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News da gliocchidellaguerra.it

#Gliocchidellaguerra.it

Guerra
L’arma di Pechino per stroncare le proteste ad Hong Kong
Data articolo:Mon, 19 Aug 2019 07:47:11 +0000

Le incognite restano moltissime. Le settimane centrali di agosto hanno mostrato che la spinta dei manifestanti che sfilano per le vie di Hong Kong non è ancora finita. Le incursioni mordi e fuggi come i due giorni che hanno mandato in tilt l’aeroporto, sono la dimostrazione che tutto può ancora succedere. Oltre che sulle strade del porto profumato, lo sguardo è posato anche più a nord, a Pechino, coi timori, spesso infondati o fuorvianti, sulla possibilità che la Repubblica popolare possa schiacciare le proteste come fece nel giugno dell’89 in piazza Tienanmen.

Al momento non è chiaro per quanto le proteste andranno avanti, se, con l’inizio dell’anno scolastico, si affievoliranno, o se diventeranno ancora più radicali. Ma soprattutto non è chiaro se l’esercito cinese interverrà per sedare in modo definitivo le rivolte. C’è chi dice che un’eventuale svolta potrebbe arrivare dopo il 1 ottobre, giorno in cui si festeggia la Giornata nazionale della Repubblica Popolare Cinese. Restano incerte anche le modalità di intervento. Nelle scorse settimane Pechino ha fatto circolare due video, con sinistri messaggi. Il primo, datato 31 luglio, ha mostrato la guarnigione dell’Esercito Popolare di Liberazione marciare in una zona di Hong Kong in assetto anti sommossa con una voce fuoricampo che in cantonese (la lunga più parlata in città) ammoniva: “Tutte le conseguenze sono a vostro rischio e pericolo”. A metà a agosto è stato invece il turno della People’s Armed Police (Pap), la polizia del popolo: che ha marciato per le vie di Shenzhen, la città nella provincia del Guangdong poco lontana da Hong Kong. E proprio qui i problemi per i manifestanti potrebbero aumentare.

I ragazzi che sfilano per le vie del Porto profumato dovrebbero infatti essere preoccupato non tanto per la guarnigione di circa 8-9 mila soldati che risiede in città ma per il possibile intervento delle Pap. Negli ultimi 15-20 anni, infatti, l’esercito popolare non è mai intervenuto in scenari interni, il lavoro repressivo è stata una prerogativa esclusiva della polizia del popolo.

La lunga scia di repressione interna

Gli agenti della Pap, che fondamentalmente si tratta di una milizia paramilitare, hanno condotto gran parte del lavoro sporco nei quattro angoli della Cina per sedare e bloccare focolai di proteste e mettere a tacere i dissidenti. Non a caso il corpo, che svolge anche funzioni di anti-terrorismo, è impegnato attivamente in Xinjiang e Tibet le due regioni che più di tutte hanno mostrato segni di ribellione contro il governo di Pechino e che per questo sono tra le più represse.

Nella regione a maggioranza musulmana il pugno della polizia si è fatto sentire in maniera pesante. Circa 10 anni fa, a partire dalle violente proteste figure del 2009, la Pap ha calato la sua mano creando un vero e proprio stato di polizia. Poco meno di un anno fa, inchieste della stampa internazionale e rapporti delle Nazioni Unite hanno messo in luce un complesso sistema di campi detentivi in tutta la regione con oltre un milione di persone recluse. Discorso analogo con la repressione sul “Tetto del mondo” quando la polizia sedò le proteste locali nel marzo del 2008. 

La Pap non ha però mostrato il pungo di ferro solo nelle regioni “ribelli” ha agito con violenza anche in altri scenari. A partire dal 2000 ha sedato in modo brutale proteste in tutto il Paese. Nel 2005 ha stroncato le manifestazioni nel villaggio di Dongzhou uccidendo una ventina di agricoltori che erano scesi in piazza contro la costruzione di una centrale elettrica. Nel 2011 ha stroncato quelle di Wukan, sempre nel Guangdong.

Un “mini” esercito da oltre un milione di uomini

Secondo le ultime stime la polizia del popolo è composta da circa un milione e mezzo di uomini in tutto il Paese. La centralità nell’architettura del controllo disegnata dal regime è dimostrata anche dall’ultima riorganizzazione interna delle forze armate. Nel 2018, infatti, la Pap è stata portata sotto il controllo della Central Military Commission, un organo presente sia all’interno del partito comunista cinese, che nell’organizzazione statale. In precedenza la polizia del popolo era nell’orbita del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, cioè del governo. Questo avvicinamento all’esercito ha di fatto creato un braccio armato parallelo. La Pap possiede infatti non solo proprie strutture ma anche propria artiglieria, elicotteri, forze speciali e addirittura droni. Persino la Guardia costiera è finita sotto il controllo della Pap, come hanno dimostrato le operazioni sempre più aggressive in quadranti delicati come il Mar Cinese Meridionale.

La riorganizzazione nel 2018 ha accresciuto il potere della Pap sottraendola il controllo di organi civili e rendendola sempre più simile a una milizia, con lo spostamento di compiti legati al controllo delle foreste, all’antincendio o al controllo delle frontiere ad altri reparti. Ufficialmente la mossa dovrebbe prevenire l’uso della forza pubblica da parte di amministratori locali, ma di fatto pone la polizia nelle mani di Xi Jinping, che presiede la Central Military Commission.

 

L’eventuale azioni militare

Come detto le variabili in gioco sono molteplici. Ancora non è chiaro se Pechino sia disposta ad andare oltre le normali minacce portando i “boots on the ground” per le vie di Hong Kong. Quello che è certo è che nel caso di un’operazione di forza sarebbe la Pap ad entrare in azione. Intanto i timori dei manifestanti non riguardano solo il possibile intervento massiccio, ma l’infiltrazione di personale della mainland cinese nella forza di polizia della città. Sui social e i canali Telegram dei manifestanti circolano sempre più spesso video di agenti senza codici identificativi e che sembrano incapaci di comprendere il cantonese, un segno evidente, sostegno, che gli agenti arrivano dalla Cina. Recentemente in un incontro con alcuni giornalisti la polizia ha smentito questa ipotesi, spiegando che al momento non esistono nemmeno protocolli per un eventuale collaborazione con gli agenti di Pechino.

Verso l’assimilazione della polizia

Agitare lo spettro di Tienanmen rischia di distogliere lo sguardo da altri fenomeni che stanno avvenendo intorno al complesso rapporto tra Cina e Hong Kong. Pechino da oltre vent’anni sta lavorando a una complessa assimilazione della città all’interno del Paese. Questa assimilazione, che ormai è andata a toccare le corde che hanno fatto scattare i manifestanti della città, pervade tutti gli ambiti della società, e in questo senso la polizia non fa eccezione. Paradossalmente per Pechino risulta essere più semplice, meno mediatamente difficile da giustificare, il processo di trasformazione della polizia honkongese in un gemello più piccolo e snello della Pap che schierarla direttamente. Non a caso una delle rivendicazioni dei manifestanti è l’apertura di un’inchiesta sulle violenze della polizia, richiesta che però rischia di rimanere lettera morta.

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Politica
Quelle analogie tra le proteste di Hong Kong e la rivoluzione ucraina del 2014
Data articolo:Mon, 19 Aug 2019 07:00:30 +0000

Il fronte antigovernativo di Hong Kong è tornato a riempire le strade dell’ex colonia britannica per l’undicesimo fine settimana consecutivo di proteste. Le richieste dei manifestanti vanno ormai ben oltre il ritiro della legge sull’estradizione in Cina; adesso gli hongkonghesi vogliono le dimissioni della governatrice locale, Carrie Lam, ma ancora di più spingono per richiedere maggiori libertà democratiche. Mai come in questo periodo l’equilibrio tra Hong Kong e la Cina continentale è sul punto di rompersi definitivamente, provocando importanti ripercussioni geopolitiche. Al di là degli effetti che la protesta avrà sull’immagine del presidente Xi Jinping e di come andrà a finire, il Kyiv Post ha sollevato un interessante parallelo fra quanto sta accadendo a Hong Kong e quanto è accaduto in Ucraina nel 2014.

Il confronto tra le proteste ucraine del 2014 e i fatti di Hong Kong

Secondo la testata ucraina, sono molte le affinità che legano i due eventi, a cominciare dalla data della loro esplosione. Gli avvenimenti odierni di Hong Kong non sono altro che la continuazione delle prime proteste andate in scena nel 2014, la cosiddetta Rivoluzione degli ombrelli durata 79 giorni; poche settimane più tardi fu l’Ucraina ad accogliere quella che fu rinominata dai media la Rivoluzione ucraina. In entrambi i casi gli obiettivi dei manifestanti erano simili: ottenere l’indipendenza e tagliare ogni legame politico con due superpotenze pronte – stando alla narrazione dei manifestanti – ad allungare le mani su Hong Kong e Ucraina: Cina e Russia. In entrambi i casi anche gli autori delle proteste erano gli stessi: attivisti studenteschi che guardavano all’Occidente come modello di libertà da seguire. Infine, in entrambi i casi, c’era chi ha sospettato la presenza della longa manus degli Stati Uniti per mettere i bastoni tra le ruote a Pechino e Mosca. La differenza sta nel come le due proteste si sono concluse: mentre la rivoluzione Euromaidan in Ucraina ha estromesso dal potere l’amministrazione locale pro Russia, riportando il paese in orbita europea, a Hong Kong il movimento democratico è fallito.

“Ispirati dal popolo ucraino”

A distanza di cinque anni una parte degli hongkonghesi è tornata a farsi sentire e vedere, aggiungendo ulteriori punti in comune con la rivolta ucraina. Anzi, pare che alcuni tra gli attivisti e legislatori tornati in azione abbiano affermato di essersi ispirati dal successo di quanto accaduto in Ucraina. Joshua Wong, l’attivista di Hong Kong di 22 anni diventato volto del fronte democratico dell’ex colonia britannica che nel 2014 guidò il movimento degli ombrelli, lo ha dichiarato apertamente: “Siamo ispirati da come il popolo ucraino ha iniziato uno sciopero per lottare in nome della propria libertà”. E in effetti, poche settimane fa, a Hong Kong è andato in scena uno sciopero che ha paralizzato l’intera città. Il riferimento principale di Wong e degli altri ragazzi di Hong Kong è il documentario sulla rivoluzione ucraina intitolato Winter on Fire; questa pellicola starebbe ispirando gli attivisti anticinesi e li aiuterebbe a migliorare la loro lotta per la libertà.

L’Ucraina come Hong Kong?

Wong ha apertamente paragonato la lotta intrapresa dall’Ucraina per liberarsi dalla morsa della Russia a quella che sta portando avanti Hong Kong contro la Cina: “Anche se proveniamo da diversi contesti storici e culturali, le nostre lotte per la libertà e la democrazia sono le stesse”. Rispetto alla prima ondata di proteste del 2014, i manifestanti di Hong Kong sono più vecchi, meglio equipaggiati ma soprattutto più arrabbiati; in poche parole sono disposti a tutto pur di vincere la loro guerra contro Pechino. “Proseguiremo la nostra lotta – ha aggiunto Wong – ma dobbiamo imparare dagli ucraini. L’Ucraina ha affrontato la forza della Russia, noi sfideremo la forza della Cina comunista”.

Analogie e differenze

Nelle ultime settimane i vecchi video della rivoluzione ucraina sono circolati in gran numero sui social network di Hong Kong; inoltre numerosi attivisti ucraini avrebbero condiviso messaggi di sostegno e solidarietà con i loro omologhi hongkonghesi. In Ucraina, davanti all’ambasciata cinese di Kiev, sono state registrate alcune proteste. Le tattiche adottate dai manifestanti di Hong Kong ricalcano e cercano di migliorare quelle di Euromaidan. Ad esempio gli abitanti dell’ex colonia britannica hanno iniziato a usare i laser per interferire con la tecnologia di riconoscimento facciale delle telecamere a circuito chiuso, oppure stanno adottando sempre di più alcune impensabili applicazioni per organizzare i raduni, come Pokémon Go e Tinder, mentre gli ucraini si erano fermati ai social network. È comunque evidente che i contesti storici e culturali sono assai diversi, ed è questa la grande differenza che potrebbe smentire le parole e vanificare le speranze di Joshua Wong. La più importante differenza è che Hong Kong deve ancora conseguire il proprio obiettivo. E non sarà certo facile.

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Politica
Estremo Oriente in subbuglio. Ma il Giappone non è ancora pronto a scendere in campo
Data articolo:Mon, 19 Aug 2019 06:47:41 +0000

Il Giappone si trova in una situazione molto delicata. Tokyo è in piena guerra commerciale, diplomatica e politica con la Corea del Sud. Le cause sono da ricollegare a un vecchio contenzioso riferito ai tempi dell’occupazione nipponica della penisola coreana; all’epoca la velleità espansiva dell’esercito giapponese spinse il Giappone a espandersi in Asia, annettendo e colonizzando diverse regioni. I nodi non sono mai stati sciolti, e la conferma arriva dalle ultime richieste di Seul all’indirizzo di Mitsubishi, azienda che negli anni più bui della politica estera giapponese avrebbe sfruttato cittadini sudcoreani e sottoponendoli a lavoro forzato. La Corea del Sud ha chiesto un risarcimento ma da Tokyo è arrivata una mezza pernacchia. Non solo: il primo ministro Abe Shinzo ha bloccato le esportazioni verso la stessa Corea del Sud di quei prodotti nipponici necessari a Seul per il rafforzamento del settore tecnologico. Il governo sudcoreano ha risposto chiudendo le porte a beni giapponesi, oltre che boicottando tutto o quasi il made in Japan. Insomma, il Giappone è tornato sul terreno di battaglia, anche se per il momento solo su lati non militari.

Il Giappone non è ancora pronto

Il problema di Tokyo, secondo Foreign Policy, sta proprio nel fatto che sia “sceso in guerra”. Una guerra che il Giappone non è ancora pronto a intraprendere, a queste condizioni. Sono due i motivi che, con il passare dei mesi, potrebbero strangolare Abe. Il primo: Tokyo rischia di subire un grave contraccolpo in termini economici. Il secondo: i Samurai dovrebbero dare una spolverata alll’esercito, inattivo ormai da decenni, ovvero dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In ogni caso, secondo alcuni analisti, il Giappone metterebbe al primo posto gli interessi economici e commerciali piuttosto che le diverse visioni del mondo. Eppure qualcosa è andato storto, e i dissidi con la Corea del Sud sono lì a testimoniarlo.

Scarsa rilevanza in politica estera

C’è poi da considerare, come detto, il lato militare. Tokyo ha sì un esercito, ma per via delle limitazioni della Costituzione pacifista non ha mai potuto effettuare missioni offensive. I soldati nipponici, dunque, potrebbero peccare di allenamento e, in uno scontro a larga scala, potrebbero essere spazzati via dai vari giochi di alleanze che stanno sorgendo in Estremo Oriente. Senza considerare che il peso specifico del Giappone in politica estera è bassissimo: Tokyo ha sempre e solo badato ai suoi affari, infischiandosene delle generalità dei propri partner. Proprio per la sua scarsa presenze negli esteri, la maggior parte degli stati dell’Unione Europea potrebbe essere pronta a schierarsi con altre potenze, fra cui, con ogni probabilità, anche la Corea del Sud.

Le tensioni d’Asia

In Asia la situazione si è fatta più calda del previsto, considerando che si sono delineate diverse faglie di frattura ben definite. Oltre al testa a testa Corea del Sud contro Giappone ci sono altri bracci di ferro da tenere sotto stretto controllo, fra cui le tensioni in Kashmir, che mette di fronte India e Pakistan, e la madre di tutte le Trade War: Stati Uniti contro Cina. Si sono poi aggiunte in corsa India e Cina, con le minacce di quest’ultima all’indirizzo di Nuova Delhi. In mezzo a tutto questo, il Giappone è sceso in campo ma non è ancora pronto a camminare con le proprie gambe.

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Politica
Il paradosso di Xi: da Hong Kong all’economia, ora ha le mani legate
Data articolo:Mon, 19 Aug 2019 06:39:27 +0000

L’uomo più potente del mondo, il leader della prima potenza globale, lo statista più abile in circolazione. Xi Jinping è ormai abituato alle varie perifrasi che gli analisti usano per riferirsi al suo ruolo di presidente della Cina, cioè il paese in perenne ascesa che tormenta i sogni di gloria degli Stati Uniti. Ci hanno più volte raccontato di come il principale vantaggio del Dragone nella contesa con Washington fosse da ricollegare al suo sistema politico, un sistema verticistico dove chi siede in cima alla piramide ha la facoltà di decidere tutto. In effetti, occupando questa posizione dal 2012, Xi può essere immedesimato nella nuova Cina del XXI secolo e viceversa, tanto è forte l’impronta politica del presidente sullo stato. L’immagine che emerge di Xi è quella del classico uomo forte, carismatico, coraggioso, impavido e pronto a tutto pur guidare la Cina verso un futuro prosperoso e moderno. I numeri hanno dato ragione a Xi Jinping ma alcuni nodi mai risolti, o forse mal gestiti, iniziano a venire al pettine. E a minare la reputazione del presidentissimo cinese.

L’impossibilità di scendere a patti con gli Stati Uniti

Il primo nodo è rappresentato senza ombra di dubbio dalla guerra dei dazi. Le ultime tariffe di Donald Trump stanno mettendo in imbarazzo il Partito comunista cinese perché sono arrivate nel momento meno opportuno. Xi Jinping non può cedere a compromessi e non può accettare le richieste economiche del tycoon. Piegarsi adesso, potrebbe essere letto come un pericoloso segno di debolezza dell’apparato politico cinese e, mentre a Hong Kong è in corso una vera e propria ribellione, è consigliato non dare l’impressione di essere molli. Certo, è pur vero che portare allo stremo il braccio di ferro con Washington contribuisce a danneggiare l’economia interna della Cina, tra aumento dei prezzi e svalutazione dello yuan. Xi Jinping, comunque vada, non ha margine di manovra; o almeno, il contesto gli impone di non fare ciò che dovrebbe esser fatto per risolvere la contesa. Ogni concessione minerebbe l’immagine dell’uomo forte al comando.

Da Hong Kong allo Xinjiang: altre grane per Xi

Il secondo nodo è Hong Kong. L’ex colonia inglese in parte ribolle di odio nei confronti di Pechino, in parte è messa in ginocchio dal gap economico che separa i ricchi dai poveri. Non c’è da sorprendersi se i manifestanti pro democrazia abbiano avuto vita facile nell’usare il risentimento anticinese per chiamare i cittadini nelle strade e fomentare quella che assume, giorno dopo giorno, sempre più le sembianze di una guerra civile. Xi Jinping, anche qui, ha le mani legate. Potrebbe inviare l’esercito a ristabilire l’ordine in poche ore, ma in quel caso la Cina dovrebbe pagare un prezzo enorme in termini di immagine (un’altra Tienanmen non sarebbe tollerata dalla comunità internazionale) e in economia (la città perderebbe il suo status speciale che ha consentito il boom del settore finanziario). Strettamente legato a Hong Kong c’è il nodo che riunisce lo Xinjiang a Taiwan. Pechino vorrebbe sradicare la piaga del terrorismo islamico dalla regione autonoma ma, stando a quanto rivelato da alcune inchieste, nel farlo violerebbe i più basilari diritti individuali delle persone. Ma Pechino vorrebbe anche definitivamente annettere Taiwan alla madrepatria; la “provincia ribelle” non intende perdere la propria indipendenza e, supportata dagli Stati Uniti, promette battaglia.

Rafforzare la narrazione dell’uomo forte

A ottobre la Cina festeggia il 70° anniversario della propria nascita e Xi farà di tutto affinché l’evento sia una passarella per rafforzare la sua leadership. La narrazione di uomo forte alla guida di una nazione altrettanto forte è la base su cui si fonda il carisma del presidente cinese, in patria come all’estero, soprattutto nel bel mezzo dei momenti complicati. Anche perché il governo ha capito che non c’è la possibilità di trovare un accordo commerciale con gli Stati Uniti in tempi brevi e che, per evitare ritorsioni contro la figura di Xi, è necessario cementificare l’idea di Xi Jinping come un presidente assediato ma pronto a ribattere colpo su colpo. La verità è che Xi non può fare niente. Non può rispondere come vorrebbe ma non può nemmeno aspettare che il terreno frani, inghiottendo lentamente il miracolo cinese.

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Politica
Quel braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina per il controllo della Groenlandia
Data articolo:Mon, 19 Aug 2019 06:36:18 +0000

Ai più, la proposta di Donald Trump di acquistare la Groenlandia è apparsa l’ennesima sparata di un presidente abituato a uscite a effetto. In realtà la frase uscita dalla bocca del tycoon racchiude un nuovo braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle rotte marittime e commerciali limitrofe al Polo Artico, oltre che per lo sfruttamento delle risorse naturali presenti in abbondanza nelle profondità dei terreni dell’isola più grande al mondo. È stata definita Via della Seta polare, ed è una sorta di appendice della Nuova Via della Seta ideata da Xi Jinping. Il mastodontico progetto infrastrutturale di Pechino ha diverse integrazioni, tra la Via della Seta Marittima, i vari corridoi economici e il passaggio attraverso l’Artico. Gli Stati Uniti si sono accorti dell’intensa attività cinese in Groenlandia, e Washington è pronto a mettere i bastoni tra le ruote di Pechino, che per sfondare ha chiesto e ottenuto la sponda di Mosca.

L’importanza geopolitica della Groenlandia

La posizione geografica della Groenlandia e le sue caratteristiche di fondo si sposano alla perfezione con le esigenze della Cina. La Groenlandia è uno dei luoghi meno ospitali sulla terra, con l’80% della sua superficie sommerso da una lastra di ghiaccio perenne e un’estensione di poco più di 2.000 chilometri quadrati. La presenza umana è esigua e si conta una popolazione di circa 57.000 abitanti distribuita in 13 città tra loro non collegate da strade. Lo scioglimento dei ghiacci sta creando nuove rotte marittime artiche sul quale il Dragone ha già affondato i suoi artigli; passando da qui, le imbarcazioni cariche di merci in partenza da Shanghai e dirette nel porto di Rotterdam risparmierebbero 15 giorni di tempo rispetto ai 48 previsti transitando attraverso il Canale di Suez. C’è dell’altro, perché Pechino ha fiutato la presenza delle risorse naturali e delle terre rare, decisive per vincere il braccio di ferro economico contro gli Stati Uniti.

Il piano economico della Cina

La Cina ha un piano ben preciso. La China Communications Construction Company (Cccc) era pronta ad ampliare i tre aeroporti presenti in Groenlandia, vale a dire quelli situati a Nuuk, Qawortoq e Ilulissat. Nel 2018 il governo locale aveva lanciato una gara d’appalto alla quale furono ammesse sei imprese, tra cui la Cccc. L’offerta dei cinesi aveva preoccupato sia gli Stati Uniti, sia la Danimarca. Per questo motivo Copenaghen, alla fine, è stata costretta a rilevare un terzo della compagnia groenlandese che appaltava la gara, escludendo così Cccc dalla contesa. Pochi mesi fa è stata annunciata una nuova gara per completare piste e terminati degli aeroporti di Nuuk e Ilulissat, e i cinesi sono tornati in pista con la carta delle joint venture. I cinesi, stando a quanto riportato da Reuters, hanno in un secondo momento ritirato la loro offerta.

La preoccupazione di Washington

In Groenlandia la Cina ha acquistato (o gestisce) i quattro giacimenti minerari cruciali della regione. Il giacimento di zinco, a nord, ̬ controllato al 70% dalla Nfc; quello di rame, a Carlsberg, ̬ nelle mani della Jangxi Copper; quella di ferro, a Isua, ̬ presieduta dalla General Nice di Hong Kong mentre la quarta, quella di uranio a Kvanefjeld, appartiene per il 12% alla cinese Shenghe Resources. Gli Stati Uniti, che hanno in Groenlandia una base militare, la Thule Air Base, sono preoccupati che Pechino Рcome al solito, nei pensieri di Washington Рpossa usare la carta economico-commerciale per nascondere obiettivi militari, per giunta a pochi passi dal territorio statunitense. Acquistare la Groenlandia avrebbe risolto il problema alla radice.

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Politica
L’assalto cinese all’Artico passa per l’Alaska
Data articolo:Mon, 19 Aug 2019 06:32:39 +0000

L’amministrazione Trump è impegnata in una guerra fredda con la Cina che sta toccando sempre più settori, dal commercio alla tecnologia, e aumenta continuamente di intensità, ma l’attenzione rivolta a contrastare le ambizioni egemoniche di Xi Jinping nel mondo ha lasciato senza difese la porta di casa per l’Artico: l’Alaska.

Una conquista silenziosa

Nel 2015 cinque navi militari cinesi erano state avvistate in navigazione in prossimità dell’Alaska, nelle acque internazionali del mare di Bering, negli stessi giorni in cui l’allora presidente Barack Obama era in visita nello stato federato. L’evento era stato interpretato come un gesto di sfida di Pechino nei confronti di Washington, con cui i rapporti erano tesi – sebbene non come oggi – per via delle manovre militari statunitensi nel mar cinese meridionale.

Quattro anni dopo, la Cina è effettivamente entrata in Alaska e non manu militari, ma attraverso la diplomazia dello yuan. Anchorage e Pechino sono legate da un forum economico a cadenza annuale che ogni dodici mesi richiama miliardari cinesi pronti a investire in qualsiasi settore si intravedano opportunità di guadagno, l’interscambio commerciale sfonda ogni anno nuovi record, il favore dei politici locali viene ottenuto investendo in progetti e infrastrutture che dovrebbero essere finanziate dal governo federale, mentre il favore della popolazione viene raccolto facendo fiorire un’economia sempre più diversificata per via degli investimenti in settori meno rilevanti ma ad alto potenziale di sviluppo, come il turismo, la pesca e l’economia forestale.

Fra il 2003 ed il 2017 il valore annuale delle esportazioni di merci alascane verso la Cina è aumentato da 154 milioni di dollari a 1 miliardo 480 milioni di dollari; una cifra che ha consolidato la posizione di Pechino quale principale partner commerciale di Anchorage – un record che detiene incessantemente dal 2011.

Ciò che oggi caratterizza l’economia alaskana è la condizione di dipendenza dalla domanda cinese: quasi il 30% delle esportazioni globali sono dirette a Pechino, una tendenza in rapido e continuo aumento.

Le mire sul gas alascano

L’emancipazione della Cina dall’importazione massiccia di risorse naturali provenienti dall’estero è uno dei punti cardine dell’agenda di Xi, ma si tratta di un obiettivo ancora lontano dall’essere realizzato per via della necessità di dover rifornire costantemente il più grande apparato produttivo del pianeta ai fini del suo mantenimento in efficienza e il suo miliardo di abitanti.
La Cina è il secondo importatore mondiale di gas liquefatto e si appresta a diventare il primo entro i prossimi anni. Fra il 2016 ed il 2018 ha acquistato il 14% del gas liquefatto prodotto dagli Stati Uniti.

In Alaska si trovano i più importanti giacimenti di gas naturale del paese, ma fino ad oggi gli investimenti federali hanno dato priorità allo sviluppo del settore petrolifero – da cui l’economia è fortemente dipendente. La Cina ha visto in questa situazione un’opportunità di investimento, proponendosi come una valida fonte di credito alternativo e portando avanti una persistente campagna di lobbismo per difendere e giustificare i propri interessi in qualità di “paese quasi artico”.

Nel 2017 l’americana Alaska Gasline Development Corp e le cinesi Sinopec Group, CIC Capital e Bank of China, avevano raggiunto un accordo preliminare per lo sviluppo di un ambizioso progetto da 43 miliardi di dollari. Si sarebbe trattato di costruire un gasdotto che, partendo da North Slope, avrebbe dovuto raggiungere un impianto di liquefazione sito a Cook Inlet, capace di produrre giornalmente 3 miliardi e 500 milioni di piedi cubi di gas. La Cina aveva garantito l’acquisto del 75% del gas liquefatto proveniente dall’impianto.

Il progetto è stato annullato a fine luglio dalla nuova amministrazione alaskana guidata dal repubblicano Mike Dunleavy per via di presunti “rischi per la sicurezza” legati allo sviluppo di un progetto di tale portata con tre enti cinesi. Il neo-governatore ha precisato che, però, il gasdotto e l’impianto si faranno ugualmente, perché altri investitori internazionali si sarebbero mostrati interessati.

L’importanza dell’Alaska

L’Alaska si sta rivelando un mercato estremamente importante per la Cina e, sebbene i tentativi di penetrare nel settore del gas siano temporaneamente ostacolati, il paese ha ancora molte carte da giocare; la via della seta polare è una di queste.
Il corridoio commerciale è ancora sulla carta ed è stato pensato per circumnavigare il polo nord eurasiatico e ridurre i tempi di spedizione delle merci nella tratta Shanghai-Rotterdam di quasi un mese rispetto all’attuale, ed obbligata, rotta che attraversa lo stretto di Malacca. Per ovvie ragioni geografiche, l’Alaska dovrebbe fungere da uno dei punti di transito della rotta, giocando un ruolo particolarmente importante in quanto utilizzabile come testa di ponte per lo smercio dei prodotti cinesi nell’America settentrionale.
Per convincere i paesi artici a dare luce verde al progetto, la Cina ha investito miliardi di yuan in attività di lobbismo e sviluppo infrastrutturale in Norvegia, Finlandia, Russia, ed anche Alaska.

Quest’ultima era stata visitata da Xi nell’aprile 2017, che si trovava negli Stati Uniti per un incontro ufficiale con Donald Trump. Il presidente cinese era stato accolto entusiasticamente dall’allora governatore Bill Walker, con il quale aveva discusso di aumentare gli investimenti nei più importanti settori dello stato e intensificare ulteriormente il già prospero interscambio commerciale.
Il nuovo corso inaugurato dal governatore repubblicano Dunleavy si prospetta ostile a Pechino, ma la linea dura potrebbe comportare un prezzo caro da pagare, perché un’eventuale rappresaglia basata sulla riduzione delle importazioni affosserebbe l’economia troncata alascana.

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Economia
Gli Usa potrebbero finire in recessione nel 2020?
Data articolo:Sun, 18 Aug 2019 12:46:35 +0000

Donald Trump ha sino ad ora salutato il rispetto degli obiettivi programmatici della sua campagna elettorale in materia di politica economica, che prevedevano una robusta crescita del 3% annuo, i record degli stock borsistici e il marcato calo della disoccupazione ai minimi storici come i principali successi della sua amministrazione. A ragione, Trump può vantare il fatto che la riforma fiscale repubblicana ha, soprattutto in campo finanziario, aperto i cordoni per investimenti e crescita. Ma non è tutto oro quel che luccica.

L’espansione del deficit federale e le politiche governative di Obama e Trump hanno consentito agli Stati Uniti di gettarsi alle spalle la Grande Recessione del 2007-2008, ma numerose contraddizioni interne al sistema non sono state sanate. Dalle disuguaglianze che non accennano a diminuire agli elevati tassi di povertà, passando per il perenne fardello del debito privato, gli Stati Uniti sono affetti da problemi cronici che puntualmente possono tornare a far pagare il conto. Tanto che negli ambienti economici circola con insistenza il timore che il 2020 possa coincidere con una nuova fase di recessione.

Il primo segnale di incertezza sul futuro dell’economia americana viene dai mercati finanziari. Per la prima volta dalla grande crisi del decennio scorso, infatti, i mercati finanziari stanno iniziando a portare il rendimento dei Treasury Bond statunitensi a breve periodo oltre quelli di lungo, segno del fatto che stanno scontando incertezze sull’immediato futuro. Lo scrive il Corriere della Sera: “Per la prima volta da oltre un decennio, si è invertita la curva dei rendimenti dei titoli di Stato Usa tra la scadenza a 2 anni e quella a 10, situazione che non si verificava da maggio 2007 e che, negli ultimi 40 anni, è sempre stata anticipatrice di una recessione dell’economia americana. Il tasso dei titoli biennali si è attestato all’1,628%, contro l’1,619% dei bond a 10 anni. Inoltre il trentennale è scivolato a 2,0738%, al di sotto del minimo storico del 2,0882% registrato a luglio 2016. L’inversione della curva dei rendimenti era già iniziata negli Stati Uniti, ma finora aveva riguardato solo il tasso del decennale”.

Inoltre, questo significa che Trump non potrà contare su una dilatazione inarrestabile dei mercati per tirare la volata alla sua corsa alla rielezione nel 2020. Le borse danno segnali contraddittori, specie gli indici tecnologici come il Nasdaq che soffrono delle incertezze su dazi e 5G. A preoccupare principalmente è l’economia reale, con le frenate nella crescita del tasso di occupazione, dei salari e la carenza di investimenti.

Scrive il Guardian che “l’occupazione negli Usa cresce consecutivamente da 106 mesi, la più grande striscia mai registrata. Il tasso di disoccupazione (3,7%) sfiora i minimi registrati nel 1969 (3,6%) e non è segnato alcun picco di richieste per i sussidi di disoccupazione. Il percorso della crescita dell’occupazione è comunque sempre più lento. Se nel 2018 l’economia americana aggiungeva 223.000 posti di lavoro al mese, ora la crescita è salita a una media di 165.000. E i salari, in media, hanno ristagnato dietro la crescita dell’occupazione sin dalla fine della Grande Recessione”, e tra luglio 2018 e luglio 2019 sono saliti solo del 3,2%.

Gli Usa di Trump non riescono ad aggiungere quantità considerevoli di posti di lavoro e ad attrarre investimenti nei settori chiave dell’industria e dell’economia reale: infrastrutture, edilizia, manifattura. Gli investimenti del governo, dopo che Trump ha messo nel cassetto il piano infrastrutturale da un trilione di dollari, non decollano. E – può sembrare un paradosso – il fatto che il tasso di disoccupazione rimanga tanto basso in una fase di espansione significa che numerosi settori non riescono ad attrarre nel mercato del lavoro un numero di persone tale da farli rientrare al suo interno come soggetti in cerca di occupazione. L’economia americana non si è fermata, ma il suo motore si sta sicuramente ingolfando: per ora il rischio recessione nel 2020 sembra remoto, ma se dalla produzione industriale o dall’economia dei servizi dovessero venire segnali negativi, o se a livello mondiale dovesse impattare un imprevedibile “cigno nero”, Trump si troverebbe una sfida cruciale da affrontare in piena campagna elettorale.

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Politica
Una lettura tra le righe del discorso del presidente Moon Jae-in
Data articolo:Sun, 18 Aug 2019 11:52:48 +0000

Nel suo discorso per il giorno della Liberazione, il presidente Moon Jae-in ha promesso di impegnarsi affinché la riunificazione della penisola coreana avvenga entro il 2045. Questa promessa si inserisce nel progetto che il presidente ha per il futuro della penisola, un futuro fatto di unità e cooperazione non solo tra il popolo sudcoreano, ma anche tra le due Coree e i loro vicini, Giappone incluso. 

L’unificazione non è all’orizzonte, questo è certo: negli ultimi settant’anni le due Coree si sono evolute prendendo direzioni divergenti, e nessuna delle due è intenzionata a farsi assorbire rinunciando al titolo di Corea legittima. Se è vero che insieme questi due Pesi avrebbero il potenziale per diventare una potenza economica superiore all’attuale Corea del Sud, è anche vero che l’unificazione non è il requisito necessario perché le due nazioni cooperino in materia economica. La zona industriale di Kaesong, fondata nel 2002, si trova in Corea del Nord, ospita fabbriche sudcoreane, impiega operai nordcoreani ed è la prova che le Coree possono beneficiare dalla collaborazione rimanendo due entità separate. 

Un’eventuale riunificazione non è gradita a Pechino, ad oggi il miglior alleato di Pyongyang. Essere alleati di Pyongyang è costoso e faticoso, ma la Corea del Nord ha un talento insostituibile: è il perfetto cuscinetto tra la Repubblica popolare cinese e le truppe americane stazionate oltre il confine sudcoreano. In virtù del suo ruolo di cuscinetto, Pechino ha molto più bisogno di Pyongyang di quanto l’alleato nordcoreano ne abbia dell’aiuto cinese. Questo rende la Repubblica popolare cinese incapace di influenzare la Corea del Nord e disposta a tutto per evitare di perdere la zona di buffer tra sé e le truppe avversarie. Il comportamento di Pyongyang è indubbiamente pericoloso, ma pur sempre meno pericoloso che avere degli avversari alle porte: finché la Repubblica popolare democratica di Corea resiste, Pechino non sarà il nemico della regione, almeno a livello militare, e potrà approfittare di tutte le divisioni che Pyongyang creerà tra i loro avversari comuni.

Appurato che la riunificazione resta un sogno ad occhi aperti, come leggere il discorso del Presidente Moon Jae-in? È in primis un segnale agli alleati vicini e lontani: dopo il diverbio commerciale con Tokyo e le ritorsioni sudcoreane, Seoul non vuole correre il rischio di perdere altri partner commerciali e ribadisce il suo impegno a mantenere gli accordi esistenti, sottolineando la sua volontà di continuare ad essere parte attiva dell’economia globale. 

Questo impegno è il primo e il più audace ramo d’ulivo che Seoul può porgere a Tokyo durante la guerra commerciale in corso, la cui vittima d’eccellenza è stato l’accordo per la collaborazione e lo scambio di informazioni tra i servizi di intelligence dei due Paesi al fine di fare fronte comune contro Pyongyang. Nel suo discorso il presidente Moon non ha nominato le diverse e rancorose questioni irrisolte tra Giappone e Corea del Sud, ma ha descritto un futuro di collaborazione, ricchezza e opportunità per tutti, rinunciando ad un’occasione per alimentare lo sdegno popolare verso Tokyo. Lontano dal clamore e dalla furia delle folle, il presidente Moon sa che non può permettersi di perdere un alleato come il Giappone, che resta un pilastro del commercio regionale e che, come Seoul, non condivide la fiducia americana di convincere il compagno Kim Jong-un a rinunciare al suo arsenale nucleare. 

La Corea del Nord non è l’unica preoccupazione del presidente Moon: come il Giappone, la Corea del Sud soffre la crescente potenza cinese, e il ritorno alla normalità con Tokyo impedirebbe alla Cina di sfruttare le divergenze tra i due per acquisire nuove fette di mercato, aumentando la propria già notevole influenza sui suoi vicini. Inoltre, facendo il primo passo per risolvere questa disputa, Seoul dimostra a Washington di essere un alleato responsabile, attento a tutte le sfumature dell’equilibrio regionale e impegnato nel mantenimento della stabilità. Lo scopo principale non è ingraziarsi ulteriormente il partner d’oltreoceano, è ricordare a Washington che la sua sicurezza passa attraverso la sicurezza sudcoreana e che Seoul non può essere tagliato fuori da nessuna decisione.  

Il presidente Moon sa che ripristinare la collaborazione con Tokyo e la fiducia reciproca rimane prioritario per la sicurezza nazionale di entrambi e ha capito che, nel lungo periodo, i legami economici sono necessari ma non sufficienti a raggiungere lo scopo. Gli scambi obbligano i due Paesi a contatti frequenti, ma non li portano a risolvere i problemi esistenti e a cambiare la percezione l’uno dell’altro. Il presidente Moon non può perdonare al Giappone i suoi crimini di guerra quando quest’ultimo non sembra intenzionato a riconoscerli, ma può far immaginare ai suoi concittadini un futuro di pace e prosperità all’insegna della collaborazione tra pari, creando uno spiraglio attraverso cui  la riconciliazione potrà avanzare. In un mondo in cui le certezze americane sembrano vacillare e l’ombra cinese cresce, scommettere sulla riconciliazione è la scelta più saggia che si possa fare. 

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Economia
Tokyo diventa il primo creditore di Washington
Data articolo:Sun, 18 Aug 2019 11:26:32 +0000

Il Giappone è diventato il primo detentore estero al mondo del debito pubblico degli Stati Uniti. I dati diffusi dal Tesoro Usa hanno evidenziato il sorpasso dei giapponesi sulla Cina, ferma al secondo posto e seguita, nelle prime posizioni, da Regno Unito, Brasile e Irlanda. Tokyo si è ripresa la vetta assicurandosi 1120 miliardi di dollari di obbligazioni statunitensi a fronte dei 1110 di Pechino, scavalcata per la prima volta dopo oltre due anni di solida leadership. Se detenere il debito pubblico di un paese straniero, all’occorrenza, può trasformarsi in un’arma economica e politica, allora questo rimescolamento di posizioni offre nuove considerazioni da affrontare.

Tokyo, Pechino e Washington

La prima considerazione riguarda la Cina, che per Washington paradossalmente ha sempre rappresentato un’ancora di salvataggio ma anche una minaccia. Pechino ha acquistato numerosi titoli sovrani americani, dando fiato e ossigeno all’economia della Casa Bianca, ma sugli Stati Uniti ha sempre aleggiato una minaccia: quella della possibile vendita cinese in massa dei suddetti titoli – magari come ripicca ai dazi Usa – al fine di far crollare il valore del dollaro. E qui arriviamo alla seconda considerazione: il Giappone sta riempiendo i vuoti lasciati dalla Cina e Tokyo avrà un peso sempre maggiore per garantire la stabilità del sistema economico statunitense. Detto in altre parole, terza considerazione, significa che il governo cinese ha smesso di investire yuan in titoli americani e che, al tempo stesso, ha anche venduto una parte di essi.

L’arma del debito pubblico

Il debito pubblico degli Stati Uniti ha sfondato il tetto dei 22 mila miliardi di dollari. La fetta più grande, circa il 70%, è posseduto da investitori domestici, tra cui spicca la Federal Reserve, cioè la Banca centrale degli Stati Uniti; il restante 30%, più o meno 6600 miliardi di dollari, è in mani straniere. Quasi un quarto del debito pubblico americano è quindi posseduto da paesi terzi, per lo più asiatici. Giappone e Cina ne detengono oltre 1000 miliardi a testa, mentre il Regno Unito si attesta a 341 miliardi; Taiwan possiede il 2,9%, Hong Kong il 3% mentre Corea del Sud, Singapore e India rispettivamente 1,8%, 2,1% e 2,5%. Il debito estero, per definizione, è una quota del debito complessivo che un certo paese contrae nei confronti di investitori, siano essi pubblici o privati. Questo significa, senza tecnicismi, che il sistema americano regge grazie ai soldi dei suoi creditori, fra i quali spicca il nemico cinese.

La possibile strategia del Giappone

Con la ritirata della Cina, il Giappone diventa un attore cruciale all’interno della strategia degli Stati Uniti. Eppure, negli ultimi mesi, i rapporti tra Tokyo e Washington non sono stati del tutto idilliaci, complici alcune dichiarazioni al vetriolo di Trump e una guerra commerciale in corso tra il governo nipponico e la Corea del Sud. Di sicuro il Giappone di Abe Shinzo vuole uscire dal guscio di isolazionismo per tornare a contare in campo internazionale, e detenere il più alto numero di debito americano potrebbe essere il primo passo di un percorso lungo ma potenzialmente glorioso. Tenere il cappio sul collo di Washington non è da tutti. Fra i due litiganti, Cina e Stati Uniti, a godere potrebbe essere a sorpresa il Giappone.

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Terrorismo
Indonesia, l’antiterrorismo passa alle forze speciali dell’esercito
Data articolo:Sun, 18 Aug 2019 11:18:41 +0000

In Indonesia le forze armate prenderanno il controllo dell’antiterrorismo. La decisione di passare all’esercito è arrivata a causa delle crescenti minacce da parte dello Stato Islamico nella più grande Nazione di fede musulmana al mondo. Sarà il Komando Pasukan Khusus (Koopssus), che riunisce l’élite delle truppe del Paese, a contrastare le reti terroristiche dentro e fuori i confini nazionali.

Fino ad ora, il compito era stato assegnato alla reparto speciale della polizia Densus 88 (Distaccamento 88), creato in seguito agli attentati di Bali nel 2002, che avevano causato la morte di oltre duecento persone, per la maggior parte stranieri. In questi 17 anni di attività, gli agenti hanno arrestato o ucciso più di 1600 jihadisti.

Le truppe speciali unite contro il terrorismo

Il Koopssus sarà un commando di 500 uomini, composto dai berretti arancioni dei Paskhas, le forze speciali dell’aeronautica, insieme alle unità di ricognizione della marina militare e dal corpo dei marine. Sarà guidato dal maggior generale Rochadi Diperjaya, un compagno di classe del comandante dell’Aeronautica militare Tadi Hadi Tjahjanto, che lo ha nominato al suo precedente incarico come direttore degli affari interni all’Armed Forces Intelligence Agency (Bais).

Le operazioni direttamente comandate dal presidente Joko Widodo

Fino all’ottanta per cento delle operazioni del nuovo Koopssus si concentreranno sulla sorveglianza, come parte della sua funzione di prevenzione. Ma se ce ne sarà bisogno, spiegano le autorità, sarà anche incaricato di eseguire operazioni speciali in Indonesia e all’estero, tutte sotto l’autorità diretta del presidente Joko Widodo.

L’esercito ha partecipato solo ad un’azione antiterroristica in Indonesia

Fino ad ora, l’unica volta in cui i militari sono stati dispiegati per contrastare il terrorismo nel Paese, è stato contro l’East Indonesia Mujahadin (Mit), un piccolo gruppo locale responsabile di numerosi attacchi contro la polizia e la popolazione civile. L’organizzazione armata, che era stata la prima a giurare fedeltà ai tagliagole dello Stato Islamico in Indonesia, è stata annientata nel 2016, con l’uccisione del loro leader Santoso, conosciuto anche con il nome di battaglia Abu Wardah, dopo aver resistito per anni nelle foreste del Sulawesi centrale.

Nel 1981 e nel 2011 le uniche due operazione all’estero

Le truppe indonesiane hanno condotto solo due operazione antiterroristiche all’estero. Il 28 marzo 1981 i reparti speciali sono volati a Bangkok, in Thailandia, per liberare 55 ostaggi di un volo interno della Garuda Airlines, dirottato dai militanti islamisti del Komando Jihad. Tre giorni dopo, all’aeroporto internazionale Don Mueang, dove l’aereo era stato costretto ad atterrare, sono entrati in azione, liberando tutti i prigionieri e uccidendo quattro dei cinque dirottatori. Nel 2011, invece, una task force è entrata in azione per liberare venti marinai a bordo di una nave battente bandiera indonesiana assaltata dai pirati al largo delle coste della Somalia.

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