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News recensioni film cinema da sentieriselvaggi.it

#film #cinema #recensioni #sentieriselvaggi.it

Veerle Baetens
Nel nome della terra, di Édouard Bergeon

Tre candidature ai César. Un dramma familiare autobiografico che mira a denunciare la realtà agricola francese durante il processo di globalizzazione del settore. Con Guillaume Canet

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Nel nome della Terra non è una poesia, ma una promessa: nata da un bisogno, ormai improrogabile, di rivelare al mondo la dolorosa realtà agricola francese tra la fine del secolo scorso e gli anni duemila, omaggiando le vittime schiacciate dalla durezza del processo di globalizzazione del settore e al tempo stesso magnificando la bellezza della vita di campagna, dove la terra è il vero casolare, dove ancora esiste(va) il sogno di una realtà incontaminata basata sulle soddisfazioni che derivano dal duro lavoro e da un rispetto reciproco tra uomo e natura.

Il regista Édouard Bergeon, reale protagonista della vicenda biografica di cui racconta in questo suo primo lungometraggio di finzione, mette in scena – dopo vent’anni dai fatti realmente accaduti – uno scorcio della sua vita familiare, ambientata nel mondo contadino e distrutta da una tragedia che l’ha colpito da adolescente. La storia è dedicata al padre del regista, che non aveva ereditato ma aveva anzi dovuto comprare l’azienda agricola del padre, iniziando il suo percorso già immerso in un debito difficile da sostenere e peggiorato ulteriormente negli anni, portandolo infine a una caduta dopo la quale non è stato possibile rialzarsi.

Il lungometraggio arriva dopo I figli della terra (2012), suo documentario di debutto e che a sua volta portò alla luce le scabrosità di quel mondo agricolo a cui è sempre stato legato. Sono chiare le intenzioni dell’autore, che crescendo ha palesemente maturato un desiderio di denuncia verso un sistema che ha pressato l’economia agricola per tutto l’ultimo ventennio, “obbligando” i contadini a modernizzarsi e diventare imprenditori, costretti a cercare forme sempre più intensive ed efficaci per allevare e coltivare nel minor tempo possibile, con una manutenzione che non basta mai, sempre insoddisfacente e massacrante. Bergeon si preoccupa soprattutto di raccontarlo dal punto di vista umano, come se la vera denuncia fosse il ricordo di quei giorni felici, così nitido, così significativo di tutto ciò che, se fosse andata diversamente, avrebbe potuto avere dalla vita “con la terra” e dalla vita con suo padre, uomo che ha cercato di accrescere il suo stato adattandosi al sistema ma rimanendo vittima dello stesso.

Si tratta sì di una denuncia al capitalismo attuale, ma anche al passato, in cui mai si guardava oltre le proprie mani, raccontato attraverso il rapporto padre-figlio e relativo conflitto, evolutosi in diverse generazioni proprio come nel mondo agricolo e diventando più progressista: mentre il nonno vive nella credenza che oggi basti (e sia giusto) il solo duro lavoro per ottenere dei risultati, non accettando i cambiamenti che avvengono al di fuori, non comprendendo la realtà attuale sempre più frenetica e pretenziosa, il padre prova a “migliorare” la sua condizione sacrificante in modo da poter vivere meglio in futuro e poter così condurre una vita più ricca di scelte e possibilità per lui, per la sua famiglia e per un’intera generazione contadina. Questo distacco generazionale determinativo era obbligatorio che fosse menzionato, poiché non privo di responsabilità per quanto riguarda la decisione finale del protagonista, sulle cui spalle grava un forte desiderio di essere accettato dalla figura paterna, e se nel passato si avesse avuta un’idea diversa sul lavoro – ovvero non pensare solo al lavoro fine a se stesso, ma anzi lottare per avere delle possibilità – oggi le cose sarebbero molto diverse.

La storia è quella di Pierre Jarjeau, interpretato da un bravo Guillaume Canet, che ripercorre rapidamente le tappe di una vita all’insegna “dell’avventura” contadina: dal ritorno a casa in Francia dopo aver passato diversi anni a lavorare in un ranch in Wyoming, Stati Uniti, seguendo le scie paterne nel prendere il gestione la fattoria di famiglia, passando poi per la vita coniugale felice con i due figli amati, forte di avere dalla sua un’attività con un futuro certo grazie alle potenzialità del suo lavoro, fino a quell’oscurità che si fa via via sempre più ingombrante, fatta di debiti accumulati e situazioni tumultuose che minacciano quei giorni felici. Questa trama è raccontata anche attraverso la fotografia, che trasforma quella terra luminosa, colorata, una casa piena di ricordi d’amore immersa in ambientazioni quasi da favola, in un ambiente drammatico e privato della sua luce, fino a quell’immagine che si ferma sul mazzo di spighe dorate che il padre anziano pone sulla tomba del figlio, forse ammettendo la sconfitta di entrambe le generazioni, entrambe schiacciate dal proprio sistema monolitico.

“Ogni due giorni in Francia un contadino si suicida.” La sinossi di una realtà cruda che vive nelle estreme conseguenze che subisce il mondo contadino odierno a causa del progresso industriale. Un’avviso atroce che vorrebbe trasformare la storia di un uomo in quella di tanti, ma che non riesce a fare integralmente, nel momento stesso in cui gli scorci della vita di Pierre sono condizionati anche da fattori esterni alla globalizzazione, dimenticando per più di un momento di stare raccontando un pericolo globale più che personale.

Titolo originale: Au Nom de la Terr
Regia: Edouard Bergeon
Interpreti: Guillaume Canet, Veerle Baetens, Anthony Bajon, Rufus, Samir Guesmi, Marie-Christine Orry, Yona Kervern, Emmanuel Courcol, Michel Lerousseau, Solal Forte, Mélanie Raffin
Distribuzione: Movies Inspired
Origine: Francia, Belgio, 2019
Durata: 103′

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Data articolo: Thu, 09 Jul 2020 14:05:59 +0000
Romain Lancry
Gamberetti per tutti, di Cédric Le Gallo e Maxime Govare

Cédric Le Gallo e Maxime Govare ci invitano a partire coi Gamberetti Paillettati per un'avventura che potrebbe cambiare il nostro modo di vedere la vita. Commedia tra sport movie e on the road

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Gamberetti per tutti è un’iniezione di libertà e gioia di vivere creata grazie al lavoro a quattro mani dei francesi Cédric Le Gallo e Maxime Govare, che, per la prima volta insieme, condividono equamente regia e sceneggiatura.

Come affermato da Le Gallo: “Il film si ispira alla mia vera squadra di pallanuoto (Crevettes Pailettées – Gamberetti Paillettati) con la quale giro il mondo da sette anni, torneo dopo torneo, compresi gli ultimi Gay Games. La consapevolezza di aver vissuto un’avventura unica, che ha cambiato la mia vita, mi ha dato la voglia di rivendicare i valori che ci hanno guidato: la libertà, il diritto alla differenza e all’eccesso e, soprattutto, il trionfo della leggerezza sulla pesantezza della vita. Che sono, in fondo, valori universali.”

E infatti, sono questi valori a emergere in ogni momento del film, sia in quelli drammatici che in quelli più divertenti, e a essere comuni a tutti i personaggi, caratterizzando il film sin dalla storia che racconta.

Matthias Le Goff, vicecampione del mondo di nuoto, perde una gara importante e si lascia andare ad alcune affermazioni omofobe durante un’intervista. Per fare ammenda, viene condannato ad allenare una squadra di pallanuoto gay, i “Gamberetti Paillettati”, e guidarli in Croazia per partecipare ai Gay Games, il più grande raduno sportivo omosessuale del mondo. Anche se con un po’ di resistenza iniziale, il severo e austero Matthias finirà per farsi coinvolgere dallo stile spensierato dei Gamberetti e riconsiderare quali siano le priorità della vita.

Ispirandosi a film come Pride, Little Miss Sunshine e Priscilla, la regina del deserto, Le Gallo e Govare danno vita a un film corale che è anche un road-movie, capace di trasportare lo spettatore in un mondo pieno di allegria e leggerezza, ma senza dimenticare le responsabilità e le difficoltà che la vita ci pone davanti ogni giorno.
Infatti, se da una parte c’è l’obiettivo collettivo dei Gay Games, dall’altra ogni personaggio ha un suo obiettivo personale, che ne tradisce insicurezze e debolezze esaltandone al tempo stesso i punti di forza.

Ciò che però rende così coinvolgente il film è probabilmente l’allegria e lo spirito di squadra con cui è stato realizzato, senza i quali non sarebbe stato possibile affrontare le difficoltà riscontrate sul set mantenendo il sorriso: gestire nove attori quasi sempre contemporaneamente in scena; i duri allenamenti affrontati per essere credibili nel giocare a pallanuoto; le riprese in acqua con le difficoltà tecniche che comportano sia per la troupe che per gli interpreti; il senso di responsabilità nel rappresentare sullo schermo personaggi eccentrici, ma realistici, senza mai scadere nel caricaturale.

“Ho riso come raramente su un set. Tutti gli attori hanno un senso dell’umorismo fuori dal comune, a volte anche piuttosto cinico. C’era qualcosa nel film che univa le persone…” – Nicolas Gob (Matthias)

Insomma, senza mantenere un sano “trionfo della leggerezza sulla pesantezza della vita” anche sul set, non sarebbe stato possibile farlo trasparire in modo così coinvolgente sullo schermo, anche perché i Gamberetti sono, prima di tutto, un gruppo di amici, ognuno con le sue caratteristiche particolari e uniche, ma uniti dalla voglia di stare insieme e divertirsi esprimendo a pieno se stessi, e rappresentano ciò che chiunque, sin dall’adolescenza, vorrebbe avere: essere parte di un gruppo in cui sentirsi accettati per quello che si è, senza essere giudicati.

Titolo Originale: Les crevettes pailletées
Regia: Cédric Le Gallo e Maxime Govare
Interpreti: Nicolas Gob, Alban Lenoir, Michael Abiteboul, David Baiot, Romain Lancry, Roland Menou, Geoffrey Couet, Romain Brau, Felix Martinez
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 100′
Origine: Francia, 2019

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Data articolo: Thu, 09 Jul 2020 08:18:58 +0000
Ugo Tognazzi
L’ambiguità perfetta – 15 anni senza Alberto Lattuada

Il 3 luglio 2005 moriva Alberto Lattuada: ritorniamo sul cineasta che, da Il mulino del Po a Cuore di Cane via Anna, con i suoi sforzi compositivi ci ha permesso di guardare al di là del quadro

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A quindici anni dalla scomparsa di Alberto Lattuada, si ha come l’impressione che sul suo cinema si debba ancora scrivere tutto. Certo, non mancano i contributi monografici e le elucubrazioni saggistiche. Ciononostante, di fronte all’ambiguità mutevole e suggestiva delle immagini sprigionate dai suoi film ci si continua a domandare se forse non sarebbe il caso di tornarci sopra. Dalla panoramica a 360° per mostrare le macerie nella Torino liberata de Il bandito (1946) alla penombra da cui scaturisce danzando Silvana Mangano in Anna (1951) fino a giungere al ghigno beffardo di Cochi Ponzoni in Cuore di cane (1976) e oltre. C’è appunto sempre qualcosa che sfugge, che sforma il quadro, in spregio al perfezionismo che caratterizzava la sua prassi registica. Il manicheismo drammaturgico, la circolarità narrativa e l’ansia compositiva riscontrabili soprattutto negli esordi di Lattuada sono forme di schematizzazione che acquistano forza espressiva se, come ha scritto Gianni Volpi nel 2009, «il suo imperativo è stato quello di dare forma al caos» (contributo nel volume curato da Adriano Aprà per Marsilio).

L’atto filmico per il cineasta milanese, laureato in ingegneria al Politecnico, doveva perciò avere l’ambizione di riordinare il reale. Ciò risulta abbastanza evidente in un film come Il mulino del Po (1949), riduzione di un romanzo in quattro parti di Riccardo Bacchelli in cui si mette in scena un conflitto fra due famiglie contadine alla fine dell’Ottocento. Da una parte la ricontestualizzazione del presente (le lotte per i diritti dei lavoratori nelle campagne del dopoguerra) in controtendenza col cronachismo neorealista, dall’altra l’impressione di un sostrato tragico nella rappresentazione del fiume come deus ex machina. La plastica e severa bellezza delle immagini restituisce alla natura la sua rilevanza, come una voce che finalmente si eleva sugli uomini sussurrando il proprio volere. A ogni modo, quella di Lattuada è una sorta di fiducia a priori nei confronti del reale, la convinzione di poter trovare nell’evento più indecifrabile e nel comportamento più irrazionale, un versante su cui poter lavorare criticamente, un’apertura attraverso la quale sia leggibile un senso, un’angolazione da cui si possa studiare e interpretare le vicende. Non si tratta di semplice lettura dell’esistente, quindi, ma di vero e proprio intervento che gli sovrapponga un modello di ordine mentale, applicandovi un filtro di tipo intellettuale. Oltre al fatto che molte scene, prima fra tutte proprio quella dello scontro con i soldati, evidenziano la volontà di definire la composizione dell’inquadratura secondo linee geometriche. Lattuada cerca la dimensione del quadro in prospettiva e ristruttura lo spazio nei momenti di tensione tanto che, secondo Bruno Di Marino, le figure incorniciate all’interno delle singole inquadrature «acquistano un rilievo espressivo e drammatico in rapporto al dinamismo dei vari elementi in scena» (anche questo contributo risale al 2009).

Dunque persino quando negli anni seguenti si dedicherà ai corpi delle cosiddette ninfette, ragazze colte nell’atto di sbocciare, l’intenzione rimane quella di mostrare qualcosa di irripetibile con la libertà che ogni artista si aspetta di poter sottoscrivere. Un film non è mai solamente un film, un personaggio non ha una sola faccia e dietro ogni cosa si nasconde sempre qualcos’altro. È così per il contrabbandiere impotente di Senza pietà (1948), per l’emigrante ex picciotto d’Onore in Mafioso (1962) oppure le caste sorelle spietate di Venga a prendere il caffè… da noi (1970).
E insomma risulta suggestivo constatare come per Lattuada la ragione che sovrasta gli istinti non sarebbe altro che il linguaggio cinematografico inteso come strumento – osserva Volpi – per «immaginare la vita». Inquadrare con rigore formale (o formalistico) l’umanità perfettibile tradisce appunto il tentativo di afferrarne il significato più profondo o almeno di comprovarne la complessità respingente e quindi la verità. Perché quando una cosa è troppo semplice da rappresentare, probabilmente non è vera. Una lezione che abbiamo imparato proprio nel cinema dei Monicelli e dei Risi, e forse dobbiamo ringraziare anche Lattuada perché coi suoi sforzi compositivi ci ha permesso di guardare al di là del quadro.

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Data articolo: Wed, 08 Jul 2020 10:53:44 +0000
Werner Herzog
ShorTS IFF 2020 – The Trouble With Nature, di Illum Jacobi

Fine XVIII secolo, sulle Alpi il filosofo Edmund Burkedovrà fare i conti con la grandezza della natura per la sua ricerca sul Sublime. Oggi in esclusiva in programmazione allo ShorTS online

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«Il poeta contempla la natura meglio dello scienziato».

È una vecchia diatriba che ci guida la mente a più o meno vaghe reminescenze artistico-letterarie liceali, quella sollevata dall’aforisma del poeta tedesco Novalis. Come a dire che la scienza ed il razionalismo non possono spingersi a cogliere la sublimità endemica della natura, non possono andare così oltre, e varcare quelle soglie dove solo il daimon geniale dell’artista, del poeta veggente, dell’animo malinconico e saturnino nel suo atto creativo di fede, arrivano. Per i romantici come Novalis, la natura è misteriosa, oscura, perturbante e grandiosa, un qualcosa che l’uomo, infinitamente piccolo, non può far altro che contemplare, o in cui leopardianamente può annegare, osservandovi estasiato, dall’alto, l’incontenibile caos; proprio come nel quadro forse più squisitamente romantico della storia dell’arte, massimo esempio pedagogico dello spirito del tempo, dipinto da Friedrich nel 1818: si parla naturalmente di Viandante nel mare di nebbia, opera celeberrima che si aggira come uno spirito perpetuo nel film d’esordio del regista danese Illum Jacobi, presentato in anteprima mondiale al cinquantesimo Festival Internazionale del Cinema di Rotterdam (50th IFFR), ed ora per la prima volta in Italia allo ShorTS Film Festival di Trieste. Intitolata The Trouble With Nature, l’opera deve molto alla pittura paesaggistica di fine Ottocento e non a caso. È infatti uno spaccato della vita del filosofo irlandese naturalizzato britannico, Edmund Burke, autore del trattato dal titolo Un’indagine filosofica sulle nostre idee del Sublime e del Bello, pietra miliare della disciplina estetica, pronto, all’epoca, a destare l’attenzione (e le critiche) di filosofi e teoreti del calibro di Immanuel Kant. Romantico ante litteram – sancendo così l’ufficiale presa distanza dal rigore del “bello” neoclassico – per il filosofo inglese «è l’oscurità che contiene il sublime. Tutto ciò che può destare idee di dolore e pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è in un certo senso sublime». 

Il regista sceglie di raccontare un momento preciso e sensibile nella biografia di Burke (interpretato da Antony Langdon), quando, povero ed in piena impasse creativa, aveva deciso di abbandonare l’Inghilterra per rintanarsi nelle Alpi, nel tentativo di riscrivere, a più di dieci anni di distanza, l’opera che l’aveva reso famoso. In questo grand tour naturalistico non è solo, ma accompagnato dalla domestica Wank (Nathalia Acevedo), proveniente dalle colonie delle Indie Occidentali. Due mondi e due modi di percepire e vivere la natura, diametralmente opposti, che richiamano alla mente le suggestioni post-coloniali e ontologiche lanciate da Malick in The New World. Ma non è finita qui, perché nello skyline alpino, terra cara al regista Jacobi che ha all’attivo una carriera di documentarista di montagna, l’eco di un altro capolavoro del cineasta americano, si fa prepotente: lì, nelle valli e nei boschi, The Trouble With Nature rilegge a suo modo tutti quegli interrogativi irrisolti sulla finitezza dell’uomo messi in campo in A Hidden Life.

Un uomo alla ricerca della bellezza, un viaggio ‘on the road’ bagnato da una luce naturale fredda, chirurgica, scelta accuratamente da Jacobi – che oltre alla regia ha firmato anche la fotografia – quasi a sottintendere l’impossibilità di questa sfida fitzcarraldiana. Qui infatti non si tratta di far passare una nave tra le montagne, bensì della pretesa tracotante tutta umana di cogliere e fissare a parole la grandezza e il mistero della natura; in altre parole, a dominarla.

E allora la vera domanda forse non è cosa sia il Bello e cosa il Sublime ma, piuttosto, chi è il padrone, l’uomo o la Natura? Alla medesima domanda, in tempi non lontani da quelli di Burke, un grande poeta faceva finire uno sventurato islandese sepolto sotto «un mausoleo di sabbia», punito per aver osato sfidare in un duello dialettico Madre Natura. Oggi nella nuova era geologica detta antropocene il rapporto di forza sembra ahimè essere invertito. Ed ecco che il servo diventa padrone.

L’unica soluzione dunque per poter vivere in questo scenario è quello di «stay with the trouble», come direbbe Donna Haraway, e forse non è un caso che Illum Jacobi, abbia usato proprio questo termine nel titolo del suo film.

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Data articolo: Wed, 08 Jul 2020 07:45:59 +0000
willem dafoe
Lo spacciatore, di Paul Schrader

Altra variazione sul tema del peccato e della redenzione del cinema di Schrader con la fotografia di Lachman che esplora il rapporto con lo spazio secondo la lezione di Antonioni. Su Mubi

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Un lungo arco che congiunge gli anni ’70 agli anni ’90. Travis Bickle di Taxi Driver, Julian Kay di American Gigolò e infine John LeTour di Lo spacciatore. Un unico personaggio nato dalla penna di Paul Schrader che evolve dalla psicosi post traumatica da stress alla sindrome da privazione di sonno. La crisi esistenziale attraversa tre decenni è sembra fotografare perfettamente la fine dell’hangover degli edonistici anni ’80 e l’inizio di un profondo disagio identitario che investe la figura maschile degli anni ’90.

John LeTour (Willem Dafoe) è un ex tossicodipendente che spaccia nei quartieri dell’upper class newyorkese ed è alle dipendenze della determinata Ann (Susan Sarandon) convinta dal socio gay Robert (David Clennon) a cambiare attività per tuffarsi nel settore dei cosmetici. Quando John incontra la ex Marianne (Dana Delavy), il passato riemerge pericolosamente e si innesca una spirale emotiva dalle forti componenti autolesionistiche.

Non ci sono più i cinemini porno e le elezioni politiche di Taxi Driver; di American Gigolò rimangono solo gli abiti firmati Armani e una certa tendenza arty degli interni. Mentre le note di World on Fire dei The Call seguono il viaggio di John al termine della notte, l’attualità sembra evaporare tra le strade colme di rifiuti e ricompare a sprazzi in qualche comunicato alla televisione. L’intento di Paul Schrader è di costruire/decostruire il rapporto malato tra un uomo e il suo ambiente, attraverso la voce narrante delle pagine di un diario intimo (espediente che riprenderà in First Reformed). Le peregrinazioni notturne in limousine mostrano diversi momenti di smarrimento e debolezza; anche le figure che attraversano la strada sembrano fantasmi, contenitori vuoti privati della essenza vitale, in preda a sindromi maniacali-depressive o ossessioni teologiche (il cliente che cerca di dimostrare l’esistenza di Dio usando l’argomento ontologico). Che qualcosa si sia rotto dentro il meccanismo routinario di John è abbastanza evidente: basti ricordare i due incontri con la “lettrice psichica” Teresa (Mary Beth Hart) che prima lo avverte che il vero pericolo è dentro di lui e poi lo mette in guardia di un’ aura di morte che è essere comparsa dopo l’incontro con Marianne.

Più che le dichiarate influenze bressoniane (Pickpocket), Paul Schrader sembra guardare all’Abel Ferrara di King of New York mescolando meri istinti terreni con aspirazioni trascendentali. Così non sembra così strano che uno spacciatore voglia salvare un cliente mandandolo in riabilitazione o denunci alla polizia un folle assassino che nasconde i propri delitti seriali camuffandoli da suicidi o da overdose. La messa in scena di Schrader utilizza simboli (la colonna che divide John e Marianne durante il primo colloquio, i disperati messaggi dei clienti tossicodipendenti in segreteria telefonica), musiche da atmosfera (la colonna sonora di Michael Benn, il pop anni ’90 di The Call, Kane Roberts e Wizdom-N-Motion) e la particolare fotografia di Ed Lachman che tende ad esplorare il rapporto con lo spazio secondo la lezione di Michelangelo Antonioni. La trama noir è un semplice pretesto per sottolineare la progressiva distanza tra la realtà circostante e le frustrate aspirazioni dei diversi personaggi.

Presentato con buon riscontro critico al Festival di Berlino del 1992, Lo spacciatore è l’ennesima variazione sul tema del peccato e della redenzione così tipica della filmografia di Schrader. In mezzo al buio pesto di una esistenza votata all’autodistruzione, compaiono per qualche istante piccole illuminazioni, impercettibili rivelazioni che solo un occhio allenato può cogliere. Schrader regala al suo personaggio una seconda possibilità, un sonno ristoratore dopo notti di guardia a tenere a bada le ultime tentazioni di morte.

Disponibile su MUBI (gratis per 30 giorni accedendo da questo link)

Titolo originale: Light Sleeper
Regia: Paul Schrader
Interpreti: Willem Dafoe, Susan Sarandon, Dana Delany, David Clennon, Mary Beth Hurt, Victor Arber
Durata: 103′
Origine: USA, 1992
Genere: drammatico

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Data articolo: Tue, 07 Jul 2020 15:23:57 +0000
steven spielberg
LIBRI DI CINEMA — DreamWorks Animation. Il lato chiaro della luna

Il volume edito da Bietti, curato da Mazza e Soranna, ripercorre le tappe fondamentali della casa di produzione rivale della Disney, dimostrando la stratificata validità delle sue opere

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«Un viaggio alla (ri)scoperta di molteplici indizi seminati lungo gli anni e riconducibili a una medesima matrice, con un medesimo scopo: diventare un unicum cui i sognatori possono affidarsi per cercare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, una luce ferma e affidabile in grado di illuminare la notte e orientare i naviganti dispersi nel mare magnum della produzione animata mondiale».

La dichiarazione d’intenti degli autori di DreamWorks Animation. Il lato chiaro della luna (2020), Matteo Mazza e Simone Soranna, emerge già nelle prime pagine. Il volume, edito da Bietti nella collana Heterotopia, rappresenta una squisita eccezione all’interno del panorama italiano, sovraccarico di opere che ripercorrono la storia dell’illustrazione Disney e Pixar, ma ancora mancante di uno studio approfondito sulla casa di produzione fondata nel 1994 da Steven Spielberg, Jeffrey Katzenberg e David Geffen.

Gli autori hanno scelto di ripercorrere le tappe dei maggiori successi DreamWorks (senza tralasciare anche cartoni all’epoca meno apprezzati dal pubblico, come Shark Tale) in un corpus di ben trecentotrenta pagine. Dopo l’entusiastica prefazione dell’autore e regista Manlio Castagna, vengono sintetizzate brevemente le dinamiche della fondazione del gruppo (dall’allontanamento di Katzenberg dalla Disney alla lotta per la supremazia con la nota rivale, sino ai limiti del plagio).

 

Vengono inoltre presentate tematiche e scelte stilistiche ricorrenti in molte opere, con un occhio di riguardo alla sperimentazione tecnica sviluppata nel corso degli anni: dall’animazione tradizionale all’avvento del CGI, dalla ricerca tecnologica della PDI con i film in tradigital, giustapponendo elementi digitali e tridimensionali (Il principe d’Egitto, La strada per El Dorado, Spirit. Cavallo selvaggio), sino alla collaborazione con la Aardman Animations britannica per i film realizzati in stop-motion claymation (Galline in fuga, Wallace & Gromit, Giù per il tubo). 

Il volume è composto da una panoramica generale introduttiva e dal successivo approfondimento di alcuni titoli specifici, quelli che secondo gli autori risultano più significativi ed esemplificativi dell’operazione di stravolgimento della struttura narrativa classica messa in campo dalla DreamWorks: pur promuovendo una riscoperta dei generi cinematografici (dal peplum al biblico, dall’avventuroso al fantascientifico) vengono scardinate infatti le regole canoniche del racconto e del linguaggio cinematografico, con un largo utilizzo di soggettive, flashback, piani sequenza e dissolvenze in un continuo dinamismo creativo, dal gusto giovane, innovativo, originale. Le opere DreamWorks non si limitano a divertire i più piccoli, ma si rivolgono a un nuovo target di giovani adulti, sempre più consapevoli e in grado di apprezzare ogni sfumatura.

Proprio per illuminare “il lato chiaro”, ricco di infinite potenzialità, di una realtà troppo spesso sottovalutata e rimasta all’ombra della superpotenza disneyana, gli autori del volume si addentrano nel variopinto e immaginifico mondo antropomorfo di creature affascinanti, partendo da quello che viene individuato come il vero punto di svolta della produzione DreamWorks, dai meandri della solitaria palude di Shrek (2001, Andrew Adamson e Vicky Jenson), per immergersi nell’affollato zoo newyorkese di Madagascar (2005, Eric Darnell e Tom McGrath), fino a risalire la Valle della Pace di Kung Fu Panda (2008, Mark Osborne e John Stevenson) ed elevarsi insieme a Sdentato e Hiccup oltre le vette dell’isola vichinga di Dragon Trainer (2010, Dean DeBlois e Chris Sanders).

Il filo conduttore tra queste saghe di successo — esaminate nel dettaglio per la loro struttura coerente e per l’apprezzamento unanime di critica e pubblico nella loro interezza — sembra essere proprio l’inevitabile cambiamento che investe e stravolge lo status quo degli antieroi protagonisti, figure ordinarie che si trovano ad affrontare un mondo straordinario, spinte dal disagio o dall’inadeguatezza ad una inevitabile trasformazione e all’autoaffermazione della propria identità. 

Tematiche ricorrenti nell’universo DreamWorks, popolato da figure insolite, grottesche, controverse. Al pari del confronto con l’alterità e con lo straniero, del doppiaggio affidato alle accattivanti voci di attori noti (alcuni di quelli italiani — Fabio Volo, Ale & Franz, Francesco Pannofino — sono stati intervistati in conclusione del volume), del gusto citazionista (dagli allenismi del protagonista nevrotico in Z la formica alle influenze autoriali di Steven Spielberg e Guillermo del Toro), del ricorso frequente ai toni dell’ironia o alla parodia scanzonata. 

Tutte formule che evidentemente, nonostante i pregiudizi diffusi sulla casa di produzione “sempre seconda”, funzionano. E questo studio tenta proprio di dimostrarlo, giungendo sino ai successi più recenti (Le 5 leggende, I Croods, Baby Boss, Il piccolo yeti), ricollocando al giusto posto i “lavori da sogno” della DreamWorks.

DreamWorks Animation. Il lato chiaro della luna
di Matteo Mazza, Simone Soranna
322 pagine
Edizioni Bietti – Heterotopia

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Data articolo: Tue, 07 Jul 2020 12:44:19 +0000
netflix
CURON: stagione 1

Al di là dell'incerta resa complessiva, Curon resta un progetto dalle tante potenzialità che speriamo possa segnare un cambio di passo nella (eventuale) seconda stagione. Su Netflix

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Nelle sempre più complessa geografia delle narrazioni seriali figlie della streaming culture questo Curon era indubbiamente un titolo atteso. La sesta serie italiana prodotta da Netflix – scritta da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano e diretta da Fabio Mollo (i primi quattro episodi) e da Lyda Patitucci (gli ultimi tre) – si presenta come un progetto molto ambizioso sin dai presupposti. Curon, infatti, abbraccia referenze forti del cinema di genere italiano (l’horror gotico che allude al soprannaturale, in particolare quello del primo Avati), e nello stesso tempo le ri-declina in maniera inedita assorbendo strutture narrative, costruzione dei personaggi e stilemi linguistici da teen movie americano (con evidenti ascendenze kinghiane). E allora: siamo a Curon Venosta, provincia di Bolzano, un paese al confine con l’Austria che diventa una frontiera percettiva per i nostri protagonisti (i gemelli Mauro e Daria Raina subito attratti dal suggestivo campanile che fuoriesce dal lago). Il confine delle loro percezioni è il paese natio della madre Anna, lì dove sono costretti a tornare a vivere e a conoscere l’enigmatico e burbero nonno Thomas, tornando alle origini di una misteriosa disgregazione familiare.

Pertanto, dalla smart city del futuro Milano (che non vedremo mai), ci si trasferisce nella calma arcaica di Curon dove è il tema del “doppio” che dispiega appieno le sue potenze drammaturgiche: i due borghi (la parte antica sott’acqua a serbar misteri e quella nuova più vicina alla montagna a subirne le conseguenze); le due anime linguistiche e culturali (quella di origine austriaca e quella di origine italiana) in fermento per il ritorno di Anna; i due gemelli che incontrano/scontrano i fratelli Asper indagando le ombre delle “due” Curon e la presunta maledizione familiare. Del resto, ci sono due lupi dentro di noi che lottano per il controllo della nostra anima, uno buono e l’altro malvagio… a chi darai da mangiare? Qui si gioca apertamente con funzioni narrative di base (non a caso assorbite tutte “nel bosco”) dettando i tempi di una messa in scena che esalta la prospettiva fanciulla tra spazi altri, percezioni alterate di forme e volumi, volti minacciosi che fuoriescono dal buio e paure ancestrali nei racconti degli anziani.

Qui arriviamo a un punto nodale: noi non conosciamo mai abbastanza i personaggi per rifunzionalizzare al meglio nel loro destino tutti questi segni universali. Lo spettatore viene catapultato nelle loro vite un attimo prima lo sconvolgimento, facendo evidentemente un po’ troppo affidamento a un passato immaginario (da Stand by Me sino a Stranger Things) che faccia scattare l’identificazione. Il pilot della serie, quindi, ci appare come un punto troppo avanzato della loro storia che allude ad informazioni ed emozioni che i personaggi hanno già vissuto e che per tutto il percorso della serie cercheremo faticosamente di ri(n)tracciare. Certo, ci sono spunti parecchio interessanti in questo pilot: il drone di Mauro perlustra gli spazi ed è subito disattivato al confine di Curon. Si perde nel lago dei misteri, insomma, come se le dinamiche visuali del XXI secolo andassero subito in scacco all’entrata di un paese avvolto da racconti archetipici che riemergeranno dal lago. In questo alterato panorama umano e mediale la trama horror/fantasy del supernatural drama – un doppio spietato che fuoriesce dal lago, ci perseguita, attenta alle nostre vite e si sostituisce a noi – perde il sostrato politico dei palesi referenti L’invasione degli Ultracopi, Shining o Us per ritornare al puro racconto di formazione. E sin qui tutto bene: la ambientazioni, la scenografia, le maschere e i costumi reggono molto bene.

Il punto è un altro. Perché questo consapevole accumulo di istanze incrociate – l’identità culturale del borgo di provincia interfacciata agli stilemi globalizzati dell’audiovisivo; la configurazione del perturbante (con echi di Twin Peaks) e la scoperta dell’orientamento sessuale in adolescenza; la scaltra autoriflessività esibita (Orange is the New Black che i personaggi hanno visto e citano più volte) e la retromania tipica delle strategie Netflix – faticano a trovare la giusta amalgama nei destini di questi personaggi. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti giusti per ambire alla serialità complessa e a un pubblico globale, ma la serie non sfrutta mai appieno il suo potenziale rifugiandosi in una messa in scena un po’ troppo virtuosistica che insiste su ellissi e simboli arcaici immersi nel buio, acrobazie dronistiche e inquadrature iconiche fatte significare di per sé. Curon riesce comunque ad affascinare (soprattutto nelle ultime puntate) per un innegabile potere allucinatorio che sfiora l’horror antropologico, ma questa fascinazione non è quasi mai supportata da una forte tensione emotiva (gioca a tal proposito anche qualche incertezza recitativa) e da una funzionale gestione dei tempi narrativi (un po’ troppo frettolosi).

La rabbia genera mostri, ma il mostro comincia a somigliarti”. A Curon sono ancora i sentimenti a generare mostri e gli stessi sentimenti a far trovare soluzioni… ecco perché al di là dell’incerta resa complessiva, questo resta un progetto dalle tante potenzialità che speriamo possa segnare un deciso cambio di passo nella (eventuale) seconda stagione.

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Data articolo: Tue, 07 Jul 2020 07:39:09 +0000
Partito di Azione
Carlo Levi e l’arte della politica – Disegni e opere pittoriche

Fino al 13 Luglio la mostra ospitata ai Musei di Villa Torlonia di Roma racconta la poliedrica personalità di Carlo Levi, oscillante tra impegno politico e attenzione sociale verso il Meridione

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Cristo si è fermato a Eboli ma per fortuna il suo autore no. Carlo Levi riuscì infatti ad uscire dalla secche istituzionali da lui denunciate della città lucana e superando per fortuna indenne il confino politico impostogli dal fascismo. La mostra “Carlo Levi e l’arte della politica – Disegni e opere pittoriche” prorogata ai Musei di Villa Torlonia di Roma fino al 13 Luglio, curata dal Centro Carlo Levi di Matera e dalla Fondazione Carlo Levi racconta il periodo più politicamente impegnato dell’autore del famoso romanzo, che va più o meno dalla Liberazione fino alle prime elezioni della Repubblica. Un riscatto ideologico e personale dalla violenza dittatoriale di cui era stato una delle tante vittime sia come intellettuale figlio della buona borghesia che come ebreo, una doppia infamia che il regime punì con la violenza dell’esilio in patria. La mostra dei Musei di Villa Torlonia vuole evidenziare da subito come le due arti in cui Carlo Levi eccelse, la pittura e la scrittura, siano state fortemente connotate da una sensibilità politica e sociale che negli intellettuali nati e cresciuti tra le due guerre era molto presente. Per farlo sceglie un percorso cronologico che parte dalle vignette satiriche per arrivare ai ritratti della maturità, alle nature morte e qualche escursione nei temi biblici. Mancano certamente quadri e romanzi famosi ma questa assenza è compensata dal sapiente lavorio sul contesto culturale in cui egli si mosse sin da giovane. Le “Leggi in Difesa della Razza” promulgate da Mussolini nel 1938 costringono innanzitutto Levi all’esilio in Francia e a non poter più esporre. In questo periodo dipinge soprattutto ritratti e scorci di Roma ma l’orrore della guerra e quello preveggente (quando lo dipinge nel 1942 non si aveva ancora nitore di come fossero davvero strutturati) dei campi di concentramento si manifestano in quadri di piccole dimensioni come La casa bombardata e Le donne morte (lager presentito). La scelta dei disegni politici, proseguendo nel percorso, è molto oculata e senza paura di annoiare il visitatore medio riesce a rendere bene la storia dell’Italia del dopoguerra, dalla lotta affinché i valori della Resistenza entrassero a piene mani nell’ordito istituzionale alla caduta di questa illusione sopravvenuta con le prime elezioni libere. I Disegni politici sono stati realizzati su fogli di grandi dimensioni rispetto al piccolo spazio dei fogli di giornali su cui erano ospitati. Diversi i modi e le maniere usate da Levi per il dileggio spesso sferzante dei suoi compagni politici.

Come si è detto prima, egli fu infatti molto attivo dalla sconfitta delle forze nazifasciste: dal 1945 per due anni dirige L’Italia libera, organo nazionale del Partito d’Azione per poi confluire nel giornale L’Italia socialista, nato nel Giugno del 1947 sotto la direzione di Aldo Garosci con l’obiettivo di dar voce alla componente oramai minoritaria del Partito d’Azione che avversava la confluenza del Partito in quello socialista ed in cui figuravano personalità del rango di Pietro Calamandrei, lo stesso Levi, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria. Per il giornale scrissero anche Gaetano Salvemini, Ignazio Silone e Altiero Spinelli, a testimonianza della sua importanza storica. I Disegni politici furono pubblicati tra l’Ottobre 1947 e il Febbraio 1949 proprio sul quotidiano L’Italia socialista ed ospitati in prima pagina, essi erano la libera manifestazione del pensiero dell’autore spesso inviso alle classi dirigenti di un partito invischiato nei calcoli per andare al governo. Levi era consapevole che tra il 1947-48, entrata in vigore la Carta Costituzionale, si stava determinando una svolta decisiva nella politica italiana perché stava pericolosamente tornando in auge il vecchio mondo conservatore, organizzatosi nella sua versione cattolica, la DC guidata da Alcide De Gasperi. Chi invece s’era fatto garante dei valori della Resistenza si smarriva nel (solito, per noi contemporanei) bosco ideologico di un paio dei più sferzanti disegni e dava corpo al Fronte Democratico Popolare (PCI e PSI), destinato a sicura sconfitta alle elezioni del 18 Aprile 1948. Ogni disegno registra un passo di questi eventi e la mostra riesce pur nel non foltissimo numero di opere presenti a darne testimonianza. Il 18 Aprile del 1948 si svolgono le prime elezioni dell’Italia Repubblicana dopo il biennio collegiale tra le forze politiche della Resistenza conclusosi con l’entrata in vigore della Costituzione nel 1 Gennaio dello stesso anno. La schiacciante vittoria della Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi sul Fronte Popolare formato da PCI e PSI (436 parlamentari contro i 255 di quella che per tanti anni resterà opposizione) fa cadere definitivamente le illusioni della rivoluzione sociale da compiersi sotto l’egida dei valori della Resistenza. Esemplificativo in tal senso il passaggio de “L’orologio“, l’altro grande capolavoro letterario di Carlo Levi, riportato in un pannello che sembra essere l’epitaffio di altre analoghe esperienze novecentesche: “Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al Governo, e poi di non esserne cacciati. Eccoci ormai sulla difensiva: domani saremo ridotti a combattere per l’esistenza di un partito, e poi magari di un gruppo o di un gruppetto, e poi, chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e per la nostra anima: cose sempre più piccole e più lontane, e un’astratta passione, sempre uguale“. Negli anni Cinquanta l’impegno politico lascia il posto a quello sociale. La produzione pittorica di quel decennio è incentrata sulla denuncia dei mali endemici del Meridione, terra di numerosi viaggi intrapresi.

Ne Le contadine rivoluzionarie Levi vuole dare testimonianza della ribellione dei contadini contro le ancora persistenti baronie feudali, culminata con l’occupazione delle terre tra il 1947 e il 1950. I volti scavati dei protagonisti della tela di grandi dimensioni, simili a teschi, rappresentano la fatica dell’emancipazione da questo sistema di sfruttamento. Il tono e i colori sono molto lugubri ma l’occupazione dell’intera prospettiva da parte di questo fantasmatico gruppetto, dipinto con pennellate larghe, lascia intendere che lo spazio pubblico è oramai loro. Queste donne e questi bambini pur nella loro sofferenza resteranno lì a chiedere alla Storia ciò che gli spetta di diritto. Anche il ritratto di Danilo Dolci, poeta e attivista della non-violenza, vuole essere il tributo alla lotta per la legalità che negli anni Sessanta in Sicilia cominciava finalmente a darsi una prima struttura ideologica nella lotta contro la mafia. E proprio i ritratti della mamma e del padre, assieme a quelli dei compagni di lotta, rappresi in attimi d’indecifrabile morbidezza pittorica, chiudono il percorso espositivo lasciando un acre senso di amarezza nel visitatore. Leone Ginzburg ci accompagna all’uscita col suo sguardo gentile ma fermo: quando abbiamo smesso di credere nei nostri ideali? Carlo Levi fu sconfitto dall’evoluzione politica della Repubblica senza però arretrare un attimo nell’attenzione verso le incredibili idiosincrasie del Belpaese. I suoi disegni politici restarono abbozzi ma erano parte di progettualità ben definite. La comparazione con gli attuali scarabocchi della classe dirigente nostrana è desolante.

 

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Data articolo: Mon, 06 Jul 2020 16:13:51 +0000
Ennio Morricone
È morto Ennio Morricone

Se ne è andato oggi a 91 anni uno dei più importanti compositori del cinema italiano e internazionale. Una carriera lunghissima dove ha raggiunto la notorietà con i 'western all'italiana'

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Il 25 febbraio 2007, dopo 5 nomination senza statuette, Ennio Morricone riceve il Premio Oscar alla carriera dalle mani di Clint Eastwood. Poi nove anni dopo lo vince per The Hateful Eight (2015) di Quentin Tarantino. Questi due fermi immagine sono essenziali per ripercorrere la carriera del compositore, musicista, direttore d’orchestra e arrangiatore scomparso oggi a Roma a 91 anni. Ha composto le musiche per oltre 500 titoli tra film e serie tv.

Attivo dall’inizio degli anni ’60, ha raggiunto la notorietà con i western all’italiana e in particolare per i film di Sergio Leone. Nel corso della sua carriera ha collaborato con quasi tutti i più importanti registi italiani: Bertolucci, Bellocchio, Pasolini, Lattuada, Ferreri, Corbucci, Bava Montaldo, Bolognini, Pontecorvo, Comencini, Argento, Cavani, Fulci, Petri, Citti, Verdone, Tornatore, Olmi, Rosi, Vanzina, Salce, Zeffirelli, Monicelli, Taviani, Olmi, Damiani, Zampa, Zurlini, Lizzani, Sollima, Lenzi, Valerii, Tessari, Castellari, Lenzi, De Seta, Faenza, Castellani, Maselli e Giordana.

Molto attivo anche all’estero ha scritto celebri colonne sonore come quelle di I giorni del cielo (1978) di Terrence Malick, La cosa (1982) di John Carpenter, Gli avvoltoi hanno fame (1970) di Don Siegel, Cane bianco (1982) di Samuel Fuller, Mission (1986) di Roland Joffé, The Untouchables. Gli intoccabili (1987), Vittime di guerra (1989) e Mission to Mars (2000) di Brian De Palma, L’esorcista II – L’eretico (1977) di John Boorman, Assassino senza colpa? (1987) di William Friedkin, Frantic (1988) di Roman Polanski, Bugsy (1991) di Barry Levinson, Wolf. La belva è fuori (1994) di Mike Nichols, Lolita (1997) di Adrian Lyne, U-Turn. Inversione di marcia (1997) di Oliver Stone, Bulworth. Il senatore (1998) di Warren Beatty e Légami (1991), di Pedro Almodóvar.

La nostra TOP 10

 

The Hateful Eight (2015)

Mission (1986)

C’era una volta in America (1984)

Nuovo Cinema Paradiso (1988)

La cosa (1982)

Novecento (1976)

The Untouchables. Gli intoccabili (1987)

Per un pugno di dollari (1964)

I pugni in tasca (1965)

Bianco, rosso e Verdone (1981)

Morricone riceve l’Oscar per The Hateful Eight nel 2016

L’Oscar alla carriera ricevuto da Clint Eastwood nel 2007

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Data articolo: Mon, 06 Jul 2020 14:02:58 +0000
vast - le caverne di cristallo
ENDGAME. VAST – Le Caverne di Cristallo

Patrick Leder e David Somerville con Vast – Le caverne di Cristallo, portato in Italia da MS Edizioni, realizzano una sfida meta-concettuale con un prodotto impegnativo, audace e coinvolgente.

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È il 1992. Lo sceneggiatore Chris Vogler, noto nell’ambiente per aver collaborato con la Disney e gli Studios più importanti e per essere uno degli insegnanti di scrittura più apprezzati dell’Università della California, dopo le infinite richieste dei suoi amici e studenti, accetta di far pubblicare in un libro gli appunti delle sue lezioni accademiche. Influenzato dagli studi di Joseph Campbell, junghiano di ferro ed esperto di storia delle religioni, Vogler negli anni della sua docenza aveva messo per iscritto una serie di riflessioni sulla decodificazione dei miti e delle favole, andando a ragionare sulla figura dell’Eroe e dei suoi comprimari, sul suo viaggio catartico, sul significato delle sue prove. Questo studio, elaborato in anni di ricerche e di insegnamento, divenne Il viaggio dell’eroe, uno dei libri basilari di ogni corso di scrittura degli ultimi trent’anni e uno dei vangeli per ogni aspirante sceneggiatore. Uno di quei testi che cambia davvero la vita, dato che, chiunque lo abbia letto e o studiato, si ritrova quasi meccanicamente a destrutturare ogni libro, film o fumetto che ha per le mani.  Ogni personaggio è classificato, ogni situazione catalogata, ogni azione schedata. Il genere che più si presta a questa vivisezione, anche per la sua ascendenza tradizionale-mitica, è il fantasy, dove la struttura della trama, nella maggior parte delle volte, segue quasi pedissequamente il viaggio teorizzato da Vogler, permettendo a ogni spettatore/lettore di riconoscerne ogni elemento, con estrema facilità. Data questa schematicità, in questi anni di post-modernismo e destrutturazione dei generi, perché non osare? Perché non far esplodere la struttura è rendere il meccanismo narrativo palese, trasformare la storia in un puzzle a vista dove ogni tassello è nelle mani del pubblico/consumatore, permettendo davvero al fruitore di diventare, anche se con le dovute “cautele”, autore?

Nel mondo dei boardgame qualcuno ha scelto di raccogliere questa sfida meta-concettuale. Patrick Leder e David Somerville con Vast – Le caverne di Cristallo, portato in Italia da MS Edizioni, realizzano un prodotto impegnativo, audace e coinvolgente che mette davvero tutti i giocatori all’interno del genere. La trama narrativa alla base è didascalica ma rappresentativa. Un giovane paladino deve penetrare in una caverna e rubare un tesoro ad un drago addormentato. Goblin voraci e un ladro avido cercano di mettergli i bastoni tra le ruote. Tutti gli elementi per il più facile e pulito dei dungeon crawler. Il punto di svolta, però, è proprio nei ruoli da dover interpretare. A differenza della tradizione, che vede i giocatori interpretare variazioni dello stesso eroe, tutti con lo stesso obiettivo, Vast – Le Caverne di Cristallo mette ogni boardgamer nella condizione di interpretare tutti i personaggi coinvolti nella struttura, caverna compresa. Ognuno nel proprio ruolo, con caratteristiche precise, azioni personalizzate e, soprattutto, un obiettivo finale, per forza di cose, coerente con la propria natura (il drago vincerà in modo opposto all’eroe, il goblin avrà un’altra condizione di vittoria, la caverna un’altra ancora e via dicendo), i giocatori sono costretti a vivere la stessa storia da angolazioni diverse. L’esplosione relativista dei PoV, come in un Rashomon fantasy, ha conseguenze concettuali e politiche disarmanti. Dover vestire per una volta il ruolo del mostro, o addirittura, quello della comparsa sacrificabile o della scenografia, permette davvero di avere un’immersione totale dentro le sfumature strutturali e teoriche del genere. Vast pesca intuizioni e sviluppi dal gioco di ruolo e li porta ad un nuovo livello, costretto com’è a trasformare questo lavoro intellettuale in un gioco tangibile, in soluzioni materiali. La destrutturazione dei ruoli porta con sé, oltre a conseguenze visive divertenti (il giocatore-caverna che costruisce il tabellone di gioco, il giocatore-goblin che si può permettere di giocare senza apparire sul tavolo etc.), un’analisi partecipata che funziona meglio di qualsiasi studio o saggio.

Editore: MS Edizioni
Autore: Patrick Leder, David Somerville
Illustratore: Kyle Ferrin
Complessità: Medio
Tipologia: Giocatori con poteri variabili, Dadi, Esplorazione
Anno: 2016
Prezzo consigliato: € 64,99

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Data articolo: Mon, 06 Jul 2020 07:25:50 +0000

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