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News da gliocchidellaguerra.it

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Guerra
I piani della Marina Usa: sottomarini senza equipaggio e missili nucleari
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 16:12:09 +0000

Il nuovo obiettivo della Marina statunitense per il futuro sembra essere quello di dotarsi di sottomarini senza equipaggio di grandi dimensioni, che si andrebbero ad affiancare ai tradizionali. A rivelare ciò è stato uno studio dell’Ufficio del Segretario alla Difesa reso noto su Defense News, nel quale viene suggerito al Pentagono di richiedere lo stanziamento di fondi necessari per la realizzazione di circa 50 sottomarini senza equipaggio. Secondo le intenzioni della Marina, l’impiego di mezzi subacquei autonomi renderebbe possibile operare in zone densamente difese senza rischiare di perdere equipaggi.

I tempi del programma e i possibili usi

I sottomarini robotizzati della Marina non avrebbero uno scopo offensivo vero e proprio però, perché i loro compiti rimarrebbero legati principalmente alle attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr), trasmettendo immagini e informazioni relative agli obiettivi ai sottomarini da attacco o alle navi della flotta di superficie. L’idea della Marina è di riuscire a iniziare a testare gli Xluuv (Extra Large Unmanned Underwater Vehicle) per il 2023, anno previsto per la consegna dei primi due esemplari da parte di Boeing. Se tutto dovesse procedere per il meglio, allora il Pentagono aumenterebbe i fondi stanziati sul progetto così da raggiungere i 50 esemplari in flotta per il 2045, ovvero il termine previsto per il lungo programma di modernizzazione e ampliamento delle capacità della Marina. I sottomarini non saranno l’unica componente “automatizzata”, perché delle 355 unità previste in flotta dal 2045 in poi più della metà non avranno l’equipaggio a bordo. Alcune saranno controllate da remoto, mentre per altre il Pentagono ha in mente di affidarle anche all’intelligenza artificiale. Programmi ambiziosi che getteranno le basi per la nascita di nuovi concetti di guerra sul mare, andando a modificare radicalmente le strutture e le capacità della Marina e del Corpo dei Marines.

Nella flotta del futuro i sottomarini senza equipaggio saranno cruciali per fronteggiare ogni potenziale nemico, ma soprattutto la Cina che negli ultimi anni ha investito fortemente nello sviluppo di una flotta e di sistemi difensivi (missili antinave, sistemi di guerra elettronica) di alto livello. Per gli Stati Uniti è fondamentale avere la possibilità di operare in sicurezza nelle acque controllate dalla Cina, così come lo è aumentare il numero di potenziali obiettivi che le forze di Pechino dovrebbero colpire in caso di conflitto. Ma dietro a questa scelta non c’è solamente una questione strategica, ma anche economica perché gli Xluuv a differenza dei tradizionali sottomarini -da attacco o lanciamissili balistici- hanno costi e tempi di produzione decisamente minori, garantendo la possibilità di rimpiazzare velocemente eventuali unità affondate o danneggiate. Un vantaggio da non sottovalutare poiché il programma difficilmente potrebbe essere fatto oggetto di riduzioni di fondi a seguito di un’eventuale crisi economica.

Il missile da crociera

Ma nei piani per il futuro della Marina non ci sono solamente i sottomarini senza equipaggio, perché nonostante la pandemia da Coronavirus sono proseguiti -seppur a rilento- i lavori sui sottomarini lanciamissili balistici classe Columbia -destinati a entrare in servizio nel 2030- e sui futuri Slbm, che dovranno sostituire l’attuale Trident II. Ma non solo, perché la Marina -seguendo le linee guida dell’ultima Nuclear Posture Review, pubblicata nel 2018, sta investendo anche per sviluppare un missile da crociera nucleare lanciabile da sottomarino (Slcm) che possa sostituire gli attuali UGM-109 Tomahawk. Un ampio programma di modernizzazione dei mezzi e degli armamenti che non ha subito -al momento- grandi ritardi, tant’è che entro il prossimo anno potrebbe essere effettuato il primo test reale del missile. Un’arma che avrà una capacità di azione estesa rispetto agli attuali Tomahawk e che si baserà -molto probabilmente- sulla versione lanciabile navale del missile da crociera a lungo raggio in avanzato stato di sviluppo.

Se da un lato installare Slcm nucleari su un sottomarino obbligherà a ridurre il numero di missili convenzionali, dall’altro sarà un’importante aggiunta al dispositivo di deterrenza nucleare degli Stati Uniti aumentando il numero di obiettivi potenzialmente colpibili. Capacità cruciali soprattutto in un momento in cui il confronto tra potenze sembra tornato ai tempi della guerra fredda. La differenza, probabilmente, la faranno gli investimenti dei singoli Stati nelle nuove tecnologie e negli armamenti di nuova generazione, come ad esempio i sottomarini senza equipaggio.

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Società
Niente paura
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 14:54:30 +0000

“Pioveva da giorni ininterrottamente”. Dalla finestra di casa sua a Saint-Marcel vide all’improvviso Nus, il paesino confinante, venire divorato dal fiume. Niente più acqua nei tubi, energia elettrica nei cavi di casa.

Alluvione degli anni 2000 in Val d’Aosta: Alessandro Mastrandrea, nato a Torino nel 1995, aveva 10 anni. “Ricordo che mio padre mi avvertì: dovevamo lasciare la casa perché eravamo sulla traiettoria d’esondazione e metà del nostro paese poteva essere spazzata via. Dopo l’evacuazione degli sciacalli cercarono di entrarci in casa. Terribile. Passavamo le notti in alta quota aspettando che scendesse la neve” che non ingrossa i torrenti. “Non ci sono state vittime grazie a due eroi che, mettendo a rischio la loro vita, hanno continuato a rafforzare l’argine”.

Da allora il senso di impotenza davanti ad eventi naturali catastrofici a Mastrandrea è rimasto, insieme alla sensazione che non si poteva più essere distratti, impreparati. Vent’anni dopo le sue paure dell’epoca sono andate a finire nel posto giusto: le ha riposte fondando Portale Sopravvivenza,

“una risorsa dove trovare contenuti di pura utilità pratica”, progetto nato nel 2013 “con l’obiettivo di aiutare tutte le persone che vogliono sapere come affrontare le emergenze della vita reale”. La storia del portale assomiglia al suo autore, che ha inciso nella memoria d’infanzia quel dramma preciso che gli ha dato “la vaga idea di come agire quando capita qualcosa di inatteso, brutale, inevitabile”.

“Che devo fare?” Molti italiani in questi mesi lo hanno chiesto al ragazzo che continua a vivere tra quelle foreste del nord, che con quella vicenda funesta ha pareggiato i conti diventando “prepper”. Dileggiati da sempre come catastrofisti, derisi ed emarginati per la maggior parte del tempo, i prepper sono esperti di tecniche di sopravvivenza e difesa, i “preparati” in caso di crisi climatica, sociale, finanziaria.

L’Italia in panico da coronavirus si è ricordata di loro. Come nei grafici della diffusione del virus, anche Mastrandrea ha registrato picchi: quelli delle visualizzazioni al suo sito che prima interessava a pochi. “Migliaia di persone hanno cominciato a cercare informazioni su come sopravvivere, acquistare prodotti, maschere antigas, dispositivi di protezione”. L’algoritmo lo ha fatto saltare in cima nei motori di ricerca nell’era Covid-19. “Una volta acquisito il know-how ho pensato di metterlo a disposizione degli altri” dice Alessandro, che prima di parlare, ha una richiesta sola: “non voglio essere associato ad esaltati con dubbia capacità di discernimento tra realtà e fantasia”.

I prepper non sono solo mitomani, milionari dalle case trasformate in atolli anti-atomici, collezionisti compulsivi di carta igienica come qualche protagonista del documentario che National Geographic ha dedicato al movimento.

Oltre gli stereotipi e le caricature

Perfino nei boschi di New York, città del Paese funestato dagli uragani Katrina e Sandy, all’addestramento da prepper si registrano profili disparati. Un pompiere, un procuratore, una professoressa universitaria, un informatico rimangono intenti a diffondere la filosofia pratica del “survivalismo” in attesa del doomsday, il giudizio universale che ognuno può sperimentare in scala minore.

Non solo uomini, anche nazioni. Affezionati alle scorte che non hanno mai smesso di accumulare, – a differenza degli altri siderali Stati confinanti -, sono i finlandesi, invidiati oggi da un’Europa che ha pagato cara la carenza di medicinali e mascherine. Helsinki, dall’ultimo conflitto bellico, non ha mai smesso di affastellare montagne di cereali, strumenti protettivi e materiali grezzi per produrre munizioni: “la Finlandia è la prima “nazione prepper” tra le nordiche, sempre pronta a fronteggiare un’enorme catastrofe o la Terza Guerra Mondiale” ha detto Magnus Hakenstad, Istituto norvegese di Studi della Difesa, intervistato dal New York Times.

In questi mesi, dice Alessandro, “mi ha spaventato la mancanza di coscienza civica, la corsa frenetica ai beni di prima necessità, il limbo percettivo della psicosi collettiva”, la vista degli scaffali nei supermercati, vuoti come le menti sgretolate di alcuni, prive di pensieri razionali. Tutto era già accaduto in proporzioni diverse: nel 2003 con la Sars, nel 1918 con l’influenza spagnola. Forse “è necessaria una riflessione sulla capacità di freddezza e risolutezza negli eventi estremi”. Le scorte erano sempre al centro delle domande che gli italiani gli ponevano tutti i giorni, ma “Non si diventa prepper durante un’emergenza: le strategie di cui parlo sono preventive, nel momento in cui si verifica l’evento, si deve già avere la risposta”. Quanti sono i prepper in Italia non si sa e non si può nemmeno calcolare: “è più una filosofia, una sensibilità, molti prepper non sanno nemmeno di esserlo. Vuol dire solo mettere in atto strategie e tattiche per proteggersi in situazioni di disagio. Non vuol dire necessariamente avere una soluzione, ma avere la giusta mentalità per non soffocare di paura”.

Prima l’isolamento, poi la riapertura in giorni di fobie potenti e selvagge, momenti in cui è stato difficile per i media disinnescare la carica virale di messaggi incoerenti e contraddittori. In crisi è andato il sistema immunitario e sanitario del Paese, insieme a quello nervoso:“Non pensavo ci volesse così poco per mandare in frantumi la stabilità emotiva del Paese” dice Alessandro.

In attesa dell’emergenza. La propagazione di un virus “era uno scenario abbastanza chiacchierato tra i prepper nell’ultimo periodo. Una settimana prima del boom di contagi in Cina, uno studio della John Hopkins University analizzava il pericolo di una pandemia da Corona”. Proprietario di una piccola agenzia di marketing, riflette: “Questa situazione si abbatte come una scure su tutti noi, figli dell’incertezza. Non è dato sapere quando e se ci riprenderemo. Ma rimaniamo pronti ad affrontare la stasi, operiamo tutti perché il periodo sia più breve possibile. Nessuno di noi, escludendo gli anziani, aveva mai sperimentato una situazione di questo tipo. Abbiamo imparato, anzi ricordato, come siamo fragili: fragile il sistema economico, sociale, ma ancora prima quello valoriale. Accade per l’inconsistenza delle nostre visioni, sempre contingenti, mai a lungo termine. Forse questo periodo è stato necessario per ritrovare direzione, compattezza. Almeno mi piace sperarlo” conclude.

Davanti all’impietoso panorama di psicosi emerse, voghe transitorie a parte – il prepping è la nuova fede della Silicon Valley -, tracciando l’emergere del movimento dei prepper che si diffonde veloce come il virus, qualcuno sulla stampa americana ha già avuto il coraggio di confessare: “Ero abituato a prendermi gioco di loro. Ora ne faccio parte”.

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Politica
L’Iran rilascia un veterano Usa e apre una via per i negoziati
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 14:51:56 +0000

Dopo aver trascorso 683 giorni come prigioniero di Teheran, Michael White, veterano della Marina statunitense in congedo, è stato rilasciato dalle autorità iraniane dopo la liberazione di uno scienziato che era stato accusato di spionaggio da Washington. Così la vita di due uomini diventa un segnale di apertura che dal consiglio degli ayatollah arriva dritto alla Casa Bianca. Dove il presidente Donald Trump già festeggia su Twitter il ritorno del marinaio, e rilancia l’invito a siglare un nuovo accordo sul nucleare per ritrovare la strada della pace e della cooperazione con la prima potenza islamica del Medio Oriente.

“Sono felice di annunciare che l’incubo è finito, mio figlio è sano e salvo e sta tornando a casa”, ha dichiarato in un comunicato la madre del militare arrestato nella città di Mashhad nel 2018, e condannato, secondo il dipartimento di Stato americano, ha scontare una pena superiore ai dieci anni di detenzione per aver “insultato” la guida suprema Guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran Ali Khamenei, e per aver diffuso – in modo non meglio specificato – delle immagini che lo ritraevano.

“Grazie all’Iran” ha twittato The Donald non appena confermato il rilascio del prigioniero e il suo arrivo in Svizzera, entità neutrale che “rappresenta gli interessi americani in Iran dal 1980”, ossia dopo la colpita rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. “È fantastico avere Michael a casa. È appena arrivato. Molto eccitante”, ha scritto in un secondo momento, cogliendo la palla al balzo per invitare l’Iran alla distensione dei rapporti che si erano completamente interrotti durante la crisi delle petroliere verificatasi tra maggio e settembre del 2019, lasciando presagire una escalation tra le due potenze che avrebbe destabilizzato l’intera regione.

Uno scambio in piena regola, perché la liberazione del prigioniero è avvenuta dopo il rilascio di uno scienziato iraniano, Cyrous Asgari, arrestato in America nel 2017 con l’accusa di spionaggio per aver sottratto segreti commerciali durante una visita a un’Università dell’Ohio. Assolto lo scorso novembre, era rimasto in stato di detenzione per motivi legati alle leggi sull’immigrazione. Divenendo così la merce di scambio perfetta per riottenere il veterano dell’Us Navy che nel 2018 aveva deciso di andare in vacanza in Iran senza lasciare traccia. Solo nel 2019 le autorità di Teheran ne confermarono l’arresto.

Entrambi i prigionieri hanno mostrato problemi di salute: il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato il mese scorso che Asgari aveva contratto il coronavirus durante la sua detenzione, mentre White durante la detenzione ha sofferto di asma e di una recidiva di cancro. Per questo era stato rilasciato a marzo – dietro licenza medica – e consegnato all’ambasciata svizzera.

Donald Trump, che si già sta confrontando con il montare di una crisi interna prossima ad assumere l’aspetto di una vera e propria guerra civile, non ha atteso nel cogliere questa occasione e rilanciare le sue proposte diplomatiche a Teheran – che invece sembra stia attendendo le presidenziali del 2020 per riaprire i negoziati e cercare nuovo accordo sul nucleare. “Non aspettate le presidenziali Usa per fare il Grande Accordo” ha scritto il tycoon.”Vincerò io” ha tenuto a sostenere; spronando gli interlocutori a non perdere tempo confidando in un cambio della guardia, e offrendo loro una sorta di vantaggio sulla fiducia da spendere in proprio favore: “Adesso fareste un accordo migliore”.

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Politica
Lo Stato profondo e i generali assediano Trump
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 14:46:58 +0000

Che Donald Trump sia sempre stato percepito come un “corpo estraneo” dal cosiddetto “Stato profondo” americano non è certo un mistero. La competizione fra la Casa Bianca e le burocrazie-agenzie governative che guidano l’America è, in realtà, un fatto naturale, e non vale solamente per The Donald: ma mai nessun presidente eletto era arrivato a scontrarsi in maniera così plateale sui dossier più disparati, dal paventato ritiro delle truppe americane dal Medio Oriente alla reazione dell’amministrazione Usa alla morte di George Floyd e, soprattutto, sulla gestione delle manifestazioni violente che stanno devastando il Paese e messo in crisi l’ordine pubblico in numerose città americane.

Donald Trump assediato dai generali

È la “rivolta dei generali” contro l’inquilino della Casa Bianca. Il primo era stato, mercoledì scorso, il segretario alla Difesa Mark Esper che aveva smentito il presidente Usa sottolineando che le truppe in servizio attivo non dovrebbero essere usate per reprimere le proteste. “L’opzione di utilizzare le forze in servizio dovrebbe essere usata solo come ultima risorsa e solo nelle situazioni più urgenti e terribili”, ha detto Esper. Lo stesso giorno, il generale Mark Milley, capo di stato maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti dal 14 agosto 2015 al 9 agosto 2019, ha ricordato ai leader militari il loro giuramento di proteggere la Costituzione degli Stati Uniti e il “diritto alla libertà di parola e di riunione pacifica”.

John Allen, presidente di Brookings, già comandante della missione Nato Isaf in Afghanistan, ha rincarato la dose in un editoriale pubblicato su Foreign Policy: “Anche per un osservatore distratto, lunedì è stato un giorno orribile per gli Stati Uniti e la loro democrazia”, ha scritto l’ex comandante delle forze americane in Afghanistan. “Donald Trump non è religioso, non ha bisogno della religione, e non gli interessano i devoti se non per quanto possono servire alle sue esigenze politiche – scrive – sappiamo perché ha fatto tutto questo lunedì, lo ha perfino detto lui tenendo in mano la Bibbia sul sagrato della chiesa. E’ tutto per il Maga”, riferendosi allo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, Make America Great Again.

Il colpo di grazia finale è arrivato da una vecchia conoscenza di Donald Trump: l’ex capo del Pentagono, il generale James Mattis. L’ex segretario alla Difesa ha criticato duramente Trump come “il primo presidente della mia vita che non tenta di unire il popolo statunitense”. L’ex capo del Pentagono, che era stato nominato da Trump ed è il predecessore dell’attuale segretario alla difesa, Mark Esper, aveva spiegato che il Presidente Usa “tenta di dividerci”. Come se non bastasse, l’ex capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, ha difeso Mattis dopo che quest’ultimo è stato attaccato da The Donald come “il generale più sopravvalutato del mondo” e ha detto di averlo licenziato. “Il presidente non lo ha licenziato. Non ha chiesto le sue dimissioni”, ha dichiarato Kelly al Washington Post. “Il presidente ha chiaramente dimenticato come siano realmente andate le cose, o è confuso”, ha spiegato Kelly, aggiungendo che Mattis “è un uomo d’onore”.

The Donald vs. The Blob

Il “Blob” della politica estera degli Stati Uniti, così come lo Stato profondo delle agenzie governative, non ha mai accettato la vittoria di Donald Trump nel 2016. Ma che cos’è il Blob? Come spiega il docente di Harvard Stephen M. Walt nel suo ultimo saggio The Hell of Good Intentions, è la comunità della politica estera degli Stati Uniti, che include funzionari governativi, analisti dell’intelligence presso la Cia, membri di think-tank, professori di relazioni internazionali, generali in pensione, ecc. Tutti schierati contro The Donald, prima ancora che si insediasse alla Casa Bianca.

Nel 2018, per esempio, la decisione di Donald Trump di ritirare all’ex capo della Cia John Brennan l’accesso (clearance) ai documenti classificati fece infuriare i vertici degli apparati che forse mai hanno troppo digerito l’ascesa di un “oustsider” che ha scalato il partito repubblicano dal basso e, contro ogni previsione, è riuscito a diventare presidente della superpotenza americana. William McRaven, ammiraglio di Marina ed eroe di guerra, l’uomo che ha supervisionato l’operazione Osama bin Laden nel 201, scrisse un durissimo editoriale sul Washington Post in cui chiese a Trump di ritirare anche a lui la clearance, sostenendo che sarebbe un onore rientrare assieme a Brennan nel novero degli oppositori del presidente.

Oltre a McRaven,  altri illustri 15 esponenti degli apparati di sicurezza e di intelligence di Washington firmarono una lettera per difendere Brennan. Tra loro spiccano ufficiali come David Petraeus, ex capo delle forze americane in Afghanistan e Iraq e capo della Cia sotto Obama, e Robert Gates, già capo della Cia nell’amministrazione di George H. Bush. Inoltre, altri 175 ex ufficiali di alto rango dell’intelligence Usa e del Pentagono, sottoscrissero una lettera molto simile in cui chiesero al presidente di rivedere la sua decisione su Brennan. La vicenda Brennan rappresentò uno dei momenti di massima tensione fra The Donald e il “Blob”: una guerra destinata a proseguire, fintanto che Trump rimarrà in carica.

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Società
Seconda ondata: la minaccia dell’America Latina
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 11:32:00 +0000

Dopo aver affrontato mesi difficili sia dal punto di vista della salute pubblica sia da quello sociale, l’Europa si sta lasciando alle spalle – almeno per il momento – la pandemia di Covid-19; con la stagione stiva che lascia ben sperare per una graduale diminuzione dei contagi. Benché infatti le conoscenze in mano ai medici ed agli scienziati non siano ancora in grado di definire se la crisi si possa considerare definitivamente superata o “congelata” sino al prossimo autunno, gli ultimi giorni hanno lanciato segnali decisamente positivi.

Tuttavia, mentre ciò è attualmente valido per l’emisfero settentrionale – e per l’Australia e la Nuova Zelanda, che godono comunque di vantaggi geografici particolari – non è altrettanto vero per l’America latina: alle prese soltanto in questi giorni con i picchi di mortalità. E come riportato dalla testata giornalistica britannica The Guardian, le preoccupazioni maggiori stanno arrivando proprio dal Paese simbolo dell’America latina, dove le scelte discutibili del presidente Jair Bolsonaro hanno favorito uno scenario da incubo per la popolazione brasiliana. Ma da questa condotta, purtroppo, potrebbero derivare conseguenze ancora peggiori, rendendo un Brasile che si sta addentrando nelle stagioni più fredde dell’anno l’incubatore perfetto del Covid-19.

“Tutti prima o poi dobbiamo morire”

“Mi dispiace per le vittime e per i loro familiari, ma tutti quanti prima o poi dovremo morire”. Con queste parole Bolsonaro ha risposto negli scorsi giorni ad una giornalista che gli ha domandato una parola di conforto per il Paese, nel momento peggiore dallo scoppio della crisi sanitaria. E in questa frase, in fondo, è contenuta l’essenza del pensiero del presidente del Brasile riguardo all’attuale situazione nazionale e internazionale: una crisi drammatica, ma che deve essere affrontata senza alterare il proprio normale modo di vivere.

In Brasile gli scenari peggiori – come preannunciato – si sono verificati all’interno delle immense favelas del Paese, con Rio de Janeiro diventata già il simbolo della crisi sanitaria brasiliana. Le foto che hanno già fatto il giro del globo unite alla forse poco diplomatica frase pronunciata da Bolsonaro hanno dato l’immagine del dramma che sta attraversando il Paese; con la sensazione che il peggio ancora non sia nemmeno passato.

Il Sud America entra in “inverno”

Mentre tra meno di tre settimane noi europei entreremo nella stagione estiva, al tempo stesso l’America Latina entrerà nei mesi più freddi dell’anno. In questo scenario, i virus influenzali e para-influenzali hanno empiricamente una maggiore carica virale, che potrebbe dare vita a numeri ancora superiore rispetto a quelli attualmente attesi. E con una percentuale di contagi fuori dal controllo – come quelli che si stanno verificando proprio in Brasile – il rischio è che la crisi sanitaria non rientri completamente prima del finire della stagione, configurando quindi il Paese come un incubatore perfetto per il mantenimento dell’epidemia.

Con un Covid-19 in grado di superare i mesi più critici dell’anno, dunque, il rischio che a partire dal prossimo autunno ed in concomitanza con controlli non adeguati il virus torni in Europa è molto più elevato. E questo scenario, purtroppo, potrebbe dare vita alla drammatica previsione fatalistica della “seconda ondata” assai temuta dai virologi internazionali e che dovrebbe mettere i Paesi dell’emisfero settentrionale perlomeno in allarme.

Senza le dovute precauzioni, infatti, le possibilità che un nuovo passaggio pandemico provochi effetti devastanti sono molto alti, considerando come l’infezioni potrebbe iniziare ben prima dell’inverno inoltrato. E questa volta, però, non ci sarebbero più attenuanti per i governi in caso di mala gestione della pandemia, conoscendo molto bene le criticità alle quali si andrebbe incontro. Almeno, per evitare il compiersi di una strage che ha già segnato questa prima parte del 2020.

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Politica
Obamagate, le rivelazioni di Rosenstein inguaiano i democratici
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 10:59:52 +0000

L’ex vice procuratore generale Rod Rosenstein è stato il primo testimone a essere sentito dal comitato giudiziario del Senato presieduto dal senatore Lindsey Graham nell’ambito dell’indagine sulle origini del Russiagate. Per il momento, Graham ha rinviato il voto sull’autorizzazione a citare in giudizio più di 50 persone coinvolte nell’Obamagate: il senatore vicino a Donald Trump ha dichiarato di aver voluto posticipare il voto per dare ai senatori abbastanza tempo per discutere pienamente la questione. Le rivelazioni di Rod Rosenstein, tuttavia, sono a dir poco “scottanti”. Come riporta Agenzia Nova, Graham ha interrogato con insistenza a Rosenstein sulla legittimità della nomina del procuratore speciale Robert Mueller a capo dell’inchiesta, che non ha rilevato alcun collegamento tra la squadra di Trump e le ingerenze russe sulla campagna elettorale. L’ex numero due del dipartimento di Giustizia ha ammesso che non avrebbe firmato il mandato del 2017 per la sorveglianza FISA dell’ex consigliere di Trump, Carter Page.

“Non credo che l’indagine sia stata corrotta, ma certo comprendo la frustrazione del presidente alla luce del risultato, ovvero che non vi è alcuna prova di cospirazione tra i consiglieri della campagna elettorale di Trump e i russi. Indaghiamo su persone che non sono necessariamente colpevoli. E non ho mai presunto che questa gente fosse colpevole di nulla”, ha affermato Rosenstein.

I momenti chiave dell’audizione all’ex vice procuratore di Obama

Come scrive il New York Post, è chiaro a questo punto, a maggior ragione dopo l’ammissione di Rod Roseinstein, che l’indagine sul Russiagate non aveva motivo di essere aperta. Come ha ammesso l’ex vice procuratore generale, l’Fbi “non seguiva i protocolli e c’erano errori significativi”. Il senatore repubblicano Ted Cruz ha rincarato la dose, accusando l’amministrazione Obama: “Ciò che l’amministrazione Obama/Biden ha fatto nel 2016 e nel 2017 rende tutto ciò che ha fatto Richard Nixon insignificante”, con un chiaro riferimento allo scandalo Watergate. Difficile dare torto a Cruz: i funzionari delle agenzie governative all’epoca dell’amministrazione Obama hanno dato credito al dossier redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele che, oltre a esser ampiamente screditato è anche stato pagato con i soldi della Campagna di Hillary Clinton. Senza dimenticare le chiare violazioni, sempre da parte dell’Fbi, che hanno portato il Dipartimento di giustizia a ritirare tutte le accuse nei confronti del tenente generale Michael T. Flynn, primo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. 

Graham ha dichiarato a Sean Hannity su Fox News che l’udienza di mercoledì è stata “il primo passo nel viaggio che si concluderà in ottobre per cercare di spiegare al popolo americano cosa diavolo è successo”. “Com’è possibile – ha aggiunto – che l’FBI e il Dipartimento di Giustizia abbiano frodato così tante volte il tribunale FISA e nessuno ne sapesse nulla?”. Graham ha poi sottolineato che se qualcuno era a conoscenza del fatto che il dossier Steele fosse “spazzatura” ora potrebbe “essere un candidato adatto per andare in prigione”. Il rapporto IG aveva rivelato che gli agenti dell’Fbi sapevano che Steele lavorasse per Glenn Simpson (Fusion Gps) e che quest’ultimo stesse pagando Steele per scavare su Trump per conto della Campagna di Clinton: Steele informò l’Fbi che Hillary Clinton stessa era conoscenza del suo lavoro. Cosa forse ancor più grave, l’ex agente del MI6 non tenne per sé il materiale riservato che aveva appreso dall’Fbi. Poco dopo l’incontro di Roma, infatti, Steele informò Simpson ciò che l’Fbi gli aveva rivelato.

E ora rischia anche l’ex ambasciatore in Italia, John Philips

Il senatore repubblicano Ron Johnson del Wisconsin ha sottolineato di essere più che “sbalordito” dall’ampiezza della corruzione del governo Usa nella transizione del potere tra le presidenze di Barack Obama e Donald Trump. Come riporta La Verità, il Senato americano si prepara ad accendere i riflettori su John Phillips, ambasciatore americano in Italia dal 2013 al 2017. Proprio Johnson, come ha stabilito la commissione per la Sicurezza interna da lui presieduta, gli ha concesso la facoltà di emettere ordini di comparizione per quei funzionari dell’amministrazione Obama che chiesero di svelare il nome di Mike Flynn nelle conversazioni intercettate, in cui era rimasto coinvolto. Tra questi c’è proprio Philips, grande “supporter” dell’ex premier Matteo Renzi.

Come riporta Forbes c’è anche Philips nella lista dei 39 ex funzionari dell’amministrazione Usa che chiesero che l’identità di Michael Flynn fosse rivelata nei rapporti dell’intelligence – un processo noto come unmasking – secondo i documenti resi disponibili a due senatori repubblicani dal direttore dell’intelligence nazionale Richard Grenell. Oltre all’ambasciatore compaiono, tra gli altri, Joe Biden, i nomi dell’ex direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper, divenuto poi uno dei più vocali detrattori del presidente Trump; dell’ex direttore dell’Fbi James Comey; dell’ex capo del personale della Casa Bianca, Denic McDonough. Tra i nomi spunta poi anche quello di Kelly Degnan, ex vice capo missione all’ambasciata di Roma, il che fa supporre che il nostro Paese possa essere in qualche modo coinvolto dalla controinchiesta dell’amministrazione Trump sulle origini del Russiagate. Come ricordava La Stampa lo scorso febbraio, proprio a Roma, il 3 ottobre 2016, si era svolto un incontro segreto e cruciale tra gli investigatori dell’Fbi e Christopher Steele. 

Quel tweet di Trump che coinvolge Roma

Un paio di settimane fa, nella raffica di tweet del presidente Usa contro il suo predecessore Obama, accusato dall’attuale inquilino della Casa Bianca di aver tentato di “sabotare” la sua presidenza confezionando delle false accuse di collusione con il Cremlino, Donald Trump ha ritwittato l’esperto dell’Hoover Institution Paul Sperry, il quale cita un nome in particolare: l’agente dell’Fbi Michael Gaeta, assistente legale presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Sperry scrive: “Gaeta, il contatto dell’Fbi di Christopher Steele”, autore del falso dossier sul Russiagate ed ex spia britannica, “ha testimoniato di aver incontrato “quest’ultimo il 5 luglio 2016 e di aver concluso i suoi rapporti con Steele nel novembre 2016 nei rapporti Fd-1023 ma l’Ig Horowitz non menziona tali rapporti”. Un nome, quello di Gaeta, che porta sempre sulle tracce della Capitale, epicentro delle trame contro il presidente Usa. 

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Economia
La mossa Bce conferma la solidità dell’asse franco-tedesco
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 06:42:50 +0000

L’asse costituito da Angela Merkel, Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen e Christine Lagardeha disinnescato Karlsruhe. Ancor prima che la sentenza controversa della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità del quantitative easing firmato Mario Draghi ricevesse risposta (c’è tempo fino ad agosto) dall’Eurotower i leader francesi e tedeschi e i loro connazionali alla guida della Commissione europea e della Bce hanno rafforzato l’unità di intenti per portare avanti una risposta comune alla crisi economica da coronavirus.

Contrariamente a una certa narrativa che ipotizza uno scontro ai vertici senza esclusione di colpi per l’indirizzo dell’Europa, Parigi e Berlino hanno ripreso a cooperare attivamente. Consce che non ci sarebbe stata alternativa dopo l’evoluzione delle scorse settimane. Mai Parigi avrebbe potuto portare a casa ipotesi di un debito mutualizzato, vigilato da un proficuo piano di acquisti della Bce, se facendo asse solo con i Paesi mediterranei avrebbe permesso un compattamento dei “falchi” attorno alla Germania e, soprattutto, all’Olanda. E mai la Germania avrebbe potuto ottenere nei Paesi del Sud una reale sponda al primo, e sinora unico, piano di risposta alla crisi deliberato con certezza dall’Unione. Un piano che accanto a un’istituzione “espansiva” come la Banca europea degli investimenti e al fondo anti-disoccupazione della Commissione schiera anche il Meccanismo europeo di stabilità. Tre istituzioni, ça va sans dire, a guida tedesca, che Parigi accetta incassando, in seguito, una svolta espansiva sul Recovery Fund, ribattezzato Next Generation Eu, e l’ampliamento dei cordoni dell’Eurotower.

Rafforzando la dotazione del programma di acquisto di emergenza anti-pandemia (Pepp) di 600 miliardi di euro per un totale di 1.350 miliardi da marzo in avanti la Bce amplifica la svolta interventista e l’asse franco-tedesco ne esce corroborato. Da un lato Berlino si dimostra in grado di poter controllare il radicalismo pro-austerità dell’Olanda e dei Paesi della Nuova lega anseatica, ostili a un’eccessiva esposizione monetaria, a acquisti massicci o a solidarietà inter-europee di qualsiasi tipo senza farsi trascinare troppo oltre nel terreno del rigore, del resto tradizionale riserva di caccia della Germania. Dall’altra Parigi ottiene una minore rigidità per le sue politiche fiscali e ribadisce la sua posizione decisiva agli occhi dell’Italia, della Spagna e del resto dei Paesi ostili all’austerity, che senza l’interposizione della Francia di Macron difficilmente potrebbero spuntare concessioni sostanziali ai falchi.

Sia la Francia che la Germania hanno capito che la strada per la ripresa dalla crisi passa per un incardinamento di massicci programmi di spesa interna in un’architettura europea favorevole. Il fondo NextGen potrebbe rappresentare la quadratura definitiva del cerchio delle misure costruite da Parigi e Berlino: con la sua natura fortemente indirizzata al sostegno ai singoli progetti, e non direttamente ai bilanci statali, premierà le economie più “strategiche” dei maggiori Paesi d’Europa.

L’Italia, da questi sviluppi, spunta sicuramente l’ampliamento del raggio d’azione della Bce, subito riflessosi in una riduzione del premio al rischio dei titoli di Stato a breve termine ma deve preoccuparsi per la retrocessione nelle retrovie decisionali. Realisticamente anche l’Olanda e la Spagna, capaci di essere ascoltate con forza dai Paesi di testa dell’Unione, hanno sorpassato Roma nelle gerarchie, relegandola in terza fila: l’Europa è sempre più un affare franco-tedesco, e al governo del premier Giuseppe Conte difficilmente basteranno annunci di “vittorie politiche” a Bruxelles per negare questa realtà.

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Politica
La furia iconoclasta del Black Lives Matter a Bruxelles
Data articolo:Fri, 05 Jun 2020 06:40:53 +0000

Le proteste dei Black Lives Matter sono arrivate anche a Bruxelles. Ispirate dalle rivolte scoppiate a Minneapolis in seguito alla morte di George Floyd, oltre 30mila persone hanno firmato una petizione per richiedere la rimozione delle statue di Leopoldo II, il sovrano belga che regnò dal 1865 al 1909 contrassegnando l’epoca del colonialismo del Belgio.

La petizione online chiede di rimuovere tutte le sue statue poiché stonerebbero con il carattere multiculturale e multietnico di Bruxelles e del Belgio, in quanto Leopoldo II viene accusato di essere colpevole di un genocidio nel Congo, ex colonia belga, e di aver compiuto atrocità contro la popolazione locale a cavallo tra il XIX e il XX secolo. “Bruxelles con i suoi 118 quartieri rappresenta quasi 200 nazionalità. Per questa ragione le statue non trovano posto né nella capitale del Belgio e dell’Europa, né nel resto del Paese,” si legge sulla petizione. Gli autori si sono prefissati l’obiettivo di far rimuovere tutte le statue entro il 30 giugno, sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Congo.

Le statue già vandalizzate

Nei giorni scorsi alcuni monumenti e busti raffiguranti l’ex sovrano sono stati imbrattati o divelti. Una statua è stata irrimediabilmente bruciata ad Anversa. A Gent un busto sempre di Leopoldo II è stato pitturato di rosso sangue e imbrattato con la scritta “I can’t breathe”, frase simbolo dei movimenti “Black Lives Matter”. Nella cittadina fiamminga di Kortrjk il “corso Leopoldo II” è stato rinominato per non fare riferimento a un “pluriomicida” come è stato definito dal consiglio comunale. Alcuni direttori di scuole in Belgio temono che queste proteste arrivino al punto di pretendere il cambio dei curricula scolastici “per senso di colpa del passato” evitando una discussione onesta sul monarca e condannandolo ex post senza possibilità di dibattito. Il rischio che si corre in Belgio è che chiunque tenti di aprire una discussione a riguardo rischia di essere accusato di razzismo o di essere un nostalgico del periodo coloniale di fine Ottocento. Sebbene vi siano numerosi belgi che supportano l’idea di rimuovere le statue, ci sono altrettanti belgi che riconoscono che lo status del Belgio tra le nazioni europee con un’economia più sviluppata derivi anche dal suo passato coloniale. Perché è necessario sempre differenziare un giusto riconoscimento delle colpe del passato, dalla cancellazione di tutto quello che è stata la propria storia nazionale.

Revisionismo storico

Ciò si è tristemente visto negli Stati Uniti quando è divenuto di moda proporre la rimozione delle statue di Cristoforo Colombo, colpevole di aver dato l’inizio allo sterminio delle popolazioni locali, o del Generale Lee, comandante in capo dell’esercito sudista durante la guerra di secessione. Per i suoi rapporti con il regime fascista, hanno proposto di eliminare la statua a Chicago dell’aviatore italiano Italo Balbo autore della Crociata del Decennale Roma-Chicago-New York-Roma e celebrata a suo tempo sia dalla copertina del Time sia dal presidente statunitense in persona Franklin Roosevelt. Addirittura il simbolo globale della non violenza, il Mahatma Gandhi ha visto una sua statua vandalizzata a Johannesburg, con l’accusa di essere un pericoloso razzista.

La revisione storica rischia di essere un esercizio pericoloso. Se andassimo ad analizzare attentamente allora si dovrebbero rimuovere le statue e le onorificenze del Presidente democratico degli Stati Uniti d’America Woodrow Wilson poichè bloccò l’arruolamento degli afro-americani nell’esercito a stelle e strisce. Se continuiamo con questo esercizio storico possiamo andare a vedere come la fondatrice delle cliniche per l’aborto Planned Parenthhood, Margaret Sanger non era una femminista ma bensì promuoveva l’aborto al fine di ridurre la popolazione di colore negli Stati Uniti. E continuando si potrebbero arrivare alla rimozione degli edifici eretti durante il fascismo in Italia (già l’ex Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ci era andata particolarmente vicina). E poi perché non abbattere il Colosseo perché dentro venivano fatti combattere degli schiavi o distruggere le piramidi perché furono erette da quei tiranni dei faraoni?

Recentemente i fondamentalisti jihadisti dello Stato islamico sono stati capaci addirittura di distruggere il tempio romano di Palmira in Siria, tutti i reperti archeologici a Raqqa o Mosul, e innumerevoli chiese che incontravano sul loro cammino di distruzione al fine di cancellare la storia pregressa di quelle terre. Gli eroi del mondo odierno non dovrebbero essere qualche calciatore o influencer ma bisognerebbe ricordare molto di più Khaleed al-Assad, l’archeologo di Palmira decapitato dalle bandiere nere che se pur minacciato di morte non ha rivelato dove si trovavano alcuni manufatti di inestimabile valore, non economico, ma storico e culturale per il mondo intero.

Nel ricordo di questo grande uomo e per differenziarci da quei barbari dell’Isis che come prima cosa avevano l’obiettivo di distruggere tutti i monumenti storici proprio per incominciare una nuova narrativa di propaganda, è necessario ricordare quanto sia importante non cancellare la storia e ciò che la rappresenta, ma preservarla e studiarla a fondo. Solo così si potranno fare i conti con il nostro passato senza dibattiti ideologici o addirittura oscurantisti. Anche nel caso di Leopoldo II.

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Politica
L’America è in fiamme: ma ecco chi sono i “piromani”
Data articolo:Thu, 04 Jun 2020 18:06:25 +0000

Saccheggi, furti, violenze di ogni genere. Spesso a danni di piccoli commercianti ed esercenti, anche di colore, che nulla hanno a che vedere con il razzismo o con le giuste rivendicazioni di una comunità – quella afroamericana – ferita nel cuore dall’ennesima ingiustizia, la morte di George Floyd, soffocato brutalmente da un poliziotto di Minneapolis e già duramente colpita dalle gravi ripercussioni economiche del Covid-19. Ma la – doverosa e comprensibile – indignazione, così come le proteste pacifiche, hanno fatto spazio a scene apocalittiche da guerra civile, che rendono gli Stati Uniti d’America una polveriera, portata alla deriva dall’Identity Politics e dalle diseguaglianze sociali.

Ma ciò che non solo una democrazia, ma uno stato in generale non può tollerare se non vuole collassare, sono le scene a cui abbiamo assistito in questi giorni e che nulla hanno a che fare con la politica e che Tucker Carlson ha elencato in un monologo su Fox News che ha preso di mira tutti, ma proprio tutti. Non solo i manifestanti più violenti e facinorosi, ma un’intera classe politica, dai democratici passando per l’ex vicepresidente Joe Biden, fino a Donald Trump e all’ex ambasciatrice Onu Nikky Haley. Tutti nel mirino dell’anchor man che non ha paura di dire le cose come stanno.

L’escalation di violenza

In primo luogo Carlson ricorda alcune delle scene di violenza che si sono registrate in tutto il Paese. La verità nuda e cruda. A Columbia, un uomo ha avvertito la polizia quando le cose stavano cominciando a degenerare. I manifestanti lo hanno visto mentre chiamava le forze dell’ordine. Hanno circondato quell’uomo e l’hanno picchiato. Gli spettatori hanno ridevano mentre veniva preso a pugni. A Rochester, New York, un gruppo di otto uomini ha sfondato le finestre di una gioielleria. La coppia che viveva sopra il negozio è scesa per affrontarli. Entrambi sono stati brutalmente picchiati con una scala.

A Dallas, un uomo armato di quella che sembrava essere una spada ha fatto del suo meglio per difendere un’azienda dai saccheggiatori. La folla lo ha colpito alla testa con una pietra e uno skateboard. A San Jose, i manifestanti con piede di porco hanno preso d’assalto l’autostrada e hanno attaccato i veicoli, cercando di tirare fuori i conducenti dalle loro auto. A Birmingham, in Alabama, un giornalista locale, Stephen Quinn, è stato picchiato, e poi è stato derubato in diretta televisiva mentre cercava di documentare il furto. A Saint Louis David Dorn, un poliziotto in pensione di 77 anni, è morto dopo essere stato aggredito da un gruppo di persone che avevano fatto irruzione in un banco dei pegni per saccheggiarlo e il suo omicidio è stato ripreso in diretta Facebook.

A Buckhead, un quartiere di lusso di Atlanta, i manifestanti hanno rubato una Tesla da un concessionario e l’hanno guidata in un centro commerciale. A Portland, in Oregon, la folla ha saccheggiato Louis Vuitton, Apple e Chase Bank, mentre a Chicago un negozio di scarpe è stato svaligiato. “Ok, quali sono esattamente le richieste di quei manifestanti? Cosa stanno chiedendo? Se il Congresso accettasse di attuare il loro programma, quale sarebbe il programma?” Incalza Carlson. “Non una sola persona suggerisce nemmeno la risposta perché non esiste una risposta”. In realtà, prosegue, “ciò che stiamo osservando non è una protesta politica. È l’opposto di una protesta politica. È un attacco all’idea della politica”. I manifestanti, osserva, “vogliono rovesciare il nostro sistema politico”. Per definire ciò che stanno combinando negli Stati Uniti queste bande di criminali torna alla mente un vecchio aforisma di Richard Nixon, del 1970: “Riconosciamoli per quello che sono: non sono rivoluzionari romantici ma gli stessi teppisti che hanno sempre afflitto la brava gente”. E così è.

Le colpe della politica

Ma, come si diceva, anche la politica ha grandi responsabilità. E quello di Carlson è un affondo bipartisan. Il Partito Democratico sta giocando col fuoco tentando di cavalcare le proteste per affondare su Trump sul tema razzismo. L’importante sezione di Fairfax, Virginia, sottolinea che i riots sono “una parte integrante della marcia del Paese verso il progresso”. Una fase che apparirebbe come il tragico contrappasso di quanto detto dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld nel 2003 quando, assistendo ai saccheggi di Baghdad dopo la fuga di Saddam Hussein, affermò che essi erano parte dellatransizione dell’Iraq “verso la libertà”. Ma che in realtà lascia trasparire una leggerezza clamorosa e la mancata consapevolezza dell’assoluta precarietà della condizione interna degli States piegati da dure tensioni sociali.

I dem e l’establishment mediatico e “pop” che li sostengono (da Hollywood ai campioni dello sport) puntavano sul calcolo spericolato di cavalcare le proteste per inchiodare il Presidente al suo sostegno a un presunto “razzismo istituzionale” e usare l’arma del caso Floyd come nuova mossa elettorale in vista del voto di novembre. Nulla di più rischioso e spericolato, se si pensa che oramai anche i più pacifici dei cortei di protesta sono stati infiltrati, ridimensionati e deviati da teppisti senza colore e ideale, la rabbia sociale comprensibile che covava nella terra delle disuguaglianze piegata al servizio di pochi, rumorosi facinorosi.

Trump, dal canto suo, ha la possibilità, secondo Carlson di scottarsi (e molto) sul tema delle proteste, che assieme al coronavirus rischiano di mandare in frantumi la sua immagine, invero raramente suffragata dalla realtà, di leader decisionista e capace di leadership forte. L’arrivo dei manifestanti a due passi dalla Casa Bianca, la fuga del Presidente in un bunker, l’inseguimento di un reporter della Fox a Lafayette Square, nel cuore della capitale, ad opera dei protestanti sono tutti segnali di un indebolimento della leadership. Forzando i toni, Carlson azzarda un paragone con Nerone che abbandona Roma in tempo di crisi: ma il rischio è che con la gestione rapsodica delle crisi la Casa Bianca rischi un crollo di popolarità.

Sul virus e sulle proteste Trump si è mostrato volatile, incostante: il suo consigliere alla Sicurezza Nazionale Robert O’Brien si è dichiarato vicino ai “manifestanti pacifici”, senza però individuare organizzazioni precise di riferimento. Trump ha oscillato tra il cordoglio per il dolore della famiglia Floyd, la minaccia di mobilitare le truppe e il richiamo “nixoniano” alla maggioranza silenziosa, ovvero il cuore profondo laborioso e moderato della società statunitense.

Si tratta di una gara a chi tira di più la corda: i democratici rischiano sul tema dell’identificazione tra Trump e il razzismo e sul sostegno generalizzato ai moti; i repubblicani, invece, vedono una minaccia politica da una possibile imputazione di incapacità gestionale a Trump nel caso in cui non si assista a un pronto riflusso della violenza e delle proteste. Carlson accusa in particolare la debolezza dell’élite americana: “la debolezza chiama l’aggressività: questo è vero in natura e ancora più in una società umana. I nostri leader sono deboli, e i saccheggiatori lo sanno. Ecco perchè tutto questo sta accadendo”. Mai come oggi la maggioranza silenziosa è, in realtà, ammutolita, stupita dall’escalation di violenza e dall’incapacità della politica di porvi un freno o di evitare di sfruttarla cinicamente. Della morte di George Floyd, purtroppo, sembra non importi più niente a nessuno: l’America è in fiamme e in giro si vedono molti piromani e pochi pompieri.

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Guerra
Libia, la nuova base turca che fa tremare l’Europa
Data articolo:Thu, 04 Jun 2020 17:44:38 +0000

La Turchia si è messa in moto per impossessarsi di una gigantesca base aerea in Libia occidentale; la prima nelle mani di Ankara situata lungo la costa nordafricana e ciò potrebbe diventare un problema molto serio per la stabilità nel Mediterraneo meridionale.

La base, nota come “al-Watiya” ma spesso indicata col nome “Uqba ibn Nafi” in onore di un condottiero islamista, è situata nel distretto di Nuqat al-Khams, 25 km a est del confine con la Tunisia e un centinaio di km a sud-ovest della capitale,Tripoli.

La base era stata strappata ai militari dell‘Lna del generale Haftar dalle milizie del Gna supportate dai turchi ed ora sarà proprio Ankara ad impossessarsene, consapevole dell‘importanza logistica e strategica del sito. La base è infatti pesantemente fortificata, include una stazione di rifornimento, diversi depositi per armi, hangar, due piste di decollo e atterraggio, una zona residenziale per il personale e può ospitare fino a 7 mila militari.

Situata in una posizione strategica, la base permette a chi ne è in possesso di controllare sia la vasta area che corre lungo il confine tra Libia, Tunisia e Algeria, sia la costa mediterranea che da Misurata arriva fino alla Tunisia.

L’intenso traffico aereo turco in Libia

Fonti israeliane hanno indicato un’intensa attività aerea turca in Libia: aerei del 222° squadrone, C-130 (con più di quattro voli nell’arco di 24 ore), Boeing 737 dell’aeronautica militare, velivoli addetti al controllo radar, Beechcraft Super King ed anche un Ilyushin IL-76 del Gna arrivato da Istanbul. In aggiunta venivano anche segnalati aerei qatarioti in viaggio verso Tripoli.

E’ poi noto che caccia turchi e droni hanno più volte preso parte ai bombardamenti contro le truppe dell’Lna. Insomma, il ponte aereo tra Ankara e Tripoli è sotto gli occhi del mondo intero e mette in serio imbarazzo un Onu che se da una parte reclama l’embargo sulle armi in Libia, dall’altra si dimostra assolutamente impotente davanti alla prepotenza di Erdogan che ha siglato un accordo di cooperazione militare proprio con quel Gna di Serraj riconosciuto e sostenuto dallo stesso Onu.

Erdogan dal canto suo sfrutta proprio questo riconoscimento per giustificare il suo sostegno a un Gna che ha però assunto forme ben lontane da quelle che lo contraddistinguevano quando l’Onu decise di sostenerlo. Oggi infatti il Gna non è altro che un regime-fantoccio di Ankara, guidato dai Fratelli Musulmani.

Le dinamiche rivelatesi in Libia in seguito all’arrivo dei turchi è il medesimo visto in Siria, con il rifornimento di armi, mezzi militari e “consulenti” ma anche con il trasferimento di mercenari e jihadisti; l’unica differenza è che stavolta gli “aiuti” di Ankara sono inviati a sostegno degli islamisti del Gna.

Un ponte aereo che nonostante sia palesemente sotto gli occhi di tutti, sembra non preoccupare l’Africom, il comando statunitense in Africa, che ha invece lamentato la presenza di jet militari russi in Libia , ma non ha menzionato la presenza di quelli turchi. InsideOver ha provato a contattare il comando di Africom per delucidazioni ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Erdogan è stato abile finora a tenere i piedi su due staffe, un po’ con la Nato e un po’ con Mosca. I due partner dal canto loro hanno dimostrato di essere estremamente ambigui, con i russi che prima bombardano i jihadisti filo-turchi e poi stringono accordi con Ankara in Siria; dall’altro la Nato accusa la Turchia di allinearsi con Mosca e comprare missili, ma dall’altro la spalleggia in Siria in chiave anti-Assad e in Libia a sostegno del Gna.

Una Nato che però non sembra così coesa in Libia, con la Francia che tende verso Haftar mentre l’Africom punta il dito contro Mosca e l’Italia organizza incontri con l’intelligence del Qatar e viene accusata dall’Lna di curare i jihadisti presso l’ospedale militare italiano a Misurata (in linea con quanto facevano i turchi con i jihadisti siriani).

La Libia come la Somalia e il fallimento italiano

Dal punto di vista strategico è evidente come la Turchia stia cercando di replicare in Libia quanto già fatto in Somalia, dove oramai non si muove nulla senza il consenso di Ankara. La vicenda della liberazione di Silvia Romano lo ha del resto dimostrato, con l’intelligence turca che ha svolto un ruolo fondamentale, tanto che la Romano è stata immortalata mentre indossava un giubbotto anti-proiettile turco subito dopo la liberazione.

Il consolidamento militare turco in Libia è sempre più evidente e il controllo della base aerea di al-Watiya è un passo di estrema importanza che fornisce ad Ankara la supremazia sullo spazio aereo libico occidentale e sulla costa del Mediterraneo. Una presenza che va anche in questo caso a danno dell’Italia, come già successo in Somalia. In poche parole, Roma lascia il terreno ai turchi e le motivazioni non sono ben chiare.

Una cosa è certa, se Ankara già ricattava l’Unione Europea col flusso di immigrati provenienti dalla rotta balcanica, con un suo controllo anche sulla rotta meridionale la situazione non può che peggiorare ed è un problema che riguarderà tutta Europa, non soltanto l’Italia. Non bisogna inoltre dimenticare che la Turchia ha spalleggiato e continua a spalleggiare estremisti islamisti e jihadisti sia in Siria che in Libia ed anche questo potrebbe diventare un serio problema nel breve e medio termine per l’Europa.

La Nato sembra però non rendersi conto di ciò, accecata da un’obsoleta “russofobia” eredità della Guerra Fredda  che le impedisce di vedere i reali pericoli che sono però palesemente evidenti.

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