Coronavirus, la mappa del contagio nel mondo

NEWS - cultura - NEWS - spettacolo - NEWS comics

figure
action figure
statue
resolution shop.it tante
offerte
Statuine
collezione
Bandai
Banpresto
Good Smile
Diamond S.
Hot Toys
Squarenix
pronta consegna in pre-order
Furyu
DC Comics
Ubisoft
Kotobukiya
Funko
Mezco,Neca
Game of Thrones
McFarlane resolution

recensioni libri da kataweb.it

#libri #recensioni

recensioni libri

Zattere alla deriva Tullio Avoledo, uno dei più abili creatori di mondi della letteratura italiana, abbandona la fantascienza per raccontare la crudeltà del presente e un’Italia che è già dietro l’angolo, dove lo sfruttamento è tollerato e le disuguaglianze sono feroci. Era inevitabile: nei suoi precedenti romanzi ogni slittamento temporale, distopia o ucronia parlava già della realtà sociale, politica ed economica del nostro tempo. Un’attrazione per il reale così forte non poteva che trovare nel noir, genere spesso paragonato al romanzo realista, la sua naturale conseguenza.Solo che Avoledo rimescola così tanto nella grettezza della cronaca e nel fumo opaco del razzismo da firmare un romanzo sconcertante e nerissimo. Di più: Nero come la notte. Il titolo, rubato a un verso di John Milton, spinge il lettore ai confini della provincia italiana, in una terra ancora grassa, ma corrotta dall’avidità e dall’indifferenza, degradata dalla crisi economica, disseminata di fabbriche chiuse e complessi residenziali figli della speculazione edilizia, abitata da ombre che cercano di sopravvivere sotto lo sguardo ostile dei vecchi abitanti.Pista Prima, la città del nordest che i lettori di Avoledo avevano già incontrato nell’Elenco telefonico di Atlantide, chiamata così in omaggio a Orwell (è la regione in cui si trova Londra in 1984), non ha più futuro. Basta allontanarsi dal centro e addentrarsi nella periferia, là dove cemento e campi spogli si contendono lo squallore, tra strade dismesse e discariche abusive, per raggiungere il cuore del nuovo romanzo: un ecomostro chiamato Le Zattere.Quattro edifici occupati da centinaia di immigrati irregolari dalla pelle nera o ambrata. Nessuna strada, fognatura, impianto di depurazione, linea elettrica o telefonica. Un mondo a parte, retto da un Consiglio che garantisce la sicurezza ai suoi abitanti, che impone delle regole senza mai codificarle e senza ammettere pubblicamente la sua esistenza perché in un posto come quello l’autorità non viene delegata e non si fonda sul consenso, ma esiste. Necessariamente esiste. Altrimenti come farebbero a sopravvivere l’uno accanto all’altro in condizioni di estrema precarietà persone fuggite da angoli di mondo dove la miseria e la fame non sono il destino peggiore?In quell’incubo si muove Sergio Stokar, ex poliziotto violento e tossicodipendente, con idee neonaziste e un passato costellato di fallimenti. Quali, esattamente, non è dato saperlo neppure a lui dato che alle Zattere è arrivato privo di coscienza, con il fisico e la memoria a pezzi. Ha una sola certezza: quel posto che fino a qualche anno prima sarebbe stato per lui un terreno di caccia diventa la tana dove nascondersi. Fuori c’è chi lo vuole morto.Per sopravvivere viene incaricato dal Consiglio di mantenere l’ordine: diventa una specie di sceriffo, apprende le regole non scritte della giustizia, i meccanismi di una economia alternativa e un modo di gestire le diversità non solo efficiente, ma persino più dignitoso di quello in vigore nella città di fuori. Non che si redimi: l’odio razziale e le simpatie naziste continuano ad agitarsi nella sua testa confusa, eppure vivere tra i diseredati sembra fargli bene. Come se dall’ombra in cui è sprofondato iniziasse ad affiorare la luce di un uomo a suo modo giusto. Per ritrovare se stesso deve ricominciare dall’unica cosa che sa fare: il detective. Il Consiglio vuole sapere chi ha ucciso, in modo atroce, alcune giovani ragazze delle Zattere e vuole farlo in silenzio per paura che la violenza diventi il pretesto per le ruspe.La ricerca della verità non è però un semplice svelamento dei fatti, un meccanismo che permette di superare la catastrofe con la logica deduttiva, di ripristinare l’ordine dopo un suo momentaneo turbamento. È una questione esistenziale, di fronte a cui passa tutto in secondo piano, anche gli eccessi del protagonista e quelli del suo autore che non risparmia nulla al lettore: risse, prostitute, mafie etniche, terrorismo, prostituzione, follia, sette religiose, snuff movie... Eppure il troppo — come Avoledo ci riesca è un mistero — non è mai troppo.Nel grigiore delle Zattere il bene e il male sfumano in un affresco del presente credibilissimo dove l’unica resistenza possibile è lottare per la dignità degli uomini. Di tutti gli uomini, anche dei diseredati.© Riproduzione Riservata Data articolo: Sun, 23 Feb 2020 17:52:12 +0000

recensioni libri

Intrecci al femminile È un romanzo acuto e magnetico La confessione, dell’inglese Jessie Burton. Una bella prova di scrittura.Burton esordì nel ’ 14 con Il miniaturista, che vinse premi e vendette valanghe di copie, con traduzioni in 38 lingue.Poi pubblicò La musa, che ha molto in comune con La confessione riguardo al tema dei nessi di potere nei rapporti intimi, argomento che evidentemente rappresenta il cuore letterario di quest’abile ricamatrice di storie.L’essenza de La confessione, uscito in Inghilterra l’anno scorso e in arrivo in Italia, vive di due aspetti: l’ottica della maternità come imprimatur totalizzante nelle donne; e il "fingersi- altro" come pratica diffusa, sospinta dall’invenzione di realtà parallele necessarie per districarsi negli ardui ingranaggi relazionali.La struttura a dittico del racconto lo scandisce in due diversi periodi e contesti: la Londra odierna e la viziosa Hollywood anni Ottanta. Gli episodi declinati al presente si concentrano sull’intesa fra la vecchia scrittrice Constance e la sua giovane segretaria Laura, che la sta aiutando a confezionare un nuovo libro. L’anziana non può usare bene le mani, in quanto afflitta da un’osteoartrite. Dopo alcuni successi ormai distanti, ha lasciato da tempo il suo lavoro. Ma ora si rimette in pista grazie al sostegno di Laura, che copia al computer i suoi appunti faticati e sghembi.A questi passaggi s’alternano le sezioni ambientate qualche decennio fa, dove scopriamo Constance ai vertici della gloria e catturata da un legame fusionale con Elise, bellissima e nevrotica ventenne. Visto che un bestseller di Connie diventa un film da girare a Hollywood, le due partner si trasferiscono dall’Europa a Los Angeles immergendosi in un mondo fatuo e irreale, nutrito dall’ipocrisia e dal ricatto. Lì tutto diventa lecito pur di proiettarsi nel firmamento delle stelle, e il tradimento vige come norma capillare.Le amanti precipitano nei conflitti e l’unione si sfalda. Tra scontri furenti e riappacificazioni morbose, Elise resta incinta del marito di un’amica di Connie e genera una bambina, Rose.Quest’evento le causa un tracollo definitivo e la induce a sparire nel nulla abbandonando Rose, la quale verrà cresciuta dal padre. Rose non sa niente sulla sua perduta madre finché il genitore, quando lei è adulta (e vive con un compagno inconsistente), le svela che Elise fu il grande amore di quella certa Constance, tornata a Londra dove si è chiusa in un ritiro silenzioso.Perciò Rose finge di chiamarsi Laura e riesce a farsi assumere dalla romanziera in disarmo, conquistando la sua fiducia. In tal modo le due vicende si agganciano: Laura, cioè Rose, s’è infiltrata nella vita di Connie per carpirle notizie sulle sorti e la fisionomia della propria madre, la cui assenza l’ha devastata.L’architettura binaria della Confessione — coi due plot accostati e riuniti, e un finale sorprendente ma coerente — mette ostinatamente a confronto due donne: da una parte la passionale coppia femminile anni ’80 bisticcia ai bordi di smaglianti piscine hollywoodiane; dall’altra una signora di forte statura intellettuale stringe un vincolo profondo e grato con la ragazza che le funge da amanuense e che però le sta mentendo.In entrambi i casi la differenza d’età, le rispettive lacune negli affetti, gli slittamenti identitari e gli ossessivi giochi di specchi generazionali determinano una tensione calamitante per il lettore e si propongono implicitamente come il riflesso deformato dell’incontro esistenziale madre- figlia. Ogni personaggio cade in spirali d’ansia che tendono a implorare compensazioni.Nella prosa nitida, dal passo crudo e razionale, psicologicamente efferato, senza sconti, prevale l’intreccio dei sentimenti. Un senso dell’attaccamento " al femminile", cioè radicale, tortuoso e spesso masochistico, emerge in primo piano. Gli uomini non ci sono in quest’affresco, se non come sfondo o pretesto.Non si comportano da cattivi, anzi: sono mansueti. Ma si realizzano in una passività che rende protagonistiche le donne, incrollabili e sofferte ricamatrici di destini lungo il mezzo migliaio abbondante di pagine della Confessione. Chi le legge non si rende conto delle dimensioni smodate, perché la trappola è ben congegnata dall’inizio alla fine.© Riproduzione Riservata Data articolo: Sun, 23 Feb 2020 17:29:48 +0000

recensioni libri

Ragazzi perduti Gravesend di William Boyle è un romanzo che nasconde sfaccettature che vanno al di là della trama che, sin dall’incipit, lo inserisce a pieno titolo nel genere noir.Noir nel senso più classico del termine, un noir vecchia scuola che rimanda ai classici, da E morì a occhi aperti di Derek Raymond a Il termine della notte di John D. MacDonald passando per lo straziante umanesimo della cosiddetta Trilogia di Marsiglia del compianto Jean Claude Izzo.Protagonista apparente della vicenda è Conway il cui fratello, Duncan, è stato vittima di quello che oggi chiamiamo " crimine d’odio". Gay, viene attirato in una trappola da un manipolo di balordi locali che lo costringono ad una tragica fuga che termina in una morte che di accidentale ha ben poco. Il capo della gang, tutti italo americani, Ray Boy Calabrese viene arrestato e condannato a sedici anni di prigione. Ma questo a Conway non basta.Perché la morte di Duncan non è stato solo un " rude risveglio" alla realtà di quell’angolo difficile di New York (Gravesend è un lembo di Brooklyn che termina a Brighton Beach) ma l’inizio della fine di tutti quelli che Conway amava.La madre distrutta dall’alcol scompare da un giorno all’altro, il Vecchio — il padre dei due fratelli — diventa l’ombra dell’uomo che era stato. Scaduti i sedici anni di reclusione Conway può mettere in partica quanto sognato: vendetta. E qui arriva, nel primo fulminante capitolo dell’opera, il colpo di genio che rende Gravesend un libro originale e terribile: Conway non ce la fa a uccidere Ray Boy. È Ray Boy Calabrese, devastato dalla prigione e (forse) dai sensi di colpa, a volere che Conway lo uccida. Boyle rovescia il cliché tipico del genere, la vendetta, trasformandolo in altro.Gravesend, quel piccolo spicchio di mondo abitato da italoamericani diventa il teatro di una discesa all’inferno che coinvolge non solo Conway e Ray Boy, ma anche Alessandra ( uno dei personaggi più interessanti e meglio caratterizzati del romanzo) tornata al quartiere natio dopo aver tentato la carriera di attrice a Los Angeles, e Stephanie e Eugene che è la chiave di volta per comprendere quanta profondità drammatica può raggiungere la penna di Boyle.Nipote di Ray Boy, cresciuto ascoltando gangsta- rap, emarginato e in preda ai classici deliri di onnipotenza depressiva dell’adolescenza, racchiude in sé tutte le contraddizioni non solo di un quartiere, ma anche quelle della realtà in cui viviamo. D’altronde, la scuola del noir, quando non devia verso la sua nobilissima istanza politica ( da Manchette, a Izzo come Hammett) diventa specchio crudele in cui riconoscere le debolezze e le storture di ciò che ci rende umani.Come a dire: il noir è il proseguimento con altri mezzi della tragedia. Al di là della vicenda è la penna di Boyle a fare la differenza. Boyle possiede uno stile poetico che riempie di disperazione e umanità anche una semplice chiacchierata fra amiche al bar.Un po’ come l’Hubert Selby Jr dei suoi giorni migliori. Viene in mente, terminata la lettura (strappalacrime, siete avvertiti) una piccola digressione su quella che i sociologi hanno chiamato " la cuspide della Generazione X", quella fetta di popolazione che, dalle nostre parti, Mario Monti definì " generazione perduta" che corrisponde, più o meno, agli odierni quarantenni (Boyle è del 1978). Una generazione che ha scoperto il mondo negli anni Novanta e che, raramente, è stata rappresentata.Non è soltanto una questione di riferimenti culturali ( dai Nirvana ai Sonic Youth) piuttosto è un senso di pessimismo latente che rimanda al famoso monologo di Tyler Durden in Fight Club «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita».Da questo punto di vista Gravesend arriva dritto al punto. Il romanzo di Boyle mette in scena il malessere e la furia che non trova alcuno sbocco, di uno scampolo di generazione scartata dalla Storia, una generazione in balia di regole dai piedi d’argilla, schiacciata da un passato che non è mai morto e da un futuro che li ha azzoppati ( con l’ 11/ 9 prima e con la crisi del 2008, dopo — in Italia potremmo aggiungere la pallottola fatale del 20 luglio 2001) prima ancora che potesse farsi avanti.Una " generazione perduta" a cui non è stato neppure offerto un finto banchetto alla Fitzgerald. Una generazione che nasconde dietro al nichilismo, lo stordimento e le lacrime di chi ha perso senza neppure sapere il perché.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 23 Jan 2020 18:00:46 +0000

recensioni libri

Un mistero chiamato Jane Austen Aproposito della zia scrittrice Jane Austen, è il nipote Edward Austen Leigh, negli anni ’ 70 dell’Ottocento, a informarci che « la sua vita fu singolarmente priva di eventi » . Anzi, più precisamente, parla di un’esistenza "deserta" di accadimenti: rare le novità, nessuna crisi, semmai una ripetitiva e monotona teoria di matrimoni ( di fratelli e cugine e nipoti) e nascite e morti. E le feste comandate a Natale, e le vacanze e gli anniversari e dolci e frittelle, e qualche viaggio a Londra andata e ritorno. O a Bath andata e ritorno.Il nipote è onesto, come tutti gli Austen, e apprestandosi a scrivere A Memoir in ricordo della zia confessa candido di sentirsi a disagio. È scarsissimo il materiale con cui tramare la tela del racconto. Ha però un ricordo chiaro e distinto della persona di lei e del suo carattere, e siccome è questo alla fine, secondo lui, il fine di ogni biografia, ovvero la trasmissione della personalità del soggetto biografato, si mette al lavoro.Altruisticamente, perché di una cosa è certo: in molti hanno interesse a sapere com’era davvero zia Jane, come passava le sue giornate quella donna appartata dalla fertile immaginazione, che s’era inventata personaggi come i Dashwood, i Bennet, i Bertram, con una tale naturalezza, che ai suoi lettori pareva di averli conosciuti intimamente, tanto simili erano ai loro amici, ai loro vicini di casa. Quel memoir sarà essenziale nel creare il mito della "zia Jane", che è vecchia e cara, e insieme un genio.A conferma nel 1913 apparirà Jane Austen, her life and letters di William e R. A. Austen- Leigh. Sì che agli albori del nuovo secolo il padre di Virginia Woolf, Leslie Stephen, potrà testimoniare dell’esistenza di una speciale forma di idolatria in Europa — " Austenolatry", la chiama. Un fanatismo devoto che a tutt’oggi non si è affatto spento. Specie in England. Anche se in verità ne siamo affetti anche noi, tutt’oggi, dalle nostre parti.A soddisfare tale appetito ecco Jane Austen. La Vita di Claire Tomalin; uscito in inglese nel 1997, ora appare in italiano presso la Nuova Editrice Berti per la traduzione ottima di Cristina Colli e Cecilia Mutti, e per la cura garbata e informata di Massimo Scotti.Sono passati gli anni, ma la difficoltà di ricostruire la vita di Jane Austen rimane insuperata, dichiara Claire Tomalin, che pure alla scrittura biografica si dedica da sempre — famose le sue biografie di Mary Wollstonecraft, di Dickens, di Katherine Mansfield, Thomas Hardy e Samuel Pepys. Sì, confessa Tomalin, di primo acchito: non è facile scrivere di Jane Austen, perché davvero non le è accaduto niente. O meglio, tutto le accade quando scrive.È così segreta, Jane, è così raccolta in se stessa, è così tutta versata nei suoi personaggi. Non ha lasciato altro che quelli, i romanzi; nessuna nota autobiografica; anche l’avesse fatto, la sorella Cassandra, appena Jane spira, come una furia distrugge tutto il materiale privato, compresa la corrispondenza di Jane in suo possesso. E dunque, dobbiamo rassegnarci? E conoscere la vita di Jane lì dove si versa? E cioè, nei suoi romanzi?Claire Tomalin no, non si arrende e per pagine e pagine appassionate ci conduce in ipotetiche ricostruzioni, di fronte alle quali viene spontaneo chiedersi: ma come fa a sapere che Jane guardò in quel certo modo Thomas Langlois Lefroy al ballo? E tutti quei dubitativi: «dev’esserci stato qualcosa di più», «deve aver pensato», «deve aver sentito » , su quale "dover essere" si basano? Di quali pensieri e sentimenti si parla? Di quelli che secondo Tomalin dovrebbe sentire e pensare Jane, se Jane fosse una normale abitante della sua epoca? Ma non abbiamo già detto che Jane non è affatto "normale"?Nel modo di scrivere biografie proprio di Tomalin, il biografo si fa insieme storico d’epoca, sociologo e psicologo del costume, e ci sommerge di un mare di informazioni — ad esempio, a proposito del ciclo mestruale ci informa che allora arrivava tardi, e viste le condizioni igieniche, inferisce che fosse una «esperienza sgradevole e difficile» e le ragazze erano «vulnerabili e a disagio» … E dunque? Rivela questo fatto qualcosa del carattere di Jane? Ci serve a conoscerla più da vicino? E qual è la distanza tra gossip e privacy e acquisizione di dati essenziali alla conoscenza di una persona?Ce lo chiediamo e continuiamo a leggere, attratti in una caccia al tesoro dall’esito finale scontato, perché se sappiamo che non è così che si trova il tesoro, è anche vero — chi può negarlo? — che di una scrittice che amiamo vogliamo sapere tutto, anche i dettagli all’apparenza banali. Senza dimenticare, tuttavia, che tra noi e la cara, sublime Jane, c’è un terzo, una terza persona, un medium che seleziona e interpreta. E mentre ci avvicina a lei, si mette per l’appunto in mezzo.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 23 Jan 2020 17:05:39 +0000

recensioni libri

Julie che suonava musica sbagliata È stato in una delle lunghe chiacchierate via email che l’ottimo traduttore Nicola Manuppelli intratteneva con Sherri, la moglie di quel fuoco d’artificio di affreschi americani che è Don Robertson, è stato allora che è saltata fuori l’esistenza di un romanzo inedito, Julie. «Mandamelo subito allora» le deve aver detto, certo che la sua casa editrice Nutrimenti l’avrebbe seguito nell’impresa di pubblicare tutta l’opera larger than life del nostro autore.E Don, la cui lettura, lo diciamo ancora una volta perché ci convince molto, secondo Stephen King è paragonabile a un incontro di boxe col giovane Cassius Clay, come sempre non l’ha deluso.Lo abbiamo già conosciuto con L’uomo autentico, L’ultima stagione, e soprattutto con l’infinito Paradise Falls, ne siamo sempre usciti con una visione dell’umanità quasi stravolta, il suo condurci tra gli alti e i bassi, le risate e i pianti, ci ha quasi confuso e comunque trasportato incandescente con sé; la sua capacità inventiva ci ha travolto, con quei personaggi così bislacchi e inattesi che fanno da contorno ai protagonisti, con quei silenzi immusoniti o placidi che sappiamo bene quanto esistano nella realtà ma che pochi autori riescono a rendere, con quelle ubriacature senza fine che sembrano segnare le giornate di metà America, con quel tono così totalmente colloquiale, la prosa immediata e senza fronzoli eppure capace di toccarci al cuore.Quei personaggi ordinari che di ordinario non hanno nulla. Quell’andare avanti e indietro tra i ricordi senza alcun ordine né nesso, come facciamo tutti. Perché è così, Don Robertson dipinge il mondo, senza infingimenti, attraverso gli uomini e le vite comuni. Ma proprio perché le sue indagini emotive sono varie e variopinte, non tutti i suoi lavori possono essere degli affreschi corali e epocali come Paradise Falls, ecco Julie, romanzo intimo, a una dimensione, e per di più femminile.Come raccontarlo, come farlo capire. Non è semplice. Julie è una bambina ferita dall’alcolismo e dalla disattenzione dei suoi, una mamma urlante e sempre scontenta, un padre più solido ma chiaramente dedito a whisky e birra in maniera eccessiva. Mentre lei fa i suoi ragionamentini in prima persona da bambina, i due si lasciano, chiaro.È il 1939. E il babbo brillerà per la sua assenza. Unica compagnia per Julie, una papera che muore presto, poi una papera di pezza, infine una lucertola poco discorsiva e un’amica immaginaria, nera, perché così può essere comandata meglio (ah, dimenticavamo, Robertson è il massimo della politically uncorrectness, sempre). Menomale che un vicino di casa del nuovo appartamento con la mamma a Cleveland, decide di regalare a Julie il suo pianoforte, perché è lì che Julie bambina scopre un talento che le farà compagnia per buona parte della vita, anche se poi la sua scarsa determinazione in tutto le farà abbandonare per la strada questo dono meraviglioso.Comunque mentre la madre la sommerge di compagnie maschili, Julie cresce. Lontano, siamo all’inizio degli anni 40, una guerra che sembra irreale. Quel che conta per Julie sono poche cose, una visita del padre, le lezioni di piano, una luce estiva che sembra polvere scagliata su ogni oggetto, una mamma ubriaca da cui difendersi. E finalmente, lentamente, il primo amore. Prima sospirato, presto, molto presto, baciato, Morris Bird III (un discendente del Morris Bird di Paradise Falls!). Che dolce amore, a Julie importa di poco altro, e la mamma non c’è mai, a casa si può flirtare come si vuole.La scoperta di sé, dei propri desideri inizia adesso e non finirà mai; Julie, per quanto amata, adorata, dai suoi uomini, ferita più tardi dalla morte e dal dolore, non saprà mai aver davvero cura di sé e di chi gli vuol bene, avrà una sorta di cupio dissolvi nella seduzione di decine d’uomini belli e brutti, assurdi, nel tradimento, butterà via tutto in una famelicità malata, ma al tempo stesso allegra, inconsapevole, confusionaria.La sofferenza non mancherà, e quando mai manca nei libri di Don Robertson: forse proprio perché la sua vita è stata colpita da malattie continue che se lo portarono via a 70 anni, il 21 marzo 1999, non può fare a meno di cospargerne i suoi romanzi. È così, non sappiamo se ridere delle mille bestialità insensate che Julie commette di pagina in pagina o piangere, per i suoi mali, e per i mali dell’umanità. Ma non è questo che rende godibile un racconto?© Riproduzione Riservata  Data articolo: Thu, 12 Dec 2019 17:35:07 +0000

recensioni libri

I guardiani della Regina Londra. Si dice che gli inglesi amino più gli animali degli esseri umani. Recentemente ho trovato uno scoiattolino appena nato nel giardino di casa: doveva essere caduto da un albero, infatti zoppicava leggermente da una zampetta. Nel giro di un’ora sono arrivati per prelevarlo un soccorritore pubblico, la Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, e uno privato, il veterinario del quartiere, ma nel frattempo si era radunata davanti al cancello di casa una piccola folla di passanti, tutti pronti a interrompere le proprie faccende per occuparsi del piccolo roditore.Se i senzatetto che popolano la strada all’angolo ricevessero la stessa attenzione, sospetto che il loro problema sarebbe rapidamente risolto. L’esempio più noto di amore per gli animali, in Inghilterra, viene dall’alto: la regina Elisabetta sembra riservare più affetto ai suoi cagnolini corgies e ai cavalli, quelli che continua a montare a 93 anni d’età (al passo, naturalmente, ci mancherebbe che andasse al galoppo) e quelli della sua scuderia che corrono negli ippodromi, che a figli, nipoti e pronipoti.Ma se è comprensibile che qualcuno si affezioni a cani e cavalli, per non parlare degli scoiattoli, è più difficile immaginare sentimenti analoghi verso i corvi. Forse per il nero lucente delle sue penne, colore associato con la notte e con la morte, il più grande volatile del genere dei passeriformi viene spesso considerato portatore di malasorte.«Uccello del malaugurio» lo definì lo scrittore Edgar Allan Poe. Una cattiva fama derivante anche dalla sua predisposizione a nutrirsi di carogne: «Finire in pasto ai corvi» è un’espressione proverbiale per indicare la fine dell’esistenza, particolarmente se in maniera incivile, sofferta, magari senza nemmeno sepoltura.Eppure c’è un luogo in cui i corvi vengono alloggiati, custoditi e venerati come protettori di una civiltà millenaria: la Tower of London, il magnifico castello medievale sulle rive del Tamigi costruito da Guglielmo il Conquistatore nel 1078, utilizzato per secoli come residenza reale, ma servito anche per altri scopi, da arsenale a forziere dei gioielli della Corona, da sede di torture ed esecuzioni pubbliche fino a prigione, in cui fu rinchiusa fra gli altri Anna Bolena, seconda delle sei mogli di Enrico VIII.Oggi è una delle attrazioni più visitate della Gran Bretagna. La Torre di Londra ha svolto un ruolo di primo piano nella storia inglese. E questo conduce all’importante ruolo svolto da sette dei suoi inquilini: i corvi, per l’appunto.Narra un’antica leggenda che, se i corvi dovessero andarsene, la Torre cadrebbe in rovina e con essa anche la monarchia britannica. Una superstizione, naturalmente, ma che Sua Maestà, per non rischiare, prende piuttosto sul serio. A conferma che questi animali possono essere portatori di gravi sfortune, in un certo senso; ma anche che, in senso opposto, tenerli buoni, soddisfatti e ben pasciuti funziona come antidoto contro il malocchio.Esiste perciò una figura, detta Ravenmaster (alla lettera, il maestro dei corvi), incaricata di assicurarsi che il funesto evento non si verifichi mai. A ricoprire l’importante incarico è attualmente Christopher Skaife, un ex-militare di carriera che, dopo ventiquattro anni passati nell’Esercito, ha deciso di dedicare la sua vita ai corvi. Adesso Skaife, giunto vicino al termine del suo mandato, ha scritto un libro per raccontare il suo decisamente singolare mestiere e tutto quello che ha imparato facendolo.In Il signore dei corvi (pubblicato in Italia da Guanda), il Ravenmaster descrive l’intelligenza formidabile, i dispetti e il senso dell’umorismo, tipicamente inglese ma talvolta un po’ maligno, di questi uccelli, che non gli risparmiano scherzi e preoccupazioni, inseguimenti e arrampicate, più qualche buffo incidente.«Ore 5,30, autunno» , comincia il suo diario. «L’alba si affaccia su Londra. Sono già in piedi prima che suoni la sveglia. Mi vesto al buio ed esco. Non c’è tempo nemmeno per una tazza di tè. Ho sempre l’assillo che di notte qualcosa sia andato storto. E se qualcosa va storto è molto, ma molto grave».Con ironia e passione, l’autore riesce a rendere straordinariamente interessante, e perfino simpatico, un animale che pochi metterebbero in testa alle proprie predilezioni faunistiche, riabilitandone la sinistra reputazione. «Imparando a conoscere i corvi», afferma Skaife, « ho scoperto tanto di cosa significa essere umani: ho imparato ad ascoltare, a osservare e a stare zitto. I corvi sono stati i miei maestri e io il loro allievo».Fare il Ravenmaster, insomma, lo ha reso un uomo migliore e più consapevole. Una lezione da meditare anche per noi lettori, la prossima volta che andremo a visitare la Torre di Londra e i suoi sette specialissimi pennuti. © Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 12 Dec 2019 17:26:14 +0000

recensioni libri

Il futuro di Adamo ed Eva A un certo punto, leggendo le storie del finlandese Arto Paasilinna, può capitare di sentirsi sommersi da una malinconia insidiosa, come la percezione di un’insensatezza sterminata: uno stato notevole, su cui soffermarsi.Nei romanzi di Paasilinna tutto è esilarante. Parallelamente tutto è feroce, ed è un’estrema duplicità che avvelena i tessuti sensoriali del lettore. Ci si domanda: questo marasma assurdo succede ovunque?Non solo in Finlandia, col suo clima che induce l’etilismo, il suo elevato tasso di suicidi e i suoi cognomi terribili da pronunciare? Qualcuno ha scritto che è « il Paese in cui le renne camminano insieme ai pedoni, ma poi te le offrono da mangiare sulla pizza». Funziona così solo in quel nord misterioso? O la burla tragicomica che provoca il paradosso delle renne riguarda pure noi?Un surrealismo acido e corrosivo nutre sempre l’opera di Paasilinna, che ha venduto milioni di libri in patria, ed è anche molto amato da uno zoccolo duro di fan fuori dai confini finlandesi.Morto l’anno scorso a settantasei anni, quest’eccentrico scrittore sembra volerci dire che uno sguardo ridanciano sulla vita è l’unica strada di salvezza in un mondo che picchia, insulta, schiaccia e umilia l’essere umano, frantumando le illusioni e corrompendo tentativi di purezza. I suoi anti-eroi abitano in case fatiscenti, sono ubriachi per tutto il giorno, vengono rinchiusi in prigioni lerce, subiscono il controllo di un’idiozia politica diffusa e sono vittime d’ingiustizie economiche e sociali.Questo in linea generale. Su un piano più particolare, incombono sugli allegri sventurati di Paasilinna disgrazie quali incendi di edifici, irruzioni di killer sanguinosi e fuggevoli amplessi che sfociano in parti multi- gemellari.Non sono esempi raccolti a caso, ma circostanze appartenenti alla trama di un libro del 1993 ora uscito in Italia, Aadam ed Eeva, pubblicato da Iperborea come tutti gli altri firmati dall’umorista nordico, divenuto romanziere dopo aver fatto il guardaboschi, e balzato sulla scena internazionale con L’anno della lepre, del 1975, che gli italiani conobbero nel ’ 94 grazie a Iperborea (da noi ha venduto centotrentamila copie).Protagonista di Aadam ed Eeva è un tipo creativo, Aadam Rymättylä, imprenditore soffocato da una quantità mostruosa di debiti. Tra un pignoramento e un atto giudiziario deve mantenere sette figli: ha avuto un maschio dalla prima compagna, tre li ha sfornati la sua ex moglie e un terzetto di gemelle è spuntato da un rapporto passeggero. In principio ci imbattiamo nella sua indole fatalista e bonacciona mentre sta mettendo a punto dentro il suo laboratorio alla periferia di Helsinki una pila capace di sconvolgere l’intero sistema dell’energia, nel senso che il suo papocchio ultraleggero alimenterà ogni macchina cancellando il bisogno di benzina. Ma il capannone degli esperimenti va in fiamme e lui viene spedito in carcere poiché accusato di truffa dall’assicurazione.Come suo difensore arriva Eeva Kontupohja, avvocatessa che crede subito nel suo talento. Non è chiaro se Eva s’innamori di Adamo, però di norma nessuno s’innamora di nessuno in Paasilinna, la cui ottica disincantata esclude pulsioni romantiche.Benché perennemente alcolica, l’intraprendente Kontupohja riesce a valorizzare la magica batteria, e in breve la coppia conquista la mappa planetaria del business accumulando ricchezze impressionanti. Propugnatore di un Eden globale, e i pigmei. Ma i salvatori hanno folle di nemici, specie se la loro generosità ostacola i guadagni dei signori del petrolio.Perciò contro di lui si scatenano persecuzioni, tra cui quella di un sicario mandato dalla Sicilia per eliminarlo. Tuttavia il campione, supportato dalla partner, scampa i pericoli e cerca ulteriori avventure.Finirà per alzarsi verso sfere cosmiche, viaggiando dentro un missile che probabilmente, a un tratto, non potrà più contare sull’apporto della pila miracolosa. E chissà se il novello Adamo sarà mai in grado di tornare sulla terra.A volte il ritmo della prosa si fa sgangherato in Paasilinna, che intreccia grovigli di sketch e pare infischiarsene un po’ della struttura. Ma tra un ghigno vignettistico e l’altro spiragli di luci profetiche s’infiltrano nel suo messaggio ambientalista. E la conclusione ha un tocco metafisico che sfiora il fondo e l’apice delle cose.Rymättylä spende montagne di soldi in beneficenza e donazioni. Aiuta gli armeni e i molucchesi, i curdi e i tibetani, gli aborigeni© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 12 Dec 2019 17:11:51 +0000

recensioni libri

Esplorare la banalità Ha sempre saputo che sarebbe diventato scrittore? Che cosa la spinge a scrivere? Come descriverebbe la sua giornata lavorativa? Fino a che punto i suoi libri sono autobiografici? Le domande più tipiche da fare a uno scrittore. Quelle che gli arrivano ripetutamente da giornali, blog, dai lettori alle presentazioni.Lo scrittore in questione risponde. Meno svogliatamente del solito: con una precisione, un’intensità — e soprattutto una sincerità — di cui si sorprende lui stesso. L’ultima intervista — questo il titolo dell’ultimo romanzo di Eshkol Nevo, tradotto splendidamente da Raffaella Scardi per Neri Pozza — è davvero un’ultima intervista; è difficile che il protagonista, dopo, possa concederne un’altra. Non ancora cinquantenne, l’israeliano Nevo ha già messo in fila almeno tre o quattro grandi libri, come La simmetria dei desideri e Tre piani, da cui Nanni Moretti ha deciso di trarre il suo prossimo film.Qui Nevo sceglie uno schema curioso — quattrocento pagine di domande e risposte — e l’effetto più sorprendente sta nella capacità di renderlo tanto duttile da diventare fino in fondo romanzo. Le risposte costruiscono via via una vera e propria narrazione, deragliando rispetto all’interrogativo da cui muovono.Lo scrittore protagonista allarga il campo, divaga, si muove con libertà fra presente e passato; se deve rispondere a una domanda generica ma inaggirabile come « cosa la spinge a scrivere? » , parte dall’immagine della maestra Meira che gli assegnò il compito di tenere un diario. Se deve spiegare come ha capito che sarebbe diventato uno scrittore, evoca le sue fantasie masturbatorie nell’adolescenza, «molto più dettagliate di quelle dei miei amici».Ma non è, come può sembrare, un romanzo sullo scrivere: l’autore senza nome si confessa e, confessandosi, esce dal ruolo, lo dimentica. È un adulto nel tunnel della distimia, una forma depressiva lieve che rende le giornate faticose, snervanti; è un marito, è (o è stato) un amante, è un padre. È, naturalmente, un figlio. È un cittadino di Israele, con tutto ciò che comporta.Ogni risposta è un affondo in questa articolata identità di essere umano, nei modi imprevedibili in cui si è formata nel tempo — era un bambino somigliante a quello « che piangeva nella fotografia appesa nell’ambulatorio del pediatra ; un tempo si alzava felice, oggi si alza triste. Talvolta si sente non amato nella propria casa. E assediato dalle paure: «Ho paura di perdere l’ispirazione. Ho paura di perdere Dikla. Ho paura di perdere i bambini perché ho perso Dikla. Ho paura di perdere Ari. Ho paura di beccarmi un attacco cardiaco fra tre anni, all’età in cui mio padre si è beccato un attacco cardiaco».Dikla è sua moglie; lo sguardo di nostalgia con cui lo guardava quando era in partenza non c’è più. Ari è un amico di giovinezza, e combatte da un letto di ospedale. Nevo è straordinario nell’esplorazione del quotidiano, il " non memorabile" — quello in cui ci muoviamo come avanzando in una materia collosa, fatta di preoccupazioni, ansie, desideri frustrati. Il cosiddetto «tirare avanti, pesante», «il segreto lavorio di certi giorni tutti uguali » , come una volta per sempre lo definì Saul Bellow. È lì che spesso, invisibile ai più, si rivela qualcosa di essenziale, lampeggia nel grigiore.Nevo la coglie, la dilata, la rende commovente. La somiglianza, in amore, tra inizio e fine. L’incapacità di confidarsi, da adulti, con i propri genitori. L’insensatezza dei rimpianti. Lo sguardo giudicante dei figli. Il lascito emotivo — e qualche volta perfino politico! — dei nostri avi. Quand’è stata l’ultima volta che le si è spezzato il cuore?Ancora una domanda. «Non lo posso scrivere » risponde lo scrittore. «Non è proprio il caso. Ma devo » . Chi glielo impone? L’ultima intervista diventa così una scommessa, non tanto sul coraggio della sincerità, quanto sulla capacità effettiva di non mentire. Meglio ancora: di non mentirsi. È come se Nevo volesse capire — di nuovo, da zero — cosa sia la verità, la nostra verità.Se siamo capaci di pronunciarla veramente, se siamo capaci di raccontarla e di raccontarcela; di dirla fino in fondo, prima che agli altri, a noi stessi. Lo fa sapendo che la «linea di demarcazione» fra verità e menzogna non è mai chiara, non è mai stabile — non lo è vivendo, lo è ancor meno scrivendo.Lo fa mettendo in scena uno scrittore che rinuncia alla finzione per un’ultima lunghissima intervista; e che però, per paradosso, è inglobato come personaggio in quel meccanismo di finzione che chiamiamo romanzo. «Magari fosse possibile premere "annulla digitazione" sui tasti della vita vera » sospira a un certo punto l’intervistato. Può farlo con le risposte che sta scrivendo. Non è detto che lo faccia.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 12 Dec 2019 10:40:50 +0000

recensioni libri

Un ottimo Rebus Qualche tempo fa Ian Rankin capitò a Roma per un giro di presentazioni nello stesso giorno in cui si giocava Italia- Scozia di rugby.Molti omoni in kilt e lattina di ordinanza, robuste signore bionde e ragazzini dinoccolati che sciamavano per le vie del centro lo riconobbero, e pretesero un selfie con lui, che si prestava di buon grado.L’episodio la dice lunga sul buon livello culturale dei tifosi scozzesi e sulla popolarità dello scrittore.E infatti La casa delle bugie, ventiduesimo episodio della saga di John Rebus, è immediatamente diventato un bestseller. La pensione è un peso per John Rebus, un tempo leggendario ispettore della polizia di Edimburgo. Ma a settantun anni bisogna pur darsi una regolata. Perciò: niente più fumo — incalza un fastidioso enfisema cronico — , alcool ridotto al minimo — giusto qualche pinta di birra a bassa gradazione — e l’amato whisky — rigorosamente cristallino, delle Highland, ché il malto torbato è roba da continentali — riservato per le occasioni eccezionali.Uniche consolazioni quando si finisce in panchina: una quieta relazione con l’ironica dottoressa Quant, lunghe passeggiate con il cagnolino Brillo, gli amati vinili anni Settanta. Questo lo scenario quando quattro ragazzotti scoprono casualmente il cadavere di un investigatore privato scomparso dodici anni prima. Corpo ritrovato, semi mummificato, nel bagagliaio di una macchina. Un caso del quale Rebus si era occupato a suo tempo, senza venirne a capo.Allora, la madre dello scomparso aveva denunciato omissioni e carenze, adombrando una sorta di complotto della polizia per proteggere cittadini eminenti. La comparsa del cadavere fa precipitare gli eventi. Non foss’altro perché il morto ha le caviglie immobilizzate da manette in dotazione alla polizia. Ce n’è quanto basta e avanza perché il circo mediatico si metta in moto, puntando il dito contro gli uomini in divisa. Rebus è dunque costretto a scendere in campo per difendersi da accuse e dicerie.Da un lato, qualche peccatuccio opprime la sua coscienza. Dall’altro, si sente in obbligo di dare una mano a Siobhan Clarke, la sergente che ama e rispetta come una figlia, e a Malcom Fox, che un tempo, quando lavorava alla sezione disciplinare, voleva incastrarlo, e che poi è diventato una sorta di suo adepto.Ma la verità è che un combattente come lui non si rassegnerà mai a essere relegato in panchina. L’istinto della caccia si può sopire, mai spegnere. Soprattutto se c’è la possibilità che nel "cold case" sia coinvolto Big Ger Cafferty, l’anima nera di Edimburgo, il gangster cresciuto con Rebus nei quartieri bassi, il nemico che il poliziotto sogna da una vita di distruggere e col quale, più d’una volta, è invece sceso a patti.È un Rebus invecchiato, certo, ma non ha perso lo smalto di sempre. È diventato più saggio, e non ha abbandonato quella "pietas" che da sempre stempera la sua morale, tutto sommato conservatrice, da sbirro. Mentre si occupa del caso del cadavere ritrovato, cerca di capire se un ragazzino finito all’ergastolo è veramente colpevole, o se non sia vittima di un tragico errore. Si fa domande sui ragazzi di oggi.L’energia dei giovani lo travolge. «Sapeva che davanti a sé aveva il futuro, ma anche che il futuro sognato da quei giovani non sempre si sarebbe realizzato. Ci sarebbero stati lacrime e delusioni, errori e promesse non mantenute… ma adesso tutto ciò non li toccava, stavano vivendo l’attimo, ed era l’unica cosa che importava». Ritrovare John Rebus e la sua corte di caratteri è come ritrovarsi alla cena annuale di una compagnia di vecchi amici. Che però non sono mai uguali a sé stessi, ma sanno rinnovarsi, in modo da essere sempre interessanti.Come Rankin, che non esita a sfruttare il genere per lanciare lampi sulla contemporaneità. È così che Cafferty, nella cui personalità sfaccettata si riflette tutta l’ambiguità del confine fra il mondo oscuro del crimine e la nostra "normalità", ci impartisce una beffarda lezione di economia politica quando, per stringere un accordo con un antico rivale, gli spiega che la Brexit offrirà succose opportunità alla malavita: «a quanto pare in tutto il mondo tirano su muri e buttano giù ponti. Tra noi deve succedere il contrario».«Il romanzo poliziesco offre l’intero pacchetto » ha detto una volta Rankin «un forte senso del territorio, protagonisti ricchi di complessità, tematiche morali e sociali, una trama mozzafiato. Se mi date tutto questo, fate di me un lettore felice». E siccome tutto questo c’è nei suoi romanzi, è lui che fa di noi, che lo seguiamo da sempre, lettori felici.© Riproduzioen Riservata Data articolo: Thu, 28 Nov 2019 17:25:57 +0000

recensioni libri

La ragazza interrotta «L’evento è qualcosa che vi capita e vi trasforma», ha dichiarato Annie Ernaux. Ma la memoria involontaria della lingua lo associa inevitabilmente a un aggettivo: lieto, fausto — la nascita.E veramente questo libro tratta di una nascita. Non di un bambino, bensì della scrittrice stessa. Ernaux ha abituato le sue lettrici e i suoi lettori a nude, concise e terse narrazioni — fluttuanti fra autobiografia, diario, monologo, riflessione sulla scrittura, saggistica antropologica -, rievocando la storia sua e della sua famiglia, e con esse delle classi sociali che ha attraversato, del suo Paese, e in definitiva di ciascuno.Il posto (1983) narrava del padre, Una donna (1988) della madre, La vergogna (1997) un episodio di violenza domestica che segnò la fine della sua innocenza, L’usage de la photo (2005) della malattia, L’altra figlia (2011) la sorellina, Gli anni (2008) la storia di una generazione, Memoria di ragazza (2016) la perdita della verginità: ne L’evento — appena tradotto da Lorenzo Flabbi per la casa editrice romana L’orma, che ha il merito di aver valorizzato un’autrice in Italia a lungo trascurata benché proposta fin dal 1988 (prima da Guanda, poi da Rizzoli) — rompe il "silenzio interiore" che per 35 anni aveva avvolto l’indicibile episodio chiave della sua vita.Un corto circuito della memoria sprigiona la scintilla della scrittura: nella sala d’attesa di un medico, Ernaux attende angosciata il responso di un’analisi del sangue. Sono gli anni in cui l’Aids minaccia il piacere e la libertà sessuale faticosamente conquistati: un preservativo scadente da un franco può cancellarti.Ma il sollievo del verdetto "negativo" non argina il ricordo dell’anticamera di un altro dottore, dove nel novembre del 1963 — studentessa universitaria, e prima della sua modesta famiglia a godere il privilegio di studi superiori — si è recata dopo aver aspettato invano il ritorno del ciclo. Il genere di alcune parole non è una categoria grammaticale ma esistenziale."Ritardo" è una di esse. Ogni donna lo sa. Ferma il tempo, lo svuota; annienta il pensiero, riducendo la vita alla tirannia materiale del corpo. Divisa dal mondo (l’epocale morte di Kennedy a Dallas non può ormai riguardarla), e da se stessa (i corsi universitari, le tesine, la famiglia), la ragazza precipita nella solitudine, nell’ipocrisia, nell’illegalità, nel dolore. La legge francese vieta l’aborto, e punisce le donne, i medici e le mammane che lo praticano. Ma lei non esita e nulla le impedirà di percorrere fino in fondo il suo "viaggio al termine della notte".La seguiamo peregrinare da amici infidi, medici melliflui, sulle scale di un palazzo di Parigi, che centinaia di donne prima di lei hanno salito, nella camera di un’attempata fabbricante di angeli e poi in quella dello studentato dove il rito sacrificale si compie, fin nel bagno dove lo scarico aspira via l’embrione. Pagina laconica e repulsiva che — più ancora delle considerazioni sull’etica del racconto che Ernaux matura scrittrice giustappone alla narrazione in un puntiglioso contrappunto — sfida l’autrice e i lettori a riflettere sul senso stesso della letteratura.Il cinema può raccontare gli eventi senza nominarli. Come negli altrettanto disturbanti 4 mesi 2 settimane 2 giorni di Cristian Mungiu (2007) o in Disappearance di Ali Asgari (2017). Ernaux invece ogni fatto analizza e ogni dettaglio trascrive, con la cristallina spietatezza che le è propria. Espone il testo come nel 1964 il suo corpo sanguinante ai medici dell’Hotel Dieu.Ma l’evento vero è paradossalmente un altro, e ancora più indicibile dell’aborto («qualcosa che non ha posto nel linguaggio»). L’esperienza è un rito iniziatico che le lascia la fierezza di averlo superato.Sopravvissuta all’emorragia, alla setticemia e alla morte, ha fatto la prova del "reale assoluto" e raggiunto uno stato di "coscienza pura". Ha compreso il meccanismo dei rapporti sociali (come studentessa, è ormai passata dalla parte dei borghesi, e ha valicato il confine che la allontanerà dalla piccola gente della sua origine), e la solidarietà femminile (che col tempo diverrà femminista) e potrà ormai riconoscere la sua storia in quella di ogni donna — morta o viva, reale come la canterina suor Sorriso o protagonista di un romanzo -, anello di una catena senza fine.Si è riappropriata della sua vita intellettuale, del suo corpo e del suo futuro.Scrivendo dell’evento nel 1999, rivendica che le è accaduto «perché potessi rendere conto». Potrà sembrare un alibi. Ma impedire che ciò che milioni di donne hanno vissuto (e vivono) nel dolore, nella vergogna e nella colpa svanisca dalla memoria del mondo, e fare di sé il soggetto del verbo più esecrato, è un atto di lancinante coraggio, che travalica la letteratura e diventa politica e storia, di cui si deve esserle grati.© Riproduzioe Riservata Data articolo: Thu, 28 Nov 2019 15:42:52 +0000

recensioni libri

Ritorna il romanzo maledetto Cosa si prova a perdersi nella propria casa, dopo aver percorso un corridoio che non c’era e aver svoltato prima a destra poi a sinistra in passaggi che sembrano infiniti? Una casa le cui dimensioni misurate dall’interno non combaciano con quelle esterne. Una casa viva, direttamente collegata al regesto delle proprie paure. Casa di foglie di Mark Z. Danielewski è una delle narrazioni più ardite degli ultimi anni, un libro- matriosca figlio delle intuizioni di Derrida e Escher, compagno di Fuoco pallido di Nabokov e delle falsificazioni di Borges.Il solito manoscritto ritrovato da Johnny Truant – venticinquenne tatuatore tossico, orfano e dall’animo devastato – è la scusa per una babele di piani narrativi e false piste: un’effervescenza tipografica multicarattere con una componente paratestuale (citazioni, note, collage, lettere) tra vero, verosimile e inventato che si innerva così tanto nel testo da annientare le gerarchie; perfino Heiddegger, Derrida e Bloom vengono convocati a contribuire all’interpretazione della Versione di Navidson, un film che nessuno ha visto e che il vecchio Zampanò descrive a mo’ di ecfrasi – e che Truant sta chiosando e che un gruppo di editor ha a sua volta lavorato. Chiaro il triplo salto mortale?Will Navidson e famiglia si sono da poco trasferiti in Virginia; tra Navidson – Pulizer per la fotografia – e la moglie le cose non vanno troppo bene, e così – come buon auspicio – Will ha deciso di documentare ogni istante della loro "presa di possesso" della casa. È ancora ignaro che sarà la casa a impossessarsi delle loro vite. Quando la narrazione sembra arrivare alla fine, siamo ancora al centro del libro, con Navidson che rischia di morire assiderato in un corridoio mai visto, e non gli rimane che leggere l’unico libro che ha, Casa di foglie, guarda un po’, lo stesso nelle mani del lettore, e per leggerlo in quel buio deve bruciare le pagine appena concluse.Casa di foglie fa il suo debutto sul web nella seconda metà degli anni Novanta, sul sito dell’autore. Ancora prima di firmare con la Pantheon, Danielewski decide di sguinzagliare il testo in cerca dei suoi lettori. Si materializzano copie del manoscritto presso strip club, tatuatori, studi di registrazione. «Non capivo cosa stavo leggendo ma era ciò che cercavo» dice uno dei primi testimoni.Nel 2000 il lancio è sontuoso: Stephen King lo definisce la sua "casa dell’orrore"; per Bret Easton Ellis c’è «un’intelligenza da togliere il respiro». Da noi ci mette cinque anni per uscire. Edoardo Brugnatelli, allora editor di Strade Blu, la collana più audace di Mondadori, rammenta: «Quando iniziai Casa di foglie ebbi subito una sensazione strana, tra euforia e terrore. Sapevo che stavamo prendendo una spaventosa gatta da pelare in termini di costi.Avevo la scrivania accanto a Giuseppe Strazzeri, che adesso dirige la Longanesi, e a Francesco Anzelmo, ora alla guida della Mondadori. Capii che a Francesco sarebbe piaciuto tradurlo e glielo affidai». Anzelmo ha un ricordo nitido: «Fu un’autentica impresa e un’esperienza indimenticabile, per le sfide che quel testo poneva. Mi affidai alla sapienza di Strazzeri, traduttore molto esperto».Pubblicato il libro tradotto a sei mani, la sua vita editoriale si ammanta di mistero: in nemmeno due anni diventa irreperibile, e quando i lettori cominciano a chiederlo con una certa insistenza spuntano decine di copie a prezzi assurdi su Maremagnum. Ma perché il libro sparì? Brugnatelli risponde cauto: «Vendette benino, 8000 copie su 10 mila stampate. Credo venne ipotizzato di fare il tascabile ma le prenotazioni non garantivano la profittabilità anche solo di una edizione».Un’ipotesi possiamo azzardarla, anche se ridimensiona il mito: se si cerca in rete ci si imbatte in una marea di persone che brama il libro, ma per come funziona questo mercato meravigliosamente di nicchia, coloro che lo cercano sono gli stessi che lo compreranno. Puoi contarli. Ma la storia è appena cominciata. Il 1° ottobre 2013 il crepitio dei questuanti viene placato dall’annuncio che Beat avrebbe pubblicato Casa di foglie. In rete si trovano ancora il comunicato e la copertina. Venne fatto perfino un preprint promozionale (stessa traduzione, sebbene Anzelmo-Brugnatelli-Strazzeri ne siano all’oscuro); gli oggetti di culto diventano due.Quell’edizione, infatti, non vede mai la luce. Ci confessa Giuseppe Russo, direttore editoriale Neri Pozza: «Mi è dispiaciuto non poterlo pubblicare per le richieste impossibili dell’autore (colore dei caratteri, formato etc.). Casa di foglie è per me come la balena di Melville, l’estensione infinita della potenza di Dio».66thand2nd ora pubblica il testo nella versione filologica a colori e in una nuova traduzione (a cura di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti) che beneficia del vasto patrimonio interpretativo prodotto dai forum, ma, di nuovo, non dell’aiuto di Danielewski che si è limitato a dire: «Divertitevi».E noi aspettiamo il prossimo colpo di scena perché «non fa alcuna differenza se il documentario alla base del libro sia mera fantasia». Non esiste quindi Zampanò, non esiste la casa maledetta in Virginia: è tutto nella testa di Truant. È lui l’autore di Casa di foglie, è lui l’autore di Don Chisciotte e di Moby Dick, è lui Pierre Menard.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 19 Nov 2019 19:21:47 +0000

recensioni libri

Benares capitale del mondo Esistono città invisibili e città invivibili, luoghi dello spirito e spirito dei luoghi, atlanti geografici e geografia degli atlanti. Poi, alla fine di tutto, c’è Benares, il terminale di ogni viaggio, di ogni vita.Non a caso " lo scrittore con i sandali", l’inglese Geoff Dyer, le ha dedicato Amore a Venezia.Morte a Varanasi (altro suo nome) dove, avendola raggiunta, poté annotare: «l’infelicità non sapeva più a cosa appigliarsi, il destino era stato raggirato».Molti scrittori nei secoli sono andati ad affascinarsi sulle rive del Gange, osservando le pire di cadaveri in fiamme e disperdendosi come le ceneri. Carl Gustav Jung ne fu stremato e contrasse un’infezione come «reazione inconsapevole all’intollerabile grado di tossicità psichica che il contatto con il mondo dell’India comportava».Più tardi Mark Twain scrisse che « Benares è più antica della storia, della tradizione, persino della leggenda, e appare due volte più antica di tutt’e tre messe insieme».A inizio Novecento Guido Gozzano vi fece un viaggio fantasma, bruciate le lettere, inesistenti le fotografie, eppur descrisse, a ricalco di Pierre Loti, "il fiume dei roghi", i cadaveri in fiamme tra cui «un fanciullo, di forse dodici anni, i piedi con le dita divaricate come in uno spasmo estremo».Robert Walser rinunciò ad andarci, eppur la ritrasse a matita mentre passeggiava lungo il viale Unter den Linden a Berlino, in un disegno a specchio. Infine Allen Ginsberg, prefigurando il tragitto di Dyer che da Venezia era partito, ne confuse il fiume col Canal Grande, lasciò che torri e scale evocassero la Giudecca.Tocca ora a Paulo Barone, psicologo e filosofo, riportarci nel luogo che secondo lui rappresenta un " atlante del XXI secolo". Lo fa con un libro sofisticato, denso di idee e digressioni, dove Benares è il centro di gravità, il mondo il suo satellite. È, anche, un testo iniziatico, affrontabile da chi abbia cultura delle cose descritte o iniziale, per chi ne sia totalmente all’oscuro: in mezzo il vuoto, la pagina bianca tra due capitoli, la sensazione del turista, che guarda ma non vede.Per Barone ogni cosa è il residuo originario di se stessa. È arrivata, lei sì, alla fine della propria storia. Esaurita, consumata, già scomparsa, riappare soltanto momentaneamente come « semplice riflesso, concomitanza inaspettata, impercettibile barcollamento».Alla forma (che si è fatta fantasma) si è sostituita l’immagine. Di questo mondo, più finale che nuovo, più infondato che fondante, Benares è la capitale per destino più che per designazione. Essa, infatti, appare. Dall’evanescenza della nebbia, dalla notte dei tempi, dalla leggenda di sé. È un paradosso che nega se stesso, si regge sulla propria inconsistenza, gioca con l’occhio e la mente. O forse, più opportunamente, con l’occhio della mente.Per comprenderla del tutto, ove fosse possibile, occorrerebbe comporre il cerchio delle immagini, il mandala. Allora sì, capiremmo il mondo intero. Nell’attesa che ci sia dato, se mai avverrà, procediamo per frammenti di misteriosa quotidianità: una capra che indossa una maglietta della salute girocollo antracite a coste fine, l’alba inglobata in una foschia sospesa, l’inestinguibile pira funeraria che, giorno e notte, coniuga il verbo più adeguato al luogo e al suo tempo: dissolvere.La città stessa si dissolve nel suo essere e c’è soltanto in dissolvenza. Delle molte definizioni che Barone ritrova o conia la più azzeccata è quella di "riva lontana": «Ci sono persone che sognano sempre la riva lontana, che pensano che l’altra riva, la più distante, sia di conseguenza meravigliosa e qualunque cosa facciano sono spinte dal costante desiderio di raggiungerla».Eppure sembrano avvicinarla solo quando, a distanza, la cercano, la sognano. Se la raggiungono non possono fare altro che dissolverla, fraintenderla, ammantarla di nostalgia per la casa dove la immaginavano. Città geografica, città mondo, città mente, destinazione o passaggio, dove è davvero Benares? La più improbabile eppur più convincente delle risposte date da Barone è: sotto il mare. Nel 1940, di fronte alla minaccia nazista, l’Inghilterra avviò un piano di evacuazione, riguardante soprattutto i bambini.Il 13 settembre una nave lasciò Liverpool con 191 passeggeri, tra cui 90 ragazzi, diretta in Canada. Quattro giorni dopo, quando si sentiva al sicuro, fu affondata da un siluro tedesco. Il suo nome era City of Benares. La suggestione è che Benares sia, più ancora che un atlante del nostro secolo, la sua Atlantide.Sommersa da troppe parole, false testimonianze, ridotta a specchio di sé, immagine riflessa in un fiume già trascorso, dove si celebrano vite passate e il futuro non è altro che ripetizione. Non è questo il destino a cui ci stiamo consegnando, la destinazione del nostro secolo? Non ci siamo già perduti a Benares?© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 19 Nov 2019 17:49:43 +0000

recensioni libri

D’amore e morte Alla fine del suo bello, a volte straziante libro Ti lascio dormire, specie di meditazione sull’amore, sulla necessità del racconto e sul peso della memoria, in particolare della memoria di chi è reduce dei campi di sterminio nazisti, Edith Bruck dice, in aperta polemica con l’amico Primo Levi e con la sua tesi per cui nella Shoah si sarebbero salvati solo i peggiori, di non sentirsi colpevole per essere sopravvissuta.Scrive: «Non ho mai rubato niente alle mie compagne » e non esita a dichiarare:«Durante la selezione forse la mia vicina era più visibile di me, più grande, più alta, più adatta agli esperimenti o ai bordelli. Può essere colpa mia? » . Sicuramente non lo era, ma nessuno l’ha mai detto così e infatti con queste parole Bruck rivela un coraggio che nessuno degli scrittori e scrittrici che finora hanno raccontato Auschwitz, ha mai dimostrato.Per chi non lo sapesse, Edith Bruck in realtà si chiama Edith Steinschreiber, è nata 87 anni fa a Tiszabercel, in Ungheria, ai confini con l’Ucraina, in una famiglia di ebrei poveri, timorati di Dio, parlanti lo yiddish — una lingua assassinata assieme a coloro che in quell’idioma sognavano una vita senza gli antisemiti che li perseguitavano — , all’età di dodici anni venne deportata, appunto ad Auschwitz e di là trasferita in altri lager fino a Bergen Belsen dove per altro morì Anne Frank e dove lei fu liberata dalle truppe britanniche nell’aprile 1945. Orfana, cominciò le peregrinazioni che la portarono in Israele, dove ebbe tre mariti e poi, finalmente, negli anni Cinquanta in Italia.Qui conobbe scrittori, intellettuali, diventò poetessa e scrittrice nella lingua di Dante e Manzoni e si legò al poeta Nelo Risi. Ti lascio dormire, formalmente, è una lunga lettera al marito, scomparso quattro anni fa. In realtà, è appunto un rendiconto della propria situazione esistenziale, una meditazione sull’essere straniera ovunque e su quanto il legame di amore non si estingue neanche con la morte della persona amata. Intanto, cosa vuole dire essere stranieri in un paese che ti ha regalato il dono più prezioso, la lingua?Bruck lo racconta, in un modo talvolta esplicito, altre volte sotto traccia. L’amore, davvero travolgente, non impedisce al suo uomo, di rivolgersi a lei con un "voi". È un voi, che indica gli ebrei, ma è anche un " voi" che vuol rimarcare la distanza, la difesa dalla natura per così dire esotica della donna amata e cioè di Bruck. Lei, si descrive del resto, come un essere umano non conforme. La sua patria d’origine, l’Ungheria, è solo immaginaria o letteraria: « Di ebrei vivi non ne esistono più nel mio villaggio», dice.Ma Bruck è straniera, perché dopo la Shoah il mondo non può essere riparato e perché il peso della sua memoria si riversa sull’uomo della sua vita. La scrittrice racconta, con tenerezza, o forse con qualche senso di colpa di come abbia sentito l’esigenza che il marito comprendesse di più, o addirittura facesse sua una memoria che per definzione è inenarrabile e inimmaginabile. Uno dei passaggi più significativi da questo punto di vista è quando dice: « Forse avrei dovuto raccontari molto meno ed essere una donna più leggera, un po’ puttanella, altro che avanzo di Auschwitz».Edith Bruck ha cominciato la carriera da scrittrice con un libro che iniziò a comporre in un idioma che non era italiano e che terminò in italiano appunto a fine anni Cinquanta, Chi ti ama così. Era un racconto crudo, brutale, amaro, della sua esperienza di deportazione, delle selezioni cui erano sottopposti i prigionieri del lager, delle condizioni di una bambina in un luogo che non sarebbe mai dovuto essere neanche immaginato, eppure è esistito.Vi malediceva Dio e il cielo. Nel 1988, dopo la morte di Primo Levi, decise di fare i conti con la madre. E fu anche questo ( Lettera alla madre) un testo di impressionante durezza. Il rimprovero mosso alla genitrice fu di non aver capito quanto stesse succedendo in Europa, di non aver voluto aprirsi al mondo, di aver tenuto lei, la piccola Edith in un universo chiuso, claustrofobico, della tradizione, dei precetti, della paura del desiderio e della gioia.Il rapporto fra figlie e madri vittime della Shoah è ormai un tema di indagini letterarie e non solo, e non lo toccheremo qui, se non per dire che Ti lascio dormire, messo a confronto con i precedenti è un testo liberatorio, probabilmente per l’autrice, sicuramente per il lettore, perché spiega quanto il lutto non escluda il desiderio e quanto da stranieri si possa essere comunque di casa, quando c’è chi ti accoglie, pur nell’umana imperfezione.© Riproduzione Riservata  Data articolo: Tue, 19 Nov 2019 15:11:49 +0000

recensioni libri

La classe media va all’happy hour Qual è la conoscenza specifica legata al genere del romanzo, e alla quale nessuna scienza sociale potrebbe aspirare?Proviamo a rispondere con un esempio (citato dal grande critico Lionel Trilling). In Anna Karenina la scena di Vronskij che capisce di essere legato ad Anna dalla fine dell’amore è risolta in poche righe. Ma la scoperta di Levin che le sue camicie sono in valigia, e non gliene resta nessuna per il matrimonio, occupa intere pagine. Significa che Levin è un essere frivolo?No, significa che nell’esistenza di ciascuno si mescolano confusamente alto e basso, che siamo sempre alla mercé di cose contingenti e banali.Solo un romanzo è in grado di rappresentare tale mescolanza. In Gelosia di Camilla Baresani ( Bompiani) Bettina prima di un incontro con Antonio, riflette — oltre che al destino e alle sue scelte di vita — all’abbigliamento più adatto, “uno stile funzionale e moderatamente femminile”, e opta per “uno spolverino color ciliegia”. I personaggi principali di Gelosia sono tre: lui, lei e l’altra. Lui è il bell’Antonio da Anacapri, ironico, a volte sprezzante, figlio di persone umili che hanno sempre lavorato per i ricchi, ora si occupa di accessori per hotel di lusso. Lei (la moglie) è Bettina, bellissima e di un pallore abbagliante, fiduciosa nella vita, gestisce un camping ereditato dalla madre a Desenzano, sul Garda.L’altra è Sonia — 33enne “ spigolosa e adolescenziale… non brutta ma neanche bella” — prima collaboratrice di Antonio, poi amante. Il triangolo si dispiega attraverso una miriade di storie secondarie, mentre sullo sfondo vediamo la grande Storia. Antonio e Bettina non riescono ad avere figli e ne adottano uno ( Maya) in India, dopo un tentativo sfortunato in Bulgaria (sono tra le pagine più felici, e strazianti, del romanzo). In genere la vicenda si svolge in ristoranti, alberghi, sale congressi, ambienti eleganti perlopiù frequentati da una umanità volgare e avida: “…più in là altri parlamentari sparsi, di centrodestra e centrosinistra. Il pesce li univa tutti”.L’autrice usa una lingua media e un lessico educato, di estrema precisione nelle descrizioni antropologiche, quasi privo di punte espressive ( a parte “ il cielo perennemente cisposo di Milano” o “ una luce croccante di montagna”). I dialoghi sono accurati, anche se è difficile immaginare uno che ci si rivolga dicendo “ Perché hai quell’aria malmostosa”… Inoltrandomi nella lettura provavo qualche insofferenza di fronte a un duplicato fedele della realtà: la sterminata middle class contemporanea — in cui siamo quasi tutti immersi — con i suoi tic e il suo snobismo di massa.La letteratura non può essere solo mimesi e duplicato. Fortunatamente Baresani tenta di dirci una verità che va oltre le nostre maschere sociali. Tra un happy hour, una vacanza esclusiva e un vernissage scopriamo l’ambigua coesistenza nei suoi personaggi di indignazione e autoinganno, di riti mondani e compassione. Non c’è qui la cattiveria, poniamo, di Carnage di Roman Polanski, anche se il nomadismo compulsivo di Antonio, “seduttore per automatismo”, viene ritratto impietosamente.Le esistenze dei tre protagonisti, come lo spazio erboso “che prelude al nulla” di City Life (zona milanese dei grattacieli) sembrano protette dallo sprofondo, però in esse non si distingue più tra artificiale e naturale, tra farsa e tragedia. La città dall’alto appare a lui come “ un termitaio di false speranze, di bugie e illusioni”. In quella “ miscela di fragranze” l’unica cosa indubitabilmente reale, irreversibile, è la nascita di un figlio. E da lì infatti si annuncia, nel finale, una soluzione — beffarda e solo provvisoria — all’esplosione della gelosia.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 05 Nov 2019 16:01:15 +0000

recensioni libri

Manuale d’amore Parlano, parlano tantissimo, quasi senza prendere respiro, il professore e la ragazza. Il treno è diretto a Roma, lui attacca bottone chiedendole se è di cattivo umore. Lei potrebbe rispondere: fatti gli affari tuoi. Risponde invece: «Sono solo sovrappensiero » . Uno potrebbe pensare che la chiacchiera muoia lì, come spesso accade fra sconosciuti. E invece, fra domande “ stereotipate” e curiosità sempre più accese, i due passeggeri non si fermano più. Il prof (americano) va nella città eterna per tenere una conferenza accademica.La ragazza (americana) ha il padre in Italia, ed è malato. Lui si accontenta di stupirla — almeno sulle prime — con le parole. Lei le chiede del figlio: il “ ragazzo d’oro”, pianista provetto, che già conosce chi ha letto Chiamami col tuo nome, pubblicato nel 2007 e portato al cinema più di recente da Luca Guadagnino. André Aciman, esperto proustiano, sa come sovraccaricare di sensualità una banale conversazione; qui la estenua, la prolunga quasi a dismisura, trasformandola in una schermaglia verbale, seduttiva e ludica.Quando il professore è già cotto, la ragazza — “ scarponi da montagna consunti, jeans, niente trucco e una camicia a quadri”, “occhi verdi e sopracciglia scure” — continua a pungolarlo divertita. Lo sta illudendo? Le pagine di apertura di Cercami funzionano proprio per via di questa messa alla prova reciproca: quanto si può superare il limite in una conversazione da treno, tra non coetanei? E qual è di preciso il limite? È un’ulteriore “variazione su un tema originale”, si potrebbe dire prendendo a prestito un altro titolo di Aciman: il tema originale è naturalmente la vita sentimentale, erotica; e qui ne abbiamo un quadro o quadretto senza contatto fisico.Forse il limite è questo. Il professore nota di nuovo gli scarponi “selvaggi, ribelli” della ragazza. Alza gli occhi verso di lei, vorrebbe toccarle il viso con delicatezza. Non lo fa. Per ora. Tutto sembra lieve, nelle premesse, un manuale di seduzione aereo e senza traumi. Ma è un’impressione ingannevole: dura finché si chiacchiera amabilmente di Dostoevskij o del paesaggio toscano, finché i corpi non si toccano.Quando la logorroica parentesi ferroviaria si chiude, l’adorabile Miranda e il professore in pensione si spingono oltre. “Sono molto più vecchio di te, Miranda” dice lui. “L’età non si può cambiare. Pace?” risponde lei. E forse quella parolina buttata lì dice parecchio delle intenzioni di Aciman, che nella seconda parte fa incontrare a Elio, il figlio del prof, un coetaneo del padre.Lo scrittore vuole capire se essere in due punti diversi della linea dell’età sia un impedimento di qualche tipo a una condivisione, a una comunione erotica, e quanto siano false le speranze che un giovane può dare a un vecchio in materia di desiderio. Tema nabokoviano? Sì, ma senza troppi lampi loliteschi; prevale una effettiva curiosità in fondo nemmeno troppo ambigua, una voglia di capire che succede se. Se spegniamo la luce. Se ci avviciniamo troppo. Se dimentichiamo i nomi e gli anni.Quello che può accadere è vero? È pericoloso? Il prof dice: “Voglio vederti nuda, voglio guardarti e basta”. Dove si sta spingendo? Si spoglia pure lui, e cita Goethe. Essere vecchi. Essere giovani. Che significa esattamente, in camera da letto e fuori, nel mondo? La domanda si ripete per le conversazioni nobili fra Elio e Michel, il giovane musicista e l’anziano o quasi anziano che ha il doppio dei suoi anni.“Non dimostri la tua età, per niente” lo rassicura il ragazzo. E arrossiscono a turno, fra abbracci improvvisati, goffi, baci sotto le orecchie, “ colpa del vino e del single malt”. Elio si lascia lavare i capelli da Michel, gli piace, gli piace “sapere che mi fissava mentre ero nudo”. Poi si sorprende a pensare d’essere come “un bimbo lavato e asciugato da un genitore” — e non è un pensiero di poco conto.Quando, nell’ultima parte del romanzo, riappare anche Oliver, il ragazzone di cui Elio si innamorava in Chiamami col tuo nome, la foto di gruppo è affollatissima, c’è il vecchio prof e c’è Miranda, c’è appunto Oliver con la sua vita diversa (risolta? La domanda non ha senso), ci sono i bambini e i vecchi, i genitori e i figli. Ci sono soprattutto gli amanti. Saltano tutti gli schemi, saltano molti limiti, e anche qualche tabù. E quel participio presente — amante — è l’unico ruolo che i personaggi di Aciman sembrano disposti ad accettare.© Riproduzione Riservata  Data articolo: Tue, 05 Nov 2019 15:46:19 +0000

recensioni libri

Anime fragili alla deriva Storie della farfalla, che oggi minimum fax ripropone nella smagliante traduzione di Cristiana Mennella, è un romanzo del 1993, secondo capitolo della “ Trilogia della prostituzione” di William T. Vollmann. Agile e contenuto per il canone vollmanniano — non di rado i suoi romanzi superano le mille pagine — Storie della farfalla è un approccio perfetto per chi voglia accostarsi a questo autore decisamente unico. Si comincia con il racconto della dolorosa infanzia del bambino-farfalla, piccola, delicata, disarmata vittima della ferocia dei bulli.Il bambino cresce e diventa un giornalista senza nome che viaggia in Estremo Oriente sulle tracce dei khmer rossi in fuga. Ma in realtà il viaggio non è che un pretesto, che accomuna il giornalista e un suo amico fotografo, per andare a letto con il maggior numero possibile di prostitute. Le “ farfalle”, appunto. «Ho cominciato a interessarmi alle prostitute come cliente. Ero stato lasciato dalla mia fidanzata, cercavo senza successo una ragazza, alla fine ingaggiai una squillo, non fu un’esperienza esaltante, ma tornai a sentirmi uomo, capii che potevo stare ancora con una donna. Così cominciai a riflettere sulla vita di queste ragazze, se ne fossero impoverite o arricchite.Raccolsi un sacco di storie, feci molti disegni e fotografie di prostitute, e ci ho messo un sacco di tempo a capire come esattamente vedevo la questione. Sì, all’inizio cliente, poi amico, uno che ascolta, insomma, che cerca di capire. E ne scrive».Ma se il fotografo è un pragmatico maialone perfettamente conscio del carattere mercenario dei suoi multipli rapporti, per il giornalista che fu anch’egli “farfalla”, le giovani misere, candide, tenere, corrotte o semplicemente indifferenti che affollano le lenzuola fradicie degli alberghi per stranieri e si fanno comperare dall’occidentale di turno raffigurano l’unica forma possibile di innocenza in un contesto oscillante fra la povertà e la follia ideologica degli assassini di massa. La prostituta come dispensatrice di pace per il cuore disperato dell’erede di un perverso colonialismo. Sino all’amore, sublime e suicida, per la più bella, o forse per la più perduta, di tutte.Non fosse Vollmann, sarebbe materiale mèlo. Ma poiché è Vollmann, penna che divide, percuote, intossica — memorabile una sua performance a Ravello con svenimenti di signore sconvolte dall’asprezza dei toni narrativi — l’effetto è tutt’altro che patetico. Semmai, straniante e inquietante a un tempo. Perché siamo costretti a confrontarci con demoni che stentiamo a esorcizzare e che siamo pronti a rimettere a chi ha forse più coraggio, sicuramente più incoscienza di noi. Uno come Vollmann, per intenderci.La sua vita è essa stessa un romanzo. È il 2005 quando l’autore, all’apice del successo dopo essere stato insignito, per Europe Central ( ora ristampato negli Oscar Mondadori), del prestigioso National Book Award, scopre casualmente di essere stato per anni nel mirino dell’Fbi. Lo sospettavano di essere Unabomber, il terrorista colto e antimodernista che spediva pacchi-bomba a privati e istituzioni. Sue colpe: aver scritto romanzi in cui si mostrava critico verso il progresso e la tecnica, viaggiare, cacciarsi nei guai.Origine di tutto: un trauma infantile che lo aveva caricato di odio e desiderio di vendetta. Anche se lette in chiave distorta, tutte cose vere: gli orrori del colonialismo bianco e del genocidio ricorrono nelle sue opere, i viaggi sono leggendari e spesso ad alto rischio, e, soprattutto, c’è il trauma. Vollmann ha nove anni quando, in un momento di distrazione, vede annegare sotto i propri occhi la sorellina di sei, che gli è stata affidata in custodia.Da quel tragico evento, responsabile, per il Lurido Spione che lo denuncia all’Fbi (così lo chiama Vollmann) della sua presunta sociopatia, nasce l’interesse morboso per le figure di emarginati, disperati, schizzati e criminali che affollano la sua torrenziale produzione: «quella tragedia è stata la cosa più triste della vita, per me e per i miei genitori, ma anche l’evento che mi ha definito. Voglio dire: ero un bambino e sono andato in pezzi, e come potrei proprio io non empatizzare con tutti coloro che sono andati in pezzi? Ed eccomi nella stessa stanza con uno stupratore o uno stragista o chi vi pare, e penso: va bene, questo è mio fratello o mia sorella, perché tutti e due siamo andati in pezzi. Non deve piacermi la persona, intendiamoci, potrei persino pensare che meriterebbe la pena di morte. Eppure devo starlo a sentire, devo ricordarmi che siamo fratelli e sorelle».Sta di fatto che le creature disastrate che così tanto lo attraggono, i fratelli e sorelle in abisso, difficilmente verranno a cercare un pacifico borghese americano. Bisogna stanarle. L’abisso va esplorato in ogni suo recesso. Per scrivere si deve conoscere, e, per dirla con Hemingway, si deve scrivere soltanto di ciò che si conosce. Così Vollmann, nato nel ’59 da un’agiata famiglia californiana, subito dopo la laurea s’infiltra fra i guerriglieri afgani che combattono contro i russi.Incapace di comprendere la mentalità e i costumi dei suoi partner, sostanzialmente privo del “ phisyque du role” del soldato, lo scrittore diventa presto ospite indesiderato e getta la spugna. Ma nel frattempo non smette di coltivare la sua peculiare, estrema ricerca dell’assoluto. « Ogni cane si cerca l’angoletto preferito e lo marca con il suo odore. Il mio consiste nell’addentrarmi in luoghi nei quali la maggior parte degli altri scrittori non si sognerebbe mai di mettere piede».Vollmann, oltre a studiare le prostitute, si immerge nelle sacche più degradate dei quartieri off- limits di San Francisco, fuma crack, si inietta eroina, percorre un tratto di strada accanto ai naziskin per raccontarne la vita quotidiana, rischia la pelle in Bosnia e in Somalia, riscatta una baby-prostituta in Thailandia, vive per un po’ in abiti femminili per scrivere dal punto di vista di un personaggio di nome Dolores, e infine scopre pure che l’Fbi, una volta accertato che non poteva esser Unabomber, lo sospetta di essere “ quanto meno” l’autore di qualche spedizione di antrace...Genio per qualche critico, bluff per altri, Vollmann è un grande irregolare che può in egual misura sedurre e respingere, ma che non lascerà indifferenti coloro che non si accontentano delle scritture piane e rassicuranti. D’altronde, per dirla con le sue parole, « uno scrittore deve scrivere di ciò che sa, e siccome non so niente di niente, cosa volete che contino i posti dove sguazzo».© Riproduzione Riservata  Data articolo: Tue, 05 Nov 2019 15:44:41 +0000

recensioni libri

Di affari, amori e tradimenti Immagini e fatti, era questa la regola aurea di Isaac Bashevis Singer. «Quando uno scrittore cerca di spiegare troppo, di psicologizzare, è già fuori gioco» diceva in un’intervista alla Paris Review del 1968, e proseguiva: «Immaginate Omero che spiega le azioni dei suoi eroi secondo la filosofia greca, nessuno lo leggerebbe!Fortunatamente Omero ci descrive solo i personaggi e gli eventi ed è per questo che l’Iliade e l’Odissea ci appaiono ancora così freschi.Un modo che credo riguardi anche Dostoevskij, sebbene qualcuno sottolinei il suo lavoro psicologico (…); presentazione, movimento, e una storia che abbia un inizio, un centro e una fine, è questo quel che mi ha insegnato mio fratello Israel Joshua ed è ciò a cui io mi attengo».Ed eccolo meravigliosamente al lavoro, il nostro premio Nobel, in questo Il ciarlatano, il romanzo inedito appena uscito per Adelphi (un miracolo, questo degli inediti di Singer che la curatrice Elisabetta Zevi riesce ancora una volta, dopo Keyla la rossa, a compiere rovistando negli archivi — e ora ci dice per telefono che ha un altro titolo in serbo per il 2020!). È un libro firmato come Yitzkhok Warshavski, pseudonimo che Singer ha usato per decine di pezzi giornalistici ma anche per un’altra novel, Scum, apparsa sul settimanale yiddish Forverts nel 1967, stesso anno in cui iniziò a vedere la luce a puntate anche il Ciarlatano.Ma torniamo alle norme che I. B. Singer si era dato. In poche pagine le vediamo tutte in atto. Scena, l’America (sì, il Ciarlatano fa parte di quella che con Nemici, una storia d’amore e Sulle rive dell’Hudson potremmo chiamare una trilogia americana, tutta centrata sullo spaesamento degli esuli ebrei dalla Polonia e dalla Russia in fiamme e sulla loro carica disperata e vitale che diventa poligamica e cieca: per Singer nella vita così come sulla pagina la seduzione e l’eros sono i motori che, insieme alle forze celesti, muovono il mondo).Dunque siamo a New York, in linea di massima intorno alla Broadway. Cattivi odori, frastuoni, rombi della metropolitana che echeggiano nell’aria, caldo torrido. Arrivano in sequenza i due protagonisti principali, Morris Kalisher, immigrato nel 1935, un immobiliarista che “quando si trattava di affari era come un pesce nell’acqua”, vestito ancora come un polacco “colletto rigido, polsini inamidati, scarpe con le ghette — persino d’estate — e bombetta”: col sigaro in mano si gratta l’orecchio con uno stuzzicadenti, sorseggia un caffè.Discende da una famiglia hassidica, è vedovo e risposato con Minna, ha anche due figli che sono fuori di casa e si sono americanizzati i nomi. Di fronte a lui alla tavola calda siede l’intellettuale Hertz Minsker arrivato da poco da oltreoceano: Morris gli dice di darsi agli affari, come tutti gli altri ebrei; con Freud, Adler, Jung che siano non ci comprerà nemmeno una cipolla, “Qui anche un rabbino deve diventare un businessman.Persino il Messia, se arrivasse a New York, dovrebbe mettere un annuncio sul giornale”. Siamo a pagina 2, e ci lecchiamo già i baffi. Minsker è un erudito, uno con mille pensieri per la testa, tutti si aspettano pubblichi il suo capolavoro da un momento all’altro ma non c’è proprio nulla di fatto; alto, magro, è anche bello, ben vestito e non ha un dollaro in tasca, glieli dà Morris i dollari.Ha lasciato in Polonia una moglie e una figlia, ma si è risposato, con Bronia, che a sua volta ha il suo ex marito e due figli abbandonati a Varsavia per amore di Hertz, e non fa che piangerli e sentirsi in colpa. Siamo nel 1940, e “l’arcidiavolo” Hitler “è venuto a spegnere l’ultima scintilla di luce: lui da una parte e Stalin, sia cancellato il suo nome, dall’altra, è la guerra di Gog e Magog”. Appena Morris se ne va, Hertz telefona a Minna: sono amanti!C’è un limite al male? si chiede Hertz, tradire il proprio miglior amico! “non sono molto meglio di Hitler” pensa. E va da lei. Il giorno dopo saranno tutti a una cena a parlare dell’esistenza o meno di Dio.Cento storie si svilupperanno, cento personaggi entreranno in scena, cento tradimenti si dipaneranno. E Singer si rivela come sempre un genio: incredibile quanto riesca a tradurre un periodo che in modo compulsivo sollecitava e straziava gli animi in un pirotecnico magma di tragedia e di farsa. Ma non è così che è la vita?© Riproduzione Riservata  Data articolo: Tue, 05 Nov 2019 14:29:07 +0000

recensioni libri

Che bella cera Madame Prima dei musei, c’erano le Wunderkammer, o stanze delle meraviglie. Riunivano animali esotici, piante rare, pietre preziose, manufatti insoliti e bizzarri, scheletri, papiri, e scherzi di natura (estesi fino alle umane deformità). Pure gli ex voto, se invece di appartenere a un imperatore d’Asburgo (o a un principe, o a un ricco signore) la collezione era ospitata in un monastero. Barattoli, scaffali, teche e cassettini accoglievano il visitatore ammirato e stupefatto.L’ultima delle Wunderkammer è firmata Wes Anderson. Assieme alla consorte Juman Malouf, illustratrice e designer di origine libanese, ha frugato nelle collezioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Accanto a un Rubens e a un Tiziano, sono esposti coralli, piume, cristalli variopinti, bauli coreani, e l’urna funeraria di un toporagno arrivata fino a noi dall’antico Egitto. Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori è il titolo scelto per la mostra delle meraviglie, dal regista che di oggetti notevoli, ma di modernariato, ha riempito i suoi film.Piccola è una Wunderkammer fatta romanzo. Ha tutto quel che un lettore curioso e avventuroso può desiderare, annunciato in apertura. Le stanze delle meraviglie prenderanno infatti due strade, a partire dall’ 800: una verso i musei d’arte, l’altra verso Barnum e compagnia: " venghino, venghino signori…". E dunque qui avremo, tra parecchio altro: " Figli perduti, fantasmi di scimmie, l’uomo che collezionava assassini, corpi smembrati, bambole di legno, l’uomo che camminava per tutta Parigi" — anche quando Parigi non era un bel posto per camminare, e le teste tagliate degli aristocratici venivano portate in giro come trofei.Di Edward Carey conosciamo la passione per il gotico e per gli oggetti buttati via: nei Segreti di Heap House, i misteriosi Iremonger vivono in una discarica- labirinto, tutta scale. comignoli e pantegane. Conosciamo gli stravaganti inquilini di Observatory Mansion e le ossessioni delle gemelle Alva e Irva. All’origine di Piccola, il terrore provato dal ragazzino Edward al museo di Madame Tussaud, tra la stanza degli orrori, Hans Christian Andersen con il volto butterato, e l’arcigna fondatrice che si era fatta statua di cera con le proprie mani. Finita l’università, il giovane Carey lavorò qualche mese come guardiano al museo, con il compito di tenere le mani dei visitatori lontane dai manichini fabbricati e vestiti con amorosa cura.Quindici anni di lavoro e ricerche, per la più meravigliosa storia di Madame Tussaud che un lettore possa desiderare. La ceraiola ebbe una vita complicata e ricca, ma uno scrittore non è un cronista, se è bravo aggiunge del suo (se non lo è, rovina anche la vicenda più appassionante). Nacque a Strasburgo nel 1761, imparò i primi rudimenti dell’arte a Berna, nel laboratorio del Dottor Curtius: la madre prima di impiccarsi gli faceva da governante. Orfana a sei anni, ebbe per conforto solo una scapola. Non una spalla, proprio l’osso, giudicato " lenitivo e molto confortante, perfetto da accarezzare".Il macabro giocattolo viene dalla collezione del Dottor Curtius, che di tanto in tanto riceve dall’ospedale membra umane, anche infette, e le rifà in cera. A pagamento: per istruire i giovani dottori e mettere in guardia la popolazione dalle malattie contagiose. La bambina cresce e impara il mestiere, più tardi preparerà anche gli ex voto, arti e organi " per grazia ricevuta". Siccome " le persone sono molto affascinate da se stesse" (è piccola ma sveglia), i bernesi illustri e meno illustri ordinano le prime teste in cera.Vuole le sue fattezze riprodotte anche Louis-Sébastien Mercier, che si vanta di aver camminato per tutta Parigi, " tra il gran tanfo e la cacofonia". Disegnerà il ritratto della città in Le Tableau de Paris (dodici volumi molto amati da Charles Baudelaire, che intitola Tableaux parisiens una sezione dei Fiori del male). Poi scriverà i suoi fantascientifici desiderata per una città migliore in L’anno 2440: "niente preti, niente prostitute, niente maestri di ballo, niente pasticcieri, niente tasse, niente tabacco o caffè, e un bel rogo di libri immorali".Mercier condurrà il Dottor Curtius e l’allieva a Parigi, prima in affitto da una vedova e poi in Rue du Temple, dove cominciavano ad accalcarsi gli impresari di spettacoli popolari. Il successo è immediato, vengono a farsi fare le teste Jean-Jacques Rousseau e altri filosofi alla moda. Anche a Versailles — Luigi XVI ha appena sposato Maria Antonietta — sono curiosi.Manca ancora molto — sono quasi 600 pagine, si leggono di corsa — per arrivare a Londra. Madame Tussaud aprirà il suo museo nel 1835, e muore novantenne nel 1850, quando la fotografia comincia a imporsi. Viene voglia di annotare ogni dettaglio, mentre ammiriamo gli oggetti che prendono vita, come i giocattoli nella saga Toy Story firmata Pixar. I manichini da vetrina, le bamboline da sventolare durante le pubbliche impiccagioni, la casa che urla e strepita come se fosse viva, la sezione dedicata ai grandi criminali dell’epoca, " per intrappolare nella cera la barbarie". Ogni sei mesi una lotteria estrae il nome di un fortunato ospite pagante, che sarà riprodotto con la cera — seduto, in posizione da stanco visitatore di museo — accanto a re, filosofi, assassini.© Riproduzione Riservata  Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 15:55:29 +0000

recensioni libri

Fantasmi d’Oriente Non importa se siete o non siete genitori, se lo sarete in futuro o se non lo diventerete mai. Ora chiudete gli occhi. Pensate a cosa provereste se, dopo aver salutato vostro figlio adolescente in partenza per una lunga vacanza in luoghi esotici, lui svanisse nel nulla.Nessuna telefonata, nessuna email, nessun post sui social. Silenzio assoluto. Immaginate l’ansia che si trasforma in angoscia, l’angoscia che si trasforma in terrore, il terrore che si trasforma in un’altalena continua tra rimozione e incubo.Provate a vivere in questa sospensione, in questo limbo. In cui qualsiasi gesto quotidiano si trasforma in una fatica bestiale. E in cui il non sapere è un’arma a doppio taglio: da una parte, la più insopportabile delle incertezze; dall’altra, la possibilità ancora aperta che finisca bene.È su questa emozione primaria — immediata, intensa, universalmente comprensibile, fonte naturale di empatia tra autore e lettore — che Fiona Barton, una delle regine del noir britannico contemporaneo, costruisce il suo nuovo romanzo, Il sospetto (Einaudi Stile Libero): storia corale di sparizioni e ritrovamenti, di scoop e di fake news, di bugie e di verità indicibili, di famiglie fragili e di amicizie spezzate, sulla rotta tra l’Inghilterra e l’Estremo Oriente.Ecco la vicenda. Due ragazze diciottenni, Alex e Rosie, dopo la maturità partono per la Thailandia, armate di sacco a pelo e spirito d’avventura. Quando, in pieno agosto, smettono di dare notizie, sulle loro tracce — oltre a un poliziotto con moglie coraggio, malata terminale di cancro — si lancia Kate, cronista di quotidiano più o meno d’assalto. Una professionista matura, provvista di tutti i trucchi e di tutta la lucidità richiesta dal mestiere, che stavolta, però, si sente coinvolta personalmente: anche suo figlio, infatti, è in quel paese lontano da tempo, e anche lei non ne sa più nulla…Di più non aggiungiamo, per evitare spoiler. Ci limitiamo — dopo aver letto, d’un fiato, le 460 pagine del libro — a segnalare che questa è soprattutto una potente storia di donne. Madri, in primo luogo, mogli, e figlie: sono loro a muoversi con più forza sulla scena, sono loro, nel bene e nel male, a catalizzare la nostra attenzione. Gli altri, gli uomini, restano in qualche modo sullo sfondo: meno interessanti, meno volitivi, alcuni mediocri.Il che però non fa del Sospetto un prodotto destinato solo a una platea di lettrici, sulla scia di tanti domestic thriller degli ultimi anni — da La ragazza del treno di Paula Hawkins in poi. Anzi: la scrittura asciutta, il tono dolente ma mai sentimentale, l’assenza di vittimismo delle voci femminili lo rendono un noir adatto anche ai lettori maschi. Come del resto La vedova e Il bambino, i precedenti successi dell’autrice — 62 anni, nata a Cambridge, già cronista al Daily Mail e al Telegraph.Sul piano narrativo, Barton tiene viva la suspense alternando di continuo i punti di vista dei vari personaggi, con un meccanismo tipico del genere. E dosando sapientemente le rivelazioni su ciò che è realmente accaduto, sparse come briciole di pane lungo il sentiero dei capitoli.Ma il suo maggiore punto di forza è nel rinunciare all’espediente di cui i thriller di ultima generazione generalmente abusano: quello delle sorprese a catena che culminano nell’immancabile colpo di scena finale. No, lei, più da scrittrice- scrittrice che da costruttrice di trame adrenaliniche, preferisce scommettere sull’identificazione. Perché la madre ferita, il padre in attesa, la giornalista divisa tra istinto materno e professionalità, il poliziotto che si sente in colpa per la malattia della moglie potrebbero essere ciascuno di noi.E così quando al termine arriva la catarsi, quando anche l’ultima verità nascosta viene sussurrata ( non gridata) al nostro orecchio, possiamo lasciarci andare a quel sollievo liberatorio che è il sale di ogni lettura in giallo.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 15:22:41 +0000

recensioni libri

Ida Bauer che non era un’isterica Lo sa, dottore, che oggi sono venuta per l’ultima volta? ». È il Capodanno del 1901 e lei vuole iniziarlo così, il nuovo secolo. Dicendo no a Freud. «Nessuno l’avrebbe più convinta, né il papà né il dottore». 1.1.1901, soltanto 1 e 9, come il numero del portone che le si chiude alle spalle: Bergasse 19.Spalle su cui pesa una domanda impossibile: «la grande domanda », dirà Freud, «alla quale nemmeno io ho saputo rispondere... che cosa vuole la donna?». Il nome della donna aH’origine di questa domanda è Ida. Ida Bauer, ribattezzata Dora.Ida la donna, Dora il caso, forse il più famoso del Novecento, quello del Caso clinico, ma anche letterario, visto che nel 1930 riceve il premio Goethe e l’elogio di Thomas Mann. Con un romanzo che avvolge in crescendo (grazie anche alla bella traduzione di Matteo Galli), la pronipote Katharina Adler, classe 1980, restituisce il caso alla letteratura. Questa volta il nome della bisnonna è quello vero: Ida.Nata a Vienna nel 1882, morta a New York nel 1945, Ida attraversa la prima metà del secolo breve toccata dal patriarcato, dalla cultura ebraica, dalla psicoanalisi e dal socialismo. E, quattordicenne, dalle mani smaniose del signor K., l’amico di famiglia, la cui moglie, signora K., è l’amante del padre.Ida, il romanzo, è frutto di studi documentati su una storia di famiglia chissà quante volte ascoltata dall’autrice e in quante varianti. Ida, la paziente (cioè Dora), è invece la diciottenne che causa molti grattacapi al viennese: lingua tagliente, famiglia complicata, irritabilità, tristezza e pensieri di suicidio. Ma soprattutto una catena d’inciampi nel proprio corpo: afonia, tosse, svenimenti, mal di pancia.Quella «compiacenza somatica», scriverà Freud, «che procura uno sfogo organico ai processi psichici inconsci». La «formazione sostitutiva » di ciò che è rimosso e privato della parola: il sintomo.I Bauer abitano in Bergasse a pochi passi dal "dottore", a quel tempo non ancora famoso. La terapia dura tre mesi, il tempo di interpretare due sogni, condurre svariate incursioni, impensabili per l’epoca, nella sessualità (presunta) di una ragazza, commettere parecchi errori ma gettare semi fecondi per il futuro della psicoanalisi.Come l’insinuarsi di una consapevolezza: la paziente se n’è andata perché l’analista ha trascurato di analizzare un ingrediente essenziale della terapia, il transfert. Più ancora, direi, il controtransfert. Che dire del fatto che Freud sceglie per la sua giovane paziente lo pseudonimo Dora, nome fittizio che la cameriera di sua sorella deve sostituire al proprio, Rosa, perché così già si chiamava la sorella di Freud?II padre di Ida è proprietario di un’industria tessile, la madre è una casalinga scontenta, il fratello Otto sarà un capo della socialdemocrazia austriaca nel periodo tra le due gueiTe. A 21 anni Ida sposa Ernst Adler, aspirante compositore. «Mia figlia ha sposato un cavallo da circo!», dirà la madre. «Uno di quelli che si adornano con le piume e si esibiscono in pezzi di bravura ma non hanno mai imparato a tirare la carretta». In effetti Ernst finirà a lavorare nell’azienda del suocero. Dal matrimonio nasce Kurt, che è direttore d’orchestra e persino assistente di Toscanini a Salisburgo nel 1936, ma presto deve riparare, in fuga dal nazismo, negli Stati Uniti.Il romanzo ci presenta Ida come una donna arguta e vivace, un formicaio di ricordi e una certa difficoltà a entrare in sintonia con gli altri. Un «accordo dissonante», dice il figlio. Che, quarant’anni dopo l’uscita a testa alta da Bergasse, risuona nel luogo più impensato e lontano da Vienna: un party a Chicago in una villa di artisti. «Dietro di lei si continuava a discutere. Ida afferrò la parola "sogno" e poi un’altra ancora, quasi non credeva alle sue orecchie». Una cantante mondanaLa paziente è la diciottenne che causa molti grattacapi al viennese: lingua tagliente, famiglia complicata, irritabilità, tristezza e pensieri di suicidio dice di « avere appena cominciato una analysis e di trovarla fantastic» , impossibile non conoscere il « professor Freud » ! Le orecchie di Ida iniziano a fischiare: «Non avrebbe mai creduto che l’ombra del dottore si sarebbe allungata fino all’altro continente».Oltre alla psicoanalisi, un’altra eredità pesa sulle spalle tutto sommato solide di Dora/Ida: il femminismo. Orgoglioso del gran rifiuto, fa di lei l’eroina che si ribella al patriarcato e alla diagnosi " misogina" di isteria. Ne hanno parlato in tante, per esempio Hélène Cixous in Ritratto di Dora come simbolo della « rivolta silenziosa contro il potere maschile sul corpo e il linguaggio delle donne». Torniamo al romanzo. In uno dei capitoli più belli, l’autrice ci accompagna nella stanza affumicata dal sigaro e carica di interpretazioni sessuali.Nonostante sia per lui un «continente nero » ( così definirà la sessualità femminile), Freud procede sicuro, troppo sicuro, alzando la posta di seduta in seduta: Dora sarebbe un vulcano di desideri rimossi per il padre, per il signor K., per la stessa signora K. Lo psicoanalista non riconosce il trauma, non capisce le donne, ma le loro storie iniziano ad affiorare.Se il dito indica l’isteria, la luna, per chi la sa vedere, sono le oppressive convenzioni sociali e i pregiudizi culturali che da sempre accompagnano la loro sessualità. Giusta, dunque, l’idea dell’autrice di inserire nel romanzo brevi pagine dal Frammento, la cui bellezza narrativa, carica d’invenzioni teoriche, fa da controcanto al racconto della vita di Ida e del suo fantasma Dora. Una fiction al servizio dell’altra. Condannata, ma anche liberata, Ida è comunque ascoltata: « Almeno questo. Di solito invece aveva la sensazione che tutti la interrompessero».A Katharine Adler non interessa smentire o approvare il metodo freudiano. Lei vuole restituire alla vita una storia. Anzi molte, quante sono le vite di Ida: la ragazzina molestata, la figlia ribelle, la vedova resiliente, l’anziana madre che ritrova il figlio oltremare. Storie segnate dai silenzi trafitti dai colpi di tosse di Ida, dalle rabbie orgogliose di Dora e dalla tenacia sperimentale di un metodo pericoloso.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 15:21:46 +0000

Le notizie di cultura, arte, spettacoli, comics, cinema, moda, costume, libri, gossip

Video a tema culturale da youtube

Video Filosofo Umberto Galimberti Cultura da Treccani Channel Video storico Alessandro Barbero Centro culturale Milano Video Beni culturali da MIBAC Fondazione DIA' Cultura Maurizio Crozza Su Nove Video Teatro napoletano Video da Teatro Massimo Palermo Video da Teatro Biondo Palermo Antropologia, etnologia Video da tutto il mondo da internazionale.it

Comics, anime, manga, nerd, videogame, action figure, fumetti, fantascienza

Videogame ultime uscite Videogame recensioni News comics game da gattaiola.it News fantasy da nerdexperience.it News da fumetti-anime-and-gadget.com News da mondojapan.net Video recensioni actions figures News videogame da gameinformer youtube News per gli amanti delle action figures

Cultura, libri, musica, arte, altre culture

News da XL.repubblica.it News Vaticano da vatican.va news cultura Ansa Antropologia lescienze.it Archeologia lescienze.it Musei Italia per regione comune Musei Italia per categoria Musei Italia per tipologie News teatro e musica lirica Reportage da internazionale.it News bestseller libri News Street Art News cultura da midi-miti-mici.it Podcast arte finestrasullarte.info Recensioni libri da kataweb.it

A tavola, ricette, in cucina

Ricette cucina da 4yougratis.it Ricette facili e veloci da ricettedalmondo.it Ricerca ricette di cucina

Notizie molto utili: previsioni del tempo, scioperi ecc.

Previsioni del tempo Guida giornaliera programmi TV News scioperi annunciati Scioperi trasporto pubblico RAI SPORT in diretta