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News da gliocchidellaguerra.it

#Gliocchidellaguerra.it

Punti di vista
Sarraj rompe gli accordi con la Francia. Ora è crisi fra Tripoli e Parigi
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 16:29:45 +0000

Tripoli rompe con la Francia per il sostegno al generale Khalifa Haftar. Secondo una nota firmata dal ministro dell’Interno, Fathi Bashagha, il governo di accordo nazionale libico ha deciso di sospendere gli accordi bilaterali fra il ministero dell’Interno libico e quello francese. E il motivo, sempre a detta della nota, √® dovuto al supporto di Parigi all’avanzata dell’uomo forte della Cirenaica.

La decisione del governo libico rientra nell’escalation di tensione nei rapporti fra Parigi e Tripoli che si √® avuta¬†a seguito dell’avanzata dell’Esercito nazionale libico verso Tripoli. Da tempo, nella capitale libica si iniziano a vedere manifestanti con i gilet gialli che accusano la Francia e in particolar Emmanuel Macron di soffiare sul fuoco della guerra per puntare al petrolio libico in mano al governo riconosciuto dalla comunit√† interazionale. Ma le accuse non sono solo quelle della piazza, anche a livello diplomatico qualcosa si √® mosso.

Da tempo a Tripoli l’esecutivo accusa l’Eliseo di essere dietro le manovre del generale dell’Enl. Poche settimane fa era stato lo stesso governo libico a convocare l’ambasciatore francese per chiarimenti sulle posizioni di Parigi. La Francia ha sempre negato qualsiasi tipo di coinvolgimento, qualsiasi presenza di “agende segrete” sul fronte libico. Ma i fatto stanno dimostrando il contrario. La bozza di risoluzione di condanna a Haftar bloccata in sede europea, i voli fra Bengasi, Parigi e Lione con emissari del generale della Cirenaica in Francia, il mistero dei cittadini francesi fermati dalla Tunisia al valico di frontiera di Ras Jedir (le accuse parlano di uomini armati con armi leggere ma liberati dopo un negoziato di alto livello fra Parigi e Tunisi)m sono tutti segnali eloquenti. Indizi di un interessamento della Francia verso l’escalation di Tripoli che √® semplicemente la conferma di un supporto costante da parte dell’Eliseo nei¬†confronti del generale.

Non √® un mistero che Macron da sempre sostenga Haftar. Come abbiamo spiegato pi√Ļ volte su questa testata, Parigi ha un interesse specifico nel fare in modo che la transizione della Libia passi fra le mani degli strateghi francesi e non fra quelle di altri Paesi, Italia in testa. Le mosse di Macron in queste ultime settimane sono diventate semplicemente pi√Ļ eloquenti: come evidenziato anche dal governo italiano e dall’ira espressa in questi giorni dall’esecutivo giallo-verde per le mosse del presidente francese. Ma √® ipocrita, se non superficiale, credere che le iniziative francesi siano recenti. Perch√© il piano della Francia √® risalente nel tempo e vede coinvolte le forze di Parigi da sempre, da quando, con la Primavera araba, si decise sotto Nicolas Sarkozy di far cadere Muhammar Gheddafi per prendere il sopravvento sul Paese nordafricano rispetto agli altri partner.

La mossa di Tripoli √® un segnale di forza. Probabilmente su imbeccata degli alleati, a cominciare dall’Italia, ma in particolare dagli Stati Uniti che da sempre condividono il piano delle Nazioni Unite e riconoscono Fayez al-Sarraj. Una prova di forza che serve anche a rompere gli indugi in un momento in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si √® riunito per decidere cosa fare della crisi in Libia. E la Francia, a questo punto, appare isolata.

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Punti di vista
Libia, il pericolo di un nuovo fronte nel Fezzan
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 15:39:43 +0000

Un fronte in realt√† mai chiuso, che in queste ore convulse dove l’iniziativa militare di Haftar sembra perdere forza, rischia di riaprirsi. Nel Fezzan tornano nuovamente a spirare venti di guerra, con i soldati dell’Lna attaccati presso la base di¬†Tamanhint, nei pressi di Sebha. La regione meridionale della Libia viene considerata saldamente in mano al generale della Cirenaica, dal 15 gennaio scorso le sue truppe riescono ad avanzare sparando pochi colpi e scontrandosi soltanto con milizie Tebu. Ma ora, tra le dune del Fezzan, sulla scia degli scontri di Tripoli potrebbero entrare in escandescenza altri fronti.¬†

La battaglia attorno la base aerea di Sebha

Intorno alla prima mattinata di questo gioved√¨, dalla Libia iniziano ad emergere alcuni report che parlano di scontri a¬†Tamanhint. Si tratta della localit√† dove sorge l’aeroporto di Sebha, citt√† pi√Ļ importante del Fezzan e crocevia strategico per l’intero paese. La zona da gennaio √® sotto il controllo di Haftar, dopo che per diversi anni il governo di Tripoli fatica a mantenere stabile la situazione. Tra trafficanti di esseri umani, criminali impegnati nel contrabbando di droga ed armi e la presenza inoltre di gruppi di mercenari stranieri, la situazione da queste parti risulta molto pi√Ļ grave che nella costa. Anche per questo motivo l’arrivo dell’Lna non viene visto con sfavore dalla popolazione locale. Quando le forze di Haftar prendono¬†Tamanhint, si ha la percezione delle avanzate dell’esercito comandato dal generale.¬†

Le uniche volte che Haftar usa le armi realmente durante le sue operazioni nel Fezzan, √® contro quelle che lui stesso chiama “milizie ciadiane”, ossia mercenari entrati sfruttando la porosit√† dei confini meridionali della Libia. Per questo usa l’aviazione per bombardare tali gruppi, anche se per√≤ alcuni rappresentanti dei Tebu, etnia di origine etiope presente nel Fezzan, parlano di aggressioni contro la propria popolazione. Tra l’Lna ed i Tebu non corre buon sangue ed in effetti i report che parlano dell’attacco contro¬†Tamanhint confermano che, ad operare contro i soldati di Haftar, sarebbero proprio milizie Tebu. I media riportano scontri tra gruppo pro Al Sarraj ed Lna, in realt√† si tratta della volont√† dei gruppi Tebu di sfruttare l’impegno degli uomini di Haftar a Tripoli.¬†

A queste milizie si aggiungono quelle del generale Ali Kanah, comandante della regione sud delle forze fedeli ad Al Sarraj. Nel giro di poche ore per√≤, la situazione torna alla normalit√†: sia il TheLibyaObserver, vicino ad Al Sarraj, che il sito AddressLibya, vicino ad Haftar, segnalano il successo dell’Lna in fase di contrattacco.¬†Tamanhint dunque, stando alle ultime notizie, sarebbe in mano ai soldati di Haftar. Ma il segnale non promette bene, specie se la battagli a Tripoli dovesse dilungarsi. Ad evidenziarlo √® anche Channel218, la quale d√† anch’essa per riconquistata da Haftar la base di Sebha.¬†

Gli scontri a sud di Tripoli

Nel frattempo nella periferia meridionale della capitale si torna a combattere. Per la verit√† gli scontri non sono mai cessati, ma adesso le zone in prossimit√† del fronte appaiono nuovamente invischiate nella battaglia. In particolare, le forze di Haftar avrebbero usato l’aviazione per bombardare Ain Zara, sobborgo situato nella parte orientale del principale fronte di guerra. L’Lna avrebbe attaccato anche il ponte di¬†al Zahra, luogo strategico non distante per l’appunto da Ain Zara. Haftar starebbe provando a sfondare il principale cordone di sicurezza posto attorno a Tripoli.

Mentre le forze di Al Sarraj rivendicano il contenimento dell’Lna a 20 km dalla citt√†, un comandante dell’esercito del generale della Cirenaica al contrario si mostra ottimista: “La campagna di Tripoli finir√† entro il mese del ramadan”, a dichiaralo √®¬†Fouzi al Mansuri, uno dei pi√Ļ importanti generale vicini ad Haftar. Il mese sacro per i musulmani quest’anno finisce nei primi giorni di maggio. Un ottimismo che Mansouri giustifica, come riportato da AgenziaNova, affermando di avere fiducia nei rinforzi in arrivo a Tripoli dalle regioni orientali del paese.¬†

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Punti di vista
Trump, il procuratore Barr: ‚ÄúNessuna collusione con la Russia‚ÄĚ
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 15:31:08 +0000

“Nessuna collusione fra la campagna di Trump e la Russia”. Il procuratore Generale William Barr, in conferenza stampa, ha confermato che le indagini¬†condotte dal procuratore speciale per le indagini sul Russiagate Robert Mueller, non hanno rilevato alcuna collusione fra il Presidente Donald Trump e la Russia nelle elezione presidenziali del 2016.¬†

Il Procuratore Barr ha riunito i giornalisti in conferenza stampa prima di rendere pubblico il dossier di 400 pagine prodotto da Robert Mueller. “Il vice procuratore generale e io abbiamo concluso che le prove sviluppate dal¬†Procuratore speciale non sono sufficienti per dimostrare che il presidente¬†abbia¬†intralciato¬†la giustizia”, ‚Äč‚Äčha¬†sottolineato Barr durante la conferenza stampa.¬†

“Dopo quasi due anni di indagini, migliaia di citazioni in giudizio e centinaia¬† di interviste ai testimoni, il¬†Procuratore speciale ha confermato che il governo russo ha sponsorizzato¬†degli sforzi per interferire illegalmente nelle elezioni presidenziali del 2016, ma non ha¬†trovate evidenze rispetto al fatto che la campagna di Trump o che altri americani fossero collusi in questa iniziativa “, ha¬†osservato Barr.

“No collusion”, Trump “scagionato” dal Russiagate

Il Procuratore speciale Robert Mueller ha consegnato il dossier da 400 pagine lo scorso mese al Dipartimento di Giustizia.¬†Barr ha riassunto i risultati¬†dell’indagine, spiegando che il Procuratore speciale non ha trovato prove di coordinamento fra la campagna di Donald Trump e Mosca e che non ci sono prove sufficienti per incriminare Trump per intralcio alla giustizia.¬†

Barr ha aggiunto che “la Casa Bianca ha collaborato pienamente con le indagini del¬†Procuratore Speciale”, fornendo un “accesso senza restrizioni alla campagna e ai documenti della Casa Bianca,¬†consentendo gli assistenti di alto grado¬†di testimoniare liberamente”. I democratici del Congresso, tuttavia, hanno messo in dubbio le motivazioni per cui il Procuratore generale ha deciso di non¬†incriminare Trump.¬†

Trump esulta sui social: grafica in stile “Il Trono di Spade”

“No collusione. No ostruzione. per gli haters e per i democratici di sinistra radicali, Game over”. Su Twitter, il Presidente Donald Trump¬†esulta pubblicando una grafica un’immagine in stile Il Trono di Spade, come gi√† aveva fatto in precedenza annunciando le durissime sanzioni contro l’Iran.¬†I democratici, per√≤, non demordono. Il deputato Jim Himes¬†ha dichiarato¬†che sebbene il Procuratore Generale William Barr sia stato un’incredibile delusione, ha ancora fiducia nelle conclusioni del consigliere speciale Robert Mueller.¬†

Come ha spiegato Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerra, il Russiagate è sempre stato lo strumento degli oppositori del presidente Trump per colpire la sua leadership. Un cappio da stringere introno alla Casa Bianca per evitare che il leader repubblicano potesse svolgere la sua politica in modo libero. L’indagine, cavalcata da Barack Obama e Hillary Clinton e da tutti quei rivali del leader repubblicano, si è rivelata un fiasco.

Furiosi per una vittoria elettorale che aveva di fatto eliminato quel bel mondo cui avevano fatto riferimento per anni, i dem e gli altri grandi segmenti dei repubblicani hanno cercato in qualsiasi modo di colpire la leadership di The Donald. Una strategia fallimentare, come confermano le conclusioni del Procuratore speciale Barr. 

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Punti di vista
Libia, la contropartita Usa: l’Italia deve riconoscere Guaidò
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 11:30:36 +0000

L’Italia adesso vuole tornare da protagonista sul dossier libico, andando a lavorare nel campo che pi√Ļ in questo momento le compete: quello della diplomazia. Quando il 4 aprile scorso Haftar scatena l’offensiva per la presa di Tripoli, per Roma la situazione sembra volgere verso il peggio: il generale che passeggia all’interno della capitale libica √® uno scenario non certo favorevole per l’Italia. Adesso che lo stallo militare appare bloccare le fughe in avanti di Haftar, da Palazzo Chigi ci si aspetta uno sforzo importante per preparare il campo alle iniziative diplomatiche ed essere pronti quando, si spera a breve, le armi torneranno a tacere. Per fare questo l’Italia ha bisogno degli Usa, questi ultimi non sarebbero restii a ridare al governo gialloverde le chiavi del dossier libico ma l’eventuale aiuto d’oltreoceano non sarebbe certamente gratuito.¬†

In che modo gli Usa possono aiutare l’Italia in Libia

Pi√Ļ la battaglia attorno a Tripoli aumenta di intensit√†, pi√Ļ i nodi vengono al pettine. In particolare, ci√≤ che emerge √® che il perno politico e militare dell’offensiva sulla capitale libica si trova nella penisola arabica ed √® legato al “duello” interno al mondo sunnita: Arabia Saudita – Emirati da un lato, Qatar dall’altro. I primi sostengono Haftar e danno il via libera a fine marzo alle velleit√† del generale della Cirenaica. Dietro le mosse dell’uomo forte che aspira a riunificare sotto le proprie insegne la Libia, vi sarebbe per l’appunto l’azione dei Saud. Questi ultimi sono interessati ad evitare di vedere ancora per lungo tempo Tripoli sotto l’influenza del Qatar, il cui governo finanzia i Fratelli Musulmani che in Libia sono schierati a favore di Al Sarraj.¬†

L’Italia, che ha necessit√† di vedere fermata l’azione di Haftar, deve dunque persuadere Riad dal continuare a sostenere la mossa militare del generale della Cirenaica. Roma ha s√¨ buoni rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, ma non basta. Per bloccare Haftar e dare almeno un provvisorio freno al flusso di petrodollari erogato da Riad, serve l’azione di chi pu√≤ realmente incidere sulle politiche saudite. E quindi ecco che entrano in gioco gli Usa. L’Italia nel frattempo manda avanti la propria politica diplomatica, luned√¨ Conte riceve il ministro degli esteri del Qatar ed il vice di Al Sarraj, ossia Ahmed Maitig. Adesso occorre pensare all’altro lato della barricata: Roma, che continua a sostenere Al Sarraj, ha buoni rapporti anche con Haftar, non √® del tutto contraria alle sue richieste ma non pu√≤ nemmeno vederle esaudite manu militari. Occorre quindi, in poche parole, tornare al tavolo dei negoziati. L√¨ l’Italia pu√≤ dire la sua e coordinare eventuali azioni politiche. Ma, per l’appunto, non si pu√≤ fare a meno dell’appoggio Usa.

Entra in gioco il Venezuela 

Su La Stampa trapela che , nei giorni scorsi, il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Pietro Benassi vola a Caracas. Nella capitale venezuelana, scossa da mesi per via del braccio di ferro tra il presidente Maduro e l’opposizione guidata da Guaid√≤, il diplomatico incontra la comunit√† italiana. Ma in realt√†, si legge sul quotidiano di Torino, Benassi avrebbe incontrato lo stesso Guaid√≤. Il governo italiano, come si sa, non lo riconosce presidente ed √® tra i pochi a farlo in occidente. Il ruolo del consigliere diplomatico della presidenza del consiglio dunque, sarebbe stato quello di “spianare la strada” in vista di possibili svolte. Queste potrebbero arrivare proprio dall’esigenza italiana di avere gli Usa dalla propria parte per rilanciare il dossier libico.¬†

I retroscena parlano infatti di una telefonata tra Conte e Trump, con il presidente Usa che si dice ben disposto ad aiutare Roma. Ma ad una condizione: che l’Italia, per l’appunto, cambi approccio sul Venezuela. E quindi, vista la delicatezza degli interessi italiani nel paese africano, l’esecutivo sarebbe pronto a sacrificare una propria posizione assunta pi√Ļ per motivi ideologici che economici. Una scelta comunque dolorosa, che per√≤ potrebbe non essere immediata: l’Italia, in particolare, potrebbe gradualmente limare la sua posizione o semplicemente indietreggiare senza pi√Ļ prendere in futuro le difese di Maduro. Non sarebbe il primo sacrificio richiesto al governo gialloverde da Trump: per organizzare il vertice di Palermo ed avere Trump dalla propria parte sulla Libia, Roma mestamente rinuncia ad alzare la voce contro le sanzioni in Iran ed il rinnovo di quelle in Russia.¬†

La Libia potrebbe dunque costare parecchio, a Palazzo Chigi però tutti concordano sul fatto che il dossier libico deve avere la priorità. E dunque, ecco che adesso a Roma si preparano al gioco incrociato che lega Tripoli a Caracas. 

Le incognite di questa mossa

L’Italia sembra presa un po’ con le spalle al muro e quando determinate scelte vengono intraprese pi√Ļ per necessit√† che convinzione, il rischio √® quello di imbarcarsi in situazioni ancora peggiori ed avere risvolti non auspicabili. Se oramai l’orientamento appare quello sopra descritto, volto ad assecondare gli Usa, c’√® pure per√≤ chi sarebbe disposto a prendere un po’ di tempo ed evitare scelte affrettate su Venezuela e Libia. Questo perch√©, specialmente nelle ultime ore, il rallentamento dell’azione militare di Haftar suggerirebbe anche una maggior prudenza nel prendere decisioni definitive su altri dossier. Emerge lo spettro di un sacrificio che potrebbe rivelarsi “inutile” o troppo sproporzionato rispetto alle reali esigenze.

In poche parole, la diplomazia appare sospesa tra due fuochi: da un lato c’√® chi intende attuare tutte le mosse necessarie per avere gli Usa incondizionatamente dalla propria parte, dall’altra c’√® chi invece, partendo sempre dalla prospettiva dell’importanza dell’appoggio di Washington, suggerisce per√≤ una certa prudenza aspettando un possibile “naturale” corso degli eventi. La scelta dipender√† esclusivamente da quanto il governo italiano tenga o meno ad un immediato stop delle operazioni belliche a Tripoli.

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English versions
Egypt throws lifeline to Sudan, but risks abound
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 11:27:43 +0000

(Cairo)Egypt is steping up support to Sudan, with its southern neighbor facing unrelenting unrest and an uncertain political future. The Egyptian ambassador in Khartoum, Hossam Essa, revealed on April 3 that his country’s army had built a number of bread bakeries in some Sudanese cities. The army, he added, would build electrical power plants in Sudan as well. These moves, he said, come in response to requests by the Sudanese government.

Sudan has been surfing from a high wave of unrest since mid-December last year, with thousands of people taking to the streets to protest the deteriorating economic conditions. The demonstrators have also been protesting plans by Sudanese President Omar al-Bashir, in power since 1989, to seek a new five-year-term in the presidency and introduce amendments to the constitution to tighten his grip on power.

So far, several demonstrators have been killed, dozens wounded and hundreds of others thrown in jail, amid a heavy crackdown by Sudanese authorities. With his tough approach bearing little fruit, Bashir has had to soften his government’s tone by declaring a series of measures to convince the demonstrators to go home.

He has reshuffled the cabinet, appointed a new vice-president, and said he would not seek reelection in 2020.  He also pledged to guide his country out of the current economic mess by issuing directives for government action to end commodity shortages and bring commodity prices down.  However, all these measures are doing nothing to end the protests which brought life in most of the universities to a total halt and threaten to derail the Sudanese economy even more.
Bashir seems to be running out of solutions and is apparently waiting for outside help. This help is coming from Egypt, Sudan’s northern neighbor, which has its economic hardships too.

Apart from the bakeries and the electrical power plants, Egypt is also sending flour to Sudan and plans to send medical doctors to make up for an acute shortage in Sudanese hospitals.¬† Sudan, according to Egyptian political analysts said, is a very important country for Egypt. “Strengthening relations between Egypt and Sudan always reflects positively on Egypt’s relations with other African states,” said Ramadan Qurani, an Egyptian African affairs specialist. In a way, improving Egypt’s relations with Sudan is a small detail in the larger picture of Egypt’s warming ties with fellow African states.

Since coming to power in mid-2014, Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi has put his country’s relations with other African countries back on track, following years of malevolence. Al-Sisi has met with Bashir 25 times, including six in Sudan, since coming to power, a reflection of the importance his administration attaches to relations with Khartoum.
Egypt has investeds around $10 billion in Sudan and has an annual trade exchange of $1 billion with the country. It has also made efforts to double this level of trade exchange in the coming few years.

Nevertheless, the ongoing unrest in Sudan means that these relations have acquired even greater importance, political analysts have stated . Egypt, which has problems along its border with neighboring Libya due to the ongoing unrest in the North African state, is also afraid that further deterioration of security conditions in Sudan will negatively affect it.
Millions of Sudanese citizens already live in Egypt and Cairo’s nightmare is that an out of control Sudan will send hundreds of thousands, or even millions, of additional refugees to its border, analysts added.

The new Egyptian charm offensive in Sudan comes following Sudanese anger at reports that Egypt had invited international oil companies to explore minerals in an Egyptian border territory Sudan claims to be its own. Ambassador Essa has stated that these reports are unfounded. Nonetheless, Egypt will face difficulty in convincing ordinary Sudanese citizens that its support has nothing to do with whether or not al-Bashir should stay in power, with some citizens accusing Cairo of throwing a lifeline to the Sudanese president.

“Egypt’s support has provoked the anger of Sudanese citizens,” Sudanese political activist Wayel Ali said. “We are apparently headed toward tough times.”

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Punti di vista
L’Egitto blinda l’asse con il Sudan: ma i rischi non sono pochi
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 11:12:38 +0000

(Il Cairo)¬†L’Egitto sta intensificando il proprio supporto al Sudan, il Paese vicino che poco pi√Ļ a sud sta affrontando un‚Äôinesorabile instabilit√† politica dal futuro incerto.

ENGLISH VERSION

Il 3 aprile, l’ambasciatore egiziano a Khartoum, Hossam Essa, ha rivelato che l’esercito del proprio Paese ha costruito una serie di panifici in alcune città sudanesi, e che avrebbe anche intenzione di costruire degli impianti di energia elettrica; secondo Essa, queste iniziative arriverebbero in risposta alle richieste da parte del governo sudanese.

Dalla met√† dello scorso dicembre, il Sudan sta infatti attraversando un picco di instabilit√†, con migliaia di persone scese in strada a protestare contro il deterioramento della situazione economica e contro i piani del presidente del Sudan Omar al-Bashir –¬† in carica dal 1989 –¬† di ottenere un ulteriore mandato presidenziale quinquennale e di introdurre nella costituzione degli emendamenti che rafforzino la sua presa al potere; di questi manifestanti, alcuni sono stati uccisi, a decine sono stati feriti e a centinaia sbattuti in prigione, nel mezzo di una pesante repressione da parte delle autorit√† sudanesi.

Dal momento che questo suo duro approccio ha portato ben pochi risultati, Bashir ha dovuto attenuare il tono del proprio governo adottando una serie di misure per convincere i manifestanti ad abbandonare le strade: queste misure comprendono una riorganizzazione della struttura governativa, la nomina di un nuovo vice-presidente e la promessa di non candidarsi nuovamente alle elezioni del 2020; Bashir ha anche promesso di guidare il Paese fuori dall’attuale scompiglio economico, promulgando delle direttive di azione governativa che pongano fine alle carenze dei beni di prima necessit√†, abbassandone i prezzi al tempo stesso. Tuttavia, tutte queste misure non hanno fermato le proteste che hanno dato vita ad uno stop generale nelle universit√†, e minacciano anzi di far deragliare ancor pi√Ļ l‚Äôeconomia sudanese.

Pare che Bashir sia a corto di soluzioni e stia aspettando un aiuto esterno, che arriva infatti dal vicino a nord, l’Egitto ‚ÄĒ anch’esso con le proprie difficolt√† economiche: oltre alla costruzione di panifici e di impianti di energia elettrica, l’Egitto sta inviando al Sudan riserve di farina e sta progettando anche di inviare dei medici per supplire alla grave mancanza di personale negli ospedali sudanesi.

Secondo gli analisti politici egiziani, il Sudan √® un Paese molto importante per l‚ÄôEgitto: ‚ÄúRafforzare le relazioni tra Egitto e Sudan ha dei risvolti positivi sulle relazioni dell‚ÄôEgitto con gli altri Stati africani‚ÄĚ, ha dichiarato Ramadan Qurani, esperto di relazioni afro-egiziane. In un certo senso, il miglioramento delle relazioni tra Egitto e Sudan √® un piccolo tassello all’interno di un grande mosaico volto a consolidare i legami dell’Egitto con gli altri Stati dell‚ÄôAfrica. Da quando √® salito al potere a met√† 2014, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha ristabilito relazioni diplomatiche con gli altri Paesi africani dopo anni di ostilit√† e ha incontrato Bashir in 25 occasioni ‚ÄĒ di cui 6 in Sudan ‚ÄĒ come segno dell‚Äôimportanza che la sua amministrazione attribuisce ai rapporti con Khartoum.

L’Egitto ha investito circa 10 miliardi di dollari in Sudan, dove ha un interscambio commerciale annuale di un miliardo di dollari, con l‚Äôimpegno di raddoppiare questa cifra negli anni a venire. Ciononostante, gli statisti politici affermano che la continua instabilit√† in Sudan attribuisca ancora maggiore importanza a questi rapporti; l’Egitto ha dei problemi lungo il confine con la Libia dovuti alla tensione nello Stato nordafricano, e teme che un peggioramento delle condizioni di sicurezza in Sudan possa avere un impatto negativo su questa questione.

Milioni di cittadini sudanesi vivono gi√† in Egitto, e l’incubo del Cairo √® che dal Sudan arrivino al confine egiziano altre centinaia di migliaia di rifugiati ‚ÄĒ o addirittura milioni, aggiungono gli esperti.

La strategia dell’Egitto di compiacere il Sudan scaturisce proprio dall’indignazione sudanese: secondo dei report, l’Egitto avrebbe infatti invitato compagnie internazionali di petrolio a perlustrare riserve minerarie in un territorio al confine che il Sudan rivendica invece come proprio. L’ambasciatore Essa ha dichiarato l’infondatezza di tali report; tuttavia, l’Egitto faticher√† a convincere i cittadini sudanesi ‚ÄĒ alcuni gi√† accusano il Cairo di dare una mano al presidente sudanese ‚ÄĒ che il proprio supporto non abbia nulla a che fare con la possibilit√† che al-Bashir rimanga al potere.

“Il supporto dell’Egitto ha provocato la rabbia dei cittadini sudanesi”, dichiara l’attivista politico sudanese Wayel Ali, “a quanto pare, ci attendono tempi difficili”.

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English versions
Egypt tries to fix its railways, but challenges lie ahead
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 11:00:41 +0000

(Cairo)¬†Egypt’s new transport minister is focusing national attention on the railways in a positive manner for the first time in more than two decades. Kamel al-Wazir, an army general who headed the Engineering Section of the Egyptian army before taking over the transport portfolio on March 11, has turned the Railways Authority, the state-run operator of the nation’s trains, into a beehive of activity.

He tours the train stations, calls on administrative offices, and visits train maintenance workshops without giving prior notice.

Nevertheless, the new minister has a lot on his plate, even more than he can handle, transport experts have said.

“Problems have been accumulating in the railways sector for decades now,” said Hassan Mahdi, a professor of transport at Ain Shams University. “The management systems of the sector are totally outdated, increasing its problems even more.” And these problems of the sector are turning it into a death trap with railway accidents becoming a common occurrence.

On February 27, a train rammed into the platform of the central train station in the Egyptian capital Cairo, killing 25 people and injuring 50 others.

This was the latest in a long series of train tragedies. Between 2005 and 2017, a staggering 14,000 railway accidents took place in Egypt, including 1,793 in 2017 alone, according to government figures.

With outdated infrastructure, a lack of proper maintenance, an acute shortage of trained labor, and very old trains, Egypt has a long list of things to fix before their trains can be considered safe, transport experts said.

“The railways are badly in need of a revolution,” Mahdi said.¬†Egypt’s railways are the oldest in Africa and the world’s second oldest after those of the Uk. The railways were established in 1951 and were a wonder at the time.

The trains used to worm their ways from the northern coastal city of Alexandria to the southernmost Egyptian city of Aswan without any problems. However, the lack of maintenance over the years and the lack of a state will to modernize the trains have caused them to become a national plague.

Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi said two years ago that the modernization of his country’s railways needed investments of around 100 billion Egyptian pounds (roughly Us$5.7 billion). But this amount of money is hard to make available with Egypt trying to fix its economy and trying to economize on its spending.

Nevertheless, Sisi’s administration made deals for the purchase of hundreds of trains from different countries, including from Bulgaria, in deals worth hundreds of millions of dollars.

There are 5700 kilometers of railways in Egypt, but most of these are decades old. Railways Authority Chairman Ashraf Raslan sent shockwaves across the nation on February 28 when he revealed that the railways had not been upgraded for 40 years. Raslan lacks the authority necessary to modernize the railways and the trains while they continue to incur further losses year after year.

In 2017, the railways authority incurred losses of around 99 billion pounds (around $5 billion), according to the Budget and Planning Committee in the Egyptian parliament. “Around 25% of train passengers evade paying the fare,” Essam al-Fiqi, the secretary of the committee said. “This is why the authority is incurring losses,” he added.

Around 1 million Egyptians use their country’s trains every day and the trains carry around 6 million tons of goods to different parts of Egypt every year.

Al-Wazir, the 11th transport minister in less than nine years, whose department designed and oversaw the implementation of most of Egypt’s national megaprojects in the past five years, including the digging of a parallel channel to the Suez Canal in 2015, will have to address all of these problems as transport minister in the coming few years.

On March 15, he told passengers waiting for the trains inside the central train station in Cairo, where the February 27 tragedy happened that they would start to feel the difference from mid-2020. But whether this will happen, experts say, will depend on the measures he will take in the coming days to prevent the next train tragedy, which can be achieved only by making real investments into the upgrade of the railways.

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Punti di vista
L’Egitto prova a riparare le ferrovie, ma il futuro è pieno di sfide
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 10:58:19 +0000

(Il Cairo)¬†Il nuovo ministro egiziano dei trasporti concentra l’attenzione della nazione sulle ferrovie, per la prima volta da oltre due decenni in modo positivo. Kamel al-Wazir, generale dell’esercito, gi√† capo del Genio Militare egiziano prima di assumere lo scorso 11 marzo l‚Äôincarico di Ministro dei trasporti, ha trasformato l’Autorit√† ferroviaria, l’operatore statale dei treni della nazione, in un alveare di attivit√†.

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Viaggia attraverso le stazioni ferroviarie, visita gli uffici amministrativi e passa dalle officine di manutenzione dei treni senza preavviso. Tuttavia, il nuovo ministro ha molta carne al fuoco, anche pi√Ļ di quanta ne possa gestire, hanno detto gli esperti del settore dei trasporti. Nel settore ferroviario i problemi si sono accumulati per decenni”, ha detto Hassan Mahdi, professore di viabilit√† presso l’Universit√† di Ain Shams. “I sistemi di gestione di questo settore sono completamente obsoleti, il che aumenta ancora di pi√Ļ i problemi.”

Questi problemi stanno trasformando questo settore in una trappola mortale, con incidenti ferroviari che diventano un evento frequente. Il 27 febbraio un treno √® andato a sbattere contro la piattaforma della stazione centrale nella capitale egiziana, il Cairo, uccidendo 25 persone e ferendone altre 50. Questa √® stata l’ultima di una lunga serie di tragedie ferroviarie. Tra il 2005 e il 2017 in Egitto sono avvenuti ben 14.000 incidenti ferroviari, di cui 1.793 nel 2017, secondo i dati del governo.

Con infrastrutture obsolete, mancanza di adeguata manutenzione, una grave carenza di manodopera qualificata e treni molto vecchi, l’Egitto ha una lunga lista di cose da sistemare prima che i suoi treni possano essere considerati sicuri, dicono gli esperti del settore.

Le ferrovie hanno un estremo bisogno di una rivoluzione“, ha detto Mahdi. Le ferrovie egiziane sono le pi√Ļ antiche dell’Africa e le seconde pi√Ļ antiche del mondo, dopo quelle del Regno Unito. Le ferrovie furono create nel 1951 e all’epoca erano sbalorditive. I treni percorrevano senza problemi i loro itinerari da Alessandria, citt√† della costa settentrionale, fino alla citt√† pi√Ļ meridionale d’Egitto: Aswan.

Tuttavia, la mancanza di manutenzione nel corso degli anni, e la mancanza di una volontà statale di rinnovare i treni, li hanno fatti diventare una piaga nazionale.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha dichiarato due anni fa che la modernizzazione delle ferrovie del Paese aveva bisogno di investimenti per circa 100 miliardi di sterline egiziane (circa 5,7 miliardi di dollari). Ma √® difficile disporre di tale somma in un Egitto che cerca di sanare l‚Äôeconomia e di risparmiare sulla spesa. Tuttavia, l’amministrazione di Sisi ha stipulato accordi per l’acquisto di centinaia di treni provenienti da diversi paesi, tra cui la Bulgaria, con contratti del valore di centinaia di milioni di dollari.

Ci sono 5700 chilometri di ferrovie in Egitto, ma la maggior parte di queste sono pluridecennali. Il 28 febbraio, il presidente dell’Autorit√† Ferroviaria, Ashraf Raslan, ha scosso la nazione rivelando che le ferrovie non vengono aggiornate da 40 anni. Raslan non ha l’autorit√† necessaria per modernizzare le ferrovie e i treni, mentre si continuano a lamentare ulteriori perdite anno dopo anno.

Secondo la commissione per il bilancio e la pianificazione del parlamento egiziano, nel 2017, l’Autorit√† ferroviaria ha subito perdite per circa 99 miliardi di sterline (circa 5 miliardi di dollari). “Circa il 25% dei passeggeri dei treni evade la tariffa”, ha detto Essam al-Fiqi, il segretario della commissione. “Ecco perch√© l’Autorit√† subisce perdite”, ha aggiunto.

Tutti i giorni circa 1 milione di egiziani usano i treni del Paese; inoltre ogni anno i treni trasportano circa 6 milioni di tonnellate di merci in varie parti dell‚ÄôEgitto. Al-Wazir, l’undicesimo ministro dei trasporti in meno di nove anni, il cui dipartimento ha progettato e supervisionato negli ultimi cinque anni l‚Äôesecuzione della maggior parte delle grandi opere nazionali egiziane, compreso nel 2015 lo scavo di un canale parallelo al Canale di Suez, nei prossimi anni dovr√† affrontare, nella sua veste di ministro dei trasporti, tutti questi problemi.

Il 15 marzo ha raccontato ai passeggeri che aspettavano i treni nella stazione centrale del Cairo, dov’è avvenuta la tragedia del 27 febbraio, che avrebbero iniziato a sentire la differenza a partire dalla metà del 2020.

Ma se questo accadrà, dicono gli esperti, dipenderà dalle misure prese nei prossimi giorni per prevenire un’ulteriore tragedia ferroviaria, il che può essere realizzato solo facendo investimenti concreti per il rinnovamento delle ferrovie.

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Punti di vista
Ecco perché Alexandria Ocasio-Cortez lascia Facebook
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 10:42:59 +0000

Dopo aver abilmente “sfruttato” i social media per diventare l’astro nascente del partito democratico, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, 29 anni, ha deciso di mollare Facebook e di ridurre l’uso degli altri social. La pi√Ļ giovane deputata del Congresso Usa ha definito questi ultimi “un rischio per la salute pubblica con effetti su tutti”, aggiungendo: “Io personalmente ho lasciato Facebook. Ho iniziato la mia campagna su Facebook. E Facebook √® stato il mio strumento organizzativo per molto tempo”.

Come spiega IlGiornale, la¬†29enne deputata ha anche rivelato di aver notevolmente ridotto l’uso di social come Instagram o twitter, dove sfiora i 4 milioni di follower. Motivo? I social rappresenterebbero un serio rischio per la salute: “L’ impatto √® amplificato sui giovani, soprattutto su bambini sotto i tre anni per quel che riguarda il tempo trascorso davanti a uno schermo. Ma penso che abbia molti effetti anche sugli anziani: crescente isolamento, depressione, ansia, dipendenza, evasione dalla realt√†. Mi sono imposta una serie di regole io stessa”.¬†

Ocasio-Cortez lascia Facebook ma¬†mantiene Instagram e Twitter, piattaforme dove conta pi√Ļ di 3 milioni di follower, dandosi per√≤ delle “piccole regole” e¬†pubblicando contenuti solo nel fine settimana.¬†

Ecco perch√© Ocasio-Cortez lascia Facebook: non piace pi√Ļ ai giovani

Al di l√† del fatto che la lezione di Alexandria Ocasio-Cortez sull’uso dei social lascia un po’ il tempo che trova – proprio lei che ci ha passato intere giornate – la verit√† √® che non √® affatto un caso che abbia deciso di mollare Facebook e non Instagram o altre piattaforme. Si tratta di una scelta molto precisa, legata al suo audience e al suo elettorato – tendenzialmente molto giovane.¬†

Come ricorda Straits Times, infatti, la scelta della deputata tiene conto delle tendenze generali nell’uso dei social media tra i giovani. Secondo uno studio del Pew Research Center del 2018, la popolarit√† di Facebook tra gli adolescenti √® precipitata negli ultimi anni. Circa la met√† degli adolescenti degli Stati Uniti afferma di usare Facebook, rispetto al 71% del 2015. Come riporta lo studio, YouTube, Instagram e Snapchat hanno ormai ampiamente superato Facebook, soprattutto tra i giovani.¬†

Sempre secondo il Pew Research Center, a seguito degli scandali che hanno coinvolto Facebook negli ultimi anni, il 74 percento degli utenti statunitensi di Facebook negli Stati Uniti ha cambiato le impostazioni sulla privacy, ha preso una pausa dalla piattaforma o ha cancellato il proprio account. 

Quando Alexandria Ocasi-Cortez saliva in cattedra 

Eppure non sono passati che tre mesi da quando la deputata dem saliva in cattedra per insegnare ai suoi colleghi come guadagnare follower. Il comitato¬†per la politica e le comunicazioni dei dem alla Camera a gennaio ospit√≤ una sessione mattutina con Alexandria Ocasio-Cortez e Jim Himes del Connecticut ‚Äď che ha 76.500 follower ‚Äď “sui modi pi√Ļ efficaci per coinvolgere gli elettori su Twitter e l‚Äôimportanza della narrazione digitale”. Le audizioni del Congresso con i leader di Facebook e Google, infatti,¬†avevano rivelato¬†che alcuni legislatori pi√Ļ anziani non¬†avevano esattamente grande familiarit√† con il funzionamento delle piattaforme social pi√Ļ popolari. Chi meglio di lei per “istruire” i colleghi pi√Ļ anziani?

“I membri pi√Ļ giovani pensano ai social media come a ogni altra forma di comunicazione come la stampa, la televisione o la radio” spieg√≤ Josh Hawley, che a 39 anni √® il senatore pi√Ļ giovane. “Alexandria ha rapidamente costruito un seguito progressista nazionale”, ha sottolineato Himes, descrivendo il suo seguito pi√Ļ ristretto rispetto a quello della collega, “simile a quello della maggior parte dei membri del Congresso”.

Ora l’astro nascente dem, sempre al passo con i tempi e con le ultime mode, sale in cattedra per l’ennesima volta e ci spiega che i social fanno male. Non tutti, per√≤: quelli che le conviene mantenere fanno meno male di altri.¬†

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Punti di vista
Dopo Parigi trema anche New York: piromane arrestato fuori San Patrizio
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 10:33:51 +0000

Nonostante le urla di giubilo di una parte consistente del mondo¬†integralista islamico, dietro al rogo di Notre-Dame non sembrano esserci dei moventi legati al terrorismo. Dalle investigazioni della polizia di Parigi non sono emerse prove, e l’assenza di rivendicazioni sui network del terrore, che talvolta mettono il cappello anche su episodi di violenza per nulla legati a loro, ne √® un’ulteriore conferma. Tuttavia, non √® escluso che le fiamme di Parigi¬†possano ispirare i deliri dei piromani sparsi in tutto mondo. A New York, per esempio, appena due giorni dopo il disastro di Notre-Dame, un uomo √® stato arrestato¬†appena prima di riuscire ad entrare nella cattedrale di San Patrizio a Manhattan¬†armato di accendini e due taniche di benzina piene.

Stando a quanto riferisce la Nypd, il 37enne √® stato fermato appena in tempo dagli agenti della Grande Mela che l’hanno preso in custodia¬†all’esterno della chiesa: “Un individuo che cammina¬†nei pressi di un luogo iconico come la cattedrale di San Patrizio con quattro galloni di benzina, due bottiglie di liquido per accendini e accendini, non pu√≤ passare inosservato”, ha detto ai giornalisti il vice commissario di polizia John Miller. Tuttavia, come riporta la Bbc, ha aggiunto che¬†√®¬†ancora “troppo presto” per¬†collegare l’episodio alla matrice terroristica.

All’esterno della cattedrale l’uomo ha¬†provato a spiegare agli ufficiali¬†di essere rimasto¬†a corto di carburante e che stava cercando una scorciatoia per raggiungere il suo veicolo rimasto in panne e rifornirlo con la benzina nelle taniche. Tuttavia, appena gli agenti si sono accorti che il suo furgone non fosse affatto a secco, l’hanno preso in custodia. L’uomo, gi√† con precedenti penali e in stato di alterazione, ha tentato di offrire altre risposte¬†sconnesse senza riuscire a convincere gli agenti delle sue buone intenzioni.

La cattedrale di San Patrizio √® la sede dell’arcidiocesi cattolica romana di New York, oltre ad essere un capolavoro dello stile neogotico incastonato tra i grattacieli di Manhattan. Sebbene la sua struttura sia imponente (pu√≤ ospitare fino a 3mila persone e misurata da terra fino alle guglie √® alta 100.6 metri) √® circondata su tutti e quattro i lati da grattacieli alti pi√Ļ del triplo, tra¬†i quali¬†il Rockefeller Center.¬†Nei pomeriggi di sole la fiancata settentrionale della chiesa viene infatti illuminata dalla luce riflessa dalle finestre dei grattacieli.¬†

Un rogo appiccato in uno dei pochi avamposti religiosi della Midtown della¬†Grande Mela sarebbe stato devastante dal punto di vista simbolico oltre che pratico. Bisogna ricordare che nelle scorse settimane gli Stati Uniti erano gi√† stati scossi da tre roghi appiccati all’interno di tre chiese frequentate da afroamericani nel sud della Louisiana, con il responsabile, il 21enne Holden Matthews,¬†figlio del locale vice sceriffo, arrestato meno di una settimana fa. L’incendio della Cattedrale di Notre-Dame, ha spinto nelle ultime ore migliaia di cittadini americani ad effettuare donazioni per la ricostruzione delle parrocchie semi distrutte.

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Eventi
La guerra commerciale Usa-Cina ora è uno scontro geopolitico
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 10:06:19 +0000

Per lungo tempo numerosi analisti statunitensi ed europei si sono riferiti alla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti come a una dinamica avulsa dalla rivalit√† geopolitica tra le due superpotenze. Come se, considerando l’economia e il commercio una realt√† avulsa dagli scenari della politica internazionale, si potesse trovare una soluzione¬†ad hoc¬†per il braccio di ferro scatenato dalla guerra commerciale senza valutare appieno le dinamiche geopolitiche. Nulla di pi√Ļ lontano dalla realt√†.

Per l’amministrazione Trump la guerra commerciale con Pechino non √® un fine, √® un mezzo. Parte di una grande strategia che ha portato gli apparati federali (servizi segreti, diplomazia, forze armate, strutture economiche) a muoversi dalla politica di contenimento delle mosse cinesi inaugurata da Barack Obama a una pi√Ļ assertiva offensiva diretta. Il 2018 ha sancito l’inizio di questa svolta strategica condotta tanto sul piano commerciale quanto nel contesto geopolitico globale, attraverso il contenimento delle mosse di Huawei nella corsa al 5G e la pressione sulla Cina alle sue periferie, nello Xinjiang con il richiamo ai diritti umani e nel Mar Cinese Meridionale con l’invio di navi.

Strategia aggressiva per contrastare una Cina giunta sulla soglia dell’obiettivo mai realizzato in millenni dall’Impero di Mezzo: raccordare centro e periferie in un disegno di sviluppo comune e irradiare a trecentosessanta gradi la sua influenza attraverso la grande strategia euroasiatica della “Nuova Via della Seta“. E in questo contesto, con Pechino che ha dalla sua l’arma della sua proiezione economica crescente e dell’azione di disturbo condotta contro il dollaro, gli Stati Uniti hanno diluito la guerra commerciale nello scontro geopolitico con la Cina inglobandola nel braccio di ferro tecnologico volto a prevenire l’ascesa dell’Impero di Mezzo a potenza globale dell’intelligenza artificiale.

La superiorità relativa della Cina nella corsa alla costruzione delle reti 5G e nello sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale per sperimentazione civile e militare ha portato gli apparati di potere di Washington a iniziare lo scontro frontale con Huawei, emanazione profonda della Cina di Xi Jinping.

Dazi e tariffe appaiono in questo momento secondari rispetto alla preminente svolta di Washington: e non √® un caso che all’armistizio sui dazi seguito all’incontro tra Trump e Xi al G20 di Buenos Aires abbia fatto seguito l’immediato inizio dell’azione di limitazione contro Huawei, che ha portato Nuova Zelanda, Australia e Giappone a bandirla dalla costruzione delle rispettive reti 5G. Segno della preminenza del dossier tecnologico su quello commerciale e dell’impossibilit√† di scindere le due questioni. Gli Stati Uniti non accetteranno mai un accordo sui dazi che non prevenga dalla minaccia di un’ulteriore penetrazione cinese nelle strutture tecnologiche occidentali. La Cina non sarebbe mai disposta a rinunciare a quello che √® il suo principale asset nella corsa alla riduzione dell’egemonia a stelle e strisce.

Buttando la partita della guerra commerciale sul piano geopolitico gli Stati Uniti acquisiscono un potenziale vantaggio. 

Come ha scritto Manlio Graziano ne¬†L‚Äôisola al centro del mondo, ‚Äúanche se il Pil cinese si avvicina sempre pi√Ļ a quello americano, e se dal 2014 il Pil cinese a parit√† di potere d‚Äôacquisto √® gi√† superiore a quello americano, gli Stati Uniti conservano ancora una superiorit√† strategica in una lunga serie di settori chiave. Che sia questione di reddito pro capite, di armamenti, di finanza, di moneta, di demografia, di immigrazione, di studi superiori, di ricerca, di ambiente, di corruzione, di legalit√†, di legittimit√†, di libert√†, di spirito di iniziativa, di¬†soft power,¬†di proiezione mondiale, di¬†offshore balance¬†e di alleanze internazionali, la distanza tra Stati Uniti e Cina appare incolmabile a breve scadenza‚ÄĚ.

In questo contesto, la Cina di Xi Jinping gioca sul lungo periodo e non punta a sradicare l‚Äôarchitettura del potere statunitense nel mondo, ma a plasmarne le pi√Ļ sostanziali modifiche sotto il profilo economico e geopolitico. Strategia che richiede tempo e potrebbe soffrire di fronte a un’offensiva diretta di Washington. La distanza interna tra le aree interne della Cina, la vulnerabilit√† strategica delle vie della seta e la mancanza di un sistema di alleanze paragonabile a quello di Washington sono rilevanti gap tra le due superpotenze su cui l’amministrazione Trump pu√≤ contare per mantenere il distacco. Anche a costo di rivelare il vero volto della guerra commerciale, sancendo l’impossibilit√† di trovarne una soluzione minimalista. Impedendo che intelligenza artificiale e 5G diventino una leva per erodere uno status quo favorevole. Anche a costo di far scattare, in campo tecnologico, quella “trappola di Tucidide” che analisti e strateghi ritenevano riservata all’ambito militare e che postula l’ineluttabilit√† dello scontro tra egemone e sfidante in ascesa.

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Punti di vista
Kim chiede agli Usa di rimuovere Pompeo dai negoziati
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 10:01:48 +0000

Se il negoziato √® fallito √® tutta colpa di Mike Pompeo. Questa √® l’accusa lanciata dalla Corea del Nord al Segretario di Stato americano, indicato come il colpevole numero uno dell’ultima fumata nera avvenuta in Vietnam nell’atteso meeting tra Donald Trump e Kim Jong-un. Le parti avrebbero dovuto trovare, tra le altre cose, un accordo sulla denuclearizzazione di Pyongyang, ma i due Presidenti sono usciti dal Metropole hotel di Hanoi da uscite separate e senza precisare il motivo di una simile ritirata strategica. Certo, Trump aveva rassicurato il mondo dichiarando che i fili diplomatici con il suo “amico” Kim sarebbero rimasti intatti. E cos√¨ in effetti √® stato, tanto che negli ultimi giorni si parla di un nuovo incontro. Ma prima di procedere oltre √® necessario sciogliere ogni nodo. Rimuovere ogni ostacolo che impedisca una vera pacificazione tra Stati Uniti e Corea del Nord.

L’accusa di Pyongyang

L’ostacolo numero, ora, ha un nome e cognome. Il Direttore generale del Dipartimento per gli affari americani presso il ministero degli Esteri della Corea del Nord, Know Jong Gun, si √® espresso senza mezze parole all’agenzia di stato Kcna. “Ho paura che se sar√† Pompeo a riprendere i negoziati con il nostro governo – ha dichiarato il rappresentante nordcoreano – i colloqui si impiglieranno di nuovo. Anche nel caso di una possibile ripresa del dialogo con gli Stati Uniti, vorrei che la controparte non fosse lui ma un’altra persona, pi√Ļ attenta e matura nel comunicare con noi”. Oltre a una premonizione nefasta, nelle parole di Know si legge un consiglio neanche troppo velato a Washington.

Pompeo: un ostacolo per entrambe le parti?

L’improvvisa mossa della Corea del Nord potrebbe essere letta come una strategia. La richiesta dell’estromissione di Pompeo dai negoziati arriva poco dopo l’annuncio del governo nordcoreano di aver testato una nuova “arma tattica”. A primo impatto la sensazione √® che Kim Jong-un voglia rompere l’idillo con Trump, ma in realt√† il leader di Pyongyang ha capito che prima di risedersi a un tavolo con Trump √® doveroso togliere di mezzo ogni ostacolo. E Pompeo, in un certo senso, si √® rivelato tale. La volont√† del presidente americano di avvicinarsi ulteriormente al suo omologo asiatico c’√® eccome, ma manca al Segretario di Stato. Da qui il consiglio a The Donald di Kim.

Verso un terzo negoziato

Trump ha commentato cos√¨ l’ipotesi di un terzo vertice con Kim: “I nostri rapporti restano molto buoni, direi eccellenti. Un terzo summit potrebbe essere positivo per capire pienamente le posizioni reciproche. La Corea del Nord ha un incredibile potenziale per una crescita straordinaria. Non vedo l’ora di rivedere il presidente Kim, spero che quel giorno arrivi presto”. Dall’altra parte anche Kim pare sia disposto al terzo round di negoziati. Ma questa volta non ci dovr√† essere spazio per Pompeo, che recentemente ha detto che le sanzioni imposte alla Corea del Nord non saranno tolte finch√© Pyongyang non avr√† completato la denuclearizzazione. Sempre il solito ritornello che ha stancato Kim Jong-un. E forse anche Trump, desideroso di raggiungere uno storico accordo con l’amico nordcoreano.

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Punti di vista
Cina, giovani inviati nelle campagne per risollevare l’economia locale
Data articolo:Thu, 18 Apr 2019 09:50:29 +0000

Modernizzare le campagne affidandosi ai giovani. La Cina sta valutando l’idea di inviare nell’entroterra del Paese oltre dieci milioni di ragazzi per promuovere lo sviluppo tecnologico, culturale e medico delle zone rurali pi√Ļ isolate. La decisione non √® ancora stata presa, eppure c’√® gi√† chi parla di un ritorno al maosimo. In realt√†, dietro l’eventuale mossa del Partito Comunista Cinese, c’√® ben poco di politico. Il vero obiettivo √® economico: risollevare le aree pi√Ļ depresse. Quelle che ancora non hanno subito gli influssi del miracolo cinese.

‚ÄúI giovani salveranno le campagne‚ÄĚ

La proposta √® piuttosto singolare, ma non viene direttamente dal Partito, bens√¨ dalla Lega giovanile comunista, una sorta di incubatrice per i funzionari politici del domani. O, meglio ancora, uno strumento di propaganda governativo che si dedica alla formazione politica, morale e ideale dei giovani cinesi. Il cuore della proposta √® semplice: spedire nelle campagne, su base volontaria, forze fresche e abituate alla vita cittadina. Qualche giorno fa il Global Times elogiava cos√¨ il suggerimento della Lega: “Alcune aree rurali devono innovare i loro modelli di sviluppo tradizionali e i giovani possono fare la loro parte aiutandole”.

Un progetto economico

La migrazione di massa dei giovani dovrebbe avvenire entro i prossimi tre anni, con i viaggi dei giovani¬†previsti per lo pi√Ļ durante le vacanze estive. Di sicuro una simile trovata risponde a una strategia precisa. Da decenni la Cina deve fare i conti con enormi diseguaglianze che tagliano il Paese in due parti. Le regioni occidentali, pi√Ļ distanti dal mare, sono le pi√Ļ povere. Qui Pechino vuole intervenire per tamponare una pericolosa emorragia. La stessa che porta nelle megalopoli pi√Ļ ricche migliaia di contadini in cerca di fortuna. Ma simili migrazioni interne spesso non producono risultati sperati, n√© per i cercatori di fortuna n√© per le citt√†. I primi finiscono al margine della societ√†, sfruttati e sottopagati. I centri urbani, invece, sentono crescere la pressione demografica.

Sviluppare le zone rurali

Dietro le spoglie di una Cina rampante si nasconde l’altra faccia della medaglia. Nelle campagne vivono poco meno di 600 milioni di persone, la maggior parte delle quali non gode neanche della met√† dei vantaggi degli abitanti delle metropoli. L’insoddisfazione cresce, il rischio di disordini sociali √® concreta anche se sotto controllo. In pi√Ļ le citt√† sono al collasso e bisogna porre fine alla loro crescita incontrollata. I giovani spediti nelle campagne servono dunque per tappare una falla pericolosa. Uno sviluppo delle zone rurali, infatti, innescherebbe una crescita dei consumi interni oltre alla riduzione delle diseguaglianze.

Un servizio civile con caratteristiche cinesi

La produttivit√† nelle campagne, d’altronde, √® in picchiata. Il mix tra piccole aziende agricole e industrie locali fatica non offre un futuro tranquillo. Gli abitanti del posto lasciano quindi la propria terra provocando la classica fuga dei cervelli. Ma questo fenomeno contribuisce ancor di pi√Ļ a svuotare le aree rurali. Ecco: Xi Jinping vuole evitare lo spopolamento delle campagne. Il servizio¬†volontario permetter√† a milioni di giovani di diffondere conoscenze in loco su argomenti quali finanza, tutela dell’ambiente e scienza. Non solo: daranno una mano all’interno del sistema educativo e medico. Tutto con l’obiettivo di spingere 100mila giovani a tornare nelle campagne per avviare attivit√† commerciali nella loro terra d’ origine. Insomma, siamo di fronte a una sorta di “servizio civile con caratteristiche cinesi”. Il piano √® ambizioso ma c’√® gi√† chi ha protestato sui social network locali. “Sembra di esser tornati ai tempi di Mao”,¬†√® la lamentela pi√Ļ diffusa su Weibo.

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Punti di vista
Conte chiama Trump: in Libia rinasce l’asse Italia-Usa
Data articolo:Wed, 17 Apr 2019 23:36:57 +0000

In Libia l’asse tra Italia e Stati Uniti comincia a prendere forma. Dopo le notizie sul possibile ritorno delle forze speciali statunitensi a Misurata, l√¨ dove sono presenti anche le nostre truppe, e con i continui contatti fra Roma e Washington, nella serata di ieri √® arrivata anche la telefonata di Giuseppe Conte con Donald Trump con cui i due leader hanno parlato soprattutto della crisi libica e delle possibili soluzioni condivise da intraprendere.

Come spiega una nota della presidenza del Consiglio, il premier italiano e il presidente degli Stati Uniti hanno condiviso “la preoccupazione per l’escalation sul terreno e per i rischi di una crisi umanitaria” e i due leader hanno “concordato¬† circa l’opportunit√† di mantenere un filo diretto per individuare una soluzione sostenibile, attraverso nuovi contatti sin dai prossimi giorni”. Un annuncio che indica la nascita di una sorta di cabina di regia Italia-Usa che possa mettere a punto una definizione della crisi in Libia scaturita dalla repentina avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli.

Secondo fonti del governo, quello che √® trapelato dalla conversazione √® che entrambi i Pesi, Italia e Stati Uniti, siano concordi sul trovare¬†“una soluzione politica” alla crisi che sta sconvolgendo la Libia, evitando dunque qualsiasi opzione militare. Le stesse fonti anno fatto sapere ad Agi che durante la conversazione telefonica, Tru,p ha voluto esprimere piena fiducia nei confronti dell’Italia, lodando il ruolo del Paese e soprattutto il metodo di gestione del dossier libico. Insomma, a Washington la “pax italica” sulla Libia continua a piacere. E adesso sembra di nuovo disposta a dare credito al governo italiano nell’escalation di Tripoli per fermare l’avanzata di Haftar che, con il suo tentativo di conquista, ha messo a repentaglio lo stesso piano dell’amministrazione americana.

Gli Stati Uniti hanno da sempre ritenuto di applicare in Libia il piano delle Nazioni Unite per una transizione pacifica. E in questo, l’agenda italiana combaciava perfettamente con le idee Usa e del Palazzo di Vetro. Ma il patto con Haftar, che doveva evitare qualsiasi tipo di escalation, sembra essere definitivamente salvato. E ora la telefonata fra Conte e Trump potrebbe essere l’indizio che da Washington hanno iniziato a riprendere in mano il dossier Libia in maniera pi√Ļ approfondita. Come ha da tempo richiesto l’Italia.

Il problema √® che Palazzo Chigi qualcosa avr√† dovuto garantire. Perch√© √® chiaro che la superpotenza non √® certo l’Italia e quindi, a fronte dell’impegno di Trump e della sua “benedizione” sull’affaire-Libia, Roma avr√† certamente dovuto assicurare il sostegno all’agenda americana almeno su altre questioni. In particolare su quelli che hanno condotto alle frizioni maggiori fra l’Italia e gli Stati Uniti.¬†Gi√† il fatto che durante la conversazione sulla Libia si sia parlato di Venezuela – uno dei problemi pi√Ļ importanti per l’amministrazione Usa e su cui il governo italiano ha mostrato tentennamenti rispetto alle volont√† di Washington – √® un indizio di quanto sia stato importante il negoziato diplomatico dietro l’asse fra Italia e Stati Uniti sulla Libia. Il do ut des, in ogni¬†caso, sembra esserci stato.

Adesso bisogner√† capire come quest’asse si tradurr√† sul campo. Intanto, le prime avvisaglie sembrano esserci state. Le forze di Africom potrebbero tornare in Libia in queste ore (c’√® chi parla di Misurata), la flotta Usa¬†ha rafforzato la sua presenza¬†nel Mediterraneo, l’Onu ha alzato la voce contro Haftar e chiesto l’immediata interruzione dell’assedio di Tripoli. Ma il peso americano, in questa fase dell’escalation, pu√≤ farsi sentire soprattutto sui partner arabi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto) che continuano a finanziare e sostenere l’avanzata dell’uomo forte della Cirenaica. Trump ha le possibilit√† di telefonare a Il Cairo, Riad e Abu Dhabi per chiedere di frenare il generale. E i legami di Washington con Qatar e Turchia possono essere un’utile leva contrattuale. Il tutto con la Francia sullo sfondo, il cui presidente, Emmanuel Macron, si √® ritagliato la figura di anti Trump europeo: e forse la Casa Bianca potrebbe inviare il primo avvertimento partendo dalla Libia.

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Punti di vista
Corea, gli Usa danno la caccia alle navi pirata di Kim
Data articolo:Wed, 17 Apr 2019 20:18:01 +0000

L’Uss Milius, un cacciatorpediniere americano classe Areligh Burke, fa rotta verso un punto del Mar Cinese Orientale compreso tra l’arcipelago giapponese e Shangai, non lontano da quel confine immaginario, individuato dalle propaggini meridionali della Penisola di Corea, che lo fa diventare Mar Giallo.

Un pattugliatore della Us Navy, un Boeing P-8 Poseidon, ha individuato tre vascelli sospetti fermi in mezzo al mare con il transponder spento, così la piccola squadra navale composta dal Milius e da un cacciatorpediniere di scorta giapponese, il Jintsu della classe Abukuma, si dirige a tutta forza verso il punto mare indicato dal velivolo della Marina statunitense.

La missione del Milius √® quella di individuare tutte le navi che stanno aggirando l’embargo decretato dall’Onu verso la Corea del Nord a seguito dello sviluppo del programma atomico e missilistico di Pyongyang, che √® stato solo apparentemente congelato da Kim Jong-un dopo il vertice di Singapore dello scorso anno.

Una forza aeronavale multinazionale, composta da Usa, Giappone, Francia, Regno Unito, Corea del Sud, Canada, Australia e Nuova Zelanda, √® a disposizione dell’Onu per raccogliere informazioni e per cercare di scongiurare l’aggiramento del regime sanzionatorio da parte della Corea del Nord.

Sono quasi due milioni i chilometri quadrati di mare interessati da questa attivit√† (1 milione 812 mila) individuati principalmente in due aree: la prima, la pi√Ļ vasta, nel Mar del Giappone e la seconda nella parte settentrionale del Mar Cinese Orientale. Ce n’√® anche una terza, pi√Ļ piccola, nel Mar Giallo proprio dove questo si restringe tra le coste nordcoreane e quelle cinesi, non molto lontano dall’importante scalo marittimo e terminal petrolifero di Nampo.¬†

La caccia alle cisterne pirata 

Il Milius ed il Jintsu sono coordinati in questa attivit√† dall’Uss Blue Ridge, una nave comando da assalto anfibio (tipo Lcc) di base a Yokosuka, comando della Settima Flotta americana. Prima di far rotta verso il Mar Cinese Orientale erano, come ci riporta il Wall Street Journal, all’inseguimento di una cisterna nordcoreana, la Kum Un San, che stava navigando verso sud lungo la costa orientale della Corea per raggiungere un punto di mare noto per essere sede di attivit√† di trasferimento illegale di petrolio.

La Corea del Nord, infatti, a causa dell’embargo a cui √® sottoposta, non pu√≤ importare pi√Ļ di 500mila barili di greggio l’anno, ma l’attivit√† illegale di importazione, anche tramite navi cisterna battenti bandiera di comodo, permette a Pyongyang di riceverne sette volte questo valore.

Per questo una flotta aeronavale congiunta sta pattugliando, sotto l’egida dell’Onu i cui ispettori sono gli unici autorizzati ad abbordare il naviglio sospetto, i mari che circondano la Corea del Nord.

Il traffico illecito di greggio e prodotti petroliferi diretti verso Pyongyang è infatti in costante aumento e ha raggiunto il suo picco proprio nel mese di marzo.

Molto spesso, come anche nel caso specifico dell’intercettazione compiuta dal Milius e dal Jintsu, le navi che trasbordano queste risorse verso quelle nordcoreane battono bandiera cinese.

La cisterna intercettata, l’Oceanic Success registrata in Mongolia e di propriet√† di una compagnia di Hong Kong posseduta¬†per√≤ da un’altra con sede a Taiwan, √® affiancata, infatti, da due vascelli cinesi che, alla vista del caccia americano, sbrigativamente se ne staccano per dileguarsi verso le proprie acque territoriali.

Il sistema di, perdonate il gioco di parole, “scatole cinesi” per coprire il traffico illecito risulta quindi evidente. Il Milius per√≤, non interviene direttamente e a spiegare perch√© al cronista del Wall Street Journal √® l’ufficiale di rotta tenente Charles Garner: “La misura del successo della nostra missione si avr√† quando faremo rapporto alle Nazioni Unite”.

Lo scopo √® infatti solo quello di raccogliere informazioni per l’Onu e nel contempo cercare di impedire i traffici con la propria sola presenza. Una presenza per√≤ scomoda non solo per la Corea del Nord.

Il doppio gioco della Cina

La Cina, oltre a sembrare coinvolta direttamente nel traffico illecito di greggio, invia spesso i suoi cacciatorpediniere a fare da “ombra” al naviglio militare della forza multinazionale dell’Onu.

In pi√Ļ di una occasione, infatti, i cacciatorpediniere americani o nipponici sono stati seguiti a breve distanza da quelli cinesi con lo scopo di controllarne gli spostamenti nel Mar Cinese Orientale che rappresenta anch’esso una zona calda non solo per la questione del traffico mercantile illecito diretto verso la Corea del Nord.

Non √® la prima volta che l’apparato di pattugliamento “alleato” ha individuato la violazione dell’embargo da parte di navi cinesi o comunque riferibili a societ√† cinesi: l’anno scorso, e per tutta la durata dell’embargo, pi√Ļ di una cisterna battente bandiera cinese √® stata scoperta in attivit√† illecite di trasferimento di petrolio verso navi battenti bandiera nordcoreana.

Nell’aprile del 2017, quindi nel pieno della crisi coreana, la Cina ha accolto, con molta fatica, la richiesta di Washington di chiudere i propri porti ai mercantili carichi di carbone nordcoreano.

Non è infatti un mistero che dietro una parte consistente dello sviluppo missilistico della Corea del Nord ci sia la Cina, che, oltre a fornire i mezzi come i veicoli Tel (Transporter Erector Launcher) per i missili balistici, ha anche fornito parte della tecnologia che ha permesso alla Corea del Nord di testare con successo il suo primo missile balistico intercontinentale veramente efficace.

Sebbene formalmente Pechino aderisca all’embargo verso il suo prezioso – ma a volte scomodo – alleato nordcoreano, risulta evidente che, se pur non ufficialmente, la Cina stia aiutando la Corea del Nord ad uscire dalla morsa delle sanzioni.

L’effetto, come evidenziato dalle ricognizioni satellitari, √® stato quello di aver messo in condizione Pyongyang di riprendere, lentamente e in modo seminascosto, l’attivit√† del suo programma atomico e missilistico, che, siamo sicuri, Kim Jong-un utilizzer√† ancora una volta come carta da giocarsi al prossimo vertice con gli Stati Uniti a fronte dell’attuale cristallizzazione dei rapporti in un limbo che dura da pi√Ļ di un anno e che il recente vertice di Hanoi ha solo dimostrato agli occhi del mondo.

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Punti di vista
La sfida di Marine Le Pen all’Ue: ecco il suo manifesto
Data articolo:Wed, 17 Apr 2019 20:09:14 +0000

Marine Le Pen √® pronta alla sfida per il rinnovo del Parlamento europeo. Mentre suo padre Jean Marie d√† l’addio definitivo all’istituzione politica dell’Unione europea, la figlia presenta il suo manifesto programmatico in vista del 26 maggio.

La principale novit√† √® data dalla scelta dei condottieri: il Rassemblement national punta a divenire la prima formazione politica francese in termini elettorali, ma per la guida della causa sovranista sono stati scelti, in maniera diversa, due esponenti che hanno a che fare con l’Italia.¬†

Jordan Bardella, che abbiamo intervistato qualche settimana fa, guider√† la lista dei lepenisti, mentre a Matteo Salvini √® stato chiesto di incarnare la leadership dell’intero fronte sovranista e di allargare il campo delle alleanze. Bardella, di cui abbiamo pure avuto modo di scrivere un profilo, √® un giovane italo – francese. C’√® parecchio Belpaese, insomma, nella battaglia euroscettica di Marine. Non era scontato: il Front National avrebbe potuto rivendicare di essere stato il primo fenomeno populista a incidere in Europa, forzando la mano per un ruolo di vertice. Non √® andata cos√¨.¬†

I sondaggi francesi raccontano di un uno contro uno: Emmanuel Macron, ora come ora, precede Marine di qualche punto percentuale, ma ci sono state fasi per cui √® sembrato vero il contrario. La protesta dei gilet gialli, per ottenere un cospicuo incremento elettorale, andrebbe intercettata nelle urne. Una parte di quei voti potranno essere vantati dai lepenisti, ma quanti in pi√Ļ rispetto alle legislative e alle presidenziali?

Marine, intanto, √® impegnata ad attualizzare la piattaforma idealistica della sua creatura. Cambiando il nome, ha gi√† rivoluzionato molto. I militanti e i dirigenti, per ora, la seguono. La nuova versione del sovranismo francese √® centrata sul comunitarismo, cio√® sulle rivendicazioni di appartenenza organica a una comunit√† nazionale, e sull’ambientalismo. Non si parla, ovviamente, dell’ideologia di Greta Thunberg, ma di una declinazione in grado pure di fare i conti con la modernit√†. Tra i media italiani che se ne sono occupati c’√® Il Manifesto.¬†

Il tutto viene sbandierato come post-ideologico. Rimane ferma la critica alle istituzioni sovranazionali europee per come sono state concepite, ma il Rassemblement National ha chiarito un aspetto centrale, che aveva mandato in confusione l’elettorato: cosa pensano i lepenisti dell’uscita dal sistema della moneta unica europea? Marine ha chiarito da mesi come questo non rappresenti pi√Ļ un punto all’ordine del giorno.

A Florian Philippot, che nel frattempo ha dato vita a un altro partito, è politicamente ancora imputato il caos attorno ai temi economici. Bisogna trovare un canovaccio nuovo, pure perché parlare di Frexit spaventa. In relazione alle elezioni europee, la questione può passare in secondo piano. Per il resto, siamo dalle parti del populismo di destra: critica alla gestione dei fenomeni migratori, promessa di ripristino della sovranità perduta dal popolo e polemica contro le élite politiche Рfinanziarie.

Marine Le Pen √® sempre la stessa. La sua visione del mondo, invece, ha trovato compagnia all’interno di un’Alleanza, quella dei “popoli e delle nazioni”, che difficilmente avrebbe retto se fosse stata a trazione francese.¬†

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Punti di vista
Sudan, Omar Al Bashir trasferito in carcere
Data articolo:Wed, 17 Apr 2019 19:51:11 +0000

Dagli arresti domiciliari alla cella di un carcere del Sudan: l’ex presidente Omar Al Bashir, ad una settimana dal golpe che lo detronizza dopo trent’anni ininterrotti di presidenza del paese africano, in questa giornata di mercoled√¨ vede aggravarsi la sua posizione. Dopo il colpo di Stato attuato dall’esercito, Bashir viene trasferito in una delle residenze presidenziali per quello che sembra pi√Ļ un forzato pensionamento che una vera e propria detenzione. Ma da adesso invece non √® pi√Ļ cos√¨.

L’aggravamento della situazione

Apparentemente non sembrano esserci stati nuovi motivi che spingono i nuovi vertici del Sudan, militari anch’essi e con l’intenzione di rimanere al potere per una transizione che potrebbe durare non meno di due anni, a portare in carcere Omar Al Bashir. La mossa sembra pi√Ļ politica che giudiziaria: accusati di essere ancora legati all’oramai ex presidente, i membri del consiglio militare transitorio con l’arresto di Bashir sembrano voler dare una parvenza di reale discontinuit√† rispetto al precedente potere. Cos√¨ come riferisce la Reuters, l’ex capo di Stato sudanese si troverebbe a Kobar, una prigione situata nel nord della capitale Khartoum. Qui Bashir sarebbe addirittura in isolamento, un inasprimento non certo di poco conto della sua situazione.¬†

I manifestanti in piazza da dicembre e che dallo scorso 6 aprile¬†organizzano perenni sit in nelle principali citt√† sudanesi, subito dopo l’iniziale euforia per la deposizione di Bashir gi√† gioved√¨ scorso iniziano ad avere non poca diffidenza verso i militari. Per questo la giunta transitoria guidata dai generali dell’esercito lima alcune misure prese dopo il golpe: in particolare, viene revocato il coprifuoco e vengono liberati diversi prigionieri politici. Soprattutto, a 48 ore dal colpo di Stato il nuovo leader¬†Awad Ibn Auf, ex vice di Bashir, viene sostituito con¬†Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. Quest’ultimo viene considerato pi√Ļ “moderato” e meno vicino al presidente adesso incarcerato. Inoltre, i militari nei giorni scorsi decidono di rimuovere dall’incarico di capo dell’intelligence un fedelissimo di Bashir, il temuto Salah Gosh.¬†

L’arresto dell’ex capo dello Stato, si inquadra dunque nel contesto delle concessioni offerte alle richieste dei manifestanti per provare a riportare la calma nel paese africano.¬†

“Bashir non sar√† estradato”¬†

Dopo la notizia del trasferimento in carcere di Omar Al Bashir, in tanti sia in Sudan che all’estero si chiedono se il padre padrone del paese per trent’anni viene o meno estradato. Su di lui infatti pende un mandato di arresto internazionale, visto che nel 2009 il tribunale internazionale de L’Aja lo condanna per crimini di guerra durante il conflitto nel Darfur. Su¬†Sky News Arabiya alcune fonti delle nuove autorit√† sudanesi per√≤ affermano di non voler estradare l’ex presidente: “Bashir – rivela uno dei membri del consiglio militare transitorio – Sar√† processato in Sudan, risponder√† di eventuali reati qui in Sudan”.

Intanto sul fronte diplomatico, l’unico paese che mostra vicinanza a Bashir √® l’Uganda: legato al presidente Museveni, altro “decano” tra i leader africani, da Kampala il ministro degli esteri ugandese¬†Henry Okello Oryem fa sapere che il suo governo potrebbe concedere asilo politico ad Omar Al Bashir: “Se lo chiedesse – afferma il titolare della diplomazia dell’Uganda – Noi valuteremmo seriamente la situazione”.¬†

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Punti di vista
Morto suicida Alan Garcia, ex presidente del Per√Ļ
Data articolo:Wed, 17 Apr 2019 17:23:39 +0000

L’ex presidente peruviano Alan Garcia √® morto suicida oggi a Lima. L’uomo, al governo dal¬†1985 al 1990 e nuovamente eletto per il mandato dal 2006 al 2011, si √® sparato nella sua abitazione dopo essere stato messo al corrente del mandato di arresto emesso nei suoi confronti per presunti reati di corruzione.

A riportare la notizie sono stati immediatamente tutti i maggiori organi d’informazione del Paese latinoamericano. Garcia, si √® sparato un colpo alla testa con una pistola proprio nel momento in cui alcuni agenti delle autorit√† peruviane si sono presentati a casa sua con un mandato di detenzione provvisoria di dieci giorni¬†emesso dal giudice nell’ambito della maxi inchiesta sul caso “Odebrecht”.

Secondo l’accusa, la societ√† di costruzioni brasiliana¬†Odebrecht avrebbe versato nelle tasche dell’ex presidente peruviano attraverso le persone di Luis Nava, e suo figlio Jos√® Antonio, entrambi suoi stretti collaboratori, ben 4milioni di dollari di tangenti per aggiudicarsi l’appalto per la realizzazione della Linea 1 della metropolitana di Lima.¬†Ricoverato d’urgenza¬†presso l’ospedale Casimiro Ulloa di Lima, Garcia ha subito tre arresti cardiaci durante il delicato intervento chirurgico che sperava di salvargli la vita.

Membro del partito di centro-sinistra Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana (Apra), Alan Garcia era uno dei 9 imputati dopo l’ammissione degli stessi funzionari della¬†Odebrecht che alla fine del 2016 hanno innescato un’indagine per corruzione ammattendo di aver ottenuto contratti lucrativi in America Latina tramite la concessione di “tangenti”. Come riportato dall’agenzia di stampa internazionale Reuters¬†, lo scorso anno Garcia aveva¬†chiesto asilo politico all’Uruguay dopo essersi rifugiato nell’ambasciata di Montevideo per sfuggire alle indagini, ma il paese latinoamericano aveva respinto la richiesta.

Abile oratore, e politico apprezzato, aveva 69 anni, √® stato alla guida del suo partito per decenni, vincendo due volte le elezioni.¬†Il ministro degli Interni Carlos Moran ha dichiarato alla stampa che Garcia si sparato subito dopo aver detto agli agenti di polizia che lo erano andati a prelevare nella sua abitazione che doveva chiamare il suo avvocato prima di essere arrestato. ¬†“√ą entrato nella sua stanza e ha chiuso la porta dietro di lui”, hanno dichiarato i testimoni, dopo pochi minuti il rumore di un colpo d’arma da fuoco ha spinto i poliziotti ad irrompere nella stanza. Garcia giaceva atterra con una vistosa ferita alla testa.¬†

Sarebbe stato il terzo presidente peruviano ad essere accusato, e forse incarcerato, per il caso tangenti innescato dalle dichiarazioni della Odebrecht, dopo Ollanta Humala e Pedro Pablo Kuczynski. Arrestato la scorsa settimana.

 

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Punti di vista
La tenaglia di Macron sull’Italia: scatena il caos e chiude le frontiere
Data articolo:Wed, 17 Apr 2019 16:57:09 +0000

Siamo alle solite verrebbe da dire. Perché ormai con Emmanuel Macron e la sua Francia siamo abituati alla sfida

nei confronti dell’Italia e del governo giallo-verde. Ma con la Libia il gioco sta diventando veramente pericoloso. Le ultime manovre di Parigi sembrano andare in un’unica direzione: colpire gli interessi italiani e, di fatto, la nostra stabilit√†. Sicuramente come risultati indiretti e non come unico obiettivo (n√© tanto meno il principale). Ma di certo le azioni messe in atto dall’Eliseo non possono non creare problemi al nostro Paese.

L’ultima ha del clamoroso: la Francia ha chiesto la proroga della chiusura delle frontiere con l’Italia per altri sei mesi a causa del rischio della presenza di jihadisti nel potenziale fiume di persone in partenza dalla Libia. La notizia √® stata fatta circolare da Agi che ha¬†ricevuto l’informazione direttamente da fonti del Viminale. La richiesta √® stata motivata dal fatto che √® opportuno continuare a blindare le frontiere per “emergenza nazionale”. Ipotesi da cui √® scaturita una direttiva del ministero dell’Interno italiano per fare il punto della situazione.

La questione chiaramente √® seria. Anche se va detto che le fazioni libiche, come del resto tutti i Paesi nordafricani, giocano parecchio sulla minaccia migratoria per far leva sui rubinetti di denaro e di aiuti da parte dell’Europa. Succede in Marocco, succede in Turchia e succede, inevitabilmente, in un Paese devastato dalla guerra come la Libia. Ma √® altrettanto chiaro che, pur con dei numeri esagerati, il rischio di migliaia di persone in fuga dalle coste libiche √® reale al pari dell’infiltrazione islamista in questo flusso. Ed √® anche per questo che Macron, tramite il suo primo ministro Edouard Philippe, ha dato ordine di blindare i confini sospendendo, ancora per altri sei mesi, l’Area Schengen.

Sia chiaro, la Francia non fa altro che seguire una linea di intelligence e di sicurezza che segue anche il nostro governo. Quindi √® lecito (anche corretto) che Parigi blindi le sue frontiere se questo incide sensibilmente sulla sicurezza e sulla stabilit√† del proprio Paese. Il problema √® un altro: che il caos in Libia parte anche dalle mani di Macron, che ha dato sostanzialmente il via libera a Khalifa Haftar per l’avanzata verso Tripoli. Blitz che ha scatenato l’ira del governo italiano con il ministro dell’Interno Matteo Salvini che ha puntato il diritto direttamente su Parigi. In pratica, se da un lato la Francia ha scatenato il caos, dall’altra blocca gli eventuali migranti in Italia, portando il nostro Paese nella morsa dei trafficanti di uomini. Un vero e proprio attacco a tenaglia che da sud (con la Libia) e dal nord (con i confini) spedisce l’Italia direttamente nell’inferno libico, con il rischio jihadista che viene declinato totalmente al governo di Giuseppe Conte.

Per Roma si tratta di un problema da tenere a mente. Ma √® soprattutto un segnale che sulla solidariet√† europea sarebbe meglio metterci una pietra sopra. Non c’√® mai stata e continuer√† a non esserci, almeno da Parigi. Perch√© √® del tutto evidente che se al disastro libico la risposta di Macron √® sigillare i confini con l’Italia, la risposta da parte dell’Eliseo √® stata netta: noi in Libia tuteliamo i nostri interessi, poi, se dai flussi migratori arrivano altri pericoli, il problema deve rimanere circoscritto a sud delle Alpi.

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Punti di vista
Parte la caccia all’F-35 nel Pacifico: ora gli Stati Uniti tremano
Data articolo:Wed, 17 Apr 2019 16:46:18 +0000

√ą trascorsa una settimana dalla misteriosa sparizione di uno degli¬†F-35¬†in forza all’Aeronautica giapponese. Il jet √® probabilmente precipitato nel Pacifico, ma ancora non c’√® alcuna traccia n√© del relitto del velivolo n√© del pilota, e per questo √® “caccia” ad ogni traccia che possa condurre al recupero di ci√≤ che resta dell’aereo da parte delle Forze di Auto-difesa del Giappone e della Marina degli Stati Uniti, che temono un’azione di spionaggio che potrebbe essere stata lanciata da Cina e Russia¬†, intese ad individuare a loro volta il relitto per recuperalo e trarre informazioni “segrete” sulla nuova arma “stealth” dell’avversario.

Il caso

L’F-35 A era decollato il 9 aprile dalla base diMisawa, nella prefettura di Aomori all’estremo nord dell’isola di Honshu, per simulare l’intercettazione di velivoli nemici insieme ad una formazione di altri 3 velivoli, quando √® scomparso dai radar alle 19:27 (ora locale) senza lasciare alcuna traccia in un tratto di mare che si stima essere a 85 miglia nautiche di distanza dalle coste del Giappone, con un fondale profondo oltre 4.000 metri.¬†A bordo era il maggiore¬†Akinori Hosomi, veterano dell’aeronautica giapponese con oltre 3.200 ore di volo delle quali 60 sugli F-35. Secondo le autorit√† giapponesi si sarebbe trattato di un guasto tecnico

Le operazione di ricerca e soccorso sono state lanciate immediatamente, e nemmeno gli altri 3 caccia della formazione hanno ¬† avvistato i resti del velivolo, probabilmente inabissatosi poco dopo. Non avendo dato alcun riscontro, gli Stati Uniti, preoccupati dalla possibilit√† che le informazioni pi√Ļ segrete riguardo il programma Joint Strike Fighter potessero essere compromesse hanno inviato immediatamente sul posto un velivolo spia U-2 “Dragon Lady”, per mappare il tratto di mare interessato dalle ricerca, e un pattugliatore marittimo P-8 “Poseidon”, specializzato nella ricerca sottomarina e dotato di sensori Mad ‚ÄstMagnetic Anomaly Detection. Come unit√† di superficie sono state inviate un cacciatorpediniere classe¬†Arleigh Burke, la USS Stethem.

“L’F-35A √® un aeroplano che contiene una quantit√† significativa di segreti che devono essere protetti” ha dichiarato il ministro della Difesa giapponese¬†Takeshi Iwaya alla stampa nipponica, e per questo Stati Uniti e Giappone stanno collaborando nelle ricerche instancabili, 24 ore su 24, del relitto e del pilota disperso. In gioco sono i “segreti” dell’arma pi√Ļ costosa del mondo, e la preoccupazione √® quella che altre potenze mondiali possano aver lanciato delle operazioni di spionaggio per entrare in possesso di questi segreti.

Nonostante il caccia sia precipitato, secondo la firma lasciata sui radar al momento della sparizione, in un tratto di mare all’interno della zona economica esclusiva del Giappone, il Pentagono √® ugualmente preoccupato dall’interesse che la Russia e la Cina potrebbero avere nel recuperare anche solo “una vite” del velivolo, per trarre qualsiasi tipo di informazione sulla nuova tecnologia di 5¬™ generazione che sta armato le forze aeree della Nato e dei suoi maggiori alleati.¬†“Non c’√® prezzo troppo alto in questo mondo perch√© Cina e Russia paghino per ottenere l’F-35 scomparso in Giappone”, ha twittato un esponente di spicco della commissione per le relazioni estere del Senato statunitense.

Le forze di Autodifesa giapponesi hanno confermato che non si √® registrata alcuna attivit√† insolita intorno all’aerea delle ricerche, ma non si pu√≤ escludere che la vicinanza con le coste russe possa aver spinto il Cremlino ad interessarsi in qualche modo alla sparizione del velivolo. Lo stesso vale per il destino del pilota, del quale non si hanno tracce da 7 giorni, nonostante le tecnologie di localizzazione gps dei quali sono dotati seggiolini eiettabili e dotazioni personali dei piloti da caccia.¬†

I “problemi” degli F-35 giapponesi¬†

Secondo quanto appreso, l’F-35 scomparso farebbe parte dei cinque caccia versione “A” – a decollo convenzionale – assemblati dalla¬†Mitsubishi che avevano gi√† riscontrato dei problemi tecnici durante le ultime sortite. Secondo quanto riferito dal quotidiano giapponese Mainichi Shimbun, cinque jet F-35 della Japan Self-Defence Force avrebbero effettuato sette atterraggi d’emergenza nelle ultime settimane. Il velivolo coinvolto nell’incidente era uno di questi. I velivoli avevano riportato problemi¬†di raffreddamento e di sistema di navigazione gi√† nel 2017 e 2018, e ulteriori problemi con i sistemi di alimentazione all’inizio dell’anno.

La missione di ricerca e il recupero

Lo scorso dicembre gli Stati Uniti avevano perso dei mari del Giappone un aereo-cisterna Kc-130j che era stato vittima di una collezione a mezz’aria con un jet F/A-18. Le ricerche durano cinque giorni ma il caso era nettamente diverso e la probabilit√† che l’equipaggio del quadrimotore fosse riuscito a lanciarsi estremamente ridotte. Per il caso di un caccia le possibilit√† che il pilota riesca ad eiettarsi dopo aver perso il controllo del velivolo sono decisamente favorevoli, e nel tratto di mare delle ricerche non sono presenti n√© atolli n√© isole, quindi pu√≤ essere esclusa la possibilit√† di un tentativo ci atterraggio d’emergenza o di ammaraggio nei pressi delle stesse. Il pilota, scomparso da una settimana √® probabilmente deceduto in seguito allo schianto motivato dalla perdita del controllo del velivolo, che a causa dei guasti tecnici potrebbe non avergli permesso di lanciarsi e mettersi in salvo. Per questo e per salvaguardare i segreti custoditi dall’F-35 le ricerche delle unit√† di salvataggio marittime, degli aerei e degli elicotteri da ricognizione proseguono senza sosta.

Se davvero non si otterr√† nel breve alcuna traccia del velivolo, davvero si potr√† sospettare di un caso di spionaggio. Come un paese terzo possa essere riuscito ad individuare cos√¨ velocemente un aereo “scomparso” e ha recuperare il relitto, resterebbe comunque un mistero, degno dei migliori romanzi di spionaggio ambientati nella Guerra fredda.¬†

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