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#ambiente #verde #natura #green.it

terreni inquinati
Terreni inquinati? Ecco la bonifica con il fitorimedio

Eni e altri istituti di ricerca stanno sviluppando nuove tecnologie in grado di consentire risanamenti non inquinanti e capaci di produrre energia rinnovabile.

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È innegabile che in passato, in Italia, spesso siano state condotte a cuor leggero delle attività industriali dietro alle quali si sono nascoste per tantissimo tempo delle gravi e importanti minacce per l’ambiente. A pagarne il conto più caro sono da sempre i terreni circostanti a queste attività che spesso loro malgrado venivano contaminati da metalli pesanti o altamente tossici o da altri composti nocivi. Ancora oggi, sebbene siano passati in certi casi parecchi anni, questi materiali inquinanti resistono al processo di bonifica e continuano in maniera silenziosa, ma inesorabile, a procurare danni alle terre e agli animali.

Che fare allora?

In questi casi la bonifica con metodi tradizionali prevede la rimozione dal sito del suolo contaminato e una successiva serie di trattamenti chimici, fisici, termici o biologici che estraggono gli elementi inquinanti e li degradano in composti meno pericolosi, e sebbene sia una strada da percorrere non è forse la strada migliore. Esiste qualcosa di meglio? La risposta è sì. Eni sta infatti sviluppando dei processi di bonifica a basso impatto ambientale che siano in grado di eliminare gli agenti inquinanti presenti nel suolo o di ridurli a dei livelli non più pericolosi per la salute.

Come bonificare un terreno inquinato

La ricerca è condotta nell’unità Tecnologie Ambientali del Centro Ricerche per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente in collaborazione con l’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi del CNR di Pisa per conto di Syndial, una società Eni che si occupa di risanamento ambientale. Tra le tecnologie di bonifica “sul posto” oggi disponibili merita sicuramente una menzione di merito il fitorimedio. Si tratta di un processo che sfrutta la naturale capacità depurante delle piante per estrarre dal suolo sia i metalli pesanti sia i composti organici.
I meccanismi principali sono due: da un lato, le piante estraggono dal suolo i metalli pesanti e li accumulano nelle radici e nelle foglie, il cosiddetto processo di fitoestrazione; dall’altro, sfruttando la sinergia tra i vegetali e i microrganismi presenti intorno e all’interno delle loro radici, si promuove la biodegradazione dei contaminanti organici in altre sostanze più semplici e meno tossiche.

bonifica

Piante accumulatrici di metalli pesanti

Dimostrata l’efficacia di questa tecnologia, si stanno ora definendo dei protocolli di intervento condivisi da Eni e dalle autorità pubbliche preposte alla tutela dell’ambiente e della salute.
La grande biodiversità del regno vegetale e le numerose specie in grado di svilupparsi anche su terreni contaminati e di accumulare metalli pesanti nei loro tessuti rendono la fitoestrazione una valida alternativa ai trattamenti fisici e termici. Sono state individuate specie particolarmente promettenti come il girasole o le piante erbacee comprendenti specie molto diverse tra di loro, quali ad esempio la senape, la rapa e il cavolo, o ancora il salice, il pioppo o il granturco. Si tratta di specie in grado di estrarre e accumulare nelle radici e nelle foglie quantità significative dei diversi metalli, con efficienze variabili dal 35% al 40% a seconda del metallo considerato. È possibile quindi ipotizzare che in un terreno, dopo 4-5 successivi cicli stagionali si possa raggiungere il 100% di fitoestrazione della frazione metallica biodisponibile.

Un batterio per accelerare la bonifica

Questi test hanno anche dato risalto al ruolo giocato dai microrganismi rizosferici. Il processo di estrazione è stato supportato e coadiuvato dall’azione di ceppi batterici metallo-tolleranti, cioè che possono sopravvivere alla presenza di quei particolari metalli. I microrganismi hanno mostrato di possedere proprietà di promozione della crescita vegetale: aggiunti al terreno seminato con le diverse piante, hanno permesso di migliorare significativamente le prestazioni dei vegetali, sia come quantità di biomassa prodotta, sia come resa di fitoestrazione. Questa è aumentata del 40-50% rispetto alle prove senza microorganismi aggiunti, raggiungendo efficienze fino al 60% della frazione metallica biodisponibile in una stagione. Questo risultato può consentire di raggiungere gli obiettivi della bonifica in tempi molto più rapidi. Il risultato finale è un recupero ambientale efficiente, sostenibile e a costi ridotti rispetto alle convenzionali tecniche chimico-fisiche. Ma c’è di più: al processo di bonifica del suolo si può associare la valorizzazione a scopi energetici della biomassa prodotta bruciando periodicamente le piante in modo controllato per produrre energia termica. E non finisce qui: se il terreno è inquinato da metalli pesanti, questi, una volta concentrati dalle piante, possono essere recuperati dalle ceneri delle piante stesse permettendo di riutilizzarli (phytomining).

Una tecnologia che non disperde nulla

La tecnologia Eni, quindi, permette di evitare opere di bonifica inquinanti per sé stesse, riqualificare i siti contaminati, produrre energia da fonti rinnovabili e come se non bastasse di recuperare i metalli. Una specie di grande legge di Lavoiser applicata ai terreni bonificati e in cui nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

In collaborazione con Eni

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Data articolo: Tue, 17 Apr 2018 10:33:23 +0000
sudan
Addio al rinoceronte bianco del nord

Dopo aver combattuto contro una lunga malattia è morto, all'età di 45 anni, Sudan: l'ultimo rinoceronte bianco maschio esistente. Ma ci sono ancora piccoli segni di speranza per questa specie.

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La notizia ha fatto il giro del mondo: è morto Sudan, l’ultimo rinoceronte bianco settentrionale (Ceratotherium simum cottoni) di sesso maschile. Lo ha annunciato con un tweet il rifugio per animali Ol Pejeta Conservancy, in Kenya: “È con grande dispiacere che Ol Pejeta Conservancy e il Dvur Kralove Zoo annunciano che Sudan, l’ultimo esemplare maschio al mondo di rinoceronte bianco settentrionale, è morto”.

L’animale aveva 45 anni, era malato da tempo e dopo una serie di complicazioni dovute alla sua malattia, quando le sue condizioni erano diventate ormai irreversibili, è stato sedato e sottoposto ad eutanasia. Sudan viveva nel rifugio insieme ad altre due femmine della sua stessa specie, Fatu e Najin, anche queste piuttosto avanti con l’età. Negli anni sessanta si contavano nel mondo oltre 2.000 esemplari di rinoceronte bianco, il numero di questi si era ridotto del 15% nel 1984. In poco più di trent’anni sono rimasti due esemplari.

La scomparsa dei rinoceronti trova la sua causa principale nell’attività umana. Da decenni infatti questi animali vengono cacciati in massa, per moda e per superstizione. Questo sostanzialmente perché la medicina tradizionale cinese vede nel corno di rinoceronte un potente medicinale e una sostanza dal forte potere afrodisiaco. Anche i rinoceronti bianchi del sud stanno diminuendo progressivamente, pur attestandosi al momento sui 20.000 esemplari, attualmente sparsi tra Sudafrica, Namibia, Kenya, Uganda e Zimbabwe. Tutte le popolazioni di grossi erbivori africani stanno silenziosamente sparendo. Il rinoceronte Sudan è oggi un simbolo: la sua fine rappresenta un destino cui stanno andando incontro migliaia di altre specie animali, si calcola circa 5000. 

Nonostante la situazione sia più che mai allarmante, ci sono piccoli segni di speranza. La ricerca scientifica sta infatti studiando nuove vie per riportare il rinoceronte bianco del nord sul pianeta. Già ad aprile dello scorso Tinder, la nota app di dating insieme alla Ol Pejeta Conservancy avevabo lanciato una campagna per sensibilizzare il grande pubblico sul tema della “solitudine” di Sudan. Ora l’unica speranza che resta di salvare la specie viene dalla fertilizzazione in vitro, che potrà essere utilizzata per ricavare embrioni dal seme del maschio morto e dagli ovuli delle femmine ancora in vita.

Positiva è anche la risposta dell’opinione pubblica, che si dimostra sempre più sensibile alla tematica della salvaguardia animale. Molto significativo da questo punto è il contributo di tantissime star internazionali che si espongono sempre più in prima persona per proteggere gli animali a rischio.

Demi Moore si è schierata pubblicamente contro i maltrattanti degli elefanti, Alec Baldwin è un attivista della “People for the Ethical Treatment of Animals” (PETA), Charlize Theron da anni si batte contro lo sterminio dei rinoceronti neri. Molti gli stilisti che si stanno battendo per fermare lo sfruttamento animale nel mondo della moda: basti pensare a Vivienne Westwood o a Donatella Versace. Tanti anche i musicisti da anni si dimostrano sensibili alla questione, che si tratti del celeberrimo leader dei The Smiths, Morrissey, o della ultracarismatica Beyoncè. Le voci sono tante e arrivano persino dal mondo del poker, uno su tutti Daniel Negreanu, una leggenda vivente. La vita del campione di poker è stata raccontata anche in un documentario biografico: “KidPoker”, non solo è da tempo un vegano convinto, ma è anche un convinto attivista per la salvaguardia degli animali.
Cresce sensibilità generale nei confronti del problema, molti i governi cercano di promuovere politiche di protezione degli animali, ma la questione è lontana dall’essere risolta. Non si può abbassare la guardia, è necessaria una profonda sinergia ambientalista tra la collettività e le nostre scelte individuali per salvare tante specie animali dalla scomparsa definitiva.

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Data articolo: Tue, 03 Apr 2018 08:26:12 +0000
rifiuti elettronici
Rifiuti elettronici in aumento e poche normative a riguardo. L’allarme del Global E-waste Monitor 2017

Il progresso spesso fomenta un consumo irragionevole e spropositato. Per ogni cellulare è già pronta la nuova versione con maggiori funzionalità accattivanti e l’ultimo televisore ultra piatto si può facilmente sostituire con un altro dalle soluzioni tecnologiche all’avanguardia. E dove vanno a finire tutti i rifiuti elettronici? Non solo non spariscono nel nulla ma rappresentano un enorme [...]

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Il progresso spesso fomenta un consumo irragionevole e spropositato. Per ogni cellulare è già pronta la nuova versione con maggiori funzionalità accattivanti e l’ultimo televisore ultra piatto si può facilmente sostituire con un altro dalle soluzioni tecnologiche all’avanguardia. E dove vanno a finire tutti i rifiuti elettronici? Non solo non spariscono nel nulla ma rappresentano un enorme ed incombente problema ambientale con devastanti conseguenze sulla salute, alimentate dall’incapacità internazionale di creare una strategia condivisa.

Quanti rifiuti elettronici vengono prodotti?

Secondo The World Count, un sito che tiene conto dei rifiuti elettronici prodotti in tempo reale, ogni anno nel mondo ne vengono prodotti circa 40 milioni di tonnellate. Per dirlo in altri termini, 800 laptop vengono buttati ogni secondo. Analisi confermate dal rapporto Global E-waste Monitor – 2017 pubblicato dall’United Nations University, dall’International Telecommunication Union e dall’International Solid Waste Association che tiene traccia della quantità di rifiuti elettronici nel mondo. Nel 2016 sono stati raccolti 44.7 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici (+ 8% in più rispetto ai 41,4 milioni di tonnellate prodotte nel 2014) pari a “nove Grandi Piramidi di Giza, 4500 Torri Eiffel, o 1,23 milioni di camion da 40 tonnellate a 18 ruote a pieno carico, sufficienti a formare una linea da New York a Bangkok andata e ritorno”.

rifiuti elettronici

L’Asia è stato il Paese che ha generato il maggior numero di rifiuti elettronici, seguito da Europa, Americhe, Africa e Oceania. In termini di rifiuti elettronici generati per abitante, l’Oceania è al vertice della classifica (17.3 kg/ab), con un tasso di raccolta e riciclo pari al 6% secondo i dati. Segue l’Europa con una media di 16,6 kg/ab con un tasso di raccolta molto elevato (35%), al contrario delle Americhe che raccolgono solo il 17% dei rifiuti elettronici generati (circa 11,6 kg/ab), cifra paragonabili al tasso di raccolta in Asia (15%).

A preoccupare maggiormente i ricercatori dello studio sono i pochissimi dati a disposizione. Dei 44.7 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti, solo il 20% (8.9 Mt) è stato tracciato e documentato. E il restante 80%? Non è documentato e la maggioranza è probabilmente scaricata, scambiata o riciclata in modi casuali e potenzialmente dannosi. Il basso tasso di raccolta comparato con la quantità totale di rifiuti elettronici generati è in parte spiegata dal fatto che solo 41 paesi dispongono di statistiche ufficiali sui rifiuti elettronici. Per altri 16 Paesi la quantità di rifiuti elettronici è stata solo stimata attraverso ricerche e analisi comparate. Tuttavia, un numero crescente di paesi si sta adoperando per adottare e mettere in vigore una legislazione in materia di rifiuti elettronici. Attualmente, il 66% della popolazione mondiale è tutelata da leggi nazionali sulla gestione dei rifiuti elettronici, un dato in crescita rispetto al 44% del 2014.

rifiuti elettronici

Qual è il valore perso dall’aumento dei rifiuti elettronici?

Comunemente definiti con l’acronimo RAEE (Rifiuti da apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) con il termine “rifiuti elettronici” ci si riferisce a diverse tipologie, tra cui: frigoriferi, condizionatori, pompe di calore, schermi e televisori, lampadine, grandi e piccoli elettrodomestici, cellulari e computer, strumenti di monitoraggio e controllo e così via. I rifiuti elettronici sono per lo più costituiti da componenti in plastica e materiali pregiati, tra cui oro, argento, rame, platino e palladio ma anche ferro, alluminio, piccole quantità di metalli pesanti (come mercurio, piombo, cadmio ecc.) e sostanze potenzialmente pericolose (ad esempio, nei circuiti stampati). Sebbene nel 2016 il valore totale di tutte le materie prime presenti negli e-waste sia stato stimato a circa 55 miliardi di euro -più del prodotto interno lordo del 2016 di molti Paesi nel mondo, il tasso di recupero e riciclo è ancora molto basso.

rifiuti elettronici

I rischi per la salute e l’ambiente

Un fatto è certo: la popolazione esposta a sostanze potenzialmente pericolose attraverso pratiche di gestione inadeguate e non sicure relative allo smaltimento e al riciclaggio di apparecchiature elettriche ed elettroniche dismesse è in aumento. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i rischi per la salute derivano dal contatto diretto con i materiali nocivi, dall’inalazione di fumi tossici e dall’accumulo di sostanze chimiche nel suolo, acqua e cibo che costituiscono anche una minaccia per la biodiversità. Questi dati sono stati confermati da numerosi studi tra cui l’“Health consequences of exposure to e-waste: a systematic review” pubblicato dalla nota rivista scientifica The Lancet che ha evidenziato un cambiamento della funzione tiroidea, cambiamenti nell’espressione e nella funzione cellulare, peggioramento della salute neonatale, diminuzione della funzionalità polmonare. Nei bambini tra gli 8-9 anni che vivono in città prossime a centri di riciclaggio sono state inoltre riscontrate maggiori problematiche di salute rispetto alla media.

L’economia circolare è la strategia da adottare

Come dimostra Fairphone, un’impresa sociale con sede ad Amsterdam che mira al recupero dei dispositivi cellulari, il modello lineare di economia adottato fino ad ora risulta dispendioso, inefficiente ed economicamente controproducente. È qui che entra in gioco un nuovo modo di pensare il processo di produzione, utilizzo e riciclo che valorizzi il recupero dei rifiuti elettronici, incoraggi una gestione poco impattante e prevenga l’inquinamento ambientale dovuto allo smaltimento incontrollato. La normativa, oltre a sviluppare una maggiore tracciabilità dei rifiuti, dovrebbe quindi incoraggiare una migliore progettazione a monte che faciliti l’intervento di riparazione sul prodotto, promuova esempi durevoli, incoraggi il riciclaggio e il recupero di materiali preziosi.

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Data articolo: Fri, 16 Mar 2018 12:00:48 +0000
TreeSisters
Giustizia climatica: chi paga i danni del cambiamento climatico?

Gli eventi climatici estremi aumentano e colpiscono ovunque. La giustizia climatica e una visione cosmopolita possono salvarci. Riusciremo a cambiare rotta?

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Eventi climatici estremi: un ambiente sostenibile è un diritto o un privilegio?

Uragani, alluvioni e siccità aumentano ogni anno. Ma chi paga i danni del cambiamento climatico? Un ambiente sostenibile è un diritto o un privilegio? Scopriamo insieme la giustizia climatica, i difensori dell’ambiente e come contrastare il riscaldamento globale.

Giustizia climatica: cos’è e com’è nata

Dalle alluvioni in Asia meridionale alla bufera di neve a New York, dagli incendi in Portogallo e Spagna agli uragani caraibici. Sono solo alcuni degli eventi climatici estremi che hanno colpito nel 2017 il nostro pianeta. Oggi il cambiamento climatico riguarda sia paesi sviluppati che in via di sviluppo. Oltre a fare vittime ci sono anche costi economici. È possibile contrastarlo?

La giustizia climatica è uno dei temi più discussi nel dibattito sui cambiamenti climatici. Riguarda il paradosso per cui i paesi più colpiti da catastrofi ambientali siano quelli in via di sviluppo, quando il riscaldamento globale è causato principalmente dalle nazioni industrializzate. Le vittime sono, spesso, i cittadini più deboli, ossia donne e bambini, soprattutto nei paesi più poveri.

Il termine giustizia climatica appare per la prima volta nel 1999 in un articolo di CorpWatch sulla responsabilità dell’inquinamento dei paesi industrializzati a svantaggio delle nazioni che subiscono gli effetti del cambiamento climatico. Nel 2002 si tenne il Climate Justice Summit, incontro sulla giustizia climatica in occasione del COP 6 a L’Aia (Olanda). Negli ultimi anni, però, gli eventi climatici estremi hanno colpito senza distinzione di nazionalità e classe sociale. Nazioni Unite, governi e organizzazioni non governative sono d’accordo nel diritto universale dell’uomo di vivere in un ambiente sostenibile. Ma esiste davvero?

Giustizia climatica: danni dell'uragano Katrina New Orleans (https://pixabay.com/)

Le soluzioni attuali insufficienti

Alla Conferenza sul Cambiamento Climatico COP 13 di Bali (Indonesia) fu stabilito che “se i paesi sviluppati vogliono un nuovo accordo per combattere il cambiamento climatico, avrebbero dovuto fornire sufficienti garanzie di assistenza ai paesi meno sviluppati”. Nel 2010 venne così creato il fondo annuale da 100 miliardi di Dollari per dare infrastrutture e tecnologie verdi ai paesi poveri. Inoltre si decise per un “meccanismo di compensazione per i paesi colpiti o danneggiati dal cambiamento climatico”, nominato nell’Accordo sul clima di Parigi (2015) ma mai realizzato. Il motivo? I contrasti nell’assumersi le responsabilità dei gas serra dei vari paesi, partendo da quelli sviluppati e più inquinanti. Quindi chi paga per il cambiamento climatico?

Ambientalisti a Bali, 2007 (https://theconversation.com)

Le conseguenze del riscaldamento globale

L’indecisione delle nazioni nel fermare l’aumento delle temperature a 1,5° C entro il 2020, stabilito nell’Accordo di Parigi, crea gravi ripercussioni sul pianeta.

Gli ambientalisti morti nel 2017

L’uomo è vittima di se stesso e difendere l’ambiente può costare la vita. 197 ambientalisti sono morti nel 2017 mentre proteggevano i loro terreni o le risorse naturali del loro territorio. Che siano rangers della Repubblica Democratica del Congo, uccisi nella lotta al bracconaggio degli elefanti, o attivisti indigeni in Colombia. In alcune zone del mondo, vivere in un ambiente sostenibile è un lusso. Ad esempio in Brasile, dove dal 2015 ad oggi sono morti 145 attivisti, molti dei quali mentre difendevano l’Amazzonia dal commercio illegale di legname.

Le migrazioni climatiche

Il riscaldamento globale trasforma i territori. Quando questi diventano invivibili provocano conflitti e guerre e, quindi, grandi spostamenti delle popolazioni in cerca di un nuovo posto dove vivere. Le migrazioni climatiche stanno già avvenendo, si vede nei territori di confine come il sud Europa, tra cui l’Italia. Ma anche nel mondo, come testimonia la mappa interattiva di Metrocosm. E come sarà nel futuro?

Vivere in un ambiente sostenibile è un diritto

Sempre peggio, se le nazioni non abbandonano la loro visione egoistica. Mettere al centro l’uomo e i suoi diritti è la visione che i governi devono adottare. Vivere in un ambiente sano, efficiente e sostenibile dovrebbe essere un diritto universale, a prescindere dalla nazionalità o dalla ricchezza. Solo così le persone non saranno discriminate di fronte agli eventi climatici estremi. E potremmo considerarci tutti uguali, cittadini del mondo con pari diritti e doveri nei confronti del pianeta.

La strada verso la giustizia climatica

Le soluzioni per combattere il cambiamento climatico esistono già, da quelle proposte da Project Drawdown agli accordi internazionali indirizzati dalle Nazioni Unite. Le persone sono pronte a cambiare. Molti progetti sostenibili partono proprio dai cittadini più deboli, come le donne di TreeSisters. Ripartiamo dal basso per avere una vera giustizia ambientale e dare alle future generazioni un mondo migliore.

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Data articolo: Sat, 17 Feb 2018 11:00:04 +0000
pm10
Superamento dei limiti di inquinamento atmosferico: il rapporto Mal’aria 2018 di Legambiente

Il superamento dei limiti di inquinamento atmosferico preoccupa. Il rapporto di Legambiente Mal'aria 2018 evidenzia le mancanze dell'Italia.

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Male l’Italia sul fronte del superamento dei limiti di inquinamento atmosferico, dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha rivelato che ben tre città italiane risultano le peggiori in Europa in termini di smog e inquinamento atmosferico. Secondo i dati registrati tra il 2013 e il 2016 infatti, Torino, Milano e Napoli hanno conquistato questo non invidiabile record per il particolato presente in atmosfera. Torino svetta in cima alla lista con una media annua di particolato (PM10) di 39 microgrammi/metro cubo (μg/m), seguita da Milano e Napoli che hanno ottenuto il secondo e terzo posto con 37 e 35 microgrammi/metro cubo (μg/m), rispettivamente. Tutte e tre le città superano il limite di 20 microgrammi/metro cubo stabilito dall’OMS come il massimo tollerato. L’urgenza del superamento dei limiti di inquinamento atmosferico ha spinto la Commissione Europea a convocare il 30 Gennaio i ministri dell’ambiente di 9 Stati, tra cui l’Italia, che rischia così di avere procedure di infrazione aperte per il mancato rispetto dei limiti di PM10 e NO2. Il Bel Paese è una delle nazioni che mostra meno continuità e azioni strutturali per la risoluzione dell’emergenza smog.

superamento dei limiti di inquinamento atmosferico

Superamento dei limiti di inquinamento atmosferico: le città italiane

A partire dai dati presentati dall’OMS nel 2016, l’associazione italiana Legambiente ha analizzato le cattive prestazioni delle città nel proprio report Mal’aria 2018. Dallo studio emerge che nel 2017 in ben 39 capoluoghi di provincia italiani è stato superato, almeno in una stazione ufficiale di monitoraggio della qualità dell’aria di tipo urbano, il limite annuale per le polveri sottili di 35 giorni con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi/metrocubo. Non è solo il particolato a preoccupare, ma anche l’ozono troposferico, un inquinante secondario che si forma attraverso processi fotochimici in presenza di inquinanti primari, come gli ossidi d’azoto e i composti organici volatili. In questo caso, 44 città hanno superato il limite di 25 giorni annuali. Unendo le due classifiche per le polveri sottili e l’ozono troposferico risulta che nel 2017, sono 31 le città risultate sopra i limiti per entrambi gli inquinanti. Tra queste svetta Cremona, con 178 giorni di inquinamento rilevato (105 per le polveri sottili e 73 per l’ozono). La classifica di Legambiente continua con Pavia 167, Lodi, Mantova e Monza con 164, Asti 162, Milano 161 e Alessandria 160.

Sulle strategie adottate dall’Italia per scongiurare il superamento del limite di inquinamento atmosferico, Legambiente è molto chiaro:

“le misure di Piano non sono quasi mai state implementate dall’insieme dei comuni, nessun nuovo sistema di controllo e riduzione degli inquinanti, rarissimi i servizi di trasporto e le abitazioni a emissioni zero, nessuna nuova e significativa misura strutturale e pochissimi nuovi provvedimenti emergenziali sono stati adottati sia dal governo, come dalla gran parte delle Regioni e dei comuni più inquinati.”

Il rapporto analizza alcune delle regioni incriminate, a partire dal Piemonte i cui “cittadini (ed i loro polmoni) sono in perenne attesa” perché la Regione “nonostante i 3 anni di gestazione non sembra ancora intenzionata ad approvare il nuovo Piano regionale antismog”. Simile giudizio negativo per l’Emilia-Romagna per cui il recepimento delle norme contenute nel Piano Aria sembra essere stato “problematico”. In Veneto, “la disomogeneità delle ordinanze emesse dai Sindaci dei vari Comuni oltre all’inefficacia comunicativa ha visto il non completo recepimento di tutte le azioni previste da un accordo che ad oggi ha poco o nulla di coordinato e congiunto”. Stessa sorte per la Lombardia, in cui “l’adeguamento dei comuni chiamati a dotarsi di ordinanze è avvenuto con inerzie e ritardi”. Secondo Legambiente manca quindi un intervento strutturale nazionale condiviso e risolutivo che affronti il problema in un’ottica globale che coinvolga tutti gli aspetti, dagli edifici alla mobilità, e che vada oltre soluzioni temporanee e inadeguate.

I rischi per la salute

Negli ultimi decenni, un numero crescente di studi ha mostrato come l’esposizione a livelli di inquinamento atmosferico elevati possano avere effetti negativi sulla salute. Ma nonostante gli avvertimenti, secondo un rapporto aggiornato al 2016, più dell’80% delle persone che vivono in aree urbane sono state esposte a livelli di qualità dell’aria che superano i limiti dell’OMS. Un problema globale, che si acutizza nelle città a basso reddito. Infatti, il 98% delle città nei paesi a basso e medio reddito con più di 100.000 abitanti non soddisfa le linee guida sulla qualità dell’aria. Percentuale che diminuisce al 56% nel caso di Paesi ad alto reddito. Secondo l’OMS intervenire sulla qualità dell’aria aiuterebbe a diminuire le probabilità di ictus, malattie cardiache, cancro ai polmoni e malattie respiratorie croniche e acute, compresa l’asma. Sarebbe però riduttivo catalogare il problema solo dal punto di vista ambientale e sanitario, essendo la valutazione dei costi economici altrettanto impattante. Il superamento dei limiti di inquinamento atmosferico è un tema che catalizza l’attenzione e che preoccupa molto. È necessaria una collaborazione tra le parti che passa attraverso un piano strategico e politiche mirate a ridurre le emissioni – non solo dei trasporti-.  

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Data articolo: Fri, 16 Feb 2018 19:00:08 +0000
riscaldamento globale
Il caldo estremo blocca la capacità degli alberi di assorbire carbonio

Alcuni ricercatori australiani hanno osservato che in caso di caldo estremo gli alberi smettono di assorbire carbonio. Un notizia disastrosa visto che le ondate di calore accadono sempre più frequentemente.

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Cambiamenti climatici e riscaldamento globale sono notizie all’ordine del giorno eppure sembra che l’argomento non richiami la giusta attenzione. Eppure la scoperta che arriva dall’Australia che gli alberi smettono di “catturare”carbonio in caso di caldo estremo, è davvero preoccupante. Spesso si tende a “minimizzare” gli effetti che il riscaldamento globale può avere sulla nostra vita quotidiana e non capiamo che la nostra stessa esistenza dipende da cosa saremo in grado di fare per contrastare questo serio problema ambientale. Sino ad ora in tutto il mondo ci si adopera per piantare alberi, sembra possa essere il business del futuro, ma se la ricerca pubblicata sulla rivista “Global Change Biology” dovesse essere confermata, bisognerà rivedere qualcosa. Tutti conosciamo la straordinaria capacità degli alberi di fungere da veri e propri pozzi per lo stoccaggio del carbonio. Un albero di media altezza situato in città (quindi in un contesto di stress ambientale elevato) mediamente è in grado di assorbire tra 10 e 20 kg di CO2 all’anno.  Gli scienziati della University of Western Sydney’s Hawkesbury Institute for the Environment hanno osservato che questa caratteristica degli alberi viene meno in caso di caldo estremo, stoppando la capacità degli alberi di assorbire carbonio.

alberi

Cosa accade agli alberi in caso di caldo estremo?

Normalmente, attraverso la fotosintesi l’albero sottrae CO2 dall’atmosfera, e mediante una reazione chimica che coinvolge acqua metabolica e luce, produce glucosio e ossigeno. Il glucosio viene assorbito dalla pianta per garantirne la sopravvivenza mentre l’ossigeno, un “sottoprodotto” della reazione, viene rilasciato in atmosfera attraverso gli stomi presenti nelle foglie. Sino ad ora si pensava che il processo di fotosintesi e traspirazione non potessero avvenire l’una senza l’altra ma, dopo aver osservato alcuni alberi della foresta di Hawkesbury, i ricercatori hanno affermato che in caso di calore estremo le foglie “sudano” per sopravvivere.  In pratica durante le ondate di calore gli alberi smettono di catturare carbonio ma continuano a rilasciare acqua attraverso le foglie. La traspirazione aiuta a mantenere gli alberi freschi ma la scoperta dello stop all’assorbimento della CO2 crea preoccupazione, soprattutto se il riscaldamento globale avanza. Uno scenario piuttosto reale. Il Professor Mark Tjoelker, uno degli autori dello studio e ricercatore universitario in cui è stata compiuta la ricerca ha dichiarato:  “Se le ondate di calore iniziano a verificarsi su grandi superficie chiaramente gli alberi e le foreste potrebbero assorbire meno carbonio. E se i fenomeni di caldo estremo aumentassero di frequenza ovviamente la capacità degli alberi di essere veri e propri serbatoi di carbonio, sarebbe messa a rischio”. Per la loro ricerca gli scienziati hanno piantato una dozzina di baccelli in due posti diversi dell’Australia: la foresta di Hawkesbury e nel sito di Yarramundi, vicino Sydney. I baccelli sono stati piantati in condizioni di clima e temperatura controllata per dare la possibilità ai ricercatori di gestire tutte le variabili possibili. Per metà delle capsule sono state simulate condizioni di caldo estremo mentre gli altri sono stati lasciati crescere in condizioni climatiche attuali. Dopo aver analizzato i risultati, gli scienziati hanno affermato che: “Non ha importanza se gli alberi sono stati coltivati in condizioni climatiche attuali o simulando l’aumento medio di 3°, in entrambi i casi hanno reagito allo stesso modo” ha detto il professor Tjoelker. Una notizia preoccupante per la salute del nostro pianeta. Significa che se non si interviene subito per rallentare il cambiamento climatico, dovremo fare i conti con questa drammatica verità: gli alberi non assorbono più anidride carbonica. Se ciò dovesse essere confermato, l’impatto sulla specie umana così come su altri organismi che dipendono dall’ossigeno potrebbe essere devastante.

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Data articolo: Fri, 16 Feb 2018 11:00:22 +0000
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Dismissione centrali a carbone: la Francia annuncia la chiusura di tutti gli impianti al 2021

Macron anticipa di 2 anni la dismissione centrali a carbone. Un esempio da seguire, perché senza misure urgenti e concrete si rischia di perdere la lotta ai cambiamenti climatici

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La Francia chiuderà tutte le centrali elettriche a carbone entro il 2021. Ad annunciare questa accelerazione rispetto ai piani del suo predecessore all’Eliseo Francois Hollande, che aveva fissato lo stesso obiettivo ma entro il 2023, è stato il presidente francese Emmanuel Macron, nel corso dell’intervento che ha tenuto in occasione del World Economic Forum di Davos, lo scorso 23 gennaio. Il presidente Macron ha affermato di voler “fare della Francia un modello nella lotta contro il cambiamento climatico“, ponendo la dismissione centrali a carbone al centro del suo piano di riforma dell’economia e delle politiche energetiche.

Dismissione centrali a carbone: una strategia anche politica

Secondo Macron, quello della dismissione delle centrali a carbone a breve termine è un obiettivo che porterà alla Francia dei vantaggi in termini di attrattività e competitività. Perché grazie alla green economy sarà possibile creare nuovi posti di lavoro e attirare l’interesse degli investitori. Una strategia insomma non soltanto in favore dell’ambiente ma anche del benessere economico.

I vantaggi di una carbon tax

Il presidente francese ha anche invitato l’Ue a fare di più per accelerare questo passaggio da un’economia basata sui combustibili fossili a una maggiormente sostenibile da un punto di vista ambientale, promuovendo ad esempio il meccanismo della carbon tax. Stabilire un prezzo minimo per la CO2 emessa, incentivando economicamente al tempo stesso tutti i soggetti che dimostrino di aver ridotto le emissioni inquinanti, potrebbe essere una strada percorribile per la lotta al cambiamento climatico.

dismissione centrali a carbone

“Stiamo perdendo la battaglia contro il cambiamento climatico– ha insistito Macron, ribadendo l’urgenza di mettere in atto soluzioni concrete e portare risultati entro il 2020.

Decarbonizzazione non sufficiente per la lotta ai cambiamenti climatici

Purtroppo non possiamo non essere d’accordo con i toni allarmistici del presidente francese. Perché se è vero che è in atto da qualche anno una decarbonizzazione dell’economia mondiale, grazie anche al costo sempre minore delle energie rinnovabili e a una regolamentazione sempre più stringente sul fronte dell’inquinamento, è altrettanto vero che i risultati raggiunti finora non sono sufficienti per risolvere la questione climatica.

Le centrali a carbone perdono denaro ma mancano le alternative

L’industria del carbone non sta sicuramente vivendo un periodo florido. Secondo alcuni dati diffusi da Carbon Tracker nel suo nuovo rapporto, di cui si è parlato molto anche al World Economic Forum, più della metà dei 619 impianti a carbone in Ue stanno perdendo denaro. Le perdite sono state stimate in 22 miliardi di euro entro il 2030. D’altro canto però, i piani del settore per chiudere gli impianti e soprattutto per compensare l’energia necessaria con progetti a basso impatto ambientale e che sfruttino le rinnovabili sono troppo lenti e tardivi.

Dal carbone ancora un quarto dell’energia

L‘utilizzo del carbone in Europa sta scendendo di anno in anno ma la percentuale, stimata intorno all’1%, è ancora troppo bassa rispetto a quella necessaria per poter stabilire che si stia andando nella giusta direzione per contrastare i cambiamenti climatici. Dal carbone viene tutt’ora generata quasi un quarto dell’energia elettrica a livello continentale, con le conseguenti emissioni inquinanti, che sono circa un quinto del totale.

Dismissione centrali a carbone, piani lenti e tardivi

Aspettare quindi che la dismissione centrali a carbone a fine vita avvenga secondo i piani fissati da alcuni paesi, significherebbe arrivare a produrre una quantità di CO2 superiore dell’85% rispetto ai limiti fissati dall’Accordo di Parigi. Servono azioni concrete, insomma. E dovrebbero partire in primo luogo da quei paesi, come Germania, Polonia e Regno Unito, dove c’è la maggiore concentrazione di centrali a carbone, responsabili di una buona fetta dell’inquinamento atmosferico.

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Data articolo: Thu, 15 Feb 2018 12:00:11 +0000
vernice mangia smog
Smog e pittura assorbente: Airlite, la vernice che purifica l’aria

Smog e pittura assorbente: una vernice 100% naturale che mangia lo smog riducendo l'inquinamento atmosferico, sia esterno sia interno

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I numeri dei danni provocati dall’inquinamento atmosferico sono inquietanti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ogni anno al mondo si registrano 3 milioni di morti premature provocate da una scarsa qualità dell’aria. In attesa dei risultati che si spera arrivino dagli accordi globali per la lotta al cambiamento climatico e dalle misure che sono state lanciate a livello nazionale volte a ridurre le emissioni inquinanti puntando su incentivi alle rinnovabili, politiche di efficienza energetica e promozione della mobilità sostenibile, scienza e tecnologia sono scese da tempo in campo con soluzioni al servizio dell’ambiente. Sono tante le idee e le innovazioni che negli ultimi anni sono state proposte con l’obiettivo di dare una risposta concreta e rapida per contrastare l’inquinamento, rendendo l’aria delle nostre città e delle nostre case più respirabile.

Smog e pittura assorbente: Airlite, vernice mangia smog

Su queste pagine vi abbiamo parlato di tessuti speciali che sfruttano le nanotecnologie per assorbire, bloccare e disgregare le molecole inquinanti presenti nell’atmosfera, di torri e aspirapolveri giganti pensati per catturare l’aria inquinata e restituirla purificata. Un’altra importante novità arriva dall’Italia. Non si tratta in realtà di una vera novità, perché l’innovazione è stata sviluppata per la prima volta più di 10 anni fa, ma tutti in questi anni di test e sperimentazioni ne hanno consentito il lancio ufficiale, grazie a risultati che sembrano più che entusiasmanti. Parliamo di Airlite, una pittura speciale in grado di assorbire gli agenti inquinanti purificando l’aria che respiriamo. Una soluzione molto semplice per ridurre lo smog e pittura assorbente.

Riduce l’inquinamento atmosferico fino all’88,8%

Si tratta di una vernice in polvere a cui, aggiungendo una soluzione liquida che contiene biossido di titanio e che è in grado di attivarsi a contatto con la luce, sia naturale sia artificiale, riesce a trasformare gli agenti inquinanti in molecole di sale. Stando ai risultati, Airlite ha effetto sia sugli inquinanti che fanno male alla salute, sia su quelli che causano l’effetto serra: in particolare elimina i pericolosi gas, gli ossidi di azoto (NOx) e di zolfo (SOx). La riduzione dell’inquinante NO2, in particolare, è di oltre l’80% in laboratorio e del 50% in ambiente reale.

smog e pittura assorbente

Smog e pittura assorbente: elimina i batteri nocivi

Tra i benefici di Airlite c’è anche il fatto di riuscire a eliminare, stando ai test, il 99,9% di batteri presenti presenti sulla superficie, compresi i cosiddetti superbatteri. I batteri vengono eliminati dalla doppia azione dell’ossidazione superficiale e dall’elevata alcalinità della superficie, che combinate  impediscono ai batteri di sopravvivere.

Questo permette di ridurre in modo significativo la carica batterica totale in ogni ambiente, rendendo possibile una elevata salubrità ambientale, unita a un maggiore benessere e confort abitativo. Una soluzione particolarmente indicata per ambienti, come quelli ospedalieri, che necessitano di essere sterili.

Respinge polvere e sporco

Altra caratteristica della vernice mangia smog è quella di impedire allo sporco di depositarsi sulle pareti. Come? L’azione di Airlite, da una parte decompone le sostanze oleose depositate sulla superficie, impedendo alle polveri e alla sabbia di aderire alla parete. Dall’altra, crea un sottile strato superficiale di acqua (grazie a una proprietà chiamata idrofilia), che impedisce alle polveri e alle altre particelle di sedimentare sulla superficie, facendole rimbalzare via. In poche parole l’innovazione smog e pittura assorbente crea un invisibile film protettivo che impedisce allo sporco e alla polvere presenti nell’aria di depositarsi sulle superfici.

Aiuta a ridurre i consumi energetici

La vernice può anche essere vista come un ottimo alleato per ridurre i consumi energetici legati al raffrescamento.  Airlite riflette la maggior parte della radiazione solare infrarossa, impedendo il passaggio eccessivo di calore. Questo si traduce in ambienti molto più freschi nella stagione estiva con un risparmio di energia elettrica per il condizionamento dell’aria stimato tra il 15 e il 50%.

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Data articolo: Mon, 12 Feb 2018 19:00:22 +0000
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Bananacoin, la criptovaluta legata alle banane del Laos

Si parla molto di bitcoin e di criptovalute e noi di green vi introduciamo un concetto diverso e vincolato alla terra e all'agricoltura: il bananacoin

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In questo particolare momento storico si fa un gran parlare di cripto valute e di bitcoin. Il termine bitcoin nello specifico è entrato nelle case di svariati milioni di italiani durante la prima sera del festival di Sanremo durante l’intervento di Fiorello; probabilmente uno dei momenti più visti della TV di quest’anno. E proprio ora che tutti più o meno iniziamo a capire di cosa parliamo quando parliamo di moneta digitale e di bitcoin noi di green.it facciamo un passo in avanti e vi introduciamo un nuovo ed intrigante argomento: la bananacoin.

banana coin

Che cos’è Bananacoin?

Bananacoin è prima di tutto un team di professionisti con una grande esperienza nella gestione delle prima e unica piantagione di banane Eco in Laos che coltiva e vende in maniera duratura e con profitto banane da oltre tre anni. L’obiettivo di Bananacoin è quello di rompere la tradizionale catena del business, decentrandola e portandola oltre le tradizionali istituzioni finanziarie tradizionali. Fanno parte del team oltre quaranta esperti.

bananacoin

Un business in crescita

Sulla terra che coltiva Bananacoin si sarebbero potuti coltivare tanti altri frutti e prodotti della terra: dai mango alla papaia, passando per il frutto della passione. E allora perché le banane? Perché sono un bene richiesto. Sempre in crescita e che difficilmente conoscerà la crisi. Insomma si tratta di un bene rifugio di breve vita e a sfondo agricolo. Inoltre la più alta domanda di banane arriva dalla Cina. Una terra che si è vista privata recentemente di ben 18 società specializzate nella coltivazione di banane perché non rispondevano a dei requisiti minimi di sicurezza nell’uso di prodotti agricoli e chimici. Questo significa che per Bananacoin il lavoro aumenterà anzi è già aumentato del 88% verso la Cina nel biennio 2014-2015 e i prossimi dati, che chi giura che saranno spaventosamente – ancora – in aumento.

bananacoin

Qualità Lady Finger

La società non usa prodotti chimici ed è al 100% ecologica e biologica. Il tipo di banane che vengono coltivate sono le Lady Finger: piccoli frutti lunghi fino a 12,5 cm, e rappresentano nel sud est asiatico il tipo di banana più comune.

Bananacoin e il mercato finanziario

Bananacoin sta usando un crowdfunding particolare. Per attrarre finanziatori ha introdotto nel mercato una moneta virtuale, appunto il bananacoin. L’emissione della valuta sarà decisa e collegata dal prezzo di esportazione delle banane con la garanzia per chi ci investirà che il mercato – come abbiamo visto sopratutto in Cina – è in forte espansione.
L’emissione di monete è stata dettata dalla necessità di espansione dei terreni. Sviluppare un terreno di 360 ettari costerà circa 7 milioni e mezzo di dollari. Questo aumento garantirebbe più del raddoppio del capitale e al momento il valore di un bananacoin è ancorato al prezzo di 1 kg di banane. Si tratta di un valore di poco inferire a un dollaro e che le condizioni del mercato delle banane del sud est asiatico garantiscono abbastanza sicuro se non in crescita.

E voi siete pronti a scommettere in bananacoin? Magari ne parlerà Fiorello il prossimo anno ancora dal palco dell’Ariston.

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Data articolo: Mon, 12 Feb 2018 12:00:53 +0000
Roma
Risorse idriche: Cape Town verso il Day Zero

Dopo la crisi estiva di Roma le risorse idriche iniziano a scarseggiare in un'altra grande capitale: Cape Town che si appresta a vivere il suo Day Zero

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Lo stato di allarme durava da ormai tre anni e oggi quella che era soltanto una possibilità, un eventuale rischio, sta diventando un incubo… e non è un sogno: è tutto reale. Città del Capo sta finendo le risorse idriche e rischia di diventare la prima grande città del mondo a rimanere senza acqua.

Risorse idriche in ribasso, il caso Roma

Appena questa estate la nostra Capitale si era trovata a vivere una riduzione delle risorse idriche che aveva portato ad un uso parziale e alternato della rete idrica. La vicenda aveva generato non poche polemiche oltre che una piccola “crisi civile” con persone in preda al panico alla ricerca di bottiglie, taniche e sopratutto notizie certe sulla vicenda. La soluzione – nonostante un momento di reale crisi – si risolse tutto sommato senza troppi disagi (con il lago di Bracciano semi prosciugato) e con la chiusura di buona parte delle fontanelle della città. Fontanelle che ad oggi, in pieno inverno e senza nessuna crisi delle risorse idriche all’orizzonte sono ancora chiuse.

Risorse idriche

Da Roma a Cape Town

La capitale del Sud Africa non è quindi la sola, anche se sembra che la situazione in questo caso sia sensibilmente più grave. Pochi giorni fa i livelli delle dighe sono scesi al 26%, rispetto al 26,3% di due giorni prima e al 26,6% della scorsa settimana. A cape Town vige una legge che regola le risorse idriche ed è la seguente: una volta che le dighe raggiungono il 13,5%, l’approvvigionamento idrico comunale si interrompe per tutti i servizi, tranne quelli essenziali, come ospedali e aree commerciali chiave.

Risorse idriche in diminuzione, il Day Zero

Quel giorno, il giorno del punto del non ritorno, quello del raggiungimento del 13,5% è chiamato il Day Zero, il Giorno Zero. Il momento in cui i rubinetti verranno definitivamente chiusi ai cittadini. Per ora le condizioni di allerta hanno imposto un nuovo limite individuale di acqua di massimo 50 litri al giorno a partire da febbraio. Tale obiettivo potrebbe essere difficile da soddisfare, perché il 55% dei quattro milioni di abitanti di Città del Capo si calcola che usi almeno 87 litri di acqua al giorno.

Risorse idriche

I primi disordini pubblici

La crisi delle risorse idriche ha già sollevato tensioni e pochi giorni fa sono arrivati i primi disordini pubblici e i primi arresti in seguito a una rissa esplosa nel centro della città a causa dei malumori su questa situazione.

Qualche buona notizia

Forse c’è anche qualche buona notizia all’orizzonte. Sembra infatti che le prime restrizioni stiano portando qualche risultato. Il leader dell’alleanza democratica, Mmusi Maimane, che guida la campagna Defeat Day Zero (sconfiggi il giorno zero), ha annunciato che il Day Zero è stato spostato indietro già di quattro giorno rispetto a quanto precedentemente previsto. “Grazie agli sforzi nel risparmiare le risorse idriche da parte di molti residenti di Città del Capo, posso confermare che abbiamo iniziato a respingere il Day Zero, che ora è previsto per il 16 aprile 2018”, ha affermato il politico che poi ha proseguito:
“Respingere Day Zero di quattro giorni potrebbe non sembrare molto, ma in realtà è una vittoria significativa: dimostra che i residenti si stanno unendo e stanno riducendo il consumo di acqua“. Un’azione che in effetti dimostra non tanto delle soluzioni al problema (che certamente resta) ma quanto il problema sia entrato nelle coscienze civili e sia stato compreso da tutti.

Una lotta costante

La battaglia per sconfiggere il Day Zero è soltanto iniziata e presto potrebbe ulteriormente inasprirsi. Secondo il New York Times Cape Town è diventata più calda negli ultimi anni e il clima decisamente più secco rispetto al secolo scorso, secondo Piotr Wolski, un idrologo dell’Università di Città del Capo che ha misurato le precipitazioni medie dall’inizio del ventesimo secolo ad oggi. “I modelli climatici mostrano che Cape Town è destinata ad affrontare un futuro più arido, con le piogge che diventeranno sempre più imprevedibili nei prossimi decenni”

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Quattro anni di pioggia

Secondo Greenpeace Africa servirebbero quattro anni di pioggia continuativa prima che vengano ripristinati i livelli delle dighe e chiede al presidente del Sudafrica Jacob Zuma di dichiarare immediatamente le aree più colpite da questa situazione perché: “Dichiarare queste zone è al momento l’unico modo per garantire che ogni struttura governativa possa mobilitare le risorse necessarie per rispondere in modo efficace”, ha affermato l’organizzazione ambientale in una petizione . “Il fatto che ciò non sia accaduto è un fallimento catastrofico nella leadership in un momento in cui i sudafricani ne hanno più bisogno”.

Per chi sostiene che un giorno le guerre si combatteranno per l’approvvigionamento dell’acqua il nome Day Zero susciterà di certo dei ricordi da film post apocalittico, ma il punto è che forse è tutto vero e a sbagliare è chi prende sotto gamba la questione.

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Data articolo: Mon, 12 Feb 2018 07:00:00 +0000

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