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News sul riciclo rifiuti e scarti green.it

#riciclo #rifiuti #scarti #green.it

plastica
MIWA è la start-up che mira ad eliminare gli imballaggi di plastica nei supermercati

Un processo tecnologico che consente il trasporto, la vendita e l'acquisto di prodotti con una sostanziale riduzione dei rifiuti di plastica.

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Eliminare gli scarti, in particolare quelli plastici, ancor prima di produrli. È il precycling –traducibile con il termine pre-riciclo in italianoil concetto base dietro MIWA, una delle start-up vincitrici del Premio The New Plastics Economy Innovation promosso dalla Ellen MacArthur Foundation, fondazione leader nella promozione di un modello di business basato sull’economia circolare. Secondo Petr Baca, fondatore e CEO di MIWA, modificando la produzione e l’utilizzo delle materia plastiche sarà possibile concretizzare un cambiamento globale in cui le innovazioni e i nuovi investimenti, considerati ad oggi visionari, rappresenteranno la quotidianità.

È sempre più evidente, infatti, come la quantità di plastica prodotta e il suo mancato riciclo e riutilizzo sia un problema urgente, tanto da richiamare l’attenzione di decisori politici. Proprio per questo, a inizio anno l’Unione Europea ha mosso i primi passi verso l’adozione di un modello di economia, innovativo e circolare, che miri a tutelare l’ambiente da una parte e a diminuire lo spreco di risorse dall’altro. Secondo la nuova strategia, entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica sul mercato saranno riciclabili,  l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso sarà ridotto e l’uso intenzionale di microplastiche sarà limitato.

MIWA è un sistema che consente il trasporto, la vendita e l’acquisto di prodotti con una sostanziale riduzione dei rifiuti di plastica. Com’è nata questa idea?

In qualità di ex amministratore delegato di Cocoon, una società di consulenza, sono nel settore del packaging da quasi 20 anni e non ho potuto non notare l’impatto negativo degli imballaggi monouso sull’ambiente. E così ho iniziato a chiedermi se esistesse un’opzione migliore. Mi sono reso conto che la nostra società ha fatto dei grandi progressi che si sono rivelati, a volte, dannosi. La confezione usa e getta è stata creata per comodità, ma gli effetti negativi hanno superato quelli positivi. Credo che la tecnologia moderna sia pronta per una soluzione atta a superare l’attuale mentalità verso gli imballaggi usa e getta, responsabili della maggioranza di inquinamento plastico nel mondo. Con MIWA, ideata nel 2014, vogliamo fare un passo in più: non creare alcun rifiuto proveniente dagli imballaggi.

MIWA

Qual è la mission di MIWA?

MIWA vorrebbe prevenire la creazione di rifiuti dagli imballaggi e avere un impatto ambientale ridotto al minimo in termini di materie plastiche. Il nostro obiettivo ultimo è mostrare alle persone e alle aziende che è possibile ridurre o eliminare a monte la quantità di rifiuti che finiranno in discarica. Il cosiddetto “precycling” non è solo fattibile ma ha senso anche dal punto di vista economico e vorremmo implementare questo modello come standard nel processo di acquisto e distribuzione delle merci. Gli esistenti sistemi di gestione dei rifiuti (principalmente riciclaggio) non sono sufficienti e non stanno risolvendo il problema. Ridurre o rimuovere a monte la quantità di rifiuti d’altra parte, impedisce che lo spreco venga creato, eliminando così tutti gli effetti negativi legati alla sua esistenza. Applicare il pre-riciclo nella vita reale è limitato da barriere tecniche e soprattutto dalla mancanza di informazioni disponibili. L’obiettivo di MIWA è quello di cambiare questo approccio con la sua tecnologia e una intensa campagna di sensibilizzazione.

Come funziona MIWA?

MIWA è un sistema tecnologico e di processo per il trasporto, la vendita e l’acquisto di merci che riduce i rifiuti di imballaggio lungo l’intera catena di fornitura, dai produttori alle famiglie. MIWA crea un completo ecosistema aziendale che collega produttori, rivenditori e clienti. Il funzionamento è semplice e si integra bene con la tecnologia già esistente; si basa su contenitori riutilizzabili che vengono riempiti o svuotati a seconda della necessità. Il produttore riempie il contenitore e lo consegna al negozio dove è presente un magazzino appositamente pensato in questi termini. Durante lo spesa, il prodotto viene trasferito direttamente dal contenitore del produttore ad un contenitore del cliente, da rendere o ecologico. Ogni contenitore è dotato di un chip RFID e l’intero sistema è collegato grazie a un sistema informativo. Per l’acquirente e i rivenditori forniamo un’app per lo shopping.

MIWA

Cosa rende MIWA innovativo rispetto ad altri supermercati che utilizzano prodotti senza imballaggi?

MIWA non si applica a una sola parte della catena, ma è un sistema completo. Non ci occupiamo solo della vendita di merci non imballate, ma dell’intera catena di approvvigionamento: dal produttore alla famiglia. L’obiettivo è ridurre al minimo l’imballaggio monouso durante il trasporto, lo stoccaggio e la vendita delle merci; anche perché durante questi processi vengono creati molti rifiuti inutili (imballaggio secondario e terziario) e gli attuali negozi senza imballaggi non possono purtroppo occuparsene.

MIWA si distingue anche per l’efficienza dell’intero sistema. Il nostro approccio alla minimizzazione dei rifiuti è altamente pragmatico e siamo ben consapevoli del fatto che, se vogliamo che il sistema funzioni, deve essere vantaggioso e “attraente” per tutte le parti coinvolte: produttori, rivenditori e soprattutto per i clienti. Il sistema è progettato per ridurre l’impatto ambientale, ma anche per generare profitto per le aziende e assicurare un’esperienza di acquisto per i clienti semplice e comoda.

MIWA

MIWA semplifica la logistica e i processi di approvvigionamento, e cerca anche di affrontare gli ostacoli che attualmente impediscono ai rivenditori di adeguarsi alle vendite senza imballaggio, ad esempio igiene e manipolazione dei beni senza imballaggio. Grazie alla tecnologia, connettiamo il mondo digitale e quello reale direttamente nello store, offrendo la possibilità di un innovativo modo di fare shopping e garantendo al tempo stesso i migliori standard igienici. Vogliamo rendere l’esperienza di acquisto senza imballaggio altrettanto conveniente del modello standard nel supermercato “normale”, o anche meglio. Nel complesso, siamo i primi in termini di complessità della soluzione e connessione della tecnologia con la sostenibilità. Secondo le nostre informazioni, tale sistema non è stato creato o utilizzato finora.

Il sistema di contenitori elaborato da MIWA è adatto a qualsiasi tipo di cibo?

È adatto sia per prodotti alimentari che non alimentari (finora circa 350 prodotti). Per esempio trattiamo farina, zucchero, sale, spezie, caffè, cereali, riso, pasta, legumi, noci e semi, dolci, ketchup, senape, salse, miele, marmellata, etc. Per i prodotti non alimentari abbiamo detersivo in polvere, prodotti per la pulizia, sodio, prodotti granulari, alimenti per animali domestici, compresse (ad esempio per lavastoviglie), gel, shampoo, sapone. Il sistema non è -ancora- adatto per carne o prodotti caseari.

MIWA

Quali sono le principali sfide per un’implementazione su larga scala che coinvolga tutti, dai produttori ai consumatori?

La sfida più grande è cambiare le abitudini e il pensiero delle persone. Familiarizzare con il pre-riciclo, integrandolo nella vita quotidiana come un nuovo modello di fare acquisti. Lo stesso vale per le aziende, dobbiamo dimostrare loro che la minimizzazione dei rifiuti ha senso dal punto di vista ambientale, ma anche economico.

Parlando di produttori e rivenditori, dovendo cambiare tutto il loro sistema, come avete pensato di coinvolgerli?

I produttori con cui abbiamo parlato sono in genere entusiasti del sistema. L’approccio rende infatti le cose più facili per loro e non hanno bisogno di occuparsi della confezione, il che riduce alcuni costi. Il principale vantaggio per i rivenditori risiede invece nella logistica e una migliore gestione del negozio grazie alla tecnologia RFID nei contenitori e nel sistema informativo. Occupandoci anche della logistica, non è necessario modificare la catena di produzione. Grazie alla modularità del sistema, non è necessario modificare neanche lo spazio del negozio, perché il sistema può essere installato praticamente in qualsiasi ambiente di qualsiasi dimensione.

Il progetto pilota (= il primo ecosistema) sarà realizzato qui a Praga, nella Repubblica Ceca. Dopodiché, replicheremo all’estero, iniziando dall’Europa, per poi espanderci ulteriormente.

MIWA

MIWA ha vinto il premio The New Plastics Economy Innovation prize della Ellen MacArthur Foundation. Come sono stati pianificati i prossimi 12 mesi?

Come vincitori del premio ora parteciperemo al programma di incubazione californiano denominato Think Beyond Plastic. Il programma prevede una collaborazione intensa di un anno con esperti di sviluppo del business, branding, protezione PI, investimenti e altre aree. In generale, il programma di accelerazione dovrebbe aiutare i progetti a entrare in contatto con investitori globali e partner strategici.

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Data articolo: Mon, 26 Mar 2018 10:00:58 +0000
vetro
Gli italiani eleggono il vetro materiale sostenibile per eccellenza: siamo i primi consumatori d’Europa.

Ecologico, riciclabile, sicuro per conservare gli alimenti. L’Italia si fida di uno dei materiali più antichi da sempre sul mercato.

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Vetro materiale sostenibile? Sì, lo è per 28 milioni di Italiani che non rinuncerebbero mai alla sua versatilità. Al primo posto tra gli adulti spopolano le motivazioni legate alla salute dei cibi, tra i millennials invece “vetro” significa soprattutto materiale riciclabile.

Europei ed italiani amanti del vetro

Cosa usano gli europei per conservare i cibi o per portarsi il pranzo in ufficio? Una persona su due utilizza proprio contenitori in vetro. Ne sono contenti? Pare proprio di sì, l’85% dei cittadini comunitari e il 91% degli italiani lo consiglia vivamente.

Lo studio ha rivelato che è proprio l’Italia il paese in Europa con la più alta percentuale di gradimento nei confronti di questi antico materiale: addirittura il 6% in più rispetto alla media EU!

Vetro materiale sostenibile anche per l’economia

Una particolare simpatia che si riflette anche nella nostra economia e nell’occupazione: la produzione di bottiglie in vetro nei primi dieci mesi del 2017 ha goduto di un incremento dell’1,8% rispetto al 2016.
La lavorazione di 3,7 milioni di tonnellate di materiale (circa 62 kg per abitante) offre lavoro a 36 mila addetti e garantisce un fatturato di 1,5 miliardi di euro l’anno.

Il vetro è uno di quei materiali che possono essere riciclati al 100%: tra le bottiglie che ci passano sotto le mani 9 su 10 sono riciclate. Un materiale più eco-friendly di così è davvero difficile da trovare.
Le previsioni sono ottimiste: nei prossimi anni la percentuale di riciclaggio potrebbe raggiungere il 75%, ovvero due terzi del totale!

Il riciclaggio facilita la vita fiscale delle industrie riducendo drasticamente i costi di produzione se comparati al materiale vergine. Non solo, il beneficio è anche ambientale: è stato stimato che, in 10 anni di riutilizzo dei vetri usati, siano state emesse il -20% di emissioni di azoto, -9% di zolfo e -50% di polveri.

Una fiducia sempre solida tra italiani e vetro

Vetro materiale sostenibile che viene incontro alla mutata percezione degli italiani nei confronti dell’ambiente e della loro stessa salute.

Sono 28 milioni gli italiani che non lo sostituirebbero mai con altri materiali. Per quasi la metà di noi è impensabile comprare del vino in un packaging che non sia di vetro; circa il 31% invece non rinuncerebbe mai ad una bottiglia di birra!
L’81% degli italiani lo considera il packaging più sostenibile in assoluto.

Questi sono i dati dell’ultimo studio Censis chiamato “Valore sociale di prodotti e attività dell’industria vetraria in Italia” che ha indagato il rapporto tra italiani e vetro, vetro e ambiente.

Solo una questione di tradizione? No.
Al primo posto c’è la sicurezza alimentare. Il 65% dei nostri compatrioti lo reputa più sicuro per gli alimenti: dura nel tempo, non assorbe l’odore dei cibi e, quando scaldato, non li contamina con il rilascio di micro particelle o sostanze potenzialmente tossiche come avviene invece con plastiche di bassa qualità.

Nuovi valori per i giovanissimi

Sono però le nuove generazioni quelle che ritengono il vetro materiale sostenibile e versatile per eccellenza: al primo posto nella loro visione non c’è tanto tradizione o igiene, ma rispetto per la natura. Chiedendo ai millennials quale fosse l’aggettivo più adatto al vetro quasi il 30% ha risposto “ecologico” o “riciclabile”.
Nella concezione dei giovani infatti questo materiale è il paradigma di un potenziale infinito ciclo di raccolta e riutilizzo. E quindi anche un simbolo di economia circolare.

“Questa indagine, che vede l’Italia tra le prime nazioni d’Europa per la scelta di contenitori in vetro, più rispettosi dell’ambiente, più sicuri per gli alimenti e simboli dell’economia conferma una tendenza in atto, che vede in Italia consumatori sempre più attenti alla salute e alla sostenibilità dei prodotti alimentari. Ormai non si legge solo l’etichetta di un prodotto, ma si tiene conto anche della sostenibilità dei contenitori”. Marco Ravasi, Presidente dei contenitori in vetro di Assovetro

Infinite forme, colori, infiniti utilizzi e riutilizzi

Con il vetro si può giocare con forme diverse per supplire a varie necessità. La sua antica tradizione artigiana ci permette di arricchirlo di colori per dare libero sfogo ad esigenze estetiche senza trascurare il design.

vetro materiale sostenibile

Soprattutto, come rivelato dal Censis, il vetro è uno di quei materiali di cui la nostra società ha bisogno: è ecologico e, con l’aiuto dei consumatori, potrebbe non divenire mai rifiuto grazie al suo essere riciclabile al 100% (senza perdere le sue proprietà).

Il fatto che gli italiani gli siano così affezionati è sintomo di una società stanca dell’usa e getta, attenta alla propria salute e all’inquinamento ambientale.
Il valore che le nuove generazioni danno ai materiali riutilizzabili inoltre ci fa ben sperare in un futuro più green.

“L’ indagine del Censis dimostra come oggi il vetro sia sulla frontiera più avanzata dell’innovazione e delle culture sociali e interpreti, meglio di altri materiali, il nostro tempo, diventando protagonista assoluto dei comportamenti, per i quali la sostenibilità è criterio d’elezione. Anche i numeri dimostrano questo crescente appeal del vetro: nei primi 10 mesi del 2017 la produzione di contenitori in vetro è aumentata del 2,05% rispetto allo stesso periodo del 2016”. Marco Ravasi, Presidente della sezione vetro cavo di Assovetro

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Data articolo: Wed, 14 Feb 2018 19:00:40 +0000
rifiuti
Packaging: anelli biodegradabili per le confezioni da sei di birra

In Florida la SaltWater Brewery sperimenta per la prima volta anelli biodegradabili per le sue confezioni da sei di birra. Un’azione concreta contro l’inquinamento da plastica.

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I classici anelli di plastica utilizzati per le confezioni da sei di birra hanno i giorni contati. La start-up E6PR ha realizzato un packaging fatto da anelli biodegradabili ottenuti da grano e orzo, perfettamente ingeribili dagli animali e degradabili nel giro di quindici giorni nel caso in cui dovessero essere abbandonati per strada. I famigerati anelli di plastica per la birra sono solo un esempio dei materiali che spesso finiscono per inquinare i nostri mari. Il rischio, nel caso degli anelli plastici, è doppio visto che possono intrappolare gli animali agendo come vere e proprie ragnatele e possono anche essere ingeriti dai pesci finendo per intossicare la catena alimentare. L’inquinamento da plastica e microplastica è uno dei problemi più noti a livello globale ed è una tematica a cui moltissimi paesi ed aziende stanno cercando di porre rimedio con azioni concrete: l’UE ha avviato  un programma per assicurarsi che tutti gli imballaggi utilizzati nei paesi della UE siano riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, McDonald promette di  utilizzare solo imballaggi riciclati o provenienti da una filiera sostenibile certificati, l’Inghilterra sta per testare bustine di tè (contenenti polipropilene) completamente biodegradabili. Ora anche gli anelli biodegradabili della birra potranno contribuire a ridurre l’inquinamento da plastica.

birra green

Anelli biodegradabili per una birra più green   

La start-up E6PR ha dovuto faticare non poco per arrivare ad ottenere questo prodotto: “Portare gli anelli biodegradabili a questo livello è stato davvero impegnativo – afferma Francisco Garcia, Chief Operating Officer di E6PR – visto che si tratta di un packaging realizzato da grano e orzo, tecnicamente commestibile, anche se sconsigliato per consumo umano”. Il prossimo step, fanno sapere dalla start-up, sarà quello di ottenere una confezione derivante dagli scarti della produzione della birra. Poiché la composizione degli anelli varierebbe in base al tipo di birrificio da cui deriva, E6PR ha preferito lanciare un prodotto che sapeva avrebbe funzionato.

Se gli anelli biodegradabili dovessero funzionare la strada per allargare questo tipo di packaging ad altri produttori di birra sarà in discesa. Attualmente E6PR, oltre a collaborare con il birrificio SaltWater, sta avviando una collaborazione con un grande produttore per testare la scalabilità del prodotto.  “Per Big Beer – dichiara Marco Vega, co-founder dell’agenzia pubblicitaria “We believers” e collaboratore di E6PR – è fondamentale non solo produrre anelli biodegradabili, ma produrli in base ai grandi ritmi di lavoro richiesti”. Ora che la start-up ha lanciato ufficialmente il suo primo packaging, l’idea è di poter applicare la stessa soluzione ad altre bevande e rendere il mondo degli imballaggi per alimenti più sostenibile. Solo così riusciremo ad abbattere il dato secondo cui, ogni anno più di otto milioni di tonnellate di plastica, finiscono nei nostri mari.

inquinamento da plastica

Circular Materials Challenge: il futuro degli imballaggi è green

E6PR con i suoi anelli biodegradabili per birra è solo una delle start-up dedicate alla produzione di imballaggi sostenibili. In questi giorni durante il World Economic Forum a Davos sono stati proclamati i vincitori della “Circular Materials Challenge”, l’iniziativa promossa dalla Fondazione  Ellen MacArthur  che premia (con 200 mila dollari!) i migliori progetti rivolti al mondo degli imballaggi green. Tra i vincitori di quest’anno  ci sono nuovi materiali compostabili ricavati in parte da scarti alimentari e da rifiuti agricoli. Questi materiali sono idonei per confezionare barrette di cereali, patatine, detersivi e persino prodotti come il riso. Siamo certi che con il tempo arriveranno altre soluzioni perché i rifiuti derivanti dall’uso smisurato della plastica è un problema ambientale che non può più essere rimandato.

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Data articolo: Mon, 05 Feb 2018 11:00:04 +0000
Super Bowl sostenibile
Super Bowl sostenibile: gli Usa insegnano come ridurre l’impatto ambientale dei grandi eventi

Cibo e bevande in contenitori compostabili e partnership con aziende per la gestione dei rifiuti. Il programma Rush2Recycle per un Super Bowl sostenibile

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Tutti i grandi eventi sono responsabili della produzione di un quantitativo di rifiuti difficili da gestire e smaltire. Come invertire la rotta e fare in modo che l’area post-evento non si trasformi in una discarica a cielo aperto? A dare il buon esempio è l’iniziativa che si sta sviluppando dietro la finale del campionato della National Football League (NFL), la lega professionistica statunitense di football americano, che si terrà il prossimo 4 febbraio al Bank Stadium di Minneapolis e che si appresta ad essere il primo Super Bowl sostenibile.

Il programma Rush2Recycle

La NFL, in collaborazione con PepsiCo, Aramark, lo US Bank Stadium e la Minnesota Sports Facilities Authority ha lanciato un programma che si chiama Rush2Recycle e che prevede una serie di interventi che hanno come obiettivo il riciclo di oltre il 90% dei rifiuti che verranno prodotti in occasione dell’evento, stimati in 40 tonnellate. Per raggiungerlo, tutti i partner coinvolti si sono impegnati innanzitutto nella produzione di prodotti compostabili o riciclabili, pensiamo al packaging del cibo o delle bevande che saranno vendute nello stadio, e nella gestione sostenibile di quella percentuale, bassa, di scarti, come la plastica, che verranno raccolti per essere bruciati e convertiti in energia.

super bowl sostenibile

Un modello di gestione sostenibile dei grandi eventi replicabile

Un’iniziativa simile era già stata sperimentata tre anni fa in occasione del Super Bowl in Arizona, ma in quel caso lo sforzo è stato relegato all’evento. Questa volta invece tutti i partner coinvolti hanno cercato di lavorare per sviluppare un modello di Super Bowl sostenibile che possa essere applicato a qualsiasi evento.

“Ciò che distingue questa iniziative da quelle del passato- ha dichiarato Jack Groh, direttore del programma ambientale della NFL. “è che c’è la volontà di impegnarsi non soltanto per un giorno, ma di collaborare per cambiare il paradigma.”

L’obiettivo finale, insomma, è quello di inaugurare un nuovo modello di gestione sostenibile dei grandi eventi.

Contenitori e imballaggi compostabili

Oltre allo sforzo da parte delle aziende nel produrre contenitori e imballaggi per cibi e bevande che siano compostabili o almeno riciclabili, il programma Rush2Recycle ha previsto una serie di misure per facilitare lo smaltimento dei rifiuti. Innanzitutto tutti i bidoni della spazzatura presenti nello stadio saranno proposti in tre tipologie: quelli dedicati al compost, ai materiali da riciclo o ai rifiuti indifferenziati. E per essere facilmente identificabili, avranno delle immagini stampate dei rifiuti che devono accogliere.

I visitatori saranno ad ogni modo aiutati dallo staff, che si occuperà sia di fornire indicazioni sia di controllare che le regole vengano rispettate.

Grazie a una serie di partnership siglate con aziende di diversi settori, tutti i rifiuti che verranno raccolti in occasione del Super Bowl sostenibile, avranno una seconda vita. Potranno essere utilizzati per la produzione energetica oppure per la realizzazione di oggettistica da riciclo.

Campagna social media per la sensibilizzazione

Come in ogni caso, la comunicazione è uno degli aspetti fondamentali da gestire per la riuscita di qualsiasi iniziativa del genere. E gli organizzatori hanno puntato molto sul coinvolgimento dei partecipanti all’evento grazie a una campagna di social media e il lancio di un sito web dedicato, dove si trovano tutte le informazioni sul programma, oltre a consigli utili sulla gestione dei rifiuti.

Per il Super Bowl sostenibile uno stadio certificato Leed Gold

super bowl sostenibile

Un ulteriore contributo alla riduzione dell’impatto ambientale dell’evento calcistico arriva anche dalla struttura che lo ospiterà. L’ US Bank Stadium di Minneapolis è una delle strutture sportive più sostenibili al mondo. Avvolto in un involucro sfaccettato, l’edificio ha una forma scultorea di ispirazione scandinava. Il tetto inclinato è in gran parte realizzato in ETFE ( Etilene Tetrafluoro Etilene), un polimero contenente atomi di fluoro, che grazie al loro legame eccezionalmente resistente, danno vita ad un materiale plastico trasparente in grado di sopportare alti livelli di sollecitazioni termiche e aggressioni chimiche.

Il vantaggio del materiale è quello di essere estremamente leggero, trasparente, e quindi di favorire l’ingresso di luce naturale, ma al tempo stesso molto resistente.

Questa soluzione, oltre all’implementazione di un sistema di illuminazione a led e di un’impiantistica ad alta efficienza, hanno permesso allo stadio di ottenere la certificazione Leed Gold.

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Data articolo: Sun, 04 Feb 2018 11:00:56 +0000
packaging sostenibile
Dalla Coca Cola ai trucchi: alla ricerca del packaging sostenibile

Come si crea un packaging sostenibile? Come si eliminano i materiali inquinanti negli imballaggi? Una bevanda e la cosmetica cercano delle risposte.

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Come si crea un packaging sostenibile? Come si combattono l’uso e l’abuso di plastica e materiali altamente inquinanti negli imballaggi? Una nota bevanda e l’industria della cosmetica cercano di trovare delle risposte. 

Packaging sostenibile l’obiettivo della Coca Cola

Viene acquistata quotidianamente, utilizzata per pochi minuti dopo i quali diventa immediatamente un rifiuto. Il destino di una bottiglia di plastica si riduce spesso a questo: una vita brevissima e un elevato impatto sull’ambiente. Da anni la The Coca-Cola Company è impegnata nell’ideazione e nella creazione di un packaging sostenibile e rinnova il suo impegno prefissandosi due traguardi precisi: vendere in tutto il mondo confezioni riciclabili al 100% entro il 2025 e riciclare l’equivalente del 100% delle stesse entro il 2030.

Packaging sostenibile per avere a cuore il pianeta

“Con questa nuova strategia investiamo sui nostri packaging e nelle comunità in cui operiamo affinché il recupero degli imballaggi diventi un problema del passato” ha dichiarato James Quincey, Presidente e CEO di The Coca-ColaCompany.
Gli obiettivi di vendita di packaging sostenibile e di riciclo prefissati dalla The Coca-Cola Company tengono conto delle reali abitudini dei consumatori: se è vero che eliminare il packaging è un’utopia, è vero anche che il suo impatto può essere notevolmente ridotto tramite l’uso di materia prima riciclabile e tramite il suo recupero dopo l’utilizzo.
“I consumatori in tutto il mondo hanno a cuore il nostro pianeta”, ha commentato Quincey. “Vogliono e si aspettano che aziende come la nostra facciano da apripista e contribuiscano a rendere il mondo il meno inquinato possibile. Attraverso la nostra visione globale per un mondo libero dai rifiuti, stiamo investendo nel nostro packaging e nelle comunità in cui operiamo, per fare la nostra parte affinché il problema degli imballaggi diventi un ricordo del passato.”

Packaging sostenibile

Obiettivo riciclabilità al 100%

Come primo obiettivo Coca Cola, insieme ai suoi partner imbottigliatori, si impegna a produrre entro il 2025 confezioni al 100% riciclabili, riducendo la percentuale di plastica, utilizzando materiali riciclati o sviluppando resine a base vegetale. Entro il 2030, inoltre, produrrà bottiglie costituite per il 50% da materiale riciclato.
Il secondo obiettivo interesserà tutte le comunità in cui la compagnia è presente: entro il 2030, per ogni bottiglia o lattina venduta, indipendentemente da chi verrà prodotta, l’azienda si impegna a favorirne la raccolta e il riciclo investendo risorse per aiutare i consumatori a capire cosa, come e dove riciclare, lavorando accanto alle comunità locali, ai partner industriali, ai clienti e ai consumatori per contribuire ad affrontare problemi come quello dei rifiuti nei nostri mari.

Packaging sostenibile per ridurre l’impatto ambientale

Coca Cola in Italia, con i suoi partner imbottigliatori, sta lavorando per trovare formati e materiali in grado di ottimizzare e ridurre l’impatto ambientale del packaging dei prodotti, sia durante il processo produttivo sia dopo l’utilizzo di bottiglie e lattine.
Coca Cola HBC Italia, principale imbottigliatore e produttore dei prodotti The Coca-Cola Company sul territorio nazionale, si impegna costantemente nel ridurre e ottimizzare peso e volume dei propri imballaggi anche attraverso l’alleggerimento della capsula delle bottiglie da 0,5 litri utilizzata in tutti i siti produttivi dell’azienda.

Packaging sostenibile

Dentro al mondo della bellezza (e del packaging sostenibile)

L’ultima tendenza nel mondo del business del beauty non ha nulla a che fare con le maschere di bellezza o i contorni occhi o l’ultimo colore di smalto. In realtà, l’ultima tendenza non ha proprio nulla a che fare con la bellezza, ma piuttosto con il salvataggio della terra; sono infatti molte le aziende di bellezza che stanno partecipando a delle iniziative per rendere più sostenibile il loro business a iniziare dalla confezione del loro prodotto. La maggior parte dei prodotti di bellezza sono impacchettati e venduti dentro imballaggi di plastica elaborati. Basta fare mente locale e pensarci ogni volta che tonati da una sessione di shopping abbiamo dovuto staccare strati di cellophane e plastica solo per arrivare alla scatola del dopobarba o della crema. Per non parlare della gestione del “post”. Dopo aver usato fino all’ultima goccia, getti il ​​tubetto per mascara o il vasetto per la crema da notte direttamente nella spazzatura. Una piccola parte della plastica utilizzata per il trucco e i prodotti per la cura della pelle è riciclabile e la maggior parte finisce nelle discariche. Lì, rimarrà per anni e impiegherà circa mille anni per decomporre.

Packaging sostenibile

Cosa fare?

Le aziende di bellezza hanno cercato di mitigare il loro impatto sull’ambiente per anni. Nel 2010, una manciata di aziende ha contribuito a rendere l’imballaggio eco-compatibile una tendenza . Eppure, la tendenza è passata, e nel complesso l’industria della bellezza ha ancora lottato per diventare veramente eco-friendly. Questa situazione è in gran parte dovuta al fatto che i prodotti di bellezza hanno esigenze di confezionamento uniche che rendono l’approvvigionamento di materiali rispettosi della terra una seria sfida. In altre parole, i marchi che cercano di realizzare imballaggi di bellezza sostenibili non possono semplicemente mettere i loro prodotti dentro a bottiglie riciclabili, ma devono considerare in che modo i loro prodotti verranno impattati da quella confezione.

Si tratta di una sfida nella sfida, molto più complessa rispetto alla case history di Coca Cola e sicuramente più aperta allo sviluppo e all’innovazione. Una nuova frontiera del packaging sostenibile sta per essere superata. Non resta che attendere i prossimi sviluppi.

 

 

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Data articolo: Fri, 02 Feb 2018 11:00:36 +0000
rifiuti
Esportazione di rifiuti plastici: la Cina respinge il materiale riciclabile degli altri paesi

Molti gli stati sommersi dalla propria plastica. Una spinta verso l’indipendenza nel settore riciclaggio?

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La Cina dice no all’ esportazione di rifiuti plastici degli altri paesi. Con il 2018 Pechino non accetterà più plastica e carta dall’occidente.

Una crociata contro quella che i cinesi definiscono yanglaji, spazzatura straniera, culminata con l’innalzamento degli standard di purezza del materiale in arrivo. Praticamente una chiusura delle frontiere all’immondizia.

La crisi dell’ esportazione di rifiuti plastici

La Cina nel solo 2016 ha ricevuto, secondo il Bureau of International Recycling,  7,3 milioni di tonnellate di plastica e 27 milioni di tonnellate di carta: il paese tratta da sola la metà globale di questi due materiali destinati al riciclaggio.
Nonostante il valore commerciale delle materie prime recuperabili importate, ovvero 18 miliardi di dollari, le cifre dell’importazione ci fanno capire perché il Paese non vuole essere la “discarica di rifiuti del mondo”.

La Cina ha optato per regole più restrittive su 24 tipi di rifiuti, tra questi le plastiche in PVC (a causa della diossina sprigionata dal loro trattamento), il polistirene delle posate usa e getta (che rilascia stirene se scaldato), il polietilene tereftalato che costituisce le bottigliette di plastica, e i materiali compositi per i liquidi come i cartoni del latte (molto difficili da riciclare).

esportazione dei rifiuti plastici

Pechino ha spiegato questa sua scelta all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) lamentandosi del fatto che molti rifiuti giungono “sporchi”, ovvero non rispettavano le norme per l’avvio al riciclaggio, e spesso mescolati a rifiuti pericolosi per l’uomo e l’ambiente.

“Grandi quantità di rifiuti sporchi o anche di rifiuti pericolosi sono mescolati nei rifiuti solidi che possono essere usati come materie prime” ha scritto Pechino al W.T.O. “Questo ha inquinato seriamente l’ambiente cinese.”

Il no all’ esportazione di rifiuti plastici fa parte della rivoluzione cinese a favore dell’ambiente. Decisione presa sicuramente anche considerando il miliardo e 400 milioni di cinesi produttori in patria di 525.000 tonnellate di rifiuti giornalieri. È comunque pronto un corpo di settantamila “educatori ambientali” per spiegare porta a porta la nascente raccolta differenziata ai cittadini.

Il caos generato dal divieto d’esportazione di rifiuti plastici

Ma quali sono gli effetti del divieto cinese sui paesi che si trovano tutto a un tratto senza una “zona di scarico” del materiale di recupero?

esportazione di rifiuti plastica cina

Steve Frank, direttore di alcuni grandi centri di raccolta di materiali riciclabili, ha definito la scelta della Cina “un grande sconvolgimento del flusso di riciclabili globali“.

La chiusura di Pechino all’ esportazione di rifiuti plastici ha infatti generato un immediato accumulo di rifiuti soprattutto in Inghilterra, che ogni anno invia in Cina circa 14 milioni di tonnellate di carta e plastica, ma anche in Irlanda, Stati Uniti, Canada ed Europa.

Il risultato? Forse i governanti stanno prendendo coscienza della massa di plastica utilizzata.
Theresa May ad esempio promette il taglio delle materie plastiche in modo radicale entro 25 anni anche tramite l’introduzione nei supermercati di reparti dotati di soli alimenti sfusi.

Purtroppo una delle soluzioni proposte per far fronte alla crisi è l’utilizzo delle discariche. È l’esempio della Nuova Scozia: il responsabile della gestione dei rifiuti solidi della città ha chiesto e ottenuto il permesso per portare in discarica 300 tonnellate del materiale. Un problema ovvio visto che la provincia esportava l’80% dei suoi rifiuti in Cina.

A Calgary in Alberta invece si attendono tempi migliori. Carta (precedentemente inviata in toto alla Cina) e plastica sono state stipate in ogni posto disponibile: depositi vuoti, capannoni, container, e addirittura rimorchi liberi per un totale di 5.000 tonnellate… I rifiuti sono comunque denaro.

Ora gli stati spostano l’attenzione sugli altri paesi dell’estremo est: Indonesia, India, Vietnam e Malesia anche se le tecnologie e gli impianti non sono attualmente confrontabili con quelli cinesi.

L’Italia? È indipendente.

L’Europa non ha subito un duro colpo dopo la chiusura all’ esportazione di rifiuti plastici. L’UE ha semplicemente dirottato i materiali verso gli inceneritori per farne combustibile.

E l’Italia?
Sulla gestione del materiale riciclabile, nonostante le ripetute e localizzate emergenze rifiuti, l’Italia può ricevere un plauso. Secondo L’Italia del riciclo infatti siamo tra i riciclatori più efficienti d’Europa: il 71% del vetro e l’83% della plastica ritornano nel ciclo produttivo.

Cosa ha di diverso l’Italia? Un rete di piccole medie aziende gerarchiche ed organizzate che riescono a distribuire il lavoro senza esportare grandi quantità all’estero. Anzi, riceviamo il materiale dalla Germania con quale produciamo energia per le grandi metropoli del nostro Paese.

Una spinta verso il cambio di rotta

Bioplastica

Bioplastica

La chiusura della Cina ha rappresentato sicuramente una doccia fredda per gli stati abituati ad appioppare ai paesi esteri tutta la propria spazzatura senza preoccupazione.

Forse questa “lezione” aiuterà i governi a concepire altri modelli, come il passaggio alle bioplastiche e la riduzione degli imballaggi in materie plastiche riciclabili… Certo potrebbe essere difficile vista l’enorme quantità di materiale addirittura non riciclabile ancora presente sul mercato.

“L’Europa si è concentrata troppo sulla raccolta dei rifiuti di plastica e sulla loro distribuzione, e non abbastanza da incoraggiare i produttori a usarli in nuovi prodotti.” Katrakis, EU

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Data articolo: Mon, 29 Jan 2018 19:00:37 +0000
riciclo
Nel North Carolina gli alberi di Natale ricostruiscono le dune costiere

Si parla sempre più spesso di riciclo di alberi di Natale ma quello che accade a Cape Fear in Nord Carolina è veramente particolare. Questa comunità utilizza gli alberi per ricostruire le dune costiere.

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Le festività natalizie sono ormai concluse da qualche giorno, e come ogni Natale che si rispetti su internet impazzano le notizie di come sia possibile riciclare gli alberi di Natale. In Italia esistono diverse esempi virtuosi di riciclo degli alberi, persino il famosissimo “Spelacchio” pare possa avere una seconda vita. E che dire dell’albero di Natale allestito in Vaticano? Donato in beneficienza per far si che il legno di cui è fatto possa essere utilizzato per costruire giocattoli per i bambini più bisognosi. Anche l’abete rosso di Piazza Duomo a Milano avrà la sua change: gli studenti della scuola di design del Politecnico milanese progetteranno gli arredi urbani che saranno realizzati con il legno riciclato. Ma quello che accade a Cape Fear nel Nord Carolina è qualcosa di veramente insolito, mai visto: gli alberi di Natale vengono utilizzati per ricostruire le dune costiere.

albero natalizio

Grazie alla Fondazione Surfrider, una rete di ambientalisti presente in tutti gli Stati Uniti nata per proteggere il mare e gli ambienti costieri, gli alberi appena “dismessi” piuttosto che finire in discarica vengono seppelliti sulla spiaggia, favorendo la ricostruzione delle dune nella zona.

Alberi di Natale per ricostruire le dune costiere, funziona!  

La Fondazione Surfrider di Cape Fear ha organizzato la 4a edizione della manifestazione che ha seppellito gli alberi di Natale sulla spiaggia, una vera e propria festa per la cittadinanza locale che partecipa attivamente all’evento. Quello che poteva sembrare un progetto folle, nel corso degli anni si è dimostrata un’idea vincente. Persino un report dello Yale Climate Connection ha confermato che gli alberi stanno aiutando la ricostruzione delle dune costiere della zona: dopo averli sistemati, l’azione del vento soffia la sabbia attraverso i rami che gradualmente si ricoprono e si trasformano in nuove dune, proteggendo la costa dall’erosione. Ethan Crouch, membro locale della Surfrider Foundation dichiara soddisfatto: “Gli effetti dell’erosione costiera e degli uragani sui nostri litorali sono sotto i nostri occhi. Le dune costiere sono la nostra prima linea di difesa contro le mareggiate e l’innalzamento del livello del mare. Non possiamo lasciare che il sistema dunale sparisca”.  La fondazione di cui fa parte si occupa da anni di preservare le spiagge e gli oceani dagli effetti dei cambiamenti climatici e dall’inquinamento. La manifestazione di Cape Fear, unica nel suo genere, non è solo un modo di ricostruire l’habitat costiero ma anche un modo per riunire le persone e rafforzare il senso di comunità oltre che il rapporto con il mare e la costa. “Alla gente locale che lavora e studia altrove piace ritornare a casa d’estate e, quando sono seduta sulla spiaggia, possono guardarsi attorno ed esclamare entusiasti “è proprio li che messo il mio albero di Natale”. Si crea un certo senso di proprietà e appartenenza” afferma Crouch.

Cape Fear Sulfrider Foundation

“Simili manifestazioni possono anche ispirare le persone ad intraprendere nuove azioni per proteggere l’ambiente – dichiara ancora Crouch – e possono portare i cittadini a cambiare il proprio stile di vita, contribuendo a ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici”. L’attività di ripristino dell’ecosistema dunale è fatta con cura ed attenzione soprattutto nei confronti della fauna selvatica; le nuove dune vanno sistemate strategicamente in modo tale da non influenzare l’attività delle tartarughe marine nidificanti e di altri animali selvatici.
La sede locale della fondazione è molto attiva e impegnata non solo nel dare nuova vita agli alberi di Natale, favorendo la creazione di nuove dune costiere, ma è anche molto impegnata nella salvaguardia dell’ecosistema marino dall’inquinamento da materie plastiche e dagli idrocarburi. Chissà se questa iniziativa possa stimolare la fantasia di qualche lettore.

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Data articolo: Fri, 19 Jan 2018 19:00:25 +0000
Tecnologia
H&M a caccia di idee concrete per ridurre il costo ambientale dei vestiti

Il colosso dell’abbigliamento chiama a raccolta gli imprenditori innovativi per creare un nuovo approccio circolare al mondo della moda

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Quale è il costo ambientale dei vestiti? Quali le ripercussioni sull’ambiente? Quali risorse servono per confezionare una t-shirt o un semplice paio di jeans?

Occorrono 9500 litri d’acqua per produrre un solo paio di jeans, per non parlare delle sostanze chimiche contenute nelle 15 vasche di tintura in cui ogni capo deve rimanere immerso.
Quello dei vestiti è spesso un mercato caratterizzato da uno sfruttamento incontrollato di risorse naturali per la realizzare indumenti caratterizzati da un brevissimo ciclo di vita: anni, mesi o addirittura settimane.

Con il boom degli abiti a basso costo il problema è ovviamente duplicato: una combinazione deleteria tra lavoro sfruttato nei paesi poveri, inquinamento ambientale e presenza di sostanze chimiche nelle fibre dei tessuti che indossiamo ogni giorno.

Troppe sono le ripercussioni negative considerando che il tasso di riciclaggio degli indumenti si aggira attorno allo 0,1%.

costo ambientale dei vestiti

Effetti dell’industria dei jeans sulle acque, Indonesia

Certo non è raro trovare la “campana” per la raccolta degli abiti usati nelle nostre città, quasi l’80% dei comuni infatti li raccoglie separatamente.
Ma che fine fanno? In Italia vengono quasi completamente esportati in altri paesi, soprattutto nel Nord Africa.

H&M per l’economia circolare

Ci sono però veri colossi dell’abbigliamento che provano a cambiare la situazione: H&M ha iniziato la sua crociata contro la produzione “da zero” dei propri capi per ridurre il gravoso costo ambientale dei vestiti.

Il primo passo intrapreso dalla multinazionale è stato il ritiro degli abiti usati direttamente in negozio: un buono da 5 euro per ogni sacchetto di vestiti vecchi. Non è importante né la marca né lo stato di usura dei capi.

Cosa succede a questi vecchi abiti? Vengono smistati a seconda della tipologia: alcuni possono essere rivenduti su altri mercati, altri diverranno materiale isolante o combustibile per creare energia.
Il 20% delle fibre macerate torneranno però ad H&M per confezionare nuovi abiti; in questo modo si immetteranno nel ciclo produttivo oltre 3.000 tonnellate di potenziali rifiuti.

Ma H&M non vuole limitarsi ad un 20% di fibre ricicliate. Vuole diventare in tutto e per tutto circolare prolungando la vita dei prodotti per poi rimetterli in circolo sotto altre forme. Rientrare in possesso del prodotto venduto in precedenza: un modello vincente di risparmio e trattamento dei rifiuti che sempre più aziende stanno adottando.

“Passare alla piena circolarità sarà la chiave del nostro futuro successo. Per realizzare questo cambiamento sistemico per l’industria tessile dobbiamo accelerare le innovazioni circolari e abbiamo bisogno di collaborazione all’interno e tra le industrie. In H&M abbiamo impostato una visione per diventare circolari al 100%, il che significa che avremo un approccio circolare al modo in cui i prodotti sono realizzati e utilizzati coprendo l’intera catena del valore dalla progettazione all’espansione della durata dei nostri prodotti attraverso diversi modi di prolungare l’uso e il riciclaggio” Cecilia Strömblad Brännsten, Circular Economy Lead per H&M.

Global Change Award 2018 contro il costo ambientale dei vestiti

Proprio per questo motivo il colosso dell’abbigliamento ha un riflettore puntato sulla propria fondazione non profit, l’H&M Foundation.
L’H&M Foundation ha avviato la ricerca di nuovi modi di concepire il mercato tessile sia per ridurre il costo ambientale dei vestiti che per perseguire l’intento di creare un business sostenibile.

Questa caccia all’idea avviene attraverso il Global Change Award, concorso giunto alla sua terza edizione.
Si cercano nuovi orizzonti circolari per organizzare le industrie e nuove tecnologie per trasformare i materiali. Il premio? 1 milione di euro divisi tra i cinque finalisti del concorso. Una giuria severa e competente tra cui spicca il nome di Ellen MacArthur.

Gli anni scorsi la fantasia applicata all’economia circolare si è sbizzarrita facendo pervenire 2.700 idee da 112 Paesi: fibre dagli scarti di arance ed uva, nylon creato dalla sola sinergia acqua-sole, biomasse che rimpiazzano i derivati del petrolio.

Tutte queste imprese sono però solo all’inizio e l’H&M Foundation ha l’obiettivo di portarle alla luce per far sì che crescano velocemente rivoluzionando in modo creativo il modo di concepire, produrre e smaltire i vestiti.
Seppur in scala ridotta anche l’Italia sta spronando i giovani imprenditori ad accostarsi al modello circolare raccontandone le loro avvincenti storie e idee illuminanti.

Investimenti e nuove collaborazioni vincenti

Per ridurre il costo ambientale dei vestiti servono soprattutto nuove tecnologie di riciclaggio dei tessuti e l’H&M Foundation sta instaurando diverse collaborazioni con diversi enti di ricerca. Ecco quindi la macerazione di tessuti misti composti da cotone e viscosa che permette di creare indumenti nuovi con fibre robuste, resistenti ed elastiche. Da un rifiuto un tessuto ancora più performante.

Con l’Hong Kong Research Institute of Textiles and Apparel H&M sta progettando una tecnologia in grado di separare il cotone dal poliestere senza che i materiali subiscano danni. Questa innovazione non verrà tenuta segreta: la licenza sarà liberamente acquistabile.
Con Danone e Ellen MacArthur Foundation il colosso dell’abbigliamento raccoglie bottiglie di plastica in Indonesia per trasformarle in tessuti sintetici.

Perché non cercare nei negozi questi prodotti che fanno bene all’ambiente? Sono già tra noi!  Nel futuro potremmo avere mari puliti e giacche, calze e t-shirt tecniche fatte con tessuti provenienti da materiali 100% riciclati.

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Data articolo: Wed, 17 Jan 2018 19:00:15 +0000
volontariato
La campagna di pulizia degli oceani 4Ocean: un mare più pulito

I volontari di 4Ocean scandagliano il mare e la costa raccogliendo tonnellate di rifiuti per poi trasformarli in braccialetti colorati

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Un mare di plastica

Perché organizzare una campagna di pulizia degli oceani? Perché ogni minuto finisce nelle acque degli oceani l’equivalente di un camion di spazzatura: 8 milioni di tonnellate in un solo anno.

L’ONU esce con dati fin troppo concreti per lanciare #CleanSeas, campagna di pulizia degli oceani, nel tentativo di sensibilizzare governi, consumatori e aziende sul tema dell’inquinamento marino.

Un tema spesso percepito come remoto ma che ormai rappresenta un’emergenza. La plastica che galleggia nei mari, ne è simbolo la sconvolgente isola di rifiuti, danneggia irrimediabilmente 690 specie marine. Il 17% di queste, a causa dell’inquinamento, sono ora a rischio di estinzione.
Non solo bottiglie e sacchetti, ma anche microplastiche invisibili che vengono ingerite quotidianamente dai pesci per poi finire nei nostri piatti.

campagna di pulizia degli oceani

Lo studio condotto dalla Ellen Mac Arthur Foundation ha stimato che la plastica negli oceani supererà entro il 2050 la quantità in peso dei pesci che vi nuotano.

Tra coloro che nel 2017 hanno risposto alla chiamata degli oceani in agonia ci sono anche loro, l’associazione 4Ocean.

La campagna di pulizia degli oceani di 4Ocean

L’associazione 4Ocean è nata negli Stati Uniti e ha un solo grande obiettivo: ripulire gli oceani.

Perché aspettare qualcun altro che, magari dall’alto, se ne occupi?
Armati di retini, camion e barche, cinque giorni su sette, gli attivisti di 4Ocean scandagliano la costa e il largo a caccia dei pericolosi rifiuti.
Purtroppo non serve cercare molto: in meno di un anno l’associazione ha raccolto circa 40 mila chili di immondizia dalle acque e dalle coste di USA, Caraibi e Canada.

Chi sono i custodi del mare che portano avanti questa preziosa campagna di pulizia degli oceani?

Oltre ad un nucleo stabile di dipendenti, gli altri membri di 4Ocean sono per lo più pulitori locali: volontari, giovani, lavoratori, anziani e addirittura turisti che si imbarcano regolarmente sulle 5 barche dell’associazione per ripulire il mare.

Caratterizzati dalla volontà di dare il buon esempio, non solo con le loro azioni ama anche con la trasparenza nei bilanci e nello smaltimento dell’immondizia raccolta (riciclabile e non), 4Ocean coopera con altre associazioni di “pulitori delle acque”.

I bracciali venuti dal mare

Come si sostiene economicamente una campagna di pulizia degli oceani così estesa?

4Ocean vende braccialetti unici nella loro semplicità: uno spaghetto colorato in cui sono infilate perle di vetro trasparente.
Un bracciale del tutto green! Lo spaghetto e le perle provengono da bottiglie di plastica e vetro riciclati.

Per ogni bracciale venduto 4Ocean rimuove il corrispettivo di un chilo di immondizia. Si può acquistarlo dal loro sito o da altri e-shop del web con un costo che si aggira attorno ai 20 dollari.
Un regalo davvero particolare e alternativo: 100% riciclato e solidale, unisex, completo di un foglio che spiega perché 4Ocean ha iniziato la campagna di pulizia degli oceani.

Sicuramente farà piacere alla persona che lo riceve, alla campagna di pulizia degli oceani di 4Ocean, ai suoi volontari entusiasti, ma soprattutto all’oceano.

4Ocean campagna di pulizia degli oceani

Un modello sostenibile di pulizia degli oceani

4Ocean con la sua campagna di pulizia degli oceani ha sicuramente fatto centro: l’associazione si è approcciata in modo diretto al problema senza scusanti o intermediari.

Coinvolgere le persone del luogo nonché i turisti, inoltre, fa sì che gli uni e gli altri possano guardare in modo diverso ai loro mari … Magari pensandoci due volte prima di lasciare sporcizia sulla spiaggia.
Come ha dichiarato il fondatore: “Se più persone fossero coinvolte in progetti simili, la salute della nostra vita marina e oceanica migliorerebbe drasticamente “.

Volete unirvi alla ciurma di 4Ocean? Iscrivendovi alla newsletter saprete sempre dove sarà la prossima campagna di pulizia degli oceani e potrete imbarcarvi insieme ad altri volontari entusiasti a caccia di plastica!

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Data articolo: Sun, 07 Jan 2018 19:00:40 +0000
Spreco
Atlante Italiano dell’Economia Circolare, uno spunto e un esempio per chi vuole fare un passo verso il futuro

Nulla si crea e nulla si distrugge: il principio dell’economia circolare si diffonde anche tra le aziende italiane.

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Il primo Atlante Italiano dell’Economia Circolare è ora consultabile online per scoprire quali sono le aziende italiane che hanno avuto il coraggio di convertirsi con successo alla nuova economia sostenibile.

Le aziende inserite nell’Atlante Italiano dell’Economia Circolare hanno abbandonato la forma mentis dell’economia lineare non solo creando prodotti nuovi, ma hanno avuto anche il coraggio di ripensare a tutto il loro ciclo di produzione: dalla scelta delle materie prime all’impiego di energie pulite, fino al riuso degli scarti. Un modo per entrare nel futuro riqualificandosi come aziende ad alto valore sociale e territoriale.

Grazie al portale online “Atlante Italiano dell’Economia Circolare” possiamo renderci conto di quante aziende della porta accanto stiano seguendo il processo di conversione verso l’economia circolare. Sul sito possiamo navigare in una mappa interattiva: cliccando su una delle realtà inserite possiamo approfondire la storia dell’azienda nonché comprenderne ragioni e filosofia del cambiamento. Si tratta di una vera e propria una piattaforma geo-referenziata intuitiva e chiara che ha la virtù di trasmetterci immediatamente l’idea di come anche l’Italia si stia finalmente abituando all’idea che non è solo uno il modello economico possibile.

I promotori dell’Atlante Italiano dell’Economia Circolare? Ecodom (Consorzio italiano per il recupero dei RAEE) e il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali in Italia (CDCA) che si è posto come missione  quella di denunciare e mappare le situazioni che creano impatti ambientali negativi o modelli di produzione altamente insostenibili.  

“È ora di promuovere una cultura del consumo critico e sostenibile e di valorizzare le realtà economiche che tutelano l’ambiente, creano valore sociale e valorizzano le comunità territoriali” Marica Di Pierri, CDCA

Atlante italiano dell’economia circolare: storie di virtuosismo ambientale

Volete conoscere 100 imprese virtuose che stanno favorendo il cambiamento dell’economia in Italia? Navigando sul sito potrete leggere le storie di chi si sta impegnando veramente per ridurre sprechi, rifiuti ed inquinamento investendo al contempo nella ricerca.
Le aziende censite dall’ Atlante Italiano dell’Economia Circolare lavorano localmente (41%) ma anche su scala nazionale (33%) e internazionale (24%).

Quali sono i criteri con cui vengono scelte le aziende “virtuose”? Molti sono i termini di giudizio riguardanti la sostenibilità ambientale e sociale. Qui sotto ne riportiamo tre fondamentali:

  • VALORE CONDIVISO e COMUNITÀ TERRITORIALI. Impatto sulle altre realtà connesse (filiere o extra filiera) in termini di massimizzazione della compatibilità ambientale e di creazione di valore sociale condiviso; sviluppo di altre forme economiche, organizzate in forme plurali (pluralismo delle forme organizzative) e che possano immettersi nel tessuto economico.
  • INCLUSIVITÀ SOCIALE. Accrescimento del tasso di inclusività economica delle fasce svantaggiate e dei soggetti a rischio esclusione sociale attraverso il sostegno e il rafforzamento di esperienze di economia sociale legate al territorio. Creazione di valore sociale oltre che economico secondo un approccio di valore condiviso con particolare attenzione al coinvolgimento dei soggetti svantaggiati.
  • REPORTING / ACCOUNTABILITY / CERTIFICAZIONI AMBIENTALI E ALTRE FORME DI GESTIONE AMBIENTALE. Esistenza di attività di reporting che analizzino, qualifichino, certifichino e/o rendano comunicabili le informazioni ambientali.

Fantasia imprenditoriale vincente

Tra i 100 esempi virtuosi ci sono le aziende più diverse: c’è chi ha creato un’app che riconosce il rifiuto per suggerirci in quale bidone della differenziata buttarlo, stabilimenti dotati di “microonde” industriali che riciclano in tempi brevissimi i vecchi copertoni, ma anche imprese che riutilizzano rifiuti e vecchi materiali, come i legni andati alla deriva nel mare, per creare oggetti di design e d’arredamento. Non solo: c’è anche chi cerca di ridurre l’inquinamento ecologico impiegando le alghe alloctone ed infestanti della laguna veneta e scarti alimentari per realizzare carta, chi usa i fondi del caffè per coltivare i funghi e chi i lombrichi per realizzare ottimo humus.

Atlante Italiano dell’Economia Circolare

Tutte queste aziende ce l’hanno fatta anche in un periodo non proprio florido per l’economia del Paese. Ciò dimostra che le stime dell’Unione Europea, secondo le quali grazie il business dell’Economia Circolare si potranno creare 2 milioni nuovi posti di lavoro oltre ad un risparmio annuo per le imprese di circa 72 miliardi di euro, sono corrette.

 “L’Atlante e le esperienze che contiene stanno dimostrando che è possibile ipotizzare sistemi economici sostenibili, a basso impatto ambientale e ad alto valore sociale.”  Giorgio Arienti, Ecodom

Storie che vale la pena di raccontare 

Siete curiosi e creativi? Volete raccontare la storia e le iniziative delle aziende virtuose che vi hanno affascinato? L’Atlante Italiano dell’Economia Circolare ha indetto un concorso annuale a premi patrocinato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dall’Ordine dei Giornalisti. Potete inviare i vostri racconti sotto forma di video, foto, trasmissioni radio o elaborati scritti… Probabilmente il modo migliore per diffondere la cultura imprenditoriale del futuro che gira attorno a sostenibilità e rispetto del Pianeta.

In un paese dove l’emergenza rifiuti si ripete regolarmente, le imprese che stanno lavorando per ridurre e dare nuova vita ai residui di lavorazione possono essere considerate non solo pioniere ma anche rivoluzionarie. Il loro esempio,  vincente, può rappresentare una spinta per le aziende che non hanno il coraggio di rivoluzionarsi e convertirsi ad un tipo di economia che potrebbe frenare la discesa della nostra civiltà verso un futuro senza più risorse.

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Data articolo: Wed, 03 Jan 2018 12:00:16 +0000

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