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Prima pagina da huffingtonpost.it

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POLITICA

Brexit targata Bruxelles: May convince il governo a fatica, ma l'accordo tecnico non sigla ancora l'uscita dall'Ue

La aspettavano per l'ora del tè. Si è presentata all'ora di cena. Theresa May si sforza di sorridere quando esce da Downing Street 10 per una breve dichiarazione alla stampa, dopo oltre 4 ore di riunione di governo sull'accordo tecnico raggiunto con Bruxelles sulla Brexit. "Non è stato facile", ammette, mentre in sottofondo si sentono le proteste dei Brexiteers. Lei sorride e annuncia che alla fine, tra mille difficoltà, dopo una "discussione lunga e appassionata", il governo le ha dato l'ok: ora l'accordo raggiunto seguirà ora il suo iter di riunioni europee, ma soprattutto affronterà la prova di Westminster ai primi di dicembre. Ed è lì che tutti gli sforzi di oggi potrebbero svanire: al momento, visti gli strascichi di rabbia che questo accordo semina nella sua maggioranza, il primo ministro non ha i numeri per ottenere l'ok del Parlamento e dunque per restare a Downing Street.

L'accordo raggiunto in extremis sulla Brexit, giusto in tempo per la scadenza del primo dicembre ventilata dall'Ue, è più vicino alle aspettative di Bruxelles che a quelle di Londra. L'alternativa era un 'no deal', un divorzio traumatico con l'Ue senza alcun accordo. Prendere o lasciare per May, che ha tirato la corda fino a quando ha potuto ma poi ha accettato quello che definisce "il miglior accordo possibile, nell'interesse del paese". Prendere o lasciare: ha dovuto spiegarlo ai suoi al governo, più o meno scettici ma impossibilitati a preferire il 'no deal'. Hanno detto sì a questo deal che soddisfa più l'Ue che Londra e di fatto rimanda ancora la Brexit effettiva.

A sera da Bruxelles parla il capo negoziatore per l'Unione sulla Brexit Michel Barnier. L'accordo è un "progresso decisivo per un ritiro ordinato", è "la condizione per avere la fiducia di cui abbiamo bisogno per negoziare con Londra una nuova partnership", dice. "Vogliamo cooperare con Londra", "c'è ancora molto lavoro da fare ma vogliamo stabilire una relazione ambiziosa e sostenibile con il Regno Unito che resta un nostro amico". L'accordo otterrà l'ok del consiglio europeo in sessione straordinaria probabilmente il 25 novembre prossimo.

A sera questo testo indigesto per i britannici non viene diffuso subito da Londra, bensì appare sul sito della Commissione Europea poco dopo le dichiarazioni di May. E' un altro segnale della soddisfazione europea per un'intesa che ancora, incredibilmente a due anni dal referendum sulla Brexit, non mette la parola fine sul lungo divorzio con il Regno Unito.

Domani la premier presenterà l'accordo al Parlamento. Sostanzialmente il testo, 500 fitte pagine di clausole e articoli, prevede che tutta la Gran Bretagna resti nell'unione doganale europea, mentre l'Irlanda del nord resta anche nel mercato unico e deve ingoiare i controlli nel mare d'Irlanda. Il tutto per un periodo di transizione di 21 mesi che dovrebbe servire a dirimere la questione delle questioni: il confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, confine che nessuno vuole, né Bruxelles, né Londra, né gli Unionisti di Belfast che governano con May e che restano furiosi per l'accordo raggiunto. Vedono a rischio gli accordi del Venerdì Santo siglati nel '98 con Dublino. E allo stesso tempo lamentano di non essere trattati alla pari di Londra, accusano May di aver svenduto l'unità del Regno all'Ue. Sono arrabbiati anche con la clausola di 'backstop' inserita dai negoziatori europei in caso di 'no deal', come garanzia per evitare un confine rigido tra Belfast e Dublino, confine che potrebbe tradursi in nuove frizioni tra unionisti e cattolici. Barnier cerca di rassicura: "Il Backstop scatta solo se alla fine del periodo di transizione non ci sarà soluzione migliore".

Mentre May discute con i suoi ministri, a Bruxelles si riuniscono gli ambasciatori degli altri 27 paesi membri. Aspettano news da Londra che non arrivano prima della fine della loro riunione. A sera era prevista anche una conferenza stampa congiunta di Barnier e il ministro britannico per la Brexit Dominic Raab. Ma Raab non prenderà mai un volo per Bruxelles, a Londra la situazione è incandescente, May ne viene fuori solo dopo le 7 orario Greenwich, ma d'ora in poi deve davvero fare gli scongiuri.

Mentre va avanti la riunione di governo, arrivano notizie pessime per lei dal suo partito. Una frangia di Tories, falchi pro-Brexit, ha già mandato lettere per chiedere la testa di May al comitato 1922, l'organismo Tory chiamato a indire nuove elezioni per la leadership. Se il numero totale raggiungerò il minimo richiesto, la mozione potrebbe essere formalizzata domani.

Sulla Brexit May si gioca tutto. Se il testo non passa alla prova di Westminster, il suo governo cade, si va a nuove elezioni e chissà se anche ad un nuovo referendum. L'Ue a sta a guardare: magari potrebbe avere un problema in meno da gestire, tra i tanti che la minacciano alla vigilia del voto 2019.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 20:48:00 +0000

POLITICA

Ritorna il condono per Ischia, ma i maldipancia pentastellati restano tutti

La vetta più alta della giornata si tocca quando prende la parola Massimo Margiotta, senatore lucano del Pd. Che declama in maniera stentorea: "Solo a parlare di condono mi viene da vomitare". I senatori del Movimento 5 Stelle scattano. C'è un'escalation di fischi, urla e "buhhhh", il momento più agitato dello scontro in aula. Ma ecco che Margiotta si calma, si guarda intorno, aspetta. Poi con tono di voce piatto completa la frase: "Sono le parole del ministro dell'Ambiente Sergio Costa". Nell'altra metà dell'emiciclo cala un silenzio imbarazzato. Il tasto dolente è stato toccato. Perché sul condono di Ischia, uno dei tanti articoli del decreto emergenze, i pentastellati faticano a esaltarsi. Quando prende la parola Vito Crimi a nome del governo, i battimani sono incerti e stentati.
C'è un problema politico, e uno molto più pratico di tenuta della maggioranza. Martedì, in commissione, il voto contrario di Gregorio De Falco e l'astensione di Paola Nugnes hanno contribuito a mandare sotto i gialloverdi. E si teme anche per la norma che consente un aumento delle sostanze tossiche nei fanghi sversati. Il clima è elettrico. I membri dell'esecutivo eletti a Palazzo Madama precettati. Ci sono i ministri Gian Marco Centinaio, Danilo Toninelli, Giulia Bongiorno, Barbara Lezzi e Erika Stefani. I sottosegretari Maurizio Santangelo e Andrea Cioffi. È pura psicosi. Bongiorno, Centinaio, Lezzi, Stefani e Toninelli corrono nell'emiciclo, nonostante formalmente siano in missione (come solitamente avviene per i membri del governo).
La grande paura dei numeri si risolve in una bolla di sapone. Gli emendamenti passano tutti congruenti al parere del governo. Ma per la prima volta nella storia della legislatura le lucine che si illuminano sui banchi della maggioranza non sono uniformi. Ecco che De Falco e Lello Ciampolillo votano con il Pd su Ischia, ripetutamente. La Nugnes tiene convintamente le braccia conserte, Elena Fattori, insieme ad altri tre colleghi, è lontana dall'aula. Una mano ai gialloverdi arriva anche da Forza Italia, divisa sul tema, che lascia libertà di voto ai propri senatori. Qualche minuto dopo succede anche con i fanghi: il senatore Saverio De Bonis, sempre 5Stelle, guida una fronda, che originariamente era di undici senatori poi, nel corso delle ore, si è assottigliata. Ora ne conta cinque.
Numeri piccoli, ma complessivamente pesanti. Espellere cinque, sei, sette, forse otto senatori è un prezzo che Luigi Di Maio non può permettersi di pagare.
Quando martedì notte il capo politico del Movimento 5 stelle ha riunito una sorta di gabinetto di guerra, immediatamente dopo il pollice verso in commissione, il dato sembrava tratto: espulsione per i reietti. Il vicepremier ha iniziato a maneggiare la questione con cura. Riunendo ministri e capigruppo per dare il segnale di una collegialità nelle decisioni, poi investendo della responsabilità il capogruppo Stefano Patuanelli. Come a dire: sono decisioni che riguardano le dinamiche del Senato e il regolamento interno. I guanti di velluto sono stati infilati perché la materia è delicata. Ne va dell'affidabilità del Movimento. E dei numeri della maggioranza. E pian piano, con il passare delle ore, il motore ha iniziato a diminuire i giri.
Incrociamo Patuanelli di corsa nella splendida galleria dei busti di Palazzo Madama. Incrocia Danilo Toninelli, si stringono la mano, sorridono. Quando gli si chiede che provvedimenti verranno presi con chi ha votato in difformità è tanto laconico quanto chiaro: "Mi pare che siano stati voti senza nessuna valenza politica".
Le porte sbattute in faccia non sono previste all'orizzonte. Ma la questione è più ampia. Un uomo tra quelli che hanno in mano i dossier la spiega così: "Basta mettere insieme i pezzi per avere un quadro chiaro: condono, fanghi, sicurezza, continue interviste con i giornalisti. È evidente che non c'è un dissenso su un tema, ma la volontà pretestuosa di arrivare allo scontro". Il ragionamento è chiaro: da un lato cacciare chiunque esprima un voto dissonante sarebbe una follia. Dall'altro non fare nulla darebbe la stura a qualunque tipo di fronda. Che oggi nei numeri è contenibile, domani chissà. Il primo provvedimento, che potrebbe essere preso già nei prossimi giorni, è una sistemazione delle presenze in commissione, in modo tale da spostare i pasionari da quelle in cui i numeri sono più risicati.
Al momento, fatti salvi alcuni casi "recidivi", non si vede all'orizzonte una fronda organizzata. Tanti mal di pancia sì, che si concretizzano in micro battaglie, punture di spillo ora innocue, ora dolorose per Di Maio e per la tenuta del governo. Come non farlo diventare una malattia endemica sarà la grande questione dei prossimi giorni.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 20:48:00 +0000

ESTERI

Un risarcimento milionario. L'accusatore del Papa, l'ex nunzio Viganò, condannato a risarcire il fratello

L'ex nunzio vaticano negli Stati Uniti, l'arcivescovo Carlo Maria Viganò - protagonista quest'estate di un attacco senza precedenti a Papa Francesco di cui ha chiesto pubblicamente le dimissioni - dovrà versare a uno dei suoi fratelli, don Lorenzo, un sacerdote disabile, un maxi-risarcimento: in tutto un milione e ottocentomila euro, oltre gli interessi legali e le spese processuali. Lo ha stabilito una sentenza (10.359/2018, giudice Terni) della quarta sezione del Tribunale civile di Milano, depositata a metà dello scorso ottobre.

Entrambi sacerdoti, i due avevano deciso di mantenere la cointestazione dei beni loro assegnati alla morte del padre, un imprenditore lombardo, dando vita ad una comunione ereditaria, sempre gestita dall'arcivescovo, ma senza alcuna rendicontazione al fratello, sebbene richiesta.

L'eredità, al 30 settembre 2010 comprendeva numerosi immobili per un valore stimato di quasi 20 milioni e mezzo di euro, oltre ad una rilevante somma di denaro (oltre sei milioni e settecentomila euro). L'ex nunzio - ha stabilito il Tribunale - aveva sempre percepito i proventi dei beni immobili, detenendo tutta la liquidità facente parte della comunione, beneficiando complessivamente " di operazioni per un importo netto di euro 3.649.866,25". Adesso dovrà pagare al fratello la metà di quella cifra.

Affari di famiglia, si dirà. Se non fosse che don Lorenzo Viganò è stato tirato in ballo direttamente dal fratello vescovo in una lettera del 2011 in cui il presule chiedeva a Papa Ratzinger di non essere inviato nunzio a Washington , ma di rimanere in Vaticano, nella speranza di proseguire il suo cursus honorum che lo avrebbe visto diventare presidente del Governatorato e per ciò stesso cardinale.

Nella lettera in cui resisteva alla decisione, Carlo Maria aveva infatti addotto come impedimento la necessaria, doverosa e diretta assistenza in cui era impegnato nei confronti di suo fratello Lorenzo, disabile.

Quella missiva costituì uno dei documenti che diedero inizio al primo Vatileaks che sfociò nella rinuncia di Benedetto XVI.

In realtà gli accertamenti svolti e la testimonianza diretta di don Lorenzo Viganò supportata da documenti di attività accademica, contratti d'affitto, utenze e quant'altro, hanno mostrano una situazione completamente diversa, visto che don Lorenzo risiede da anni a Chicago (che indubbiamente è più vicina a Washington che a Roma). Ma visto soprattutto che il sacerdote aveva già del tutto interrotto i rapporti con l'ex nunzio da più di due anni e aveva addirittura intrapreso le vie legali contro di lui. Un'azione giudiziaria iniziata nel settembre 2010 e terminata, in primo grado il 16 ottobre scorso, con l'obbligo per l'arcivescovo "sterminatore di Papi" - di pagare a don Lorenzo quasi due milioni di euro.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 19:05:00 +0000

POLITICA

La clessidra di Minniti

La clessidra di Marco Minniti non ha ancora consumato l'ultimo granello. La sabbia continua a scorrere in attesa di una decisione che non arriva ancora. Oggi doveva essere il giorno del grande annuncio. E invece l'ex ministro dell'Interno ha fatto sapere ai suoi fedelissimi che il travaglio della decisione non è ancora concluso. Il giorno buono dovrebbe essere domani, comunque prima di venerdì, giorno in cui sarà a Firenze alla presentazione del suo libro con Matteo Renzi. Chissà.

È un travaglio vero, non una trovata comunicativa per alimentare un po' di suspense. Politico e personale, anche se, per molti anche dei suoi, quasi incomprensibile, perché "a un certo punto o è sì o è no". Amici e compagni di una vita che ci hanno parlato in queste ore raccontano di pulsioni contrastanti. Più scettico nei giorni scorsi, orientato al gran rifiuto, più possibilista oggi. Stefano Esposito, che ieri era con lui alla presentazione del libro a Torino, dice: "Al netto del mio convinto sostegno, è evidente che la sua candidatura ci metterebbe nelle condizioni di fare una discussione seria sulla linea, tra opzioni contrapposte, e sulle ragioni della travolgente sconfitta. Detto questo, se andiamo avanti così, faremo un congresso con posti in piedi, non perché ci sono le folle, ma perché non troveremo più neanche le sedie su cui sederci".

È uno spettacolo surreale, questa sorta di "minnitometro" che va in scena in Transatlantico, specchio di un partito avvitato in una spirale politicista e in una discussione "nascosta", con finora un solo candidato ufficiale tra i big in campo. E due quasi candidati, col paradosso che il grande decisionista degni anni di governo al Viminale non si decide, mentre Zingaretti, che ha la fama di "Sor tentenna", è l'unico che si capisce cosa voglia fare: si è candidato, gira l'Italia come una trottola, è carico come una dinamo.

"Minniti sì", "Minniti no", "si candida o non si candida", "pare che si sta convincendo". È questo l'argomento dei capannelli: "L'impressione – dice Walter Verini – è che siamo avvolti in un confronto che riguarda solo il ceto politico qui dentro, mentre fuori c'è una immensa domanda, vedi la piazza di Torino. Una volta si diceva 'extra ecclesiam, nulla salus', ora invece la salus è tutta extra ecclesiam". Dentro, i chierici che hanno perso i fedeli e forse anche la fede, si muovono senza la percezione della straordinarietà del momento, in un congresso che, già sul nascere, pare diventato un gioco di società per pochi intimi. Poco distante, Deborah Serracchiani affida la sua fotografia a un gruppo di parlamentari: "La situazione è questa, si litiga per l'eredità, ma col piccolo particolare che manca il de cuius". Perché, politicamente parlando ovviamente, Renzi è vivo e lotta insieme a loro. È questo il punto, all'interno di una discussione sul suo ruolo evitata e rimossa in forma pubblica. Diciamo le cose come stanno: quando Marco Minniti ha preso in considerazione l'idea di candidarsi pensava che attorno alla sua figura, e alla sua storia, si potesse realizzare una operazione politica. E cioè: allargare il campo e andare oltre la logica della ridotta del renzismo, portando quel mondo sconfitto oltre il "come eravamo". Tradotto, in modo un po' tranchant: pensava che dal mondo renziano arrivasse una delega piena e che, per dirne una, Martina, a quel punto, corresse con lui, o che, per dirne un'altra, Gentiloni a quel punto mostrasse equidistanza e che, magari, qualche ex ds sentisse il richiamo della foresta.

Ecco, nessuna di queste tre cose è avvenuta. Anzi, è avvenuto l'opposto. Il campo si è stretto. A Salsomaggiore, di fatto, Renzi ha sancito il "liberi tutti", lasciando libero sfogo a quanti, tra i suoi, si sentono ormai nel Pd ospiti in casa d'altri e lo spingono a fare un altro partito, in nome del "noi non chiederemo mai scusa". E nulla ha fatto per addolcire la diffidenza di un pezzo del suo mondo su Minniti, vissuto come troppo autonomo "perché non è uno dei nostri". E ancora: nei giorni scorsi Maurizio Martina ha spiegato proprio a Minniti che, per quanto lo stimi, non ha alcuna intenzione di rinunciare a correre, anche se l'ex ministro sarà in campo. E ancora: il mite Gentiloni si è schierato, definitivamente, a favore di Zingaretti. Politicamente parlando, dunque, il campo si è stretto, né l'entusiasmo di un nuovo inizio ha preso il posto del reducismo di ciò che è stato. Questo, per rimanere nei termini della politica alta. Poi c'è la bassa cucina, che sempre della politica fa parte, ovvero posti, liste e organigrammi. Perché è chiaro che il sostegno, anche se poco convinto, non è costo zero. E i renziani hanno chiesto posti e chiave, per lasciare pochi margini di autonomia al candidato: Lotti all'organizzazione delle liste, Teresa Bellanova o Ettore Rosato come coordinatori della mozione, come forme di garanzia e di tutela del potere reale nel partito.

Se così stanno le cose, deve aver pensato Minniti, il punto fondamentale è il dopo: come si gestisce un partito in cui il congresso non lo vince nessuno e va fatto un accordo il minuto dopo, accordo che inevitabilmente passa per Renzi che sta giocando su due candidature autorizzando i suoi anche a sostenere Martina? Un quesito che spinge Minniti a dire "arrivederci a tutti". Però c'è l'altro corno del problema. Senza la sua candidatura, a quel punto vince Zingaretti e, il minuto dopo, il Pd perde un pezzo, perché quella sala di Salsomaggiore non starà mai in un partito guidato da Zingaretti, sprezzantemente etichettato come "la riedizione dei Ds". E il tema dell'unità del partito è un tema sensibile per uno cresciuto nel Pci. E la sabbia continua a scorrere senza che la decisione sia stata presa.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 18:50:00 +0000

ECONOMIA

La Borsa teme la guerra tra soci, Tim perde il 3% dopo la cacciata di Genish. Di Maio: "Puntiamo a player unico"

E' tregua (apparente) sul fronte Tim dopo il 'siluramento' dell'amministratore delegato Amos Genish. I contendenti in realtà affilano le armi, con la Borsa che annusa l'odore di sangue e colpisce con gli ordini di vendita il titolo della società che ha chiuso con un -3,16% a quota 0,5210 euro per azione. Vivendi fa trapelare che al momento non intraprenderà alcuna iniziativa e che vuole aspettare l'esito del cda che si riunirà nel pomeriggio di domenica prossima a Roma per nominare il nuovo a.d. Dall'esito di questa scelta scatterà l'eventuale richiesta di convocare l'assemblea, facoltà che Vivendi, forte del suo 23,9% del capitale, può esercitare in qualunque momento. Elliott, invece, ricorda che il cda è tecnicamente indipendente ed è stato eletto all'assemblea del 4 maggio scorso con voti rastrellati sul mercato. In ogni caso, non fa mistero di avere quantomeno condiviso la scelta di dare il benservito a Genish, il quale ha espresso l'intenzione di rimanere come consigliere nel board dove fu eletto in quota Vivendi.La palla per il momento passa al Comitato nomine e remunerazione che si riunirà domani alle 10.30 a Roma e che dovrà effettuare tutti i passaggi tecnici per l'addio di Genish e per approntare la nomina del nuovo capo azienda.

Al momento si continua a propendere per la soluzione interna, che eviterebbe di cooptare un amministratore dall'esterno con le conseguenti dimissioni di un attuale consigliere targato Elliott. Per la scelta interna si rafforza l'opzione Luigi Gubitosi, che potrebbe risultare gradito anche a Vivendi consentendo così di rinviare lo scontro in assemblea alla riunione del prossimo aprile per l'approvazione del bilancio. Il favorito rimane ancora l'ex 'delfino' di Sergio Marchionne, il tarantino Alfredo Altavilla, ritenuto il più idoneo a tradurre in pratica i desiderata di governo ed Elliott: scorporo della rete e successiva fusione con il network di Open Fiber per la creazione di un player unico che verrebbe premiato con una remunerazione più favorevole, ovvero con il sistema Rab ('regulated asset basè) che permette di finanziare in tariffa, dunque sulle bollette di chi usa l'infrastruttura, tutti gli investimenti. Il nuovo a.d. sarà affiancato da uno o due direttori generali: in questo caso i candidati principali sono l'attuale cfo Piergiorgio Peluso, il direttore Business e top clients Lorenzo Forina e l'ex numero uno di Tim Brasil, Stefano De Angelis.

Su una ulteriore mossa di Cdp in Tim "non posso dare nessuna informazione". Lo afferma il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio a margine del question time alla Camera. "L'obiettivo è creare un player nazionale della connettività. Questo è quanto stiamo cercato di ispirare e stimolare". Sugli assetti societari, Di Maio risponde: "Per quanto riguarda il disegno generale quella è un'azienda privata, va avanti secondo le dinamiche del diritto privato".

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 18:28:00 +0000

POLITICA

Il Senato reintroduce il condono per Ischia

L'Aula del Senato reintroduce il condono edilizio a Ischia, respingendo l'emendamento all'articolo 25, presentato ieri da Forza Italia e approvato in commissione al Senato battendo così la maggioranza.

Con la bocciatura, votata durante l'esame del decreto Genova e altre emergenze in corso a Palazzo Madama, si torna di fatto al testo iniziale dell'articolo, per cui restano il riferimento e l'applicazione della legge sul condono dell'85 (la n.47) per le istanze pendenti su immobili danneggiati dal sisma di un anno fa.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 18:10:00 +0000

ESTERI

Il pendolo di Gaza

Le dimissioni del Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, leader del partito Yisrael Beitenu, formazione di destra laica, con un elettorato prevalentemente di origine russa, sono testimonianza di quanto abbia inciso negli assetti politici interni israeliani la prolungata crisi di Gaza, iniziata con la proclamazione da parte di Hamas delle "Marce del Ritorno" settimanali, ogni venerdì, a partire dallo scorso 28 marzo. Dopo una posizione inizialmente moderata, negli ultimi mesi Lieberman aveva indurito le sue proposte, avanzando nel Consiglio di Gabinetto la richiesta di dare una massiccia risposta alle continue provocazioni di Hamas, ristabilendo così la deterrenza israeliana, secondo lui oramai deterioratasi, per colpa dell'atteggiamento più che cauto assunto da Netanyahu. Il Premier è deciso a non farsi trascinare in una nuova guerra nell'infida Striscia, in grado di causare numerose vittime e forti danni sia alle forze armate impegnate nell'operazione, sia alla stessa popolazione civile israeliana; e questo alla vigilia di probabili elezioni anticipate, dai più date per certe per la primavera 2019.

La mossa di Lieberman può essere definita in gergo scacchistico la classica "mossa del cavallo": mentre i sondaggi danno il suo partito ai limiti della soglia di ineleggibilità per le prossime elezioni legislative, egli si mette in condizione di condurre la campagna elettorale attaccando la debolezza del Premier, e contestualmente la sostanziale arrendevolezza del suo principale avversario sulla destra, il Ministro dell'Istruzione e leader di TheJewish Home, il partito nazional religioso di ultradestra Naftali Bennet, che da tempo aspira a succedere a Natanyahu, e che nei mesi passati aveva accusato Lieberman di codardia e cedevolezza.

D'altronde, dopo i ripetuti annunci di raggiunti accordi di cessate il fuoco tra Israele, Hamas e le altre fazioni armate presenti a Gaza (accordi mediati, attraverso negoziati indiretti, dalla Sicurezza egiziana e personalmente dallo stesso Presidente Al-Sisi, insieme all'attivissimo inviato speciale dell'ONU nell'Area Vladimir Mladenov, cui ultimamente si sono aggiunti Qatar, Norvegia e Svizzera), si sono verificati scoppi di violenza sul terreno che ogni volta hanno fatto ripartire da zero il negoziato. Sicuramente, gli spoiler che vogliono mettere fine a questi tentativi di arrestare la corsa verso una nuova guerra si fanno sempre più forti.

L'ultima gravissima crisi, iniziata domenica e durata fino a martedì, causata dalla scoperta, da parte delle milizie di Hamas, di un'operazione segreta condotta da forze speciali israeliane travestite da arabi all'interno della Striscia, è stata la più violenta di tutte: circa 500 razzi sparati da Gaza, di cui due hanno raggiunto il Centro di Israele come ammonimento della potenziale gittata dei missili posseduti dalle milizie palestinesi; il comandante dell'unità israeliana ucciso e il suo vice gravemente ferito; un bus israeliano che trasportava soldati al confine con Gaza centrato da un missile anticarro, con un morto. Dall'altra parte, sono state condotte quasi 200 missioni aeree contro bersagli mirati di Hamas e dello Jihad islamico, con danni gravissimi ma con un numero relativamente basso di vittime civili.

Tuttavia, mercoledì, come si è detto, è stato proclamato un nuovo cessate il fuoco, richiesto da Hamas attraverso i diversi mediatori già ricordati, e fortemente voluto da Netanyahu, che lo ha sostanzialmente imposto ai suoi ministri. Le ragioni di questo atteggiamento estremamente cauto, del tutto opposto all'immagine di "Mister Security" generalmente attribuito al Leader, sono state chiaramente riassunte in un'importante intervista rilasciata a Parigi lo scorso 11 novembre, in occasione delle celebrazioni per la fine della Grande Guerra.

In quell'intervista, dopo aver affermato di voler evitare un collasso umanitario a Gaza, e di aver perciò concesso al Qatar di inviare a Gaza carburante per rifornire gli abitanti di energia elettrica e denaro per pagare i dipendenti pubblici, egli ha detto di voler fare ogni cosa per evitare una guerra non necessaria, che al suo termine lascerebbe le cose come stanno ora. Ha altresì aggiunto che, anche in caso di conquista di Gaza e di rimozione di Hamas dal potere, nessuno sarebbe disposto ad assumere il controllo della Striscia, a partire dallo stesso Israele.

Egli ha concluso che Israele è a un passo dall'esercitare il massimo della forza, e che Hamas lo comprende: perciò prima di tutto il suo Governo cerca di ristabilire la calma, e solo successivamente, se la calma reggerà, di raggiungere un accordo più lungo e impegnativo. È significativo che quelle posizioni siano state ribadite nel Consiglio di Gabinetto di martedì, malgrado l'opposizione di Lieberman e Bennet, e anche grazie al convinto appoggio di tutti i capi dei Servizi di Sicurezza, che partecipavano alla riunione.

Alla base di questa ferma opzione di Netanyahu, olltre alla già ricordata imminenza della possibile campagna elettorale, e dei rischi relativi alle ricadute sull'opinione pubblica delle drammatiche conseguenze, della guerra, vi è anche l'aspirazione a consolidare i rapporti con gli altri Stati Arabi, di cui anche la recente visita in Oman è stata testimonianza, e la convinzione che una nuova guerra nella Striscia danneggerebbe gravemente l'importante processo di apertura in atto verso i Paesi limitrofi.

Quanto ai leader di Hamas, essi sono pienamente consapevoli di questi limiti e contraddizioni cui Israele deve fare fronte, e la tentazione di alzare sempre più la posta dello scontro deve essere certamente forte. Il pendolo tra pace e guerra, a Gaza, dunque, oscilla sempre più forte, e nei giorni scorsi ha rischiato di sganciarsi. Eppure, questa guerra sarebbe inutile e insensata, e va fermata con ogni sforzo anche dalla Comunità internazionale, e dalla stessa Europa che in questi giorni è stata clamorosamente assente.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 17:58:00 +0000

CRONACA

Scrisse 'Forza Vesuvio' su Fb, assolta in appello l'ex consigliera leghista

"Il fatto non sussiste". Con questa formula è stata assolta oggi dalla Corte d'Appello di Milano l'ex consigliera provinciale di Monza in quota Lega Nord, Donatella Galli, che era stata condannata in primo grado a venti giorni di reclusione per aver pubblicato su Facebook nel 2012 un post con su scritto 'Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili', augurandosi "una catastrofe naturale nel centro-sud Italia".

"Noi siamo increduli e aspettiamo di leggere le motivazioni tra 60 giorni", ha commentato l'avvocato Sergio Pisani, parte civile e che in qualità di presidente della Ottava Municipalità di Napoli aveva presentato la denuncia, dando origine all'inchiesta terminata con la condanna in primo grado a Monza nel marzo 2017. La donna era stata condannata anche a risarcire la parte civile che aveva chiesto "un euro simbolico". Galli era accusata di aver propagandato "idee fondate sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto ai meridionali" e di "discriminazione razziale ed etnica".

"Aspettiamo le motivazioni e faremo ricorso - ha spiegato il legale di parte civile - Questa sentenza può dare il via libera a tutti quegli insulti che si sentono nelle curve degli stadi e contro cui noi abbiamo presentato già delle denunce".

Galli, ha sempre sostenuto la difesa col legale Maurizio Bono, aveva "postato quella frase all'interno di un gruppo privato di amici sulla sua bacheca Facebook" ed era stata solo "una boutade". Stando all'imputazione, la donna nell'ottobre del 2012 inserì su Fb la "foto satellitare dell'Italia priva delle regioni dal Lazio e dagli Abruzzi in giù e la frase 'il satellite vede bene, difendiamo i confini ...". E poi scrisse "Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili", augurandosi, come ha evidenziato la Procura di Monza, "una catastrofe naturale nel centro-sud Italia provocata dai tre più grandi vulcani attivi là esistenti".

Per il giudice di Monza Elena Sechi, che aveva condannato l'ex consigliera a 20 giorni (pena sospesa), quella che la donna definiva una "battuta" era, invece, un'espressione di "chiaro ed inequivoco contenuto razzista, nel senso di pregiudizialmente ostile nei confronti di alcune popolazioni", "carica di violenza" e idonea a "propagandare l'avversione contro i meridionali".

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 17:49:00 +0000

POLITICA

Non solo Austria e Olanda, l'offensiva tedesca contro il Governo: "La Bce lasci che i mercati castighino l'Italia"

L'attenzione si è destata improvvisamente ancor prima che la lettera di risposta del Governo italiano venisse recapitata alla Commissione Europea. Nell'arco di 24 ore il principale quotidiano finanziario del Paese, i capo-economisti delle maggiori banche tedesche, il presidente della Banca centrale e - seppur con il bon ton suggerito dall'opportunità diplomatica - la cancelliera federale hanno espresso, all'unisono, un loro assillo comune: il debito pubblico italiano. Con una serie di interventi in rapida sequenza, ma con modi diversi, le principali autorità politiche ed finanziarie di Berlino preparano il terreno allo scontro che nei prossimi giorni impegnerà Roma e Bruxelles sulla legge di Bilancio, con toni che oscillano dall'avvertimento disinteressato alle minacce in senso stretto.

Prendiamo per esempio Jörg Krämer, capo-economista di Commerzbank, secondo istituto di credito della Germania. Il titolo del suo intervento pubblicato su Handelsblatt Global non lascia spazio all'interpretazione: "Lasciare che i mercati castighino i populisti italiani". Sulla versione internazionale del quotidiano finanziario tedesco, Krämer auspica che l'Ue e la Bce "non indietreggino" di fronte all'ostinazione di Roma di lasciare sostanzialmente intatto il suo Documento di Bilancio. Anzi: "Devono sfruttare le pressioni che i mercati stanno esercitando sull'Italia".

Stare fermi, e aspettare. A quel punto, sostiene il capo-economista di Commerzbank, in sofferenza di liquidità per finanziare il suo debito in seguito all'esplosione dello spread, Roma può rientrare nel programma di acquisti di titoli di uno Stato membro (l'Omt), una volta che a fine anno la Bce avrà sospeso il Quantitative easing. Com'è noto però, l'assistenza finanziaria dell'Omt non è a buon mercato: prevede infatti che il Governo che se ne avvale approvi un rigoroso piano di riforme (in pratica, tagli alla spesa pubblica) a cui l'erogazione dei finanziamenti della Bce è strettamente vincolata. "Difficilmente l'esecutivo populista accetterebbe di varare queste riforme", scrive Krämer. Come fare? L'economista suggerisce anche il successivo passo politico: "Il Presidente della Repubblica dovrebbe indire una nuova rapida elezione che appoggi un governo moderato, che accetti le riforme richiesta dall'UE, creando così le condizioni perché la BCE intervenga". Un remake dell'avvicendamento Berlusconi-Monti, in sintesi. Ma vista la popolarità del Governo in carica, difficilmente Mattarella potrà seguire questo schema, si rammarica Krämer. E quindi? "Affinché i mercati esercitino la loro disciplina, la Bce si deve attenere alle regole", e stare ferma fino a quando l'Italia, sotto lo schiaffo dei mercati, non accetti le riforme "chieste" da Bruxelles.

L'opinione espressa con modi rudi da Krämer su Handlesblatt è l'equivalente di quella apparsa qualche ora prima sul Financial Times, a firma del collega David Folkerts-Landau, capo-economista di Deutsche Bank, al quale va forse riconosciuto lo zelo profuso nel far passare l'austerità richiesta da Bruxelles come la base per un "grande accordo". Folkerts-Landau inizia il suo intervento riconoscendo ampi meriti a Roma per la sua "parsimonia" nella programmazione di bilancio degli anni passati: l'Italia dall'ingresso nell'Eurozona "ha registrato un avanzo primario di bilancio quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno". Il problema, secondo l'economista di DB, è la spesa sugli interessi del debito pubblico accumulato prima dell'ingresso nell'euro e ogni soluzione passa dalla sua riduzione. Ecco, in pratica la soluzione prospettata da Folkerts-Landau: coinvolgere il Meccanismo europeo di Stabilità finanziando una parte del debito italiano, così da permettere all'Italia di ripagarne gli interessi solo quando la sua economia sarà tornata a crescere: "La bozza di questo grande accordo è la seguente: l'Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali". Ecco che tornano, quindi, le riforme "chieste" dall'Europa. La declinazione del concetto da parte dei due capo-economisti è diversa, l'effetto invece è lo stesso.

Nel giorno in cui Berlino fa i conti con la prima frenata della "locomotiva" economica dal 2015 e un report della Bundesbank mette in guardia sulla "vulnerabilità del sistema finanziario tedesco", anche il suo presidente Jens Weidmann lancia un messaggio al Governatore della Bce Mario Draghi, con un evidente - sebbene non esplicito - riferimento all'Italia. Weidmann ha auspicato che la normalizzazione della politica monetaria non sia ritardata inutilmente per ragioni fiscali, ammettendo comunque che occorrerà molto tempo prima che si torni a livelli normali: "Non dovremmo perdere tempo sulla lunga strada verso la normalità monetaria" e "non dovremmo prendere alla leggera i rischi e gli effetti collaterali di una politica monetaria estremamente accomodante". Per Berlino e non solo il tempo del bazooka di Draghi è finito e non è il caso di tergiversare oltre, ribadendo che dalla prossima estate si penserà a un "rialzo" dei tassi. Per l'Eurozona ora non è il momento di attenuare il rigore fiscale e nazioni fortemente indebitate "come l'Italia" dovrebbero ridurre il carico del debito".

Tra le tante premure per la situazione italiana non poteva mancare quella di Angela Merkel. Nel suo discorso alla plenaria di Strasburgo, la Cancelliera l'ha sottolineata "con enfasi" che "l'Italia è un paese fondatore". E quindi, "ha deciso insieme a tutti gli altri le regole che oggi sono all'origine della nostra base giuridica", ha detto Merkel. Chiedendo quindi l'intervento della Commissione Europea: "Ora la Commissione ha un compito importante da svolgere, è importante che si giunga a una soluzione e la mia speranza è che lo si faccia nel dialogo con le autorità italiane".

Se non bastasse, a soffiare sul fuoco ci ha poi pensato un editoriale di Handelsblatt, principale quotidiano finanziario della Germania: "La lettera di Roma è uno schiaffo in faccia agli altri partner dell'Unione Europea". Quelle che arrivano da Berlino, invece, sono carezze.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 17:28:00 +0000

CRONACA

Mamma a 62 anni: un parto speciale al San Giovanni di Roma

Fiocco rosa speciale all'Ospedale San Giovanni di Roma, dove una donna di 62 anni ha dato alla luce questa mattina una bambina di tre chili e duecento grammi. Sia la madre che la neonata stanno bene. La piccola è nata con parto cesareo programmato e per l'epidurale è stata usata la tecnica in via di sperimentazione dell'eco-navigazione, ossia una sonda ecografica che indica all'ago la via per eseguire l'epidurale. La neo-mamma, di professione infermiera, ha avuto l'impianto dell'intero embrione a Tirana, in Albania. La scelta è caduta su di questo tipo di donazione anche perché la donna non ha un partner.

Due anni fa alla clinica Pineta Grande di Castel Volturno era toccato a un'altra 'anziana' diventare madre per la prima volta a 62 anni. In quell'occasione era nato un maschietto di tre chili e mezzo. La donna malgrado l'età avanzata e quattro aborti spontanei, aveva voluto tentare a tutti i costi un'altra gravidanza.

"Di nascite dopo i 60 anni sia in Italia che all'estero ce ne sono già state", commenta il responsabile di anestesia ostetrica del San Giovanni Marco Traversa. E aggiunge: "Quello che raccontano i dati è che nel Lazio la popolazione ostetrica è sempre più anziana. Soprattutto dalla nostra esperienza viene fuori che nell'area metropolitana in media le donne partoriscono per la prima volta intorno ai 40 anni e anche oltre, e arrivano a fare il secondo figlio anche tra i 46 e i 50 anni". Proprio questa tendenza sta alla base della percentuale particolarmente alta per la procreazione medicalmente assistita: "Nel Lazio la percentuale è del 20%, mentre per esempio in Toscana è al 7% e in Friuli al 3%", dice ancora Traversa.

Insomma, non c'è bisogno che a parlare siano sociologi o psicologi, perché la realtà è sotto gli occhi di tutti. In una città complicata come Roma fare figli e gestire la loro crescita è una strada tutta in salita. E non è una novità che le donne finiscano per partorire il primo figlio sempre più tardi. O a non farne per niente, come raccontano i dati Istat sulla denatalità in Italia.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 17:17:00 +0000

CITTADINI

Sicurezza è libertà, una endiadi irrinunciabile

Che cosa siamo disposti a cedere, in termini di libertà, per avere più sicurezza? Un sondaggio, fatto all'indomani degli attentati di Parigi del novembre 2015, rivelò che più di 8 italiani su 10 erano pronti a rinunciare a parte della libertà individuali o a vedere applicate misure straordinarie in cambio di maggiore sicurezza. Questo tipo di convinzione, tra i cittadini, resta molto diffusa anche oggi.

Chi si occupa di sicurezza non può non interrogarsi. Tenta di farlo, in maniera intelligente, l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti che, nel suo ultimo libro, intitolato non a caso Sicurezza è libertà, spiega con nettezza come questi due principi della nostra democrazia non sono una coppia opposizionale, ma piuttosto una endiadi irrinunciabile. "Non c'è autentica sicurezza se è limitata ad alcuni ambiti dell'esistenza, cioè se per garantire la propria sicurezza si è obbligati a rinunciare ad alcune liberta", scrive Minniti e aggiunge: "Il nesso tra libertà e sicurezza è altrettanto evidente e intuitivo se rovesciato. A che mi serve la mia libertà se è sganciata da un principio di garanzia del rispetto delle mie azioni?".

Proprio per questo, sicurezza è una parola che dovrebbe appartenere più al mondo della sinistra che della destra. Perché sicurezza non significa solo ordine pubblico o persone armate fino ai denti in casa propria in una sorta di "far west" all'amatriciana. Sicurezza significa soprattutto politiche sociali adeguate per far sì che la gente comune possa continuare a vivere nel quartiere dove con fatica e con un mutuo ha acquistato una casa. Sicurezza vuol dire controllo del territorio in modo che la gente non ceda al terrore e continui a affollare le piazze. Sicurezza dovrebbe tradursi, per gli apparati che se ne occupa, primariamente in prevenzione piuttosto che in repressione.

Una sfida non facile, ma necessaria. Necessaria per contrastare la criminalità nostrana e le mafie che rappresentano sempre e comunque il vero problema dell'Italia, nonostante una certa narrazione politica e mediatica induca a pensare altro; per far sì che il fisiologico fenomeno dell'immigrazione diventi un'opportunità per l'Europa e non un'emergenza inventata per calcoli elettorali; per evitare che il pericolo terrorista, col quale dobbiamo convivere, possa vincere la sfida più importante: quella di limitare la nostra libertà. Perché sicurezza è libertà. Tutto il resto rischia di portarci al Medioevo. O peggio ancora, alle dittature e ai drammi del secolo scorso.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 17:09:00 +0000

POLITICA

Di Maio convocato dal consiglio di disciplina dell'odg Campania

Dopo il deferimento deciso dal presidente dei giornalisti campani Ottavio Lucarelli, sulla base delle numerose segnalazioni ricevute, l'Odg Campania sentirà il vicepremier Luigi Di Maio, iscritto nell'albo dei pubblicisti, che in seguito all'assoluzione di Virginia Raggi aveva bollato la categoria con l'appellativo di "infimi sciacalli".

Il Consiglio di Disciplina Territoriale dell'Ordine dei giornalisti della Campania ha deciso di convocare Di Maio affinché "fornisca chiarimenti in merito alle sue dichiarazioni", si legge in una nota. Di Maio ha annunciato di voler rinunciare all'immunità parlamentare sulla vicenda.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 17:03:00 +0000

ECONOMIA

Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco

Come era prevedibile, alla Commissione Europea la risposta del governo italiano che intende mantenere inalterati i dati riguardanti i saldi e la crescita non è piaciuta affatto. Finisce così miseramente l'improbabile tentativo di mediazione del ministro Tria, con l'incerto e inefficace sostegno del presidente del Consiglio. Vasi di coccio finiti tra vasi di ferro, quali, per ora, sono Salvini e Di Maio.

I primi a chiedere che all'Italia non si conceda nulla e che anzi bisogna aprire una procedura d'infrazione nei nostri confronti sono stati paesi come l'Austria e l'Olanda. L'internazionale nazional-sovranista è una contraddizione in termini, peggio che un ossimoro. E infatti alla prima prova più che liquefarsi non si è neppure appalesata. Durissimo il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger - membro di un governo nel quale i popolari governano con il partito dell'ultradestra guidato da Strache – con una dichiarazione che come si sa ha l'effetto di mandare in bestia i nostri governanti: "L'Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco". Con la rilevante differenza che il peso dello Stivale è assai maggiore di quello del paese ellenico e i pericoli di contagio ancora maggiori. Infatti lo stesso ministro austriaco ha aggiunto che "non si tratta di una questione italiana, ma europea". Avendo in questo caso del tutto ragione, ma in un senso ben diverso da quello che intende.

La "questione italiana" è europea perché il nostro paese è "too big to fail and too big to be saved". Troppo grosso per lasciare che vada in fallimento, viste le conseguenze che ne deriverebbero per l'Ue nel suo complesso – specie nell'incertezza della soluzione da adottare per la Brexit - e allo stesso tempo troppo grosso per essere salvato, visto il permanere di politiche rigoriste ancora saldamente al comando della Ue, malgrado che proprio a queste vada fatta risalire l'incapacità dell'Europa di uscire dalla crisi, a differenza di altri paesi, come gli Usa, dove sono state condotte, una volta viste le disastrose conseguenze del fallimento della Lehman Brothers, ben altre politiche di tipo espansivo. Il guaio è che in questo caso non hanno torto Olivier Blanchard e Jeromin Zettelmeyer quando, in un articolo per il Peterson Institute for International Economicsche, scrivono che l'Italia rischia una manovra espansiva dagli effetti recessivi.

Infatti oramai il contrasto non è tanto o solo sul famoso 2,4% nel rapporto deficit/Pil, quanto sulle stime di crescita che il governo italiano prevede. Se poi il medesimo pensa, come è stato affermato in chiave eventuale, di modificare la manovra in corso d'opera, tagliando ulteriormente la spesa come unica soluzione qualora l'economia rallentasse più del previsto (ovvero i livelli di crescita dichiarati non fossero raggiunti, cosa pressoché certa) saremmo di fronte ad una misura pro-ciclica, quindi l'esatto contrario di ciò che avrebbe suggerito Keynes, dietro il quale qualche nostro ministro ha cercato persino di nascondersi.

Non ci sarebbe da stupirsi, dal momento che le politiche economiche keynesiane non si fondano soltanto sulla redistribuzione – dato e non concesso che nella manovra italiana ce ne sia a sufficienza – quanto su un'efficace politica di investimenti pubblici in settori innovativi dell'economia capaci di attirare occupazione, fare crescere il Pil, cambiandone necessariamente la composizione, e il livello delle retribuzioni. Ma di tutto ciò non c'è traccia nel disegno economico del governo italiano. Pensare ad un esito felice dell'andamento dell'economia per l'anno in corso è impossibile. Anzi l'Istat ha certificato una crescita zero per il terzo trimestre e il quarto non è certo cominciato sotto buoni auspici. Arrivare all'1,5%, quando tutti gli organismi internazionali e domestici accreditano per il 2019 una crescita al massimo dell'1%, è peggio che temerario. È irresponsabile. Non in astratto, ma in concreto. Cioè sulla base delle premesse fornite dall'economia reale e dalle misure prospettate dal governo.

Il facente funzione di presidente dell'Istat, l'economista Maurizio Franzini, studioso eccellente del fenomeno della povertà nel nostro paese, ha dichiarato l'altro giorno, nell'audizione presso la commissione competente della Camera, che il c.d. reddito di cittadinanza – ma, per i suoi pesanti condizionamenti, preferirei chiamarlo reddito di sudditanza – può al massimo produrre un aumento dello 0,3% del Pil, nel caso provochi uno shock nei consumi delle famiglie. Ma tale percentuale scenderebbe di molto se facesse la fine degli 80 euro di renziana memoria, ovvero venisse in buona parte messo a risparmio in previsione di tempi più duri. In ogni caso visto che la sua entrata in vigore non è prevista, se non nel secondo trimestre del 2019, è improbabile che tale risultato venga raggiunto.

Non migliore sorte hanno le riduzioni fiscali previste - anche per "premiarle" per occupazioni temporanee - per le imprese (il taglio di 9 punti percentuali dell'aliquota Ires) poiché solo il 7% ne trarrebbe vantaggio. La stessa Bankitalia ha sottolineato che il sistema di incentivazioni alle imprese ideato da questo governo avrebbe una qualche efficacia, nel senso della convenienza per i datori di lavoro naturalmente, solo nelle fasi favorevoli del ciclo economico. Quindi saremmo di fronte anche qui a misure pro-cicliche.

L'ancora di salvezza delle privatizzazioni (Conte e Tria hanno parlato di 18 miliardi) è del tutto illusoria per diversi motivi. Anche se si facessero, non inciderebbero sul deficit strutturale, che è quello di cui si sta discutendo secondo le norme del Fiscal Compact. Ma ciò che più conta è che se si vendessero i cosiddetti gioielli di stato avremmo un impoverimento ulteriore del nostro paese, o se si mettesse mano alle partecipate si toglierebbe linfa vitale alle entrate pubbliche.

Tanto le assurde norme rigoriste del Fiscal Compact e dei Trattati, quanto la politica di promesse elettorali, tesa più a soddisfare gli elettorati di riferimento dei due maggiorenti di governo che a risollevare il paese e le condizioni dei suoi abitanti, ci stanno conducendo ad uno scontro senza soluzioni positive di uscita. Un vicolo cieco, appunto.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:33:00 +0000

POLITICA

L'Europarlamento scivola sui visti umanitari: non passa la proposta dei corridoi legali per migranti in Ue, il Ppe si sfila

Ancora una volta l'Ue si dimostra reticente sui migranti. Sembrava tutto fatto, almeno per il relatore, il socialista spagnolo Fernando Lopez Aguilar: oggi l'Europarlamento avrebbe dovuto approvare la sua proposta per introdurre un nuovo sistema di visti umanitari per garantire ingressi legali nell'Ue a chi scappa da guerre, carestie, persecuzioni politiche. Non è andata così, con grande sorpresa e rabbia da parte di Lopez Aguilar. All'ultimo momento, in aula mancano i numeri. Siamo alla fine della seduta mattutina, dopo un'ora e mezza di votazione sul bilancio in molti si alzano per andare a pranzo. La proposta di visti umanitari non passa per 27 voti: tutti del Ppe. Lo spagnolo chiede di rivotare domani ma la sua proposta non passerà al vaglio della conferenza dei presidenti: il Ppe non la sostiene, apprende Huffpost.

L'Ue perde un'altra occasione per dimostrare di agire in materia di immigrazione. Certo, se approvata, la proposta Lopez Aguilar sarebbe stata solo l'inizio di un processo legislativo che avrebbe conosciuto sviluppi solo nel prossimo Parlamento europeo, dopo le elezioni di maggio. Ma intanto lo scivolone di oggi è un 'regalo' a Matteo Salvini, proprio nel giorno in cui il vicepremier italiano accoglie a Pratica di Mare 51 immigrati cui il governo italiano ha garantito un corridoio umanitario.

Al leader leghista non sembra vero poter dichiarare: "Mentre il Governo italiano, a Pratica di Mare, accoglie ufficialmente 51 immigrati che scappano davvero dalla guerra, a Bruxelles i parlamentari europei del Ppe e del Pse corrono per andare a pranzo e in Aula e fanno mancare il quorum per istituire i 'visti umanitari', cioè i 'corridoi umanitari' che tanto desideravano. E' l'ennesima ipocrisia di un'Europa incapace di affrontare i problemi e che non può dare lezioni all'Italia. Noi tiriamo dritto. E passiamo dalle parole ai fatti".

Il tutto avviene proprio all'indomani dell'invio della risposta italiana a Bruxelles sulla manovra economica, manovra che resta invariata e fa arrabbiare tutta Europa. Ecco, eppure l'Europa riesce ancora a inciampare. Lopez Aguilar convoca una conferenza subito dopo il 'fattaccio'. Si dice dispiaciuto, triste. Se la prende con il presidente Antonio Tajani che "ha atteso ben due minuti prima di spiegare all'aula che per questo voto serviva la maggioranza qualificata". E "in due minuti - accusa lo spagnolo - molti se ne stavano già andando, in due minuti siamo passati dai 655 votanti che hanno preso parte all'ultimo voto sul bilancio ai 595 votanti che hanno partecipato al voto sui visti. Che significa?".

Numeri alla mano, significa che è finita così: 349 voti a favore, 199 contrari, 47 astensioni. Sono 27 i voti mancati all'appello per raggiungere la maggioranza qualificata di 376 eurodeputati.

Aguilar e altri di centrosinistra lamentano un problema tecnico. Il sistema non avrebbe registrato alcuni voti a favore perché molti non hanno tenuto la scheda al suo posto fino alla fine del procedimento di voto. Ma questa sembra una storia molto politica.

Perchè, a quanto apprende Huffpost, la richiesta del socialista di ripetere la votazione domani non passerà al vaglio della conferenza dei presidenti. Il Ppe non la sostiene: "E' stata votata oggi, non c'era maggioranza. E' contro le regole votare di nuovo". Del resto Tajani è stato chiaro alla fine della seduta, tra le proteste dei socialisti: "I deputati si sono già espressi", dichiara, mentre tutti se ne vanno per andare a pranzo. E non serve che, come dice Lopez Aguilar, la richiesta di rivotare sia "appoggiata dai socialisti, dai Verdi, dai liberali". Non passa, non senza il Ppe, l'unico che - a differenza degli euroscettici sovranisti - potrebbe fare lo sforzo: non lo farà. Ancora una volta l'Ue sui migranti si dimostra sorda.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:58:00 +0000

CULTURE

Le travolgenti "widows" di Steve McQueen, rapinatrici per riscatto e dignità
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Se Widows - Eredità criminale, in sala dal 15 novembre, si candida tra i pilastri cinematografici della nuova coscienza femminile, non è perché appartenga al recentissimo trend modaiolo che in tempi di MeToo strizza l'occhio all'ideologia sessista e al politically correct. È viceversa un onestissimo, ma potente film di genere, un crime thriller urbano in cui tre donne diversamente ingannate ma tutte vittime dei loro mariti - periti in un colpo finito male - trovano un'imprevedibile via di riscatto.

Il regista, Steve McQueen, è quello del tri-Oscar 12 anni schiavo, ma soprattutto l'autore di due gioielli assoluti come Hunger e Shame. McQueen è un artista inglese poliedrico, di colore, tostissimo e per la prima volta alle prese con un "heist movie", come l'industria etichetta i film d'azione su una rapina. Solo che, in mano sua, questa storia di vendetta - ispirata alle due stagioni di una serie tv britannica anni '80 firmata da Linda La Plant, poi trasposta in romanzo - si carica di risvolti politici, sociali, razziali e non ruffianamente sessisti.

La formidabile Viola Davis (indimenticabile Oscar da non protagonista per Barriere di Denzel Washington) è l'insegnante che si mette alla guida di questa "banda delle oneste", quando la morte violenta di Liam Neeson la lascia in balìa di un gangster che pretende da lei i due milioni di dollari sottrattigli dal consorte. Devastata sentimentalmente ed economicamente, come le altre due vedove (Michelle Rodriguez, che ha perso il suo negozietto, e Elizabeth Debicki, abusata e costretta, per vivere, alla prostituzione via web) decide di realizzare un colpo da cinque milioni trovato tra gli appunti del marito. Parole d'ordine: "Abbiamo molte cose da fare, piangere non è nella lista".

L'inesperienza assoluta della squadra (cui si aggiunge in corsa la parrucchiera ossigenata Cynthia Erivo) è tra i godimenti del film. Veronica-Viola incarica una socia di procurare le pistole. "Dove le trovo?" Risposta: "It's America!". Perché l'analisi della società Usa è l'altro filo rosso della vicenda, che si intreccia indissolubilmente – a sorpresa - alla campagna per le elezioni nel 18°miserando Distretto del South Side di Chicago e al giro di finanziamenti occulti dei candidati.

Scopriremo, via via, che le risorse dell'upper-class Colin Farrell – rampollo del potente Robert Duvall- non sono meno spregiudicate di quelle del suo avversario, gangster, sanguinario e omicida. Dettaglio geniale: Farrell cavalca nella sua campagna la più vieta retorica femminista e antirazzista, puntando sul programma "Minority Woman Own Work". A proposito delle insidie del politically correct di facciata...

Tralascio i colpi d'ala di regia e la serie infinita di colpi di scena, di doppi e tripli giochi che Widows - Eredità criminale riserva. Spero solo che il messaggio potente della solidarietà interrazziale e interclassista tra queste vittime in rivolta indichi a tanti altri autori "alti" le potenzialità dell'entertainment intelligente e, sì, impegnato. Fare cinema serio e per niente "pizzoso" è possibile.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:45:00 +0000

ESTERI

Israele, Lieberman dichiara guerra a Netanyahu: dove volano i falchi

Ora è guerra aperta. Non solo a Gaza, ma a Gerusalemme. Una guerra destinata a terremotare lo scenario politico d'Israele, a portare a pressoché certe elezioni anticipate in uno scontro a destra nel quale non si faranno prigionieri. La posta in gioco è la fine dell'era Netanyahu" e l'affermarsi di un fronte ancor più oltranzista che intende sfidare "Bibi" sul piano su cui l'attuale primo ministro si è rivelato fino ad oggi il più abile player: la sicurezza.

C'è questo scenario, vi sono questi propositi dietro le dimissioni di Avigdor Lieberman da ministro della Difesa. L'annuncio delle sue dimissioni, riferisce il Jerusalem Post, è arrivato durante una riunione con i deputati del partito nazionalista da lui guidato, Yisrael Beitenou. La decisione è arrivata dopo che il governo ha accettato ieri la tregua con Hamas nella Striscia, mediata dall'Egitto. "Quello che è successo ieri, il cessate il fuoco, è stato - ha detto Lieberman in conferenza stampa - una resa al terrorismo. Non c'è altro significato". Ad aumentare il suo scontento anche il mancato accordo sulla leva militare per gli ultraortodossi.

A soccorrere Lieberman arriva, puntuale, Hamas che esulta per le dimissioni del super falco, definendole una "vittoria per Gaza". Per il portavoce del movimento islamista, Sami Abu Zuhri, "le dimissioni di Lieberman sono un'ammissione della sconfitta e dell'incapacità di affrontare la resistenza palestinese, ed è una vittoria politica per Gaza che è riuscita nella sua risolutezza e ha provocato un terremoto politico tra le fila dell'occupazione", ha aggiunto Zuhri. Hamas fa propaganda per la sua parte, sapendo bene che queste dichiarazioni finiscono per rafforzare l'ala più dura dello schieramento politico dello Stato ebraico. Di nuovo, gli opposti s'incontrano e si legittimano a vicenda. Chi conosce da vicino Lieberman, sa che è un politico freddo, abile calcolatore, che aveva preparato questa mossa da tempo. Ed è lo stesso ex ministro a darne riprova nell'affollatissima conferenza stampa, nella quale Lieberman ha spiegato di aver già avuto in passato come ministro dissensi con il premier Netanyahu e tra questi ha citato "il mancato sgombero del villaggio beduino di Khan al Ahmar e il combustibile del Qatar per Gaza".

"I due punti di svolta che mi hanno spinto alle dimissioni - ha rimarcato - sono stati il trasferimento ad Hamas di 15 milioni di dollari da parte del Qatar, e questo significa che abbiamo versato soldi ai terroristi, e la tregua di ieri dopo che loro hanno sparato 500 razzi". "Avremmo dovuto - ha proseguito - rispondere in ben altra maniera, abbiamo dato prova di debolezza e tutto questo si rifletterà anche su gli atri fronti". Così dicendo, l'ex ministro dichiara guerra politica all'uomo con cui in passato ha condiviso battaglie, cadute e risalite, e una lunga stagione politica nel segno di un'alleanza che sembrava indistruttibile. Sembrava, per l'appunto. Perché da oggi lo scenario cambia radicalmente. Gli amici di ieri sono diventati gli avversari su cui concentrare il fuoco. E l'avversario da abbattere è oggi, per la destra radicale, Benjamin Netanyahu. Una guerra politica che si preannuncia aspra, piena di colpi bassi, con reciproche accuse di tradimento. E sullo sfondo, i guai giudiziari che coinvolgono la famiglia Netanyahu per presunti casi di corruzione.

Possibilità di ricomposizione? Nulle. Lo chiarisce lo stesso Lieberman quando invoca nuove elezioni politiche: "E' necessario andare al voto anticipato il più presto possibile. Dobbiamo impedire - ha detto - che il nostro paese si trovi in una condizione prolungata di paralisi". Domenica prossima, ha aggiunto, si consulterà con le altre formazioni politiche della coalizione di governo per decidere la data del voto. Tra gli analisti israeliani, c'è chi parla di una mossa azzardata, altri paventano un atto disperato di un leader che ha visto un vorticoso ridimensionamento della forza elettorale del partito, Ysrael Beitenu, di cui è stato l'inventore. Un futuro che si fa presente dirà se questa lettura sarà quella giusta. Ma una cosa è certa: ora è Lieberman a dettare l'agenda politica del premier, che resta con una maggioranza risicata, 61 seggi su 120. Con la mossa delle dimissioni, Lieberman "costringerà Netanyahu a difendere le sue impopolari decisioni su Gaza durante la campagna elettorale, che è esattamente quello che il primo ministro sperava di evitare", annota Anshel Pfeffer, analista politico di Haaretz.

Lieberman, sottolinea Pfeffer sta affrontando tre grandi sfide politiche: 1) Il suo partito Yisrael Beiteinu è da molto tempo - praticamente dall'ultima elezione della Knesset nel 2015 - che si aggira pericolosamente vicino alla soglia elettorale (il 4%, ndr), al di sotto del quale si trova l'estinzione politica. 2) Nella lotta per conquistare i cuori, e i voti, degli elettori di destra, Lieberman non deve affrontare solo Netanyahu ma dovrà vedersela anche con il giovane, rampante e popolare leader affronta il rampante e il popolare leader di Habayit Hayehudi, Naftali Bennett. 3)I suoi due anni e mezzo come ministro della Difesa sono stati tutt'altro che gloriosi. Inoltre, la sua minaccia - ai tempi in cui era ancora all'opposizione - di uccidere il leader di Hamas Ismail Haniyeh se i corpi dei soldati di Tsahal caduti a Gaza non fossero stati restituiti. Una minaccia rimasta tale che certamente "Bibi" non mancherà di rinfacciargli. Dalla sua, annota ancora Pfeffer, Lieberman può contare sullo scontro apertosi all'interno del Likud, il partito del premier, che le recenti elezioni amministrative, decisamente negative per il partito storico della destra israeliana hanno fatto deflagrare: a Gerusalemme il candidato sostenuto, anche se non con grande convinzione da Netanyahu, il ministro Zeev Elkin non è andato nemmeno al ballottaggio. In altre grandi città come Tel Aviv, Haifa e Be'er Sheva, il Likud non aveva nemmeno un candidato. In alcune città più piccole, come Bat Yam, c'erano due candidati del Likud che si facevano la guerra. E in altre realtà, parlamentari, ministri, capi locali hanno preso posizione pubblica a favore di candidati che Netanyahu ha rifiutato di sostenere.

Tutti segnali che vanno nella stessa direzione: nel Likud, la battaglia per la successione di Netanyahu è aperta. " I più agguerriti competitori a destra – sostiene ancora l'analista di Haaretz - hanno già percepito il sangue di Netanyahu nell'acqua. Lieberman, Bennett, il ministro delle finanze Moshe Kahlon e il figliol prodigo del Likud, Gideon Sa'ar sono stati tutti molto più critici nei confronti dell'intoccabile primo ministro nelle ultime settimane. Anche i fedelissimi di Netanyahu, come il ministro dell'Ambiente Zeev Elkin, che ha forzato i voleri del suo capo di candidandosi a sindaco di Gerusalemme, sono molto più indipendenti. Sentono che l'era di Netanyahu sta lentamente volgendo al termine. Salvo una mossa brillante e inaspettata – conclude Pfeffer - i giorni di questa coalizione, del quarto governo Netanyahu, sono finiti". La campagna elettorale è di fatto iniziata. E "Mr.Sicurezza", al secolo Benjamin Netanyahu è pronto a entrare in trincea. Un assaggio lo si è già avuto oggi. Nel giorno delle dimissioni del suo ministro della Difesa, il premier ha difeso il cessate-il-fuoco raggiunto con le fazioni palestinesi a Gaza, sostenendo che "il primo ministro non sta facendo la cosa più facile: sta facendo la cosa più giusta, anche se è difficile".

E a Lieberman che lo accusa di cedimento ai terroristi, Netanyahu, parlando ad unacerimonia in memoria di David Ben-Gurion nel Negev, Netanyahu ha replicato affermando che "Hamas ha implorato un cessate- il- fuoco, e sanno molto bene perché". Ma "Bibi" è un politico di ferrea memoria e dal grande fiuto. Negli ultimi tempi, confidano ad HuffPost fonti a lui vicine, si è fatto più sospettoso cogliendo diversi segnali, interni al suo stesso partito, negativi. E poi, il premier sotto assedio sa che la tregua a Gaza non solo è appesa a un filo, o meglio ad un missile, e che gli abitanti del Sud d'Israele hanno superato il livello massimo di esasperazione. A testimoniarlo sono gli abitanti di Sderot, una delle città più bersagliate dai missili sparati dalla Striscia, che oggi hanno dato vita ad una manifestazione di protesta contro il cessate-il-fuoco- il fuoco. Diversi manifestanti hanno bloccato la strada all'ingresso della città e hanno dato fuoco a pneumatici. Netanyahu ha buone orecchie per ascoltare gli slogan scanditi dalle diverse centinaia di manifestanti. Slogan che gridavano al "tradimento", e questo in un feudo tradizionale della destra. Molti di quei manifestanti avevano votato per Netanyahu.

"È lui ad averci voltato le spalle, non noi – dice Mordechai, un anziano di Sderot, alla Radio militare -. Negoziare con Hamas è una scelta irresponsabile, che avvantaggia chi vuole distruggerci". Mordechai ricorda i giorni infuocati dell'estate del 2005, quando l'allora primo ministro Ariel Sharon, il "generale bulldozer", un eroe per i coloni, ordinò lo smantellamento degli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza. In quei giorni, era di agosto, Israele sembrava sul baratro di una guerra civile. Allora, a gridare al tradimento, al punto da costringere il vecchio Arik a lasciare il Likud e a costruire un nuovo partito, Kadima, era stato proprio Netanyahu. Oggi, per la gente di Sderot il traditore è lui, "Bibi". Scherzi della storia. Nel suo libro "Volti d'Israele", Avishai Margalit, professore di Filosofia all'Università ebraica di Gerusalemme, tra i più penetranti commentatore della politica e della cultura israeliane, uno dei volti "ritratti" è quello di Netanyahu. Un ritratto sferzante, documentato, con un titolo forte: "Benjamin Netanyahu: maestro del terrore". Il libro è del 1998. Per vent'anni, il "maestro Netanyahu" ha retto il passo e impartito la lezione. Ma oggi gli "allievi", anche quelli più servili, prendono le distanze da lui, accusandolo di essersi trasformato da falco a colomba. Chi l'avrebbe mai immaginato, Bibi?

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:31:00 +0000

ESTERI

Brexit, sì del Governo all'accordo negoziato da Theresa May

Il D-Day della Brexit è scattato stasera da Downing Street: con il faticoso sì strappato da Theresa May ai ministri del suo governo - o alla maggioranza di loro - alla bozza d'intesa su un divorzio concordato dall'Ue definita ieri con Bruxelles dopo due anni di negoziati. Ma lo sbarco è ancora tutto da portare a termine sotto il fuoco nemico ingaggiato da tutti i lati del fronte interno britannico, a cominciare dalle trame per una mozione di sfiducia contro la leadership della premier agitate stanotte dai falchi Tory ultrà.

La premier ha chiuso un'interminabile giornata, sfociata in cinque ore di riunione fiume del consiglio di gabinetto, con il via libera che chiedeva. Un via libera "difficile", come ha riconosciuto in tono dimesso nel breve annuncio alla nazione fatto a seduta finita di fronte al portoncino al numero 10 di Downing Street. Ma rivendicato come la scelta migliore "nell'interesse nazionale di tutto il nostro Regno Unito" e come l'unica alternativa al rischio di dover "tornare alla casella numero uno del negoziato": ossia come l'unica alternativa - nella narrativa di lady Theresa - allo spettro del 'no deal'.

Per May si tratta comunque di un modo per andare avanti sulla strada della Brexit, di rispettare il mandato popolare del referendum del 2016 e, alla fine, di "recuperare il controllo dei nostri confini, leggi e denaro". Evitando al contempo una rottura traumatica con i 27, chiamati adesso a loro volta a sancire la svolta, innescando con un vertice straordinario da convocare con ogni probabilità il 25 novembre l'iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dal club: il 29 marzo 2019.

Sui contenuti della bozza, spalmati in ben 500 pagine e sintetizzati in un libro bianco diffuso stasera, si sapeva già l'essenziale. Confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini 'ospiti', sul conto di divorzio britannico da 39 miliardi di sterline, su una fase di transizione improntata allo status quo di (almeno) 21 mesi, vi s'illustra nei dettagli anche la soluzione 'a toppe' architettata per assicurare il mantenimento d'un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord: con una permanenza temporanea dell'intero Regno nell'unione doganale in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles.

Soluzioni di compromesso che qualcuno già liquida come un patchwork destinato a non funzionare. "Il peggiore dei due mondi", dicono all'unisono, da sponde opposte, il rampante conservatore euroscettico radicale Jacob Rees-Mogg e il vecchio ex primo ministro laburista eurofilo Tony Blair. Un'intesa che "non soddisfa né i sostenitori di Leave, né quelli di Remain come me", insiste Blair, ricomparendo sugli schermi della Bbc per tornare a invocare quel secondo referendum che May continua categoricamente a escludere.

La partita, del resto, è ancora tutta da giocare. E da giocare soprattutto in casa britannica, mentre l'Ue e il suo capo negoziatore Michel Barnier osservano e aspettano. May dovrà infatti affrontare le incognite di un voto parlamentare dove le opposizioni - al di là delle divisioni fra chi invoca il referendum bis e chi, come il leader del Labour, Jeremy Corbyn, punta invece sulla strada di elezioni anticipate per tagliare i nodi - sembrano compatte sul piede di guerra. Ma prima ancora di approdare in aula, il problema della premier è salvare la sua poltrona e la maggioranza dall'implosione. Uno scenario tutt'altro che remoto a giudicare dalle divisioni intestine e dai malumori frastagliati dei Tories scontenti: da un lato quelli dei 'brexiteers' duri e puri, fra 40 e 80 deputati a seconda delle stime, alcuni dei quali si sono già rivolti a Graham Brady, presidente del comitato organizzativo 1922, per presentare istanze di mozione di sfiducia contro lady Theresa; dall'altra quelli dei moderati pro-Remain (12 o poco più), ormai unitisi al coro trasversale che si aggrappa all'idea (improbabile, non più impossibile) d'una rivincita referendaria.

E questo senza contare la destra unionista nordirlandese del Dup, vitale alleato per la tenuta del governo in parlamento, allarmata da un testo d'intesa - ben visto a Dublino - che lascia aperta la porta per il futuro a un legame fra Irlanda del Nord e Ue "più profondo" rispetto a quello del resto del Regno.

La premier sembra poter contare se non altro sullo zoccolo duro 'centrista' del gruppo conservatore ai Comuni, fra 200 e 260 deputati, stando a un pallottoliere sempre più oscillante: sufficienti a proteggerne la leadership in caso di formalizzazione della mozione di sfiducia (ne bastano 158); non certo a garantire la maggioranza parlamentare quando e se la bozza d'intesa arriverà in aula per il prendere o lasciare.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:24:00 +0000

CULTURE

"Il fascista Salvini non canti la mia Albachiara", ma la frase di Vasco è una fake news

Il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini dichiara la sua passione per Vasco Rossi, "il mio cantante preferito, andrò al suo concerto a Milano" durante la registrazione di oggi del Maurizio Costanzo Show e su invito del conduttore attacca a cantare Albachiara.

L'Ansa aveva scritto che il Blasco quando aveva saputo della notizia si era molto arrabbiato. Dopo pochi minuti la rettifica.

"Sono sbalordito e molto incazzato che un fascista come Salvini si sia messo cantare la mia Albachiara - aveva battuto l'Ansa - La prossima volta che canti pezzi dei fascisti rock Legittima Offesa e Gesta Bellica". Dopo pochi minuti, però, la rettifica.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:19:00 +0000

POLITICA

La lunga eclissi della sinistra tra passato e presente

L'ultimo libro di Achille Occhetto,La lunga eclissi. Passato e presente del dramma della sinistra, conferma le caratteristiche particolari dell'autore, un leader comunista, post-comunista e poi dedito alla ricerca di vie nuove per la libertà e per il socialismo. Occhetto è sempre stato appassionato, assai intelligente e, per molti aspetti, anomalo.

Ricordo che noi (Veltroni, Borgna, Adornato, Giulia Rodano, il sottoscritto e tanti altri ancora) lo avevamo, da giovanissimi militanti della Fgci, tra i riferimenti più certi e accattivanti. Anche per il suo comportamento sciolto, facile e diretto, con il quale impostava le relazioni politiche. Insomma ci risultava, oltre che stimolante sul piano intellettuale, simpatico, autoironico, disponibile alla confidenza spontanea, aperto a giudizi e riflessioni. Fin troppo. Con il rischio, persino, di non essere preso fino in fondo sul serio.

Lo conobbi quando era segretario del Pci siciliano; portò nell'isola una ventata di novità e stabilì rapporti fecondi con tutto il mondo della cultura, in particolare palermitana. Lo ricordo bene perché allora mio fratello Luan Rexha, inviato de Il Giornale di Sicilia, insieme a Salvo Licata, Michele Perriera e tanti altri impegnati nell'esperienza di teatro sperimentale "il Travaglino", ne parlavano un gran bene. Poi ci siamo frequentati spesso, abbiamo passato in allegria serate all'aperto nella bella casa di mia madre a via della Lungara; infine l'ho aiutato senza esitazioni quando fu eletto vicesegretario del Pci e poi segretario.

La sua segreteria coincise con la mia segreteria della federazione di Roma e con la mia elezione, giovanissimo, nella direzione nazionale del Pci. Furono anni belli, segnati anche dall'intimità politica e umana con Pietro Ingrao. Non sono mai stato un dirigente collocabile nella cerchia ristretta dei segretari. Quindi anche con Occhetto ho mantenuto un'autonomia. Ma c'era stima e sintonia umana. Lo sostenni, tra non poche lacerazioni interiori, anche nella svolta dell'89.

In seguito le cose si sono un po' ingarbugliate. Abbiamo avuto momenti di distanza, e anche lunghi anni di silenzio reciproco; seppure intervallati da qualche iniziativa comune. Le nostre strade si divisero. Perché, deluso, via via egli si collocò, al contrario delle mie scelte, in uno spazio di sinistra radicale, seppure ambientalista e libertaria.

Ho raccontato questi fatti perché nel libro La lunga eclissi ho ritrovato tutto. Gli slanci, i dolori, il distacco ironico, le speranze andate male di tutta la vita dell'autore. Occhetto ha il pregio di ricostruire nelle sue pagine un ciclo lunghissimo di storia della sinistra. Riflette dal '17 in poi. Percorre tutto il dissolversi di un'idea di socialismo che avrebbe dovuto garantire la liberazione delle persone e che, invece, si andò progressivamente trasformando in una prigione, persino criminale. La metamorfosi avvenne in modo manifesto con Stalin, ma anche il pensiero di Lenin non viene salvato.

Piuttosto Occhetto guarda a Rosa Luxemburg e, naturalmente, ad Antonio Gramsci. Sottolinea quel processo degenerativo che consolidò una divisione del mondo in due campi contrapposti, dove le due grandi potenze, Usa e Urss, potevano disporre liberamente di stati e popolazioni. Il Pci, nonostante tutte le sue differenze, anticipazioni e pratiche originali, non fu estraneo alla deriva del comunismo realizzato. In molti casi, anzi, fu connivente. E Occhetto non fa davvero sconti. Soprattutto rispetto al passaggio drammatico della repressione sovietica contro la rivolta ungherese. L'autore si rammarica delle scelte non fatte, quando erano necessarie; dei ritardi che hanno messo il piombo alle ali del movimento di liberazione e che hanno diviso la sinistra italiana.

Il racconto è ben saldo nei nessi logici, nella sua documentazione oggettiva e nel resoconto di ricordi personali; alcuni dei quali davvero godibili, come quello del suo incontro con la delegazione cinese, che spiegava ai nostri inviati, guidati da Gian Carlo Pajetta, con assoluta naturalità, l'aspetto positivo dell'acuirsi della tensione e delle ritorsioni tra occidente e oriente, perché questo avrebbe portato a una benefica guerra atomica.

Non mi dilungo ulteriormente sul contenuto del libro. Consiglio a tutti di comprarlo e di leggerlo. Soprattutto alle nuove generazioni che così poco sanno della storia che ci sta alle spalle.

Queste pagine mi hanno suscitato riflessioni, anche incerte. Naturalmente non circa la tensione che trasmettono nella ricerca di un socialismo in grado di parlare del futuro che ci aspetta. O circa il tentativo di definire un "umanesimo integrale", alla base del quale collocare le persone e la sacralità della loro vita. Anche la parte sul partito, nello spirito, si avvicina molto alle proposte che avanzo nel mio ultimo libro Agorà. Piuttosto, mi riferisco all'idea che ho maturato circa il percorso storico successivo alla rivoluzione russa: divido, infatti, nettamente il valore dell'atto che sancì in poche settimane la possibilità degli ultimi della terra di ribaltare i rapporti di forza, sconfiggendo uno dei più odiosi regimi reazionari e autocratici, dalla piega che assunsero poi, gli avvenimenti in Unione Sovietica, con il loro carico di errori e di tragedie. Non inevitabile.

Mi spiego meglio: la scintilla che illuminò il secolo e che simbolicamente fu identificata con la presa del Palazzo d'Inverno, a prescindere da tutto quello che poi all'interno dello stato sovietico fece scaturire, ha mantenuto per tutto il Novecento agli occhi degli sfruttati e degli offesi del mondo un valore immenso, mobilitante e di speranza. Quella scintilla si accoppiò al nome "comunismo". Ma di un comunismo che spingeva le masse proletarie a lottare ovunque per la libertà e per migliorare le condizioni di vita.

Mentre restavano estranei agli occhi di quelle masse gli orrori interni prodotti dallo stalinismo. Non si capirebbe altrimenti perché, persino in presenza dei processi farsa e delle condanne a morte di tanti innocenti, intellettuali sinceri, di grande apertura mentale e di grande libertà di pensiero, non seppero indignarsi e il loro sguardo rimase strabico: pieno di ammirazione per la rottura storica che era avvenuta con la rivoluzione comunista, e cieco o fortemente velato rispetto all'evolversi così orribile degli avvenimenti nella patria del comunismo; i quali negavano radicalmente le ragioni che li avevano generati.

Voglio dire che la categoria del ritardo nella non comprensione della degenerazione dello stato sovietico non è sufficiente. La contraddizione rispetto all'atto creativo delle masse in rivolta non si determinò progressivamente, bensì già nei primi anni '20. Quando dopo la morte di Lenin e la fine della guerra civile, si sarebbe dovuta iniziare, come pensava lo stesso Lenin, una fase di apertura e di riforme, e invece si imboccò la via di una difesa politicamente paranoica e autoritaria di ciò che si era conquistato.

La scelta di non vedere, dunque, era consciamente o inconsciamente, collegata alla consapevolezza che l'esplicitazione di una condanna avrebbe inferto un colpo micidiale, non tanto a Stalin, ma a chi combatteva in tutto il pianeta in nome di ideali giusti ed emancipativi. E non era principalmente un ritardo di analisi sulla natura dello stalinismo, che subito spiattellò di fronte alle classi dirigenti della sinistra mondiale la sua micidiale involuzione; compresa e denunciata da Gramsci. Compresa e taciuta da Togliatti.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, quando la coalizione occidentale, con Churchill, pensò persino di utilizzare la bomba atomica contro l'Urss, divenne più stridente la contraddizione. Perché lo stalinismo si fece ancor più odioso, sospettoso e criminale ma, paradossalmente, la difesa delle costituzioni democratiche emancipative, scaturite dalla lotta antifascista, fu realizzata, contro vari tentativi reazionari, anche grazie al contrappeso che l'Urss determinava nel mondo; e che consigliava, a chi avrebbe tranquillamente massacrato la sinistra, di non superare certi confini.

È in questa micidiale trappola che si è trovato il Pci; costruendo, nella morsa di questa trappola, il suo originale rapporto con la società italiana. Per carità: gli errori sono stati madornali, i torti grandi, le adesioni ad ideologie fasulle estese e in molti casi, purtroppo, sincere.

Tuttavia il nucleo dell'esperienza storica del Pci sta, secondo me, nella geniale capacità di mantenere viva la radicale esigenza dell'emancipazione umana che è la stessa origine della sinistra, in un processo storico reale di costruzione della democrazia, di uno stato democratico e di una forza in movimento, storicamente determinata, radicata, attiva, realistica, riformatrice, colta, civilizzatrice di grandi plebi arretrate. Questa funzione, ecco il paradosso, fu possibile, nei duri anni '50, anche per il peso di compensazione mondiale dell'Urss, senza la quale per la destra sarebbe stato più facile un tentativo autoritario.

Oggi sappiamo che si sarebbe dovuto fare diversamente. Per le cose che abbiamo detto, per le riflessioni che alla fine abbiamo acquisito con la svolta del 1989, per il crollo di quel mondo che ha rischiato di travolgere ogni speranza di cambiamento. Per questo abbiamo sperimentato nuovi partiti, e abbiamo cercato nuovi orizzonti ideali.

Ma se dovessi dire il "come" si sarebbe dovuto fare diversamente dal Pci di allora e quali risultati avremmo potuto ottenere, la mia risposta è sinceramente incerta. C'è ancora tanto da riflettere sul piano dell'analisi storica di quegli anni, la quale non può prescindere dalla constatazione che, saltata nel 1989 l'Urss, la sinistra non è riuscita a costruire un nuovo peso da contrapporre nella bilancia mondiale; più efficace, diverso, fondato su un ideale sincero di libertà e di liberazione umana. No. Il peso di chi ha vinto, liberato dai vincoli, ha determinato, invece, un mondo unidimensionale e dominato da un'ideologia ordoliberista e da una globalizzazione mercatista senza regole.

Insomma, la ricerca di come non far morire con il comunismo, che si è autodistrutto, in modo non violento, umano e democratico il senso di quella riscossa che, nel '17 come mai nella storia, si impose con la chiarezza e il fascino dei primi giorni di lotta spontanea delle masse nella San Pietroburgo autocratica, rimane aperto. E il tema dell'oggi, se vogliamo evitare derive di una nostra insignificanza e di un tradimento della nostra stessa funzione storica.

D'altra parte sappiamo come le idee vengono spesso tradite dalla pratica. Tutta la storia del comunismo ne è testimonianza; eppure questo tradimento in certi casi è virtuoso, provvidenziale. Come nel nostro caso, quando le idee scolastiche, ideologiche e senza anima che promanavano dallo stalinismo, furono dal nostro movimento concreto dei comunisti italiani, tradite. Per fortuna. Perché nella pratica, di fatto, con effetti evidenti, con una funzione riconosciuta, abbiamo concretamente battuto altre strade; insufficienti, ma altre.

Non avemmo la forza dopo il "tradimento" delle idee che ci intendevano imporre, di far scaturire dalla nostra prassi un nuovo pensiero, coerente rispetto a ciò che andavamo facendo. Berlinguer in questo senso è stato il massimo rappresentate della ricerca. Il più alto e il più struggente. Ma anche lui non ha superato certi confini. Anche lui ha dovuto, per molti aspetti, vivere e districarsi dentro la morsa.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:22:00 +0000

CULTURE

Da gennaio si potrà camminare tra le opere di Dalì a Matera

Matera sarà Capitale europea della cultura nel 2019 e ad omaggiare la città arriva una mostra all'aperto di Salvador Dalì. L'iniziativa promossa e curata da Beniamino Levi, presidente del Dalì Universe, prevede l'istallazione di alcune opere nelle piazze e strade del territorio e l'esposizione di 200 opere minori nel complesso rupestre di Madonna delle Virtù. La mostra sarà inaugurata ufficialmente agli inizi di dicembre e andrà avanti per tutto il 2019, ma è già possibile vedere un orologio sciolto in via Madonna delle Virtù, o un elefante gigante a piazza Vittorio Veneto.

#Matera , here I come❗ 👨🕛🐜🥚 . . . #dalíamatera #Dalì #salvadordalì #comingsoon2018 #comingsoon‼️ #staytuned #art #artsy #inspirational #surrealism #aestethics #instaart #igersitalia #igersmatera #masterpiece #materainside #instagood #dalìuniverse

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"Matera here I come", Matera sto arrivando dice il profilo instagram creato appositamente per l'occasione e in città sono apparsi manifesti con il volto dell'artista catalano. La città si prepara dunque ad ospitare un percorso lungo un anno, tra futuro, utopie e continuità con il passato. Si tratta di istallazioni, mostre, cinema e diverse forme d'arte che si dipaneranno per le strade della città del sud, sullo sfondo incantato dei sassi, simbolo di Matera.

#Matera #matera2019 #dalì #elefantespaziale #love #photography #cinematography

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#Dalì invade #Matera... E tutto sembra un sogno! ♥️ #Matera, #CapitaleEuropeaDellaCultura2019, è pronta ad ospitare dal 1 DICEMBRE 2018 la mostra permanente di #SalvadorDalì. Un'iniziativa di Beniamino Levi, esperto di arte moderna a livello mondiale, e del gruppo Cuboin di Antonio De Padova. Nel centro storico della #CittàDeiSassi saranno sparse le sculture originali dell'artista spagnolo, mentre presso il Complesso Rupestre di Madonna delle Virtù saranno esposte una selezione di altre 200 opere minori. Un viaggio magico da non perdere! . . . IL RE DEGLI SCALZI BED AND BREAKFAST NEL CUORE DI MATERA, CITTÀ DEI SASSI E CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019. Per info e prenotazioni: • www.ilredegliscalzi.it • info@ilredegliscalzi.it • +39 392/0069371 • Segui #IlReDegliScalzi sui SOCIAL: Facebook e Instagram. #sassidimatera #matera2019 #capitaleeuropeadellacultura2019 #capitaleeuropeadellacultura #europeancapitalofculture #openfuture #eventi #materaeventi #sassi #patrimoniomondialedellumanità #patrimoniomondialeunesco

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#Dalì invade #Matera... E tutto sembra un sogno! ♥️ #Matera, #CapitaleEuropeaDellaCultura2019, è pronta ad ospitare dal 1 DICEMBRE 2018 la mostra permanente di #SalvadorDalì. Un'iniziativa di Beniamino Levi, esperto di arte moderna a livello mondiale, e del gruppo Cuboin di Antonio De Padova. Nel centro storico della #CittàDeiSassi saranno sparse le sculture originali dell'artista spagnolo, mentre presso il Complesso Rupestre di Madonna delle Virtù saranno esposte una selezione di altre 200 opere minori. Un viaggio magico da non perdere! . . . IL RE DEGLI SCALZI BED AND BREAKFAST NEL CUORE DI MATERA, CITTÀ DEI SASSI E CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019. Per info e prenotazioni: • www.ilredegliscalzi.it • info@ilredegliscalzi.it • +39 392/0069371 • Segui #IlReDegliScalzi sui SOCIAL: Facebook e Instagram. #sassidimatera #matera2019 #capitaleeuropeadellacultura2019 #capitaleeuropeadellacultura #europeancapitalofculture #openfuture #eventi #materaeventi #sassi #patrimoniomondialedellumanità #patrimoniomondialeunesco

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"Per quanto tempo è per sempre?""A volte, solo un secondo" (rispose ad Alice il Bianconiglio)...be per #Matera di certo un anno. (ho pensato questa sera osservando questa installazione nei sassi) :) #Matera2019 #MateraIlPaesedelleMeraviglie [Gli orologi molli di #Dalì]

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Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:07:00 +0000

CULTURE

Il diamante rosa "Pink Legacy" venduto all'asta 44,3 milioni di euro

L'hanno ribattezzato "The Pink Legacy", ed è stato battuto all'asta per 44,3 milioni di euro. Si tratta del diamante rosa più pregiato mai esistito al mondo. Ad acquistarlo è stato il gioielliere americano Harry Winston, proprietario del gruppo di orologi svizzeri Swatch.

Come decretato dall'Istituto americano di gemmologia, il diamante rosa di 18,96 presenta una varietà di colore unica al mondo, oltre che più alto grado di intensità di colore, ovvero il "fancy vivid". "The Pink Legacy" è quindi un diamante chimicamente puro, praticamente privo di azoto.

A scoprirlo più di un secolo fa è stata la famiglia Oppenheimer, imprenditori sudafricani che per anni hanno gestito la compagnia di diamanti mineraria De Beers. L'asta, tenuta a Ginevra presso la casa d'aste Christie's, è durata poco più di 10 minuti e il vincitore, il Signor Winston appunto, l'ha già ribattezzato "The Winston Pink Legacy".

FILE - In this Thursday, Nov. 8, 2018 file photo, a Christie's employee displays an 18.96-carat fancy vivid pink diamond during a preview at Christie's in Geneva, Switzerland.  Christie's sold the "Pink Legacy" diamond at auction Tuesday, Nov. 13 for more than $50 million including fees, saying it's a new world record price per carat for a pink diamond. Christie's said that renowned jeweler Harry Winston was the buyer. (Martial Trezzini/Keystone via AP, file)

François Curiel, uomo alla guida di Christie's in Europa l'ha definito il "Leonardo da Vinci dei diamanti", ed è facile capire perché. Oltre alla grandezza, alla purezza e al taglio insolito per una pietra colorata, la brillantezza e trasparenza eccezionale di Pink Legacy lo rendono un pezzo unico al mondo. "Trovare un diamante di queste dimensioni con questo colore è praticamente irreale".

La maggior parte dei diamanti rosa esistenti infatti pesano meno di 1 carato, il Pink Legacy ne ha ben 19, e quelli della varietà "vivace" che superano i 10 carati sono praticamente sconosciuti alle case d'asta. La pietra è anche di tipo II a, cioè dal colore perfettamente omogeneo, tipologia di pietre che rappresenta meno del 2% di tutti i diamanti.

Nel 2017, un altro diamante rosa era finito all'asta, oltre che sui giornali di tutto il mondo: il Pink Promise. Battuto all'asta di HongKong per un valore di 32 milioni di dollari presentava caratteristiche uniche: 15 carati e taglio ovale. The Pink Legacy comunque, l'ha battuto, e quanto riportato da Forbes, questa pietra è il più pregiato diamante rosa mai andato all'asta con Christie's.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:08:00 +0000

ECONOMIA

Privatizzazioni bluff
Salvini Di Maio

Le privatizzazioni non sono più di moda. Ma tornano sempre comode per irrobustire con numeri costruiti ad hoc qualche malfermo progetto di riduzione del debito. E' una vecchia storia, quasi un tic contabile che scatta nella zona Cesarini della legge di bilancio.

Ma il governo del cambiamento stavolta è andato oltre la tradizione recente che da Monti a Renzi conteneva in 5-6 miliardi annui le vendite previste (e sempre marginalmente realizzate), piazzando nella lettera di risposta alla Commissione europea sulla manovra la cifra di dismissioni per 18 miliardi nel 2019 (avete capito bene 18 miliardi nel 2019!). Dismissioni che poi per carità "non riguarderanno i gioielli di famiglia, ma gli immobili pubblici", ha precisato il vice premier Luigi Di Maio glissando sullo stato quasi comatoso in cui versa il mercato di qualsivoglia mattone. Le privatizzazioni non sono più di moda, un po' perché il liberismo è in caduta libera e molto perché a quasi trent'anni dall'avvio del processo con il leggendario meeting del Britannia nell'anno di grazia 1992 gli esiti appaiono come minimo misti. All'epoca lo Stato dava lavoro al 16 per cento degli occupati, controllava l'80 per cento del sistema bancario, i trasporti, la telefonia, le utility, parte dell'acciaio, della chimica e via elencando, perfino l'industria del panettone.

I bersagli erano moltissimi. La prima spallata la dette Giuliano Amato con le grandi banche, Ciampi e Prodi seguirono con i gruppi industriali, da Telecom alla Sme, dalla chimica di Stato alle Autostrade. Nel 2010, vent'anni e oltre cento miliardi di ricavi dopo, la Corte dei Conti ha scritto in uno studio che le privatizzazioni hanno consentito si un recupero di redditività, ma grazie all'aumento delle tariffe di energia, autostrade e banche senza che a fronte ci fosse un proporzionale aumento degli investimenti. E soprattutto senza che le dismissioni avessero portato a una riduzione del volume del debito nel frattempo più che triplicato. Quasi prosciugato il serbatoio dei "gioielli" di famiglia, dal 2011 i progetti di privatizzazione hanno continuato a fare la loro parte nelle operazioni di "windowdressing" del bilancio pubblico puntando, sia sull'immobiliare, sia sul collocamento presso la Cassa depositi e prestiti di quote di aziende partecipate dallo Stato (Sace, Simest, Fintecna per esempio). Così tentò di fare Monti nel 2012 con il Piano Grilli (dal nome dell'allora ministro dell'Economia, oggi ai vertici di JP Morgan) articolato nella creazione di tre fondi di cui uno destinato alla cessione di immobili di pregio per 4-5 miliardi nel 2013 all'interno di un progetto più ampio. Così tentò di fare Letta con il Piano Destinazione Italia, 12 miliardi in tre anni. Così provò a fare Renzi prima di passare il testimone a Gentiloni.

Ora ritenta con volumi al cubo il governo gialloverde. Con esiti che è facile immaginare visti i precedenti. Nel secondo governo Berlusconi l'allora ministro dell'Economia, Tremonti, portò a termine un piano di cartolarizzazione di immobili pubblici, in parte sedi di ministeri, in parte appartamenti di enti venduti a prezzi agevolati agli inquilini. L'operazione (tecnicamente definibile di lease back) ha dato qualche beneficio immediato alle casse dello Stato, ma con un costo elevato nel lungo periodo a causa degli alti affitti che i nuovi proprietari hanno preteso dallo Stato per continuare ad occupare gli immobili. Oggi gli esperti del mercato immobiliare dicono che la vendita di immobili di pregio nelle grandi città è "difficile ma possibile, mentre nei piccoli centri è proibitiva". Inoltre il mercato degli investitori esteri è frenato dalle vicende politiche e dalla percezione di un accresciuto "rischio Paese". Forse neppure Tria crede a quello che ha scritto.

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 16:06:00 +0000

CULTURE

Divorzio e dipendenza affettiva: ecco i segnali da non sottovalutare

Ogni giorno assisto persone, le seguo, vorrei insegnare loro anche un modo di amare sano e di lasciarsi con amore, come spiego nel mio libro. Come avvocata della famiglia, dopo trent'anni ne ho viste di coppie "uccidersi" per amore e ne ho visti di genitori configgere ed usare figli.

In amore, insomma, siamo tutti un po' dipendenti, diciamoci la verità: spesso dalle attenzioni dell'altra persona, dalle piccole cose, dalle "abitudini felici", nel vedere il partner nella propria vita come arricchimento e punto di forza, in uno scambio di piacere, di arricchimento, di crescita, che viaggia in tutte e due le direzioni.

E fin qui si tratta di una "dipendenza sana", dove gli aspetti di dipendenza si bilanciano sempre con l'autodeterminazione e con le capacità di scelta dell'individuo, con una situazione di reciprocità nella coppia.

E quali sono le relazioni in cui la dipendenza affettiva è patologica e nociva? La problematica della dipendenza affettiva è relativamente recente: se ne è cominciato a parlare a partire dagli anni Settanta, sull'onda del successo del libro Donne che amano troppo della psicologa americana Robin Norwood.

La dipendenza affettiva, o mal d'amore, è ascrivibile all'interno della categoria delle "new addictions" (nuove dipendenze), ovvero quelle forme di dipendenza senza sostanza, legate a comportamenti ed attività messe in atto dal soggetto. È un disturbo che, sebbene si manifesti in modo particolare nelle donne adulte, non ha età né sesso.

È una modalità patologica di vivere la relazione, in cui la persona dipendente arriva a negare i propri bisogni ed a rinunciare al proprio spazio vitale pur di non perdere il partner, considerandolo unica e sola fonte di gratificazione nonché fondamentale fonte di amore e cura; è una forma di amore ossessivo, simbiotico, funzionale e stagnante che viene vissuto alla stregua di una droga e per il quale si sacrificano qualsiasi spinta evolutiva (di cambiamento) ed ogni altra gratificazione.

Nella separazione o in un divorzio, o anche nella cessazione di una convivenza tra persone (uomini donne o coppie dello stesso sesso), la dipendenza può ostacolare il corretto e sano percorso rendendo conflittuale e ancora più doloroso lasciarsi. E, quando ci sono i figli, questo può tradursi in una difficoltà a vedere le esigenze altrui, specie se minori.

La co-dipendenza è una delle principali cause di conflitto che genera poil'uso dei figli nella separazione e nel divorzio. Esistono 4 modelli di co-dipendenza, che se individuati nel soggetto posso aiutare a comprendere quanto grave sia il disturbo in questione; i modelli sono i seguenti:

  1. la negazione (minimizzare, alterare o negare la realtà);
  2. la bassa autostima (non saper riconoscere i propri valori o proprie capacità);
  3. la compiacenza (accettare compromessi contro la propria integrità);
  4. il controllo (pretendere di avere sempre il controllo di ogni cosa).

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 09:35:00 +0000

CULTURE

Texas, il divorzio esplosivo di Kimberly Santleben-Stiteler
Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 15:28:00 +0000

ECONOMIA

Reddito di cittadinanza e quota 100 non sono più "misure immediate". Di Maio: "In vigore entro marzo"

Il reddito di cittadinanza e i pensionamenti anticipati con "Quota 100" non sono più misure "a efficacia immediata". Nella nuova versione del Documento programmatico di bilancio si scrive che le misure sono "da definire con legge collegata". È questa una delle novità che emergono nella versione aggiornata del Documento programmatico di bilancio (Dpb) approvato il 13 novembre in Consiglio dei ministri. Nella versione precedente l'entrata in vigore dei due provvedimenti era indicata con "efficacia immediata". Sul punto Luigi Di Maio assicura le disposizioni su reddito di cittadinanza e quota 100 saranno contenute "in un decreto legge" che sarà approvato "subito dopo la legge di bilancio" e che nei primi tre mesi del 2019 le due misure partiranno. Nel corso del question time il vicepremier ha precisato: "Da ministro del Lavoro la norma su 'quota 100' e reddito di cittadinanza ce l'ho già pronta. Guardando le simulazioni che stiamo facendo al ministero penso che marzo sarà il mese in cui partirà il reddito di cittadinanza e un mese prima partirà 'quota 100'. Comunque nei primi tre mesi partono entrambe le misure".

Nel documento inviato nella notte a Bruxelles compare un nuovo capitolo nel quale si rende esplicito l'impegno del governo a "Impegni del governo" nel quale si esplicita l'impegno a "mantenere il rispetto dei saldi di finanza pubblica nella misura illustrata nel presente documento e nel rispetto delle autorizzazioni parlamentari" attraverso un "monitoraggio costante" e si conferma come "invalicabile" il livello deficit/Pil al 2,4%. L'esecutivo ricorda che le norme in vigore prevedono "una serie di presidi che obbligano il Governo a riferire tempestivamente alle Camere qualora si determinino scostamenti rispetto a tali obiettivi assegnando, tra l'altro, al Ministro dell'Economia e delle Finanze, il compito di assicurare il monitoraggio degli andamenti di finanza pubblica", pronto, "ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali".

Da parte dell'esecutivo gialloverde una richiesta all'Ue: la flessibilità in caso di eventi eccezionali. Nel documento si citano, in particolare, le "spese eccezionali per contrastare il dissesto idrogeologico e per la manutenzione straordinaria della rete viaria e di collegamenti".

Con l'accelerazione sulle privatizzazioni si prevede il calo del debito che nel 2019 scenderà quindi dello 0,8% in più, attestandosi, come si legge nelle tabelle del nuovo Dpb, al 129,2% anziché al 130%. Tenendo conto degli introiti da privatizzazioni dell'1% anziché dello 0,3% e "del loro impatto anche in termini di minori emissioni" e quindi "minori interessi, la discesa del rapporto debito/Pil - si legge nel documento - sarebbe pari a 0,3 punti quest'anno, 1,7 punti nel 2019, 1,9 nel 2020 e 1,4 nel 2021".

Data articolo: Wed, 14 Nov 2018 15:22:00 +0000

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