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News da gliocchidellaguerra.it

#Gliocchidellaguerra.it

Politica
Istanbul torna al voto: perché le nuove elezioni sono importanti
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 14:47:10 +0000

“Chi controlla Istanbul controlla la Turchia”. Parole emblematiche quelle pronunciate dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel 2017, ma che fanno sentire tutto il loro peso ancora oggi, nel momento in cui i cittadini di una della più importanti città del Paese tornano al voto per eleggere – o meglio rieleggere – il proprio sindaco.

Il 31 maggio infatti Istanbul aveva già scelto Ekrem Imamoglu come suo primo cittadino. Candidato del Partito popolare repubblicano (Chp) di orientamento kemalista, Imamoglu aveva sconfitto il suo avversario Binali Yildirim dell’Akp, il partito del presidente Erdogan.

Una sconfitta, determinata anche dal sostegno della popolazione curda a Imamoglu, che il capo di Stato turco non ha accettato, come dimostra il ritorno al voto dopo l’annullamento da parte della Commisisone elettorale (Ysk) dei risultati del 31 maggio.

Per Erdogan, Istanbul non è una città qualunque. Non si tratta solo del più importante polo economico del Paese, ma anche della città in cui lui stesso ha ricoperto la carica di primo cittadino dal 1994 al 1998 e da cui ha preso avvio la sua scalata al potere.

La reazione del presidente turco ai risultati delle elezioni amministrative come si è visto non è stata delle più democratiche, segno di una costante erosione delle libertà e del rispetto dei diritti dei cittadini che Erdogan sta portando avanti da anni e che si è intensificata dopo il fallito golpe del 2016. Facendo pressione sui membri della Commissione elettorale, il presidente ha ottenuto l’annullamento dei risultati e imposto il ritorno al voto il 23 giugno.

Giusto in tempo per cercare di cambiare le carte in tavola e aumentare le chance di vittoria del suo candidato.

Il peso della minoranza curda

È all’interno di questa strategia che si inserisce un evento particolarmente significativo e passato abbastanza inosservato sui media internazionali: l’incontro, dopo otto anni di isolamento, tra il leader del Pkk (Partito dei lavoratori curdo) Abdullah Ocalan, detenuto nel carcere di Imrali dal 1999, e i suoi avvocati. Una decisione che ha portato anche alla fine dello sciopero della fame di 7mila curdi in tutto il mondo, che chiedevano il rispetto dei diritti del loro leader.

La mossa di Erdogan però non sembra destinata a dare i frutti sperati. Selahattin Demirtas, capo politico del Partito democratico del popolo (Hdp, filo-curdo), dal carcere in cui si trova rinchiuso da due anni e mezzo ha esortato i suoi elettori ha sostenere ancora una volta Imamoglu.

Secondo Demirtas i curdi hanno uno seconda possibilità di dimostrare la loro opposizione a Erdogan dando un contributo importante – “fondamentale” per usare le sue parole – alla vittoria del candidato del Chp.

L’Hdp non è l’unica fazione politica ad aver deciso di sostenere Imamoglu. Contrariati dalla forzatura del presidente Erdogan, anche gli altri partiti di opposizione hanno via via annunciato che non presentaranno propri candidati per favorire la vittoria di Imamoglu.

Una strategia vincente, a guadare i sondaggi: il candidato dell’Hdp, nonostante il silenzio della stampa nazionale controllata dal presidente e dal suo partito, è dato infatti per vincitore.

Ipotesi post-voto

Se il risultato sembra essere abbastanza scontato lo stesso non si può però dire per la reazione che avrà Erdogan. Contestare per la seconda volta la vittoria di Imamoglu potrebbe scatenare la reazione dei cittadini e già alla vigilia delle prime votazioni i rappresentanti del partito filo-curdo avevano avvertito di una possibile sollevazione popolare.

Senza contare che l’instabilità sociale avrebbe effetti anche sul versante economico, già fortemente in crisi: la lira continua a svalutarsi, gli investimenti esteri diminuiscono mentre cresce il tasso di disoccupazione.

Accettare la vittoria di Imamoglu d’altro canto vorrebbe dire cedere all’opposizione una delle più importanti città della Turchia e ammettere una perdita di importanza del suo partito, per lo meno a Istanbul, e riconoscere il peso di una minoranza la cui stessa esistenza Erdogan continua a negare.

Ipotizzando che Imamoglu vinca le elezioni e che il presidente ne accetti l’esito, bisogna comunque fare attenzione a non leggere un simile risultato come la fine di Erdogan.

Le urne del 31 maggio hanno dimostrato che l’Akp è ancora forte nel Paese e l’alleanza Hdp-Chp difficilmente potrebbe essere riprodotta anche a livello nazionale, almeno allo stato attuale.

Una simile ipotesi sarebbe possibile solo se il Partito popolare repubblicano cambiasse il suo atteggiamento verso la minoranza curda, impegnandosi a garantire quei diritti che il “popolo della montagna” si è sempre visto negare. Ma non sembra un’ipotesi plausibile nel breve periodo.

Per ora non resta che aspettare domenica 23 giugno e il risultato delle urne.

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Economia
Trump dichiara guerra al surplus commerciale tedesco
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 13:38:07 +0000

L’affondo di Donald Trump contro le scelte di politica monetaria della Bce di Mario Draghi, legato alla decisione del leader uscente della Bce di avviare una nuova fase di stimolo monetaria simile al concluso quantitative easing, nasconde un bersaglio ben preciso ma tutto sommato ben identificabile: la Germania. Critica dei quantitative easing del governatore della Bce, Berlino ne è stata, in maniera più o meno indiretta, la massima beneficiaria, potendo veder consolidata la sua strategia mercantilista diretta, in primo luogo, verso gli stessi Paesi membri dell’Eurozona. La combinazione tra bassi tassi e incentivi al superamento dell’austerità di matrice teutonica nei Paesi europei non si è accompagnata a un analogo atteggiamento da parte di Berlino, che “barando” ha potuto continuare la sua linea mercantilista: elevata flessibilità del lavoro, nessun vero sostegno alla domanda interna, sfruttamento delle esportazioni come volano economico e acquisizione di surplus fuori dai livelli di guardia nei confronti degli altri Paesi dell’Eurozona.

Mario Draghi, giunto all’ultimo miglio della sua gestione della Bce, ha sicuramente avuto il merito di aver arginato il dogma dell’austerità propagandato da Angela Merkel e dai suoi corifei (Rutte, Katainen e compagnia) ma sul lungo periodo con il suo quantitative easing non è riuscito, complice la debolezza politica delle istituzioni Ue, a imporre un reale cambio di paradigma, forse nemmeno desiderato a Francoforte e Bruxelles, impostando stimoli di più ampia portata all’economia reale. E così l’euro deprezzato dall’espansione monetaria ha fatto il gioco delle esportazioni tedesche nel Vecchio Continente e nel mondo. Trump manca di tatto diplomatico e, in certi casi, confonde la politica monetaria con le mosse dei mercati, ma centra il punto.

“In una fase in cui esplodono i debiti pubblici e i deficit e in cui questo fenomeno si osserva da anni nei principali blocchi globali, la principale economia dell’area euro, la Germania, continua a macinare surplus commerciali interni ed esterni con un deficit contenutissimo”, sottolinea Italia Oggi. “Fuori dall’unione monetaria questo sarebbe impossibile e la Germania sarebbe da anni alle prese con un cambio insostenibile per le proprie imprese e con una profonda e imposta dall’esterno opera di cambiamento del proprio modello economico; quello che si perde con le esportazioni deve essere bilanciato dal mercato interno via stimoli fiscali e investimenti. L’alternativa è quella mostrata negli ultimi anni dalla Banca centrale svizzera che per evitare una rivalutazione ha investito cifre colossali sui mercati globali”.

Trump prosegue ad alta voce la polemica antitedesca che, sotto traccia, da tempo gli Usa continuano ad animare. Iniziata a fari spenti durante l’era Obama, la manovra antitedesca degli Usa è stata articolata in una componente geopolitica (evitare la saldatura economica e politica di Berlino con Mosca e Pechino, incubo strategico di Washington) ed economico-monetaria (imporre alla Germania l’addio alle logiche austeritarie e convincerla a dare il suo contributo alla crescita della domanda globale). Per l’elaborazione della seconda l’amministrazione Obama ritenne positiva l’ascesa alla guida della Bce di Mario Draghi, uomo di provata lealtà atlantica e ritenuto l’antemurale contro il dilagare dell’austerità in Europa.

Anni dopo, possiamo ritenere che la Germania abbia profondamente condizionato le dinamiche politiche comunitarie. Predicando l’ossessivo rispetto delle regole europee ma riservandosi una sua aderenza selettiva. Violando quelle sul surplus di bilancio, che numerosi economisti tedeschi non hanno esitato a definire “tossico”. Rifiutando per anni ogni espansione della domanda interna, fino a che l’aumento del disagio sociale e il fallimento dei pacchetti di riforma Hartz (la cosiddetta “povertà per legge”) non hanno indotto la Merkel a procedere a un moderato incremento delle pensioni sociali. “Mentre il mondo è alle prese con le conseguenze della decisione americana di riequilibrare i rapporti con la Cina e con l’esaurimento delle munizioni delle banche centrali dopo la crisi Lehman, la Germania procede verso una recessione e continua a non spendere nulla accumulando surplus commerciali”, fa notare Il Sussidiario. Dal canto suo, è chiaro che il bersaglio diretto di Trump non possa essere la figura di Draghi: anzi, probabilmente il Presidente desidererebbe avere un “Draghi al quadrato” al posto del governatore della Fed Jerome Powell, per poter dopare con valuta di nuova emissione a basso prezzo un nuovo rally delle borse newyorkesi in vista del cruciale anno elettorale che si apre alle porte. Il contenzioso tedesco-americano, però, passa anche dal ramo valutario, ed è una sfida a tutto tondo: se Washington deciderà di colpire nuovamente la Germania come fatto in passato con Deutsche Bank e Volkswagen, bisogna capire quanto incideranno le fibrillazioni sull’euro nel disegnare i nuovi rapporti economici tra i due Paesi.

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Politica
Xi Jinping incorona Kim Jong Un: “Uniti da un patto di sangue”
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 13:02:13 +0000

Più di una semplice amicizia, più importante addirittura di una normale alleanza strategica. Cina e Corea del Nord sono unite da un legame di sangue indissolubile che nessuna delle due parti è intenzionata a spezzare. Anzi, questo è il momento di stringere i muscoli e far vedere al mondo il rapporto speciale che Xi Jinping ha instaurato con Kim Jong Un. E così il Presidente cinese è volato a Pyongyang per una visita di Stato ufficiale, diventando il primo leader cinese a superare oltre il 38esimo parallelo dopo 14 anni di attesa; l’ultimo fu Hu Jintao nel 2015 ai tempi di Kim Jong Il. Altri tempi, altre circostanze.

Un incontro fondamentale

Si tratta del quinto incontro tra Xi Jinping e Kim Jong Un e potrebbe essere il più importante, almeno a giudicare dalle espressioni utilizzate dal Presidente cinese. Xi ha assicurato a Kim che la Cina ha intenzione di lavorare con la Corea del Nord per raggiungere la denuclearizzazione della penisola coreana e la pace nell’intera regione. Fin qui niente di nuovo sotto il sole. La novità semmai sta nel termine usato per descrivere il viaggio di Xi Jinping in Corea del Nord: non una visita amichevole, neppure una visita ufficiale o privata, bensì visita di Stato vera e propria. Segno che per la Cina i rapporti diplomatici con la Corea del Nord sono diventati fondamentali. L’agenda dei due Presidenti non è stata diramata, anche se la causa istituzionale dell’incontro è la celebrazione i 70 di rapporti diplomatici fra Pechino e Pyongyang. Sicuramente è prevista una visita congiunta dei leader alla Torre del’Amicizia sino-coreana, un monumento che celebra i 600mila soldati cinesi morti durante la Guerra di Corea tra il 1950 e il 1953 per supportare l’esercito nordcoreano nella lotta contro gli Stati Uniti. Secondo alcuni analisti potrebbe esserci un accordo fra Cina e Corea del Nord alla base di un incontro così improvviso quanto pomposo: Pechino offrirebbe all’alleato aiuti economici, Pyongyang assicurerebbe a Xi di riprendere in modo costruttivo i negoziati con Trump. Ipotesi non confermata ma plausibile.

I temi trattati

Tre sono i temi fondamentali che certamente verranno affrontati in questi giorni. Primo: la denuclearizzazione della penisola coreana, ovvero come, quando e a quali condizioni. Molto dipenderà anche dall’atteggiamento di Stati Uniti e Corea del Sud. Secondo: l’avvicinamento fra le due Coree, riavviato dall’invio di aiuti alimentari alla Corea del Nord da parte di Seul. Terzo: il rapporto con gli Stati Uniti. Washington è in guerra commerciale con la Cina ma deve risolvere anche la spinosa questione coreana. Con questo incontro Xi potrebbe aver lanciato un messaggio a Trump: se il governo americano vuole disinnescare per sempre la minaccia rappresentata da Pyongyang, deve passare attraverso Pechino. Per farlo, è inevitabile che la Casa Bianca abbassi la pistola dei dazi puntata contro il Dragone.

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Politica
Da piazza Tahrir alla detenzione: la metamorfosi di Morsi
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 10:59:00 +0000

La parola “Tahrir“, in arabo, significa “liberazione“. O meglio: l’atto di liberare, di emancipare. Nell’Egitto contemporaneo, Tahrir ha diverse accezioni. Prima di ogni altra cosa, però, rimanda al nome della piazza centrale del Cairo.

Piazza Tahrir

Nel 2011, il nuovo corso del Paese è partito proprio da lì, da quel luogo al centro della capitale in cui migliaia di persone si erano radunate per decidere la destituzione di Hosni Mubarak, che al potere era stato per quasi trent’anni. Era il 25 gennaio e il vento della primavera araba, che aveva iniziato a soffiare nella Tunisia di Ben Ali, aveva raggiunto anche l’Egitto. Come i tasselli di un domino, alcuni dei principali sistemi politici del Maghreb, del Medio Oriente e del mondo arabo, in generale, avevano iniziato a sgretolarsi e a collassare. Uno dopo l’altro. In piazza Tahrir, in Egitto, erano andati in tanti e la folla che animava la protesta era eterogenea. Religiosi, laici, intellettuali, ma soprattutto giovani, convinti che la speranza di un nuovo corso dovesse passare necessariamente attraverso un cambiamento radicale.

Chi era Morsi per la piazza

Mohamed Morsi, per molti e soprattutto all’inizio, aveva rappresentato questo. Uomo dallo sguardo mite e dall’immagine pubblica sobria e pacata, era stato il primo politico a essere eletto democraticamente dalla caduta di Mubarak. Per tanti, la sua elezione, nonostante il suo corso non abbia avuto l’esito desiderato, è rimasta l’unica in epoca contemporanea, perché c’è chi oggi, in Egitto e non solo, considera l’ascesa del generale Abdel Fattah al-Sisi viziata da errori, inesattezze e abusi.

I Fratelli musulmani scendono in piazza Tahrir in favore del presidente Morsi (LaPresse)
I Fratelli musulmani scendono in piazza Tahrir in favore del presidente Morsi (LaPresse)

La Fratellanza musulmana

Morsi, padre di cinque figli, era cresciuto in Egitto, in una famiglia contadina. Dalla vita rurale si era affrancato studiando ingegneria chimica all’università, per poi trasferirsi per un periodo negli Stati Uniti. Nel suo Paese aveva scelto di tornare negli anni Ottanta, ma la carriera politica l’aveva iniziata nel 2000, quando riuscì a entrare in Parlamento e si unì ai Fratelli musulmani, del cui partito, Libertà e Giustizia, fondato nel 2011, divenne il presidente. In quell’anno fu arrestato e incarcerato, perché nell’era Mubarak la Fratellanza musulmana era considerata un’organizzazione clandestina. Dal carcere riuscì a fuggire dopo la deposizione dell’ex raìs, azione che lo avvicinò ai manifestanti e alla piazza e che, forse, lo rese il candidato perfetto all’immagine del rinnovamento.

Le elezioni del 2012

Il 24 giugno 2012 vinse le prime elezioni libere in Egitto contro il candidato dell’era Mubarak, Ahmed Shafiq, che per molti aveva rappresentato un passato soffocante e oppressivo. La vittoria politica di Morsi, un uomo quasi sconosciuto e, per alcuni, finito ai vertici dello Stato praticamente per caso, aveva avuto un significato quasi escatologico, non solo per i musulmani, ma anche per tutti i cittadini che per anni erano stati esclusi dalla vita pubblica (e politica). Un riscatto, che aveva infiammato migliaia di persone. Almeno all’inizio.

Un’immagine contraddittoria

Ma l’immagine pubblica di Morsi, nel tempo, è cambiata ed è parsa contraddittoria. Leader di un partito che della religione aveva fatto la sua azione politica, a molti era sembrata anche la prima (e, forse, l’ultima) possibilità di un sistema di governo voluto davvero dalla maggioranza degli egiziani. Non lo votarono tutti con convinzione, ma scelsero la sua candidatura per dare un messaggio netto: il vecchio sistema non era più una forma politica accettabile e sostenibile. Rimase in carica per un anno, dal 2012 al 2013. Ma le sue mosse non trovarono l’approvazione di gran parte della popolazione che, più esigente, tornò in piazza. L’idea dell’approvazione di una nuova costituzione di stampo più islamista spaventò una buona parte di cittadinanza che, proprio in lui, aveva affidato l’idea del cambiamento. Il culmine delle proteste lo portò in carcere, quando l’esercito decise di schierarsi dalla parte dei manifestanti, ma soprattutto contro di lui.

Il colpo di Stato e la fine

Fu deposto con un colpo di Stato e arrestato. Tutte le contromanifestazioni della Fratellanza musulmana vennero represse con violenza. A carico di Morsi diverse accuse: spionaggio, incitamento alla violenza ed evasione. Nel 2015 arrivò anche una condanna a morte, revocata tempo dopo.

Una foto scattata il 18 giugno del 2016 che mostra l'ex presidente Morsi dietro le sbarre (LaPresse)
Una foto scattata il 18 giugno del 2016 che mostra l’ex presidente Morsi dietro le sbarre (LaPresse)

Nel periodo passato in carcere pare abbia potuto ricevere soltanto quattro visite dai familiari. I sette anni di detenzione in stretto isolamento per 23 ore al giorno, forse, potrebbero riabilitare nell’immaginario collettivo la sua immagine. Secondo quanto riportato da Internazionale, Human Rights Watch stava ultimando un rapporto sul suo stato di salute. Un gruppo di parlamentari britannici, nel marzo del 2018, aveva scritto un rapporto dove si leggeva che la sua detenzione era “al di sotto degli standard internazionali per il trattamento dei carcerati” e costituiva “un trattamento crudele, inumano e degradante”. E concludevano il report scrivendo che, secondo il loro parere, la sua incarcerazione era “prossima alla tortura, sia secondo la legge egiziana, sia secondo quella internazionale”.

La morte come un “riscatto” morale?

Morsi se n’è andato a 67 anni, sul banco degli imputati nel carcere di Tora, al Cairo, accasciandosi contro il vetro antiproiettile che lo divideva dal resto della sala. Secondo quanto riportato dai media, il leader islamico si sarebbe sentito male dopo aver ottenuto la parola per cinque minuti. Aveva usato il tempo a disposizione per lamentarsi di “essere stato esposto alla morte” e “privato di medicinali e del diritto di parlare con gli avvocati”. Probabilmente vittima di un malore, i familiari, a poche ore dal decesso, avrebbero accusato il governo di averlo lasciato morire, non prestandogli le cure necessarie per la sua condizione di salute, una forma di diabete che aveva indebolito anche il resto del suo corpo. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’ha definito “un martire”. E forse, la sua morte, sicuramente travagliata e avvenuta nell’assoluto silenzio della stampa locale e delle autorità, lo assolverà agli occhi anche dell’opinione pubblica. E, forse, del mondo.

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Politica
Rinascita e orgoglio nazionale: così Modi ha incantato l’India
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 10:46:13 +0000

L’Occidente fatica a comprendere come l’India, la più grande democrazia al mondo, abbia confermato Narendra Modi nelle vesti di Primo Ministro. Modi ha attirato critiche di ogni tipo, non solo riguardanti il suo stile politico, giudicato provocatorio, razzista e non rispettoso delle minoranze, ma anche mirate a screditare i provvedimenti della sua amministrazione. Leggendo gli articoli che hanno raccontato la parabola di Modi dal giorno della sua prima elezione, nel maggio 2014, alla sua seconda vittoria, circa un mese fa, si ha l’idea di avere a che fare con un politico squilibrato e incompetente. Non la pensano invece così i milioni di indiani che hanno votato per lui, che vedono nell’attuale Primo Ministro un leader in grado di parlare a tutto il popolo e capace di trasformare l’India in una superpotenza.

Oltre le riforme economiche disastrose

Alcuni provvedimenti economici voluti da Modi sono bizzarri, come ad esempio la modifica del calcolo del Pil (un conto con il quale è possibile gonfiare artificialmente i dati di crescita dell’India), o come nel caso della demonetizzazione annunciata nel novembre 2016, che in nome della lotta alla corruzione e all’evasione imponeva il ritiro da parte del governo di tutte le banconote in circolazione da 500 e 1.000 rupie (più o meno l’86% del contante all’epoca nelle tasche degli indiani). In quest’ultimo caso i cittadini dovettero cambiare in fretta e furia le vecchie banconote con i nuovi tagli causando file interminabili davanti ai bancomat; per qualche settimana il Paese era letteralmente nel caos. Le politiche sociali e di lavoro portate avanti da Modi, secondo gli analisti, si sono rivelate ancora peggiori e lo dimostrerebbe la diseguaglianza in aumento; se nella capitale Delhi il reddito pro capite è di circa 4.000 dollari annui, negli Stati più poveri dell’India si arriva a malapena intorno a quota 1.000.

La leva del nazionalismo

Eppure, appena un anno fa, le previsioni di Banca Mondiale e Fondo Monetario affermavano che l’India stava crescendo più della Cina, con un bel +6,8% da posizionare davanti al tasso di crescita relativo all’annata 2017-2018 e un’impennata del +7,3% per il biennio successivo. Modi ha privatizzato Air India, la compagnia aerea di Stato, e sta facendo lo stesso con il sistema bancario; permane tuttavia l’enorme inefficienza burocratica che vanifica gli eventuali vantaggi ottenuti dagli indiani. Al di là della sua Modinomics, cioè dell’insieme di iniziative economiche proposte dal Primo Ministro, Modi riscuote un grande successo perché è in grado di maneggiare con mestizia la leva del nazionalismo. E l’imminente guerra dei dazi con gli Stati Uniti potrebbe addirittura gettare altra benzina sul fuoco.

I poveri si riconoscono in Modi

Come sottolinea L’Espresso, i media internazionali accusano Modi di fomentare la divisione etnica dell’India appoggiando gli hindu a danno della comunità musulmana. In realtà Modi è stato bravo a incanalare il disagio di un ampio strato della popolazione all’interno della sua narrazione di riscossa nazionale. La storia ha dimostrato come i politici indiani laici e liberali siano sempre stati elitari e circondati da privilegi, mentre Modi è figlio di un umile venditore di tè, non parla un fluente inglese e neppure ha frequentato i più rinomati istituti universitari del Paese; proprio per questo i più poveri, cioè la maggior parte dell’India, si sono subito riconosciuti in lui. Modi ha probabilmente toppato con le riforme bancarie ma è stato meno miope dei predecessori nel capire come fosse fondamentale garantire almeno i servizi basilari ai più poveri. È l’orgoglio nazionale che si sta risvegliando in tutto il Paese, e più in generale in tutta l’Asia. Quando l’India riuscirà ad adottare anche concrete politiche economiche, allora l’Elefante indiano potrà competere davvero con il Dragone cinese.

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Guerra
Trump non trascura il “fronte” del Pacifico: migliaia di marines a Guam
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 10:04:41 +0000

In queste settimane sotto i riflettori c’è il rafforzamento delle guarnigioni americane in Medio Oriente  – con l’invio di mille soldati nel Golfo  – e quello del prossimo invio un contingente nella Polonia che dovrebbe presto ospitare gli euromissili “puntanti” sulla Russia; ma al Pentagono non intendono trascurare il fronte del Pacifico, dove verranno dislocati altri 5.000 marines.

Secondo quanto riportato dal quotidiano nipponico Japan Times l’isola di Guam, territorio statunitense nel Pacifico Occidentale, si prepara ad accogliere la ricollocazione di cinquemila marines di cui circa 1.700 in stanza permanente, mentre i restanti ruoteranno ogni sei mesi spostando un assembramento scelto tra i 19.000 fanti di marina della guarnigione presente in Giappone per volere del Trattato di sicurezza bilaterale firmato con Tokyo. La maggior parte dei soldati di Washington, quasi cinquantamila, sono schierati nella prefettura di Okinawa, dove si trovano circa il 25% di tutte le strutture utilizzate dalle forze americane in Giappone. L’isola di Okinawa, la maggiore dell’arcipelago che si trova nel Mar Cinese Orientale, tra Taiwan e l’arcipelago giapponese, fu teatro di una sanguinosa quanto decisiva battaglia durante il secondo conflitto mondiale, quando Stato Uniti e Impero Giapponese si misuravano nel Pacifico.

Il baluardo di Okinawa

La rete di basi militari statunitensi presenti sull’isola di Okinawa fornisce una componente cruciale della presenza operativa futura delle forze armate americane nella regione del Pacifico che guarda all’Asia, ed è posizione strategica nell’ambito del riallineamento delle forze pianificato dal Pentagono. Il suolo del Giappone, oramai fidatissimo alleato di Washington, è visto da molti come un baluardo “strategico” contro la presenza crescente della Cina nella regione.

La portaerei “Guam”

I marines che verranno stanziati permanentemente a Guam si stabiliranno in una nuova base che sorgerà accanto alla base aerea Andersen – dove sono schierati i bombardieri strategici – e prenderà il nome di Camp Blaz. Secondo le informazioni divulgate il terzo Marine Expeditionary Force prenderà posizione nel 2024. Considerata una sorta di “portaerei permanente” nel bel mezzo del Pacifico, l’isola di Guam si trova a circa 3.000 miglia a dalle Hawaii e 1.500 miglia delle Filippine e a sud del Giappone, e attualmente conta quasi ottomila uomini delle forze armate americane tra avieri e marinai e marines. Considerato un avamposto “fondamentale” per le operazioni militari americane nel Pacifico, ospita vari tipi di armamenti di alto profilo, tra i quali spicca il il sistema di difesa missilistica Thaad: la prima difesa contro i missili balistici a medio e lungo raggio che potrebbero essere lanciati dalle potenze asiatiche della in direzione di obiettivi americani come le Hawaii o come la stessa isola stessa. Presso la base aera Andersen, considerata una delle più importanti basi aeree della regione del Pacifico proprio per la sua posizione strategica-geografica che le consente di lanciare e supportare operazioni della Penisola Coreana e nel Mar Cinese, sono schierati i bombardieri strategici B-1 “Lancer” e B-52 “Stratofortress” – mentre il pacchetto di all-stealth strike dell’Aeronautica degli Stati Uniti composto dagli F-22 e B-2 resta di stanza nella base di Pearl Harbor.

Questo spostamento di forze, se si tiene conto dell’invio di nuove navi da guerra e dello schieramento dalla più potente nave per operazioni anfibie della flotta dell’Us Navy, fa parte sia del piano di riallineamento rivisto dal Giappone e dagli Stati Uniti nel 2012, che  stabilisce che circa 9.000 dei marines statunitensi schierati in Giappone siano spostati in basi americane come quelle di Guam e delle Hawaii, sia del rinforzo “generale” che evidentemente il Pentagono vuole imporre nella regione; considerando che la Cina e la Corea del Nord rimangono comunque due dei maggiori e possibili “avversari” previsti nelle analisi d’intelligence di Washington.

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Politica
In Algeria il capo di stato maggiore dell’esercito chiede nuove presidenziali
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 10:00:40 +0000

Anche in questo martedì in Algeria si scende in piazza, è il diciassettesimo consecutivo in cui le vie delle principali città del paese vedono la presenza dei manifestanti perlopiù giovani e studenti. Il martedì ed il venerdì sono le due giornate della settimana in cui sigle e gruppi dell’opposizione si danno appuntamento ad Algeri come in altri importanti centri del paese nordafricano. Le manifestazioni delle scorse ore avvengono all’indomani di un importante discorso del capo di stato maggiore dell’esercito, Ahmed Gaid Salah.

“Occorrono al più presto nuove elezioni”

Salah in questo momento è l’unica figura dell’entourage algerino che appare estremamente rispettata dalla piazza. Del resto, è lui l’artefice principale della mancata repressione da parte delle forze dell’ordine e di sicurezza delle manifestazioni in corso da febbraio. In qualche modo chi protesta gli riconosce il ruolo di tutore della stabilità dell’Algeria e di difensore delle ragioni dei manifestanti. La scoperta di un complotto ai suoi danni ordito dal fratello dell’ex presidente Bouteflika durante le prime settimane di protesta, lo rende poi ancora più popolare. Per tal motivo il suo discorso tenuto durante una visita di lavoro presso la terza regione militare di Bechar, desta un certo clamore in tutta l’Algeria.

Il primo riferimento di Salah è alla carta costituzionale: “La Costituzione è stata adottata dal popolo – dichiara il capo di stato maggiore – e chi dice che la volontà del popolo è al di sotto della Costituzione vuole distruggere il paese per costruire uno Stato a loro misura”. Poi arriva un affondo alla classe dirigente vicina all’ex presidente: “Quando l’esercito stava mettendo in sicurezza le frontiera dalla minaccia del terrorismo, i membri della banda ne hanno approfittato per sottrarre denaro al popolo”.

Ma il passaggio più importante del discorso di Salah riguarda le elezioni presidenziali: “L’organizzazione delle presidenziali senza ulteriori ritardi e nelle migliori condizioni di trasparenza e credibilità – dichiara il numero uno dell’esercito – costituisce un elemento fondamentale per una vera democrazia, nella quale non credono purtroppo alcune personalità che considerano le elezioni una scelta e non una necessità”.

Il braccio di ferro tra governo ed esercito

Le parole di Salah certificano la spaccatura che vige tra l’attuale classe dirigente al potere ed una buona parte dell’esercito. Forse è proprio questo alla base della repentina fine dell’era di Abdelaziz Bouteflika, presidente per vent’anni dimessosi lo scorso 2 aprile, a due settimane dalle elezioni presidenziali a cui lo stesso ex capo di Stato avrebbe voluto partecipare per ottenere un quinto mandato. Le sue precarie condizioni di salute e l’età avanzata, indispettiscono gli algerini che da febbraio iniziano a chiedere un passo indietro di Bouteflika. Come detto, l’esercito non interviene, anche se non prende posizione contro il presidente fino a poche ore dalle dimissioni. Soltanto il 1 aprile infatti proprio Salah minaccia provvedimenti qualora non venga applicato l’articolo 102 della Costituzione, ossia la destituzione del presidente per motivi di salute o di impedimento a poter svolgere il proprio ruolo.

Oggi l’Algeria è comunque retta da uomini vicini a Bouteflika: i manifestanti in queste settimane infatti chiedono un passo indietro anche del presidente ad interim Bensalah, così come di buona parte dell’attuale esecutivo. La piazza vede in Salah l’unica garanzia di difesa della costituzione ed allo stesso tempo di stabilità. Difficile dire dove porterà il braccio di ferro, conclamato dalle due parole del capo di stato maggiore, tra esercito e governo. Di certo, l’Algeria al momento non può affrancarsi del tutto dal periodo di Bouteflika, di questo ne è consapevole lo stesso Salah. Forse proprio l’organizzazione in tempi brevi di nuove presidenziali potrebbe essere il punto d’incontro tra esercito, piazza ed attuale governance.

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Guerra
Tripoli, raid distrugge deposito dell’Eni: ecco perché è un segnale per l’Italia
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 06:47:15 +0000

Non sono certo notizie positive per l’Italia quelle che arrivano da Tripoli: nelle scorse ore infatti, un deposito della Mellitah Oil & Gas Company è stato colpito da un raid dell’aviazione dell’Lna, l’esercito guidato dal generale Haftar. L’episodio è accaduto nel quartiere di Tajoura e non deve far dormire sonni tranquilli alla nostra diplomazia: la Mellitah Oil & Gas Company è infatti una joint venture costituita per metà dalla libica Noc e per metà dall’Eni, le quali assieme gestiscono il grande giacimento di Mellitah, parte occidentale della Tripoliania. L’edificio colpito dunque, è anche di interesse italiano.

Lo scambio di accuse tra Gna ed Lna

L’Eni, già poche ore dopo l’avvio dell’offensiva di Haftar su Tripoli lo scorso 4 aprile, fa evacuare tutto il suo personale dalla Libia. Nonostante ciò i suoi impianti nel paese continuano a funzionare anche grazie ai dipendenti libici: non ci sono quindi nostri connazionali tra i feriti dell’attacco delle scorse ore sul magazzino di Tajoura, i tre feriti di nazionalità libica sono per fortuna giudicati guaribili in pochi giorni. La gravità dell’attacco è dovuta più a ciò che esso rappresenta che alle sue conseguenze materiali. In un comunicato l’Eni conferma che quanto avvenuto non sta pregiudicando l’attività dell’azienda e della stessa joint venture. Del resto il giacimento vero e proprio si trova ben distante dal fronte di Tripoli.

Ma è chiaro che, sotto il profilo politico, colpire un edificio di interesse dell’Eni e della Noc è altamente significativo. Nelle ore immediatamente successive all’attacco, quel che si cerca di capire maggiormente è se il raid dell’Lna sia frutto di un errore oppure un atto premeditato. A far convergere verso questa seconda ipotesi, è una dichiarazione raccolta da AgenziaNova da parte di Mustafa al Mujahie, portavoce del Gna, ossia la coalizione di milizie vicine al governo di Al Sarraj: “Il deposito colpito era un sito puramente civile: non ci sono forze governative nella regione, non ci sono caserme militari o potenziali obiettivi di sicurezza nell’area”. Un modo per dire dunque che, quello delle forze di Haftar, non è un errore in quanto non c’è nulla da colpire nella zona.

Non è dello stesso avviso il portavoce della sala operativa delll’Lna, Khaled al Mahjoub. Raggiunto anche in questo caso da AgenziaNova, l’esponente delle forze di Haftar afferma che all’interno del magazzino erano presenti armi e munizioni e dunque quell’edificio non era da considerarsi civile: “Le munizioni sono state contrabbandate in tre fasi e in tempi diversi – si legge nelle dichiarazioni di Al Mahjoub – All’interno vi erano colpi di mortaio, lanciarazzi e sette scatole di artiglieria calibro 23 millimetri. Tutto è stato portato all’insaputa della società proprietaria del magazzino”.

La dimostrazione della delicatezza della nostra posizione in Libia

Ma a prescindere dalla ricostruzione dei fatti, sono due gli elementi che interessano l’Italia emergenti da questo episodio. In primo luogo, entrambe le principali parti in causa impegnate lungo il fronte di Tripoli, Gna ed Lna, provano a tirarci per la giacchetta. Affermando che nel quartiere del magazzino colpito non vi erano obiettivi militari, le forze di Al Sarraj vorrebbero in qualche modo far notare all’Italia come l’esercito nemico sarebbe solo quello di Haftar, che in maniera indiscriminata colpirebbe obiettivi italiani. Dall’altro lato invece, con l’Lna che accusa i rivali di contrabbandare armi all’interno di un deposito di una società petrolifera per metà italiana, si vorrebbe far puntare l’attenzione su quanto di nascosto verrebbe fatto dagli uomini di Al Sarraj. In entrambi i casi, si cerca comunque una reazione italiana.

Inoltre, anche pensando alla semplice casualità, il bombardamento di un magazzino di una joint venture dell’Eni dimostra come l’Italia in Libia ha interessi in buona parte delle zone dove si combatte oramai da più di due mesi. E quei razzi piovuti sul deposito di Tajoura, servono anche al nostro paese a ricordare che la guerra non è affatto terminata, a Tripoli il fronte è ancora caldo e l’Italia è la nazione più esposta per motivi di interessi economici e di sicurezza all’instabilità libica. In poche parole, il bombardamento del magazzino alla periferia di Tripoli deve suonare come sveglia per ridare impulso alla nostra strategia in Libia.

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Terrorismo
Il futuro del jihad è nelle mani delle donne
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 06:38:15 +0000

L’Isis continua a minacciare la sicurezza europea. Da mesi ormai, uno dei temi più dibattuti nell’Unione è il rimpatrio dei foreign fighters, cittadini con nazionalità europea che sono partiti alla volta del Siraq accecati dalla causa jihadista.

Tra i returnees, le “mogli dell’Isis” potrebbero rappresentare il pericolo più grande. Non solo madri o spose nel califfato, queste donne potrebbero diventare una potente arma segreta del gruppo terroristico e verosimilmente dovrebbero far ritorno in patria prima degli uomini. Secondo i dati elaborati da Europol (2018), circa il 15 per cento delle persone condannate per reati connessi al terrorismo jihadista in territorio europeo erano donne.

Il ruolo giocato dalle donne dell’Isis all’interno del califfato è ancora avvolto nel mistero. Secondo Europol, che ha recentemente pubblicato un dossier dal titolo “Le donne nella propaganda dello Stato islamico“,  le seguaci dell’organizzazione terroristica sarebbero “motivate ideologicamente tanto quanto le loro controparti maschili” e il loro coinvolgimento mirerebbe “a costruire uno Stato islamico”.

“Le donne sono motivate ideologicamente tanto quanto gli uomini, se non di più”, ha dichiarato Anne Speckhard, direttore dell’International Center for the Study of Violent Extremism (Icsve). “Svolgendo principalmente ruoli di supporto e poco attivi, all’interno di gruppi come Isis o Al-Qaeda, esse imparano l’ideologia e la diffondono, soprattutto tra i loro figli e le altre donne. Inoltre, sono molto attive nel reclutamento di nuovi seguaci su internet”.

Sarebbe proprio l’idealità dei gruppi jihadisti ad attrarre le donne, basata sulla percezione di essere vittime dell’Occidente. Secondo Speckhard, nella propaganda jihadista “i musulmani sono vittime di violenze e le donne sono particolarmente sensibili di fronte ad altre donne o bambini vittime di violenza”.

A differenza di quello che si sarebbe portati a pensare, tuttavia, le donne non hanno solo subito un processo di indottrinamento. Al contrario, molte di loro avrebbero già commesso attacchi terroristici o sarebbero intenzionate a farlo. “Ciò dimostra che le donne sono disposte a ricorrere alla violenza se l’ideologia glielo consente” – sottolinea Europol – “E se al momento non gli è stato ancora richiesto di agire, questo equilibrio potrebbe facilmente cambiare in base alle esigenze strategiche dell’organizzazione e agli sviluppi sul campo”.

Dall’educazione dei jihadisti agli attacchi suicidi

Come è ormai noto, l’Isis non è il primo gruppo jihadista ad attrarre seguaci donne; molti altri in passato – compreso Al-Qaeda – sono riusciti a cooptare numerose sostenitrici. La differenza sta nel fatto che l’Isis avrebbe ampliato il ruolo delle donne all’interno del califfato, introducendo così un elemento di innovazione.

Con le perdite subite negli ultimi anni, che hanno portato alla sua sconfitta territoriale, lo Stato islamico si è visto costretto a cambi di strategia e persino a modifiche nella struttura interna dell’organizzazione. La conseguenza – inaspettata per un’organizzazione come l’Isis, con una rigida gerarchia di genere – è stata proprio l’impiego di donne in ruoli operativi e di spionaggio.

La battaglia per la liberazione di Mosul (ottobre 2016) ha segnato in questo un nuovo spartiacque. L’organizzazione ha iniziato a rivolgersi alle donne, spingendole a ricoprire ruoli militari attivi nel conflitto. Un’innovazione radicale, rispetto agli anni in cui il califfato godeva di una certa stabilità e alle donne veniva richiesto “solo” di crescere la nuova generazione di jihadisti, secondo i principi dell’Islam radicale.

Secondo alcuni analisti, come David Ibsen – direttore esecutivo del Counter Extremism Project (Cep) –, le donne avrebbero assunto ruoli militari e di propaganda nello Stato islamico allo scopo di ottenere maggiori privilegi, sfuggendo alla brutalità e all’isolamento cui venivano sottoposte le altre donne. “All’interno del califfato, alle donne venivano negati i diritti umani di base. Anche bambine di 9 anni potevano subire abusi e violenze fisiche”, afferma Ibsen. Di conseguenza, “cooperando con l’Isis, le donne e le bambine potevano guadagnarsi una certa libertà di movimento e l’accesso ai servizi sanitari”.

Quale rischio per l’Europa?

Quello che è certo è che le donne sono diventate sempre più indispensabili all’Isis sia all’interno delle aree di conflitto sia in Occidente, quindi anche in Europa. Oggi, sembra che il loro ruolo spazi dalla ricostruzione del califfato, ad attività di propaganda, fino a incarichi attivi sul campo di battaglia.

Le donne straniere che hanno fatto parte del califfato in Siria e in Iraq hanno ora un ruolo significativo nel reclutamento di nuove seguaci, e più in generale, “complementare a quello degli uomini”. Secondo l’International Center for Counter Terrorism (Icct), esse sono divenute “parte integrante del jihadismo contemporaneo e il loro contributo non può essere considerato secondario rispetto a quello degli uomini”.

Non solo: secondo l’Europol e l’Icct, affidare alle donne ruoli di combattimento, in una struttura maschile e patriarcale, potrebbe provocare un senso di vergogna negli uomini, spingendoli a giocare al rialzo.

Se le donne hanno assunto un ruolo così importante per l’Isis, vale anche il contrario. “Le donne possono anche essere forze potenti nel contrastare il messaggio estremista dell’Isis e il processo di radicalizzazione. Molti uomini dell’Isis sono rimasti in contatto con le loro madri anche mentre vivevano nel califfato” – fa notare Speckhard – “Le madri e le sorelle potrebbero costituire una voce forte, capace di contrastare il coinvolgimento all’interno dei movimenti jihadisti”.

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Religioni
Perché il cristianesimo spaventa la Cina
Data articolo:Thu, 20 Jun 2019 06:30:52 +0000

Piazza Tienanmen e i giovani, la religione e i fedeli. Due tematiche all’apparenza distanti tra loro ci aiutano capire perché nella Cina del XXI secolo si continua a dare la caccia ai credenti, siano essi cristiani, protestanti o islamici. Non conta quale, a Pechino è la religione in sé a esser vista con sospetto; o meglio la sua capacità di offrire libertà e speranza alle persone, un compito che, nella dottrina politica cinese, spetta solo e soltanto allo Stato. Cercare la libertà può spingere i cittadini ad andare oltre, a superare una pericolosa linea rossa che osa mettere in discussione l’intera legittimità del Partito Comunista Cinese. Inammissibile per il governo, memore di una emblematica lezione del passato. Nel 1989, mentre a Pechino l’esercito dovette usare le maniere forti per placare la folla assiepata in piazza Tienanmen, in Polonia i manifestanti pro democrazia riuscivano a soggiogare il governo comunista con l’aiuto fondamentale di Papa Giovanni Paolo II. Da allora la Cina ha rafforzato il controllo sulla religione, e teme che la fede possa essere un cavallo di Troia pieno di dissidenti pronti a rovesciare il partito da un momento all’altro.

Questione di numeri

Poco dopo i fatti di piazza Tinenamen, la Cina obbligò i gruppi cristiani presenti nel suo territorio a iscriversi in apposite associazioni patriottiche controllate dallo Stato, e come loro tutti i fedeli di qualsiasi religione. Oggi in Cina c’è libertà culto se si è iscritti a una di queste associazioni; chi pratica i culti al di fuori di esse, fa parte di una delle tante Chiese clandestine represse dalle autorità. Alcune statistiche quantificano in circa 100 milioni i cristiani presenti oltre la Muraglia, di cui solo 36 appartenenti alle associazioni statali. Le proiezioni per il futuro affermano che entro il 2030 il Paese potrebbe contare su quasi 250 milioni di cristiani; un numero enorme, considerando che il Partito Comunista conta 90 milioni di iscritti. Ecco, quindi, perché, secondo il Wall Street Journal, Xi Jinping avrebbe intensificato la repressione per punire chi non rispetta i regolamenti religiosi imposti dal governo, con arresti e chiusure di Chiese clandestine ormai all’ordine del giorno. Nonostante un accordo fra Cina e Vaticano sulle nomine episcopali, la situazione non è cambiata, anzi è addirittura peggiorata perché Xi intende rendere le religioni uno strumento del Partito.

“Meglio la persecuzione che aderire all’Associazione Patriottica”

Molti credenti rifiutano di piegarsi ai dettami del governo. Ci sono molti esempi utili a raccontare la battaglia per la fede attualmente in atto in Cina, e Monsignor Vincenzo Guo Xijin è uno di questi. Vescovo ausiliare di Mindong, Fujian, ha dichiarato di non voler aderire ad alcuna Chiesa statale, a costo di rischiare l’arresto. Come riportato da Asia News, Guo “è disposto a subire la persecuzione insieme agli altri sacerdoti non ufficiali piuttosto che aderire all’Associazione patriottica e costringere anche i suoi preti a prendere una simile decisione”. Il Monsignore cinese, riconosciuto dal Vaticano ma non ancora da Pechino, non ha intenzione di firmare un documento con cui si impegnerebbe a obbedire al nuovo vescovo della diocesi di cui fa parte, oltre che ai diktat statali. “Il governo – ha aggiunto Guo – ha già deciso di perseguitare i sacerdoti che si rifiutano di firmare la richiesta di adesione all’Associazione Patriottica. Se io non posso proteggerli, non voglio essere riconosciuto vescovo ausiliare da Pechino”. E così Guo ha ritirato la domanda di riconoscimento da parte del governo: “Sono pronto ad affrontare la persecuzione”.

Proteste cristiane a Hong Kong

A Hong Kong si rivede lo stretto legame tra proteste politiche e religione. L’amministratore apostolico della diocesi dell’ex colonia britannica, il cardinale John Tong, ha apprezzato le scuse che la governatrice locale, Carrie Lam, ha fatto ai manifestanti dopo le proteste scoppiate contro la legge sull’estradizione forzata in Cina. “Accettiamo le scuse che ha presentato – ha sottolineato Tong – ma adesso chiediamo al governo di aprire un’inchiesta indipendente per fare piena luce sugli scontri avvenuti tra polizia e manifestanti”. Non è finita qui, perché Tong aggiunge un altro carico da novanta, altra benzina sul fuoco: “La legge sull’estradizione è sospesa, ma ci auguriamo che presto sarà ritirata in risposta alle richieste dell’opinione pubblica”. Intanto i fedeli “clandestini”, in Cina, sono sempre più nel mirino delle autorità.

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