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News recensioni film cinema da sentieriselvaggi.it

#film #cinema #recensioni #sentieriselvaggi.it

torri gemelle
Il cinema horror statunitense post 11 settembre su Bietti

Edito da Bietti, esce in Italia l'importante saggio di Antonio Josè Navarro "L'impero del terrore"

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11 Settembre 2001. Sembra quasi superfluo sottolineare come questa data, col suo carico di orrore e violenza, abbia sconvolto per sempre la società occidentale del XXI secolo. La morte di migliaia di persone, che tutti hanno potuto vedere in diretta televisiva, ha avuto un impatto psicologico di portata mondiale. Così come lo hanno avuto tutti gli eventi che ne sono seguiti: le guerre in Iraq e Afghanistan, la scoperta delle torture nel carcere di Abu Graib, la recrudescenza della xenofobia, la grande crisi economica. Una cicatrice che ancora oggi segna profondamente l’Occidente

E il cinema, che si rapporta sempre alla società con un gioco di riflessi, come ha reagito alla tragedia delle Torri Gemelle? Ancora meglio, come ha reagito il cinema horror (da sempre, più di qualsiasi altro genere cinematografico, in continua mutazione sulle paure della società) a tutto questo?

A questa domanda risponde lo scrittore Antonio Josè Navarro in L’impero del terrore. Il cinema horror statunitense post 11 settembre, edito in Italia da Bietti.

Navarro ha dato vita ad un saggio corposo (338 pagine nell’edizione italiana) e denso di riflessioni critiche dove convivono la filosofia di Nietzsche e quella di Carl Gustav Jung. Un libro complesso, che prima di ogni cosa compie un’analisi profonda dei concetti stessi di Perturbante, di Orrore e Terrore, delle loro implicazioni sociali e psicologiche sugli spettatori, per dimostrare come “da un punto di vista filosofico, il cinema dell’orrore è il genere cinematografico più sovversivo che esista, il più congenitamente critico verso i valori della nostra società liberal-borghese”.

Nei dieci capitoli in cui è strutturato, il saggio analizza diversi sotto-generi dell’horror contemporaneo, dall’esorcistico al mockumentary, dall’home invasion all’hillbilly (genere horror che ha la sua ambientazione nelle zone collinari e rurali degli Stati Uniti) e cita una serie di titoli, dalle pellicole note e ad alto budget fino ai film del più oscuro circuito underground.
Ogni sotto-genere è analizzato nel suo rapporto con un determinato aspetto della società statunitense post-11/9 e spesso non il più ovvio: ad esempio, nel capitolo sul mockumentary quest’ultimo viene messo in rapporto con la crisi economica e l’esplosione della bolla immobiliare.

In definitiva L’impero del terrore è un libro complesso e una lettura stimolante, che anche nella sua formula impegnativa riesce a non perdere fascino

L’impero del terrore. Il cinema horror statunitense post 11 Settembre
di Antonio Josè Navarro
Bietti, 2019 –
 € 22.00

 

 

 

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Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 13:58:07 +0000
Unbreakable
Il Supereroe globale: nasce Resh Visions

La prima pubblicazione della nuova collana saggistica della casa editrice Resh Stories sarà disponibile gratuitamente online dal 17 ottobre

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Resh Stories è una giovane casa editrice fondata nel febbraio di quest’anno. L’obiettivo del progetto è quello di superare i limiti dell’editoria tradizionale, mettendo al centro dell’intero processo l’autore, la sua creatività e la sua voglia di osare.
Dal 17 ottobre, il catalogo sarà ampliato con la nuova collana Resh Visions, che offrirà ai suoi lettori diversi punti di vista sui fenomeni della cultura e della produzione contemporanea.

La prima pubblicazione della nuova collana di saggistica sarà disponibile gratuitamente dal 17 ottobre, sullo store di www.reshstories.com. L’autore, Bepi Vigna, sceneggiatore di fumetti come Dylan Dog, Zagor, Martin Mystère è anche creatore delle serie Nathan Never e Legs Weaver. Nel suo contributo, Il Supereroe globale, Vigna analizza come il genere dei cinecomics abbia tracciato una propria evoluzione verso una nuova epoca della narrazione, influenzando sia il linguaggio, sia il costume.
Il saggio farà da apripista per una serie di contenuti sullo stesso macrotema che seguiranno mensilmente.
Daria Pomponio proporrà una riflessione sul personaggio di Hulk, analizzando la figura e le tante incarnazioni del Golia Verde. Enrico Azzano ripercorrerà un pezzo della storia della serialità animata. A seguire poi, Massimo Spiga condurrà un’indagine ad ampio spettro su come alcuni dei più famosi autori del genere, come Frank Miller e Alan Moore, abbiano cristallizzato nei personaggi supereroistici, le idee politiche della loro era e come queste siano state poi portate sul grande schermo decenni dopo. Infine Sergio Sozzo e Aldo Spiniello proporranno un’analisi della trilogia di M. Night Shyamalan, Unbreakable/Split/Glass, punto cruciale sullo stato delle cose nell’ibridazione tra cinema e fumetto.
Ogni contributo successivo al primo (gratuito) sarà acquistabile sullo store di Resh Stories in formato digitale, al costo di 1,00€.
Successivamente, i cinque saggi saranno raccolti in un unico volume che sarà edito in digitale e in cartaceo, acquistabile sul sito di Resh Stories e su Amazon.

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Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 13:18:36 +0000
william friedkin
UNCUT. Sentieri Selvaggi incontra Francesco Zippel

L'autore di Friedkin Uncut racconta il suo rapporto con il regista de L'Esorcista, l'esperienza sui set di Wes Anderson, e il lavoro da selezionatore della Festa del Cinema di Roma

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“C’è un interesse crescente per i documentari sul cinema che va di pari passo a quel lavoro di osservazione e recupero che sempre più va facendosi sulla storia del cinema. E’ importante andare il più possibile in profondità con questo tipo di racconto.”

Francesco Zippel, regista e documentarista, ha vinto il Nastro d’Argento per il miglior documentario sul cinema ed è stato candidato ai David di Donatello per il suo Friedkin Uncut, un saggio biografico sulla vita e sul percorso artistico di William Friedkin (il regista anticonformista e di culto de L’Esorcista, Il Braccio Violento della Legge e Vivere e Morire a Los Angeles) che, come il titolo suggerisce, si mostra in modo integrale, intimo, davanti alla macchina da presa.

Nel documentario, realizzato nel 2018 e presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Venezia-Classici, la vita di William Friedkin non viene solo narrata in prima persona, ma vi è il contributo delle testimonianze di amici e collaboratori, grandi registi e attori che, insieme a Friedkin, riflettono su cosa significa davvero essere artisti e in che modo ciò arricchisce le proprie vite.
Durante l’incontro con Sentieri Selvaggi di venerdì scorso, Zippel ha raccontato con orgoglio di quando ha lavorato con William Friedkin, della sua collaborazione con Wes Anderson, di quanto siano importanti oggi i documentari sul cinema, che reputa rappresentino una sorta di cambiamento rispetto alla considerazione che avevano in passato, e di quanto si senta a suo agio sotto questa veste.

Da anni selezionatore per la Festa del cinema di Roma, Zippel fu da subito impressionato da come Friedkin, il regista di uno dei film più terrificanti nella storia del cinema, potesse essere in realtà una persona divertente e ironica.

“Una delle cose piacevoli della Festa di Roma è quella degli incontri ravvicinati con scrittori, musicisti, attori e registi. Da anni avevamo l’idea di invitare due amici che si stimano tanto come William Friedkin e Dario Argento. Cosi ebbi l’opportunità di conoscere proprio Friedkin. Grazie a quell’occasione mi disse di avere un’idea a cui avremmo potuto lavorare insieme.”

William Friedkin chiese a Francesco Zippel di accompagnarlo ad incontrare Padre Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma, deceduto prima dell‘uscita di quello che dopo sarebbe diventato il documentario di Friedkin, il 16 settembre 2016. “Padre Amorth all’epoca era una figura che mi spaventava non poco”, racconta Zippel. “Io sono una persona più solare e L’Esorcista è un film che mi ha messo molta difficoltà nella sua visione e ha continuato a mettermi in difficoltà anche dopo, quando ho contribuito a fare questo documentario. Ma a volte i progetti filmici possono nascere anche in maniera del tutto casuale.”

L’incontro con Padre Amorth diede vita inaspettatamente ad una bellissima conversazione tra lui e William Friedkin, i quali sembravano quasi due conoscenti uniti da un’ironia, da una sensibilità e da un’intelligenza molto simili.
Padre Amorth rivelò di aver visto molte volte L’Esorcista. Friedkin si rivelò da subito estremamente curioso, facendo immediatamente molte domande sul diavolo e sulla figura di Maria, arrivando addirittura a chiedere a Padre Amorth di poter assistere in chiesa ad un esorcismo e di poterlo anche filmare.

“Friedkin capì che c’era abbastanza spazio per interrogarsi davvero sulla questione, e quindi vedere il documentario come la forma migliore investigativa su cosa ci fosse profondamente alla base di tutto ciò che noi chiamiamo esorcismo. Così si gettò sul lavoro con la curiosità e approccio di un divertito e serissimo ricercatore universitario.”

Per portare avanti il progetto (uscito poi nel 2017 con il nome di The Devil and Father Amorth) in modo approfondito, William Friedkin, sempre accompagnato da Francesco Zippel, incontrò quante più figure possibili che potessero raccontargli ciò che sapevano sulla materia, spostandosi dal campo medico a quello religioso, dalla pratica alla teoria. Per Zippel è stata un’esperienza incredibile e, dopo aver partecipato agli incontri sopracitati e aver appoggiato l’idea creativa del regista, è riuscito a diventare il producer del film, ottenendo la possibilità di seguirne la creazione in ogni suo aspetto e sfaccettatura fino al montaggio finale.

“Al netto della sua grandezza e della sua esperienza, vedere una persona come lui lavorare al montaggio e creare dal nulla, è stato veramente splendido. Ma la cosa bella è stato vedere il suo approccio al cinema, ossia quello di un regista che vede qualsiasi film, qualsiasi possibilità di racconto cinematografico, come un possibile grande documentario.”

Il documentarista ha spiegato che quello di William Friedkin è un cinema che lavora sull’impronta, cioè con qualsiasi attrezzatura e materiale di cui si è in possesso nel momento giusto.

“È stata per me una scuola di libertà, applicata all’arte cinematografica. È stato straordinario e affascinante pensare come un uomo che ama queste cose, estremamente curioso intellettualmente, in una maniera non ossessiva ma costruttiva, nel senso di arricchire questa sua curiosità negli anni, sia rimasto legato a questo tema, quello del male, dell’esorcismo, e l’abbia nutrito nel corso dei decenni di letture, incontri, e non banalizzazioni del tema stesso e l’umiltà con cui lui, in una fase in cui avrebbe anche potuto dedicarsi ad altre cose, si è messo nella condizione di imparare da tutte le persone.”

Il documentario Friedkin Uncut sta viaggiando per il mondo ancora adesso tra rassegne e distribuzioni, venendo presentato anche in altri stati, come la Polonia, e in altri continenti, come l’Australia. “La cosa bella del film in se è che si rivolge ad un pubblico di cinefili, ma anche a persone che di cinema non s’interessano. Perché William Friedkin è un personaggio talmente empatico e simpatico che ha reso il viaggio del film stesso molto felice.”

Locandina ”Friedkin Uncut – Un diavolo di regista”

Francesco Zippel è stato assistente alla regia e fotografo di scena per Wes Anderson in Grand Budapest Hotel nel 2014. Interessante il dualismo sottolineato dal documentarista tra i due importanti e opposti registi, che ha voluto paragonare.

“Wes Anderson, proprio come William Friedkin, potrebbe essere un grande attore nei propri film. Friedkin potrebbe facilmente interpretare un poliziotto nei suoi lavori e Wes Anderson potrebbe recitare accanto a Owen Wilson prendendo il posto di Adrien Brody; d’altronde tutti i personaggi di Wes Anderson sono usciti da quello che è il suo modello. Wes Anderson e William Friedkin sono agli antipodi, uno lavora sull’istante e l’altro controlla ogni aspetto. Anderson tende a controllare tutto il processo creativo di un suo film in una maniera maniacale, portando in scena la famosa simmetria andersoniana. Tende a posizionare gli attori come fossero in un quadro. William Friedkin, invece, non lo farebbe mai. Ma questo fa parte della cifra stilistica di Anderson che appartiene ad un polo opposto.”

L’ospite ha accennato qualche dettaglio sull’attesissimo The Irishman di Martin Scorsese, che sarà protagonista della Festa del cinema di Roma 2019, definendolo come un grande film. Rivela inoltre di quanto sia stato importante nella sua vita professionale poter partecipare ai festival come programmatore e spettatore, potendo così vedere per esempio le opere prime di registi messicani esordienti, che hanno segnato il suo percorso artistico e visivo, e che altrimenti non avrebbe avuto altre occasioni di vedere. Ha concluso l’incontro suggerendo con esultanza al pubblico e ai lettori la visione di due lavori della Selezione dell’imminente 14esima edizione della kermesse dell’Auditorium: il film del regista norvegese André Øvredal, prodotto da Guillermo Del Toro, Scary Stories to Tell in the Dark, e il documentario di Richard Lowenstein Mystify: Michael Hutchence.

“Quando parlo di profondità dico di scommettere sulla possibilità che ci saranno anche persone grandi e importanti disponili a raccontarti la loro versione, la loro amicizia, il loro momento assieme, come è successo anche a me. Questo mi ha dato molta speranza e da questo punto di vista si possono fare racconti molto ricchi perché c’è la voglia di condividere la memoria, che non è solo il grande restauro, ma proprio l’idea di mettere in connessione una traccia che altrimenti andrebbe perduta.”

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Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 08:39:34 +0000
Martina Parenti
Milano città del documentario

Martina Parenti, Luca Lucini e Demetrio Giacomelli protagonisti di un incontro industry del Milano Film Festival

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L’incontro più interessante tra quelli tenuti al Milano Film Festival nella sezione Industry è stato Milano città del documentario: quattro autori tra arte e industria, organizzato dal Milano Film Network, rete nata come progetto pilota (poi trasportato anche in Sardegna) nel 2013 con il sostegno di Fondazione Cariplo e di cui fanno parte sette festival cittadini e al tempo stesso internazionali: il Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina, il Festival MIX Milano, Filmmaker, Invideo, Milano Film Festival, Sguardi Altrove Film Festival e Sport Movies & Tv Fest. Alla tavola rotonda, moderata da Luca Mosso (direttore artistico di Filmmaker Festival) e Alessandra Speciale (presidente del Milano Film Network e direttrice artistica del FCAAAL) si è parlato di cosa il Network fa, di cosa potrebbero fare il pubblico e il privato, e di come, nonostante Milano sia la capitale economica e finanziaria del Paese, questa forza non si riverberi come potrebbe sul cinema qui prodotto. Ci sono però film di cui essere orgogliosi e in questo momento lo sono in particolare i documentari: ecco perché a discuterne sono stati invitati i registi Martina Parenti, Luca Lucini e Demetrio Giacomelli. Uno degli obiettivi dichiarati del network è infatti quello di essere di supporto alla filiera cinematografica, obiettivo concretizzato a partire dal 2015 con i Milano Industry Days, all’interno dei quali si svolgono In Progress MFN, laboratorio produttivo finalizzato allo sviluppo di progetti audiovisivi italiani e indipendenti, e Atelier MFN, primo e unico fondo di sostegno alla post-produzione di lungometraggi italiani, che fa incontrare gli autori con programmer, distributori e altri professionisti in una fase cruciale, ovvero quando ancora il film non è terminato. Atelier, spiega Alessandra Speciale, ha ricevuto finora 240 progetti in fase di selezione e ne ha selezionati 24, di cui il 75 % sono documentari indipendenti.

 

Si tratta di film indipendenti d’autore che partecipano a competizioni internazionali, come Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, in concorso a Venezia nel 2016, mentre altri hanno distribuzione nelle sale, cosa oggi non ancora scontata.
La parola passa poi ai registi presenti all’incontro. Martina Parenti racconta di come al terzo documentario realizzato con D’Anolfi la coppia si sia vista quasi costretta a fondare una propria casa di produzione per continuare a produrre “in modo autarchico”, lavorando da soli (tranne per musica e audio che da sempre nei loro film sono curati da Massimo Mariani). E così è stato possibile aumentare il budget. Ma “avere un contributo da parte del Ministero ora non è più una garanzia per le banche, mentre prima la BNL era «la banca del cinema». Ora i due registi stanno realizzando il documentario Guerra e Pace, su come il cinema fin da quando è nato ha rappresentato la guerra. Ha un co-produttore svizzero e uno francese, mentre i contatti con quelli italiani non si sono rivelati fruttuosi.
Luca Lucini, che ha diretto Teatro alla scala – Il tempio delle meraviglie (distribuito in ben 300 sale nei soli Stati Uniti) e Leonardo da Vinci. Il Genio a Milano, ha avuto la fortuna di avere budget alti rispetto a quanto ricevano in media i documentari. Entrambi i film sono stati distribuiti da Nexo, incassando molto bene: esiste quindi un mercato, afferma Lucini, che può permettere alle produzioni di investire di più.
È il turno di Demetrio Giacomelli, classe 1986, diplomato in pittura, che detiene probabilmente un record: in un solo anno, nel 2017, ha fatto tre film, di cui Il Secondino Innamorato è stato selezionato a Pesaro, L’estinzione rende liberi ha vinto nella sezione Prospettive di Filmmaker e Diorama (realizzato con il sostengo di In Progress) ha vinto a Torino. Quest’anno per la prima volta ha ottenuto un finanziamento di 40mila euro da “Per chi crea – Nuove Opere” (bando Siae per artisti di età non superiore a 35 anni) per realizzare Il Cinema dei ragazzi di Emilio Sidoti. Giacomelli è diplomato in pittura ed è l’occasione per ricordare che anche Yuri Ancarani e Masbedo lavorano a Milano e ottengono finanziamenti pubblici. Finora Giacomelli dice di aver sempre pensato “Male che vada, da solo riesco a farlo.” Quando i moderatori chiedono a tre registi quali dovrebbero essere le priorità da mettere in atto per il loro cinema a Milano, ha le idee chiare: “Abbassare gli affitti”. Anche Lucini riconosce che a Trieste o a Bari far alloggiare un’intera troupe è più semplice perché gli alberghi costano meno, come lo è bloccare una strada per le riprese. Pitch e rough cut sono per Marina Parenti “faticosissimi”. Ma come ricorda Alessandra Speciale “un evento industry non è solo ricerca fondi, ma anche networking: non contano solo i premi, ma anche le relazioni che si instaurano.”

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Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 07:03:44 +0000
scott glenn
The Final Cut. Ritorno su Apocalypse Now

Esce in sala l'ultima e definitiva versione del capolavoro di Coppola, l'adattamento di Cuore di tenebra ambientato durante la guerra in Vietnam. In sala da oggi, restaurato dalla Cineteca di Bologna

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Qualche anno fa durante una cena con la redazione di Sentieri Selvaggi, Olivier Assayas a proposito de I cancelli del cielo di Michael Cimino disse: “L’aspetto che trovo più interessante di quel film è che non funziona mai. Come lo monti e lo guardi è così: non funziona la versione lunga, non funziona la versione corta”. La prima cosa che mi viene in mente a proposito di Apocalypse Now – che con il capolavoro maledetto di Cimino condivide non soltanto l’epoca realizzativa, ma una megalomania autoriale, un’ambizione cinematografica e un’inclinazione al fallimento economico mai più testate a Hollywood – è che, in un modo o nell’altro, funziona… sempre. Ciò credo sia principalmente dovuto alla forte componente astratta, allucinatoria e quindi anti-materica del film di Coppola. Ma forse c’è anche il fascino della non-finitezza che associa Coppola (e ovviamente, se non soprattutto, Cimino) a Orson Welles ed Erich von Stroheim.

Del resto dalla presentazione al Festival di Cannes del 1979 a oggi Francis Ford Coppola è spesso tornato in sala di montaggio a ripensare il film, remixare sonorità, cromatismi, aggiungere scene e poi toglierne altre. Un’esperienza di cesellatura filmica ossessiva, mai doma, che pure non sembra aver inficiato il fascino di un’opera tanto straordinaria per la storia del cinema, quanto evidentemente traumatica per il suo autore. Quella di Apocalypse Now è un’esperienza che, dai set filippini di metà degli anni ’70 a oggi, evidentemente lo stesso regista non ha mai smesso di elaborare e rivivere, come se fosse parte di una terapia obbligata. Mi sembra evidente come le tante versioni del film facciano parte di una complessa e “privata” apocalypse coppoliana conclusa, forse, solo oggi, con questo Final Cut, la terza versione presentata a giugno al Cinema Ritrovato di Bologna.

Apocalypse Now – Final Cut è una scontornatura di Apocalypse Now Redux. Coppola è ripartito dalla versione stampata e distribuita nel 2001, lunga tre ore e venti minuti, per sistemare piccole cose e arrivare alla durata di 180’. Oltre ad alcune inquadrature di raccordo, non c’è più l’incontro tra i soldati e le conigliette di Playboy rimaste senza benzina ed è sparito il monologo di Brando/Kurtz che, illuminato a giorno, legge gli articoli del Times al capitano Willard imprigionato. La principale annotazione da fare, spiazzante per i puristi della versione del 1979 e per i detrattori della seconda, è che in questo final cut la lunga sequenza della piantagione francese, in cui la squadra di Willard si imbatte in una famiglia di coloni che li ospita a cena, è rimasta pressocché intatta. È un episodio che anticipa l’incontro finale tra Willard e Kurtz e sembra ancora oggi una strana e rischiosissima deviazione dal climax del film.Più passano gli anni e più mi sembra evidente quanto Apocalypse sia anche un film di John Milius, che scrisse la sceneggiatura nel 1969 per George Lucas e che in seguito sarebbe tornato a raccontare a modo suo questo conradiano Cuore di tenebra in due film da lui scritti e diretti: Conan il barbaro e Addio al re. A Milius, autore tanto incompreso dalla critica quanto innegabilmente colto e personale, si devono la struttura narrativa omerica, i riferimenti al surf, quelli superomistici nelle figure di Kilgore e Kurtz, la perversa fascinazione americana per la distruzione, il conflitto tra la wilderness individualista e il Sistema/Potere. Nell’intervista curata da Giulio D’Agnolo Vallan per la retrospettiva del Torino Film Festival 2002 Milius confessava di non amare la versione Redux e in particolar modo la scena in cui i protagonisti facevano sesso con le ragazze di Playboy: “I soldati americani non avrebbero mai dovuto toccare quelle ragazze”. In Apocalypse Now – Final Cut questa scena è scomparsa.

Forse da spettatore continuo a preferire la prima versione, quella più breve di “soli” 145’. È più immediata, secca, oscura. Da critico cinematografico, però, mi scopro oggi inaspettatamente affascinato dal Final Cut e, devo ammetterlo, dalla stessa sequenza della piantagione. Ho la sensazione che questa, con i suoi cromatismi melò e la presenza oppiacea e fantasmatica di Aurore Clément renda Apocalyspe Now più romantico e allo stesso tempo più concettuale e meta-cinematografico. È un inserto a sé stante. Un film nel film. Forse la possibilità di un altro film. È un lungo segmento “extraterrestre” che pare quasi anticipare il patchworking del cinema contemporaneo, quello che mette insieme classico e moderno. L’illuminazione cambia raccontando in dieci, quindici minuti il crepuscolo di un mondo, di una classe sociale, di un set persino. Non so, potrei sbagliarmi, ma è come se in qualche modo Coppola e Vittorio Storaro anticipassero qualcosa di Hou Hsiao-hsien, Wong Kar-wai….

Ed è una sequenza in cui c’è già il Coppola iperrealista ed elettronico successivo: quello di Un sogno lungo un giorno, Rusty il selvaggio, I ragazzi della 56° strada, Dracula. Il cinema del nuovo secolo è ripartito anche da qui.

 

Titolo originale: id.
Regia: Francis Ford Coppola
Interpreti: Martin Sheen, Marlon Brando, Robert Duvall, Frederic Forrest, Sam Bottoms, Laurence Fishburne, Harrison Ford, Dennis Hopper, Scott Glenn, Aurore Clément
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 183′
Origine: USA, 1979

 

 

 

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Data articolo: Mon, 14 Oct 2019 19:04:01 +0000
Fatih Akin
Al via l’Efebo d’Oro 2019 a Palermo

Premiato ieri sera a Palermo il regista Fatih Akin, di cui è stato proiettato l'ultimo Il mostro di St. Pauli. Il festival prosegue ai Cantieri Culturali della Zisa fino al 19 ottobre

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Ha preso il via ieri con il premio alla carriera al regista Fatih Akin la 41esima edizione dell’Efebo d’Oro che si svolge ai Cantieri Culturali della Zisa a Palermo dal 13 al 19 Ottobre. Nel corso degli anni l’Efebo d’Oro, Premio Internazionale di Cinema e Narrativa, nato per sottolineare gli intensi rapporti di scambio tra cinema e letteratura, è divenuto un vero e proprio festival di cinema e scrittura. Due le sezioni a concorso che saranno presentate durante i 6 giorni di programmazione: la sezione dei film tratti da opere letterarie, in competizione per l’Efebo d’Oro, e quella delle opere prime o seconde che partecipano all’Efebo Speciale. Ad assegnare l’Efebo d’Oro sarà la giuria composta da Yervant Gianikian (artista), Wilma Labate (regista), Egle Palazzolo (presidente del Centro di Ricerca per la Narrativa e il Cinema), Clara Sanchez (scrittrice) e Alessio Vassallo (attore); mentre a Ludovico Caldarera (attore), Nicoletta Romeo (produttrice e co-direttrice del Trieste Film Festival) e Francesca Martinez Tagliavia (docente Accademia di Belle Arti di Palermo) spetterà giudicare le opere in lizza per l’Efebo Speciale.

L’omaggio a Fatih Akin prevede la proiezione dei film legati alla tema dell’essere stranieri (anche in patria). Ieri a chiusura della serata alla presenza di un pubblico numeroso è stato presentato Der Goldene Handschuh (Il mostro di St. Pauli), straordinario ritratto di un serial killer che agì nei più sordidi ambienti della Amburgo degli anni ’70. Nato ad Amburgo da genitori emigrati dalla Turchia, il regista si è collocato fin dall’inizio della sua carriera cinematografica in quel vasto mondo di artisti liminare formatisi al confine tra diverse culture, come lo scrittore e regista Hanif Kureishi (Efebo d’Oro 2017) nel Regno Unito. Un retroterra culturale che affonda le proprie radici in paesi lontani, teatri di massiccia emigrazione in cui hanno luogo profondi strappi nel tessuto umano e sociale. E il percorso di Fatih Akin, partendo dalla riflessione sulle sue origini, lo ha condotto gradualmente verso una maturazione percepibile anche in termine linguistico-stilistici. Un autore che rappresenta in pieno e con notevole coerenza, il complicato e contraddittorio mondo contemporaneo.

Con la proiezione speciale di Der geteilte Himmel (Il cielo diviso) film del 1964 di Konrad Wolf, tratto dallo straordinario libro che Christa Wolf scrisse non appena il muro venne costruito, l’Efebo ricorderà i trent’anni della caduta del muro di Berlino; mentre quella di Arrivederci Saigon (2018), sarà l’occasione per vedere l’ultimo documentario di Wilma Labate (in giuria Efebo d’Oro per il miglior film tratto da opera letteraria) che racconta incredibile storia delle Stars, giovanissima band femminile che dalla provincia toscana viene spedita inaspettatamente in Vietnam a suonare nella base militare americana. Non mancheranno i riconoscimenti per il Miglior saggio di cinema (Premio Nicolò Lombardo), che sarà assegnato a Marco Giusti per Polidor e Polidor (Cineteca di Bologna – Il cinema ritrovato, 2019), e quello Mestieri del Cinema (Premio Corrado Catania) che andrà alla director e acting coach Stefania De Santis.
Spazio anche all’educazione audiovisiva dei giovani spettatori con la sezione Efebo Education, che oltre a rivolgersi ai ragazzi delle scuole superiori, con proiezioni, dibattiti e incontri, quest’anno si arricchisce di un programma ad hoc dedicato ai più piccoli.

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Data articolo: Mon, 14 Oct 2019 15:15:44 +0000
the fanatic
#RomaFF14 – Un premio a John Travolta per THE FANATIC

John Travolta, ospite alla Festa del Cinema di Roma, riceverà un premio per la performance in The Fanatic di Fred Durst, il frontman dei Limp Bizkit non nuovo agli sforzi registici

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Al via tra pochissimo, il 17 ottobre, la 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma: l’Auditorium sarà al solito sede di numerosi incontri con personaggi importanti, da Scorsese a Bill Murray a John Travolta.

Riguardo quest’ultimo, lo vediamo protagonista di The Fanatic, firmato da Fred Durst, cofondatore e frontman dei Limp Bizkit, gruppo musicale crossover statunitense in voga negli anni ’90, e prodotto da Oscar Generale. Per tale interpretazione Travolta riceverà il Premio Speciale al festival del cinema di Roma martedì 22 ottobre presso la sala Sinopoli del Parco della Musica, dove sarà anche protagonista di un incontro ravvicinato con il pubblico, in cui non solo presenterà il film ma ripercorrerà anche le tappe principali della sua carriera, che attraversa quasi cinquanta anni di cinema.
Fred Durst non è nuovo nel mondo cinematografico, sia come regista che come attore in piccoli cameo: nel 2007 ha diretto il suo primo film, The education of Charlie Banks, con anteprima mondiale al Tribeca Film Festival di quello stesso anno, e ha vinto il Made NY Narrative Award per il miglior film realizzato a New York; fece poi ritorno nel 2008 con The Longshot.

In The Fanatic Travolta è accompagnato da Devon Sawa (Final Destination, Escape Plane 3), Ana Golija, James Paxton e Jacob Grodnik, per questo thriller psicologico americano rilasciato in versione teatrale limitata il 30 agosto 2019 e su piattaforme streaming. La vittima del personaggio di Travolta è lo stesso attore che ha interpretato il fan ossessionato da Eminem nel video di Stan, canzone entrata nella cultura pop, il cui titolo è diventato un neologismo per indicare le persone che hanno un rapporto ai limiti del patologico con le celebrità, dovuto ad un ammirazione e amore esagerato che sfocia nell’ossessione.

La prima immagine del trailer del film inquadra l’insegna Hollywood dal famoso osservatorio Griffith, chiarendo da subito l’ambientazione ed evidenziando il cinema americano come punto focale della storia. Schermi, autografi, citazionismo, inquadratura sui trofei, la trama dell’opera è palese fin dalle prime immagini, accompagnate da scritte cariche di inquietudine. Tra queste “Sei un Fan, senza di te non sono nulla”, attribuita ad Hunter Dunbar, personaggio interpretato da Devon Sawa, che impersona l’attore famoso vittima dello stalking del personaggio di John Travolta. Quando si ha bisogno di un contatto con il proprio eroe, quando si ha bisogno di ottenere considerazione da esso in modo ossessivo-compulsivo, le cose ovviamente degenerano quasi sempre in modo negativo.

La performance di Travolta, reduce dall’insuccesso di Gotti – Il primo Padrino (candidato per ben sei Razzie Awards), mantiene alta la curiosità sul film, che appare anche una sorta di omaggio al cinema hollywoodiano di genere, reso chiaramente dalla scena in cui il protagonista indossa la maschera di Jason Voorhees, personaggio iconico e protagonista della saga Venerdì 13.

Il film sembra essere mirato a osservare la dinamica celebrità/fan, basandosi su esperienze personali del regista: Moose, il protagonista, sembra essere un personaggio folle, totalmente privo di freni o sfumature, motivo per cui John Travolta si sente orgoglioso di aver avuto questa parte e considera The Fanatic una delle sue migliori esperienze. Il film doveva essere presentato in anteprima a Cannes 2019, ma è stato ritirato all’ultimo minuto poiché l’attore non era contento del montaggio e avrebbe chiesto di realizzare una seconda versione sotto la sua supervisione, come racconta Bloody Disgusting, evidente il particolare interesse per l’opera e la sua performance da parte dell’attore.

É dunque lecito chiedersi: visto l’impatto controverso con il film in America (in alcune sale ha incassato solo 10 dollari, e le recensioni non sono state generose), cosa bisogna aspettarsi da The Fanatic? Nell’attesa di vedere l’opera di Durst, ci viene in aiuto la dichiarazione di Antonio Monda, il direttore artistico della Festa del Cinema: “Sono felice e onorato di premiare John Travolta per l’interpretazione in The Fanatic. Una performance sorprendente e struggente che riesce a mostrare come a Hollywood i sogni si trasformano spesso in incubi”.

 

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Data articolo: Mon, 14 Oct 2019 13:23:40 +0000
wanted cinema
Il bambino è il maestro – Il metodo Montessori, di Alexandre Mourot

Un documentario per raccontare, attraverso l'osservazione di una classe di bambini, il metodo Montessori e la portata di un messaggio urgente e attuale. In sala da oggi

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Alexandre Mourot inizia la sua narrazione da un avvenimento personale: la nascita della prima figlia. Poche immagini che pongono le basi per interrogativi quali la crescita e l’educazione e che subito si allargano a una classe di 28 bambini dai tre ai sei anni della più antica scuola Montessori della Francia. Attraverso l’approccio classico dell’osservazione – durata un anno intero – veniamo a conoscenza di uno dei metodi pedagogici più longevi e ancora oggi oggetto di studi e sviluppi. E si resta stupiti e affascinati da questi bambini che quotidianamente svolgono attività a cui di solito ci si avvicina in un’età maggiore, come tagliare una mela, stirare o preparare una spremuta; e che imparano, naturalmente, a socializzare senza litigare o essere prepotenti. Fondamentale il ruolo dell’educatore, che non ostacola ma coltiva la volontà del bambino; ecco che allora ognuno sceglie liberamente cosa fare: c’è chi ritaglia la carta, chi fa esperimenti con l’acqua, chi impara i suoni dell’alfabeto o le capitali europee; in un ambiente che diventa una società in miniatura, riflesso ideale di come dovrebbe essere la società del domani.

 Mourot posiziona la camera ad altezza bambino perché in fondo è questo lo spirito degli insegnamenti di Maria Montessori, che si possono ascoltare in voice off e che fanno parte di estratti da archivi inediti; a complemento la voce del regista, che commenta le azioni e le reazioni dei piccoli protagonisti. L’uso eccessivo della parola sovrasta però le immagini privandole di quel significato che dovrebbe emergere spontaneo dalla fruizione del racconto, il quale finisce per somigliare più a una lezione didattica che a una scoperta da sé. Lo spettatore è, in altre parole, accompagnato mano nella mano senza la possibilità di deviare di un millimetro dal binario interpretativo. Questo non riduce comunque l’impatto di un messaggio quanto mai urgente e attuale che per la sua portata esce dalle mura scolastiche rivoluzionando i concetti di educazione e civiltà.

Titolo originale: Le maître est l’enfant
Regia: Alexandre Mourot
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 100′
Origine: Francia, 2017

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Data articolo: Mon, 14 Oct 2019 10:17:24 +0000
Vincent D’Onofrio
The Kid, di Vincent D’Onofrio

Un western che usa il racconto di formazione per smontare il genere dal suo interno e che svuota di senso il confronto tra il Pat Garrett di Ethan Hawke e il Billy The Kid di Dane DeHaan. Su Prime

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Rio non ha ancora quindici anni ma, dopo aver fatto esplodere il proprio presente attraverso quel colpo di pistola che, con un patricidio, si è opposto una volta per tutte all’orrore della violenza domestica, già si trova al cospetto di un bivio esistenziale, dove la scelta della strada imboccare ha tutto il peso e la portata di una dichiarazione d’intenti sul tipo di uomo che nascerà dalla ceneri del ragazzo. “Immagina cosa diventerai una volta che tutto questo sarà finito”, gli dice sua sorella Sara. È questa la domanda a cui Rio deve imparare a rispondere, mentre nella sua fuga si scopre perso nel buio della paura e del senso di colpa.
A quasi dieci anni di distanza dal suo primo lungometraggio, l’horror Don’t Go in the Woods, Vincent D’Onofrio torna dietro la macchina da presa con quello che in apparenza assume la forma di un racconto di formazione. The Kid costruisce le sue fondamenta a partire dalla mitologia del genere western, rivisitando la storia di Pat Garrett e Billy The Kid attraverso gli occhi di un ragazzino intrappolato in un dramma morale. Il senso di colpa per il patricidio, almeno inizialmente, equipara la percezione che Rio ha di sé alla figura del fuorilegge. Una vicinanza sottolineata non solo dal fascino esercitato sul ragazzo da Billy, ma che sembra confermata anche dalla chiara presa di posizione inscritta nella prospettiva di sguardo adottata durante la scena dell’impiccagione di uno degli uomini della banda di Billy. Quando la botola si è già aperta, il volto di Dave Rudabaugh, allo stesso modo di quello del ragazzo, si trova al livello del palco, facendo così coincidere l’asse di sguardo del fuorilegge con quello di Rio.
Il percorso di crescita intrapreso dal protagonista di The Kid Rio deve scegliere quale guida morale dover seguire – a ben guardare si rivela però niente altro che un falso movimento. La promessa del ragionamento su uno dei topoi del genere, lo scontro tra l’ordine di Pat Garrett e l’anarchia di Billy The Kid, è l’appuntamento che D’Onofrio (anche lo slittamento di senso del titolo parla chiaro a proposito) continua a disattendere. Quello tra Ethan Hawke e Dane DeHaan è uno scontro tra la due possibili e opposti universi qui giocato quasi unicamente sul piano verbale, con Billy in catene per la maggior parte del film, in una negazione dell’azione che scardina, pezzo dopo pezzo, il genere dal suo interno, permettendo così a D’Onofrio di aggirare anche lo spettro del confronto con Peckinpah. Ma in The Kid non si tratta solo dell’azzeramento di un confronto che va scivolando ai margini della storia.
Nel film non viene lasciato nessuno spazio alla tensione epica, che, allo stesso modo del duello finale tra Ethan Hawke e Chris Pratt, nei panni dello spietato zio del ragazzo, non è altro che un movimento continuamente negato. Quella di The Kid è l’America del 1879, quando il mito della frontiera, dichiarato legalmente concluso da lì a solo un decennio, è un paesaggio già estinto, dal destino ormai segnato, come segnata è anche la scelta morale che alla fine abbraccerà il protagonista. E, allora, quello compiuto dal ragazzo è solo un movimento viziato alle sue origini, perché il futuro prossimo di Rio è un’America dove il progresso e l’ordine hanno definitivamente prevalso sull’anarchia. La wilderness è un’immagine che si è già trasformata nel suo simulacro. Ed è proprio su un simulacro, sembra dire D’Onofrio, per la verità vacillando più volte nel tentativo di mantener ferma la sua coerenza, che è stato eretto il mito fondativo della Nazione.

 

Titolo originale: id.
Regia: Vincent D’Onofrio
Interpreti: Ethan Hawke, Dane DeHaan, Jake Schur, Leila George, Chris Pratt
Durata: 100′
Origine: USA, 2019
Genere: biopic/western

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Data articolo: Mon, 14 Oct 2019 07:24:30 +0000
talking heads
David Byrne e le sue Reasons to be Cheerful

Reasons to Be Cheerful è il nome del webmagazine lanciato da Byrne nel 2018, un contenitore di riflessioni e storie a lieto fine che ospita contributi dell'artista e dei suoi sodali come Brian Eno

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David Byrne è l’emblema dell’approccio avanguardistico alla musica: fece brillare il post-punk dei Talking Heads, la cui proposta artistica ed estrosa trovava la sua massima espressione in concerti dalla grandissima carica emotiva, con un impatto sonoro quasi orchestrale e inconfondibilmente scenico. La voce di Psycho Killer continua a muoversi sia come performer che come divulgatore.
Dopo il manuale-autobiografia Come funziona la musica, il musicista statunitense di natali scozzesi ha lanciato nel 2018 Reasons to Be Cheerful, un vero e proprio webmagazine, il primo progetto realizzato dalla sua associazione no profit Arbutus Foundation. Qui vengono raccontate storie a lieto fine, che hanno lo scopo di ispirare, sollevare ed affievolire le frustrazioni quotidiane. I temi trattati riguardano salute, cultura, scienza, tecnologia, clima, economia, energia. Inoltre nel magazine sono inclusi video, podcast ed eventi live.

La musica dei Talking Heads raccontava l’automatismo della società postmoderna, divisa tra un passato conservatore e un presente anarchico e liberista. La New York era quella di Andy Warhol, degli eccessi, delle avanguardie artistiche e dei movimenti destinati a gonfiare le tensioni dei decenni a venire, e saranno proprio quella frenesia, quei colori e il senso di alienazione ad ispirare profondamente l’arte di Byrne.
I temi socio-politici sono ancora i protagonisti dei suoi racconti. Nel suo articolo Everybody needs a home si parla infatti, di come siano già in atto soluzioni efficienti per togliere i senzatetto dalle strade e donare loro una vita migliore.
“Tutti traiamo beneficio economicamente come società quando ci sono meno persone senza una casa, quindi aiutando i senzatetto aiutiamo anche noi stessi.”
Ma qual è il modo migliore per realizzare questa utopia?
Varie città e paesi stanno adottando quello che viene chiamato il modello Housing First, ben diverso da soluzioni fallaci già provate. Secondo questo metodo infatti, il primo passo necessario è dare ai senzatetto una casa, invece di un lavoro.
Dai bilanci è venuto fuori che una persona senza averi ha molte più possibilità di diventare attiva se riceve un posto dove stare, è questo il motivo per il quale il progetto sta avendo successo.
Si tratta di un esempio perfetto delle riflessioni che abitano Reasons to be cheerful:

Elijah Stevens era un senzatetto, qui lo vediamo dopo essersi iscritto a un conservatorio di musica.

Non può mancare sul magazine l’apporto di Brian Eno, sodale di Byrne dai tempi di More songs about buildings and food dei Talking Heads e poi di My life in the bush of ghosts, anche lui infatti pubblica una sua corrispondenza sul sito:
“Il vento e il solare sono fantastici (e sono diventati economicamente competitivi), ma ovviamente non possono funzionare ovunque, le batterie e altre forme di accumulo di energia rappresentano ancora un problema.
Sono stato anti-nucleare per molto tempo, ma ora ho cambiato la mia posizione.
Ritengo l’energia nucleare buona almeno come tecnologia intermedia, fino a quando non otterremo davvero energie rinnovabili.”
A seguito dell’analisi, intenta a scovare le problematiche e i vantaggi che il nucleare comporta, Eno propone una storiella. A raccontarla è stato un suo amico d’infanzia, che al tempo era diventato capo della sicurezza della prima e più grande centrale nucleare della Gran Bretagna. Una volta che gli allarmi dello stabilimento si erano attivati, tutti si stavano mobilitando per capire cosa stesse accadendo. Venne fuori che uno degli operai notturni, aveva portato l’orologio che indossava quotidianamente a riparare, ma un quadrante era stato verniciato con il radio. Il sistema di allarme allora aveva captato quella radiazione e le campane erano impazzite. In 20 anni, quello è stato il loro unico allarme.

Sebbene venga riconosciuto come celebrità della musica rock, David Byrne si è cimentato in innumerevoli generi diversi, proponendo uno stile new wave ed anche un post-funk aperto a contaminazioni da world music (come già in Remain in Light, considerato il capolavoro dei Talking Heads e uno dei dischi “definitivi” della musica contemporanea), neopsichedeliche ed elettroniche, ma anche installazioni e colonne sonore (come la partecipazione a Fino alla fine del mondo di Wim Wenders).
E’ forse l’irrefrenabile fame di sperimentazione, che porta ora il 67enne David Byrne a raccogliere storie motivazionali al fine di rendere il mondo un posto migliore?
Ci sono in effetti parecchi motivi per i quali sentirsi allegri. Molte di queste ragioni si presentano sotto forma di soluzioni intelligenti, comprovate e replicabili ai problemi più urgenti del mondo.
Le storie, bilanciate tra senso di sano ottimismo e rigore giornalistico, trovano motivo di speranza nella rivista, che in parte è anche una sessione di terapia.
Gli articoli che Reasons to be Cheerful propone, sono elencati all’interno di rubriche, collezioni e categorie. Ebbene, un motivo per essere allegri è proprio l’impegno di Byrne per il suo nuovo magazine.

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Data articolo: Sun, 13 Oct 2019 11:06:16 +0000

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