NEWS - prima pagina - NEWS - politica - NEWS meteo

figure
action figure
statue
resolution shop.it tante
offerte
Statuine
collezione
Bandai
Banpresto
Good Smile
Diamond S.
Hot Toys
Squarenix
pronta consegna in pre-order
Furyu
DC Comics
Ubisoft
Kotobukiya
Funko
Mezco,Neca
Game of Thrones
McFarlane resolution

News da gliocchidellaguerra.it

#Gliocchidellaguerra.it

Economia
I nuovi paladini dell’austerity
Data articolo:Sun, 16 Feb 2020 15:40:02 +0000

Che l’Europa non stesse marciando unita nella stessa direzione era evidente già da diversi anni. Ogni giorno ci sono nuove prove che confermano la completa anarchia presente all’interno di questa Unione europea, visto che gli Stati membri litigano tra di loro a causa di innumerevoli argomenti. Basta una semplice virgola per spaccare l’Ue in due schieramenti polarizzati.

L’ultimo esempio è arrivato pochi giorni fa, quando il capo del Consiglio d’Europa, Charles Michel, ha stilato il progetto di bilancio Ue relativo al periodo 2021-2027. Bruxelles ha intenzione di piazzare un poker di tasse, anche perché è necessario coprire in qualche modo la voragine creata dalla Brexit.

Senza il contributo della Gran Bretagna ci sono 15 miliardi di euro da racimolare. I tecnocrati hanno dato sfogo a tutta la loro fantasia per mettere in fila quattro imposte non da poco: sulla plastica, sulle emissioni, sui viaggi aerei e sul digitale (digital tax).

Due schieramenti opposti

Il pacchetto ammonta a 1.095 miliardi di euro ed equivale all’1,074% del Pil europeo. Proprio su questo aspetto si sono creati dissidi non da poco. Già, perché la suddetta richiesta è inferiore alla proposta della Commissione europea (1,11%). Dall’altra parte il piano di Michel è però superiore alle indicazioni della presidenza finlandese Ue dello scorso novembre (1,07%), con Helsinki a guidare lo schieramento dei nuovi paladini dell’austerity.

Per approvare il bilancio non solo è necessaria l’unanimità degli Stati membri ma anche la loro implicita volontà nel versare più denari.

A quanto pare non sono tutti d’accordo, visto che si sono creati due schieramenti avversi. Il primo comprende i paladini dell’austerity, cioè Olanda, Danimarca, Svezia, Austria ma anche Finlandia e Germania (capostipite di questa particolare misura economica). In generale potremmo dire i Paesi del Nord più Berlino.

Il secondo schieramento può invece essere definito gruppo della coesione. È formato dagli Stati del Sud Europa – tra cui l’Italia – e quelli dell’Est, i quali guardano tutti con sospetto sia ai tagli dell’agricoltura che a quelli inerenti i fondi per le regioni più povere.

Il bilancio della discordia

L’ombra di nuove tasse rischia di aggravare ulteriormente uno scontro fondamentale dal quale dipendono le sorti politiche (ed economiche) dell’Unione europea. Nel frattempo l’idea di Michel ha incassato un primo, secco, no da parte di David Sassoli, presidente dell’Eurocamera.

Il Parlamento europeo considera il bilancio così proposto contraddittorio “su tre priorità che gli Stati membri hanno posto al centro della loro azione: il clima il digitale e la dimensione geopolitica”. In particolare, questa proposta “rischia di lasciare indietro l’Europa non solo rispetto ai suoi propri obiettivi ma anche ad altri autori sulla scena internazionale coma la Cina e gli Stati Uniti”. Detto altrimenti, secondo il Parlamento europeo l’Ue avrebbe bisogno di un “bilancio forte nell’interesse dei cittadini”.

“Il Parlamento è cosciente dell’importanza di un accordo in tempi brevi, siamo pronti a negoziare dal novembre 2018 – ha aggiunto Sassoli -, ma non è disposto a sostenere un accordo ad ogni costo. La proposta oggi sul tavolo non è una base soddisfacente per avviare i negoziati, né per arrivare ad un bilancio adeguato agli impegni assunti con l’avvio della legislatura. Invito quindi i Capi di stato e di governo a fare ogni sforzo utile per consentire al Parlamento di accettarla”. Nel frattempo le divisioni si fanno ancora più ampie.

The post I nuovi paladini dell’austerity appeared first on InsideOver.

Politica
Una nuova fase nei rapporti tra la Cina e il Vaticano
Data articolo:Sun, 16 Feb 2020 15:16:32 +0000

Ai margini dell’ultima edizione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco si è tenuto un incontro di alto livello fra due figure spicco delle diplomazie vaticana e cinese, l’arcivescovo Paul Gallagher e il ministero degli esteri Wang Yi. Il fatto che Santa Sede e Cina siano sempre più vicine non è una novità, ma ciò che colpisce è che il faccia a faccia sia avvenuto a latere di un evento monopolizzato dalla narrativa anticinese, in special modo da parte statunitense, come evidenziato dagli interventi del Segretario di Stato Mike Pompeo.

L’incontro Gallagher-Yi

Paul Richard Gallagher è un arcivescovo di origine inglese che Papa Francesco ha nominato nel 2014 segretario per i rapporti con gli Stati, ossia l’equivalente vaticano del ministero degli esteri. Personalità poliedrica e dal curriculum molto ricco, Gallagher ha servito e difeso gli interessi della Chiesa cattolica in ogni continente, dall’Australia al Guatemala, passando per Tanzania e Filippine. Yi invece ricopre attualmente due cariche, ministro degli Esteri e consigliere di Stato, e in passato è stato direttore dell’ufficio per gli affari di Taiwan.

Si è trattato, quindi, di un incontro fra le più alte cariche agli esteri al servizio dei rispettivi governi; la prima volta in assoluto nella storia recente dei rapporti Cina-Vaticano.

Il faccia a faccia ha avuto luogo il 14 febbraio, il primo giorno di lavori della conferenza, ed è stato ampiamente pubblicizzato dai media cinesi. Lo stesso ministero degli Esteri di Pechino ha dedicato all’incontro un articolo, condiviso sul proprio sito ufficiale. I due ministri hanno discusso soprattutto della lotta al coronavirus, e Yi ha auspicato che il Vaticano possa convincere la comunità internazionale ad avere e mantenere un atteggiamento costruttivo e razionale sul tema per il bene collettivo.

C’è stato anche spazio per discutere dell’accordo preliminare sulla nomina dei vescovi, ormai siglato due anni fa, che entrambe le parti ritengono abbia prodotto dei risultati positivi e che sia destinato a migliorare la vita dei cattolici cinesi e ad avere riflessi sulla “pace mondiale”. Yi ha spiegato all’omologo vaticano che la Cina sta valutando ulteriori misure da implementare affinché nella Santa Sede aumentino la fiducia nei confronti di Pechino e la comprensione reciproca.

Collaborazione sempre più forte

A inizio febbraio da Roma è partito un carico di 600mila mascherine avente come destinazione le province di Hubei, Fujian e Zhejiang. L’ingente aiuto umanitario è stato inviato su iniziativa del Papa, che aveva dedicato preghiere al popolo cinese sin dall’inizio dell’epidemia, coinvolgendo la farmacia vaticana, il Centro Missionario della Chiesa Cinese in Italia e l’Elemosineria apostolica.

L’esposizione in prima linea del pontificato nella lotta al coronavirus sta avendo un impatto significativo nel miglioramento delle relazioni bilaterali con Pechino, anche alla luce delle numerose reazioni di ostilità che invece sono state registrate in Occidente, Italia inclusa.

L’impegno vaticano avrà, quindi, dei naturali e importanti riflessi anche sulla popolarità del pontefice agli occhi dell’opinione pubblica cinese e, se adeguatamente sfruttato ed enfatizzato anche in occasione della futura visita papale nell’impero celeste, non potrà che galvanizzare la rivoluzione cristiana che sta silenziosamente scuotendo il Paese da anni.

La bilaterale Gallagher-Yi dice molto a questo proposito, perché fino al 14 febbraio sia Xi Jinping che papa Francesco avevano affidato a convogli diplomatici di secondo livello la gestione del dossier, ossia composti da funzionari e portavoce. Ne consegue che l’incontro fra i due ministri degli Esteri possiede valenza storica anche perché ha riportato le relazioni bilaterali indietro agli anni Cinquanta, con la differenza che, questa volta, il cattolicesimo sta gradualmente smettendo di essere considerato un appendice spirituale dell’imperialismo occidentale ma, anzi, è sempre più ritenuto un valido alleato contro di esso.

The post Una nuova fase nei rapporti tra la Cina e il Vaticano appeared first on InsideOver.

Politica
I due Papi
Data articolo:Sun, 16 Feb 2020 14:54:21 +0000

“Io e Ursula Von der Leyen siamo come i Due Papi in Vaticano”. Parole, seppur pronunciate con un tono evidentemente ironico, dell’ex capo della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Come riporta Politico, intervenuto a Berlino, dopo aver ricevuto un premio alla carriera, Juncker ha dichiarato di avere ancora oggi un ufficio nel quartier generale della Commissione europea a Berlaymont, che ha definito un “mostro architettonico”. “Ursula con der Leyen – ha sottolineato il lussemburghese Juncker – ha un ufficio al 13esimo piano. Pensavo che lo avrei occupato per sempre. Ora sono a un paio di piani più in basso. Io e lei siamo come i due Papi in Vaticano” ha poi aggiunto, riferendosi al celebre film omonimo diretto da Fernando Meirelles che racconta il rapporto tra i due ecclesiastici.

Tra i due Juncker dice di essere “Papa Ratzinger”. C’è grande affinità tra l’ex capo della Commissione Juncker e il suo successore. L’ex primo ministro del Lussemburgo dal 20 gennaio 1995 al 10 luglio 2013 ha confermato di “andare d’accordo” con von der Leyen e “di combattere per gli stessi obiettivi”. Tant’è che i due pare s’incontrino regolarmente, ogni settimana.

Piena continuità fra Juncker e von der Leyen

La continuità fra la Commissione Juncker e von der Leyen è acclarata dalla presenza, nell’attuale commissione, di tre-vicepresidenti d’esperienza come l’olandese Frans Timmermans, la danese Margrethe Vestager e il lettone Valdis Dombrovskis, tutti già membri del precedente esecutivo. I tre commissari danno un segno di forte continuità con il predecessore della Von der Leyen, Jean-Claude Juncker: tanto che Margaritis Schinas, portavoce e uomo di fiducia del lussemburghese, è entrato nella Commissione con un specifico incarico che riguarda politiche migratorie, educative e di pubblica sicurezza.

“Ho imparato molto da Jean Claude Juncker, sarà un onore prendere la sua successione” aveva ammesso la presidente nella conferenza stampa di presentazione dei commissari: “Sarà una commissione diversificata come l’Europa e forte come l’Europa”. Benché von der Leyen abbia spinto sull’acceleratore dell’approvazione del New Green Deal, la continuità politica con il suo predecessore è pressoché totale, dalla politica economica – la presenza ingombrante di Valdis Dombrovskis ne è piena conferma – a quella migratoria. Una Commissione europea che, a maggior ragione dopo la Brexit, e come analizzato da Stephen M. Walt su Foreign Policy, deve fare i conti con una grave crisi politica.

Lo scandalo che fa tremare Ursula von der Leyen

Come spiegato su questa testata, oltre al futuro incerto dell’Ue, Ursula von der Leyen deve vedersela con uno scandalo che potrebbe travolgerla. Nei giorni scori, infatti, ha depositato le sue memorie per l’inchiesta che in Germania ha interessato il ministero della Difesa per le eccessive spese riguardanti i collaboratori esterni. Le indagini, che erano già state aperte nel 2018, si riferiscono ai sei anni in cui Ursula era a capo della Difesa del Paese e che sono stati caratterizzati da una spesa superiore all’attesa per circa dieci miliardi di euro nel quadriennio.

Quest’estate, in Germania, si è istituita una commissione d’inchiesta del parlamento tedesco – lo strumento che i legislatori possono usare per sondare i misfatti del governo – che ha il compito di esaminare il modo in cui le consulenze sotto il suo ministero sono state assegnate: la commissione sta verificando se una rete di “conoscenze personali” abbia o meno influito sulla stipulazione di accordi e appalti. Le ombre su von der Leyen non sono tanto sui milioni di euro spesi in consulenze esterne, piuttosto sulle modalità con cui venivano affidati incarichi milionari. A gennaio, il dicastero ha confermato alla commissione d’inchiesta che non può consegnare i dati contenuti nei telefoni cellulari di Ursula von der Leyen perché sono stati tutti cancellati prima che si trasferisse a Bruxelles.

The post I due Papi appeared first on InsideOver.

Economia
Le aziende danneggiate dal Coronavirus
Data articolo:Sun, 16 Feb 2020 13:57:07 +0000

Fino a pochi mesi fa erano considerate una seria minaccia per tutto l’Occidente ma adesso, con la diffusione dell’epidemia del nuovo coronavirus, le aziende cinesi produttrici di smartphone sono in ginocchio.

A causa dell’emergenza sanitaria, infatti, la Cina si è blindata. Il governo è stato costretto ad attuare drastiche misure, tra le quali il prolungamento delle festività del Capodanno cinese e quindi vacanze forzate anche per tutte quelle imprese considerate non fondamentali.

Il problema è duplice e riguarda tanto il Dragone, che senza i profitti di queste imprese vede la sua economia deteriorarsi, quanto il resto del mondo, visto che anche gli smartphone occidentali si affidano a fornitori cinesi. La Cina non è più la fabbrica del mondo da almeno un decennio, eppure la filiera dei cellulari e di altri beni tecnologici dipende ancora dall’ex Impero di Mezzo.

Vendite di smartphone in calo

Lo scenario economico non lascia presagire niente di buono. La maggior parte delle fabbriche cinesi ha sospeso la produzione mentre quelle aperte devono fare i conti con le enormi difficoltà riscontrate dai dipendenti nel rientrare a lavoro. Come se non bastasse molti negozi e centri commerciali sono vuoti o chiusi, dunque le probabilità che qualche cinese decida di acquistare un telefono in questo periodo sono ridotte al lumicino.

Il danno economico è enorme, tanto che il Ceo di Xiaomi, Lei Jun, ha esortato l’industria cinese degli smartphone a tornare al lavoro quanto prima. Come racconta Reuters, il signor Lei ha rilasciato alcune importati dichiarazioni durante il lancio dei nuovi top gamma Mi 10 di Xiaomi: “Le vendite di smartphone del primo trimestre di quest’anno avranno un impatto a causa del coronavirus ma crediamo che nel secondo e terzo trimestre possa esserci una ripresa”.

Certo, le capacità e lo stock di Xiaomi sono sufficienti, al momento, ma nelle prossime settimane le consegne potrebbero seriamente essere compromesse visto che numerose fabbriche non hanno potuto riprendere il lavoro fino al 10 febbraio.

Aziende in difficoltà

La situazione per Xiaomi è particolarmente complessa visto che il brand cinese a dicembre aveva aperto una seconda sede a Wuhan, proprio nell’epicentro del contagio del Covid-19:adesso quei 2.000 dipendenti sono in stand by. Pechino ha rallentato le restrizioni ai viaggi delle persone ma molti lavoratori migranti hanno ancora difficoltà a tornare a lavoro.

Gli esperti sostengono che il virus provocherà un calo delle spedizioni di smartphone dalla Cina continentale di circa il 40% nel primo trimestre rispetto al medesimo periodo di un anno fa. E pensare che Xiaomi, nel 2018 quarto produttore mondiale di smartphone, così come le rivali cinesi Huawei, Oppo e Vivo, speravano di aumentare le vendite nel 2020 rilasciando più telefoni abilitati per il 5G e compatibili con le nuove infrastrutture recentemente installate nel Paese.

È tuttavia doveroso fare una distinzione perché mentre Xiaomi e Oppo avevano scelto di adottare una strategia commerciale finalizzata alla conquista dei mercati esteri, Huawei, pur ragionando allo stesso modo, si ritrova maggiormente esposta alle fluttuazioni interne all’economia cinese; il colosso di Shenzen ha infatti venduto il 60% dei suoi dispositivi all’interno del Paese. Per quanto riguarda Oppo e Vivo, la loro spada di Damocle sarà rappresentata dalla chiusura dei negozi offline, visto che il loro punto di forza si basava proprio su questo.

The post Le aziende danneggiate dal Coronavirus appeared first on InsideOver.

Politica
Ritorna il Trattato del Quirinale?
Data articolo:Sun, 16 Feb 2020 12:39:14 +0000

Sembrava che il progetto inerente al Trattato del Quirinale tra Italia e Francia appartenesse ormai agli archivi della diplomazia europea; invece, proprio quando nessuno se lo aspettava, eccolo rispuntare dalle ceneri del passato.

Per capire meglio di che cosa stiamo parlando occorre fare un passo indietro. A cavallo tra il 2017 e il 2018 l’allora governo italiano guidato da Paolo Gentiloni fu attratto dal rampante Emmanuel Macron in un piano che prevedeva un patto di ferro tra Roma e Parigi.

I due leader avevano annunciato l’inizio dei tavoli di lavoro per definire il cosiddetto Trattato del Quirinale, un documento che avrebbe dovuto sancire la “cooperazione rafforzata” italo-francese su un ampio ventaglio di temi: dalla crescita all’occupazione, dalla politica migratoria all’ambiente, dalla formazione alla difesa comune europea.

Era tutto pronto: mancava soltanto la firma – prevista tra settembre e l’ottobre 2018 – per sancire la partnership privilegiata della nuova accoppiata Italia-Francia. Nel momento cruciale, il tavolo è tuttavia saltato a causa del cambio di governo italiano. Con l’arrivo dei gialloverdi, tanti saluti al progetto di accordo tanto caro a Macron e Gentiloni.

Il ritorno del Trattato del Quirinale

Se a un primo sguardo il Trattato del Quirinale può apparire come un patto vantaggioso tanto per l’Italia quanto la Francia (e quindi un’occasione mancata), scavando in profondità troviamo numerose insidie, frutto dei troppi sgambetti francesi del passato a danno del nostro Paese.

Va da sé che la paura più grande, il vero e proprio spauracchio di un accordo del genere, riguarda l’eventualità di non ritrovarsi sullo stesso piano della Francia. In altre parole, mentre Parigi e Berlino sono attori di pari livello, Roma potrebbe non avere alcuna voce in capitolo ed essere costretta a sottostare ai diktat di Macron. In tal caso la convenienza sarebbe tutta dei francesi, che sfrutterebbero la sponda italiana per farsi grandi in Europa.

C’è poi un altro aspetto negativo da considerare, ovvero il fatto che accordi del genere risultano selettivi e non comprendenti l’intera Unione europea. Detto altrimenti, creano (o potrebbero creare) pericolose asimmetrie geopolitiche.

Sabbie mobili

Tornando ai giorni nostri, secondo quanto riferito da La Verità, circolano voci secondo le quali i governi francesi e italiani starebbero lavorando per riprendere il discorso del Trattato del Quirinale nel punto esatto in cui si era interrotto. A fine mese è infatti previsto a Napoli un vertice tra Macron e Conte. Sul tavolo rischia di esserci proprio l’accordo citato, mentre dietro l’angolo potrebbe nascondersi il rischio sventato nel 2018: diventare una sorta di succursale di Parigi.

Già, perché Macron non vede l’ora di prendere la palla al balzo, infischiandosene tanto delle richieste italiane quanto dell’assetto europeo. L’obiettivo del capo dell’Eliseo è uno: plasmare una nuova Europa francocentrica a sua immagine e somiglianza. E in questa impresa titanica può essere utile perfino chiedere aiuto alla tanto bistrattata Italia.

La speranza è che il governo giallorosso non presti il fianco a Parigi in un modo così ingenuo e che ragioni a fondo prima di siglare qualsiasi trattato che potrebbe compromettere il nostro futuro già alquanto nebuloso. Anzi: Roma dovrebbe contrapporre a Macron una visione dell’Europa completamente diversa, una struttura diametralmente opposta rispetto a quella sognata dal presidente francese. Senza chiedere troppo, quindi, basterebbe che l’Italia si limitasse a non cadere in pericolose sabbie mobili.

The post Ritorna il Trattato del Quirinale? appeared first on InsideOver.

Politica
La diplomazia parallela di Ivanka
Data articolo:Sun, 16 Feb 2020 10:45:50 +0000

Nuovo viaggio all’estero per Ivanka, figlia e advisor del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ancora una volta il suo impegno è rivolto al mondo femminile e all’emancipazione delle donne in luoghi dove i diritti non sono garantiti. In queste ore, Ivanka Trump è negli Emirati Arabi Uniti per partecipare al Global Women’s Forum di Dubai dove ha incontrato le imprenditrici del Paese del Golfo dopo aver visitato alcuni dei siti più famosi della capitale.

La figlia e consigliera di Trump si è inoltre recata in visita al Louvre Abu Dhabi e alla Grande Moschea dello sceicco Zayed. Come riporta Bloomberg, ha poi incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed al-Nahyan. Al Louvre, Ivanka ha discusso dell’emancipazione economica femminile negli Emirati Arabi Uniti con donne d’affari e funzionari governativi. Tra i funzionari c’erano Reem al-Hashemi, ministro per la cooperazione internazionale, Noura al-Kaabi, ministro della cultura e dello sviluppo delle conoscenze, e Sarah al-Amiri.

Rendere l’emancipazione delle donne una priorità

Due senatori, il repubblicano Lindsey Graham e il democratico Jeanne Shaheen, hanno in cantiere una proposta di legge per supportare gli sforzi di Ivanka Trump a favore delle donne in tutto il mondo, rendendo dunque l’emancipazione delle donne una priorità della politica estera degli Stati Uniti. Con l’approvazione di questa legge bipartisan, si istituirebbe anche un Ufficio per l’emancipazione femminile presso il Dipartimento di Stato. Ivanka ha dichiarato che questa legge è un “obiettivo atteso da tempo”.

Il disegno di legge Graham-Shaheen deve essere approvato sia dal Senato guidato dai repubblicani sia dalla Camera controllata dai democratici prima che il presidente possa firmarla. Si tratterebbe di un’indiscutibile successo per la figlia di The Donald, che ha più volte dimostrato di saper toccare le corde giuste del padre al fine di influenzare anche le sue scelte in politica estera. Con la sua “Iniziativa per lo sviluppo globale e la prosperità femminile”, nel 2019 Ivanka ha viaggiato in Etiopia, Costa d’Avorio, Marocco, Argentina, Colombia, Paraguay. Come osserva la Casa Bianca, il ruolo di Ivanka nell’amministrazione Trump nel corso degli ultimi anni si è concentrato sull’educazione e l’emancipazione economica delle donne e delle loro famiglie, nonché sulla creazione di posti di lavoro e sulla crescita economica attraverso la formazione professionale. Mentre suo marito, Jared Kushner, che è anche consigliere senior del presidente, si concentra su questioni di politica interna ed estera, il ruolo di Ivanka si è concentrato principalmente sulle questioni interne.

Il ruolo di Ivanka nello strike in Siria

Nell’attacco ordinato dalla Casa Bianca contro la base di Shayrat in Siria del 7 aprile 2017 Ivanka Trump ebbe un ruolo di primo piano. Come ha rilevato Eric Trump in un’intervista al Telegraph, figlio del presidente Usa e fratello di Ivanka, quest’ultima ebbe un ruolo importante in tale scelta, rimasta con “il cuore spezzato e indignata” dopo aver visto le immagini del bombardamento chimico a Khan Shaikoun, che per gli Stati Uniti fu un’azione con cui il regime di Damasco voleva schiacciare i ribelli con l’avvallo di Mosca. Il resto è storia. A dimostrazione del fatto che il ruolo di Ivanka nell’amministrazione americana è tutt’altro che marginale.

The post La diplomazia parallela di Ivanka appeared first on InsideOver.

Politica
Russiagate, Trump fa interrogare chi lo voleva incastrare
Data articolo:Sun, 16 Feb 2020 09:39:51 +0000

In una lettera inviata al procuratore generale degli Stati Uniti William Barr, il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham, presidente del Comitato giudiziario del Senato e molto vicino al presidente Donald Trump, sottolinea che il “Comitato sta continuando a indagare sulle questioni relative al Dipartimento di Giustizia e all’Fbi per la gestione dell’inchiesta Crossfire Hurricane, compresa la richiesta di un mandato Fisa su Carter Page”, ex advisor della campagna di Trump. “Al fine di favorire la supervisione del Comitato su questa importante questione – sottolinea Graham – chiedo che i seguenti dipendenti del Dipartimento siano disponibili quanto prima per dei colloqui. Il Comitato contatterà inoltre direttamente gli ex dipendenti del Dipartimento per programmare le interviste e informerà il Dipartimento di giustizia quando tali interviste sono programmate in modo che i consulenti del Doj possano partecipare”.

Tra i funzionari che Graham ha inviato a testimoniare davanti al Comitato giudiziario del Senato, che indaga sulle origini del Russiagate e sui possibili abusi ai danni della campagna di Trump, c’è anche Kieran Ramsey, addetto legale dell’Fbi per l’Italia, la Santa Sede, San Marino e Malta presso l’ambasciata degli Stati Uniti, a Roma.

Durham indaga sulla Cia e su Brennan

Nel frattempo, l’indagine penale del procuratore John Durham, secondo quanto riferito dal New York Times, si starebbe concentrando sulla condotta della Cia e in particolare dell’ex direttore John Brennan. Quest’ultimo ha dichiarato al Nyt di “essere disposto a parlare con Durham” o “con chiunque altro abbia domande su ciò che abbiamo fatto durante il 2016”. Secondo quanto riportato dal Washington Examiner, che riporta alcune dichiarazioni dell’ex direttore dell’Fbi Christopher Wray, Durham starebbe facendo chiarezza sul rapporto Trump-Russia redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele, finanziato da Fusion Gps, dalla Comitato nazionale democratico, dalla campagna della Clinton e dal Washington Free Bacon. Durham sta cercando di rispondere a una “semplice” domanda:

Perché le agenzie federali hanno preso sul serio un dossier screditato e viziato da un chiaro pregiudizio politico?

Lo scorso ottobre, l’indagine preliminare del Dipartimento di Giustizia guidata da Barr e condotta dal procuratore John Durham si è “evoluta” in un’indagine penale a tutti gli effetti. Secondo Fox News, infatti, l’indagine di Durham “si è estesa” sulla base “di nuove prove raccolte durante un recente viaggio a Roma con il procuratore generale William Barr”. Si tratta dei due incontri con i vertici dei servizi segreti italiani del 15 agosto e 27 settembre scorso autorizzati dal premier Giuseppe Conte.

Alle origini del Russiagate

A dicembre, Barr aveva respinto le conclusioni del rapporto dell’Ispettore generale del Dipartimento di Giustizia Michael Horowitz sul Russiagate. Nelle sue conclusioni, infatti, Horowitz aveva criticato (duramente) la gestione del caso da parte dell’Fbi e delle intercettazioni telefoniche nelle prime fasi delle indagini sul Russiagate, ma ha esonerato il bureau dall’accusa di cospirazione. Inoltre, secondo Horowitz, l’Fbi aveva gli elementi necessari per aprire legittimamente l’inchiesta contro la Campagna di Trump e non ha agito assecondando un pregiudizio politico.

In un’intervista rilasciata alla Nbc, il ministro della Giustizia Barr aveva invece chiarito che l’Fbi possa aver operato in “malafede” quando ha avviato le indagini sul Russiagate e in maniera “impropria” quando The Donald si è insediato alla Casa Bianca. Come riporta il giornalista investigativo John Solomon, il bureau ha mentito ben nove volte al tribunale Fisa pur di ottenere il mandato di sorveglianza ai danni dell’ex collaboratore di Trump, Carter Page. In totale, nel rapporto Horowitz si parla di ben 51 violazioni complessive. Come più volte spiegato su questa testata e come confermato da Barr, sarà il procuratore Durham ad avere l’ultima parola sull’ipotesi di cospirazione ai danni del presidente Usa.

The post Russiagate, Trump fa interrogare chi lo voleva incastrare appeared first on InsideOver.

Economia
Le nove aree dove la Cina potrà rafforzarsi dopo il coronavirus
Data articolo:Sat, 15 Feb 2020 15:55:34 +0000

Città in quarantena, persone rinchiuse nelle proprie abitazioni, migliaia di contagiati, morti e, più in generale, l’intera Cina in ginocchio: questi sono soltanto alcune delle gravi conseguenze del coronavirus. Eppure, nonostante uno scenario apocalittico, è possibile guardare anche il bicchiere mezzo pieno.

Strano ma vero, il contagio del Covid-19 ha portato (o potrebbe portare) benefici non da poco per il Dragone. Il portale Value China ha individuato nove aspetti socio-economici che, toccati dal contagio attualmente in corso, fortificheranno l’economia del Paese. Osservando la situazione da un’altra prospettiva notiamo diversi spunti di riflessione.

Partiamo con il sistema sanitario nazionale: è proprio grazie all’emergenza coronavirus che Pechino sta costruendo ospedali a tempo record e l’intera popolazione si è unita in nome della solidarietà. Considerando la storia della Cina, fatta di crisi alle quali sono succedute floride rinascite, non ci sarebbe da sorprendersi di assistere a una nuova resurrezione. D’altronde c’è un precedente che vale come monito: l’epidemia di Sars a cavallo tra il 2002 e il 2003.

Durante quegli anni, tra l’altro, molte aziende hanno colto la palla al balzo trovando enormi opportunità. Basti pensare a JD.com e Alibaba: la prima società ha approfittato della diffusione della Sars e della psicosi generale per mettere su il business online mentre la seconda ha creato Taobao, una sorta di Ebay cinese. Certo, accanto a storie del genere troviamo l’altro lato della medaglia: turismo, compagnie aeree e offline stanno letteralmente andando a picco.

L’avanzata dell’online

Partiamo con l’online. Una tendenza del popolo cinese è quella di fare acquisti online, a esclusione di molti generi alimentari. Con l’avanzare del coronavirus pochi hanno il coraggio (o la possibilità) di avventurarsi in mercato e supermercati. Dunque è possibile un incremento al quadrato degli acquisti online. Una volta terminata l’emergenza sanitaria, i negozi fisici assumeranno un nuovo significato: luoghi in cui i clienti possono entrare in contatto tra loro e scambiare le proprie opinioni.

C’è poi l’enorme capitolo legato al sistema dell’istruzione cinese. Con la chiusura delle scuole si stanno aprendo nuovi scenari “a distanza”. Mentre in passato gli insegnamenti online erano considerati integrazione all’offerta offline, adesso vale l’esatto opposto. In futuro, grazie alle lezioni via internet, gli insegnanti potranno tenere lezioni in contemporanea per centinaia di migliaia di studenti.

Per quanto riguarda il lavoro, numerose aziende stanno fornendo ai propri dipendenti i loro servizi per lavorare da remoto. Lavorare da casa, anche nei prossimi anni, consentirà l’emergere di figure come liberi professionisti o influencer.

Le conseguenze sociali

Dal punto di vista sociale, i cittadini inizieranno a considerare la salute fisica e mentale come nuovi termini di valutazione. Potranno prendere campo settori come quello biotecnologico, dell’amministrazione delle risorse mediche e della condivisione delle informazioni e dei dati. Il sistema del credito sociale potrà espandersi anche alla sorveglianza della salute.

Al termine del coronavirus, Pechino potrebbe inoltre aprire a nuove esperienze di governance moderna delle città (Smart city). Spazio anche alla logistica innovativa e al cloud: dal coordinamento strategico 2.0 al neo banking. Arriviamo poi agli ultimi punti da analizzare. Da citare senza ombra di dubbio gli ammortizzatori economici utilizzati dal governo centrale per dare ossigeno alle casse statali in caso di calamità o disastri. Da un punto di vista sociale il coronavirus ha unito il popolo cinese e rinforzato ulteriormente l’orgoglio nazionale. In base a quanto detto sulle aziende, inoltre, molti soggetti potrebbero riuscire a diversificare il proprio portafoglio per smorzare le controindicazioni di eventuali crisi.

The post Le nove aree dove la Cina potrà rafforzarsi dopo il coronavirus appeared first on InsideOver.

Guerra
La vita nei territori siriani occupati da Al Qaeda
Data articolo:Sat, 15 Feb 2020 12:05:37 +0000

L’avanzata lungo l’autostrada M5 di questi giorni, compiuta dall’esercito siriano a discapito delle formazioni islamiste, non ha soltanto permesso il recupero di un territorio essenziale per il governo di Damasco. Le operazioni dei soldati, che sono riusciti a metter piede in zone da cui la bandiera siriana non sventolava da almeno sette anni, hanno contribuito a svelare il mondo nascosto all’interno delle aree del Paese occupate dalle sigle islamiste e jihadiste. Ed è bastato fotografare un semplice cartello ritrovato proprio lungo la M5 per capire com’è stata (e com’è ancora in certe zone) la vita sotto il controllo degli estremisti.

Quel cartello nero scoperto a pochi passi da Aleppo

La provincia di Idlib e la parte occidentale di quella di Aleppo sono state tra le prime ad essere perse dall’esercito siriano quando la situazione nel Paese è iniziata a precipitare nel 2012. Dalla vicina Turchia sono arrivati qui centinaia di combattenti islamisti, che da Ankara hanno fatto transitare verso la Siria in funzione anti Assad. Non a caso già in quell’anno si è iniziato a parlare di “autostrada del jihad” in riferimento agli assi viari del sud della Turchia, da cui sono passati terroristi ed estremisti spesso provenienti anche dall’Europa. Per l’esercito di Damasco mantenere il controllo di questi territori è diventato subito molto difficile, visto che molti uomini erano già impegnati a difesa della capitale e di Homs e, in generale, le forze armate fedeli al presidente Assad si sono rivelate inizialmente impreparate a fronteggiare l’afflusso di miliziani dall’estero. Già nel luglio del 2012 è iniziato l’assedio dei gruppi islamisti per prendere Aleppo, in quello stesso mese la provincia di Idlib era per più della metà nelle loro mani, anche se il capoluogo cadrà poi solo nel 2015.

Dunque, per quasi un decennio queste zone sono state governate da sigle vicine sia a Tahrir Al Sham, l’ex Fronte al Nusra e dunque il braccio siriano di Al Qaeda, che alla galassia di gruppi islamisti appoggiati dalla Turchia. Chi nel 2012 era bambino, è diventato maggiorenne conoscendo soltanto il governo dei miliziani islamisti. Lecito quindi chiedersi che tipo di società nel frattempo è stata creata e, soprattutto, com’è trascorsa la vita sotto nei territori il dominio di sigle estremiste. Quando all’inizio della settimana i soldati governativi sono tornati nei quartieri occidentali di Aleppo, lungo la riconquistata autostrada M5 hanno trovato diversi cartelli neri. In molti di questi, con non poca sorpresa da parte delle stesse truppe, non c’erano indicazioni stradali bensì regole di comportamento. In uno, in particolare, vi era la scritta “Haram” con riferimento alla musica ed alle canzoni. Con quel termine viene indicato ciò che è “illecito” o comunque proibito nei comportamenti da seguire. Dunque, chi ha governato fino a pochi giorni fa quel territorio a pochi passi da Aleppo, ha vietato in questi anni il semplice ascolto della musica.

Segno di un governo del territorio basato su alcune delle più rigide interpretazioni della Sharia, la legge islamica. E se l’esempio del cartello è valido per gli aspetti musicali, vien da pensare anche alla vita delle donne in quei luoghi ed alla sorte di chi professa altre religioni. Intanto, come segno di vittoria sulle forze estremiste, sotto quel cartello trovato lungo la M5 alcuni soldati assieme ad alcuni civili si sono radunati per ascoltare musica girando un video diventato poi virale in tutta la Siria. 

Prosegue l’avanzata governativa

Sotto il profilo militare, anche nelle ultime ore sono proseguiti gli scontri tra governativi e miliziani islamisti tra Idlib ed Aleppo. L’esercito di Damasco ha potuto contare anche sul supporto dell’aviazione russa, che è tornata a bombardare anche le aree vicine al confine con la Turchia. Da qui il governo di Ankara ha continuano a far affluire nelle ultime settimane decine di mezzi e rifornimenti, segno di come Erdogan stia continuando a sostenere i gruppi islamisti finanziati in questi anni dal suo governo. Altri soldati turchi sono poi entrati nella provincia di Idlib, piazzando nuovi posti di guardia che vanno ad aggiungersi a quelli già esistenti nell’ambito del momrandum di Sochi del settembre 2018.

La tensione continua ad essere molto alta, con lo stesso presidente turco che ha evocato l’intervento della Nato. Il problema però, come si può ben intuire anche dal piccolo esempio sopra illustrato, a questo punto è rappresentato dal fatto,  assecondando le velleità della Turchia di arrivare almeno ad un cessate il fuoco, l’occidente sta rischiando di dare ulteriore manforte a gruppi che nei territori da loro controllati hanno proibito anche la musica.

The post La vita nei territori siriani occupati da Al Qaeda appeared first on InsideOver.

Società
Dalla reticenza alla presa di coscienza: Pechino e il coronavirus
Data articolo:Sat, 15 Feb 2020 11:49:07 +0000

Il coronavirus ha messo a nudo Pechino di fronte al mondo. L’opinione pubblica si è spaccata in due schieramenti: da una parte c’è chi elogia il governo cinese per il mastodontico sforzo messo in campo, dall’altra chi punta il dito contro il Dragone per una pessima gestione dell’emergenza sanitaria. Riavvolgiamo il nastro per analizzare il modus operandi dei vertici del Partito Comunista cinese (Pcc).

Alla fine di dicembre la città di Wuhan è scossa dai primi casi di una polmonite virale. Siamo nel cuore della Cina, nella provincia dello Hubei. Il Capodanno cinese è dietro l’angolo e il popolo del Celeste Impero si appresta a inaugurare l’anno del Topo. Dovrebbe essere un periodo di festa, dove milioni di persone godono di una settimana di vacanza necessaria per trascorrere le festività in compagnia dei loro cari. Non sarà così, perché quella malattia si rivelerà essere l’antipasto del Covid-19. Il 30 dicembre il medico oculista Li Wenliang si accorge che qualcosa non va e su WeChat condivide con i suoi ex colleghi la preoccupazione di una nuova Sars. Come ricorda l’Agi, il messaggio si diffonde veloce sulla rete, tanto che le autorità convocano il signor Li per accusarlo di procurato allarme e diffusione di notizie false.

La versione di quei giorni era una: niente panico, si tratta soltanto di malattie respiratorie comuni, come l’influenza stagionale. In un secondo momento arrivano nuove disposizioni dall’alto: non ci sono state trasmissioni da uomo a uomo. Il mercato ittico di Huanan, nel centro di Wuhan, viene chiuso per lavori di ristrutturazione. Ma i 31 dicembre i funzionari locali convocano una riunione di emergenza e decidono di avvertire l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

La presa di coscienza: è emergenza

Trascorrono almeno un paio di settimane e il 20 gennaio il presidente Xi Jinping entra in campo. Nel frattempo si sono registrati i primi morti. Il leader cinese chiede di mettere in atto “controlli efficaci” per bloccare l’epidemia di polmonite virale. L’istruzione è una: la salute e la vita delle persone deve essere messa al primo posto.

Il 23 gennaio Pechino ordina la quarantena per Wuhan; altre tre città vengono bloccate, così come vengono sospesi i trasporti pubblici. Pechino capisce che la situazione è più grave del previsto: entriamo nella seconda fase. Intanto il dottor Li viene riabilitato ma, entrato in contatto con altri pazienti viene contagiato e morirà nel giro di qualche settimana.

Il sospetto che la Cina stia nascondendo la reale entità di quanto stia accadendo cresce sempre di più, anche perché il Quotidiano del Popolo, come se niente fosse, dedica la prima pagina del 24 gennaio agli auguri fatti di Xi : il virus di Wuhan trova spazio in secondo piano. Il 25 gennaio scatta la prima riunione del Politburo del Pcc per fare il punto sull’epidemia. Non trapela niente delle decisioni prese ma già il fatto che i 25 più importanti dirigenti a livello nazionale della Cina (presidente compreso) si riuniscano, la dice lunga.

L’ira di Pechino sui funzionari locali

Il numero dei contagiati aumenta, i morti iniziano a farsi consistenti. Il 28 gennaio Xi interviene pubblicamente, lancia l’allarme su “una situazione grave” e paragona il coronavirus (nome in codice 2019-n-Cov) a un demone. Di fronte al direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, Xi promette una politica aperta, responsabile e trasparente.

Pechino cambia ancora atteggiamento: adesso il Dragone chiede e ottiene la sponda dell’Organizzazione mondiale della sanità. A febbraio lo scenario è quasi apocalittico. Le megalopoli cinesi sono vuote mentre le misure del governo si fanno sempre più ferree. L’imperativo è contenere il focolaio dell’epidemia solo nello Hubei. Non a caso la Cina opterà di sacrificare idealmente quella provincia come ultima spiaggia.

Dopo giorni difficili, in cui si susseguono voci di ogni tipo, Xi torna a farsi vedere in pubblico. Il 5 febbraio il presidente si fa fotografare a Pechino con la mascherina sul volto. Il capo di Stato ha elogiato Wuhan: “I popoli dello Hubei e di Wuhan sono eroici. Non sono mai stati schiacciati da alcuna difficoltà e pericolo nella storia”. Entriamo nel momento critico: Pechino defenestra i vertici sanitari e del Pcc dell’Hubei e invia i suoi uomini nell’area infetta. Il vice capo della task force per controllare l’epidemia diventa Chen Yixin, fedelissimo di Xi. Adesso l’obiettivo di Pechino è quello di ripartire nonostante le difficoltà.

The post Dalla reticenza alla presa di coscienza: Pechino e il coronavirus appeared first on InsideOver.


Gazzetta ufficiale dello Stato e Corte costituzionale

Pronunce della Corte Costituzionale Gazzetta Ufficiale Serie generale Gazzetta Ufficiale Corte Costituzionale Gazzetta Ufficiale Unione Europea Gazzetta Ufficiale Regioni Gazzetta Ufficiale Concorsi ed esami Gazzetta Ufficiale Contratti pubblici Gazzetta Ufficiale Parte 2^ Annunci

News da ANSA

News Prima pagina ANSA News politica ANSA News Cronaca ANSA News Estero ANSA

News per mezzo di video

Ultimi video di Diego Fusaro

Ultimi video Report RAI 3

News video RAI attualità e politica

News video LA7 attualità

News video repubblica.it

Video gallery da ANSA


News da prime pagine giornali online

News Espresso News GliOcchiDellaGuerra.it News prima pagina da huffingtonpost.it Link Giornali e istituzioni News da affaritaliani.it News per gli amanti delle action figures News ilfattoquotidiano.it Tutte le news da fanpage.it Tutte le notizie da lettera43.it News Prima pagina GdS News da formiche.net

Notizie molto utili: previsioni del tempo, bollettino della neve, scioperi, banconote false ecc.

Previsioni del tempo da meteoam.it Da ilmeteo.it centrometeoitaliano.it Guida giornaliera programmi TV Tossicodipendenza e droga News meteo meteogiornale.it News banconote false Bollettino della neve da dovesciare.it Scioperi trasporto pubblico News Scioperi da intopic.it News per gli amanti delle action figures RAI SPORT in diretta