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News recensioni film cinema da sentieriselvaggi.it

#film #cinema #recensioni #sentieriselvaggi.it

orso d'oro
#Berlinale 70 – Volevo nascondermi. Incontro con Giorgio Diritti ed Elio Germano

Giorgio Diritti ed Elio Germano presentano il loro nuovo film, Volevo nascondermi, dedicato all'artista Antonio Ligabue, tra i titoli in concorso alla Berlinale

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Durante l’incontro di Volevo nascondermi, film in concorso alla 70esima edizione del Festival di Berlino, viene immediatamente a galla il grande lavoro compiuto in fase di preparazione sull’aspetto fisico del personaggio di Antonio Ligabue, un lavoro di prostetica che cerca un avvicinamento già a partire dai connotati, per poi entrare in profondità nelle mille sfaccettature offerte da un’artista pieno di angolazioni e complessità. “Se nasci zoppo, sei zoppo, e non puoi correre” comincia Giorgio Diritti. “Attualmente le cose sono molto diverse, ma allora il disagio fisico era ancora molto marcato, ricostruirlo concretamente serviva per restituire la sensazione. Possiamo dire che del personaggio non si sente la puzza che dava, ma si può immaginarla. E poi credo che questo lavoro sia stato molto utile anche ad Elio“.

L’attore protagonista, Elio Germano prende la palla al balzo: “La prostetica in Italia è adesso un settore importante, noi in un certo senso, per quando abbiamo iniziato il film, siamo stati degli sperimentatori. Dal punto di vista attoriale questo lavoro è stato decisivo, senza non avrei potuto fare il film, perchè ti permette di entrare all’interno del personaggio umanamente. Non raccontare la sua deformità sarebbe stato un errore, lui era repellente. Abbiamo ragionato sul fatto che lui fosse l’ultima delle comparse rispetto agli altri. Raccontare un animo borderline è sempre complicato. Non ho guardato niente per la preparazione, mi sono affidato alle fonti di prima mano. Quanto a Flavio Bucci preferisco ricordarlo per le tantissime sfaccettature dei suoi personaggi, che non legato a questo unico ruolo, mi sembra la maniera migliore per onorarlo“. Un pensiero condiviso da entrambi quello di evitare di guardare altri rifacimenti, se un qualche riferimento volesse rintracciarsi, aggiunge Diritti, sarebbe nel film di Mike Leigh, Turner, per la dimensione visiva che è espressione dell’opera stessa. “Una delle caratteristiche del loro di regista è quella di andare di pancia, seguendo un’urgenza, un’emozione. La bontà dei sentimenti è data già sentendo con uno sguardo, la dimensione delle emozioni viene fuori naturalemente“.

L’approccio per costruire un personaggio del genere, è stato quello di non raccontare in maniera lineare, ma cercare di aderire ai suoi istanti emotivi, per capire in che modo Ligabue fosse capace di istaurare un rapporto tra sé e sé e tra sé e il mondo. Nella comprensione gioca un ruolo importante anche il linguaggio e l’ambiente in cui è inserito, dopo l’espulsione e l’arrivo in Italia. La scelta del dialetto si inserisce in una dimensione di autenticità, come fattore fondamentale della comunità. Sullo stesso argomento continua Germano: “Nei suoi quadri ci sono sempre gli elementi del territorio, questa vegetazione che diventava una giungla, nei suoi dipinti c’è una stratificazione di livelli, tutti i mondi che stava attraversando o che aveva attraversato e raccontano tutte queste tensioni.”  Un ragionamento nel quale gli dà manforte ancora Diritti “a livello cromatico ci sono 200 tonalità di verde, lui si nutriva visivamente di quello che lo circondava, ho dato al paesaggio il riflesso di quello che lui vedeva. Il grandangolo faceva risaltare il territorio e percepire lui più piccolo, tutto è fatto in funzione rappresentativa, nel tentativo di andare oltre ed accedere ad una parte più intima e profonda.

Tensioni presenti a iosa nella vita dell’artista. Volevo nascondermi, dice Diritti, è un ulteriore riconoscimento alla sua disperata e sofferente esistenza, in un campo difficile come è quello del film in costume d’epoca. “Ha subito, è partito in salita, era un bimbo abbandonato, adottato da una famiglia per una necessità economica, per ricevere il sussidio. Aveva inoltre una grave sofferenza fisica, il rachitismo, la misofonia, un disturbo cerebrale per i suoni che porta alla pazzia. Era una persona in fatica che quando ha visto la possibilità di riscatto nell’espressione artistica, si ci è aggrappato con tutte le sue forze, ottenendo un riconoscimento generale. La favola di Ligabue è una favola in cui ognuno di noi può trovare qualcosa, se ci siamo mai sentiti emarginati o isolati.

Per ricreare l’uomo e l’artista c’è stata naturalmente una grande ricerca, sono state visionate interviste, i video su internet.  E poi la corposa aneddotica nata attorno ad una figura eccentrica e singolare, storie al limite dell’inverosimile. Elio Germano sottolinea come l’intento principale era di evitare di utilizzare il nome di Antonio Ligabue per pilotare un altro messagio, un’operazione molto diffusa al cinema, e tentare invece di lasciare al personaggio la libertà di emergere da solo: “La pittura era un suo modo di sconfiggere i demoni, abbiamo cercato di assecondare ogni aspetto della personalità, anche accettandone i disatri, c’è nel suo ritratto la ricchezza e la complessità dell’essere umano. Siamo noi, con più coraggio, siamo noi con una dignità maggiore. Quello che è interessante è che a tanti anni di distanza si parli ancora di lui e non dei tanti ricchi dell’epoca, che ormai non ricorda più nessuno“.

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Data articolo: Fri, 21 Feb 2020 14:19:11 +0000
sigourney Weaver
#Berlinale70 – My Salinger year, di Philippe Falardeau

Il film di apertura della #Berlinale70 è un nuovo racconto del cortocircuito verità/leggenda da parte dell'autore di The Bleeder, ma è soprattutto un ulteriore veicolo di lancio per Margaret Qualley

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Margaret Qualley affida al franco-canadese Philippe Falardeau (a cui dobbiamo tra le altre cose l’ottimo The Bleeder di qualche anno fa) il suo tentativo di lancio definitivo sul grande schermo, dopo che gli appassionati di serialità hanno imparato ad amarla tra The Leftlovers e Fosse/Verdon, e il pubblico del cinema si è innamorato del suo personaggio in Once upon a time in… Hollywood. E in effetti My Salinger year è in sostanza interamente poggiato sulle spalle della giovane e luminosa interprete, voce e sguardo narrante dell’ennesima storia di rivelazione umana, affettiva e professionale tra le strade di una New York che è innanzitutto un castello di riferimenti e mitologie culturali e letterari.
Non siamo troppo lontani dalla confezione evanescente di The only living boy in New York di Marc Webb, giusto per citare un esempio recente di questo sottogenere occhialuto (o forse addirittura del setting della prima stagione di You su Netflix?), ma Falardeau, sulla scorta del romanzo autobiografico di Joanna Rakoff, tenta di donare anima, fragilità e profondità a tutta la galleria di figure che popolano l’agenzia letteraria dove la giovane protagonista si ritrova a fare da segretaria: non solo il temibile e glaciale direttore Sigourney Weaver, ma i vari assistenti e fidati collaboratori di cui è circondata, con i volti familiari e rassicuranti di Colm Feore e Brían F. O’Byrne.

Il fascino maggiore della vicenda sta però chiaramente nel rapporto a distanza che Joanna intesse, nel corso della sua annata di lavoro per l’agenzia, con “Jerry” Salinger e insieme con le sue legioni di ammiratori, che nel 1995 della storia inondano quotidianamente la casella di posta dell’unico riferimento ufficiale lasciato dallo scrittore, i suoi rappresentanti letterari, ai quali spetta il compito di “filtrare” pesantemente la corrispondenza.
Si tratta di materiale su cui una Nora Ephron avrebbe costruito una struttura vertiginosa di rimpalli, ma Falardeau si accontenta di tratteggiare ancora una volta una Grande Mela insieme pulviscolare e spietata (le sequenze nel ristorante del Waldorf…), di certo non inedita, e di accennare istanti sospesi e timidamente sognanti come le conversazioni a distanza con gli immaginari fan mittenti delle lettere a Salinger.
Nel tentativo di cogliere un’atmosfera più che una direzione vera e propria alla parabola di Joanna, My Salinger year dovrebbe essere anche il racconto di come l’autore del Giovane Holden si fosse interessato all’improvviso alla pubblicazione della sua novella Hapworth 16, 1924, uscita originariamente solo sul New Yorker, da parte di una minuscola e sconosciuta casa editrice di provincia: un caso che Rakoff segue di persona ma che il film mantiene in secondo piano, come la figura dello scrittore divinizzato di cui non vediamo mai le reali fattezze, udendone solo la voce per lo più al telefono.
Peccato che, a differenza proprio del precedente Bleeder, Falardeau non intessi qui alcun discorso sul Mito, sul dietro le quinte della creazione artistica e sul cortocircuito verità/leggenda, limitandosi ad un lavoro di confezione a conti fatti innocuo.

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Data articolo: Fri, 21 Feb 2020 10:28:57 +0000
wes brown
Il richiamo della foresta, di Chris Sanders

Dal classico di Jack London, un viaggio di formazione di un adolescente in cerca del suo posto nel mondo. E Buck allo stesso livello dei personaggi umani che recitano in live-action.

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Un viaggio verso terre selvagge, inesplorate, un’avventura che da più di cent’anni lascia intere generazioni col fiato sospeso, passando dalla carta al grande schermo, dal live-action all’animazione. Il richiamo della foresta di Jack London è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1904, seguito due anni dopo da Zanna Bianca, ed è uno dei classici della letteratura per ragazzi più letti di sempre. Ambientato nell’esotico Klondike, sul confine fra  Canada  e  Alaska, durante la famosa corsa all’oro, Il richiamo della foresta ha come protagonista Buck, un cane con animo di lupo, indomabile, impossibile da assoggettare alla legge degli uomini e con un desiderio fuori dal comune di esplorare, scoprire nuovi territori e vivere libero.

Ingabbiato nella comodità della vita domestica della tiepida California per i primi anni della sua vita, Buck viene rapito e venduto nel Klondike ai cercatori d’oro come cane da slitta. Per la prima volta le sue zampe toccano la neve e un freddo che non aveva mai provato gli entra nelle ossa, nel sangue. In quel luogo inospitale e sconosciuto il tepore del caminetto e i suoi giochi preferiti sono un lontano ricordo. Ora le sue giornate iniziano all’alba, scandite dal lavoro di cane da slitta e dai colpi di bastone dei suoi nuovi padroni. Le briglie gli segnano il collo e il ghiaccio che gli fa perdere l’equilibrio, ma Buck tira, corre, cade e si rialza. Sempre. Senza fermarsi. Il Klondike è la sua nuova casa e, nonostante il freddo, la violenza e il cibo che scarseggia, tirare la slitta è la sua missione, quello che gli permette di far parte di un branco e vedere il mondo. Di arrivare dove nessuno ha mai osato, dove finiscono le mappe e iniziano le leggende.

Gli uomini gli fanno da compagni di viaggio, da contrappeso, ma è lui l’unico protagonista della sua storia. L’uomo è a seconda dei casi nemico o alleato, persino amico, come nel caso del vecchio cercatore d’oro John Thornton (Harrison Ford), ma in ogni caso rappresenta una domesticità che non sente più sua. Un focolare a cui non desidera più scaldarsi. Mentre la vita selvaggia, con le creature che la popolano, i pericoli, ma anche le occasioni di crescita è sempre più attraente e lo assorbe ogni giorno di più. Come un bambino che intraprende il suo viaggio verso l’età adulta, che cerca la sua strada su percorsi alternativi, ancora non battuti, trovando se stesso dove mai avrebbe pensato di guardare.

Questo conflitto tra indole domestica e selvaggia, tra la sicurezza della casa e l’attrattiva verso l’ignoto è fortemente presente nella pellicola di Chris Sanders che, grazie all’ausilio della CGI, umanizza Buck nelle espressioni e negli slanci emotivi, trasformando Il richiamo della foresta in un vero e proprio viaggio di formazione di un adolescente in cerca del suo posto nel mondo. Ed è proprio questo che caratterizza questo adattamento cinematografico rispetto a quelli che l’hanno preceduto, l’umanità di Buck, la capacità di comunicare senza parlare, che già è intrinseca nel suo personaggio, ma qui è ancora più evidente. Chris Sanders gli ha dato un volto e ha portato Buck allo stesso livello dei personaggi umani che recitano in live-action, riuscendo a fondere perfettamente le due tecniche espressive e nell’incredibile impresa di far letteralmente rivivere la leggenda.

 

Titolo originale: The Call of the Wild
Regia: Chris Sanders
Interpreti: Harrison Ford, Karen Gillan, Dan Stevens, Jean Louisa Kelly, Omar Sy, Bradley Whitford, Wes Brown, Terry Notary
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 100′
Origine: USA, 2020

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Data articolo: Fri, 21 Feb 2020 06:51:09 +0000
proiezioni gratuite
Grass, il black and white di Hong Sangsoo

Giovedì 27 febbraio h20, il film del cineasta coreano passato a Berlino 2018. Un'opera sui sentimenti, sulle persone, sugli abbandoni. VO con sottotitoli ita a cura di AsianWorld. Via Botta 19, Roma

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Dopo gli Academy Award vinti da Parasite, è di nuovo il momento d’oro del cinema coreano. Ecco allora una buona occasione per conoscere uno dei cineasti che sentieri selvaggi ama e proietta di più e che viene cronicamente trascurato dalla distribuzione in sala. Nel 2018 Hong Sangsoo era presente a Berlino con un breve, bellissimo film in bianco e nero sui sentimenti, sulle persone, sugli abbandoni.
Nell’angolo di una piccola caffetteria, Areum (Kim Minhee) è seduta davanti al suo computer. Ai tavoli intorno a lei, altri clienti vivono i vari drammi delle loro vite: una giovane coppia si rivolge pesanti accuse, un uomo anziano tenta di ritrovare la passione con una giovane donna, un regista narcisista tenta di portare avanti il prossimo progetto, tutto mentre Areum scrive. E mentre nel caffé si consumano queste vicende, le piante all’esterno diventano sempre più alte…
“Le strutture narrative si sciolgono nel respiro delle sinfonie classiche, mentre tutti i dettagli, con le loro proprie puntuazioni di forza, sfumano nell’equilibrio dell’insieme, come colori di un quadro. Ed è come se la sensibilità di Truffaut avesse finalmente incontrato la sublime consapevolezza di Ozu“.

Leggi la nostra recensione

Proiezione in voce originale con sottotitoli italiani a cura di AsianWorld.it

Grass di Hong Sangsoo
Giovedì 27 febbraio h 20.30
Sentieri Selvaggi, v
ia Carlo Botta 19, Roma
INGRESSO GRATUITO

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Data articolo: Thu, 20 Feb 2020 18:35:14 +0000
Veronica Llinàs
Criminali come noi, di Sebastián Borensztein

Heist movie argentino, tra commedia surreale e spaccato storico della crisi economica dei primi anni Duemila. Funziona nell'intrattenimento. Immediato, ma anche innocuo, l'approfondimento sociale.

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Argentina, dicembre 2001. Un gruppo di amici e di vicini di casa mettono insieme tutti i loro risparmi per riattivare una cooperativa agricola e rilanciare l’economia della loro cittadina. Il giorno dopo aver depositato ciascuno il proprio denaro in banca, il sistema bancario e l’economia dell’Argentina collassano e loro perdono tutto quello che avevano. Dopo aver scoperto, però, di essere stati il bersaglio della truffa orchestrata da un avvocato e un direttore di banca senza scrupoli, che li hanno raggirati per approfittare della situazione, il gruppo decide di unire ancora una volta le forze, ma stavolta mettendo in atto un piano per rimpossessarsi del patrimonio che gli è stato sottratto.

La lunga e divertita intro di presentazione dei protagonisti, i “giles” del titolo originale (La Odisea de los Giles; aggettivo che in Argentina sta ad indicare proprio chi è considerato “tonto”, “ingenuo”), è infatti solo il preludio di un heist movie in piena regola. Dalla narrazione al montaggio, Sebastiàn Borensztein ripercorre tutti quegli schemi ben riconoscibili, appartenenti al genere di riferimento, con la differenza cruciale che la “banda criminale” non si forma appositamente per organizzare un colpo, ma come detto è vittima e carnefice allo stesso tempo. Questo Ocean’s Eleven in salsa argentina parte quindi da presupposti già di per sé piuttosto ibridi, per poi mantenersi coerente nel corso della pellicola, totalmente immerso com’è nella realtà del racconto. L’ingenuità dei personaggi, la ristrettezza del piccolo paese, la vasta e sperduta campagna che li circonda e al tempo stesso nasconde il cuore dell’intera impresa: sono tutti elementi essenziali sfruttati per caratterizzare la storia. Un piano che nel farsi, passo dopo passo, sempre più incredibilmente concreto, diventa addirittura farraginoso a tratti, proprio per il tentativo di renderlo il più possibile verosimile e “reale”.

Perché alla base del background di questi “uomini tonti”, grotteschi, stereotipati e perfino eccessivi, c’è naturalmente la “realtà” della crisi economica argentina d’inizio millennio, che ha completamente distrutto le vite di innumerevoli uomini “semplici”, umili, quanto onesti nel profondo. Dietro il riscatto sociale, apparentemente scontato, insito nella loro vendetta ai danni del crudele speculatore che li ha rovinati, c’è una reazione umana e sanguigna, molto meno banale. Ciascuno di loro, chi più chi (molto) meno, arriva infatti a fare i conti con la decisione di abbracciare l’illegalità, di piegarsi ai propri istinti (pur se continuamente giustificati dall’indolente “malvagità” dell’avvocato Manzi, loro bersaglio). Un disagio che arriva a scatenare conflitti familiari e generazionali, come quello tra Perlassi e Carmen e i loro rispettivi figli, o ancora tra lo stesso giovane Rodrigo e l’affascinante segretaria di Manzi. Tutti scontri dagli esiti diversi, giusti o sbagliati possano questi considerarsi, ma egualmente dominati da una comprensibilità chiara e assoluta.

Ed è in questa varietà, di stili formali (lo spaccato popolare, la pura commedia e appunto l’heist movie) e di caratteri, che risiede la vera carta vincente di Criminali come noi. Seguendo questo principio, ancora una volta il racconto si adegua a loro, ai “tonti”, che arrivano a sorprendere a più riprese, regalando a turno ora soluzioni surreali quanto improbabili, ora invece geniali e articolate trovate. Pur con un’estrema linearità nell’ultima parte (soprattutto viste le citate premesse), il piano funziona proprio per la sua improbabilità, mai davvero tradita fino all’ultimo, continuando ad evidenziare la diversità del gruppo argentino nei confronti dei rispettivi hollywoodiani, nell’immaginario collettivo decisamente più “belli”, preparati e sicuri. Eppure il risultato non cambia, anzi, è anche più energico e vistoso nel suo “socialismo” di fondo. Perché questi sconclusionati “perdenti” trovano nello spirito di condivisione, nell’offrire ciascuno il proprio piccolo, “semplice” ma cruciale contributo, la chiave per vincere contro il singolo, ricco e potente, rendendo infine davvero impossibile non tifare per loro.

Titolo originale: La Odisea de los Giles
Regia: Sebastián Borensztein
Interpreti: Ricardo Darín, Chino Darín, Luis Brandoni, Verónica Llinás, Daniel Aráoz, Carlos Belloso, Marco Antonio Caponi, Rita Cortese, Andrés Parra
Distribuzione: BIM
Durata: 116′
Origine: Argentina, Spagna 2019

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Data articolo: Thu, 20 Feb 2020 17:15:26 +0000
William Jackson Harper
Cattive acque, di Todd Haynes

Film di impegno civile firmato da Haynes. L’immersione nelle "cattive acque" della nostra epoca ci riconsegna una commovente parabola umana e una rigorosa battaglia legale che non lascia indifferenti

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1975, Parkersburg, West Virginia. È notte: tre ragazzi ubriachi parcheggiano sulle rive del fiume Ohio, scavalcano la recinzione di un impianto industriale e si tuffano in acqua. L’inquadratura li coglie ora dalle profondità del fiume per poi avvicinarsi minacciosamente alla ragazza nuda mentre nuota: il riferimento, sin troppo evidente, è alla “soggettiva dello squalo” in Jaws di Spielberg (che esce non a caso proprio in quel 1975…), solo che questa volta il male è ancor più invisibile aleggiando sulla superficie dell’acqua per rivelarsi molti decenni dopo. In quel fiume, infatti, viene periodicamente gettato dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) come scoria di una multinazionale.

1998, Cincinnati, Ohio. Il giovane avvocato Robert Bilott è appena diventato socio di uno dei più importanti studi della città, la sua vita è tranquilla e la sua carriera è sulla rampa di lancio, almeno sino a quando un allevatore di Parkersburg (Wilbur Tennant) lo invita a indagare sulla inspiegabile moria e le molte malformazioni degli animali del luogo. Il contatto tra i due è stato agevolato dalla nonna di Robert che abita proprio nel West Virginia, quindi da una radice “provinciale” che il brillante avvocato tenta inutilmente di nascondere. Da qui inizia una battaglia legale lunghissima (circa vent’anni dalla prima citazione alla class action collettiva) per cercare di dimostrare una diretta relazione tra i residui di PFOA provenienti dall’azienda del gruppo chimico DuPont e gli strani casi di malattie e deformità che colpiscono anche le persone.

Cattive acque si muove in questo perimetro di referenze cinematografiche (dal thriller all’impegno civile della New Hollywood che quest’anno ci ha già regalo l’ottimo The Report) e cronachistiche (il film si basa su un articolo del New York Times che descrive il reale caso giudiziario). Un progetto nato dalla volontà di Mark Ruffalo – qui produttore e straordinario protagonista – che nelle mani di Haynes e dell’abituale direttore della fotografia Ed Lachman si trasforma in un film oltremodo perturbante che aderisce con la consueta perizia stilistica al genere di riferimento (questa volta il legal thriller), ma nel contempo inquieta lo spettatore con inquadrature che sottintendono un male incombente che preme dal fuori campo (riecheggiando Safe). Ecco che se i vent’anni di indagine di Robert e le varie fasi della sua inchiesta sono sciorinate con rigore e ritmo sostenuto  (tra Pakula e Pollack), i momenti di forte tensione del protagonista sono invece sottolineati da una dilatazione temporale che tende a rendere visibile ogni dubbio etico (tra Michael Mann e Gus Van Sant). Ed è proprio in questo scarto che Todd Haynes libera il suo sguardo (e il suo cinema) all’interno di un plot evidentemente blindato in partenza. Il regista di Lontano dal Paradiso alterna momenti di pedinamenti paranoici tra parcheggi o archivi isolati, a momenti di accelerazioni melodrammatiche come nella notevole sequenza del “racconto” di Robert che unisce sua moglie, il suo capo, il suo avversario e il suo cliente, svelando le verità nascoste in un crescendo emotivo.

Certo, il film mette sul tavolo un po’ troppe informazioni e narrazioni incrociate, non riescendo sempre a mantenere il giusto equilibrio. Sarah – la moglie di Robert interpretata da una convincete Anne Hathaway – trova raramente il tempo per farci percepire la sua condizione emotiva, tranne in una bellissima discussione con il capo dell’ufficio legale (interpretato da Tim Robbins). Le stesse vittime del PFOA appaiono solo come fugaci funzioni a servizio del protagonista. Ma, come sempre in Haynes, è l’universo interiore di un singolo personaggio a fagocitare ogni percezione filtrando la realtà intorno e le dinamiche sociali nelle simboliche superfici riflettenti che schermano le nostre interpretazioni.

Insomma, la vera vicenda giudiziaria getta un’ombra a dir poco oscura sull’utilizzo diffuso di sostanze chimiche potenzialmente cancerogene (come il teflon), disegnando nel contempo un dispositivo di potere strettamente connaturato al tardo-capitalismo muscolare delle multinazionali. Un potere difficile da arginare se non a costo di tempo e sacrifici personali per arrivare a vittorie parziali che ristabiliscano i diritti fondamentali del singolo cittadino. Siamo quindi di fronte a un film hollywoodiano che elegge l’ennesimo eroe liberal e senza macchia ritracciando le coordinate utopiche dell’essere americano? Forse sì, ma il volto sempre contratto di Mark Ruffalo incastonato in insistiti primi piani e il tempo differito delle sue emozioni immerse nelle cattive acque della nostra epoca ci riconsegnano una commovente parabola umana che lascia significative tracce di pensiero. E non è certo poco.

 

Titolo originale: Dark Waters
Regia: Todd Haynes
Interpreti: Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Bill Camp, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper, Bill Pullman
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 126′
Origine: USA, 2019

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Data articolo: Thu, 20 Feb 2020 13:14:55 +0000
The Observer
#OTRFF.7- The Observer, di Rita Andreetti

Rita Andreetti realizza una raffigurazione potente e motivata sul coraggioso regista cinese Hu Jie, osteggiato dal governo.

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Un cinema che rompe il silenzio. C’è quello di Hu Jie, il cui desiderio di raccontare storie vere è forte, nutrito e appassionato; e c’è il cinema di Rita Andreetti, il cui lavoro sociale prosegue proprio da dove, per costrizione, si era dovuto fermare il regista orientale.

Hu Jie, filmmaker autodidatta, è riuscito a realizzare oltre 30 documentari, fondamentali per comprendere la società cinese e il passato che ha oscurato. Il suo lavoro sociale è iniziato con una camera da presa, oggi consumata, con cui ha raccontato le vite e le situazioni sociali estreme e disagiate della Cina, partendo dalle testimonianze sulla dura vita dei minatori, passando per la storia di una intellettuale, Lin Zhao, ribelle al dominio totalitario, imprigionata e giustiziata durante l’apice della rivoluzione culturale per essere considerata parte di un movimento anti-destra e arrivando fino alla storia della Cina maoista. Tutti i festival che negli anni avrebbero potuto proiettare uno dei suoi film hanno ricevuto minacce e intimidazioni da parte dello stesso governo che si sono rivelate fondate, dato che nell’agosto del 2014 sono arrivati a chiudere il Beijing Independent Film Festival alla sua undicesima edizione per evitare la proiezione del suo ultimo documentario, Spark. Ciò ha portato all’arresto della critica d’arte fondatrice del festival Lia Xianting e dell’artista Ai Weiwei.
Messo sotto sorveglianza speciale, Hu Jie non si è lasciato intimorire; per tutta la sua carriera ha continuato a filmare, rischiando tutto e fuggendo dai suoi possibili aguzzini nonostante le continue minacce di morte. Negli ultimi anni però le pressioni sono aumentate a dismisura, al punto da spingerlo infine alla vita privata e al silenzio – “Se scopri la verità, se riveli la verità, allora soffrirai“.

Animata dall’urgenza di restituire a Hu Jie la voce di cui era stato privato, Rita Andreetti ha realizzato The Observer, suo primo lungometraggio. Come suggerito dal titolo, “l’Osservatore”, l’osservare è ciò che più si avvicina al concetto stesso di cinema. La macchina da presa osserva, attraverso il cinema del reale, ciò che avviene nel mondo del sociale, per poi rivelarlo. Il film documentario, in concorso all’ On The Road Film Festival 7 di Roma, è una raffigurazione potente e motivata di questo coraggioso regista. La forza di The Observer sembra nascere proprio da questo suo voler rompere questo silenzio imposto. Partendo dalla chiusura del Beijing Independent Film Festival, il film segue la carriera di Hu Jie dal suo periodo nell’esercito, all’aeronautica, passando per la sua passione per la pittura fino alla scoperta della macchina da presa e alla realizzazione dei suoi documentari.

Il film inizia proprio con le immagini di protesta, rubate dai telefoni, degli organizzatori e degli attivisti che non accettano la chiusura del festival e provano a ribellarsi. Spark, il documentario incriminato, è il racconto di un gruppo di persone che nel 1960 pubblicò una rivista che esponeva il vero volto della grande carestia nella loro provincia e i crimini ignorati dal governo cinese. Le politiche di Mao contribuirono maggiormente alla carestia. Le stime delle morti dovute alla fame variano tra le decine di milioni. È stato premiato al festival del documentario indipendente di Taiwan del 2014, ma per il governo non solo non merita un riconoscimento, ma è un’opera talmente indigesta da rendere necessaria un’azione tanto disperata.

Da qua la regista introduce alla vita privata di Hu Jie. Viene mostrata un’esistenza in apparenza normale: una casa immersa in una luce bianca, con poster festivalieri appesi alle pareti, inquadrature di film, libri, dipinti, foto, piccoli dettagli che danno una parvenza di spazio libero, normalità e creatività; tutto in netto contrasto con quel marcio che il regime cinese prova a nascondere sotto il tappeto. Oltre agli scorci di vita quotidiana, The Observer è suddiviso in altri frammenti: vi è una breve visuale di tutte le opere del regista orientale, dando modo allo spettatore di conoscerle, e ritagli di vita della Cina moderna, apparentemente pacifica.

 

Regia: Rita Andreetti
Interpreti: Hu Jie
Durata: 76′
Origine: Italia/Cina, 2018

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Data articolo: Thu, 20 Feb 2020 09:11:16 +0000
Yuri Gagarin
#OTRFF.7 – Baikonur, Terra, di Andrea Sorini

Atterrati a Baikonur o si è pronti a decollare? La sensazione più intrigante sta proprio nel confondere le due antitetiche condizioni. Domenica 23 h 20 Cineclub Detour Roma per On the road Film Fest

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Eliseo Acanfora, sceneggiatore del documentario con il regista Andrea Sorini, è anche autore del libro “Bajkonur, Terra – Il deserto a un passo dal cosmo”, storia di una missione spaziale, che racconta felicemente in qualche modo anche la genesi del documentario stesso, l’unico luogo in cui astronauti e cosmonauti di qualsiasi nazione vengono lanciati nello spazio per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale. Da qui sono partiti il primo Sputnik nel 1957 e la leggendaria missione di Gagarin. Il trentaduenne Andrea Sorini (all’esordio nel lungometraggio, già sceneggiatore per Fulvio Risuleo in Guarda in alto) osserva quel luogo così vicino al cielo nel periodo che precede il lancio di una missione Soyuz, incaricata di fare esperimenti sulla possibilità di vita nelle stazioni spaziali. Ipnotica cattedrale nel deserto, il cosmodromo e il centro abitato che lo circonda portano sulla loro superficie i segni della Storia: la Guerra fredda, la corsa allo spazio, l’impatto della tecnologia sulla natura che ha desertificato buona parte dell’immenso lago Aral. Esplorare lo spazio, ecco tutto invece sembra praticamente capovolto, anzi contrastante. Andrea Sorini è atterrato a Baikonur o è pronto a decollare?

La sensazione più intrigante sta proprio nel confondere le due antitetiche collocazioni. Baikonur è una terra aliena, la conquista spaziale tanto agognata, una sequenza incontrastata di territori sospesi, di suggestioni surreali e contaminazioni visive. Davvero un sorprendente corollario ultraterreno che si concentra, tra mucche e cammelli, antiche chiese, architetture severe stratificate ad architetture dell’abbandono. Anche il Leone d’argento del 2008, il russo-georgiano Paper Soldier è stato girato a Baikonur, e resta tenacemente con i piedi per terra, anzi nel fango, tra la nebbia orbitante le settimane che precedono la storia, il primo uomo lanciato nel nero più nero, Yuri Gagarin. Allora Andrea Sorini trova la chiave per arrivare fino in fondo, lasciare andare a propulsione l’immaginario della scienza, della fantascienza, del mito e, al tempo stesso, dell’umana desertificazione. La steppa non fa altro che da contorno a 6700 km quadrati di archeologia industriale, che trova però ancora la forza nell’echeggiare rombi e sfondi di un passato tutto di corsa.

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Data articolo: Wed, 19 Feb 2020 17:27:41 +0000
tiberio timperi
La mia banda suona il pop, di Fausto Brizzi

Più che alla reunion dei Popcorn, l’immaginaria band anni 80 protagonista della pellicola, sembra di assistere alla rimpatriata cinematografica degli attori che ne impersonificano i componenti

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La DeLorean della trilogia di Ritorno al futuro usata come poggia-vivande durante la sfarzosissima festa di un nababbo sanpietroburghese che parla con accento di Grande Madre Russia perpetuando allegramente tutti gli stereotipi culturali del suo Paese. E vicino un Diego Abatantuono sempre più pachidermico e con, chissà perché, stranianti lenti a contatto azzurro-cielo che cerca di imbonirlo con eloquio tipicamente italiano. È l’immagine principe di La mia banda suona il pop di Fausto Brizzi, acme narrativo in cui le spinte anarcoide del regista romano, ereditate dalla gloriosa tradizione dei cinepanettoni nostrani, sembrano possano arrivare a definitiva dissacrazione dell’esistente attraverso il calco delle sue banalità. Si tratta in realtà, con sommo dispiacere spettatoriale, solo di un momento, un miraggio di sovvertimento che resta tale all’interno di una sceneggiatura fin troppo controllata. Brizzi e la sua squadra (davvero troppi 4 scrittori per una commedia così schematica) sembrano smussarsi a vicenda le battute incanalando il film in una riscrittura di genere, l’heist-movie, che dovrebbe essere movimentata dall’idea principale di “La mia banda suona il pop“: la reunion a distanza di 40 anni di una band fittizia famosa negli anni 80, i Popcorn. Il gioco estetico con la decade di riferimento dell’odierno immaginario cinematografico, musicale e serial si esaurisce nella parrucca riccioluta di Christian De Sica, nella chioma platinata di Massimo Ghini, nei due pezzi originali composti appositamente per il film da Bruno Zambrini avvalendosi delle sonorità tipiche del periodo. Gli Eighties per il resto sono feticcio museale, oggetti buoni da nominalizzare/visualizzare come diegeticamente fatto dall’oligarca russo durante la passeggiata nell’immenso salone e che diventano al massimo MacGuffin di trama poco incisivi (la chiave del caveau a forma di musicassetta). Non che dovessimo arrivare agli incredibili livelli di “memoria condivisa” dello Spielberg di Ready Player One ma quantomeno da Brizzi era lecito attendersi un po’ di sana riflessione teorica data la sua incontestabile conoscenza del settore.

La scelta di non voler appiattirsi, almeno da un punto di vista strutturale, sul fin troppo facile rimasticamento del pop italiano di quegli anni d’altra parte però, in maniera quasi dicotomica, diventa il motivo principale della cifra comica del film. Quasi tutte le battute germinano da quel serbatoio e nulla viene salvato dall’irrisione: i testi alla stregua di tartagliamenti di infanti, le mise pacchiane, le rivalità interne, la disinvoltura sessuale e alcolica dell’unica componente femminile del gruppo. Si ride però poco ne La mia banda suona il pop perché, non si quanto consapevolmente (a nostro giudizio molto) il discorso diventa subito cinematografico. Christian De Sica che a distanza di quarant’anni dai suoi esordi sugli schermi continua a liquidare qualunque tipo di novità fattuale con l’eterna espressione gergale romanesca che indica la vicinanza spaziale di organi riproduttivi maschili, Angela Finocchiaro che nella solita eccezionale maniera fa la svampita, Paolo Rossi che sembra recitare controvoglia parlando volutamente con lentezza strascicata raccontano della stasi del nostro cinema più popolare e soprattutto di quel gruppo d’interpreti che sapeva impersonare in maniera feroce le idiosincrasie della società. Oggi resta solo Zalone, unico eroe in grado di attirare su di sé i tipi dell’italiano medio ma lo fa da solo, come se per quel tipo di critica politica ormai sia necessario il rispecchiamento/rifiuto individualistico. Ne La mia banda suona il pop, invece, la narrazione più corale sembra invecchiata male come i componenti dei Popcorn: nel 2020 non si possono suonare gli stessi spartiti del 1980 se non nella direzione della parodia pura o quantomeno della seria messa in discussione di alcune delle sue regole. Anche se in fondo una delle leggi musicali ci ricorda che i tour delle vecchie glorie incassano sempre tantissimo.

 

Regia: Fausto Brizzi
Interpreti: Christian De Sica, Diego Abatantuono, Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Ronat Kishmatouline, Giulio Base, Natasha Stefanenko, Tiberio Timperi
Distribuzione: Medusa
Durata: 95′
Origine: Italia, 2020

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Data articolo: Wed, 19 Feb 2020 14:31:49 +0000
silvia gallerano
Lontano Lontano, di Gianni Di Gregorio

Il miglior film del regista e attore romano, più cupo rispetto ai precedenti tre lungometraggi ma carico di umanità. Ottimi Giorgio Colangeli ed Ennio Fantastichini.

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Trastevere continua ad essere il centro del mondo di Gianni Di Gregorio. Con il bar San Callisto, il tabaccaio con i gratta e vinci e Porta Settimiana come confine. Ogni spostamento fuori quel perimetro è come un viaggio. Lontano lontano, appunto. Come quello in autobus a Tor Tre Teste. Con un asino vicino alla fermata.

Stavolta Gianni è il Professore. Un uomo di circa 70 anni, ex-insegnante di latino e greco. Si incontra sempre al bar con il suo amico Giorgetto (Giorgio Colangeli). La loro pensione è sempre più misera e le loro giornate spesso monotone. Decidono così di dare una svolta alla propria esistenza e di andare a vivere all’estero. Le loro strade si incrociano con quelle di Attilio (Ennio Fantastichini, qui al suo ultimo film), un rigattiere che vorrebbe riprovare l’ebbrezza delle sue esperienze di quando erano giovani. Dopo aver analizzato alcuni posti, la loro scelta sembra orientarsi sulle Azzorre.

Dal lunedì alla domenica. Dove la quella trasparente gentilezza del cinema di Di Gregorio stavolta, rispetto al passato, sembra farsi più cupa. Da Pranzo di Ferragosto è ancora inscindibile il legame del suo personaggio con il luogo. Le azioni sembrano accadere per caso. Limite e insieme fascinazione del suo cinema. Lontano Lontano è un film che parla delle difficoltà economiche, della vecchiaia, della voglia ma anche della mancanza di coraggio di cambiare. Mostra con garbo ma stavolta anche con un sottile scatto di rabbia l’indifferenza verso un’età dove si è sempre più invisibili: l’unico sportello aperto all’ufficio postale che poi chiude, l’arroganza del dipendente del PSN (Previdenza Sociale Nazionale) nei confronti di Giorgetto, la scena in cartoleria in cui solo il Professore non riesce a leggere le fotocopie. Mostra però, al tempo stesso una Roma fuori tempo, migliore di quella che è. Con un affetto, un’illusione simile a quella di Jacques Tati prima della modernizzazione. Un sentimento che Di Gregorio sembra condividere soprattutto con il cinema di Verdone. E che stavolta, rispetto ai suoi precedenti tre lungometraggi, pur nella sua caratterizzante esilità diventa ancora efficace e urgente rispetto a cinque anni fa, l’anno in cui il regista e attore aveva realizzato l’ultimo film prima di questo, Buoni a nulla. Con una comicità appena abbozzata, sempre al limite tra la realtà e l’essere astratta, come nella scena davanti a Roberto Herlitzka che cerca ai tre personaggi il miglior posto dove andare a vivere. Perché più delle scene, ciò che fa ridere è soprattutto la reazione del Professore, Attilio e Giorgetto rispetto a ciò che succede davanti a loro.

Lontano Lontano è uno sguardo che vola da un’altra parte. Sembra in un altro spazio. Forse è in un altro tempo. Pieno di un’umanità semplice e vera evidente anche nei confronti di Abu, un ragazzo del Mali che va a farsi la doccia a casa di Giorgetto. O in quella scena al mare tra Attilio e la figlia. Fantastichini (qui al suo ultimo film) e Colangeli sono intensi e carichi di vitalità. E quella dei tre protagonisti richiama quella dei tre pensionati che decidono di fare una rapina in banca in Vivere alla grande (1979) di Martin Brest. Nonostante le difficoltà di tutti i giorni. Alla fine basta poco. Una bottiglia di vino, un po’ di carne alla brace e ancora la voglia di stare insieme.

Regia: Gianni Di Gregorio
Interpreti: Gianni Di Gregorio, Ennio Fantastichini, Giorgio Colangeli, Daphne Scoccia, Salih Saadin Khalid, Francesca Ventura, Silvia Gallerano, Iris Peynado, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka
Distribuzione: Parthénos Distribuzione
Durata: 90′
Origine: Italia, 2019

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Data articolo: Wed, 19 Feb 2020 11:40:56 +0000

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