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Prima pagina da huffingtonpost.it

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politica

L'assedio

Per ora Zingaretti non cede, tiene il punto, consapevole che accettare Conte sarebbe una resa. A palazzo Chigi l’avvocato dell’alleanza gialloverde, folgorato sulla via di Damasco dell’anti-salvinismo fuori tempo massimo. E il Pd trascinato sulle posizioni di Matteo Renzi, che a quel punto se lo sarebbe ripreso “politicamente”, in nome del governo a tutti i costi.

Ecco, è il momento della verità, per il segretario del Pd. Quello della scelta su cui un leader si gioca tutto: storia, convinzioni, leadership, missione su cui è stato investito da quel popolo che, alle primarie, lo ha unto democraticamente in nome di una “alternativa” al governo gialloverde, in cui i gialli erano complici dei verdi nella più grande svolta a destra degli ultimi anni, mai messa in discussione da una parola di autocritica. È il momento anche della solitudine nella scelta: forzare, assumendosi il rischio di una iniziativa, o mediare tra le correnti. Perché la spinta governista, all’interno del Pd (e anche fuori), assomiglia ormai a un assedio. Assedio che si materializza nelle dichiarazioni che Zingaretti rilascia al metà pomeriggio alla stampa, quando torna a scandire le parole chiave “discontinuità” e “cambio di persone”, come presupposti per un governo di “svolta”, ma non pronuncia quelle parole che farebbero scorrere i titoli di coda del negoziato, dopo che Di Maio ha messo a verbale il suo ultimatum su Conte. Il “no a Conte”, così esplicito, non lo dice.

Complicato, certo, tornare indietro, senza apparire un segretario dimezzato. Eletto per costruire un’alternativa che intercetti il popolo deluso dai Cinque stelle si ritrova mezzo partito che vuole l’arrocco col ceto politico pentastellato, dopo il suo fallimento e l’abbandono della metà dei suoi elettori. Insomma, la rinuncia a giocare, nelle urne, una partita che, secondo i sondaggi (prontamente twittati in mattinata da Paolo Gentiloni, non a caso) non è impossibile, con un po’ di coraggio. Però, dicevamo, ci sono le dimensioni dell’assedio: “Ci manca solo Bergoglio – dicono al Nazareno – ma la spinta è fortissima, dai vescovi alle cancellerie europee, passando per Prodi, Franceschini e gli ex ministri che sognano di tornare al governo”. Anche un certo giro quirinalizio. In particolare sono state notate le parole di Pierluigi Castagnetti, storico amico del presidente del Repubblica, che ha affidato a un paragone storico il suggerimento per l’oggi: “Nel 1976 Berlinguer (che avrebbe preferito Moro) accettò Andreotti perché riteneva che sono i programmi e non le persone il terreno e lo strumento della discontinuità”. È chiaro il riferimento a Conte.

Parliamoci chiaro, in questa crisi strampalata e irrituale. A questo punto, complice la scarsa compattezza interna al Pd, l’alternativa è: o Conte o salta tutto. Al momento. Sono queste contraddizioni dentro il Pd, che sembra aver paura del voto più dei Cinque Stelle, che consentono a Di Maio di alzare un muro, nella convinzione che l’altro (di muro) sia destinato a franare. Così gli dicono i suoi ambasciatori che tengono i canali aperti col Pd, come Vincenzo Spadafora, in contatto diretto con Dario Franceschini, col quale la consuetudine risale sin dai tempi in cui entrambi erano nella Margherita.

È anche lungo questa linea telefonica che la trattativa affronta il nodo dei ministeri, sia pur in un clima di gran confusione. L’uomo ombra di Luigi Di Maio esplicita ciò che il suo capo aveva accennato nella telefonata mattutina a Zingaretti e cioè che il via libera a Conte verrebbe ricompensato dando al Pd i ministeri chiave, ipotesi che poi viene smentita nel pomeriggio, sempre da ambienti vicini a Di Maio, quando la trattativa si complica: “Ci stanno dicendo – spiegano al Nazareno – ‘dateci Conte e noi vi diamo tutto il cucuzzaro’, ma la verità è che, incassata la casella principale, poi, una volta che ci siamo consegnati, alzeranno il tiro sui ministeri”.

Non c’è una trama limpida, un confronto alla luce del sole, politico e di agenda. C’è un’orgia di spin, per cui i Cinque stelle lasciano anche trapelare la loro lista di governo con Di Battista dentro, segno che anche lì dentro è un inferno, tra il “partito di Conte”, il partito Di Maio” e “il partito del voto di Di Battista”. È tutto un vociare scomposto su nomi e poltrone, senza uno straccio di confronto su un’idea di paese (a proposito di “compromesso storico”), rinviato a un tavolo domani tra i capigruppo dei due partiti e all’incontro tra Zingaretti e Di Maio. Forse. Ma sono gli sricchiolii dentro il Pd che consentono di buttare la palla nel campo altrui, stressando il clima: “L’Italia – dicono i Cinque stelle - non può aspettare il Pd”. Scricchiolii che hanno il volto di Matteo Renzi, con i suoi scatenati al tavolo pomeridiano dei programmi, in nome del governo a tutti i costi, tra chi dice “subito il taglio dei parlamentari” e chi rinnega il jobs act. Perché l’ex segretario ha capito che, se parte il governo, non ha più neanche bisogno di fare la scissione. È il Pd che, se così dovesse andare a finire, al primo passaggio politico vero si scinde dal suo segretario, tornando sulla linea del precedente.

Ecco il bivio. Per ora Zingaretti tiene, andrà a vedere nell’incontro con Di Maio ponendo il tema della “discontinuità”. Alla direzione di martedì, l’ora della verità: quanto c’è di nuovo nel suo Pd o quanto risorgerà il vecchio, con le solite grisaglie ministeriali del governo per il governo.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 20:18:02 +0000

cronaca

Mihajlovic in campo, nonostante la leucemia

Il cappellino in testa, la tuta del Bologna, il volto dimagrito e il consueto sguardo deciso: 40 giorni dopo l’annuncio della sua leucemia, Sinisa Mihajlovic - ancora in cura nel Sant’Orsola a Bologna - è sceso in campo a Verona per guidare dalla panchina la squadra contro i gialloblù all’esordio in A. Fino all’ultimo persisteva la voce che il tecnico potesse seguire l’incontro da un box dedicato. Ma quando tutti i giocatori erano scesi in campo, Mihajlovic è entrato, senza neanche la mascherina sulla bocca che indossava nel pomeriggio all’uscita dall’ospedale.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 19:02:59 +0000

esteri

Conte resiste nel 'fortino dorato' di Biarritz

Quando lo intercettiamo mentre passa con la delegazione italiana sotto la veranda della sala stampa di Biarritz, Giuseppe Conte si concede solo una battuta. “Ah siete qui, attenti: questo è un casinò...”, ci dice indicando il palazzo dove è stato allestito il centro per i media arrivati da tutto il mondo per il G7 della presidenza francese. L’accento è sulla ‘o’ di casino. No, Conte non parla di crisi di governo. Si riferisce alla nota casa da gioco affacciata sulla Grande plage di Biarritz, panorama mozzafiato, dentro ci sono le slot machine e i tavoli del black jack, ma naturalmente il casino è chiuso causa summit. Non c’è pericolo di lasciarsi tentare dall’azzardo.

Conte è sorridente. Nonostante la richiesta di “discontinuità” ribadita da Nicola Zingaretti da Roma, il premier dimissionario pensa ancora al bis con il M5s e parte del Pd. Biarritz è il suo fortino di resistenza, circondato dagli altri leader a partire da Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

Dopo la rottura di ieri con la Lega e l’offerta al Pd, Conte non si concede di nuovo alla stampa. La sua seconda giornata di lavoro a Biarritz inizia con la sessione di lavoro sull’economia globale, affari esteri e sicurezza. Poi il pranzo di lavoro allargato a sei organizzazioni internazionali (Unsg, Fmi, Banca Mondiale, Ilo, Wto, Ocse) dedicato alla lotta contro le diseguaglianze. Nel pomeriggio, la seconda sessione dei leader del G7 allargata a cinque Paesi africani (Sudafrica, Burkina Faso, Egitto, Ruanda e Senegal) e le cinque organizzazioni internazionali su “G7 & Africa Partnership”. E naturalmente i contatti continui al telefono con Roma.

No comment sulla crisi italiana. Conte però usa la scena di Biarritz per rafforzare la sua figura di premier attento ai temi che sono al centro delle trattative con il Pd e dei dieci punti elencati da Luigi Di Maio come condizione per l’accordo di governo con i Dem. Le disuguaglianze, per esempio, materia alla quale dedica l’unico tweet della giornata.

Gli risponde il Global fund per la lotta a malaria, tbs e Aids, che ringrazia l’Italia “per aver rafforzato la lotta e accresciuto l’impegno” finanziario a favore del fondo.

E poi i temi economici. In un G7 colto di sorpresa (tranne Emmanuel Macron e Angela Merkel che però dicono di aver informato Trump ieri) dall’arrivo del ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif, Conte sceglie il perfetto allineamento con il duo franco-tedesco. Contro la guerra commerciale del presidente Usa, in inappuntabile stile europeista. “I dazi che gli Usa vorrebbero introdurre sulle auto tedesche colpirebbero fortemente il sistema italiano, considerata la filiera dell’automotive integrata con la Germania”, spiega Conte nel suo intervento alla prima sessione di lavoro sull’economia globale. Il “rischio – dice parlando agli altri leader – è di una spirale che finirebbe per colpire tutti”. E cita l’esempio dell’eventuale introduzione dei dazi Usa verso il settore dell’automotive tedesco: “Questa misura impatterebbe fortemente sul sistema italiano”.

Ciò che ha detto ieri rimane. Per lui, i suoi e ormai tutto il M5s – anche Luigi Di Maio – è scolpito sulla pietra. Conte bis o niente accordo con il Pd. In giornata circolano anche voci di un possibile voto su Rousseau per chiedere alla base pentastellata di esprimersi sull’eventualità che Conte prosiegua il suo lavoro da Palazzo Chigi con i Dem, invece che con la Lega. Sarebbe un quesito che eviterebbe l’altro ‘domandone’ ben più temuto dai vertici del 5s. Cioè: volete tornare con Salvini o stringere un accordo di governo col Pd? Si sa che la base grillina è in fermento sul negoziato con i Dem, che è in stato avanzato. Il rischio è alto. Stringere il voto su Conte invece porterebbe a un plebiscito, dicono i suoi, non confermando però le voci su un voto che, di contro, potrebbe aiutare Zingaretti a cedere sul bis del premier uscente. Ma a sera la possibilità di questo nuovo quesito sfuma anche solo come idea. Si aspettano novità da Roma.

Ma il Conte bis non è per niente scalfito dalle parole di Zingaretti. Che  vengono lette come un primo passo per aprire la trattativa sui ministri e sul commissario europeo: se il Pd accettasse Conte a Palazzo Chigi, chiederebbe i posti chiave per sé.

E così per Conte Biarritz diventa automaticamente un fortino di resistenza in questi giorni cruciali di crisi di governo. Non poteva capitare occasione migliore per far riemergere la possibilità di un suo bis a Palazzo Chigi, eventualità che sembrava tramontata alla vigilia del summit. Il fortino è ‘dorato’, Conte si ritrova tra i leader di altri sei paesi tra i più di peso nel mondo. Domani avrà un bilaterale con il britannico Boris Johnson, al suo primo G7 a pochi mesi da una Brexit che oggi a sorpresa l’inquilino di Downing Street considera possibile con un accordo entro la scadenza del 31 ottobre. Qui in Francia Conte colleziona attestati di affetto, alla cena serale con gli altri leader si presenta accompagnato dal figlio Niccolò di 10 anni, aspetta il verdetto da Roma e chissà se arriverà prima della fine del vertice domani pomeriggio. Ormai è questione di giorni, se non di ore.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 18:16:10 +0000

ESTERI

G7 senza risultati, Macron prova a rianimarlo con Zarif

Nel giorno in cui il vertice G7 di Biarritz sembrava avviato senza sussulti a una conclusione senza risultati, Emmanuel Macron ha tirato fuori dal cilindro un colpo a sorpresa: nel primo pomeriggio, è atterrato sulle piste del piccolo aeroporto della cittadina basca un Airbus A321 ufficiale della Repubblica iraniana.

Nel pieno di una delle trattative più difficili, è sbarcato a sorpresa Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri di Teheran, reduce da un tour nelle capitali europee.

Colpo a sorpresa riuscito, dopo una mattinata che proprio sul tema del nucleare iraniano aveva avuto il suo momento più difficile con l’annuncio del conferimento a Macron di una sorta di mandato a trattare con Teheran da parte dei paesi del G7, seguito dalla ruvida smentita di Donald Trump: “Io non ho mai affrontato l’argomento”.

Fonti europee, a metà giornata, avevano precisato che sull’Iran non si era andati avanti di un centimetro: “C’è soltanto accordo sul fatto che Teheran non debba avere armi nucleari e sulla necessità di evitare un’escalation nella regione”. Sul modo di arrivarci e in particolare sul modo per salvare l’accordo sul nucleare iraniano, nessun passo avanti.

Alta tensione anche sui dazi: “Quello che ha fatto la Cina è vergognoso, mi rammarico di non aver aumentato ancora di più le tariffe”, è stata l’uscita odierne del capo della Casa Bianca nel mezzo di un coro di voci contrarie. “La guerra dei dazi può rendere tutti meno competitivi”, ha lanciato l’allarme Giuseppe Conte. “Siamo per la pace commerciale”, ha fatto eco Boris Johnson. Con Shinzo Abe, invece, Trump ha annunciato di aver trovato un accordo “di principio” fra Stati Uniti e Giappone.

A segnare il passo anche il negoziato sull’ipotetico rientro della Russia nel G7, ipotesi che era stata auspicata, pur con accenti diversi, da Donald Trump ed Emmanuel Macron: i sette grandi sono d’accordo nel “rafforzare il dialogo e il coordinamento” sulle crisi che li hanno portati a separarsi dalla Russia ma ritengono che sia “troppo presto” per riportare Vladimir Putin nel gruppo e resuscitare il formato G8 già l’anno prossimo per il vertice americano.

La scena, a quel punto, se l’è presa tutta Zarif con il suo coup de theatre, ovviamente su invito del presidente Macron che aveva comunicato la sua iniziativa ai partner e soprattutto a Trump già ieri nel pranzo a due davanti all’oceano. Zarif, che venerdì era stato all’Eliseo su invito di Macron a studiare ogni ipotesi per convincere Trump ad ammorbidire le sanzioni Usa all’Iran, è stato ricevuto prima dal ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, poi dallo stesso Macron, mentre nessun incontro si è tenuto con esponenti americani. Il tentativo di salvare la trattativa è “difficile, ma vale la pena provarci”, ha fatto sapere il capo della diplomazia iraniana, mentre l’Eliseo ha parlato di “discussioni positive che continueranno”.

Il vertice di Macron - che in serata ha visto di nuovo tutti i capi di Stato e di governo a una cena di gala davanti al tramonto sul mare, stavolta con le consorti - non sembra però poter essere salvato dall’improvvisata di Zarif. Come ampiamente previsto, le posizioni sui principali temi non sono cambiate, nonostante i ripetuti tentativi del capo dell’Eliseo di smuovere le acque, prima lanciando la grande iniziativa sull’Amazzonia - unico tema a raccogliere davvero adesione unanime sull’invio immediato di aiuti - poi con le mosse di oggi sull’Iran. Conclusione attesa per domani, senza dichiarazione finale.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 18:19:12 +0000

politica

Nomi e cognomi, basta fonti

Sono giorni drammatici per il Paese e per i partiti che stanno cercando di aprire un nuovo percorso politico. In gioco, per i leader c’è molto, non solo la loro reputazione. E allora è un fatto che Zingaretti abbia voluto sottolineare al termine della conferenza stampa-punto di non voler più commentare veline e soffietti di chi vuol accreditare questo o quello.  “Faccio un appello: non più fonti
parlamentari. Chi si vuole assumere responsabilità lo dica con nome e cognome”. Ecco, lo dicano quelli che vogliono dare sterzate in una o in altra direzione, con nomi e cognomi e, naturalmente assunzioni di responsabilità, a cui corrispondono nella vita interna di un partito, perché quello Democratico con tutti i difetti e le smagliature lo è, lealtà o slealtà.

C’è un segretario eletto con un processo democratico, le primarie, e tanti primi attori. Sono giorni che tanti parlano e negli stessi giorni tanti altri si sbracciano perché il Pd si presenti con una voce sola, così come, in un altro processo democratico, ovvero il voto in direzione, al segretario dem è stato dato mandato di andare a vedere con ben precisi paletti, tra cui la discontinuità radicale rispetto al governo passato, nel campo pentastellato. 
“Faccio appello: siamo in un momento delicato in cui si parli con i fatti, e i processi siano gestiti con la massima serietà”, ha chiosato Nicola Zingaretti. Dovrebbe essere una cosa seria per tutti, ma a qualcuno piace giocare.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 17:39:11 +0000

CRONACA

Si ribalta un trenino in un parco divertimenti a Verona: 7 feriti

Sette persone sono rimaste ferite nel ribaltamento di un trenino monorotaia all’interno di Movieland, area a tema dedicata al cinema nel parco divertimenti di Canevaworld, a Lazise (Verona).

Sono ancora da chiarire le cause dell’incidente. In soccorso dei feriti sono intervenuti i sanitari del 118 con l’elicottero di Verona Emergenza e tre ambulanze. Tre feriti sono stati trasportati a Verona, al Polo Confortini di Borgo Trento, altri quattro all’ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda. La monorotaia permette ai visitatori di attraversare il parco osservandolo dall’alto.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 17:19:46 +0000

NOTIZIE

Mihajlovic in panchina per la prima di Serie A del Bologna nonostante la leucemia

Dopo 40 giorni di cure in ospedale, l’allenatore del Bologna, Sinisa Mihajlovic questa sera sarà a Verona dove la squadra emiliana sfiderà i padroni di casa neopromossi in Serie A.

Il tecnico serbo, alla vigilia della gara al Bentegodi contro l’Hellas, era stato inserito nella distinta. “Mister Sinisa Mihajlovic ha raggiunto la squadra e stasera sarà regolarmente in panchina”, annuncia il Bologna su Instagram. Il tecnico si sta curando e sostenendo cicli di terapie per combattere la leucemia che gli è stata diagnosticata nei mesi scorsi.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 17:06:36 +0000

POLITICA

Zingaretti: "L'Italia non capirebbe un rimpastone. Discontinuità è anche sui nomi"

“L’Italia non capirebbe un rimpastone. Il tema dei contenuti è importante. La direzione del Pd mi ha dato mandato per un governo di svolta. Serve una netta discontinuità e un cambio di persone”. Lo ha detto il segretario Dem Nicola Zingaretti nel corso di un punto stampa al Nazareno.

“Abbiamo un mandato sancito dalla direzione di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni”, ha continuato Zingaretti. “Siamo pronti già da domani a riunirci con il M5s per capire come andare avanti sui temi di governo, a partire dal tema di come abbassare tasse a redditi medio bassi. Bisogna costruire un programma utile, non un contratto”. 

“Saremo chiamati mercoledì a tornare dal presidente della Repubblica”, ha proseguiro il leader del Pd. “Siamo chiamati a verificare se ci sono le condizione. Faccio un appello affinché si superino le timidezze e si apra un confronto vero”.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 16:37:16 +0000

CRONACA

Scontro in volo tra un aereo e un elicottero a Maiorca: sette morti, uno è italiano

Sette morti a Mallorca, in Spagna, nella collisione tra un ultraleggero e un elicottero. Tra questi ci sarebbe anche un italiano, scrive El Mundo.

Come riferisce il Diario de Mallorca, i due velivoli si sono scontrati mentre volavano non lontano dall’ospedale di Inca. Nell’incidente sarebbero deceduti anche due minori.

Secondo quanto riportato da El Pais, l’italiano si trovava a bordo dell’elicottero, modello Bell 216 appartenente alla compagnia RotorFlug, che è decollato dall’aerodromo Son Bonet, nel comune di Marratxí dell’isola, con un piano di volo sopra una tenuta privata a Inca, nel centro dell’isola.

Secondo le autorità, al decollo l’italiano è partito da solo, per poi recuperare successivamente altre quattro persone, una famiglia composta da padre, madre e due figli minori, probabilmente di nazionalità tedesca. L’aereo era un ultraleggero della compagnia Aeroprakt.

Secondo fonti del governo delle Baleari, l’aereo ha lasciato l’aeroporto di Binissalem con due spagnoli adulti e un piano di volo intorno all’area. Inizialmente, le autorità locali avevano riportato la morte di cinque persone, ma verso le cinque del pomeriggio le autorità hanno portato i morti a sette.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 16:19:23 +0000

POLITICA

"Conte premier, ministeri chiave al Pd"

Nel corso del colloquio con Nicola Zingaretti, Luigi Di Maio avrebbe proposto al segretario Dem, per superare il veto su Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, di lasciare al Pd la maggior parte dei ministeri chiave di un eventuale esecutivo con M5s.

È quanto apprende l’Agi da qualificate fonti della segreteria del partito democratico. In questo modo, si realizzerebbe quella discontinuità chiesta dal segretario Zingaretti con quasi un ‘monocolore’ Pd guidato però dal presidente del Consiglio dimissionario.

Lo staff del vicepremier dei 5 Stelle però smentisce: “Luigi Di Maio non ha mai proposto al segretario Nicola Zingaretti di lasciare al Pd la maggior parte dei ministeri chiave di un eventuale esecutivo. Quanto riportato dall’Agi, che non ha consultato lo staff del vicepresidente, è falso. Non ci sono scambi o giochini da fare, aggiungiamo. Giuseppe Conte è l’unico nome, va riconosciuto il lavoro svolto e che sta ancora svolgendo per il Paese. Il M5S ha piena fiducia in lui”.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 15:57:35 +0000

esteri

Israele-Iran, la guerra dei droni colpisce Beirut: allarme rosso in Medio Oriente

Forse, in Italia, alle prese con la surreale crisi ferragostana, in pochi se ne sono accorti, anche chi avrebbe il dovere istituzionale di monitorare le vicende internazionali, ma poco lontano da noi, nel tormentato Medio Oriente, la guerra tra Israele e Iran è già iniziata: in Iraq, in Siria, e ora anche in Libano. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una escalation militare che definisce una guerra in atto. Per ora a bassa intensità, ma pur sempre guerra. Un drone israeliano è caduto sulla capitale libanese Beirut e un altro è esploso in aria. Lo rende noto Hezbollah. Aerei da guerra di Israele sorvolano regolarmente il Libano e colpiscono la vicina Siria attraverso lo spazio aereo libanese. Poche ore prima l’aviazione militare israeliana aveva attaccato obiettivi vicino a Damasco.

Un passo indietro di poche ore. “Jet da combattimento israeliani hanno colpito una serie di obiettivi terroristici ad Aqraba in Siria, a sudest di Damasco”. Lo ha annunciato l’esercito israeliano spiegando che gli attacchi di sabato sera hanno avuto come obiettivo reparti “operativi delle guardie rivoluzionarie iraniane e delle milizie sciite che negli ultimi giorni stavano preparando piani di attacco avanzati su siti israeliani dalla Siria”. “L’attacco sventato - ha proseguito l’esercito dello Stato ebraico - comprendeva il lancio di diversi droni armati per colpire siti israeliani”.

Due droni di Tel Aviv, secondo quanto riferito dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah, sono stati colpiti e abbattuti sopra i cieli di Beirut. Uno dei due, ha poi spiegato uno dei portavoce del Partito di Dio, Muhammad Afif, “è esploso fuori dalla sede degli uffici di propaganda” della formazione libanese provocando “ingenti danni alla struttura”.

In serata, il discorso più atteso: quello del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Un discorso trasmesso in diretta da al-Manar, la tv del Partito di Dio sciita. “Hezbollah – promette Nasrallah – farà di tutto per impedire gli attacchi israeliani... Questa aggressione, se restiamo in silenzio, sarà un precedente pericoloso per il Libano, sarà come la situazione in Iraq ora”. E poi l’avvertimento: l’esercito israeliano deve attendersi una risposta “immediata” ai confini.: “Soldati israeliani, aspettateci”. Il leader di Hezbollah si rivolge poi direttamente agli israeliani: “I partiti politici israeliani tengono elezioni con il sangue di palestinesi, siriani e libanesi. Ma questa volta, israeliani, Netanyahu lo sta facendo con il vostro stesso e stesso sangue”, sentenzia Nasrallah. “Questo (Netanyahu) è un uomo che ha paura dei risultati elettorali. Un uomo che attende un processo per corruzione. Un uomo che non ha problemi a tenere elezioni con il sangue della gente”, aggiunge il capo di Hezbollah.

Nella serata di sabato, invece, i caccia di Israele hanno sferrato un attacco vicino alla città di Aqraba, non distante da Damasco, in Siria, uccidendo due combattenti di Hezbollah e uno iraniano. Notizia confermata, insolitamente, anche dall’esercito di Tel Aviv e dal primo ministro, Benjamin Netanyahu. “L’Iran non ha alcuna immunità da nessuna parte. Le nostre forze operano in ogni settore contro l’aggressione iraniana”, ha affermato Netanyahu. “In un grande sforzo operativo, abbiamo sventato - ha aggiunto - un attacco contro Israele da parte delle guardie rivoluzionarie iraniane e delle milizie sciite”. “Se qualcuno si alza per ucciderti, uccidilo tu per primo. Ho dato disposizioni alle nostre forze di essere pronte a ogni scenario”, ha proseguito il premier, concludendo con un avvertimento indirizzato a Teheran: “L’Iran non gode di immunità in nessuna parte del Medio Oriente”.

Netanyahu ha poi lanciato un avvertimento a tutti gli attori dell’area: Israele “non tollererà” attacchi lanciati contro lo Stato ebraico “da alcun Paese della regione. Ogni Paese che consenta che il suo territorio sia usato per attacchi contro Israele ne subirà le conseguenze. Sottolineo: quel Paese ne pagherà le conseguenze”. I destinatari dell’avvertimento sono a Damasco, Baghdad, Beirut. Il piano di attacco in preparazione contro Israele, ha dichiarato il capo dell’intelligence dell’esercito israeliano, Tamir Heyman, era “personalmente sovrinteso dal comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana, generale Qasem Soleimani“. “Questo – ha aggiunto il portavoce militare Ronen Manelis – consisteva nell’invio di alcuni droni in Israele armati di esplosivo per uccidere israeliani. Droni visti in azione in Iraq, Siria e Yemen“.

Le forze israeliane nel nord del Paese sono in stato di massima allerta, e il sistema di intercettazione Iron Dome è stato rafforzato con nuove batterie anti-missile. Diverse settimane fa, ha spiegato Manelis, un aereo iraniano è atterrato nell’aeroporto di Damasco “trasportando consiglieri di sicurezza iraniani, membri della milizia sciita e attrezzature da utilizzare per l’attacco”. La squadra aveva stabilito la sua base in un complesso gestito dalla Forza Quds (il reparto di élite dei Guardiani della rivoluzione iraniani), e, secondo l’esercito israeliano, aveva iniziato a pianificare l’attacco.

“L’Iran continua ad armare i gruppi terroristi del Medio Oriente, da Hamas alla Jihad islamica palestinesi a Hezbollah, ma deve essere chiaro alle autorità libanesi che sono direttamente responsabili di qualsiasi provocazione Hezbollah tenterà contro Israele”, dice in esclusiva ad HuffPost Yuval Steinitz, uno dei ministri più vicini al premier Netanyahu. “Da tempo - aggiunge - e in ogni consesso internazionale abbiamo denunciato la pericolosità del regime iraniano e la sua determinazione ad assumere una posizione di comando in Medio Oriente. Non si tratta solo del dossier nucleare. Non c’è Paese del Medio Oriente in cui Teheran non ha allungato i suoi tentacoli, direttamente, come in Siria, Iraq e Yemen, o indirettamente, come in Libano attraverso Hezbollah o a Gaza con la Jihad islamica”.

Da Gerusalemme a Beirut. “Il 25 agosto 2019, alle 2.30 del mattino, due droni appartenenti al nemico israeliano hanno violato lo spazio aereo libanese sull’area di Mouawad, nel distretto di al-Madi, situato nella periferia sud di Beirut. Il primo è caduto e il secondo è esploso in aria, causando solo danni materiali”, recita un comunicato rilasciato in mattinata dall’esercito libanese. Il presidente libanese Michel Aoun e il primo ministro Saad Hariri hanno condannato la ”palese aggressione” israeliana. “Questo – dichiara Aoun - è uno dei capitoli delle violazioni permanenti della risoluzione Onu 1701″ che ha posto fine al conflitto tra Libano e Israele nel 2006 e “ulteriori prove delle intenzioni ostili di Israele contro stabilità e pace in Libano e nella regione”.

“Si tratta di “un’aggressione israeliana“, gli fa eco Saad Hariri che poi, citato dai media israeliani, ha parlato di “minaccia alla stabilità regionale e tentativo di far aumentare la tensione. Il governo libanese ha annunciato l’apertura dei rifugi anti bomba in tutto il sud del Paese. Secondo un recente rapporto dell’intelligence militare di Gerusalemme, attualmente Hezbollah disporrebbe di oltre 100mila missili, rispetto ai circa 12mila che aveva prima della guerra dell’estate 2006.

Ma c’è dell’altro. E a metterlo in luce con HuffPost è Anthony Samrani, uno dei più autorevoli analisti militari libanesi: “Oltre ad un incremento significativo, in quantità e in qualità, del suo arsenale militare, i miliziani sciiti hanno acquisito nuove tecniche di guerriglia urbana combattendo in Siria, a fianco dei pasdaran iraniani, dei russi e dell’esercito di Assad. Negli ultimi anni, Hezbollah è divenuto un attore regionale capace di dispiegare rapidamente le proprie forze dal Libano all’Iraq e ora anche in Yemen”.

Secondo il sito French Intelligence, gli Hezbollah starebbero costruendo almeno due installazioni in Libano, dove produrre missili e armamenti. Sebbene questa notizia circolasse da tempo sui siti arabi, il magazine francese ha fornito maggiori dettagli su queste due strutture, indicandone la posizione e la tipologia di armamenti prodotti. Una prima struttura si troverebbe nei pressi di Hermel, nella Beqaa, mentre la seconda sarebbe posizionata tra Sidone e Tiro. Nella prima installazione verrebbero prodotti razzi Fateh 110 capaci di colpire quasi tutto il territorio israeliano, con una gittata di 300 km e un discreto livello di precisione. Nel complesso situato sulla costa mediterranea invece verrebbero fabbricate munizioni di piccolo calibro.

Rimarca Amos Harel, analista militare di Haaretz, il giornale progressista di Tel Aviv: “Israele e Iran si ritrovano di nuovo, per la terza volta in un anno e mezzo, a fronteggiarsi in una serie di colpi scambiati che potrebbero degenerare in un conflitto più ampio. Ma questa volta, a differenza della tensione che si è verificata tra febbraio e maggio dello scorso anno, gli scontri investono un’area più ampia che si estende oltre la Siria, riguardando l’Iraq e il Libano”.

Israele ha condotto ″diversi raid aerei negli ultimi giorni″ in Iraq. Lo scrive il New York Times (23 agosto) citando fonti americane autorevoli dopo che il giorno prima Netanyahu aveva accennato a un possibile coinvolgimento delle forze armate dello Stato ebraico negli attacchi contro obiettivi legati all’Iran in Iraq. Anche un alto funzionario dell’intelligence di un Paese del Medioriente, citato sempre dal NYT, ha affermato che Israele era responsabile di un attacco condotto il 19 luglio a nord di Baghdad contro una base usata dai Guardiani della Rivoluzione iraniana (i Pasdaran) “per trasferire armi in Siria”. Il raid aereo, secondo lo stesso funzionario, ha distrutto missili con un raggio di 200 chilometri. Un alto funzionario americano citato dal New York Times ha sostenuto che Israele si “sta spingendo oltre i limiti” con i presunti attacchi in Iraq, rischiando di “far sì che i militari degli Stati Uniti lascino l’Iraq”. Anche il Washington Post aveva scritto di crescenti sospetti circa una responsabilità israeliana delle misteriose esplosioni nelle basi delle milizie sciite in Iraq. Siria, Iraq, Libano: il Medio Oriente è il campo di battaglia di una guerra iniziata: quella tra Israele e Iran.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 15:30:48 +0000

politica

La black list e la white list di Di Maio

C’è il nodo Giuseppe Conte ancora insolubile sul tavolo, e questo è noto. Ma nell’incessante lavorio per districarlo gli ambasciatori del Movimento 5 stelle stanno sondando il Partito democratico su quale possa essere la composizione della squadra di governo. Avendo, da parte loro, le idee piuttosto chiare. A partire dall’assoluta volontà di coinvolgere Alessandro Di Battista, e di fermare all’ingresso le personalità per i 5 stelle macchiate dalle inchieste su Mafia Capitale e Bibbiano.

Andiamo con ordine. Premier a parte, della vecchia compagine rimarrebbero solo Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede. L’optimum sarebbe nelle caselle che ricoprono oggi, quelle di ministri dei Rapporti con il Parlamento e della Giustizia, ma non se ne fa una questione insormontabile. Insieme a Nicola Zingaretti, Luigi Di Maio manterrebbe la poltrona da vicepremier. Ma cambierebbe ministero. Le ipotesi sono tre, in ordine crescente di probabilità: Esteri, Interni e Difesa. È sul ruolo che oggi è di Elisabetta Trenta che il capo politico punta. La professoressa della Link campus farebbe gli scatoloni, insieme ad Alberto Bonisoli, Barbara Lezzi, Giulia Grillo e Danilo Toninelli.

Per quest’ultimo è accreditata la sedia di capogruppo al Senato, che rimarrebbe vacante perché Stefano Patuanelli al momento è l’unico candidato a quel ruolo in caso di soluzione positiva. Il Pd avrebbe il via libera sugli Interni, posizione che Di Maio accarezza nei suoi pensieri ma che lo renderebbe bersaglio troppo facile agli occhi di Matteo Salvini. Ai Democratici anche Lavoro, Sanità e Cultura, oggi dicasteri pentastellati. Questi ultimi sostituirebbero la Lega ai vertici di Istruzione e Agricoltura, mentre manterrebbero lo Sviluppo Economico, con Lorenzo Fioramonti destinato a traslocare da viale Trastevere, dove attualmente siede in un ufficio da viceministro. Sud e Affari regionali (quest’ultimo per gestire la partita delle autonomie che tanto ha fatto litigare i gialloverdi) andrebbero al Nazareno, così come il dialogo è aperto sulla Funzione pubblica. Nessun veto, ma anzi una sostanziale predisposizione alla conferma, sui due super tecnici che hanno già dato la propria disponibilità all’esecutivo precedente: Enzo Moavero ha il via libera per continuare a guidare le feluche, mentre sorprendentemente anche Giovanni Tria, di frequente oggetto degli attacchi pentastellati, avrebbe un robusto gradimento per rimanere a via XX settembre.

Proprio in queste ore i vertici del Movimento stanno di converso preparando una elenco da far arrivare al Nazareno. Una vera e propria black list di esponenti del mondo Pd e della sinistra che sarebbero indigeribili a vertici e base grillina. Un modo uguale e contrario, si spiega, per rispondere alle resistenze su Conte. In cima al foglio ci sono i nomi di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Sono noti, ma sono anche gli unici pezzi da novanta del renzismo su cui c’è una netta indisponibilità. Sugli altri si può trattare. Porte chiuse invece per nomi come quelli di Matteo Orfini e Laura Boldrini, senza voler scomodare grandi vecchi come Massimo D’Alema. Ma la war room di Di Maio in queste ore sta andando ancora più in profondità. Attivando canali interni per farsi consegnare un elenco di tutti gli uomini Dem che sono stati coinvolti o sfiorati dalle inchieste di Mafia Capitale e Bibbiano: se spuntasse fuori qualche nome dai legami ambigui la porta sarebbe chiusa.

Aperta è quella invece che apre la vista sulla Commissione europea. Con un ammorbidimento su Conte la scelta del Commissario che rappresenterà l’Italia può essere ampiamente calibrata insieme ai nuovi alleati. Un’apertura non da poco. Che potrebbe tuttavia non bastare a compensare l’altra idea che sta girando nella testa dei vertici stellati: quella di un coinvolgimento di Alessandro Di Battista nella casella che fu di Paolo Savona: quella degli Affari europei. Una provocazione? “No – risponde un alto dirigente 5 stelle – Sappiamo tutti le posizioni di Alessandro sul Pd. Coinvolgerlo serve a noi per il carisma che gli è riconosciuto, ma serve anche a loro”. Sempre che tra veti e controveti la cosa giallorossa parta, e l’organigramma faticosamente stilato non rimanga solamente il wishful thinking di un caldo fine settimana di tardo agosto.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 14:59:18 +0000

POLITICA

Il Pd si riunisce al Nazareno per lavorare al programma del governo con il M5S

Il Partito Democratico è al lavoro sul programma di governo. Mentre si susseguono i botta e risposta tra Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio sul nome del presidente del Consiglio, e i renziani assicurano il loro sostegno anche in caso di Conte bis, al Nazareno sono iniziati i lavori dei sei tavoli che si occuperanno dei dossier da mettere a disposizione del segretario Dem nella trattativa per la formazione dell’esecutivo con Giuseppe Conte. Nella sede nazionale del Pd sono presenti i membri della segreteria e i capigruppo di Camera e Senato.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 13:56:43 +0000

politica

"Sostegno a Zingaretti, anche con sì a Conte". I renziani fanno sapere...

“Totale sostegno al segretario Zingaretti, sia che dica sì a Conte, sia che dica no”. È quanto affermano all’Ansa fonti qualificate renziane, commentando quanto emerso dopo la nuova telefonata tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti.

Le stesse fonti sottolineano il “compiacimento” per aver “dato l’assist che ha messo in difficoltà Salvini” ed evitato la corsa al voto. Ora però, ribadiscono, “il gol lo segna Zingaretti e da noi ha totale sostegno”. Sotto traccia, però, i ‘trattativisti’ dem starebbero cercando di far digerire al Nazareno il nome di Giuseppe Conte come premier del possibile governo giallorosso.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 13:39:03 +0000

politica

La democrazia parlamentare e le maggioranze legittime

Dopo la crisi del Governo Conte, innescata con la mozione di sfiducia presentata dalla Lega, potrebbe costituirsi un nuovo esecutivo, sostenuto da una maggioranza composta dal Movimento 5 stelle e dal Pd, che hanno ottenuto, nelle elezioni di un anno e mezzo fa, rispettivamente il 32,7% e il 18,7% e quindi complessivamente circa il 51,5% dei consensi popolari, potendo contare su un numero di seggi anche un po’ più elevato.

Si tratterebbe, quindi, di una maggioranza piuttosto solida, costituitasi in piena conformità delle previsioni costituzionali, anche alla luce del vigente sistema elettorale. Infatti, l’Italia è una Repubblica parlamentare, per cui gli elettori scelgono i loro rappresentanti in Parlamento (purtroppo con qualche limitazione, data dalla sequela delle orrende e talvolta incostituzionali leggi elettorali che si susseguono da una quindicina d’anni), mentre questi ultimi, quando nessun partito (o coalizione elettorale) abbia ottenuto da solo la maggioranza, devono unire le proprie forze per costituirne una in Parlamento. Questo avviene dal 1948: infatti, perfino nella prima legislatura, quando la Dc avrebbe potuto contare da sola sulla maggioranza assoluta dei seggi, furono formati governi di coalizione. In una fase della nostra storia, grazie all’introduzione di un sistema elettorale prevalentemente maggioritario, abbiamo potuto contare su coalizioni formatesi direttamente nel voto, anche se con qualche instabilità. Il tentativo di blindare maggiormente questo sistema, con il ritorno al proporzionale, ma con forte premio di maggioranza, poi risultato perfino incostituzionale, ha dato certamente cattiva prova, anche per il rapido consumarsi dell’assetto politico della c.d. “Seconda Repubblica”, con l’emergere di nuovi attori politici, a partire, appunto, dal Movimento 5 stelle, che ha saputo raccogliere la sfiducia popolare accumulatasi nei confronti del centrodestra (di cui faceva parte anche la Lega) e del centrosinistra (di cui, almeno nell’ultima fase, faceva parte anche il Pd). Dopo un tentativo di riproporre il Porcellum sotto le mentite spoglie dell’Italicum, incappando così in una nuova dichiarazione d’incostituzionalità, nella scorsa legislatura è stata approvata una nuova legge elettorale, detta Rosatellum perché concepita dall’allora capogruppo del Pd, anche se particolarmente favorevole al centrodestra che infatti l’aveva appoggiata con entusiasmo. La legge assegna con metodo proporzionale circa i due terzi dei seggi e con il maggioritario il rimanente terzo. A seguito delle elezioni del 2018, in questo Parlamento ci sono diverse maggioranze possibili. Quelle che non richiedono la scomposizione delle coalizioni presentatesi alle elezioni sono M5S-Pd, M5S-centrodestra e centrodestra-Pd. A queste se ne possono aggiungere altre che richiedono la scomposizione delle coalizioni e che possono essere M5S-Lega (l’unica finora formatasi), M5S-Forza Italia, M5S-Pd-Forza Italia (anche se queste due sembrerebbero puramente teoriche, perché il M5S ha sempre considerato esclusa qualunque possibilità di una sua partecipazione a una maggioranza di cui facesse parte Forza Italia), potendosene poi aggiungere altre che vedano il concorso rafforzativo di partiti minori.

Da tutto questo si comprende come l’eventuale maggioranza composta da M5S e Pd, eventualmente rafforzata dai pochi parlamentari eletti nelle liste di LeU, non abbia una legittimazione in alcun modo minore rispetto a quella tra M5S e Lega, che quest’ultima ha appena messo in crisi. Pertanto non hanno alcun fondamento una serie di argomenti che vengono invocati, soprattutto dalla Lega, ma anche da pezzi di altri partiti, come il “ribaltone”, l’impossibilità di allearsi con chi “ha perso tutte le ultime elezioni”, e la necessità di elezioni anticipate. Sembra chiaro, infatti, che una maggioranza basata sul M5S e sul Pd non rappresenti un “ribaltone”, che potrebbe eventualmente individuarsi se, in presenza di due coalizioni, una delle quali maggioritaria, un pezzo di quest’ultima si spostasse sull’altra trasformandola da minoranza in maggioranza. Questo, come abbiamo visto, non è il caso, non essendovi, in questo Parlamento, nessuna maggioranza risultante dalle elezioni. D’altronde, se è vero che il Pd ha inanellato una serie di cattive performance elettorali (con una piccola inversione in occasione delle ultime europee) è altresì vero che nelle elezioni politiche del 2018 questi ha ottenuto comunque più consensi della Lega, che fino ad ora ha governato con il M5S e che i governi si formano in base alle elezioni politiche e non a quelle comunali, regionali o europee. Altrimenti il voto dei cittadini, che possono fare avvedutamente anche scelte diverse per i diversi livelli di governo, verrebbe – in questo caso davvero – tradito e paradossalmente non avrebbe neppure più senso procedere, per i diversi livelli di governo, a votazioni distinte. Quanto alla richiesta di elezioni anticipate, infine, è legittimo formularla da una o più forze politiche, ma naturalmente deve considerarsi anzitutto che la Costituzione, prevede, all’art. 60, che le Camere durino cinque anni. Se è possibile farle funzionare – cosa alla quale le forze politiche rappresentate in Parlamento dovrebbero applicarsi con tutto l’impegno possibile – il Presidente della Repubblica non può scioglierle. Una crisi di governo non è certamente un motivo per sciogliere le Camere, come dimostra il fatto che più governi ci sono stati in tutte le legislature (dai due della XI, XII, XIV e XVI ai sei della II e VIII e addirittura ai sette della V), salvo nella XV, nella quale pure si sarebbe potuto fare forse qualche sforzo in più per consentirne la prosecuzione. Allo scioglimento si può arrivare soltanto se in Parlamento non si riesce a formare una maggioranza stabile e capace di governare. Ma quando questo si verifica è un fallimento, la cui responsabilità sarà riconducibile a una o più forze politiche, a partire dalle più importanti, e gli elettori hanno generalmente buona memoria.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 13:23:40 +0000

esteri

Apocalisse Amazzonia. Queste immagini (vere) raccontano il dramma che sta vivendo polmone della Terra
 A tract of Amazon jungle is seen after a fire in Boca do Acre, Amazonas state, Brazil August 24, 2019A tract of Amazon jungle is seen after a fire in Boca do Acre, Amazonas state, Brazil August 24, 2019.

Ciò che resta dell’Amazzonia sembra un deserto. Sono scene apocalittiche le immagini che arrivano dal polmone della Terra. Siamo di fronte a un’emergenza: i numeri parlano chiaro. Secondo dati diffusi dai media locali, in base ai rilevamenti satellitari dell’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali (Inpe), da gennaio ad agosto gli incendi forestali sono aumentai dell′82% rispetto allo stesso periodo del 2018, il che rappresenta il dato più alto dal 2013, quando iniziarono le rilevazioni del fenomeno, con il 52% dei roghi concentrati nell’Amazzonia brasiliana.

I numeri sulla crescita degli incendi si aggiungono a quelli, anch’essi diffusi dall’Inpe, secondo i quali la deforestazione in Amazzonia è cresciuta del 278% nello scorso luglio rispetto allo stesso periodo del 2018. La diffusione di queste cifre ha portato al siluramento del responsabile dell’Inpe, Ricardo Galvao, deciso da Bolsonaro che ha accusato Galvao di “agire al servizio di ong straniere”.

Per renderci conto del dramma basta guardare queste immagini. Nessuna di loro è un fake. Sono tutte state scattate dalle principali agenzie fotografiche (Getty, Ap, Reuters) tra il 24 e il 25 agosto 2019. Guardarle vi farà venire le lacrime agli occhi. 

Smoke billows from the burning trunk of a tree in the surroundings of Porto Velho, Rondonia State, in the Amazon basin in west-central Brazil, on August 24, 2019A scorched field is seen in Altamira, Para state, Brazil, Saturday, Aug. 24, 2019Fire consumes a field in Novo Progresso, Para state, Brazil, Saturday, Aug. 24A scorched field is seen in Altamira, Para state, Brazil, Saturday, Aug. 24, 2019. Description: A fire burns a field on a farm in the Nova Santa Helena municipality, in the state of Mato Grosso, Brazil, Friday, Aug. 23, 2019Fire consumes a field in Novo Progresso, Para state, Brazil, Saturday, Aug. 24,  Fire consumes a field alongside the BR 163 highway in Nova Santa Helena municipality, Mato Grosso State, Brazil, Friday, Aug. 23, 2019.View of fire in the Amazon rainforest, near Abuna, Rondonia state, Brazil, on August 24, 2019.View of burnt areas of the Amazon rainforest, near Abuna, Rondonia state, Brazil, on August 24, 2019.View of burnt areas of the Amazon rainforest, near Abuna, Rondonia state, Brazil, on August 24, 2019Description: Cattle are seen on a tract of Amazon jungle after a fire in Boca do Acre, Amazonas state, Brazil August 24, 2019A snake is seen while a tract of the Amazon jungle burns as it is cleared by loggers and farmers in Porto Velho, Brazil August 24, 2019. REUTERS/Ueslei MarcelinoA tract of Amazon jungle is seen after a fire in Boca do Acre, Amazonas state, Brazil August 24, 2019.
Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 12:40:41 +0000

politica

Il governo più ecologista d’Europa

Una cosa molto italiana sarebbe quella di superare una pericolosa crisi di governo facendo un imprevedibile salto in avanti; “ex malo bonum”, raccogliendo le migliori risorse di cui disponiamo, dimostrando al mondo di cosa siamo capaci quando nessuno se lo aspetta.

L’attenzione globale in queste ore è rivolta all’Amazzonia che brucia. Il prossimo G7, nonostante il pericoloso e criminogeno sovranismo di Bolsonaro, parlerà di questo. Papa Francesco in modo visionario e in coerenza con la “Laudato si’” affronterà nel prossimo Sinodo con i Vescovi proprio il tema: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”; il documento preparatorio è già un importante contributo di riflessione e di azione.

L’Italia appare invece assente, inconsapevole, distratta, ripiegata e in altre faccende affaccendata. Ma se usassimo l’ecologia e le sue implicazioni per provare a far luce su questa crisi e poi per provare ad uscirne?

Salvini ha usato, come argomento per chiedere nuove frettolose elezioni, prima di essere preda della paura del vuoto, il superamento dei troppi “no“ che ha incontrato nell’azione di governo. La formula è abbastanza vaga da far comprendere il chiaro interesse di incasso del dividendo elettorale dopo le elezioni europee ma non così priva di sostanza come sembra. Salvini ha un’idea di sviluppo “fossile”; in tutti sensi. Non ha alcun interesse per la tutela dell’ambiente che invece annovera, al pari della tutela dei beni culturali, fra gli ostacoli più fastidiosi. Vorrebbe che l’Italia investisse sui propri giacimenti di petrolio (neanche fossimo il Venezuela) invece che sull’efficienza energetica e sul potenziamento dell’uso di fonti rinnovabili. E questo è solo un esempio. Gli interessi economici che fanno pressione sulla Lega sono quelli che tutelano rendite di posizione e che guardano al passato. A questi due elementi, il dividendo elettorale e lo sviluppo insostenibile, potremmo aggiungere le pressioni dei presidenti leghisti delle regioni del nord che hanno lamentato un ritardo nella definizione del progetto di “autonomia differenziata” in salsa veneto-lombarda, che somiglia molto a una secessione nei fatti.

La domanda è: a questa pessima idea di paese c’è oggi un’alternativa che faccia leva sull’interesse generale, sulla coesione nazionale e su un nuovo modello di sviluppo?

Il M5S ha senza dubbio intercettato, fin dalla sua nascita, una sensibilità ambientalista priva di adeguata rappresentanza. Lo ha fatto, e lo fa ancora, in modo contraddittorio: raccogliendo ogni istanza negativa, anche quelle prive di dati oggettivi o, peggio, quelle chiaramente antiscientifiche. D’altra parte il PD, nel suo profilo ecologista ha, nel tempo, accumulato ritardi, assenze, iniziative disorganiche e stupidi “ciaone”; sia nell’azione di governo che in termini di cultura politica del partito. D’altra parte sia il M5S che il PD in quest’ultimo anno hanno dovuto fare i conti l’uno con la responsabilità di governo che ha messo a dura prova la propria propaganda, l’altro con un congresso che ha dovuto necessariamente guardare in faccia, nel pessimo risultato elettorale delle elezioni politiche, tutti i propri limiti strutturali. Su questo fronte Zingaretti sta imprimendo finalmente un cambio di passo ma la comunità democratica risponde a fatica; quindi la strada è ancora lunga.

Allora, se queste due forze provassero a trovare, in un dialogo il più possibile franco, un punto d’incontro più avanzato? Non un semplice minimo comun denominatore ma una sfida tanto ambiziosa quanto necessaria. La sfida di guidare l’Europa e la transizione ecologica dell’economia. Una transizione che, a differenza di altri paesi pure sensibili, contempli meglio l’eguaglianza; perché non siano le fasce più deboli del continente (e del pianeta) a pagare il costo di questa profonda trasformazione. Visto che questi hanno già pagato e pagano, per primi e più di chiunque altro, il disastro ambientale provocato dall’attuale modello.

Usando questa chiave di lettura, si possono trovare nuove risposte anche ad altre spinose questioni. A partire dalla gestione del fenomeno migratorio. Appena 1,5 milioni di migranti hanno fatto vacillare la coesione europea. L’ONU prevede che i soli cambiamenti climatici genereranno 70 milioni di migranti entro il 2030 e 200 milioni entro il 2050. Affrontare tutto questo solo in termini di decreti sicurezza e di muri sarebbe come mettere un coperchio su una pentola a pressione in attesa che esploda invece che preoccuparsi di spegnere il fornello. Ma per affrontare le cause c’è bisogno di cooperazione internazionale, non di sovranismo. A sostegno di questo cambio di paradigma cito il titolo, efficace ed emblematico, di un bel libro: “Effetto serra, effetto guerra“ di Grammenos Mastrojeni ed Antonello Pasini.

Non so se per fare questo basteranno due giorni o se sarà necessario un passaggio elettorale. Ma so che il solo attribuirsi l’ambizione di questa sfida cambierebbe profondamente sia i caratteri di un programma di governo che quelli di un programma elettorale.

Sarebbe necessario un contratto. Ma non tra due forze politiche che presidiano il proprio elettorato ma tra queste e il Paese. Entro la fine dell’anno l’Italia dovrà presentare a Bruxelles il Piano Energia e Clima. Cioè il proprio programma di azione alla luce degli Accordi di Parigi. Il governo caduto ne ha fatto sostanzialmente una questione burocratica. Quello che entra, con o senza elezioni, potrebbe promuovere una grande alleanza per il clima con le imprese, i corpi intermedi i cittadini e i tanti giovani che, seguendo l’esempio di Greta Thunberg, sono passati da quello che Galimberti ha chiamato “nichilismo attivo” ad un attivismo pieno, potente ed esemplare. Un’alleanza per trasformare l’Italia da ruota di scorta a motore trainante nella principale sfida di questo secolo.


Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 12:23:40 +0000

politica

Mattarella ricorda "il terrorismo delle SS e delle Brigate Nere" a Fivizzano

“La disumanità, il terrorismo senza scrupoli praticato dalle SS e dai brigatisti neri repubblichini, ha crudelmente segnato la vita di questa parte d’Italia, della sua gente”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la commemorazione per il 75esimo anniversario dell’eccidio nazista di Fivizzano dell’agosto 1944, che fece 173 vittime tra i civili e un disperso. “La guerra totale di annientamento, che il regime nazista riservava ai popoli sottomessi, non risparmiò la Lunigiana”, ha ricordato il capo dello Stato, citando il terrorismo delle SS e quello delle Brigate Nere, corpo paramilitare fascista della Repubblica Sociale Italiana.

Alla cerimonia ha preso parte anche il presidente della Repubblica federale di Germania, Frank-Walter Steinmeier. I due Capi di Stato, prima dei rispettivi interventi, hanno deposto una corona di fiori al monumento ai caduti e hanno scoperto una lapide che ricorda l’eccidio.

“Il significato della cerimonia di oggi, come di quelle alle quali parteciparono i nostri predecessori a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, rappresenta ricordo, appello al pentimento e alla riconciliazione”, ha detto Mattarella.

“Furono, insieme, italiani e tedeschi a scatenare la follia omicida contro una popolazione inerme, fatta di anziani, bambini e donne, alcune anche incinte. Di fronte a quei crimini siamo oggi qui, fianco a fianco, tedeschi e italiani, a chinare il capo verso le vittime, a invocare perdono. Accanto alle sovrastanti e assolute colpe personali di chi si macchiò di quei crimini si aggiungono quelle storiche, politiche; e i peccati di omissione. Questi tragici avvenimenti assegnano a noi tutti una grave responsabilità. La storia ci insegna che, di fronte alla barbarie, interi secoli di civiltà possono venire annientati in un istante”.

È per questo che è necessario “guardare con consapevolezza” agli orrori delle stragi nazifasciste. E inserire in questa prospettiva storica il significato stesso dell’Unione Europea.

L’Ue - ha ricordato infatti Mattarella - è “uno degli spazi di libertà più grandi al mondo” ed è nata in reazione a quella tragedia, la cui responsabilità va addossata a “chi aveva in spregio la democrazia”, gente a cui fu permesso “di esercitare in potere assoluto”. Bisogna “impedire che si creino le condizioni in cui questo possa riprodursi”, ha ammonito il capo dello Stato. 

Il pericolo di dell’oblio è sempre in agguato. “Se accedessimo alla tesi dell’oblio, rischieremmo di dimenticarci anche che in quei drammi affondano le radici e le ragioni del lungo percorso che, attraverso la lotta in Europa contro il nazifascismo, attraverso la Resistenza, con il recupero dei valori democratici e di libertà, ci ha portato alle nostre Costituzioni e nel successivo percorso di integrazione europea, alla nostra comune prospettiva storica”, ha sottolineato Mattarella.

Ecco allora che “quel ‘mai più’ non è solo eredità della nostra storia recente, ma è la consegna che deve accompagnare ogni giorno il nostro essere cittadini, il clima e i comportamenti della vita quotidiana. I popoli della Repubblica Federale di Germania e della Repubblica Italiana hanno saputo, con determinazione, superando il dolore e le avversità, riprendere in mano il proprio destino e risalire dagli abissi in cui li avevano trascinati il nazismo e il fascismo, contribuendo alla costruzione dell’Unione Europea, uno dei più grandi spazi di libertà che esista al mondo”.

“L’impegno al quale siamo chiamati - ha concluso - è, insieme, personale e collettivo: che quel ‘mai più’ appartenga anche alle sfide dell’oggi. Che alle giovani generazioni venga consegnato un mondo in pace, dove l’odio e l’avversione fra i popoli siano banditi e a prevalere siano i valori del dialogo e del rispetto reciproco. Lo esige la civiltà, lo esigono i morti di Fivizzano”.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 12:01:19 +0000

POLITICA

Beppe Grillo: "Conte ha i requisiti per la carica che è destinato a ricoprire"

″‘Saluto con grande piacere il Professor Giuseppe Conte, lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l’eleganza nei modi...’. Così scrivevo a proposito del nostro Presidente del Consiglio, a maggio del 2018 e questo è il mio pensiero a distanza di un anno”. Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog, nella rubrica domenicale “La settimana del Blog”.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 11:31:46 +0000

politica

Cinque stelle come la Dc? Non scherziamo

Con inusitata leggerezza un noto editorialista della Stampa nei giorni scorsi ha scritto che i “5 stelle potrebbero diventare la nuova Democrazia Cristiana”.

 Ora, chiunque abbia letto quelle singolari e curiose parole credo che abbia fatto un sobbalzo o, addirittura, si sia chiesto se c’è ancora un senso e una logica nel commentare la politica italiana di oggi. E questo, come ovvio, nel pieno rispetto di tutte le opinioni. Anche di quelle espresse dal noto editorialista della Stampa.

 E questo per 3 semplici motivi, al netto della profonda diversità storica e della scontata irripetibilità della politica, delle sue dinamiche e dei suoi strumenti concreti, cioè dei partiti.

Innanzitutto la Dc era un partito profondamente democratico al suo interno. Certo, articolato per correnti organizzate perché rappresentative dell’interclassismo della società italiana, ma che garantivano, al contempo, un vero ed autentico pluralismo politico e culturale. Un partito che contava molti leader e grandi statisti, ma che non tollerava al suo interno né i capi, né i guru e tantomeno i padroni. I 5 stelle? Semplicemente l’esatto contrario.

 In secondo luogo la cultura politica del partito. La Dc, certamente in un’altra epoca storica, aveva un chiaro riferimento culturale. Era un partito di ispirazione Cristiana si’ ma, soprattutto, era un partito con una solida e riconosciuta cultura politica alle spalle. Il popolarismo sturziano, la tradizione del cattolicesimo sociale e popolare e il filone cattolico democratico erano i fari che illuminavano il suo progetto politico e di governo. Certo, era una stagione politica e culturale dominata dalla contrapposizione ideologica ma sicuramente la Dc non poteva essere accusata di essere un partito liquido, ovvero privo di qualsiasi riferimento ideale e definito. I 5 stelle? Anche qui, l’esatto contrario di quella esperienza storica, politica e culturale.

 Ma è sul terzo aspetto che emerge una radicale separazione. E riguarda la collocazione del partito nello scenario politico. A prescindere dalle fasi storiche a confronto. La Dc è stato un partito di “centro che guarda a sinistra”, per dirla con De Gasperi. Sicuramente è stato un partito riformista, profondamente democratico, con una spiccata cultura di governo, centrale nello schieramento politico e con una linea chiara per quanto riguarda il campo delle alleanze. Ora, confrontare il ruolo, la funzione e soprattutto la collocazione di quel partito con i 5 stelle ci vuole una porzione di fantasia e di spensieratezza alquanto elevati. Non è il caso di infierire. Ma governare saldamente con la destra leghista per 18 mesi e, nell’arco di una manciata di ore, pensare di dar vita ad una alleanza opposta, alternativa e nettamente divaricante rispetto a quella praticata sino a qualche giorno prima - cioe’ con il nuovo partito della sinistra italiana di Zingaretti e con ciò che resta del vecchio Pci - credo che non meriti ulteriori commenti.

 L’elenco delle diversità potrebbe continuare all’infinito. Come, ad esempio, il confronto tra le classi dirigenti dei rispettivi partiti. Ma su questo terreno i 5 stelle, oggi, sono in buona compagnia con le classi dirigenti degli altri partiti. Ma è sufficiente fermarsi qui. Per arrivare ad una semplice conclusione. E cioè, qualunque confronto o parallelismo tra la Democrazia Cristiana e il partito dei 5 stelle può albergare solo nella mente di qualche marziano o di qualche osservatore distratto e del tutto avulso da ciò che è stata la politica italiana ieri e ciò che è oggi.

Per dirla con termini ancora più semplici e comprensibili, tra la Democrazia Cristiana e i 5 stelle non è possibile alcun confronto perché sono su pianeti diversi. Ogni altro commento e’ puramente superfluo.

 

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 11:16:32 +0000

culture

"L'Italia quella bella è un gruppo di mamme che fanno da baby-sitter alla figlia dell'ambulante"

“L’Italia quella bella ve la racconto io da Trapani”. Così inizia il post di Desirè Nica che racconta: “Perché oggi l’Italia bella è stata quella delle mie vicine di ombrellone che tutte insieme hanno detto a quella mamma come loro, di andare a lavorare tranquilla, perché alla sua bambina ci avrebbero pensato loro”.

La foto parla da sola: 

 

Si legge nel post:

Sono le 13.00, e arriva sulla spiaggia uno dei tanti ambulanti che cercano di vendere qualcosa.
Solo che stavolta è donna.
Solo che stavolta è mamma.

Ha una cesta enorme che tiene in bilico sulla testa, con dentro tutto ciò che vorrebbe vendere, e dietro, legata sulla fascia, la sua bambina.
Avrà 2 anni e mezzo, 3 al massimo. Sta sotto al sole in groppa alla sua mamma mi chiedo da chissà quante ore.

Subito mi sento in difficoltà.
Guardo mia figlia e penso che sono 3 ore che mi affanno per farle scegliere cosa mangiare, per coprirle la testa dal sole, per stare attenta che non beva acqua troppo fredda.

Dico a Gabri che vado a comprare qualcosa da quella mamma e che vado a portare un po’ di frutta fresca alla bimba e darle qualcosa da mangiare.

Ma non c’è stato bisogno di fare niente.

Perché oggi l’Italia bella è stata quella delle mie vicine di ombrellone che tutte insieme hanno detto a quella mamma come loro, di andare a lavorare tranquilla, perché alla sua bambina ci avrebbero pensato loro.

Ed è proprio così che è andata.
La mamma ha continuato il suo giro per le spiagge, e la piccola ha mangiato insieme a tutti i nostri figli sotto l ombra del ristorante dello stabilimento, ha giocato sulla riva, ha fatto i gavettoni insieme agli altri bambini della spiaggia.

E io oggi sono felice, perché è stato davvero bello vedere tutto questo

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 10:58:44 +0000

CRONACA

Muore dopo 31 anni di coma: nel 1988 rimase coinvolto in un incidente stradale a Brescia

Era in coma da 31 anni, da quando nella notte tra il 18 e 19 marzo del 1988 rimase coinvolto in un terribile incidente sulla A22. È morto venerdì scorso Ignazio Okamoto, conosciuto da tutti come “Cito”. Aveva 54 anni ed era accudito nella casa di famiglia di Collebeato, in provincia di Brescia, dai genitori.

La sua vita però si era fermata a 22, l’età che aveva quando rimase gravemente ferito in un incidente stradale nella notte della festa del papà: era a bordo di un auto che uscì di strada insieme ad altri quattro amici. Uno di loro morì, mentre “Cito”, madre bresciana e padre messicano di origini giapponesi, rimase in stato vegetativo.

“A volte è capitato che dagli occhi di Ignazio scendessero delle lacrime. Abbiamo sperato nel miracolo”, ha detto la madre Marina al Giornale di Brescia. “Mio marito ha lasciato il lavoro e per 31 anni ha seguito in casa nostro figlio. Ci siamo isolati dal mondo”.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 10:31:53 +0000

politica

Castagnetti ricorda su Twitter la "lezione di Berlinguer". La sua è una critica implicita al no di Zingaretti su Conte

Per combinare qualcosa bisogna esser disposti a bere dal calice amaro. È la morale della “lezione di Berlinguer” che Pierluigi Castagnetti, uno dei padri nobili del Pd molto vicino al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricorda su Twitter.

“Nel 1976 Berlinguer (che avrebbe preferito Moro) accettò Andreotti, perché riteneva che sono i programmi e non le persone il terreno e lo strumento della discontinuità”, si legge nel tweet di Castagnetti. Un messaggio, il suo, che sembra diretto in primo luogo al segretario Dem Nicola Zingaretti, il cui rifiuto granitico a Conte premier potrebbe far saltare la già difficile trattativa con i 5 Stelle.

 

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 10:21:33 +0000

politica

Neri Marcorè: "Inutile tornare a votare senza una nuova legge elettorale. Serve la governabilità prima di tutto"

“La politica è una cosa sporca, facciamola insieme”: la voce di Neri Marcorè riecheggia nel buio e nell’umidità del Vallone Cupo. Il suo indimenticato Pier Ferdinando Casini diverte tutto il pubblico arrivato a Calitri, mentre accanto a lui c’è l’amico Vinicio Capossela. Fratelli di terre del sisma, quelle interne, quelle dell’osso dell’Italia, compagni di intenti, direttori di festival - da Risorgimarche allo Sponz Fest - i due artisti si incontrano ancora per rovesciare il mondo: come lo vorremmo al posto di quello che è. 

E così Neri Marcorè diventa prima Branduardi che fa Mahmood, poi Ligabue e ancora Bruno Pizzul che canta “La leva calcistica della classe ’68” e poi il mitico Dino Zoff: sotto il segno dell’improvvisazione è andato avanti, fino a prendere la chitarra per intonare la canzone preferita di Matteo Salvini, quel “Pescatore” di Fabrizio De Andrè che “evidentemente - allude – non è stata capita”. 

L’arte è espressione politica, la sua in modo particolare. Nel futuro prossimo ci saranno progetti in televisione, ci saranno un paio di film, il teatro a partire e continueranno quei concerti che ormai porta avanti da diverso tempo.  

Neri Marcorè, tra musica, cinema, teatro, televisione e questa breve gita in Irpinia, ha pensato alla società che vorrebbe al posto di quella che c’è?

 “Abbiamo una società composta da individui che hanno dentro di sé tutti gli elementi per poter scegliere e decidere dove andare, quello che mi auguro è che si abbandoni la paura dell’altro, il timore di confrontarsi, di mettersi in gioco. Questo clima di sospetto e di avversità che si percepisce da qualche tempo spero sia passeggero, le persone dovrebbero capire che non porta da nessuna parte, perché i problemi si risolvono insieme e non si può fare a meno di essere solidali con gli altri. Alla fine sarebbe questo il modo di essere solidali anche con noi stessi, a tutti può capitare di sentirsi dalla parte dei reietti o degli emarginati, agire diversamente potrebbe rappresentare un elemento virtuoso che ricade in maniera positiva su tutti”. 

A questo stato di cose ha contribuito quella politica che oggi vive la sua crisi?

“Decisamente. Il Governo ha interpretato dei sentimenti che erano presenti, se così non fosse non avrebbe ottenuto tanti consensi. O almeno è questo che sembra in apparenza, alcuni rappresentanti politici in particolare raccolgono questi sentimenti e li amplificano. Penso che invece il compito della politica sia quello di porsi più in alto per cercare di migliorare le persone, mentre oggi si cerca di tirar fuori il peggio. Se c’è una responsabilità che imputo a chi cavalca certe paure, è quella di non saperle tradurre in soluzione e in speranze diverse, quello che vedo – a dispetto delle dichiarazioni – è solo la smania di gestire il potere. L’unico obiettivo pare essere quello di conservare la poltrona, altrimenti avremmo dei discorsi più disinteressati e rivolti al bene possibile per la società. Non percepisco alcun interesse nel disinnescare certi atteggiamenti, al contrario, vengono sfruttati per fini elettorali”. 

Rispetto invece alla possibilità di tornare al voto?

“Ritengo sia inutile tornare a votare per poi ritrovarsi in una situazione di stallo. Manca da troppi anni una legge elettorale, bisognava provare a fare prima quella per garantire una governabilità, qualsiasi partito vinca. Questo è quello che auspico dai tempi di Veltroni e della nascita del Pd: due schieramenti contrapposti, chi vince governa cinque anni. Purtroppo siamo tornati a questo ibrido tra proporzionale e premi di maggioranza, andare alle urne per creare in modo artificiale una maggioranza come quella attuale non ci porterà ad avere stabilità. Il Presidente Mattarella ha il polso della situazione, la sua figura è una delle poche certezze in questo momento. Spero sia lui a trovare la migliore soluzione, anche perché in questi giorni dopo le immediate prese di posizione da parte di ogni partito sono cominciati i distinguo, le condizioni, si è tornati ad una grande confusione e a molte contraddizioni, si è ricominciato a parlare di un Governo Lega-Movimento 5 Stelle. La politica in questa stagione è davvero poco credibile”. 

In termini di diritti, di rappresentanza, di democrazia, abbiamo fatto più passi avanti o indietro?

“Quella che viviamo è una fase politica molto delicata. È la fine delle ideologie, del fascino che esercitavano i partiti, alcuni valori si sono addirittura invertiti: l’inesperienza dei politici oggi viene spacciata per un valore. Addirittura chi fa politica per professione viene considerato un approfittatore, in realtà io credo non ci sia niente di male nel farla per mestiere, ma soprattutto nell’esercitarla come amministratore, come rappresentante per cui è necessario avere una preparazione che va riconosciuta. Il turpiloquio, il linguaggio terra terra diventa segno di autenticità, anche in questo caso chi fa politica dovrebbe elevarsi e cercare di essere un esempio, non tentare di intercettare l’elettorato in modo sguaiato o volgare. Ci sono tanti valori da rimettere a posto, bisogna vedere se si riuscirà prima di tutto ad alimentare un nuovo spirito critico che ci porti a ricomprendere quali sono le priorità per questo Paese e in che direzione andare. Al momento possiamo constatare un po’ di smarrimento nel trovare qualcuno che sia in grado di fare questo”. 

Il popolo riuscirà a riemergere, a ritrovare la sua coscienza civile, a sovvertire la situazione?

“Siamo a questo punto perché ci sono state delle mancanze, c’è molta delusione e c’è l’impossibilità di trovare qualcuno capace di interpretare al meglio i bisogni della gente. La speranza e la fiducia dovrebbero essere restituiti al popolo. Chi ha commesso errori in passato ora dovrebbe essere in grado di fare tesoro di tutto quello che sta accadendo per riuscire ad agire in una maniera concreta, percepibile come un vero cambio di passo rispetto ai nostri trascorsi. Ci vuole un grande senso di responsabilità e di autocritica in questo momento storico, un’analisi che i gruppi dirigenti dovrebbero poter fare”. 

Lei ha cominciato a lavorare da giovanissimo, oggi ci sono generazioni che si muovono su un filo sottile tra reddito di cittadinanza e precarietà, sembrano essersi spenti anche i sogni: se dovesse dare un consiglio a chi vuole portare avanti le sue passione e farle diventare una professione, cosa direbbe?

“A me è successo un po’ tutto per caso, ho spinto per tenere questa direzione. Quello che direi oggi è di fare esperienza, coltivare molti interessi, di formarsi come ho fatto io da ragazzo quando mi godevo il piacere di seguire i varietà, i programmi comici e quei conduttori come Corrado o Raimondo Vianello. Mi hanno nutrito Gigi Proietti, Enrico Montesano, Walter Chiari, ho fatto mio un materiale di alta qualità sapendo che mi avrebbe condotto a fare quello che volevo. Semplicemente nutrendosi di cose buone si arriva poi a riprodurre cose buone, quando ho cominciato a fare televisione ero un lavoratore dello spettacolo che studiava molto di quello che ancora non aveva ancora acquisito. L’unico consiglio che si può dare è quello di impegnarsi e non buttarsi giù quando arriverà il momento delle delusioni, perché sono grandi maestre. Ogni epoca ha le sue difficoltà, non credo che questa sia più difficile rispetto alle altre”. 

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 10:11:42 +0000

politica

"Non accettiamo veti". M5s pronto a chiudere il confronto col Pd se resta il no su Conte

“La soluzione è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepresidente Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L’Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno”. Così il M5S in una nota dopo il punto stampa del segretario del Pd Nicola Zingaretti, in cui aveva detto “la discontinuità è anche sui nomi”.

“Nessun confronto è possibile davanti ai veti, come quello che continua ad arrivare sul premier Giuseppe Conte. Se non si sciolgono i veti e non otteniamo le garanzie adeguate per il Paese diventa tutto molto difficile”. Così fonti M5S fanno filtrare l’irritazione del Movimento per il no granitico del segretario Pd Nicola Zingaretti alla riconferma della premiership a Conte.

Zingaretti e Di Maio si sono sentiti questa mattina e ognuno è rimasto sulle sue posizioni: i 5 Stelle vogliono Conte come unico premier dell’eventuale governo demostellato, mentre i dem assolutamente no. Il leader M5S ha ribadito di non accettare alcun veto su Conte. “Tutto il M5S è leale a Conte ed è l’unico nome come premier”, ha ripetuto Di Maio a Zingaretti.

All’irritazione dei 5 Stelle fa da controcanto il “malessere” del segretario Pd per “gli ultimatum” da parte di M5S, fanno sapere fonti della segreteria Pd. Nella telefonata con Di Maio - spiegano le fonti - Zingaretti ha ribadito il no a un Conte bis, per i motivi che aveva già spiegato al leader M5S, ovvero “per la necessità di marcare una discontinuità” con l’esecutivo attuale. Fonti Pd sottolineano che “si sta comunque cercando una soluzione” e il dialogo prosegue. Il segretario dem però avrebbe espresso un certo “malessere” per i continui ultimatum sui nomi lanciati dai 5 Stelle.

Tramontata l’ipotesi - avanzata sottotraccia dal Pd - di Roberto Fico a Palazzo Chigi, la trattativa rimane così al punto di partenza. A sfilarsi dalla partita per la premiership è stato lo stesso presidente della Camera. “Roberto Fico ricopre l’incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo”, evidenziano fonti di Montecitorio. Una soluzione, al momento, ancora non si vede, mentre all’interno del Pd i renziani fanno sapere di “sostenere” il segretario, anche nel caso decidesse di aprire a Conte.

Data articolo: Sun, 25 Aug 2019 10:00:23 +0000

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