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News da gliocchidellaguerra.it

#Gliocchidellaguerra.it

Guerra
Il raid turco non fu un errore. Gli Usa pronti a lasciare la Siria
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 13:57:06 +0000

Il bombardamento turco contro le truppe americane dell’altra sera non sarebbe stato un errore, come inizialmente affermato dal Pentagono. Ne è convinto Brett McGurk, ex inviato di Barack Obama e Donald Trump nella campagna contro lo Stato islamico che su Twitter ha scritto: “Le forze turche hanno sparato contro un avamposto militare americano noto a tutti nel nord della Siria. La Turchia conosce tutte le nostre basi, comprese le loro coordinate, come confermato da Segretario di Stato e dal Capo dello Stato maggiore congiunto due ore fa. Questo non è stato un errore”.  Un ufficiale dell’esercito americano citato dal Washington Post spiega invece la dinamica di quanto successo la scorsa notte: i colpi dell’artiglieria turca sarebbero atterrati su entrambi i lati dell’avamposto americano in modo da “raggruppare” i militari Usa. Secondo lo stesso quotidiano americano, il raid turco servirebbe a spingere i soldati americani più lontani dal confine.

L'avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)
L’avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)

Che Ankara stesse giocando “sporco” era noto da tempo. Già ieri, il portavoce della Marina Brook DeWalt aveva affermato che Ankara era a conoscenza della posizione delle truppe americane e che errori simili non verranno più tollerati in quanto “potrebbero comportare un’azione immediata da parte degli Stati Uniti”. Secondo il già citato McGurk dietro ai colpi di artiglieria turca ci sarebbe un messaggio chiaro da parte di Recep Tayyip Erdogan: gli Usa devono star lontani almeno 30 chilometri dal confine. Diversi funzionari ritengono invece che l’obiettivo di Ankara sarebbe quello di allontanare le truppe americane da Kobane. Ma non solo. Secondo quanto riporta il Washington Post, dopo l’avanzata turca, le truppe americane avrebbero lasciato la città di Tel Abyad.

La perdita di questa città ha determinato una situazione ormai “insostenibile” per gli Usa e il capo del Pentagono, Mark Esper, ha annunciato in un’intervista alla Cbs che gli Usa si stanno preparando ad evacuare 1100 soldati dal Nord della Siria “Nel modo più sicuro e rapido possibile”. Inoltre – ha proseguito Esper – “nelle ultime 24 ore, abbiamo appreso che (i turchi) probabilmente intendono estendere il loro attacco più a sud del previsto e ad ovest”.

Poco dopo le parole di Esper è intervenuto anche Trump che, su Twitter, ha scritto nella sua solita raffica di tweet: “Molto intelligente non essere coinvolti nel violento scontro lungo il confine turco, tanto per cambiare. Chi sbagliando ci ha portato nelle guerre in Medio Oriente vuole ancora combattere. Non ha idea della cattiva decisione che ha preso. Perché non chiedono una dichiarazione di guerra?”. E ancora: “I curdi e i turchi combattono da molti anni. La Turchia considera il Pkk i peggiori terroristi di tutti. Altri vorrebbero che andassimo e combattessimo per questa o quella parte. Lasciate che facciano! Stiamo monitorando da vicino la situazione. Guerre senza fine!”.

Secondo la ricostruzione fornita da Esper, i curdi siriani starebbero cercando di trovare un accordo con Mosca e Damasco per rispondere ai turchi. Ipotesi confermata in serata dall’Osservatorio siriano per i diritti umani che, come riporta Ansa, fa sapere che le truppe governative sono pronte ad entrare a Manbij e Kobane per difendere i curdi.

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Politica
La grande ipocrisia dell’Italia contro il Sultano
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 12:38:23 +0000

C’è un vento ipocrita che sta soffiando in tutta Europa e che investe, in particolar modo, l’Italia. Questo vento riguarda la volontà di bloccare l’esportazione di armi verso la Turchia. Un desiderio solo dichiarato da Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio che, a differenza dei loro colleghi europei, hanno parlato ma (finora) non agito. Germania, Paesi Bassi, Norvegia e altri Stati membri dell’Unione europea hanno deciso, con l’avanzata di Recep Tayyip Erdogan, di bloccare momentaneamente l’export di armi per “punire” il sultano per l’avanzata in Siria. L’Europa passa a una timida azione, quindi. Non come Unione europea, chiaramente, ma come singoli governi che provano cautamente a far capire alla Turchia che con “Sorgente di pace” ha esagerato.

Il problema però è che tutto questo coro di voci nei confronti del Sultano rivela la falsità di certi commenti: specie in Italia. Anzi, se Erdogan ha un merito è proprio quello di aver rivelato i sepolcri imbiancati che si nascondono nelle fredde cancellerie europee e nei corridoi di Palazzo Chigi dove adesso hanno tutti idea di avere un nemico dall’altra parte del Bosforo. Il problema è che questo “nemico” in realtà è solo di facciata. O meglio, se Erdogan si comporta da avversario, di fatto l’Italia e l’Europa l’hanno trattato da sempre come un interlocutore privilegiato. E specialmente riguardo l’export bellico. Un settore in cui l’Italia fa bene a riflettere sugli annunci che riguardano momentanei embargo anti Ankara, visto che siamo uno dei maggiori esportatori di armamenti, sistemi e materiali da guerra di tutta Europa.

I dati sono incontrovertibili. Fino al 2017 Ankara era il terzo maggiore importatore di armi made in Italy. Dopo Qatar e Pakistan, è la Turchia il Paese su cui si riversa maggiormente la nostra produzione bellica. E dal momento che si parla di miliardi di euro, la questione non va presa sottogamba. Ma soprattutto fa capire perché l’Italia, specialmente a sinistra, ci vada in punta di piedi con il Sultano.

Facile unirsi al coro dei “no” contro Erdogan quando è tutto il mondo a schierarsi verbalmente contro l’avanzata dell’esercito turco nel nord della Siria. Ed è altrettanto facile (e furbesco) chiedere, come hanno fatto Di Maio e i suoi compagni di governo, una presa di posizione dell’Unione europea. Più difficile è passare ai fatti. Un passaggio dall’idea all’azione che, tra le altre cose, l’Italia avrebbe tranquillamente il modo di realizzare: c’è una legge che autorizza il blocco di export bellico in caso di violazioni di norme internazionali e costituzionali. E di certo la Turchia non sta usando il guanto di velluto contro i combattenti curdi né la Siria ha mai autorizzato l’accesso delle forze della mezzaluna nel suo territorio. Basterebbe un gesto del governo: si applica la legge 185 del 1990 e si può interrompere l’export di armi verso l’esercito di Ankara.

Eppure, Pd e Cinque Stelle preferiscono trincerarsi dietro un possibile embargo di armi da parte dell’Unione europea. Richiesta abbastanza interessante, visto che in Unione europea non sono neanche in grado di approvare una commissione. E di certo nessuno ora vuole muovere una guerra industriale a chi, come la Turchia, rappresenta uno dei maggiori mercati per gli Stati europei nonché uno dei principali partner commerciali e strategici di ogni Stato membro. Una condizione che, se si aggiunge al ricatto del Sultano con i rifugiati e l’importanza delle forze turche nello scacchiere Nato, rende abbastanza chiaro il motivo per cui sia difficile che dall’Europa partano prese di posizione ancora più forti.

Difficile in Europa, figuriamoci in Italia, dove al governo è tornato quel Partito democratico che per anni è stato al potere e che ha autorizzato esso stesso ingenti vendite di materiale bellico all’esercito turco. Attività del tutto legittime, sia chiaro, e che hanno portato in Italia diverse centinaia di milioni di euro, oltre ad aver supportato una filiera industriale che produce posti di lavoro e guadagni. Ma fa sorridere che sia Zingaretti a chiedere un intervento europeo quando nel 2016 e nel 2017 l’Italia (guidata dai vari Renzi e Gentiloni) ha aumentato sensibilmente le autorizzazioni che sono scese soltanto con il governo gialloverde. La guerra in Siria c’era, il Pd governava, la Turchia non aveva certo dato prova di volere la stabilità e la pace a sud dei suoi confini per sconfiggere alternativamente Bashar al Assad e i curdi. E le milizie jihadiste sotto le bandiere dei filo-turchi erano evidenti al pari dei mai celati legami tra alti funzionari di Ankara e membri dello Stato islamico, che sopravviveva grazie ai fondi che circolavano in territorio turco.

Eppure nessuno aveva mai detto nulla: nessuno aveva gridato così tanto allo scandalo. E nel frattempo, le vendite continuavano. Adesso Di Maio e Zingaretti possono parlare: ma non è un mistero che i dem al potere sono riusciti nel curioso intento di armare con centinaia di milioni di commesse le forze di Ankara e dare armi anche agli stessi curdi. “Misteri” d’Italia che, furbescamente, chiede l’intervento Ue ma che in realtà non vuole fare di più. Sa che ha troppi interessi, sa che ha troppi legami, sa che ha troppa paura. E del resto la Turchia ha già fatto capire che nei suoi arsenali possono fare a meno delle armi europee: come ricorda Repubblica, gli arsenali turchi sono già pieni di armi made in Turkey.

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Guerra
Il terrorismo torna a colpire il Burkina Faso
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 08:51:55 +0000

Un nuovo attacco terroristico ha scosso il Burkina Faso. Uomini armati hanno fatto irruzione nella Grande Moschea di Salmossi, situata in una città del nord del Paese, nella giornata di venerdì ed hanno ucciso almeno sedici persone, un bilancio destinato ad aggravarsi. L’attentato non è stato rivendicato ma pare probabile che possa essere opera di uno dei gruppi jihadisti attivi nel Paese. La regione del Sahel è colpita, con regolarità, dalla guerriglia di radicali islamici che hanno sfruttato, nel tempo, la porosità dei confini nazionali, la grande estensione territoriale e l’impreparazione delle forze di sicurezza locali per radicarsi sul territorio. Al Qaeda e lo Stato islamico hanno aperto, in questo modo, un nuovo fronte di guerra per cercare di espandere la propria influenza. Almeno 585 persone hanno perso la vita a causa di attentati terroristici, in Burkina Faso, dal 2015 ad oggi ed il nord della nazione sembra particolarmente vulnerabile. Il 4 ottobre venti persone erano state uccise, da uomini armati, in una miniera d’oro nella provincia di Soum.

Una minaccia crescente

Secondo le Nazioni Unite almeno 250mila cittadini del Burkina Faso sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa delle violenze negli ultimi tre mesi e migliaia di scuole hanno dovuto chiudere a causa del clima di insicurezza. Il vicino Mali è l’epicentro dell’insurrezione delle milizie islamiste che, nel 2013, erano state molto vicine a prendere il potere ed a sconfiggere il governo centrale. Solamente l’intervento militare della Francia, ex potenza coloniale della regione che conserva vasti interessi strategici nell’area, con l’Operazione Serval aveva poi impedito il peggio. Le forze radicali si erano però ritirate nelle aree desertiche del nord del Mali e continuano a causare gravi problemi di instabilità.

La presenza di truppe straniere, in particolar modo francesi, in Burkina Faso è stata oggetto di una dimostrazione svoltasi nella capitale Ouagadogou. Mille persone hanno marciato, nella giornata di sabato, scandendo slogan contro il terrorismo e le violenze ma anche contro i contingenti militari attivi nel Sahel. Secondo i dimostranti la presenza di truppe straniere, tra cui ci sono anche americani e canadesi, non avrebbe indebolito ma rinforzato i gruppi terroristi e la lotta al jihadismo, secondo alcuni, sarebbe solo un pretesto per costruire nuove basi militari.

Le prospettive

L’instabilità che ha colpito il Burkina Faso negli ultimi anni ha tratto sostegno dal mutamento delle condizioni politiche del Paese. Nel 2014 il presidente Blaise Compaore, alla guida di un regime autoritario durato ventisette anni, era stato rimosso dal potere in seguito a forti proteste popolari. Il nuovo esecutivo di transizione, già nel 2015, aveva dovuto subire un tentativo di colpo di Stato da parte delle forze speciali fedeli all’ex presidente. Il golpe era fallito ma aveva provocato almeno quattordici morti e duecentocinquanta feriti. Due degli organizzatori del colpo di Stato sono stati recentemente condannati a dieci e venti anni di carcere per il ruolo ricoperto in quell’occasione.

La caduta del regime di Compaore, pur aprendo nuove prospettive democratiche per il Paese, ha comunque scoperchiato una sorta di Vaso di Pandora dentro il quale era nascosta l’insidia del terrorismo jihadista. L’antico dualismo tra la stabilità fornita dai regimi autoritari o l’instabilità delle democrazie nascenti, in particolare in Africa ed in Medio Oriente, ha così coinvolto anche il Burkina Faso. La nazione non può affrontare da sola il problema del radicalismo ed anche la G5 Sahel, un’organizzazione regionale che include anche Mali, Niger, Mauritania e Ciad ed ha lo scopo di lottare contro il terrorismo, sembra faticare in tal senso. La comunità internazionale, in particolare Francia e Stati Uniti, hanno provato a supplire alle carenze locali anche per difendere i propri interessi strategici nea regione. Le violenze, però, non si fermano e non è chiaro come e quando ciò potrà avvenire. L’approccio militare dovrà essere affiancato anche da interventi umanitari mirati e dalla costruzione di prospettive di crescita economica per la regione del Sahel, una delle più povere al mondo. L’esclusione sociale e l’impoverimento di molti, infatti, continuano a fornire carburante all’insurrezione jihadista ed a rinforzarla giorno dopo giorno.

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Guerra
I jihadisti stanno con Erdogan
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 08:09:59 +0000

Prima partiamo dalla “non notizia” che, in queste ore, gran parte dei media ha riportato: al fianco delle truppe di Recep Tayyip Erdogan sono presenti numerosi combattenti legati, chi in un modo e chi in un altro, alla galassia jihadista che da otto anni a questa parte sta tormentando la Siria. Una “non notizia” perché una situazione simile si era già verificata prima a Manbij e poi ad Afrin.

Il Sultano, infatti, ha sempre utilizzato i terroristi, spesso legati ai Fratelli musulmani, per portare avanti i propri interessi oltre confine. L’autostrada del jihad è stato l’esempio. La legione straniera dell’Esercito siriano libero, che ora è parte dell’Esercito siriano nazionale, ne è la prosecuzione. Quelli che fino a ieri venivano chiamati “ribelli moderati” oggi diventano jihadisti in piena regola che, nelle ultime ore, hanno provocato la fuga di almeno 130mila persone (secondo i numeri dell’Onu).

Basta vedere le immagini che provengono dal nord della Siria per rendersene conto. Un video diffuso su Twitter mostra ad esempio dei miliziani che stanno appoggiando l’avanzata turca obbligare un uomo a uscire dalla macchina. “I maiali del Partito curdo dei lavoratori”, dicono. “Allah Akbar”. E poi: “I loro prigionieri”. Risponde un altro guerrigliero: “Prendi il mio telefono, filmami mentre gli sparo con questo fucile da cecchino”. Partono così i colpi. Uno, due, tre: tutti rivolti contro il corpo esanime del malcapitato.


In un altro video, invece, si vedono altri miliziani che avanzano per combattere contro i curdi. Desiderano riprendersi tutta la Siria, dicono: vogliono arrivare fino ad Abu Kamal, al confine con l’Iraq, Al Mayadin e Deir Ezzor, la città avvolta dal deserto che per anni ha resistito alle barbarie dell’Isis. Poi un uomo alza la mano al cielo e pronuncia una semplice parola, “Baqiya“, ovvero la formula abbreviata di “Dawlat al-Islam Baqyia”, che significa: “Lo Stato islamico resta”. Infine tutti alzano il dito indice al cielo e pronunciano la frase di rito: Allah Akbar, Allah Akbar, Allah Akbar.

Un altro video, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo, mostra un miliziano del gruppo “Sultan Murad” prendere a calci il corpo morto di una donna curda curda: “Questo è il cadavere dei maiali”, dice.


La formazione maggiormente con più simpatie per l’Isis sarebbe Ahrar al Sharqiya, “un gruppo di ribelli siriani armati originario del Governatorato di Deir ez-Zor, di ideologia nazionalista e islamista, fondato da alcuni fuoriusciti di Al Nusra tra cui Abu Maria Al Qahtan” (Repubblica). In passato questo gruppo avrebbe stretto anche accordi con l’Isis. E questo non ci stupisce.

In questi otto anni di guerra, infatti, si è sempre chiuso un occhio (talvolta anche due) sulle simpatie dei gruppi ribelli. Ora però tutti sembrano essersi resi conto che qualcosa nella narrazione degli eventi siriani è andata storta. Ma è troppo tardi. Un ennesimo massacro si è già abbattuto in questa parte di mondo, che sembra essersi dimenticato della parola pace.

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Politica
L’indagine Russiagate si allarga al 2017. Ora trema Gentiloni
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 06:27:44 +0000

Come ha riportato InsideOver il 9 ottobre scorso,  l’indagine condotta dal team investigativo guidato dal procuratore John Duhram e dall’Attorney general William Barr sull’operato delle agenzie federali alle origini del Russiagate si estende e ora copre un arco temporale che interessa, per quanto riguarda anche l’Italia, anche il governo Gentiloni. Come riporta Fox News, Durham sta sondando una linea temporale più ampia di quanto precedentemente noto, secondo diversi funzionari dell’amministrazione Trump: il periodo preso in esame va dal 2016 – prima delle elezioni presidenziali di novembre – fino alla primavera del 2017, quando Robert Mueller viene nominato procuratore speciale per il Russiagate.

Su indicazione dell’Attorney general Barr, l’avvocato avrebbe inoltre ampliato la sua indagine con nuovi agenti e risorse, spiegano gli stessi funzionari a Fox News. Il procuratore Durham, detto “bulldog”, sta raccogliendo informazioni da numerose fonti, tra cui un certo numero di Paesi stranieri, tra cui l’Italia. Nel mirino, come più volte abbiamo rimarcato, c’è il docente maltese Joseph Mifsud e la sua rete di relazioni, anche con l’intelligence.

Si estende l’indagine di Durham e Barr

Nei mesi scorsi, il procuratore generale Barr ha nominato un Durham proprio per esaminare le origini dell’indagine sul Russiagate e determinare se la raccolta di informazioni sulla campagna di Trump fosse “lecita e appropriata”. Una “cospirazione” che potrebbe coinvolgere, almeno secondo gli uomini più vicini a Trump, le agenzie Usa e l’intelligence di Italia, Regno Unito e Australia. L’obiettivo dell’indagine di Washington, dunque, è quello di stabilire se il nostro governo o i nostri servizi – nel periodo dei governi Renzi e Gentiloni – abbiano collaborato con i democratici per cospirare contro la campagna di Donald Trump insieme ad Australia e Regno Unito.

La notizia che conferma l’estensione delle indagini del Procuratore Durham potrebbe avere ripercussioni anche per il nostro Paese dopo il doppio vertice romano del 15 agosto e del 27 settembre fra Barr, Durham e i vertici della nostra intelligence. Come nota Daniele Capezzone su La Verità, infatti, andare al 2017 significa includere anche il governo Gentiloni e non solo l’ultimo semestre del governo Renzi (del quale Paolo Gentiloni era peraltro ministro degli Esteri). A questo punto si comprende meglio il nervosismo di entrambi (Renzi e Gentiloni) quando, un paio di giorni fa, Giuseppe Conte, autorizzando l’incontro tra il capo del Dis Gennaro Vecchione e William Barr, spiegava di averlo fatto per cercare “nell’interesse dell’Italia di chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri Servizi all’epoca dei governi precedenti”. Un messaggio, nota sempre Capezzone, politicamente minaccioso per gli alleati di governo di Conte, che non hanno affatto gradito le esternazioni del presidente del Consiglio.

Conte e il nervosismo dei palazzi romani

Secondo quanto riportato da Repubblica, c’è il grande timore a Palazzo Chigi che la stampa americana possa avere tra le mani e pubblicare il report degli incontri romani del ministro della Giustizia Barr. Una “carta”, sottolinea il quotidiano, che non si trova sotto il controllo delle autorità italiane e nella quale potrebbero essere sintetizzati i contenuti degli incontri romani dello scorso agosto. Gli americani, nel frattempo, pressano il governo italiano.

Il ministro della giustizia degli Stati Uniti Barr e il procuratore Durham, infatti, potrebbero tornare presto in Italia. Lo rivela una fonte anonima dell’intelligence Usa all’agenzia di stampa Reuters, che conferma come al centro degli incontri fra Barr e i vertici dell’intelligence italiana del 15 agosto e del 27 settembre, ci fosse il docente maltese Joseph Mifsud e la sua rete – vastissima – di relazioni. In attesa che lo stesso Conte riferisca al Copasir ora guidato dal leghista Volpi.

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Economia
Le banche francesi e tedesche temano per il No Deal
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 06:00:55 +0000

“No voice, no veto, no vote”: Nigel Farage, leader del Brexit Party trionfatore alle (probabili) ultime elezioni europee della storia britannica, ha bocciato in maniera netta l’ipotesi di un’uscita negoziata di Londra dall’Unione europea, a suo dire foriero di una sudditanza del Paese ai vincoli di Bruxelles.

C’è da dire che per molti Paesi dell’Ue un accordo è ancora più desiderabile di quanto possa esserlo per Londra, in quanto rappresenterebbe un presupposto per non cadere nell’incertezza. E non parliamo della possibile fine di convenzioni Londra-Bruxelles su temi, pure importanti, come la pesca o l’agricoltura. Né della questione-pretesto sbandierata dai due fronti confusi che appaiono oggi guidati da Boris Johnson da un lato e Angela Merkel dall’altro, il backstop al confine irlandese.

Ci sono questioni molto più difficili da risolvere che mettono in gioco interessi per miliardi di euro, ogni giorno: parliamo degli accordi sulla gestione dei titoli derivati tra le banche europee e l’autorithy della City a essa dedicata, la London Cleaning House (Lch). Le banche francesi e tedesche – che detengono da sole il 75% dell’enorme massa di 6.800 miliardi di titoli derivati presenti nei bilanci delle banche europee – hanno infatti una forte dipendenza dal diritto e dal sistema anglosassone e necessitano di veder confermati gli accordi intra-Ue siglati da Londra per continuare ad operare in maniera lineare. Discrepanze della legislazione o vuoti normativi metterebbero a repentaglio la stabilità di un sistema in larga misura “ombra”, in cui si nascondono questioni problematiche come quella della marea di derivati tossici che ingolfa i bilanci di Deutsche Bank.

Dietro il lungo rinvio della Brexit vi è certamente anche la ricerca di una quadra sul tema. L’Esma, l’autorità europea sugli strumenti finanziari di mercato, ha dichiarato più volte che la Lch potrà continuare a trattare i derivati dell’Unione (un quarto della massa di 3mila miliardi gestiti ogni giorno dalla camera di compensazione inglese) finché vi sarà concordanza tra le rispettive normative. Ma un “no deal” rimetterebbe sul tavolo l’intera questione, specie perché i requisiti europei in termini di trasparenza cozzano con il “convitato di pietra” della questione, l’autorità americana Commodities Futures Trading Commission (Cftc), che collega le borse di Londra e Chicago. La Cftc tratta i derivati di natura energetica e garantisce a Londra di avere un ruolo determinante come camera di compensazione dei titoli denominati in dollari.

La soluzione appare destinata a protrarsi in un muro contro muro. I derivati europei sono certificati secondo il diritto privato inglese sotto l’egida dell’International Swaps and Derivatives Association (Isda), e per le banche risulta difficile capire come muoversi per trovare una garanzia alternativa.

Chiedere al Regno Unito un’adesione a sistemi di regole esterni su un tema in cui la City è egemonica sarebbe problematico, per l’Ue

Al tempo stesso, è chiaro che la questione finanziaria sia primaria anche per il governo Johnson e la sua idea della “Singapore sul Tamigi“.Una soluzione di garanzia potrebbe venire dalla Borsa di Milano, controllata dal London Stock Exchange, in cui la City avrebbe gioco facile a decentrare parte della sua struttura in maniera da dare sicurezza agli investitori senza sottostare a diktat. Il governo italiano capirà le prospettive strategiche che questa possibilità aprirebbe per il Paese e l’economia?

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Guerra
Siria, la ritirata “strategica” degli Usa
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 06:00:31 +0000

La parola d’ordine al Pentagono è una sola: nessuno scontro con gli alleati della Nato. Alle truppe americane dislocate lungo la cosiddetta “zona cuscinetto” nel nord della Siria è stata impartito l’ordine di ritirarsi per prendere posizione in altre installazioni militari, più sicure e ben distanti dall’offensiva dell’esercito turco. Sul campo resterebbero solo pochi uomini delle forze speciali che non devono e dovranno far parola di cosa sta accadendo in queste ore in terra siriana.

La decisione del presidente Donald Trump di “spostare” le truppe che proteggevano il territorio cuscinetto fra Siria e Turchia, e potevano fungere da “occhi e orecchie” della Nato per osservare da una posizione privilegiata le mosse di Recep Tayyip Erdogan, ha sollevato le critiche di repubblicani e democratici, e il dissenso dell’opinione pubblica di tutto il mondo. Ma l‘abbandono informale dei combattenti curdo-siriani che – dopo essersela vista con le milizie jihadiste del Califfato, dovranno vedersela da soli con le divisioni corazzate del Sultano – rappresenta un punto di non ritorno.

Il presidente americano si è limitato a commentare con un tweet di “disapprovazione” la notizia che l’offensiva turca nel nord della Siria era iniziata e che, come ci si aspettava, i cacciabombardieri F-16 dell’aeronautica turca avevano colpito i primi obiettivi curdi. Trump ha definito una “cattiva idea” la scelta di colpire i curdi, ma il monito si è immediatamente perso nell’affermazione, risibile, che i curdi non avevano mai “aiutato” gli Stati Uniti nelle guerre del passato: ad esempio durante l’Operazione Overlord del 1944, lo sbarco in Normandia.

Nessun passo indietro, dunque, e nessun ascolto prestato alle suppliche del Senato americano e delle Nazioni unite, che temono per il destino dell’enclave curda che Erdogan intende indebolire fino alla sua completa sparizione. Sebbene le forze speciali americane non avrebbero mai attaccato l’alleato della Nato, esse potevano almeno fungere da deterrente per impedire con la loro presenza bombardamenti su obiettivi curdi, e per proseguire nella loro missione di sorveglianza del territorio siriano dove cellule dell’Isis sono ancora attive. Dei 2mila soldati americani presenti in Siria l’anno scorso, ora rimarrebbero meno di mille uomini, e le centinaia dislocate nell’area cuscinetto interessata dall’offensiva turca sono state spostate lontane dal conflitto.

Se in passato il Pentagono aveva sperato di poter mantenere la sua presenza strategica in Siria, con lo scopo di “tenere sotto controllo” la situazione e di proseguire nell’addestrare e supportare le forze curde (alleato chiave nella lotta all’Isis), oggi la linea sembra del tutto diversa. L’ex segretario della Difesa James Mattis si era mostrato in disaccordo con l’ondata di ritirate dal Medio Oriente desiderate dal presidente e quando Trump lo scorso dicembre decise di richiamare le truppe dalla Siria, le dimissioni a beneficio di un segretario della Difesa che fosse più “allineato” con le idee del presidente non si erano fatte attendere. Il generale Mattis, “cane pazzo” dei Marines, era profondamente in disaccordo con l’idea di lasciare i curdi da soli in uno scenario così delicato. Scelta che invece è stata lentamente abbracciata prima dal suo sostituto Pat Shanahan e poi espletata dal nuovo segretario alla Difesa Mark Esper.

Il desiderio espresso senza giri di parole da Trump è sempre stato quello di “porre fine a queste stupide guerre senza fine” – in Siria come in Afghanistan – ma questo tipo di decisioni, nonostante la sua “grande e ineguagliabile saggezza” , non tengono conto delle conseguenze, sia su punto di vista strategico che sul punto di vista umanitario. Il tradimento informale dell’ex alleato curdo passa quasi in secondo piano se viene osservato lo scenario all’interno dello scacchiere mondiale, dove sono compresi anche Russia, Iran e Turchia. Altro punto da non sottovalutare sono i campi di prigionieri dell’Isis, dove sono detenuti oltre 12mila miliziani con le loro famiglie. I curdi dell’Ypg hanno già ammonito Washington nella sua scelta di “sfilarsi” da questo delicato scenario, delineando la possibilità che una chiamata alle armi per difendere dia turchi il territorio che i curdi reclamo come loro potrebbe far collassare il sistema e permettere una fuga dei militanti dell’Isis, che immediatamente potrebbero riorganizzarsi in seno a ciò che rimane dello Stato islamico in Siria.

Secondo quanto reso noto, i soldati americani rimasti a ridosso dell’area operazioni si sono ritirati nei centri di comando più arretrati e oltre il confine iracheno, nella regione autonoma del Kurdistan. I critici più aspri non hanno avuto remore nel definire la scelta di Trump “un atto moralmente vergognoso”. E, a quanto pare, anche nelle fila dell’esercito molti ufficiali hanno mostrato il loro disaccordo. Nonostante l’ordine sia quello di non fare parola di ciò che sta accadendo in Siria, un membro delle forze speciali avrebbe dichiarato a una fonte di Fox News che per la prima volta nella sua lunga carriera si è “vergognato” della condotta cui il suo Paese lo ha costretto.

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Politica
Cina e India: quasi amici
Data articolo:Sun, 13 Oct 2019 05:00:04 +0000

Un giorno prima del vertice ufficiale tra Xi Jinping e Narendra Modi, circa 2mila studenti di una scuola di Chennai, città indiana a 55 chilometri di distanza da Mahabalipuram, luogo dell’incontro tra i due leader, hanno organizzato un benvenuto speciale per il presidente cinese. I ragazzi sono scesi nel cortile e hanno creato una coreografia che ha riprodotto i caratteri cinesi del nome di Xi indossando maschere che raffiguravano il volto dell’uomo più importante della Cina. Basta questo per capire quanto fosse atteso il faccia a faccia tra i presidenti dei due Paesi più popolosi al mondo, il secondo vertice informale dopo il meeting del 2018 a Wuhan.

I nodi da sciogliere

Cina e India sono rivali, e su questo non c’è alcun dubbio. La Nuova Via della Seta rischia di strangolare Nuova Delhi, che ora sta meditando di aderire al progetto infrastrutturale alternativo proposto da Stati Uniti e Giappone. Tuttavia ci sono almeno due nodi che legano in modo indissolubile il governo indiano e quello cinese: il primo riguarda il Kashmir, il secondo il controllo dell’Asia centrale da ottenere mediante il commercio. Partiamo dalla complessa situazione del Kashmir, Stato indiano rivendicato da Cina e Pakistan che negli ultimi mesi è stato al centro del dibattito internazionale per la controversa decisione di Nuova Delhi di togliergli lo status speciale. La scorsa settimana Xi ha incontrato il primo ministro pakistano Imram Khan. Il leader cinese ha dichiarato che Pechino sosterrà il Pakistan su questioni riguardanti i suoi “interessi fondamentali”. Una presa di posizione chiara, che cozza contro la visione dell’India. Il commercio è l’altro punto di frizione che crea tensioni tra il Dragone cinese e l’Elefante indiano: entrambi i governi sono diffidenti e vedono l’espansione commerciale dell’altro come una minaccia indiretta ai propri interessi.

Un equilibrio che fa bene a tutti

Kashmir, commercio, rivalità storica, rapporto con gli Stati Uniti, Nuova Via della Seta e tanto altro ancora: sul tavolo ci sarebbe di tutto per far restare Cina e India eterne nemiche. Pechino ha però scelto di smorzare ogni tensione e creare un nuovo equilibrio. Secondo quanto riportato dall’agenzia cinese Xinhua, Xi e Modi hanno parlato di “questioni che portano in sé un significato strategico, complessivo e di lungo termine sulle relazioni bilaterali”. Ecco che è proprio l’equilibrio il concetto base che emerge dal vertice Xi-Modi, con i due grandi capi ritratti in un’immagine emblematica. Modi e Xi si tengono per mano e sono collocati esattamente al centro della foto; in sottofondo si vede una grande pietra in equilibrio. Insomma, il quadretto perfetto per indicare il ritrovato equilibrio tra i due colossi asiatici. Il messaggio che emerge può a grandi linee essere il seguente: India e Cina sono concorrenti e continueranno ad esserlo, ma è meglio per entrambi i Paesi che questa concorrenza si realizzi in maniera pacifica e senza tensioni di alcun tipo. D’altronde entrambi sono in crescita, hanno differenti sfere di influenza (l’India punta più all’Asia Centrale, la Cina, in prima battuta, all’area del Pacifico) e insieme possono far brillare il sistema asiatico. Il Dragone, per l’ennesima volta, ha sfoggiato al mondo il suo modo di operare: gli affari prima di tutto il resto. Perché dove ci sono tensioni gli affari non possono decollare.

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Economia
Cosa prevede il mini accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina
Data articolo:Sat, 12 Oct 2019 15:14:19 +0000

È ancora presto per parlare di un vero e proprio accordo commerciale. Quello raggiunto ieri tra Stati Uniti e Cina, come è già stato soprannominato dai media americani, è un mini accordo, un primo passo verso la fumata bianca definitiva, che ancora non è ancora dato sapere né se né quando ci sarà. Trump ha annunciato ai giornalisti che Pechino e Washington “hanno raggiunto una prima fase di accordo sostanziale”, ma il punto di incontro deve ancora essere messo nero su bianco. Il segretario al Tesoro statunitense, Steven Munchin, uno dei due esponenti di spicco del team di negoziatori statunitensi oltre al rappresentante al Commercio Robert Lighthizer, ha spiegato cosa prevede la cosiddetta “Fase 1”.

Gli Stati Uniti congelano i dazi che sarebbero scattati il prossimo 15 ottobre su merci made in China dal valore di 250 miliardi di dollari e importate in territorio americano (addirittura era previsto l’aumento delle tariffe dal 25% al 30%). In cambio la Cina, per bocca del vicepremier Liu He, si impegnerà ad acquistare prodotti agricoli e alimentari americani per 40-50 miliardi di dollari; Pechino provvederà anche a risolvere vari aspetti legati sia alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, sia a rivedere i servizi finanziari.

Un sospiro di sollievo

La Cina è soddisfatta di quanto raccolto alla Casa Bianca, e non poteva essere altrimenti visto che i dazi di metà ottobre avrebbero causato non pochi danni all’economia cinese in vista del boom di compravendite previsto nei prossimi mesi in vista per il periodo natalizio. Senza l’ombra minacciosa delle tariffe, sia le fabbriche cinesi di beni di consumo quotidiano sia le grandi aziende tecnologiche, tirano un sospiro di sollievo, ma ci sono ancora da disinnescare i dazi previsti per dicembre sul quale Trump non ha ancora preso una decisione. Il governo cinese, intanto, pensa già alla Fase 2, che prenderà il via non appena terminata la Fase 1 (nel giro di due-tre settimane). Successivamente, c’è chi ha già ipotizzato l’incontro decisivo tra Donald Trump e Xi Jinping, che potrebbe tenersi nel mese di novembre.

Cosa si nasconde dietro al mini accordo

Ma cos’è cambiato tra questi ultimi negoziati commerciali e quelli che si sono svolti nei mesi precedenti? In molti se lo sono chiesto, incuriositi da cosa possa aver spinto Trump ad accettare un mini accordo con la Cina. Il presidente ha affermato che ora “l’accordo trovato è più grande”. La spiegazione è molto politica e poco incline alla realtà. La sensazione è che più che un accordo conveniente, Trump sia stato convinto dalla necessità effettiva di trovare un qualsiasi compromesso con la controparte cinese. Le elezioni americane si avvicinano e gli agricoltori dell’America profonda hanno perso la pazienza nei confronti di un presidente che li sta danneggiando portando avanti una scellerata guerra commerciale. Per non perdere il loro decisivo sostegno, Trump è stato costretto a fare un passo in direzione della Cina. In ogni caso, il tycoon spinge per riscrivere nuove regole del commercio globale, regole che smettano di avvantaggiare Pechino a discapito dell’Occidente. Comunque vada la contesa, la fine della telenovela, questa volta, (forse) è davvero vicina.

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Donne
Attentato a Qamishli: l’Isis uccide chi lotta per l’uguaglianza delle donne
Data articolo:Sat, 12 Oct 2019 15:11:08 +0000

È l’11 ottobre. L’operazione rinominata “Sorgente di pace” è al suo terzo giorno e l’esercito turco prosegue i suoi attacchi contro le città di Serekaniye e Tell Abyad, colpendo anche le carceri in cui sono detenuti i jihadisti catturati dalle forze curde che dal 2014 ad oggi hanno lottato contro lo Stato islamico. Sconfiggendolo, ma perdendo ben 11 mila combattenti, per lo più giovani, i cui ritratti affollano il Muro dei martiri. Parliamo di quello stesso Isis che, distrutto “al 100%” secondo il presidente degli Usa Donald Trump, sta adesso risorgendo dalle ceneri, approfittando ancora una volta della guerra e del caos. L’11 ottobre le strade di Qamishlo, città che sorge nel Nord-est della Siria e a maggioranza cristiana, sono scosse dal fragore di un’autobomba. Poco dopo arriva la rivendicazione da parte dell’Isis: “Siamo stati noi”. Si parla di sei civili morti, in seguito il numero viene ridimensionato a tre. Tra di essi vi è anche una donna, Hevin Khalaf, segretaria del Partito per il Futuro della Siria.

Khalaf e le donne del Rojava

La morte di Khalaf non è salita all’onore della cronaca solo perché si tratta di personaggio politico, ma anche perché rappresenta tutto ciò che l’Isis detesta e vuole distruggere, con qualsiasi mezzo. Khalaf era prima di tutto una donna e come ha detto su InsideOver l’attivista curda Berivan “(noi donne, ndr) siamo sempre le prime ad essere attaccate, nella maggior parte dei casi in maniera brutale e con grande intensità” da tutti coloro che non accettano “la nostra liberazione” e le politiche fondate sull’uguaglianza di genere e sul rispetto reciproco, pilastri del Confederalismo democratico su cui si fonda la rivoluzione del Rojava. Anche l’azione politica di Hevin Khalaf era una minaccia per l’Isis e per la sua ideologia. Segretaria del Partito per il futuro fondato nel 2018, si era impegnata in prima persona per la pace nel suo Paese, dirigendo di recente un forum tribale tutto al femminile e battendosi per una transizione democratica nel periodo post-bellico. La formazione politica a cui apparteneva ha come capisaldi la laicità dello Stato, mira alla creazione di una Siria in cui ci sia spazio per tutte le identità, rinuncia alla violenza in favore di una soluzione pacifica delle controversie e ha tra i suoi obiettivi il raggiungimento dell’uguaglianza tra uomini e donne. Pace, diritti, parità di genere, non-violenza. Questi erano gli ideali in cui Hevin Khalaf credeva, in diretta opposizione alla guerra, al sangue, alla mancanza di diritti e alla repressione di ogni libertà delle donne che la mentalità dell’Isis porta con sé e che le donne e gli uomini del Rojava hanno allontanato a caro prezzo dai loro territori.

Il ritorno dell’Isis

Lo Stato islamico, come dimostra l’attentato a Qamishli, è ancora attivo. L’autobomba esplosa nel centro cittadino l’11 ottobre è solo il primo attacco condotto dal gruppo islamico dall’inizio dell’invasione turca ed è certo che altri, ugualmente e forse anche più sanguinosi, faranno seguito. La notizia del ritorno dei jihadisti in queste ultime ore ha sorpreso molti, ma non dovrebbe essere così: gli stessi curdi dopo aver dichiarato sconfitto lo Stato islamico come entità territoriale avevano avvertito che il nemico non era stato del tutto annientato. Le cellule dormienti restavano un pericolo e avrebbero aspettato il momento giusto per tornare, come appena successo. A ciò va poi aggiunta la presenza degli estremisti islamici nelle fila del Syrian National Army appoggiato dalla Turchia, informazione nota da tempo ma che desta preoccupazione solo adesso. Gli avvertimenti dei curdi però sono rimasti inascoltati, la presenza degli estremisti nel Paese è stata tollerata troppo a lungo e tutto ciò ha portato alla morte di Hevin Khalaf, che non potrà più proseguire nella sua lotta politica. Le donne del Rojava però continueranno a portare avanti gli ideali in cui la Segretaria credeva, fino a quando non daranno vita a una società diametralmente opposta rispetto a quella che il “califfo” al Baghdadi ha sognato di instaurare. Ma se la comunità internazionale non fermerà l’invasione turca, Khalaf e tanti altri saranno morti invano e anche quella del Rojava resterà una rivoluzione incompiuta.

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