo realmente bisogno è un futuro. Molti bambini non hanno la consapevolezza del destino che li attende. Dal 2030 ci separano circa 10 anni e allora ci troveremo in una reazione a catena che porterà alla fine della civiltà umana".

Incede impassibile e tagliente la giovane. Passano i minuti e gli occhi sono tutti puntati su di lei. Esprime poche parole su un tema immenso eppure sembra averle estratte da un classico, per la loro attualità.

"Abbiamo a disposizione calcoli di previsione che non includono elementi critici imprevedibili e conosciamo già i fenomeni di riscaldamento in atto a livello globale ".

Stime e calcoli che potrebbero portarci a un punto di non ritorno.

"Molti dicono che noi giovani non abbiamo soluzioni a questa grandissima crisi dell'umanità".

Parla con elementi primari, parole asciutte come quella terra, acqua, aria e fuoco che i presocratici mettevano all'origine di quel mondo ora in pericolo.

Abita le parole in modo sorprendente. Non consente equivoco.

"Dobbiamo trattare la crisi come tale anche se non abbiamo le risposte. Ci guardate perché non comprendete quanto diciamo. Voi non ascoltate tutto questo perché le risposte hanno bisogno della vostra comprensione. Non siete interessati alle risposte della scienza".

"Notre-Dame è in fiamme, hanno trovato milioni per ricostruirla. Se saremo consapevoli di vivere in un'emergenza, solo allora agiremo".

Il problema per Greta è che nulla viene fatto.

"Nonostante le parole usate, il cambiamento che vedo è solo che molti Paesi parlano più di altri e si lodano".

Non serve congratularsi con lei se non vi sono cambiamenti. A Greta e a chi la segue interessa solo

"non sprecare la giovinezza, perché vogliamo impossessarci dei nostri sogni e delle nostre speranze".

Standing ovation. Messaggio ricevuto.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 12:15:00 +0000

ECONOMIA

Sul lavoro giusta retribuzione, rappresentanza, partecipazione, dialogo

Ogni lavoratrice e ogni lavoratore ha diritto a una giusta retribuzione, in grado di consentire una vita libera e dignitosa, come previsto dall'art. 36 della Costituzione. Un obiettivo a lungo garantito in Italia dal sistema di relazioni sindacali e dalla contrattazione nazionale.

I tempi sono però cambiati: l'impoverimento della società, la precarietà, il finto lavoro autonomo hanno determinato uno scenario in cui molti, in particolare donne e giovani, lavorano senza veder riconosciuti i diritti minimi retributivi.

Proprio per reagire a questa situazione come gruppo Pd in Senato abbiamo presentato un ddl sulla giusta retribuzione, che tiene insieme contrattazione collettiva e salario minimo: la giusta retribuzione è quella definita dalla contrattazione e spetta a una Commissione formata dalle parti sociali stabilire il valore del salario minimo per quei casi in cui non c'è contratto collettivo.

Come Pd crediamo nelle organizzazioni di rappresentanza e nella condivisione delle soluzioni, pur riconoscendo la diversa funzione di ogni soggetto. Non si tratta quindi - ne sono convinta - di tornare a politiche concertative in cui non si distinguevano le responsabilità di governo e parti sociali. Si tratta di puntare sul dialogo sociale, di tenere sempre aperti i canali di ascolto e relazione con i corpi intermedi che rappresentano interessi, bisogni, storie ed esperienze diffuse nel paese.

Le regole sulla giusta retribuzione vanno in questa direzione, ma non possono andare da sole. Mai una misura retributiva ha senso da sola. Il tema non può mai essere, infatti, solo quanto viene pagato il lavoro - o il non lavoro, come per il reddito di cittadinanza. Il tema è sempre come si crea lavoro, di qualità e ben retribuito. Come si costruiscono, quindi, le prospettive di uno sviluppo sostenibile che punti su innovazione, ricerca e conoscenza e che concili produttività, ambiente e diritti.

Si tratta di un tema che riguarda tutte le forze politiche, economiche e sociali e che ci sfida a trovare soluzioni innovative, eque e non demagogiche.

Trovo in questo senso molto importante il manifesto che Sindacati e Confindustria hanno condiviso in vista delle europee - nuovo segnale che consolida un impegno comune e costruttivo. Il manifesto riconosce il valore e i valori dell'Europa e dell'europeismo, guarda alla prospettiva degli Stati Uniti d'Europa, invita a votare alle europee per sostenere crescita sostenibile, giustizia sociale, ambiente.

Ho sempre pensato e sostenuto che quando le parti sociali sanno fare squadra per leggere i processi e le trasformazioni economiche e sociali, quando condividono una visione dell'interesse nazionale, fanno un servizio positivo a società e politica.

Ora è la politica che deve dare un segnale. Le Europee sono un'occasione in cui far sentire le differenti proposte, in cui - penso al Pd e al cambio di passo che vorrei vedere - provare a cambiare l'agenda e mettere al centro proprio il lavoro, la giusta retribuzione, il modello di dialogo e condivisione con le parti sociali che vogliamo praticare, la qualità delle esperienze professionali e di vita di donne e uomini che vogliamo e dobbiamo saper rappresentare con soluzioni chiare, efficaci e concrete.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 08:33:00 +0000

POLITICA

Per il reddito di cittadinanza "meno richieste rispetto alle stime del governo"

Il governo si aspettava 1,3 milioni di richieste per il reddito di cittadinanza, al 15 aprile ne sono giunte circa 650 mila ai Caf e, secondo Massimo Bagnoli coordinatore della Consulta nazionale dei Caf, "non si arriverà" alla cifra stimata. "Considerando anche le richieste online e quelle inviate tramite le Poste - dice Bagnoli - il totale è di circa 850mila domande. Essendo le richieste scartate circa il 25% ad avene diritto a fine aprile, inizio maggio saranno circa 600mila persone"

"I dati - spiega Bagnoli - sono inferiori rispetto alle stime del governo. Non credo si arriverà a 1,3 milioni di beneficiari come stimato. La stima grossolana, considerando anche le domande che arriveranno ad aprile, è di circa 900mila". Il coordinatore precisa che "la campagna non è conclusa e l'attenzione continuerà". "Ci sono cittadini che percepiscono altre provvidenze e che stanno aspettando che si esauriscono e altri che devono essere ancora informati adeguatamente. Evidentemente la realtà stimata dal governo è diversa da quella concreta. Forse sopravvalutata".

La preoccupazione principale di Bagnoli è che la maggior parte delle persone che si rivolgono ai Caf per presentare la domanda sanno ben poco della misura. "Il 95% non sa nulla - ha detto Bagnoli esprimendo un'opinione personale - e il 5% ne sa qualcosa; chi viene da noi sa solo quello che apprende da tv e dai titoli di giornale: "posso prendere 780 euro". Altro non sa, per questo i cittadini hanno bisogno di affidarsi a Caf". A rivolgersi ai Caf 3 cittadini su 4 "Siamo l'unico presidio socialità nel Paese, è stato naturale per gli italiani venire da noi".

Sono molto pochi i ragazzi che hanno chiesto il reddito. Secondo la Consulta nazionale "pochissime domande sono state presentate da giovani fino a 25 anni e da persone con età fino a 45 anni", molte di più "quelle provenienti dalla fascia 45-67 anni". Bagnoli spiega: "La misura è stata percepita come strumento di lotta alla povertà e non accompagnamento al lavoro e questo giustifica perché c'è una percentuale elevatissima tra 45 e 67 anni". "Credo - ha concluso - che su questo il governo farà le sue valutazioni, anche in termini di comunicazione".

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 11:55:00 +0000

CULTURE

I 450 lavori che le donne non possono fare in Russia. Oxana, sommozzatrice, insegna agli uomini ciò che le è proibito fare

Una legge del 1974 proibisce alle donne russe di svolgere 450 lavori perché considerati troppo pesanti. Tra questi c'è quella della sommozzatrice: per questo motivo Oxana Chevalier si è dovuta licenziare, visto che era stata relegata a un lavoro di ufficio.

Si intitola I lavori proibiti alle donne ed è un'inchiesta sui lavori che le donne non possono fare in Russia. Prodotto da Arte in Italiano, è visibile in anteprima su HuffPost.

In Russia esiste ancora una legge, entrata in vigore nel 1974 con l'obiettivo di aumentare il tasso di natalità, che proibisce alle donne circa 450 professioni, tra cui quella di taglialegna, macchinista, comandante di nave e, appunto, sommozzatrice. Nonostante gli innumerevoli dibattiti e proteste, non è stata ancora abolita.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 11:26:00 +0000

POLITICA

Dall'ascesa nella Lega al patteggiamento per bancarotta fraudolenta: chi è Mister Flat Tax, indagato per corruzione

Teorico della flat tax con un passato politico da craxiano. E un curriculum macchiato dal patteggiamento per bancarotta fraudolenta per il crack della sua MediaItalia, indebitata per oltre un milione di euro, come rivelato tempo fa da L'Espresso. Giornalista genovese, Armando Siri, sottosegretario leghista ai Trasporti, è indagato per corruzione in una inchiesta che si snoda tra Palermo, Trapani e Roma insieme ad altre nove persone in una indagine per scambio di favori, utilità e denaro al fine di agevolare aziende considerate vicine al "signore del vento", l'imprenditore Vito Nicastri di Alcamo (Trapani), da un anno agli arresti domiciliari.

L'indagine a carico di Siri rischia di aprire una ferita profonda all'interno della maggioranza, divisa tra i 5 Stelle che ne chiedono il passo indietro e la Lega che blinda il suo sottosegretario. Ma chi è Siri? La sua attività in politica inizia con la collaborazione con Bettino Craxi e l'avvicinamento al mondo del Psi per poi entrare nell'orbita di Silvio Berlusconi anche in virtù del suo lavoro come giornalista a Mediaset. Nel 2011 fonda il suo partito, Pin (Partito Italia Nuova), ma la vera svolta arriva nel 2014 quando inizia la sua collaborazione con Matteo Salvini, all'epoca segretario federale del Carroccio. Il leader della Lega fa sua l'idea di Siri della tassa piatta, che oggi è predominante nel dibattito all'interno della maggioranza come perno della riforma fiscale dell'Irpef che il Governo intende approvare con la prossima legge di Bilancio: una tassa piatta al 15% sui redditi delle persone, e che attraverso un sistema di detrazioni e deduzioni riesca comunque a garantire un grado di progressività necessaria a superare il vaglio costituzionale.

Il 13 dicembre di quell'anno, Siri e Salvini organizzano a Milano l'evento 'Aliquota unica si puo, cui partecipa anche l'economista statunitense Alvin Rabushka. Siri si guadagna così il titolo di "ideologo della flat tax" e diventa responsabile economico di "Noi con Salvini", il soggetto politico del Carroccio per il Centro e il Sud Italia. È anche l'ideatore della scuola di formazione politica della Lega, ormai giunta alla sua quinta edizione.

La sua carriera politica è però macchiata da un patteggiamento per bancarotta fraudolenta nel 2015 a un anno e otto mesi dal Tribunale di Milano. La vicenda riguarda la società che Siri presiedeva, MediaItalia, fallita sotto una montagna di debiti di oltre un milione di euro. Come ha raccontato l'Espresso, secondo i magistrati che hanno firmato la sentenza, prima del crack Siri e soci hanno svuotato l'azienda trasferendo il patrimonio a un'altra impresa la cui sede legale è stata poco dopo spostata nel Delaware, paradiso fiscale americano. Lui ha sempre sostenuto di aver patteggiato perché non poteva sostenere le spese del processo.

Alle elezioni politiche del 2018 del 4 marzo si candida con la Lega al Senato e viene eletto nel collegio dell'Emilia Ovest. Il 12 giugno viene nominato dal Consiglio dei ministri sottosegretario al Mit.

A testimonianza della fiducia che Salvini ripone in lui da segnalare che nel suo ufficio di Milano - lo spazio Pin, in viale Monte Santo - si tenne il primo incontro, top secret, tra il capo della Lega e l'ex collaboratore di Donald Trump, Steve Bannon, l'8 marzo 2018. Siri fu protagonista anche della fase pre-formazione del governo M5s-Lega e partecipò attivamente al tavolo tecnico che si occupò di stilare il 'contratto del cambiamento'.

Data articolo: Thu, 18 Apr 2019 11:16:00 +0000

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