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Prima pagina da huffingtonpost.it

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cronaca

Incendio in una mansarda, muoiono due fidanzati a Milano
Le due vittime in una foto su Facebook

Si sono trovati avvolti dal fumo e dalle fiamme che sbarravano loro l’unica via d’uscita, come in una sorta di trappola, i due fidanzati che sono morti, la scorsa notte, a Milano, nell’incendio del loro appartamento in zona Navigli. Una tragica fatalità, al momento, secondo i primi rilievi dei Vigili del fuoco, che hanno escluso cause dolose.

Dalla ricostruzione dei fatti effettuata dai carabinieri, a cui sono state delegate le indagini, verso le 3.30 si sono sviluppate le fiamme, a partire da un quadro elettrico, e in brevissimo tempo hanno preso fuoco alcuni arredi e una parte del soffitto mansardato provocando moltissimo fumo.

La casa, una palazzina di due piani sull’alzaia del Naviglio Grande, è di proprietà della famiglia, composta dai due fidanzati, Rosita Capurso, di 27 anni, milanese, e Luca Manzin, di 29, di La Spezia, che abitano al primo piano, e dalla matrigna della ragazza, il cui padre è scomparso da alcuni anni.

Sempre al primo piano abita la zia, di 59 anni, uscita illesa dall’incendio dopo avere inutilmente tentato di salvare la nipote disperata, a lungo cosciente prima di cadere soffocata, in bagno, a pochi metri dalla salvezza. Anche la matrigna, che ha chiamato i soccorsi, ha cercato di aprire un varco ma inutilmente. L’unità immobiliare è stata messa sotto sequestro.

L’appartamento dei due, infatti, dopo una breve scala che sale dal cortile, ha l’ingresso su un lungo soggiorno, ma sempre appena oltrepassata la soglia, sulla sinistra, presenta un antibagno da cui si accede a un bagno e alla camera da letto. Il ragazzo non si è mai svegliato, e con tutta probabilità è soffocato nel sonno, mentre la giovane ha cercato rifugio in bagno ma non ha potuto oltrepassare la soglia dell’antibagno, e avvicinarsi alla porta d’ingresso, che era chiusa dall’interno.

Anche la zia ha cercato di entrare in casa in ogni modo, ma non è riuscita a liberarli. Alla fine alla ragazza sono mancate le forze e ha perso i sensi.
Così, alla fine, intorno alle 4, i vigili del fuoco hanno recuperato i due cadaveri, sui quali verrà ora disposta l’autopsia. Inutile un tentativo di rianimazione operato dai soccorritori sulla ragazza, anch’ella esanime.

La piccola palazzina bianca si trova in un segmento centrale del Naviglio, a pochi passi dal circolo della Canottieri Milano, e affaccia su un cortile interno. All’esterno della struttura, di due piani con la parte sopra, appunto, mansardata, c’erano dei lavori di ristrutturazione edile in corso, che però, secondo i carabinieri, non interessano la parte interna né tantomeno il quadro elettrico da dove si sarebbe sviluppato l’incendio. Un incendio non di vastissime proporzioni, tanto che l’appartamento dei due sfortunati fidanzati non è andato completamente distrutto. Ma la porzione andata a fuoco li ha inesorabilmente relegati nella zona notte mettendoli all’angolo, senza alcuna via di scampo.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 20:27:20 +0000

politica

Grillo a Roma ma la casa è vuota
Founder of the Five Star Movement (M5S), Italian comedian and political activist Beppe Grillo (C) gestures as M5S prominent figure, Italian entrepreneur and political activist Davide Casaleggio (L) and Head of M5S, Italys Labor and Industry Minister and deputy PM Luigi Di Maio (Rear R) look on at the end of a convention of the governing coalition's populist movement on October 21, 2018 in Rome. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP)        (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images)

Uno arriva e l’altro va via. Luigi Di Maio sale le scalette di un aereo destinazione Sicilia mentre Beppe Grillo è in viaggio verso Roma. Basterebbe questo per capire la distanza tra i due se non fosse che, nelle ore in cui circolava l’ipotesi di un incontro, il capo politico ha postato una foto pronto al decollo. Così da fugare ogni dubbio e marcare sfacciatamente la volontà di non vedere il garante del Movimento. Almeno per adesso, almeno fino a lunedì sera.

Nessun faccia a faccia nonostante l’intero mondo pentastellato, o almeno ciò che ne rimane, stia vivendo ore complicatissime. “Grillo è arrivato qui e si trova davanti un Movimento senza idee e senza leader”, uno dei parlamentari molto vicino ai vertici commenta così lo stato dell’arte. Commento amaro, molto diffuso tra i deputati e i senatori grillini. Per questo il garante incontrerà tanti esponenti grillini, tra cui forse anche Alessandro Di Battista.

Si confronterà con loro non solo sulla guida del Movimento, ma anche sull’alleanza con il Pd, di cui Grillo continua ad essere il maggiore sponsor al contrario di Di Maio, e sulle elezioni regionali. A questo proposito, giusto per citare un post, si è già espressa Roberta Lombardi: “Facciamo votare su Rousseau se andare in coalizione, il ruolo del capo politico singolo ha fallito”. Una nuova bomba è stata sganciata.

Il voto di giovedì sulla piattaforma Rousseau che ha sconfessato la linea del capo politico ha dato il colpo di grazia. Di Maio non aveva alcuna intenzione di presentare le liste elettorali in Emilia Romagna e in Calabria, avrebbe preferito un momento di riflessione, ma nei fatti c’è stato un vero e proprio plebiscito contro di lui. E ora è come se Grillo fosse corso a Roma al ‘capezzale’ della sua creatura per recuperare i cocci e provare in extremis a rimetterli insieme.

Il garante del Movimento, insomma, è determinato a far sentire la sua presenza, ma dribbla le domande dei cronisti che lo attendono fuori all’Hotel Forum e gli chiedono se non sia arrivato il momento di destituire Di Maio all’indomani del voto su Rousseau. Il comico genovese risponde con un “siete comiti”. Sono ore di impazzimento. All’interno della truppa parlamentare monta il malcontento e sale il pressing nei confronti di Di Maio affinché faccia un passo indietro o condivida l’incarico con qualcun altro.

In questo contesto esplosivo, il capo politico fa visita ai comuni della Sicilia colpiti dal maltempo per far vedere che il governo è vicino non solo Venezia. Dal Sud prova a ribaltare la narrazione dei dissidenti, plaudendo alla democrazia interna del Movimento, nonostante lo abbia sconfessato, e cogliendo al balzo la volontà degli attivisti per allontanarsi ulteriormente dall’alleanza con i dem. Alleanza che Di Maio non ha scelto ma l’ha subita, in quanto voluta soprattutto e prima di tutti proprio da Beppe Grillo. Il quale non ha mai fatto passi indietro piuttosto, molto vicino negli ultimi tempo al premier Giuseppe Conte, vorrebbe consolidarla ancora di più.

Il capo politico sembra intenzionato a difendere la sua leadership mostrando come, in realtà, non sia lui a decidere. Eppure, lo strappo del M5S sulle Regionali rischia di essere un problema per il governo. Il leader nega qualsiasi ripercussione ma a Palazzo Chigi l’aria che si respira è pesante. Fonti della maggioranza raccontano di frequenti contatti telefonici tra Conte e Grillo. Di un premier che qualcuno vorrebbe a capo di un suo partito ma che al momento attende, consapevole che solo un vero rilancio della coalizione di governo potrà evitare le urne.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 20:15:59 +0000

culture

Le Sardine incassano l'endorsement di Ser Davos del Trono di Spade
ser Davos e le Sardine

A Liam Cunningham, l’attore che interpreta Ser Davos in Game of Thrones, piacciono le Sardine. Sul suo profilo Twitter, che conta quasi 556mila follower, Ser Davos ha condiviso un post dell’account Anti-Fascism & Far Right: un video alla piazza di Modena invasa dalle Sardine al canto di Bella Ciao. 

 

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 19:48:44 +0000

economia

La versione di Borghi: "Conte sapeva del nostro No al Mes: così ci supplicò di addolcire la risoluzione"
Borghi Mes

“Il premier ci supplicò di modificare la risoluzione parlamentare che avevamo preparato: disse che era troppo dura e impediva, per come era scritta, di negoziare all’Eurosummit condizioni non penalizzanti per l’Italia”. È l’accusa che il presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi consegna all’HuffPost riguardo ai delicati giorni tra giugno e luglio scorsi del Governo gialloverde, stritolato tra le trattative con la Commissione Europea su una procedura di infrazione da evitare e le partite in corso sulla riforma del Fondo Salva-Stati e sulle nomine Ue. Ed è la prova - secondo la Lega - che il premier sapeva bene quale fosse l’orientamento del Carroccio sul testo che si andava delineando: doveva essere bocciato, attraverso una formale opposizione se non il veto nelle sedi preposte. Un orientamento formalizzato, d’intesa con il Movimento 5 Stelle, in una risoluzione alla vigilia dell’Eurosummit del 21 giugno che il premier Giuseppe Conte avrebbe disatteso, violando l’indirizzo parlamentare, nonostante lui stesso avesse chiesto di ammorbidirla.

Piccolo passo indietro. La riforma che sta facendo ribollire anche l’attuale maggioranza è stata messa nero su bianco durante l’Eurogruppo del 13 giugno scorso. È una riunione decisiva per il governo gialloverde, tant’è che viene preceduta il giorno prima da un lungo vertice a Palazzo Chigi tra Conte, i vice Di Maio e Salvini, il titolare del Tesoro Giovanni Tria, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e il ministro Fraccaro. Durò ben due ore e all’uscita Salvini assicurò: “Idee chiare su cosa proporre all’Europa? Assolutamente sì, con Tria è andata bene”. C’è infatti una disputa sulla manovra tra il governo italiano e Bruxelles, ma sul piatto ci sono anche altre questioni non meno importanti, tra tutte la riforma del Mes arrivata a una fase cruciale. E gli orientamenti diversi nel rapporto con l’Europa tra i gruppi parlamentari M5S-Lega e il titolare del Tesoro erano noti da tempo. In quella riunione, ricostruisce Borghi dal suo whatsapp, Salvini disse chiaramente a Conte: “Approva questa roba e sei fuori”, riferendosi alla riforma del fondo Salva-Stati.

L’Eurogruppo del 13 giugno si rivelerà particolarmente delicato, terminerà all’alba dopo 15 ore, mentre nel frattempo le dichiarazioni dei Commissari economici Moscovici e Dombrovskis suonavano come avvertimenti al governo italiano: diceva il francese che “serve una Italia nell’euro ma le regole vanno rispettate”, mentre il lettone chiedeva riforme strutturali  e “aggiustamenti considerevoli”. Il giorno successivo il ministro Tria esprimeva disappunto per i risultati raggiunti nel corso dei lavori notturni in Lussemburgo: “Sul bilancio della zona euro si poteva essere molto più ambiziosi, è stato fatto un compromesso non particolarmente esaltante”.

Il 15 giugno Bruxelles ha diffuso la bozza di riforma su cui i ministri delle Finanze hanno raggiunto l’intesa, e la parola passa così ai leader dei Paesi dell’eurozona, che devono valutare il lavoro dei ministri e dar loro l’indirizzo per proseguire. Il vertice è convocato per il 21 giugno, due giorni prima il premier Conte si presenta in Parlamento per le consuete comunicazioni prima di ogni Consiglio Ue. Al mattino si svolge un altro vertice tra Conte, Tria, Salvini e Di Maio. Prima dell’intervento in Aula però c’è una disputa tra i gruppi parlamentari e la presidenza del Consiglio sul testo della risoluzione da presentare: “Il premier ci supplicò di addolcire il testo, disse che così com’era gli impediva di negoziare. Per questo ci chiese di modificarla, inserendo peraltro quel passaggio sull’approccio ‘a pacchetto’”, racconta Borghi all’HuffPost. 

Il testo originario della risoluzione era più vincolante rispetto a quello discusso e approvato dalle Camere:

“impegna il Governo [...] a sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal Mes e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento Ue n 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce

qualora nell’ambito della riforma Mes le predette condizioni non vengano accettate, ad opporsi con ogni atto e in ogni sede opportuna alla negoziazione e all’accettazione nonché alla conclusione della predetta riforma e di ogni ulteriore implementazione”.

La versione definitiva approvata dal Parlamento (Camera 287 sì, Senato 142 sì) è effettivamente meno stringente: pur vincolando il Governo a “trasmettere alle Camere le proposte di modifica del trattato” affinché il Parlamento si esprima “con un atto di indirizzo”, e a non approvare modifiche “che prevedano condizionalità”,  riserva all’esecutivo la facoltà di “esprimere la valutazione finale solo all’esito della dettagliata definizione di tutte le varie componenti del pacchetto, favorendo il cosiddetto package approach”. 

Il “pacchetto” è quindi l’espediente linguistico trovato dal premier per uscire indenne tra chi lo tira per la giacca a Bruxelles e chi a Roma. Infatti: al termine dell’Eurosummit il 21 giugno, il presidente del Consiglio rivendica che l’Italia ha chiesto di modificare le conclusioni del vertice perché “bisogna mandare avanti tutto il pacchetto di riforma della zona euro, che comprende anche il completamento dell’Unione bancaria con lo schema comune di assicurazione dei depositi e il bilancio dell’Eurozona”.

Tuttavia, pur richiamando il cosiddetto “pacchetto”, dalla dichiarazione finale del summit si evince chiaramente come i lavori sull’Esm siano ormai arrivati nella loro fase conclusiva, mentre quelli sull’unione bancaria e sul bilancio sono ancora in alto mare. In sintesi, non c’è nessuna speranza di arrivare a dicembre con il pacchetto di riforma dell’Unione monetaria al completo, e la linea adottata dal Governo italiano di approvare tutte le riforme insieme è chiaramente votata al fallimento.

In seguito all’Eurosummit, per alcuni giorni - racconta ora Borghi - c’è stata la più totale confusione in maggioranza: “Nessuno sapeva se e cosa era stato approvato a Bruxelles, e nessuno ci dava risposte né da Palazzo Chigi né dal Mef”. Tuttavia, pur essendo la bozza pubblicata sul sito del Consiglio Europeo, non ci sono dichiarazioni da parte della Lega sulla riforma del Mes, la stessa che oggi li ha spinti a protestare e ad accusare il premier di “tradimento”. La prima risposta, ufficiale, arriva dal ministro Tria interpellato dalla V e VI Commissione del Senato il 4 luglio: “Abbiamo ottenuto quello che volevamo, le correzioni, in un ambito di generale compromesso; c’è stata una battaglia anche molto dura su alcuni punti. Per esempio, si dovranno definire le metodologie di stima della stabilità del debito, abbiamo ottenuto che non fosse approvato il fatto di pubblicare le metodologie perché si potessero utilizzare questi sistemi di calcolo in modo anticipato per fare un rating sui debiti. Ci sono  molte altre questioni, su cui non entro”. Tutto qui. 

L’intervento successivo del Governo, rispetto a una interrogazione del Parlamento, risale al 31 luglio, durante il Question Time del ministro dell’Economia alla Camera. Borghi chiede: “Dato che leggiamo solo sulla stampa di continui progressi nell’approvazione del Mes e dato che il mandato è quello di fermarlo in tutte le maniere”, a che punto sono le trattative. Tria precisa che “questi temi sono stati oggetto della mia informativa del 4 luglio scorso” e chiarisce che “essendo la conclusione dell’accordo sul pacchetto complessivo relativo all’Esm prevista per dicembre 2019, solo a partire da quel momento potrà essere avviato il processo di ratifica” da parte del Parlamento.

In quei giorni tra giugno e luglio “c’è stato un silenzio tombale”, continua Borghi, “l’unica cosa che era uscita è stato un comunicato del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno ma non c’erano dettagli. Abbiamo chiesto a Tria e Conte, ma ci venivano date risposte evasive. Da lì in poi, i rapporti nel Governo si sono sempre di più degradati”. Fino alla crisi di Governo aperta da Matteo Salvini durante il suo Beach Tour estivo. 

 

 

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 18:30:49 +0000

politica

Altro che nuova Umbria di Salvini, in giunta la carica di paracadutati e riciclati
Umbria

L’Umbria, ovvero una giunta regionale di politici riciclati e paracadutati. Se Matteo Salvini aveva promesso i fuochi d’artificio dopo la liberazione della regione “dai comunisti”, la composizione della squadra di governo a guida Donatella Tesei è un mix di vecchi arnesi, di re del trasformismo e di politici che, almeno in un caso, non c’entrano nulla con l’Umbria. Resta insomma un ricordo la frase del Capitano di via Bellerio scolpita a ogni comizio: “L’Umbria agli umbri con politici autorevoli, fuori dalle vecchie logiche di sistema”. E invece udite, udite, basta scorrere la lista degli assessori e incappare in cima nel profilo di Luca Coletto, che non è propriamente un autoctono, ma un veronese di 58 anni. Coletto è stato a lungo assessore regionale della Sanità in Veneto di Luca Zaia, che ne tesse le lodi a ogni piè sospinto, poi presidente di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), ma soprattutto ha rivestito un ruolo all’interno del primo governo presieduto da Giuseppe Conte. Ecco, fino allo scorso settembre Coletto è stato il sottosegretario alla Salute dei gialloverdi, salvo poi ritrovarsi spaesato, senza un incarico all’altezza del suo curriculum che annovera per l’appunto un diploma da geometra. E allora perché non piazzarlo nella giunta Tesei, con la delega alla Sanità e perché no, provare a privatizzarla?

Sia come sia l’altro campione che è stato scelto da via Bellerio rimanda al profilo di Enrico Melasecche. Quest’ultimo è una vecchia conoscenza della politica ternana, di anni 71, di formazione democristiana. Quando crolla il sistema della Prima Repubblica, Melasecche non demorde, ma inizia a navigare nei partititi di centro, parenti della fu Balena Bianca. Eccolo prima fra le fila del Cdu (Cristiani democratici uniti), e poi ancora nell’Udc di Pierferdinando Casini, fino ad approdare in Forza Italia. Per dieci anni poi decide di appendere il consenso al chiodo. Poi però succede che Salvini trasforma la Lega secessionista in un partito nazionale. O almeno sembra così. E allora Melasecche è attratto dalle sirene di via Bellerio fino a candidarsi per il rinnovo del consiglio regionale dello scorso 27 ottobre. Risultato finale: Melasecche racimola 3.750 preferenze ed è il primo dei non eletti. Che peccato. Ma diccì, abile nelle trattative e forte del consenso ragrannellato, riesce a spuntarla e a ottenere la delega ai Trasporti pubblici.

Senza dimenticare Paola Agabiti, sposata Urbani. Quest’ultima è una famiglia regina nel campo dei tartufi tant’è che uno degli Urbani, il marito Paola Agabiti, è anche il presidente di Confindustria Terni. Eppure qui il dettaglio è un altro: la nostra è stata infatti sindaca del comune di Scheggino, che, guarda caso, è lo stesso comune di origine di un pezzo del potere che rimanda all’ex segretario regionale del PD, Gianpiero Bocci, finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Perugia su presunti illeciti nelle assunzioni nel sistema sanitario umbro. Ecco, le malelingue raccontano che la Agabiti Urbani avrebbe usufruito della macchina del consenso “bocciano” e da ora in avanti rivestirà la carica di assessore al Bilancio.

Ma non è finita qui. Roberto Morroni, oggi in Forza Italia, è una indimenticabile presenza della Prima Repubblica. Negli anni d’oro in cui dominava la scena la Democrazia cristiana, egli era un funzionario del Psi a guida Bettino Craxi. Poi l’assunzione a Mediolanum, e ancora l’approdo naturale a Forza Italia, prima come sindaco di Gualdo Tadino, poi consigliere regionale. E ora questo eterno socialista avrà l’arduo compito di essere il vice di Donatella Tesei, ma anche di detenere due deleghe pesanti come l’Agricoltura e l’Ambiente. Con un dettaglio: Morroni non intende dimettersi da consigliere regionale. E che dire poi di Michele Fioroni, che non ha alcuna parentela con il popolare Beppe, ma in regione è stato ribattezzato “l’uomo magico”. Perché, sibilano, “ottiene le cariche senza essere stato mai eletto”.  Fioroni appunto è stato già assessore due volte al comune di Perugia. Oggi l’upgrade ad assessore al Turismo e al Marketing. La ragione? Essere stato lo spin doctor della Tesei in campagna elettorale. E averla condotta alla vittoria. Peccato che pensavamo si chiamasse Matteo Salvini lo stratega della comunicazione.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 17:03:18 +0000

esteri

Netanyahu va alla guerra contro i magistrati. L'ultimo azzardo è un attacco alla democrazia

Mai nei 71 anni della storia dello Stato d’Israele, una storia complessa, spesso drammatica, un primo ministro aveva chiamato la piazza a mobilitarsi contro un “golpe” pilotato dalla Magistratura in combutta “con le élite e gli arabi israeliani al servizio dei terroristi palestinesi”. Da ieri notte, Benjamin “Bibi” Netanyahu è entrato nella storia d’Israele non come il premier politicamente più longevo, ma come il premier “piromane” che ha gettato benzina su un fuoco, fatto di odio e di caccia al “nemico”, che potrebbe minare le basi stesse della convivenza e della democrazia.

La notte della democrazia scatta nella serata di ieri, quando la scure del procuratore generale israeliano, Avichai Mandelblit, si abbatte su Netanyahu. Una “scure” legata a tre inchieste distinte. La prima è il Caso 1000, ovvero l’inchiesta che vede il premier accusato di aver accettato regali - soprattutto sigari e champagne - da facoltosi imprenditori (Arnon Milchan e James Packer) per circa 691mila shekel, pari a circa 180mila euro, in cambio di favori. La seconda è il Caso 2000 e riguarda invece le intese con Arnon Mozes, editore del quotidiano ‘Yediot Ahronot’ per avere una copertura informativa benevola, in cambio della promessa di una riduzione delle tirature di un giornale rivale. Dossier che vede anche Mozes incriminato da Mandelblit.

La terza, quella più delicata, è il Caso 4000 sui rapporti intercorsi tra il 2012 e i 2017 tra Netanyahu, all’epoca ministro delle comunicazioni, ed il mogul Shaul Elovitch della compagnia di tlc Bezeq, proprietaria del sito di informazione Walla. Anche in questo caso si ipotizzano favori al gruppo in cambio di una copertura giornalistica benevola per il premier e per la sua famiglia. E proprio in relazione a quest’ultima indagine c’è l’accusa più pesante, l’incriminazione per corruzione, oltre a quelle per frode e abuso di ufficio che riguardano anche i primi due dossier. “La decisione del Procuratore generale sul primo ministro - è scritto nel documento di spiegazione dell’incriminazione - è stata presa dopo un approfondito esame delle numerose asserzioni sollevate dagli avvocati del primo ministro durante i quattro giorni dell’audizione nello scorso ottobre. Tutte sono state esaminate in profondità come avviene in un regolare processo” ma ”è stato rilevato che queste non cambiavano le accuse attribuite al primo ministro”. Secondo l’incriminazione dunque - il primo ministro - che ha sempre respinto ogni accusa con veemenza - “ha danneggiato l’immagine di pubblico ufficiale in servizio e la pubblica fiducia” ed è sospettato di aver abusato della sua posizione e status accettando “corruzione in cambio di azioni connesse al suo ufficio”. L’incriminazione - ha detto Mandelblit - è stata avanzata solo “in base a considerazioni legali e sulle evidenze. Nessuna altra considerazione mi ha influenzato”. E comunque “resta innocente fino alla sentenza di un tribunale”.

Nella stessa serata di ieri, il procuratore ha inoltrato documentazione al presidente della Knesset Yoel Edelstein. Da quel momento Netanyahu sono scattati i 30 giorni concessi al premier per chiedere di avvalersi della immunità parlamentare. Ma “Bibi” non ha atteso neanche 30 minuti per dichiarare guerra a Mandelblit, parlando di “colpo di Stato” e di “tentativo di ribaltamento dei poteri”. Il premier ha sottolineato il tempismo con cui è arrivata la decisione del procuratore generale, “nel momento più sensibile per il sistema politico israeliano”, denunciando la volontà di farlo cadere con «false accuse motivate politicamente”. E ancora: “Stanno versando il mio sangue, di mia moglie e dei miei figli. Non permetterò alle menzogne di vincere. Continuerò a guidare questo Paese”. Fino a un attacco diretto ai magistrati: “È ora di indagare sugli investigatori”.

Israele è nel caos politico più totale. Ancora prima dell’incriminazione, all’interno del Likud, il partito di Netanyahu, qualche contendente si è fatto avanti: Gideon Saar ha chiesto che il partito convochi le primarie per scegliere il nuovo (o il vecchio) capo, nel caso il Paese ritorni alle elezioni per la terza volta in meno di un anno (la data possibile è agli inizi di marzo). Netanyahu non è obbligato a dimettersi, può aspettare fino alla fine del processo e all’eventuale condanna. I suoi legali continuano a sostenere che contro di lui sia stata orchestrata una campagna per destituirlo. “Un politico travolto da reati infamanti dovrebbe avere la dignità di farsi da parte e non tenere più in ostaggio Israele”, ci dice il leader del Labour, Amir Peretz. Una linea condivisa dal presidente della Joint List, la Lista araba unita, Ayman Odeh: “Nelle trattative per formare il nuovo governo – afferma Odeh, raggiunto telefonicamente nel suo ufficio alla Knesset – aveva preteso di avere garantita l’immunità. I reati imputatigli sono di una gravità assoluta per chi ha responsabilità di governo. Accusare la magistratura di essere parte di un complotto politico, chiamare la piazza a reagire, è un attacco alla democrazia senza precedenti”.

“Un giorno triste per lo stato di Israele”, scrive su Twitter il leader di Kahol Lavan (Blu-Bianco) Benny Gantz, maggiore rivale di Netanyahu, commentando l’incriminazione decisa dal procuratore generale dello Stato ebraico nei confronti del premier. D’altro canto, subito dopo aver rimesso il mandato esplorativo al Presidente Reuven Rivlin, Gantz aveva puntato il dito contro il “muro dei perdenti che lo ha fermato”.  Ad aprire la lista, ovviamente, era “Bibi” dal quale il leader di Blu-Bianco sostiene di aver ricevuto una risposta “che insisteva a vedere solo gli interessi di un singolo” e “contumelie, cattive parole filmati infantili”. “Tu – ha rincarato sempre rivolto al premier in carica – ci stai conducendo su strade pericolose che ci faranno pagare un pesante prezzo storico”. Strade che possono far precipitare Israele nel baratro di uno scontro ingovernabile. “Parlare di golpe è di una gravità inaudita, Netanyahu sta additando un uomo di specchiata onestà e indipendenza, il procuratore generale d’Israele, come una minaccia contro cui gettare una valanga di odio – dice ad HuffPost Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare, figlia di uno dei miti d’Israele: il generale Moshe Dayan, l’eroe della Guerra dei Sei giorni -. I reati di cui viene imputati sono già di per sé gravissimi, ma è ancora più grave l’attentato al nostro sistema democratico del quale Netanyahu è responsabile con le sue scioccanti affermazioni”.

Il numero due di Blu-Bianco, Yair Lapid ha paragonato la retorica di Netanyahu a quella di un seguace del medico-colono di estrema destra Baruch Goldstein che il 25 febbraio 1994 aprì il fuoco contro un gruppo di musulmani in preghiera nella Tomba dei Patriarchi a Hebron, uccidendone 29 e ferendone altri 125. “Le parole che sono uscite dalla bocca di Netanyahu negli ultimi giorni sono istigazione alla violenza”, ha scandito Lapid davanti ai giornalisti israeliani. “Sono parole pronunciate da un seguace di Baruch Goldstein, non da un primo ministro. Finirà male. Anche lui sa che finirà male”. E questo prima che Netanyahu parlasse di golpe. La tensione è altissima. I fedelissimi di Netanyahu hanno invitato i sostenitori del premier a manifestare la loro “indignazione” manifestando “il più vicino possibile” all’abitazione del procuratore Mandelblit, al quale è stata rafforzata la scorta. “Netanyahu sa che tra i suoi sostenitori vi sono elementi di estrema destra che ancora oggi, a 25 anni di distanza, considerano l’assassino di Yitzhak Rabin, Yigal Amir, come un eroe che ha sacrificato la sua libertà per togliere di mezzo un ‘traditore’ d’Israele. E a definirlo tale era stato lo stesso Netanyahu”, ricorda Avishai Margalit, docente all’Università ebraica di Gerusalemme, tra i più apprezzati analisti politici israeliani. “Netanyahu recita la parte della vittima, quando è lui a scatenare i peggiori istinti di una parte della società israeliana – incalza Margalit – che ragiona solo in termini di amico-nemico e il nemico quando viene percepito come una minaccia mortale, va ‘neutralizzato’ con ogni mezzo”. Di segno opposto è la riflessione di Yuval Steinitz, uno dei ministri più vicini a Netanyahu: “Certo, Netanyahu ha usato parole forti – afferma Steinitz– ma lo ha fatto per lanciare l’allarme contro una ‘giustizia’ ad orologeria e contro coloro che ne fanno uso per eliminare dalla vita politica un leader scomodo che gode del consenso della maggioranza degli israeliani”.

Siamo al muro contro muro, avvisaglia di una campagna elettorale senza esclusione di colpi bassi. “La risposta più incisiva che si dovrebbe dare alla provocazione di Netanyahu sarebbe quella di dar vita ad un governo di emergenza democratica guidato da Benny Gantz, prima che sia troppo tardi”, dice ad HuffPost l’ex premier laburista, ed oggi leader di Campo Democratico (5 seggi), Ehud Barak, l’ultimo politico ad aver sconfitto elettoralmente Netanyahu. Ma lo “scatto di responsabilità” chiesto dal soldato più decorato nella storia d’Israele, non fa breccia nel fronte pro-Bibi. Le destre si ricompattano attorno al premier che ha sposato le posizioni più oltranziste, arrivando a promettere che se resterà al potere, il primo atto del suo Governo sarà l’annessione, peraltro “benedetta” dal suo grande amico Donald Trump, di buona parte di Giudea e Samaria ( i nomi biblici della Cisgiordania). E negli insediamenti dove è più radicata la presenza dell’ala più estrema del movimento dei coloni, sono comparse le prime scritte contro Mandelblit, “Traditore di Eretz Israel”. E da quelle parti per il tradimento c’è solo una condanna: a morte.

 

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 16:52:45 +0000

esteri

L'impeachment torna al Russiagate. Trump promette un terremoto dal rapporto Durham

Donald Trump va all’attacco dei democratici e dell’indagine per impeachment in corso alla Camera dei Rappresentanti. “Per loro è difficile”, ha detto il presidente Usa in collegamento con la trasmissione tv Fox and Friends, perché “non hanno assolutamente nulla” in mano. “Voglio un processo”, ha detto ancora Trump, che ha definito “corrotto” e “pazzo” il deputato democratico Adam Schiff, a capo ell’indagine per impeachment, e ha dato della “matta” alla speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi.

Pur dicendosi fiducioso sul fatto che non verrà messo in stato d’accusa, il presidente ha detto di “volere un processo al Senato”, se la Camera procederà con la richiesta di impeachment. E mentre i senatori e funzionari a lui più vicini si sono riuniti ieri per delineare una strategia processuale (un dibattimento veloce, massimo due settimane a gennaio), a Fox News il tycoon ha anticipato quale sarà la strategia mediatica della Casa Bianca per le prossime settimane.

A tenere banco saranno i due rapporti voluti da Trump e dai repubblicani sul Russiagate. Prima uscirà quello condotto dall’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia Michael Horowitz: verrà reso pubblico il 9 dicembre e avrà una portata “storica”, ha assicurato il presidente. “Quello che vedremo”, ha detto collegandosi al telefono con la trasmissione tv Fox and Friend, “sarà forse il più grande scandalo nella storia del nostro Paese”. Si tratta di un’indagine interna sui presunti abusi compiuti all’epoca da funzionari del Dipartimento di Giustizia e dell’Fbi ai danni della campagna elettorale del tycoon. In particolare, i repubblicani sospettano che vi siano stati abusi e manipolazioni per ottenere dal tribunale speciale Fisa (Foreign Intelligence Surveillance Act) l’autorizzazione a mettere sotto sorveglianza elettronica esponenti della campagna.

Ma “ancora più importante” - ha aggiunto The Donald – poco dopo il rapporto Horowitz uscirà anche “il rapporto Durham e già è stato annunciato che si tratta di penale”. Il procuratore Durham, come ha ricordato Trump, sta conducendo un’indagine “penale”, a differenza di quella di Horowitz, solamente amministrativa. Durham ha ricevuto dal ministro della Giustizia William Barr l’incarico di indagare sulla genesi del Russiagate e sui presunti abusi compiuti ai danni del presidente Usa da parte dell’Fbi, della Cia e di altre agenzie di intelligence. Nella sua indagine, Durham ha anche interpellato il governo australiano e i vertici dell’intelligence britannica e italiana. In particolare, il procuratore e l’attorney general Barr hanno effettuato due visite a Roma, il 15 agosto e il 27 settembre.

E se le contro-indagini sulle origini del Russiagate sono il cavallo di battaglia con cui Trump spera di contrastare la procedura di impeachment, il Russiagate ritorna anche come possibile sviluppo dell’indagine sulla messa in stato d’accusa del presidente promossa dai democratici. Ora che si sono concluse le audizioni pubbliche per il Kievgate, i democratici vogliono richiamare Robert Mueller per una nuova testimonianza sul Russiagate. Lo scrive oggi Politico, spiegando che i democratici stanno lavorando a questa possibile nuova audizione, che si dovrebbe svolgere dopo la pausa per la festa del Ringraziamento la prossima settimana.

Nelle speranze dei democratici, l’eventuale nuova deposizione del procuratore speciale che ha indagato sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016, ma anche sulle vicende relative al licenziamento del direttore dell’Fbi, James Comey, potrebbe portare a nuovi articoli, oltre a quelli legati alla controversia ucraina, dell’impeachment.

Nei giorni scorsi è infatti emerso che gli inquirenti della Camera stanno indagando per stabilire se il presidente Donald Trump ha mentito nelle sue risposte scritte date al procuratore speciale Robert Mueller. Ed hanno chiesto al giudice di poter ottenere con urgenza le carte segretate del grand jury per stabilire, in questo momento in cui la “Camera sta cercando di determinare se questo presidente debba rimanere in carica”, se sia stato “sincero nelle sue risposte nell’inchiesta di Mueller”, come ha dichiarato il capo dell’ufficio legale della Camera. Il focus del dibattito si sposterebbe così dal Kievgate al Russiagate, pur essendo proprio questa la partita in cui il tycoon è convinto di avere le carte migliori.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 16:34:19 +0000

politica

La trappola

Ormai si può parlare di “trappola”. È così che viene percepito il governo nel lungo autunno dello scontento democratico. Trappola, perché è la classica situazione in cui avanti non si riesce ad andare e indietro non puoi tornare. Questo è il quadro che emerge, senza tante reticenze, da una serie di colloqui con alti dirigenti del Nazareno e qualche ministro del Pd: “Come si fa ad andare avanti in queste condizioni?” è la domanda che, al momento, resta senza risposta. E questo dà l’idea della crisi politica in atto: “Il governo non sembra nelle condizioni di governare”.

È lungo l’elenco dello scontento. Qualche elemento: sulla manovra ha presentato più emendamenti la maggioranza (4500) che l’opposizione, caso unico nella storia di una coalizione che vuole cambiare una manovra appena varata e frutto di una complicata mediazione tra le istanze dei partiti; mai si era visto che, dopo tre mesi di governo, parecchie deleghe ministeriali, come quella alla Comunicazione per citarne un caso, non sono state ancora assegnate. E poi l’Ilva, la prescrizione, l’Emilia Romagna, la distanza che si è manifestata al tavolo convocato da Conte questa mattina tra Gualtieri e Di Maio al vertice sulla riforma del fondo salva-Stati (leggi qui pezzo di Angela Mauro). Tutti dossier dove la divisione politica è accompagnata da un crescente clima di sfiducia tra i partner di governo.

La fotografia è questa, accompagnata da un corollario non banale, che forse è la vera notizia. L’assenza di un “piano B”. Solo qualche settimana fa anche il segretario del Pd coltivava l’idea che, in fondo, se il quadro fosse precipitato – per colpa di Renzi, per un incidente, per qualunque ragione – si sarebbe potuto andare “al voto con Conte”. L’ipotesi adesso non sembra essere più in campo. Per tutta una serie di ragioni. La prima è che c’è pur sempre un paese, con le sue emergenze, la sua agenda di priorità: è immaginabile andare al voto, anche dopo l’approvazione della manovra, con due bombe sociali come Ilva e Alitalia che rischiano di esplodere? È immaginabile che il capo dello Stato possa concedere a cuor leggero le urne, oppure è più sensato interpretare lo spiffero quirinalizio - “l’alternativa a questo governo è il voto” – come un modo per dare una mano a tenere su il fragile edificio del Conte due? La sensazione è questa. Così come sensazione diffusa è che Salvini, proprio perché consapevole della delicatezza del momento, dell’enormità dei problemi sul tavolo del governo e dell’impatto economico e sociale, non abbia tutta questa fretta di andare a palazzo Chigi. Dice una fonte qualificata: “La spina la staccherà lui, ma sceglierà il momento propizio. In fondo gli basta portare con sé una quindicina di senatori dei Cinque Stelle che, se vuole, si prende in un minuto per poi aprire la crisi il minuto dopo”.

Dicevamo, il piano B, che non c’è. La seconda ragione è che è naufragato nella foto di Narni, invecchiata d’un colpo nella notte elettorale umbra. E naufragato soprattutto nella crisi che attanaglia in Cinque stelle. Anche colui che più di tutti ha scommesso sull’operazione governo è apparso sfiduciato: “Sono stanco”, sono queste le parole che Dario Franceschini ha consegnato a più di un interlocutore. “Stanco” non significa “arreso”. Significa che percepisce che si è arrivati a un punto in cui è complicato riacchiappare il bandolo della matassa. Non c’è solo un problema di “anima”, parola molto usata. C’è un problema di “guida”, di determinazione, di tenuta. Il voto di Rousseau segna un salto di qualità. La vulgata, alimentata dalle dichiarazioni ufficiali, vuole che sia stato un vaffa della base contro i vertici, subito da Di Maio che avrebbe voluto non presentare la lista, secondo una logica di “desistenza”. Il sospetto vero, dell’intero gruppo dirigente del Pd, è che Di Maio non lo abbia subito affatto, anzi ha usato il voto su Rousseau per smontare la svolta di Grillo: “Lì dentro – dicono le stesse fonti –  Grillo e Conte vogliono stabilizzare l’alleanza con noi, Di Maio vuole farla saltare. È un caso che, a freddo e all’unisono con Salvini, ha aperto un fronte sul salva-stati, proprio nei giorni in cui si è pronunciata la piattaforma? È un caso che il voto su Rousseau sia stato organizzato in fretta e furia, senza la preparazione che fu dedicata ad esempio a quello sulla Diciotti, preparato e in qualche modo indirizzato dal dibattito pubblico quando gli stava a cuore salvaguardare il governo?”.

Ecco, è l’idea di un blitz l’analisi vera di quel che è successo. Confermata dalle reazioni del giorno dopo, col fondatore del Movimento che arriva a Roma e il leader che neanche si fa trovare. Insomma, la crisi dei Cinque stelle sta facendo implodere il governo. Torniamo al punto: che fare, in una situazione in cui il destino non sembra essere nelle proprie mani? Che fare, in una situazione in cui i partner internazionali comunque spingono affinché si vada avanti con questo governo, perché l’alternativa rappresenta la messa in discussione della tradizionale collocazione geopolitica del paese? E chissà che anche il viaggio americano del Pd non abbia contribuito ad archiviare quell’ipotesi di ritorno al voto che qualche settimana fa era assai presente nei ragionamenti dello stato maggiore del Pd.

Che fare, oltre al portare la croce? Se, per un qualunque motivo, ci dovesse essere un incidente, la linea è di mettere su una coalizione pret a porter “da Calenda a Conte”: una gamba di centro e una con “quelli che ragionano dei Cinque Stelle” che, al dunque, saranno costretti a scegliere. Senza Renzi, le cui basse percentuali elettorali consentono di sostituirlo col richiamo al voto utile. Nel frattempo aprire un confronto sulla legge elettorale con i partiti maggiori, perché col Rosatellum non c’è storia: al centrodestra andrebbero tutti gli uninominali. E aspettare che il “travaglio” dei Cinque stelle produca il parto di un chiarimento, anche sotto forma di una separazione tra le sue due anime: un pezzo di qua, uno di là. È poco, ma sono le condizioni date di una coalizione composta da un partito mai nato (Renzi), uno non pervenuto (Leu), uno in crisi identitaria (i Cinque stelle) e un unico partito comunque vivo, nonostante due scissioni subite (il Pd), ma autosufficiente col suo 20 per cento. L’unico atto politico di tre mesi di governo è la manovra, col suo percorso a ostacoli. Oltre la manovra, da gennaio, c’è il buio.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 16:35:16 +0000

culture

Cinquant'anni dall'autunno caldo '69 e da quella grande lezione di democrazia

Sono passati 50 anni “dall’autunno caldo”, dall’ormai famosa trattativa sul contratto dei metalmeccanici che ha cambiato in profondità le coordinate del mondo del lavoro che sino a quel momento erano state in vigore nel nostro Paese.

Una stagione dominata dai contrasti sociali, dai primi segni di una violenza che dopo alcuni anni esploderà in tutta la sua devastazione, dal protagonismo sindacale, dal risveglio nelle fabbriche e dalla democratica irruzione degli operai a difesa dei propri diritti e dei propri interessi. E l’accordo sul contratto dei metalmeccanici, e su molti altri contratti di altri comparti professionali - ma fu quello dei metalmeccanici a fare epoca - segnò anche un indubbio protagonismo politico: quello del Ministero del Lavoro. O meglio, dell’allora Ministro del Lavoro, Carlo Donat-Cattin.

Grazie alla sua attiva e feconda mediazione politica fu raggiunto e siglato un accordo tra le rappresentanze sindacali e i datori di lavoro, a cominciare dalla Confindustria, che portò Donat-Cattin a essere definito non come il ministro del Lavoro ma, semmai, come il “ministro dei Lavoratori”. Perché quell’accordo modificò profondamente il capitolo delle relazioni sociali nel nostro Paese, introdusse la “Costituzione nelle fabbriche”, per citare una bella espressione proprio di Donat-Cattin, ristabilì il ruolo decisivo del sindacato e certificò la parità tra operai e impiegati nelle pieghe del contratto aumentando i salari.

Un contratto che possiamo definire come un capolavoro politico di Donat-Cattin, innanzitutto, e anche dell’allora governo. Cito anche il governo per smontare la solita ricostruzione della sinistra politica, culturale e intellettuale che individuava nella Dc solo e soltanto il partito della restaurazione, della conservazione e della gestione dell’ordinaria amministrazione. Quando il giudizio voleva essere lusinghiero e comprensivo.

Un contratto, comunque sia, quello dei metalmeccanici che fu firmato qualche mese dopo, ma che riuscì anche a disinnescare, seppur solo per un periodo limitato, le mine della violenza politica che ormai era pronta a decollare in tutta la sua pericolosità politica e, purtroppo, anche terroristica.

Certo, Donat-Cattin era un politico ma anche uno statista. Come molti altri politici e statisti democratici e cristiani. E proprio quella lezione di democrazia e di cultura democratica, sociale e costituzionale continua, tutt’oggi, ad avere una bruciante attualità. Soprattutto quando ci troviamo di fronte a vertenze come quelle dell’Ilva di Taranto. Con una differenza di fondo, però. Cinquant’anni fa fu la politica a uscirne vincente e vittoriosa, perché la politica era fatta, gestita e condotta da politici e da statisti e non da comparse improvvisate e superficiali.

È perfettamente inutile continuare a demonizzare il passato, a ridicolizzare quella classe dirigente e a denigrare le formule politiche e i partiti di quella stagione politica e poi lamentarsi della pochezza, se non della latitanza, della politica contemporanea e dei suoi principali attori. Nessuno pensa di riavere, oggi, come ovvio e scontato, statisti e politici del peso, del profilo e della statura alla Donat-Cattin al ministero del Lavoro o delle Attività produttive. Ma, per dirla con Mino Martinazzoli, dal “tutto è politica al nulla della politica” c’è pur sempre una bella differenza. Almeno per chi la vuole cogliere. 

Ed è per questi motivi che, a cinquant’anni di distanza, “l’autunno caldo” del 1969 continua, forse, a insegnarci molte cose. Si tratta, appunto, solo di capire se la politica contemporanea vuole farne ancora tesoro o no. Convinti che con la predica un po’ monotona e un po’ triste della bontà e dell’efficacia “dell’anno zero”, tutto ciò che è riconducibile al nostro passato diventa semplicemente da cancellare o da archiviare. E questo non possiamo e non dobbiamo più tollerarlo.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:41:17 +0000

politica

Nicola Zingaretti: "Rispettiamo il travaglio e le difficoltà M5s. Non lasciar cadere la proposta di Giorgetti""
Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti torna a parlare di legge legge elettorale. E invita a non lasciare nel dimenticatoio la proposta, che aveva fatto Giancarlo Giorgetti, di un tavolo costituente: “Noi abbiamo esposto ai tavoli di maggioranza ipotesi che dovrebbero evitare una legge puramente proporzionale, ma che aiutino la semplificazione e a formare coalizioni di governo chiare e stabili, con un impianto maggioritario. Per questo, mentre il Pd continua ad essere impegnato con tutta la sua forza nell’azione di governo per l’approvazione della legge di bilancio e a risolvere le principali questioni che affliggono il Paese, a partire dalla crisi dell’Ilva e Alitalia, non va fatta cadere la proposta di Giorgetti di un tavolo di confronto su questi temi, da attivare nei tempi più rapidi”.

Un riferimento poi all’alleato di governo del Pd: “Il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione. È chiaro che nel futuro il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista e a partire dalle prossime elezioni regionali il Partito Democratico sarà presente e pronto ad affrontare le sfide. Il travaglio, che rispettiamo, e le difficoltà del Movimento 5 Stelle hanno origine nella accelerazione di questo scenario e accentuano una crisi di sistema che va rapidamente affrontata con gli strumenti della democrazia”.

 

Dal canto suo Di Maio, all’indomani della consultazione su Rousseau, ribadisce che il Movimento 5 stelle correrà da solo in Calabria e in Emilia Romagna. “Il messaggio è: no tatticismi, no manovre di palazzo. Noi siamo il Movimento cinque stelle, ci presentiamo alle elezioni regionali ed evidentemente andiamo da soli in quelle regioni. In chi in questo momento sta parlando di sostenere Bonaccini, sento discutere degli effetti sul governo, ma se siamo il M5s noi dobbiamo ricordare a tutti i cittadini che è diritto degli emiliano-romagnoli eleggere il presidente di Regione. Non è un voto di fiducia sul governo, non lo è mai stato e nessun partito e nessuna forza politica deve farsi prendere da questa teoria che è una teoria è sbagliata”, ha detto a Castelvetrano. “Lunedì sarò in Calabria, la mattina, e in Emilia Romagna nel pomeriggio - ha aggiunto il ministro degli Esteri - ci hanno detto ‘si va’ e ci mettiamo come sempre a servizio del nostro movimento e del nostro progetto. Non so quanto prenderemo, lavoreremo per mettere qualche consigliere regionale in Consiglio”.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:40:14 +0000

politica

Francesco Aiello sarà il candidato M5s in Calabria
Francesco Aiello

Il candidato del Movimento 5 Stelle alla presidenza della Regione Calabria é il docente universitario Francesco Aiello. Lo riferiscono fonti del M5s calabrese, secondo le quali la candidatura di Aiello sarà ufficializzata a breve.

Aiello, docente di Politica economica all’Università della Calabria e fondatore del portale di economia “Open Calabria”, si é preso qualche giorno per sciogliere la riserva sull’accettazione della proposta di candidatura.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:30:38 +0000

culture

Il National Geographic stila la lista delle 25 città da visitare nel 2020

Il National Geographic ha stilato una lista delle migliori città da visitare nel 2020. Come ogni anno, la rivista ha interpellato i suoi redattori e i suoi autori in giro per il mondo al fine di scegliere le mete più entusiasmanti per l’anno a venire. Ogni meta è scelta perché attuale, stimolante e sorprendente.

Mostar, Bosnia Herzegovina - Parzialmente distrutta durante la guerra (1992-1995), la città di Mostar porta ancora le ferite del passato. Numerosi edifici della Città Vecchia, che si sviluppa come una città di frontiera ottomana del 15esimo secolo, sono stati ricostruiti da quando, 25 anni fa, gli accordi di pace di Dayton hanno riportato una relativa calma nei Balcani Occidentali. Passeggiate per la città e troverete appartamenti rinnovati accanto ad edifici che ancora portano i segni delle pallottole dopo 25 anni. Artisti locali ed internazionali decorano regolarmente le strutture abbandonate con murales colorati. L’immagine di pace più tangibile di Mostar è lo Stari Most (Ponte Vecchio), ricostruito nel 2004. Lo Stari Most connette la parte ovest della città prevalentemente cristiana con la parte est prevalentemente musulmana. 

Provincia di Ghuizou, Cina - Negli ultimi anni, Guizou, tradizionalmente una delle province della Cina più povere ed inesplorate, ha cominciato a sperimentare una crescita economica. Tutto questo è iniziato quando venne scelta come destinazione preferita per le industrie tecnologiche: aziende come Apple, Huawei e Tencent approfittarono del clima fresco di Guizhou durante tutto l’anno per l’archiviazione dei big data.Una visita in questa bellissima provincia offre qualcosa che è difficile altrove nel paese: villaggi veramente antichi, montagne incontaminate e la possibilità di conoscere alcune delle minoranze culturali riconosciute in Cina, tra cui la gente di Miao e Dong. 

Tohoku, Japan - A meno di tre ore di treno da Tokyo, casa dei Giochi Olimpici Estivi del 2020, Tohoku dovrebbe ricevere la medaglia per migliore meta sconosciuta. È una regione che ingloba sei prefetture e che si trova nella parte nordorientale dell’isola Honshū. Cosa la rende straordinaria? Il suo incredibile mix di paesaggi mozzafiato, testimonianze storiche e una cultura gastronomica unica. Durante l’ inverno, Tohoku si trasforma sotto i gelidi venti siberiani che provengono dalle catena montuosa di Zao: gli alberi si ricoprono di ghiaccio e di neve, e si congelano assumendo forme quasi umane.

Sentiero Blu Nazionale, Ungheria - Malgrado la mancanza di picchi elevati, l’Ungheria è una destinazione da sogno per gli escursionisti grazie al Sentiero Blu Nazionale. Il Sentiero blu nazionale (in ungherese Országos Kéktúra, OKT) è un sentiero escursionistico continuo e segnato in Ungheria, attraversando le parti settentrionali del paese, dal monte Írott-kő al confine con l’Austria al villaggio di Hollóháza a quello con la Slovacchia. Iniziato nel 1938 e riconosciuto come il sentiero più lungo d’Europa, è parte della rotta E4, che comincia in Spagna e finisce a Cipro.

Telč, Repubblica Ceca - Con la sua splendente architettura rinascimentale italiana, la città di Telč è spesso definita la “Firenze della Repubblica Ceca”. Posizionata a metà strada tra Praga a nord e Vienna a sud, la sua storia inizia nel 14esimo secolo come crocevia delle rotte commerciali tra Boemia, Moravia ed Austria. Muri di pietra e un laghetto artificiale hanno contribuito a proteggere il centro storico della città, patrimonio mondiale dell’umanità secondo l’UNESCO. L’ex castello Gotico è stato trasformato in un gioiello rinascimentale dal nobile  The former Gothic castle was transformed into a Renaissance jewel by Zachariáš di Hradec e dalla moglie Kateřina, il cui gusto italiano ha ispirato lo stile ornativo di Telč. 

Isole Magdalen, Canada - Quando camminate sul ghiaccio, è facile dimenticare che c’è un oceano sotto di voi. Questo mondo ghiacciato presenta: un cielo incredibilmente blu; un sole splendente che rimbalza su una coperta di neve fresca; vento che vibra come un violoncello; un candore bellissimo dato dalla neve. Benvenuti nel regno delle foche, nel golfo di San Lorenzo. Le foche adulte migrano qui dall’Artico, le femmine incinte cercano del ghiaccio adeguato per partorire ed i maschi le seguono, ansiosi di accoppiarsi. I piccoli delle foche richiedono una piattaforma stabile di ghiaccio per poter sopravvivere.  

Wales Way, Regno Unito - Tre nuovi itinerari turistici, noti come Wales Way, costituiscono la vetrina di questa terra meravigliosa. Avvolta tra montagne e mare, la Coastal Way vi porterà a fare un viaggio di 180 km attorno alla baia di Cardigan, sulla costa ovest del paese. 

Abu Simbel, Egitto - Il turismo in Egitto sta rinascendo dopo un forte declino in seguito alla rivoluzione della Primavera Araba nel 2011. Abu Simbel, nel sud dell’Egitto e vicino al confine con il Sudan, rappresenta una destinazione meravigliosa. Originariamente intagliata dentro una rupe dal Faraone Ramses II, Abu Simbel è un tesoro archeologico ed allo stesso tempo una meraviglia dell’ingegneria moderna. Seppellita dalla sabbia per millenni, il sito è stato scoperto dagli archeologi nel 1813 e salvato dall’innalzamento delle acque del lago Nassar. 

Fort Kochi, India - È il più vecchio insediamento europeo in India (retaggio della colonizzazione) e sta guadagnando notorietà come vivace hub dell’arte. Penisola nella quale non sembra nemmeno di stare in India e sembra di tornare indietro nel tempo, ogni suo angolo è diverso e rappresenta una diversa cultura “conquistatrice”. Esistono influenze cinesi, ebraiche, olandesi, inglesi e portoghesi, perfettamente integrate tra loro.

Parco Nazionale Zakouma, Chad - Casa per moltissimi elefanti (559 nel 2019 e 1000 stimati dal 2024), il Parco Nazionale è una bellissima destinazione-safari, una perla dell’Africa. Il Parco accoglie al suo interno più di 10.000 bufali, attorno a 1.000 giraffe, 400 specie di uccelli e moltissimi leopardi. La location del parco è una delle meno visitate al mondo e merita di essere riscoperta, perchè avvolta da un’atmosfera magica. 

 

Philadelphia, Pennsylvania - Pensate a Detroit, Cleveland o Cincinnati: città americane postindustriali che si stanno reinventando per una nuova generazione. Philadelphia sta seguendo la scia di queste città ma è di gran lunga migliore. E poi: chi può resistere alla statua di Rocky di fronte al Philadelphia Museum of Art? 

Puebla, Messico - Costruita dagli spagnoli nel 1531, è la quarta città più grande del Messico e rappresenta un bastione dell’architettura barocca. Il centro città mostra influenze indigene ed influenze coloniali europee ed è patrimonio mondiale dell’UNESCO. La Cappella del Rosario di Santo Domingo, interamente costruita in oro, è assolutamente da non perdere. 

Deserto Kalahari, Sudafrica - Si estende principalmente in Botswana, nella fascia orientale della Namibia e nel nord-ovest del Sudafrica ed è il sesto deserto più grande del mondo. Temperature annuali stabili, umidità estremamente bassa, assenza di “inquinamento luminoso” o “inquinamento acustico” e assenza di nuvole rendono il parco una delle destinazioni migliori al mondo per osservare le stelle.  

Parco Nazionale de Grand Canyon, Arizona - “Lo spettacolo più bello della Terra”: Così l’ha definito l’esploratore Wesley Powell, uno dei fondatori di NAtional Geographic. Questo paradiso naturale ha affascinato visitatori di tutto il mondo grazie alla sua peculiarità e alla sua geologia stratificata che risale a 1.8 miliardi di anni fa. 

Le Maldive -  Un vero paradiso, che però è a rischio. Stando all’ Intergovernmental Panel on Climate Change, gran parte delle Maldive potrebbero sparire entro decenni a causa dell’innalzamento del livello del mare, dovuto al riscaldamento globale. 

Tasmania, Australia - La Tasmania è una delle destinazioni australiane che registra il maggior numero di turisti negli ultimi anni. La chiave del suo grande appeal è da ricercare nella sua bellezza naturale. Ci vogliono solo 4 ore per girare lo stato in tutta la sua lunghezza. Non importa dove vi fermerete. Ci saranno sicuramente opportunità per immergersi nella natura. Dopotutto, quasi metà dello stato è designata come parco nazionale. 

Asturie, Spagna - Le Asturie sono una regione autonoma della Spagna. Si trovano nel Golfo di Biscaglia. Immerse in alberi che rivestono le colline, punteggiate da paludi selvagge e da spiagge ordinate, le Asturie meritano assolutamente una sosta. 

Göbekli Tepe, Turkey - Costruiti circa 11.600 anni fa, i pilastri monumentali di calcare a Göbekli Tepe sono rimasti nascosti per millenni. Gli scavi li hanno riportati alla luce a metà degli anni ’90. La scoperta ha riscritto la storia di come le prime civiltà della storia sono nate, dimostrando come i luoghi di culto fossero fondamentali.

La Provincia di Mendoza, Argentina - Vino, cibo, natura e relax. In queste quattro parole è racchiusa tutta l’essenza di Mendoza e della sua provincia, un mondo a se stante rispetto al resto dell’Argentina. Qui vigneti a perdita d’occhio, cantine di altissimo livello e vini pregiati attirano vine lovers da ogni parte del mondo. Mendoza è un posto suggestivo, che stimola i sensi, o meglio le papille gustative, regala un contatto diretto con una natura affascinante e ammalia per la sua bellezza, cui fa da sfondo, La Grande Cordigliera delle Ande, la più lunga catena montuosa di tutto il continente americano, spina dorsale di Argentina e Sud America.

Provincia del Kamchatka, Russia - Il più grande vulcano attivo dell’emisfero settentrionale e l’orso bruno che agguanta un salmone: nella quasi intatta Penisola della Kamchatka si possono vedere entrambi. Non c’è dubbio che questa striscia di terra subartica lunga 1250 km, situata nell’estremo oriente russo, sia uno dei luoghi migliori del pianeta per quanto riguarda gli habitat incontaminati e l’abbondante fauna selvatica, nonostante sia ammantata di neve e ghiaccio per gran parte dell’anno.

Guatemala - Un viaggio in Guatemala significa fare un viaggio unico alla scoperta dell’America Centrale. Un viaggio autentico al 100%, ben lontano dal turismo di massa del vicino Messico. Con la visita di Antigua, Chichicastenango, Tikal e dei laghi e dei vulcani del Guatemala,il Guatemala si piazza ai vertici dei luoghi più affascinanti del mondo. 

Parma, Italia - Di origine romanica, Parma è stata, fin dalla sua nascita, una città attiva e ricca di traffici e commerci. Dominata da famiglie nobili importanti, quali ad esempio, i Farnese raccoglie in sè monumenti bellissimi e molto ben conservati. La sua piazza del Duomo è uno degli esempi di architettura romanica più belli d’Italia. La struttura del centro storico ed i bei palazzi che l’adornano, ancora oggi la rendono una delle più belle città d’arte italiane. Parma è una città affascinante ed elegante. Offre allo sguardo del visitatore che l’attraversa, grandi capolavori artistici, aree verdi e parchi, statue di Garibaldi e di Verdi, ottimi ristoranti pronti ad offrire tutto il sapore dell’Emilia. È una città dove passato e modernità si incontrano: da un lato si respira il tocco regale di Maria Luigia, dall’altro l’atmosfera di una città contemporanea.

Isole Canarie, Spagna - Le Canarie sono tutte isole di origine vulcanica, si trovano al largo della costa africana nord-occidentale e fanno geograficamente parte della Macaronesia e amministrativamente della Spagna. Quando andare?
Ogni periodo dell’anno va bene per visitare le Canarie. Il sole splende su tutto l’arco dell’anno. Non a caso vengono definite “Il sole d’Europa”. Il termometro oscilla poco. Alta stagione alle Canarie coincide con l’inverno quando l’Europa è immersa nel freddo. I prezzi si impennano durante le vacanze natalizie ma anche in occasione del carnevale e delle feste pasquali e nel periodo estivo (luglio settembre). Se appartenete a quei pochi fortunati che possono programmare le vacanze in periodi di bassa stagione non esitate a farlo. Essendovi meno confusione, potrete fare a meno di prenotare la stanza, troverete servizi migliori e, ciliegina sulla torta, risparmierete parecchio sul prezzo dell’alloggio.

La Foresta di Bialowieza, Bielorussia/Polonia -  La foresta di Białowieża, conosciuta soprattutto come l’habitat dei famosi żubr, ovvero bisonti europei, è un posto che dovrebbero visitare tutti. Dal 1979 è stata iscritta sulla lista del Patrimonio dell’Umanità UNESCO. La foresta di Białowieża costituisce un’ottima meta per tutti coloro che amano stare a contatto con la natura. Si consiglia di iniziare il viaggio proprio dalla cittadina di Białowieża, da cui la foresta prende il nome e dove si trova la sede del Parco Nazionale di Białowieża, fondato nel 1932, il secondo parco nazionale in Polonia (per anno di istituzione) e uno dei primi in Europa.

High Alpine Road - .

Strada panoramica alpina del Grossglockner, Austria -  La Strada Alpina del Grossglockner, con i suoi 48 chilometri e 36 tornanti, è considerata la strada panoramica più bella d’Europa. Il clou è un’escursione individuale al Kaiser-Franz-Josefs-Höhe (2369 m) che si trova proprio ai piedi del Großglockner (3.798 m), la montagna più alta dell’Austria. Qui i visitatori hanno una magnifica vista sulle vette dei tremila metri e sul Pasterze, il ghiacciaio più lungo delle Alpi orientali.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:09:28 +0000

culture

Celentano postumo di se stesso

Immenso, Adriano Celentano, è nuovamente riuscito nel miracolo-capolavoro di mostrarsi postumo di se stesso. Un’impresa che, in vita, riesce davvero a pochissimi. Così da anni, in verità. Postumo nel senso di storicizzato in sé, di più, da sé. Il resto è dettaglio. Perfino lo show. Davanti a lui, infatti, l’ospite, fosse anche il più luminoso, appare del tutto inessenziale, testimone della santità spettacolare di chi lo ha lì convocato, nient’altro. 

Celentano, va detto, sembra giungere agli occhi del mondo come accade agli astri spenti da miliardi di anni, ne percepiamo la luce sempre e comunque, perfino in assenza della fonte. Celentano, anche nei suoi momenti più estenuati, fiacchi, espressivamente minori, come accade forse anche nel farraginoso “Adrian (Canale 5), con seguito di cartone animato che ne zavorra il volo, resta un pezzo unico, un monotipo, un marchio d’officina personale inconfondibile, inutile perfino, per amor di cronistoria, ricordare in lui l’Elvis Presley italiano o altri dettagli da calendario di Frate Indovino. L’uomo, infatti, deve la propria forma espressiva ipnotica all’essere un prodotto autarchico, nato da sanzioni imposte al proprio talento, solo lui. Ricordate quando insieme a un’orda di figuranti ballava tra le calli di Venezia in “Yuppi du”? Conciati da sfollati, da improbabili commedianti di un’Opera da tre lire di Paullo, rispondevano, lui per primo, stilisticamente solo a se stessi. Lo stesso nel presente, intravedendolo in penombra, gli occhiali da cieco d’autore, sullo sfondo cartaceo acetato dei grattacieli affacciati sulla baia di Dylan Dog o forse Zio Tibia, così a favore di un tavolo da taverna di Porta Venezia, Ronchetto delle Rane o Cinisello Balsamo, rimasto al tempo in cui Luigi Comencini girava “Delitto d’amore” e Pippo Starnazza vestiva i panni del parcheggiatore abusivo.

Ti domandi da dove giunga quel suo modo di esserci, mentre fa ritorno al repertorio di sempre, così mentre “in spiaggia ho fatto il pagliaccio per mettermi in mostra agli occhi di lei”. La camicia da zio di Bitonto emigrato in Australia aperta sulle rughe degli anni, tra collo e sterno, gli ospiti venuti ad omaggiarlo come altrove, un tempo, accadeva a padre Pio, le stimmate coperte dai guanti di lana, già, gli ospiti che, al suo cospetto, sembrano simili a uscieri di cardinale, schiacciati dalla presenza del mito, una sensazione inesplicabile per chi dovesse ignorarne la storia.

Esatto, da dove arriva Celentano? A volerne riassumere le stazioni, c’è da ricordarlo sosia di Jerry Lewis in un ritaglio di giornale negli anni Cinquanta, poi incorniciato da Fellini nella “Dolce vita”, “urlatore alla sbarra”, testimone di una nostrana gioventù bruciata, o ancora quando, già ospite speciale, accompagnava la collega Mina seminando caramelle in spregio al protocollo delle giraffe televisive, era forse “Studio Uno” o “Senza rete”, oppure, sempre lui, quando gli esegeti del “Radiocorriere TV” lo narravano ad abbigliarsi al buio, afferrando giacche e camicie alla rinfusa, per poi, istanti dopo, trovare l’azzurro ricevuto in dono da Paolo Conte, “… azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro senza di te”. Accadeva, forse, quando, in Italia, al governo c’era Mariano Rumor, o piuttosto Emilio Colombo, e il quasi omonimo Vittorino era lì ministro della Marina mercantile? Misteri dell’eterno.

Poi la via Gluck. Anche quella strada è ormai postuma di se stessa, insieme alla Milano senza più memoria della pelota basca in via Palermo… I capelli che pian piano vengono via, barometro degli anni trascorsi, insieme agli occhiali che non c’erano quando “Giovani”, rotocalco del tempo “beat”, le stesse pagine dove appariva Valentina di Crepax pronta a sfidare il perfido Magiadischi, ne offriva il manifesto in abito gessato da gangster di Busto Arsizio.

Adriano-Adrian ora racconta di quando, invitato a un dibattito tra gesuiti colti, si accorse della propria ignoranza, eppure il pubblico, rassicurante, gli ricorda che, sì, sarà pure tale, ma di questi ultimi indossa comunque la corona di re, e qui è d’obbligo notare la distanza che esiste tra la sua apologia dell’ignoranza e quell’altra che ha ora in Salvini un demagogo tout court.  

Celentano, ricorda pure la storia di uno zio “molto religioso che aveva un figlio prete”, e nel far questo solleva il vassoio della memoria familiare, i santini votivi, le necrologie, i fiori imprigionati nell’ambra delle mensole domestiche, infine, ritornando alle sue canzoni sembra voler resuscitare i dischi in cofanetto del “Reader s’ Digest”, i volumetti di “Selezione”, Celentano come teca televisiva vivente di se stessa.

Improvvisamente, intanto che lo ascolti, appare il sospetto magico che dall’angolo buio di mare di cartapesta acetata debba approdare la barca dei tuoi cari che ritenevi di perduti per sempre, perfino i nonni morti, redivivi, l’apparecchio acustico fisso nell’orecchio, eccoli che per intercessione di Adriano tornano ad abbracciarti, magari insieme agli amici di famiglia dimenticati, proprio quelli che raccontavano del tempo di guerra come eterno presente.

Poco importa che ogni sua riflessione sulla fine mostri stimmate di banalità - “… la vita è morire ogni giorno”, oppure “morire per sempre e non solo per un minuto” – dove basterebbero i versi di Paul Klee – “Io sto dalla parte dei morti, di quelli che devono ancora nascere, vicino al cuore della creazione, ma non ancora prossimo” – per controbattere… In assenza del sermone, non sarebbe lui, Celentano, non parlerebbe del Vangelo citando un “fuoco inestinguibile”, che fa venire in mente, per chi le ha in mente, le terrifiche illustrazioni di Giovanbattista Conti destinate al catechismo più severo di sempre, dove la prima comunione cancella il nero-pece dalla tunica infine tersa, un attimo appena e da tutti i santi giunge il rock and roll di “Tutti Frutti”.            

In un fondale da messa beat, ecco adesso, così annunciati, Pierluigi Battista, Gianni Riotta e Andrea Scanzi, i “giornalisti”,  sembrano lì parenti in visita a un prozio di domenica mattina, prima di andare a messa, o magari in attesa di raggiungere il bar “Catalano” o piuttosto la pasticceria “Gattullo”, per acquistare un vassoio bignè, metti, per zio Amedeo, proprio lui che, colpa di una scheggia che ne offese la mano a El Alamein, povero, è costretto a indossare sempre un guanto di cuoio.

Quando, sempre loro, i “giornalisti”, si alzano e si risiedano come da accordo di scena con il padrone di casa, nel tepore della familiarità domestica, viene subito da pensare che si tratti piuttosto di emorroidi, e intanto, così smarriti, raccontano di Gaber, Tenco e Jannacci, finiti a esibirsi insieme ad Adriano in una rosticceria di Stoccarda.

Sipario. Un attimo appena, e Celentano si trasfigura nell’Adrian del cartone animato. La mano è di Milo Manara, ma forse, chissà, sarebbe stato meglio affidare l’intera storia ai disegnatori del leggendario “Il Tromba”, il fumetto dei militari di un po’ d’anni fa, poveri afflitti bisognosi di onanismo. D’altronde, il suo protagonista aveva esattamente la faccia del nostro Adriano e di cognome faceva Lentano.

 Alla fine, quando gli ospiti fioniscono risucchiati dalla penombra, resta il dubbio che la corista, i capelli legati da Tordella, apparsa qualche istante prima in un’inquadratura furtiva e fugace, potesse essere addirittura Mina, rediviva, nascosta, giunta lì a fare un dono al collega, all’amico, a confermarne il mito in vita. Presumibilmente così non è, tuttavia nel dominio di Adrian si può perfino immaginare anche questo colpo di scena.

  

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:13:47 +0000

culture

Basta, ma davvero

Ma davvero vogliamo continuare ad assistere immoti al sessismo verbale del potere, ad un linguaggio senza rispetto per nessuno, allo scherno gratuito, agli apprezzamenti grevi e offensivi? Davvero decenni di democrazia li vogliamo vedere ridotti alla semplificazione di un potere predatore che fa leva sui peggiori istinti per ottenere e mantenere il consenso, con truppe illuminate che sembrano quasi vergognarsi della ragionevolezza e delle buone maniere? Sì, basta, ma basta davvero, come dice Lilli Gruber nel suo libro “Basta!, Il Potere delle donne contro la politica del testosterone”, I Solferini, 13,90 euro. Fa male a tutti noi, non solo alle donne,  sopportare il body shaming, il ritorno del fascismo nel linguaggio, l’odio sparso a piene mani verso tutte le diversità di sesso, di religione, di cultura, giustificato dal colore della pelle, il disprezzo per le donne.

Ma che paese è mai diventato il nostro che ha lasciato per anni che si dileggiasse in pubblico e sui social, fino a lasciar correre su violenze verbali al limite del reato, una persona come Laura Boldrini, colpevole unicamente di essere una donna. E ben venga questo libro che dice basta, ben venga l’analisi spietata di Michela Murgia che non lascia passare linguaggi e atteggiamenti fascisti e fascisteggianti in politica, così come nel costume pubblico. Perché la violenza verbale nasconde la realtà, e soprattutto è retaggio degli uomini. E vanno di pari passo la misoginia e l’aggressività verso la libertà di stampa. “I populisti hanno dichiarato guerra alle donne - scrive Lilli Gruber-. Gli scontri più pompati dagli strateghi social di quell’area sono quelli contro una nemica del maschio alfa. Carola (Rackete, 3ndr), Luciana (Littizzetto, ndr), Michela (Murgia, ndr) sono femmine che si permettono di battersi per la diversità. Quella di genere, perché sono donne pensanti, parlanti e operanti a viso aperto. Quella culturale, perché si esprimono in favore dei migranti, del mondo LGBTQ+, degli esclusi. Attaccare loro è come consegnare un biglietto da visita all’ingresso del club più esclusivo - letteralmente - che ci sia. L’internazionale dei bifolchi”.

La miccia del libro è un gesto di maleducazione subito da Lilli Gruber, e non ci vuole molto ad intuire da chi. Ma è certo riduttivo attraccarlo lì. Gruber dice cose tutte vere, di cui, anche quando ha gestito il potere, nemmeno la sinistra ha mai tenuto conto. La cittadinanza totale delle donne (intorno a cui va costruita una società che consenta loro di esercitarla appieno) non è un vantaggio per le donne, è un vantaggio per la società tutta. La retrocessione politica e culturale è globale, da Putin a Trump, passando per Salvini, il potere si sta giovando di masse plaudenti con parole d’ordine semplificatorie e appaganti, a cui viene indicato un nemico, spesso senza un vero perché. Gruber cita un libro, “The Athena doctrine. How women (and the Men who think like them) will rule the future”, di John Gerzema e Michael D’Antonio, in cui si espongono i risultati di un sondaggio che gli autori hanno condotto su 64mila persone di entrambi i sessi, in tredici Paesi. “Per il 66 per cento - nota Gruber- ‘il mondo sarebbe un posto migliore se gli uomini pensassero un po’ di più come le donne’. Che significa? Gli intervistati specificano: ragionevoli, leali, flessibili, pazienti...”. Succedeva nel 2013, dentro la crisi e con gli intervistati frustrati da controllo, competizione e aggressività, individuati come atteggiamenti tradizionalmente maschili. “Una mentalità in bianco e nero che ha contributo a creare molti dei problemi che oggi viviamo”, osservavano gli autori. “Un sondaggio del genere, approfondito e internazionale, doveva aver fatto riflettere molti. Davvero il 66% delle persone era convinto che una maggiore leadership femminile avrebbe portato più equità e fiducia, meno conflitti e corruzione? - osserva Lilli Gruber-. Se così tanti, in nazioni diverse, ne erano convinti, non restava che una cosa da fare. Metterli a tacere”.

L’Antropologia culturale ce lo spiega: gli uomini sono nell’eterna ricerca della loro identità, le donne no. E solo la cultura, negata dal populismo al potere, può colmare questa carenza, questa minorità. Intanto, ammettiamolo, e sarebbe un primo, ma non sufficiente, passo avanti. Sarebbe un modo, un pre requisito, per iniziare un reale percorso, duraturo, di riconcliazione con l’altro sesso. Seguendo il ritmo incalzante di Lilli Gruber nel libro, capiamo però che siamo lontanissimi. Che la guardia delle donne per non arretrare, per meglio individuare il sopruso sempre in agguato, sul luogo di lavoro, nei rapporti personali, in famiglia, deve restare sempre molto alta. 

Una fatica, energie, che sarebbe meglio dedicare ad altro. Uomini, intanto leggetelo questo libro per capire un po’ di più voi stessi e chi vi sta accanto. Perdiamo tutti, se qualcosa non cambia. 

 

Ansa
Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:00:24 +0000

economia

Il "fuoco amico" del Governo che rischia di far male al Fintech

Nella prossima Legge di Bilancio il Governo introdurrà una serie di norme per incentivare la diffusione dei pagamenti digitali, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’evasione fiscale. I particolari di queste norme non sono ancora del tutto definiti, ma dovrebbero comprendere meccanismi premianti (detrazioni fiscali, cashback, lotterie, ecc.) per chi pagherà con strumenti cashless e sanzioni per chi si rifiuterà di accettare questo tipo di pagamenti. 

Tutta questa attenzione del Governo verso i pagamenti digitali potrebbe fare un gran bene al comparto del fintech e a tutte quelle aziende che si occupano in varia misura di finanza tecnologica e potrebbe contribuire senz’altro a far salire l’Italia nella classifica dei Paesi Ue virtuosi del cashless, innalzandola di qualche posizione dall’attuale sestultimo posto

Tuttavia, perchè ciò accada e non si rischi invece di trasformare la prossima Legge di bilancio in un caso di “fuoco amico” da manuale, che danneggerà il fintech, anziché favorirlo, sarebbe necessario che i politici cambiassero i contenuti delle proprie comunicazioni.  

Gli addetti ai lavori del mondo fintech - aziende che devono avere a che fare con clienti e non con elettori - investono da anni molte risorse per convincere il maggior numero possibile di persone che i sistemi di pagamento digitale e tutte le altre soluzioni cashless sono affidabili, sicuri, facili da usare e anche più comodi del contante. 

I nostri esponenti politici, invece, da mesi sembrano pensare - e quel che è peggio dichiarano pubblicamente - che l’unico vantaggio di quei sistemi sia  rendere tracciabili i pagamenti. Cosicché commercianti, artigiani e professionisti non possano più nascondere nemmeno un centesimo al fisco. Una specie di longa manus del Grande Fratello Fiscale, in sintesi. 

Ora, nessuno nega che la riduzione dell’evasione fiscale e l’emersione del nero siano temi di grande interesse pubblico. Però, come  ha scritto qualche giorno fa Gabriele Romagnoli in un divertente articolo su La Stampa, (“Nel Paese dei tartassati la caccia all’evasore è una battuta”), è un dato di fatto che agli italiani il Fisco non stia simpatico. Neppure a quelli che non evadono un centesimo. 

Sarebbe il caso che i pubblici poteri prendessero atto di questa scomoda verità e iniziassero magari a promuovere i pagamenti digitali sottolineandone anche i vantaggi in termini di sicurezza, semplificazione dei processi, potenziale aumento delle vendite, eccetera. 

Sarebbe bello che qualche politico si lasciasse scappare, ad esempio, che i pagamenti digitali sono più sicuri di quelli in contanti (ad esempio, non possono essere oggetto di una rapina), oppure che hanno costi di gestione minori, rispetto a quelli del contante (costi bancari, di trasporto, prelievo, custodia, ecc.). O ancora che questi sistemi permettono di tenere traccia delle abitudini di consumo dei clienti, di fare offerte personalizzate senza violare le regole della privacy (es: offerte recapitate via app), di offrire promozioni in-store con meccanismi di cashback o raccolte punti, ecc.

Insomma, se questo Governo vuole continuare a educarci alle buone pratiche per via fiscale (vedi tassa sulla plastica, sulle merendine, limiti al contante, ecc.) potrebbe una volta tanto provare a parlare anche della carota, oltre che sempre soltanto del bastone. 

Una maggiore attenzione ai vantaggi “non fiscali” dei pagamenti digitali contribuirebbe a diminuire la diffidenza degli italiani nei confronti dei sistemi cashless e darebbe un supporto importante alle aziende del fintech, che da anni investono molte risorse proprio per convincere gli italiani a utilizzare meno la moneta sonante e di più quella elettronica. 

Questo non significa che la politica dovrebbe evitare di toccare temi di pubblico interesse come l’evasione fiscale, per il bene di singole aziende private, ma una maggiore attenzione alla comunicazione, permetterebbe di evitare il rischio che i sistemi di pagamento digitale vengano identificati da molti prevalentemente come sistemi di controllo, anziché come strumenti che possono semplificare tante delle nostre attività quotidiane.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:02:56 +0000

culture

Centrale geotermica in Val d’Orcia? La terra del "Gladiatore" è a rischio

Pochi sanno che la scena del “Gladiatore” di Ridley Scott nei campi di grano, o meglio quella nei Campi Elisi (il luogo dove secondo la mitologia dimoravano le anime dei morti che erano stati eletti dagli dei) è stata girata in Italia.

Infatti la location del colossal mondiale per esprimere quella tranquillità, quella bellezza raggiunta dal gladiatore con la morte, nel mondo intero è stata individuata in Val d’Orcia. Quell’ampia valle in provincia di Siena tra il Monte Amiata, l’alto Lazio e l’Umbria, un posto rimasto talmente integro nei suoi paesaggi e nel processo di antropizzazione dei suoi comuni (Castiglione d’Orcia, Montalcino, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia) da essere stato riconosciuto nel 2004 dall’Unesco Bene Protetto, Patrimonio dell’Umanità.

Da quel lontano 2004 di investimenti ne sono stati fatti parecchi e oggi la Val d’Orcia è una a meta a livello mondiale per la bellezza del suo ambiente. La valle è attraversata anche dall’antica Via Francigena, la strada che dalla Francia portava, e porta, i pellegrini in visita dal Papa in Vaticano. Negli ultimi anni il percorso è stato riscoperto e sono nati i “Cammini”.

In qualsiasi Paese un tesoro del genere verrebbe capitalizzato e tutelato e anzi avrebbe un progetto per diffondere maggiormente e manutenere sempre meglio dei gioielli culturali come la rocca di Radicofani, famoso rifugio di Ghino di Tacco, o la magica piscina di Bagno Vignoni, o la splendida Pienza “città ideale”, anch’essa sito Unesco dal 1996. E invece cosa succede?

Pochi giorni fa, in un incontro, è stato denunciato da Opera Val d’Orcia, dai sindaci di Radicofani, di Castiglione d’Orcia, di San Quirico d’Orcia, di Pienza, dalle associazioni Pyramid, Italia Nostra nazionale, NO.GE.SI, Club UNESCO, Comitati dell’Amiata, Legambiente Circolo Terra e Pace, gruppo Monticchiello, oltre a numerose altre associazioni, il caso della presentazione in Regione Toscana da parte della società Sorgenia del progetto per la realizzazione di una Centrale geotermica.

L’area che occuperebbe la centrale sarebbe pari a 11 campi da calcio e si posizionerebbe a 400 mt dall’ingresso del Parco Artistico Naturale della Val d’Orcia Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, sulla via Cassia, a fianco del fiume Paglia, a pochi km dai bacini idro termali di Bagni San Filippo, Bagno Vignoni e San Casciano dei Bagni. Voltole, la località dove dovrebbe essere ubicato l’insediamento geotermico industriale, è uno dei luoghi di maggiore interesse storico archeologico dell’area della Via Francigena nel sud del senese.

Amministratori e cittadini hanno denunciato i tempi stretti per esprimere in maniera efficace i dubbi o peggio le negatività del progetto nella VIA prevista dalla legge (Valutazione di Impatto Ambientale), che prevede solo 60 giorni per le controdeduzioni e rilievi che i territori coinvolti possono presentare agli enti preposti a esprimere il proprio parere di competenza.

Il rischio sarebbe che un insediamento di geotermia speculativa potrebbe compromettere l’idea di sviluppo sostenibile della Val d’Orcia e del sud del senese. Un progetto che sarebbe complicato ovunque, figuriamoci in un’area che vive di ambiente, turismo e benessere. E che grazie alla sua antica povertà è arrivata miracolosamente integra.

È mai possibile che si continui a fare le cose nei punti sbagliati! È opportuno che si valuti con attenzione la vicenda e che la Regione Toscana segua l’istruttoria in maniera rigorosa, per verificare se esistono davvero i requisiti di legge.

Non è ammissibile che bellezze riconosciute o addirittura elette a simbolo da artisti del calibro di Ridley Scott vengano danneggiate per il pressappochismo della burocrazia, magari nascondendosi dietro il paravento di pareri da dare in pochi giorni in piccoli comuni oberati di lavoro e privi di personale altamente qualificato.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 15:03:48 +0000

culture

"Gli scrittori puntano alla nicchia. Venissero pure loro a Uomini e Donne e venderebbero come De Lellis"

È la regina del piccolo schermo, ha costruito un impero di programmi televisivi ed è la “mamma” e protettrice di decine di concorrenti che hanno partecipato ai suoi talent. Maria De Filippi ha ripercorso la sua lunga carriera, tra successi e flop, in un’intervista al Fatto Quotidiano. E ha difeso anche i suoi pupilli, come Giulia De Lellis, ora influencer da 4 milioni di follower, nata proprio in una sua trasmissione, e autrice di un libro che ha fatto storcere il naso a molti: “Non è stupida, su di lei c’è un pregiudizio perché arriva da Uomini e Donne”. 

Gli scrittori, secondo la conduttrice, puntano troppo alla nicchia.

“Venissero anche a Uomini e Donne, se Cazzullo, per dire un nome, venisse a Uomini e Donne raggiungerebbe un tipo di pubblico che non ha. Se uno va solo nei programmi di nicchia si rivolgerà sempre a una nicchia allora non si può arrabbiare se la De Lellis vende centomila copie.”

I suoi programmi godono di ascolti vertiginosi: Tu si che vales, ad esempio, ha raggiunto più di 5 milioni con oltre il 30% di share. Il segreto è quello di essere “scacciapensieri”, afferma la conduttrice. Nonostante il successo delle sue trasmissioni, però, la De Filippi ammette di essere umana e di avere l’ansia per il bollettino degli ascolti.

“L’ansia nasce quando mi attribuiscono necessariamente il dato di ascolto alto. Rivendico la libertà di sbagliare, sbaglierò tante volte e ho sbagliato tante volte. Non è l’ansia dello sbaglio ma quello che comporta quell’errore. Io l’ansia del bollettino auditel delle 10 l’ho imparata presto, non solo per me ma perché ho una azienda dove lavorano 300 persone.”


La paura del passo falso d’altronde c’è sempre. “Non mi sento potente e non mi ci sono mai sentita”, afferma. Ecco perché non le piace essere chiamata “la regina della tv”.


“Mi irrigidisco perché so cosa comporta, perché ogni passo falso che faccio non viene preso con clemenza. Arriveranno altri flop, in passato li ho fatti e li ho pagati. A volte uno se li dimentica ma io non me li dimentico.”

Il suo impero è fondato soprattutto sul talent Amici, un programma che continua ad incassare ascolti nonostante altri concorrenti, come X Factor e The Voice, non vivano un bel periodo. Una spiegazione la conduttrice se l’è data.


“Io penso che gli ascolti per un talent puro sulla tv generalista siano quelli di The Voice. X Factor è un programma particolare che si basa unicamente sulla giuria, Amici si basa sui ragazzi. C’è una edizione che può andar bene, una che può andar male a seconda del cast. Non voglio dire che il cast del Grande Fratello fa il programma ma lo penso abbastanza.”

Non sa ancora se tornerà con una nuova edizione di Amici Celebrities, ma lo reputa un esperimento riuscito, anche se mancava la dimensione del sogno, del sacrificio, “del potercela fare” tipica dei ragazzi. E di Michelle Hunziker, molto criticata alla conduzione, afferma:

“Se Michelle avesse potuto condurlo dall’inizio tutto questo non ci sarebbe stato. Il problema è stata la contemporaneità con Striscia la notizia, C’è posta per te è venduto in venticinque paesi e non ci sono io a condurlo.”

Dei concorrenti di Amici, la De Filippi è come una madre: li vede crescere, li coccola. E’ successo anche con Emma Marrone, che da poco ha dovuto fare il conti con nuovi problemi di salute ed è stata attaccata dagli haters. 


“Emma ha un carattere forte, è una che sopporta molto. Non la chiamo per dirle fregatene, cerco di farle capire che ci sono. Non con i modi classici perché con lei sono abbastanza inutili, le ho fatto una sorpresa e sono andata a una data dell’instore a cui non sarei mai andata in vita mia. Lei sa che ci sono anche se non mi chiede mai nulla.”


La conduttrice ripercorre poi la nascita di C’è posta per te, che ha visto la luce nel ’99 dopo una visita del Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer: “All’ingresso del Ministero - ricorda - mi avvicinano delle persone e mi consegnano una lettera da dare al ministro. Quando torno in macchina ci ragiono e nasce C’è Posta per te”.

“Che C’è posta per te sia lo specchio dell’Italia secondo me è vero. Tante storie che abbiamo raccontato incrociavano la crisi economica, aspetto che è un po’ diminuito nell’ultimo periodo con l’accesso di alcuni al reddito di cittadinanza, a volte motivata l’appartenenza a volte assegnato senza che ci siano le condizioni per averlo. Sulle corna social ha ragione, non c’è una storia che non è iniziata in chat. E’ vero che ci accorgiamo dei cambiamenti grazie a chi ci scrive e si racconta.”

 Di politica la De Filippi non vuole parlare, per scelta, ma nei suoi programmi sono passati anche personaggi politici. Come Renzi con il giubbotto di pelle ad Amici oppure Di Battista: pochi sanno che si presentò ai casting per partecipare come attore. 

Tra i suoi programmi del cuore, oltre a Uomini e Donne, c’è anche Temptation Island Vip. Il successo dipende non soltanto dal conduttore, ma anche dalla sostanza dietro al programma.


“La verità è che non c’è un conduttore o una conduttrice in grado di assicurare un risultato se dietro il programma non esiste. E’ molto più importante quello che accade dietro la telecamera che quello che può fare un volto tv. Se Alessia conduce un programma che non c’è sembra vuota, se dai un programma a chi è in grado il conduttore esce. Io avevo sperimentato Temptation Island personalmente nel modo sbagliato.”

Poi è il momento di parlare di Sanremo. La De Filippi, che lo ha condotto nel 2017, ha dei consigli per Amadeus. 


“E’ nelle sue mani come era in quelle di Carlo quando l’ho fatto io nel 2017. Sono arrivata cinque giorni prima quando era già tutto pronto, quello che consiglio ad Amadeus è di essere se stesso. E’ bravo, non avrà alcun problema. La fregatura di chi fa il direttore artistico è la scelta dei brani, quella fa sempre discutere. Lui ha un passato radiofonico e una conoscenza musicale invidiabile, penso che saprà difendere ogni pezzo che avrà scelto.”

Sul palco dell’Ariston - ammette - ci tornerebbe volentieri.


“Sì ma con uno spirito totalmente diverso, ci tornerei solo per quello. Quando l’ho fatto ero appanicata come mai nella mia vita.”

Sebbene con la Rai abbia un rapporto controverso, con Mediaset va a gonfie vele e ammette di non riuscire a dire quasi mai di no a Piersilvio Berlusconi. Lui, invece, di no gliene ha detti tanti.

“Ogni volta che me li dice un po’ mi scoccia poi mi passa. Il ragionamento che fa quando mi dice no ha una base logica e lì sto zitta. Quando ho deciso di dare Amici a Discovery l’ho fatto sull’onda di una arrabbiatura, Mediaset per motivi economici voleva ridurre la parte della scuola, per me era importante perché la differenza tra Amici e gli altri talent è proprio quella. Lì un po’ mi offesi ma non sono una che mette sul piatto prime time, successi e scambi vari.”

Della sua infanzia e adolescenza, la De Filippi ricorda il suo spirito ribelle: rubava l’argenteria, truccava la vespa, chiamava i colleghi di sua madre per superare un esame: “Lo rifarei”, dice. Così come non ha alcun rimpianto per aver iniziato a 28 anni una relazione con un uomo, ai tempi sposato, che ne aveva 52. 


“Maurizio rappresentava un punto fermo, centrale. Io ero meno solida, vivevo una relazione con un ragazzo in qualche modo trascinata da sei anni. Sono arrivata a Roma ho visto un uomo intelligente che mi capiva ed era profondamente buono, mi ha conquistato. Non è stato facile spiegarlo ai miei genitori ma la mia non era una forma di ribellione.”

Il loro segreto è il rispetto del lavoro.

“Il nostro matrimonio è durato più di tutti gli altri perché io ho rispettato il suo lavoro. A un certo punto ho iniziato a lavorare come lui perché era l’unico modo per stare con lui, lo guardavo e pian piano ho imparato.”

Del figlio Gabriele, arrivato nella sua vita, quando aveva dieci anni, ricorda il timore di non essere all’altezza.

“Ho avuto tantissima paura, il giorno prima di conoscerlo ero terrorizzata. Quando la prima volta ho visto la sua foto mi sono detta: ‘Adesso cosa faccio se non sono capace?’. Non ci si nasce madri, si impara con il tempo e si cresce insieme.”

Con una carriera forte alle spalle e una famiglia che la ama, la De Filippi sente la mancanza solo di una cosa: la leggerezza. E ammette: “Vorrei non essere troppo pignola con me e con altri.”

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 14:55:29 +0000

politica

Silvio Berlusconi cade al congresso del Ppe a Zagabria: nessun frattura

Terminato congresso del Ppe, il Presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha aspettato la proclamazione di Antonio Tajani a vicepresidente e poi, uscendo dall’arena di Zagabria, si è concesso ai selfie. Nella ressa ha sbattuto. Per questa ragione, una volta ritornato in Italia ieri pomeriggio alle sedici, i medici hanno disposto alcuni accertamenti, eseguiti all’ospedale San Raffaele di Milano, dai quali è emerso un ematoma intramuscolare. Non vi sono fratture. Lo si apprende da fonti del Ppe.

Fonti azzurre confermano che non c’è stata alcuna frattura e nessun rientro urgente. Il Presidente - aggiungono le stesse fonti - è rientrato come da programma alla fine del Congresso del Ppe con un aereo privato. La verità è che si tratta di una banalissima contusione.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 14:48:48 +0000

culture

La Regina e Carlo fermano Andrea in viaggio verso il Bahrain: "Non capisci? Sei stato sospeso!"

Non ha ancora capito di essere stato sospeso da tutti gli incarichi ufficiali, ma proprio tutti, senza eccezioni alla regola. All’indomani dell’annuncio del ritiro da ogni attività pubblica a causa del coinvolgimento nello scandalo Epstein, il principe Andrea sembra sereno come al solito: non soltanto è stato ripreso mentre usciva sorridente dalla sua residenza e mentre si sporgeva per fare “ciao” con la mano dal finestrino, ma stava anche per imbarcarsi per un viaggio semi ufficiale in Bahrain. Sono dovuti intervenire la regina Elisabetta II e Carlo per convincerlo a non partire e a rispettare la parola data. 

“Ma proprio non capisci? Non è una buona idea fare questo viaggio in un momento simile. Lascia perdere”, gli avrebbero detto la madre e il fratello, secondo le indiscrezioni riportate dai tabloid inglesi. Privato della sua parte di finanziamenti statali (circa 250mila sterline l’anno) e sospeso dalle sue funzioni, il principe Andrea pensava forse di poter fare quello che faceva prima, senza incontrare resistenze. Ma si sbagliava.

Il duca di York è coinvolto nello scandalo di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo americano morto suicida in carcere a New York quattro mesi fa, ed è accusato di aver avuto rapporti con una minorenne. A far precipitare le cose è stata un’intervista rilasciata alla BBC: doveva essere l’occasione per fare chiarezza sulla sua posizione di fronte al pubblico, ma è stato un disastro mediatico. Il duca non ha retto le domande incalzanti della giornalista e il suo alibi non ha convinto affatto. Così, conscio di aver deluso la regina, ha deciso di ritirarsi a vita privata. Il ritiro, però, deve essere tale, e su tutti i fronti. 

Il principe Andre ha subito anche altre umiliazioni: ad esempio, è stato costretto a lasciare il suo posto di rettore “d’onore” all’università di Huddersfield per le proteste degli studenti contro di lui. E le cose non sembrano andare verso un miglioramento: gli avvocati delle vittime di Epstein hanno annunciato che intendono chiedere che venga a testimoniare in America, nel qual caso Andrea potrebbe essere interrogato sotto giuramento per fare venire fuori tutto quello che sa sulle “schiave del sesso” minorenni, una delle quali sarebbe stata anche una sua vittima.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 14:52:44 +0000

esteri

"Accordo con la Cina è molto vicino". L'annuncio di Trump a Fox News

Il raggiungimento di un accordo tra gli Stati Uniti e la Cina per porre fine alla guerra commerciale in corso tra le due superpotenze è “molto vicino”. Lo ha detto il presidente Usa Donald Trump durante un intervento telefonico allo show di Fox News “Fox and Friends”. Il leader cinese Xi - “vuole concludere un accordo molto più di quanto non lo voglia fare io. Non sono ansioso di concludere. Stiamo incassando centinaia di miliardi di dollari in tariffe”, ha aggiunto l’inquilino della Casa Bianca.

A proposito di Xi - che ha invocato un accordo basato “su rispetto e uguaglianza” - Trump ha spiegato di “non aver gradito la parola da lui utilizzata, uguaglianza”. Durante l’intervento, durato oltre un’ora, il presidente Usa ha aggiunto che, se non fosse stato per lui, ci sarebbero state “migliaia” di vittime a Hong Kong. “Se non fosse stato per me, Hong Kong sarebbe stata distrutta in 14 minuti’, ha detto Trump.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 14:40:57 +0000

politica

Le sardine di Parma: "Siamo noi il futuro. Mettiamo la faccia contro la violenza di oggi"
Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 14:20:40 +0000

culture

Fa un filmato alla figlia in volo. Poi si accorge che l'aereo sta andando a fuoco
Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 14:13:17 +0000

culture

Letizia Battaglia ha fotografato la mafia come nessuno. Ecco una mostra mostra da non perdere

Prede il via il 23 e 24 novembre a Milano, al Teatro Litta, il WeWorld Festival, l’evento annuale - giunta alla decima edizione - di WeWorld Onlus, la Fondazione impegnata da oltre vent’anni nella difesa di donne e bambini in Italia e nel mondo. 

Molteplici le tematiche al centro di questa edizione che saranno affrontate attraverso dibattiti, film, reading, performance teatrali e mostre, tutte ad accesso libero e gratuito. Nuovi e vecchi stereotipi legati alla figura della donna, strade alternative per conquistare l’emancipazione femminile e approfondimenti sul tema delle migrazioni e della violenza di genere, con testimonianze dai fronti internazionali in cui opera WeWorld. 

 

Un percorso indagato negli anni da Letizia Battaglia, fotoreporter e politica italiana, che sarà protagonista con Shooting the Mafia, film-documentario di Kim Longinotto. La pellicola sarà presentato in anteprima domenica 24 novembre per gli spettatori del Festival ed esordirà nelle sale dal primo dicembre. Si tratta di un ritratto intimo e personale di Letizia Battaglia che per l’occasione introdurrà la proiezione in una conversazione con Danilo de Biasio, Direttore Festival dei Diritti Umani. 

 

Una vita vissuta senza schemi: dalla fotografia di strada, per documentare i morti di mafia, all’impegno in politica, Letizia Battaglia è stata una figura fondamentale a Palermo e in Italia tra gli anni Settanta e Novanta. Intrecciando interviste e testimonianze d’archivio, Kim Longinotto racconta la vita di un’artista passionale e coraggiosa, mostrando, attraverso un’esistenza straordinaria e anticonformista, uno spaccato di storia italiana. In cerca di una libertà che passa per il sogno di una Sicilia sciolta dalle catene della mafia.  Un omaggio alla carriera che durerà per l’intero Festival, con una mostra personale degli scatti più significativi legati al film Shooting the Mafia.

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 14:06:20 +0000

life

Giovani, intraprendenti e determinate. Queste donne hanno "preso" Roma facendo impresa
Imprenditoria femminile

Sono giovani. Sono straniere. Sono donne. Di anno in anno, a Roma l’imprenditoria femminile cresce sempre di più. La tendenza è diffusa al livello nazionale. Ma qui, nella Capitale, non è un’eccezione. Bensì un elemento fondamentale per lo sviluppo del turismo, della ristorazione e del commercio. Merito, in parte, dei finanziamenti erogati e del supporto dato a chi decide di aprire una nuova attività. Nel 2018 in Italia si contavano un milione di imprenditrici (circa 6mila in più rispetto al 2017).  Quelle che hanno scelto di aprire la propria azienda a Roma rappresentano il 7,6 percento“Cresciamo e continueremo a crescere”, commenta ad Huffpost Valeria Giaccari, presidentessa del Comitato per l’imprenditorialità femminile. 

Un anno fa tra le Mura capitoline erano registrate più di 100mila imprese femminili: il 20 per cento del totale delle società presenti sul territorio. Nel 2017 erano quasi 2mila in meno. Ogni 100 attività, quindi, 20 sono gestite da donne. Probabilmente 7 da under 35 e 5 da straniere. Roma infatti non è soltanto la città dove l’imprenditoria femminile si è diffusa maggiormente, ma è anche quella dove si sono registrate più aziende guidate da giovani o da ragazze emigrate. Categorie considerate fragili che oggi fanno fatica ad affermarsi nella comunità e sul mercato.  

Se la parità dei sessi tanto agognata non fosse ancora un obiettivo da raggiungere, un dato come questo non dovrebbe suscitare clamore. Ma il percorso verso un’uguaglianza che riconosca diritti e doveri di entrambi i sessi è lungo. Nel 2017 l’Organizzazione internazionale del lavoro stimava che al livello mondiale soltanto una donna su 2 lavorasse attivamente. C’è anche molta strada da fare. 

“Ho deciso di mettermi in proprio due anni fa. Dopo aver girovagato l’Italia per mesi, ho scelto Roma”, racconta ad Huffpost Chiara, proprietaria di una boutique vintage al Pigneto. Ha 31 anni e adora la sua professione. Per aprire la sua attività, ha lasciato un contratto a tempo indeterminato come commessa. “Sono contentissima di aver fatto questa follia”, confessa. Rispetto al resto d’Italia tra le Mura capitoline sono molte le under 35, come Chiara, che decidono di cimentarsi aprendo una propria azienda. Nel 2018 un’impresa su 4 era amministrata da una ragazza.

 

La boutique del Pigneto

 

Ciò che spinge migliaia di giovani a diventare delle imprenditrici non è solo la determinazione. Fondamentale per chi si approccia a questo lavoro è l’aiuto di un ente pubblico che insegni a gestire le questioni burocratiche. Nella Capitale dal 2011 esiste il Comitato per l’imprenditorialità femminile, una struttura che dipende dalla Camera di Commercio e che è dedicata alla valorizzazione delle aziende rosa. “Mi sono rivolta al Comitato per aprire la mia boutique. Passo dopo passo mi hanno spiegato tutto. È anche merito loro se sono riuscita a ottenere il prestito in banca”, spiega ancora Chiara ad Huffpost. 

Non essere soli è indispensabile. Soprattutto per chi non è nato e cresciuto in Italia. Parte integrante dell’economia capitolina sono le imprese straniere. Sul territorio se ne contano più di 68mila: il 21 per cento è gestito da una donna. 

Sono ristoranti, negozi, parrucchieri o saloni estetici. Anche in questo per imporsi sul mercato ciò che conta è l’originalità delle proprie idee. “Volevo creare un negozio diverso che avesse come obiettivo la cura dell’immagine nella sua totalità: dall’estetica all’abbigliamento”, racconta ad Huffpost Neda Mokthari, designer iraniana 36enne che nel 2013 ha aperto lo store “Concept Image”.

 

La sartoria di Neda

 

È arrivata In Italia nel 2004 per studiare. Dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle arti, ha aperto la sua attività: un salone di bellezza dove coniuga i trattamenti del corpo alla produzione di vestiti. Neda si occupa della sartoria. Nonostante per lo Stato non sia una cittadina italiana, lei si sente tale: “Oramai vivo e lavoro qui da anni”, spiega ad Huffpost. La sua azienda e il suo impegno le hanno permesso di integrarsi ancora prima che la burocrazia italiana (spesso troppo lenta) sia arrivata a certificarlo. “Aprire Concept Image è stata una salvezza”, confida. 

A differenza di molte altre imprenditrici, Neda non ha usufruito di alcun aiuto economico da parte delle istituzioni. La formazione e il sostengo, infatti, non sono l’unico incentivo che la Camera di commercio e la Regione danno a chi decide di aprire una propria società. Altrettanto importanti per cementare la diffusione dell’imprenditorialità femminile sul territorio sono i finanziamenti. Dal 2014 la Giunta mette a disposizione dei progetti più creativi un milione di euro.

Il Comitato invece da 7 anni organizza il premio “Idea Innovativa”: il fulcro è sempre l’originalità

 “Io ho vinto 5mila euro. Nonostante non sia stato un ricavo ingente, per la mia attività è stato fondamentale. Ricevendo quel riconoscimento ho iniziato a credere sul serio nel mio lavoro. Mi sono costruita un’identità”, racconta Sonia, 47 anni, proprietaria dell’orto “Giardino di Proserpina”. Insieme a suo marito, Fabrizio, ha aperto il loro piccolo angolo di paradiso un paio di anni fa. Lei maestra, lui tassista, volevano far in modo che chiunque lo desiderasse potesse coltivare a distanza i propri prodotti. “Da qui l’idea di prendere un terreno e di permettere alle persone di affittarne una parte”, spiega. 

 

Il Giardino di Proserpina

 

Lei e Fabrizio si occupano della coltivazione e di far arrivare la verdura a destinazione. Per adesso vivono ancora al centro di Roma e continuano a lavorare part time: “Facciamo avanti e indietro. Ma il nostro obiettivo è trasferirci qui per dedicarci completamente al nostro progetto”, dice speranzosa Sonia ad Huffpost.  

Come lei, molte altre imprenditrici sperano di poter fare lo stesso. Ci vogliono impegno, costanza e determinazione affinché quei dati dell’Eurostat che nel 2016 certificavano l’esistenza (o la persistenza) di un divario tra l’occupazione femminile e quella maschile siano superatiOltre alla tenacia dei singoli, serve il sostegno delle istituzioni. Proprio per far sì che persone con storie e difficoltà diverse possano aspirare agli stessi traguardi. 

Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 13:57:55 +0000

culture

Presentazione flop per Tesla. Il vetro indistruttibile si rompe al primo colpo
Data articolo: Fri, 22 Nov 2019 13:59:24 +0000

Gazzetta ufficiale dello Stato e Corte costituzionale

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