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recensioni libri da kataweb.it

#libri #recensioni

recensioni libri

Che bella cera Madame Prima dei musei, c’erano le Wunderkammer, o stanze delle meraviglie. Riunivano animali esotici, piante rare, pietre preziose, manufatti insoliti e bizzarri, scheletri, papiri, e scherzi di natura (estesi fino alle umane deformità). Pure gli ex voto, se invece di appartenere a un imperatore d’Asburgo (o a un principe, o a un ricco signore) la collezione era ospitata in un monastero. Barattoli, scaffali, teche e cassettini accoglievano il visitatore ammirato e stupefatto.L’ultima delle Wunderkammer è firmata Wes Anderson. Assieme alla consorte Juman Malouf, illustratrice e designer di origine libanese, ha frugato nelle collezioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Accanto a un Rubens e a un Tiziano, sono esposti coralli, piume, cristalli variopinti, bauli coreani, e l’urna funeraria di un toporagno arrivata fino a noi dall’antico Egitto. Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori è il titolo scelto per la mostra delle meraviglie, dal regista che di oggetti notevoli, ma di modernariato, ha riempito i suoi film.Piccola è una Wunderkammer fatta romanzo. Ha tutto quel che un lettore curioso e avventuroso può desiderare, annunciato in apertura. Le stanze delle meraviglie prenderanno infatti due strade, a partire dall’ 800: una verso i musei d’arte, l’altra verso Barnum e compagnia: " venghino, venghino signori…". E dunque qui avremo, tra parecchio altro: " Figli perduti, fantasmi di scimmie, l’uomo che collezionava assassini, corpi smembrati, bambole di legno, l’uomo che camminava per tutta Parigi" — anche quando Parigi non era un bel posto per camminare, e le teste tagliate degli aristocratici venivano portate in giro come trofei.Di Edward Carey conosciamo la passione per il gotico e per gli oggetti buttati via: nei Segreti di Heap House, i misteriosi Iremonger vivono in una discarica- labirinto, tutta scale. comignoli e pantegane. Conosciamo gli stravaganti inquilini di Observatory Mansion e le ossessioni delle gemelle Alva e Irva. All’origine di Piccola, il terrore provato dal ragazzino Edward al museo di Madame Tussaud, tra la stanza degli orrori, Hans Christian Andersen con il volto butterato, e l’arcigna fondatrice che si era fatta statua di cera con le proprie mani. Finita l’università, il giovane Carey lavorò qualche mese come guardiano al museo, con il compito di tenere le mani dei visitatori lontane dai manichini fabbricati e vestiti con amorosa cura.Quindici anni di lavoro e ricerche, per la più meravigliosa storia di Madame Tussaud che un lettore possa desiderare. La ceraiola ebbe una vita complicata e ricca, ma uno scrittore non è un cronista, se è bravo aggiunge del suo (se non lo è, rovina anche la vicenda più appassionante). Nacque a Strasburgo nel 1761, imparò i primi rudimenti dell’arte a Berna, nel laboratorio del Dottor Curtius: la madre prima di impiccarsi gli faceva da governante. Orfana a sei anni, ebbe per conforto solo una scapola. Non una spalla, proprio l’osso, giudicato " lenitivo e molto confortante, perfetto da accarezzare".Il macabro giocattolo viene dalla collezione del Dottor Curtius, che di tanto in tanto riceve dall’ospedale membra umane, anche infette, e le rifà in cera. A pagamento: per istruire i giovani dottori e mettere in guardia la popolazione dalle malattie contagiose. La bambina cresce e impara il mestiere, più tardi preparerà anche gli ex voto, arti e organi " per grazia ricevuta". Siccome " le persone sono molto affascinate da se stesse" (è piccola ma sveglia), i bernesi illustri e meno illustri ordinano le prime teste in cera.Vuole le sue fattezze riprodotte anche Louis-Sébastien Mercier, che si vanta di aver camminato per tutta Parigi, " tra il gran tanfo e la cacofonia". Disegnerà il ritratto della città in Le Tableau de Paris (dodici volumi molto amati da Charles Baudelaire, che intitola Tableaux parisiens una sezione dei Fiori del male). Poi scriverà i suoi fantascientifici desiderata per una città migliore in L’anno 2440: "niente preti, niente prostitute, niente maestri di ballo, niente pasticcieri, niente tasse, niente tabacco o caffè, e un bel rogo di libri immorali".Mercier condurrà il Dottor Curtius e l’allieva a Parigi, prima in affitto da una vedova e poi in Rue du Temple, dove cominciavano ad accalcarsi gli impresari di spettacoli popolari. Il successo è immediato, vengono a farsi fare le teste Jean-Jacques Rousseau e altri filosofi alla moda. Anche a Versailles — Luigi XVI ha appena sposato Maria Antonietta — sono curiosi.Manca ancora molto — sono quasi 600 pagine, si leggono di corsa — per arrivare a Londra. Madame Tussaud aprirà il suo museo nel 1835, e muore novantenne nel 1850, quando la fotografia comincia a imporsi. Viene voglia di annotare ogni dettaglio, mentre ammiriamo gli oggetti che prendono vita, come i giocattoli nella saga Toy Story firmata Pixar. I manichini da vetrina, le bamboline da sventolare durante le pubbliche impiccagioni, la casa che urla e strepita come se fosse viva, la sezione dedicata ai grandi criminali dell’epoca, " per intrappolare nella cera la barbarie". Ogni sei mesi una lotteria estrae il nome di un fortunato ospite pagante, che sarà riprodotto con la cera — seduto, in posizione da stanco visitatore di museo — accanto a re, filosofi, assassini.© Riproduzione Riservata  Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 15:55:29 +0000

recensioni libri

Fantasmi d’Oriente Non importa se siete o non siete genitori, se lo sarete in futuro o se non lo diventerete mai. Ora chiudete gli occhi. Pensate a cosa provereste se, dopo aver salutato vostro figlio adolescente in partenza per una lunga vacanza in luoghi esotici, lui svanisse nel nulla.Nessuna telefonata, nessuna email, nessun post sui social. Silenzio assoluto. Immaginate l’ansia che si trasforma in angoscia, l’angoscia che si trasforma in terrore, il terrore che si trasforma in un’altalena continua tra rimozione e incubo.Provate a vivere in questa sospensione, in questo limbo. In cui qualsiasi gesto quotidiano si trasforma in una fatica bestiale. E in cui il non sapere è un’arma a doppio taglio: da una parte, la più insopportabile delle incertezze; dall’altra, la possibilità ancora aperta che finisca bene.È su questa emozione primaria — immediata, intensa, universalmente comprensibile, fonte naturale di empatia tra autore e lettore — che Fiona Barton, una delle regine del noir britannico contemporaneo, costruisce il suo nuovo romanzo, Il sospetto (Einaudi Stile Libero): storia corale di sparizioni e ritrovamenti, di scoop e di fake news, di bugie e di verità indicibili, di famiglie fragili e di amicizie spezzate, sulla rotta tra l’Inghilterra e l’Estremo Oriente.Ecco la vicenda. Due ragazze diciottenni, Alex e Rosie, dopo la maturità partono per la Thailandia, armate di sacco a pelo e spirito d’avventura. Quando, in pieno agosto, smettono di dare notizie, sulle loro tracce — oltre a un poliziotto con moglie coraggio, malata terminale di cancro — si lancia Kate, cronista di quotidiano più o meno d’assalto. Una professionista matura, provvista di tutti i trucchi e di tutta la lucidità richiesta dal mestiere, che stavolta, però, si sente coinvolta personalmente: anche suo figlio, infatti, è in quel paese lontano da tempo, e anche lei non ne sa più nulla…Di più non aggiungiamo, per evitare spoiler. Ci limitiamo — dopo aver letto, d’un fiato, le 460 pagine del libro — a segnalare che questa è soprattutto una potente storia di donne. Madri, in primo luogo, mogli, e figlie: sono loro a muoversi con più forza sulla scena, sono loro, nel bene e nel male, a catalizzare la nostra attenzione. Gli altri, gli uomini, restano in qualche modo sullo sfondo: meno interessanti, meno volitivi, alcuni mediocri.Il che però non fa del Sospetto un prodotto destinato solo a una platea di lettrici, sulla scia di tanti domestic thriller degli ultimi anni — da La ragazza del treno di Paula Hawkins in poi. Anzi: la scrittura asciutta, il tono dolente ma mai sentimentale, l’assenza di vittimismo delle voci femminili lo rendono un noir adatto anche ai lettori maschi. Come del resto La vedova e Il bambino, i precedenti successi dell’autrice — 62 anni, nata a Cambridge, già cronista al Daily Mail e al Telegraph.Sul piano narrativo, Barton tiene viva la suspense alternando di continuo i punti di vista dei vari personaggi, con un meccanismo tipico del genere. E dosando sapientemente le rivelazioni su ciò che è realmente accaduto, sparse come briciole di pane lungo il sentiero dei capitoli.Ma il suo maggiore punto di forza è nel rinunciare all’espediente di cui i thriller di ultima generazione generalmente abusano: quello delle sorprese a catena che culminano nell’immancabile colpo di scena finale. No, lei, più da scrittrice- scrittrice che da costruttrice di trame adrenaliniche, preferisce scommettere sull’identificazione. Perché la madre ferita, il padre in attesa, la giornalista divisa tra istinto materno e professionalità, il poliziotto che si sente in colpa per la malattia della moglie potrebbero essere ciascuno di noi.E così quando al termine arriva la catarsi, quando anche l’ultima verità nascosta viene sussurrata ( non gridata) al nostro orecchio, possiamo lasciarci andare a quel sollievo liberatorio che è il sale di ogni lettura in giallo.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 15:22:41 +0000

recensioni libri

Ida Bauer che non era un’isterica Lo sa, dottore, che oggi sono venuta per l’ultima volta? ». È il Capodanno del 1901 e lei vuole iniziarlo così, il nuovo secolo. Dicendo no a Freud. «Nessuno l’avrebbe più convinta, né il papà né il dottore». 1.1.1901, soltanto 1 e 9, come il numero del portone che le si chiude alle spalle: Bergasse 19.Spalle su cui pesa una domanda impossibile: «la grande domanda », dirà Freud, «alla quale nemmeno io ho saputo rispondere... che cosa vuole la donna?». Il nome della donna aH’origine di questa domanda è Ida. Ida Bauer, ribattezzata Dora.Ida la donna, Dora il caso, forse il più famoso del Novecento, quello del Caso clinico, ma anche letterario, visto che nel 1930 riceve il premio Goethe e l’elogio di Thomas Mann. Con un romanzo che avvolge in crescendo (grazie anche alla bella traduzione di Matteo Galli), la pronipote Katharina Adler, classe 1980, restituisce il caso alla letteratura. Questa volta il nome della bisnonna è quello vero: Ida.Nata a Vienna nel 1882, morta a New York nel 1945, Ida attraversa la prima metà del secolo breve toccata dal patriarcato, dalla cultura ebraica, dalla psicoanalisi e dal socialismo. E, quattordicenne, dalle mani smaniose del signor K., l’amico di famiglia, la cui moglie, signora K., è l’amante del padre.Ida, il romanzo, è frutto di studi documentati su una storia di famiglia chissà quante volte ascoltata dall’autrice e in quante varianti. Ida, la paziente (cioè Dora), è invece la diciottenne che causa molti grattacapi al viennese: lingua tagliente, famiglia complicata, irritabilità, tristezza e pensieri di suicidio. Ma soprattutto una catena d’inciampi nel proprio corpo: afonia, tosse, svenimenti, mal di pancia.Quella «compiacenza somatica», scriverà Freud, «che procura uno sfogo organico ai processi psichici inconsci». La «formazione sostitutiva » di ciò che è rimosso e privato della parola: il sintomo.I Bauer abitano in Bergasse a pochi passi dal "dottore", a quel tempo non ancora famoso. La terapia dura tre mesi, il tempo di interpretare due sogni, condurre svariate incursioni, impensabili per l’epoca, nella sessualità (presunta) di una ragazza, commettere parecchi errori ma gettare semi fecondi per il futuro della psicoanalisi.Come l’insinuarsi di una consapevolezza: la paziente se n’è andata perché l’analista ha trascurato di analizzare un ingrediente essenziale della terapia, il transfert. Più ancora, direi, il controtransfert. Che dire del fatto che Freud sceglie per la sua giovane paziente lo pseudonimo Dora, nome fittizio che la cameriera di sua sorella deve sostituire al proprio, Rosa, perché così già si chiamava la sorella di Freud?II padre di Ida è proprietario di un’industria tessile, la madre è una casalinga scontenta, il fratello Otto sarà un capo della socialdemocrazia austriaca nel periodo tra le due gueiTe. A 21 anni Ida sposa Ernst Adler, aspirante compositore. «Mia figlia ha sposato un cavallo da circo!», dirà la madre. «Uno di quelli che si adornano con le piume e si esibiscono in pezzi di bravura ma non hanno mai imparato a tirare la carretta». In effetti Ernst finirà a lavorare nell’azienda del suocero. Dal matrimonio nasce Kurt, che è direttore d’orchestra e persino assistente di Toscanini a Salisburgo nel 1936, ma presto deve riparare, in fuga dal nazismo, negli Stati Uniti.Il romanzo ci presenta Ida come una donna arguta e vivace, un formicaio di ricordi e una certa difficoltà a entrare in sintonia con gli altri. Un «accordo dissonante», dice il figlio. Che, quarant’anni dopo l’uscita a testa alta da Bergasse, risuona nel luogo più impensato e lontano da Vienna: un party a Chicago in una villa di artisti. «Dietro di lei si continuava a discutere. Ida afferrò la parola "sogno" e poi un’altra ancora, quasi non credeva alle sue orecchie». Una cantante mondanaLa paziente è la diciottenne che causa molti grattacapi al viennese: lingua tagliente, famiglia complicata, irritabilità, tristezza e pensieri di suicidio dice di « avere appena cominciato una analysis e di trovarla fantastic» , impossibile non conoscere il « professor Freud » ! Le orecchie di Ida iniziano a fischiare: «Non avrebbe mai creduto che l’ombra del dottore si sarebbe allungata fino all’altro continente».Oltre alla psicoanalisi, un’altra eredità pesa sulle spalle tutto sommato solide di Dora/Ida: il femminismo. Orgoglioso del gran rifiuto, fa di lei l’eroina che si ribella al patriarcato e alla diagnosi " misogina" di isteria. Ne hanno parlato in tante, per esempio Hélène Cixous in Ritratto di Dora come simbolo della « rivolta silenziosa contro il potere maschile sul corpo e il linguaggio delle donne». Torniamo al romanzo. In uno dei capitoli più belli, l’autrice ci accompagna nella stanza affumicata dal sigaro e carica di interpretazioni sessuali.Nonostante sia per lui un «continente nero » ( così definirà la sessualità femminile), Freud procede sicuro, troppo sicuro, alzando la posta di seduta in seduta: Dora sarebbe un vulcano di desideri rimossi per il padre, per il signor K., per la stessa signora K. Lo psicoanalista non riconosce il trauma, non capisce le donne, ma le loro storie iniziano ad affiorare.Se il dito indica l’isteria, la luna, per chi la sa vedere, sono le oppressive convenzioni sociali e i pregiudizi culturali che da sempre accompagnano la loro sessualità. Giusta, dunque, l’idea dell’autrice di inserire nel romanzo brevi pagine dal Frammento, la cui bellezza narrativa, carica d’invenzioni teoriche, fa da controcanto al racconto della vita di Ida e del suo fantasma Dora. Una fiction al servizio dell’altra. Condannata, ma anche liberata, Ida è comunque ascoltata: « Almeno questo. Di solito invece aveva la sensazione che tutti la interrompessero».A Katharine Adler non interessa smentire o approvare il metodo freudiano. Lei vuole restituire alla vita una storia. Anzi molte, quante sono le vite di Ida: la ragazzina molestata, la figlia ribelle, la vedova resiliente, l’anziana madre che ritrova il figlio oltremare. Storie segnate dai silenzi trafitti dai colpi di tosse di Ida, dalle rabbie orgogliose di Dora e dalla tenacia sperimentale di un metodo pericoloso.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 15:21:46 +0000

recensioni libri

Il Gozzano innamorato Torino, inizio Novecento. La città, da pochi decenni non più capitale, si avvia a diventare, ma ci vorrà ancora tempo, un importante polo industriale. Intanto, con l’Ambrosio film, si dà spazio al cinema, nuovissima arte. Ma sotto i portici di via Po è ancora possibile incontrare il vecchio De Amicis. In disparte Salgari macina romanzi dedicati ai tigrotti della Malesia. Gli intellettuali frequentano la Società di Cultura. All’Università insegna Arturo Graf, studioso e poeta, che al sabato promuove pubbliche letture di poesia.Nel 1907 Guido Gozzano, poco più che ventenne, pubblica da Renzo Streglio il suo primo libro, La via del rifugio.Lo legge una giovane poetessa (ha due anni più di lui) che si chiama Amalia Guglielminetti, ha già all’attivo una raccolta di poesie ed ora ha appena mandato in libreria Le vergini folli, nuovi versi di impronta, diciamo così, femminista.E il 13 aprile scrive a Guido, chiamandolo " Cortese Avvocato" e sottolinea "tutte le cose belle e perfide di cui noi poeti si vive e ci si avvelena" tra cui "il sottile tormento del dubbio, e l’ebrezza (sic) folle del sogno". È l’inizio di un carteggio d’amore e d’amicizia che durerà alcuni anni. Guido, ammalato di tisi, è spesso in campagna o al mare per curarsi. Si danno del voi, poi del tu, poi ancora del voi.Tra tutti e due possiamo dire che fanno molto teatro e certo hanno letto La passeggiata di D’Annunzio (" Voi non mi amate ed io non vi amo"). È dal 1951 che non si ripubblica il volumetto delle Lettere d’amore ora riproposto da Quodlibet con una informatissima postfazione di Franco Contorbia. Intanto gli originali di quelle lettere si sono perduti.Li possedeva un bibliofilo, Spartaco Asciamprener, che appunto curò nel ’51, la prima edizione. Poi, racconta Contorbia, Asciamprener il 14 ottobre 1954 fu coinvolto in un incidente automobilistico e morì sul colpo. Negli anni a venire la famiglia vendette un po’ per volta, per lo più al libraio antiquario Carlo Alberto Chiesa, i molti tesori della sua biblioteca e tra questi anche il carteggio Gozzano- Guglielminetti finora mai ritrovato.Lo leggeranno con piacere i frequentatori della poesia di Gozzano che possono trovare qui l’atto di nascita della poi celebre Signorina Felicita che prima si chiamava Signorina Domestica, creatura se possibile antidannunziana al massimo, che il poeta dichiarava di amare proprio perché quasi brutta e priva di lusinghe. E poi Cocotte, la signorina non troppo per bene che ebbe per vicina di casa al mare quando aveva quattro anni e che vuole resuscitare con i suoi versi.Ancora: si parla delle farfalle cui Guido meditava di dedicare un poema, poi rimasto incompiuto. Le allevava e osservava la loro evoluzione che immortalò in un breve filmato. Anche la Guglielminetti parla della sua poesia, che però, suo malgrado, uscì di scena abbastanza presto nonostante il sostegno dei critici di allora. Amalia aveva buoni rapporti con il critico della Stampa, Dino Mantovani e Guido, che non lo conosceva di persona, chiede a lei di fare il suo nome registrandone le reazioni.Mantovani non si occupò di Gozzano, mentre di tutte e due scrisse bene Borgese, che a rileggerlo oggi appare un po’ enfatico a proposito della Guglielminetti. I due amanti tramavano volentieri per sorvegliare il successo dei loro libri: piccole trame tra letterati, si intende, comunque specchio di un costume e di una società letteraria.Nel ’12 la loro storia d’amore si era consumata. Torino aveva celebrato i cinquant’anni dell’Unità d’Italia ospitando l’Esposizione Universale e Gozzano, che avvocato non divenne mai, ne aveva parlato sui giornali. Nello stesso anno 1911 erano usciti I Colloqui.Dal giudizio intelligente di Renato Serra alla lettura di Montale (1951) fino all’attenzione vasta di un poeta e critico d’avanguardia come Sanguineti (1966) la fortuna di Gozzano non è andata mai declinando. La sua poesia ha una sostanza complessa e una forma lieve. I suoi versi si sono rivelati infrangibili.Gozzano morì nel ’ 16 a soli 33 anni. Amalia, che un ritratto di Mario Reviglione tramanda un po’ in posa su un divanetto, morì invece nel ’41, dopo aver avuto una storia d’amore con Pitigrilli, di lei molto più giovane, scrittore di grande successo e poispia dell’Ovra. Finì male, come i suoi versi. Gozzano, sedotto, li aveva imparati a memoria.© Riproduzione Riservata Data articolo: Tue, 15 Oct 2019 12:19:51 +0000

recensioni libri

Metti 8 neri nella polizia del Klan La vera storia dei primi poliziotti neri di Atlanta è alla base de La città è dei bianchi ( titolo originale, molto più evocativo, Darktown), che dobbiamo alla penna di Thomas Mullen, 45 anni, originario del Rhode Island. Un autore bianco che, dopo aver esordito vincendo il prestigioso premio James Fenimore per il romanzo storico (prima di lui, per intenderci, Il complotto contro l’America di Philip Roth) va a vivere al Sud e qui ambienta un noir di grande spessore, incentrato sull’omicidio di una giovane di colore che i poliziotti bianchi vogliono a tutti i costi accollare a un colpevole di comodo — ovviamente nero — e che invece i due ostinati eroi Boggs& Smith intuiscono discendere da una ben più torbida e intricata vicenda. Siamo appunto ad Atlanta, Georgia, nell’anno 1948. Da pochi mesi la Corte Suprema degli Usa ha dichiarato incostituzionale il divieto, per gli afroamericani, di partecipare alle primarie del Partito Democratico.Cade così una delle tante leggi Jim Crow che ostacolano o cancellano i diritti dei neri americani: leggi che prendono il nome dal beffardo personaggio di una popolare coon song, la macchietta dello stereotipo dell’uomo di colore, tonto e ignorante, sgraziato e sguaiato, nella migliore delle ipotesi travestito come un improbabile damerino velleitariamente desideroso di scimmiottare l’eleganza dei bianchi.Nel profondo Sud, il divieto di iscriversi al seggio per le primarie equivale a una perdita assoluta del diritto di voto: da quelle parti chi vince le primarie democratiche va a Washington, perché nessuno, nei vecchi territori confederati, si azzarda a votare repubblicano, il partito di Lincoln, l’odiato presidente che ottant’anni prima abolì la schiavitù. Gli effetti della decisione sono devastanti per i padroni bianchi che non hanno mai digerito la sconfitta dei Confederati.Quasi ventimila elettori di colore si iscrivono nelle liste ad Atlanta, rovesciando sulla politica locale una forza imponente, che finalmente obbliga il potere bianco a sedersi al tavolo della trattativa. Fra le prime, e più pressanti richieste, l’arruolamento di poliziotti di colore.Una misura urgente e necessaria come il pane per la salvaguardia non tanto degli ancora embrionali diritti civili dei neri, quanto della loro stessa sopravvivenza. Perché ad Atlanta, come un po’ dappertutto nel Sud, si scrive polizia ma si legge Ku Klux Klan, troppo spesso la divisa è un pretesto per esercitare il razzismo in forma legalizzata e l’arbitrio la fa da padrone anche nelle aule di giustizia, dove le giurie sono tutte bianche e la parola di un nero vale quanto uno sputo.È così che per motivi non certo etici, ma semmai opportunistici, il sindaco Hartsfield e il capo Jenkins ( che in gioventù aveva aderito al Klan perché altrimenti, avrebbe confessato, addio carriera) fanno buon viso a cattivo gioco e accettano di arruolare otto poliziotti di colore.Mullen si ispira a loro. Nel romanzo, la ricostruzione storica è documentatissima, ma la precisione dei dettagli non nuoce alla scorrevolezza del racconto, alla robustezza della trama e all’intensità dei caratteri. Più ci si addentra nelle pagine di questo vibrante affresco, e più cresce l’indignazione contro la malapianta del razzismo.I poliziotti bianchi non la prendono bene. Accusano i colleghi di colore di ogni sorta di malefatta, cercano di incastrarli, qualcuno si spinge a offrire una taglia sulla loro testa. Eppure gli otto vanno avanti, anno dopo anno, indifferenti alle umiliazioni, tenaci nel conquistarsi, azione dopo azione, se non la stima, quanto meno la tolleranza dei superiori. Finché — ma ci vorranno quindici lunghi anni — la battaglia sarà vinta, e la piena integrazione raggiunta. Il che non significa che il razzismo è stato debellato.Al contrario, la cronaca offre quotidianamente spunti che fanno meditare sulla sua tenace persistenza e sulla necessità di contrastarlo. Mullen dice che l’idea del romanzo gli venne riflettendo sull’ostilità di certi ambienti contro il presidente Obama.Ma la sua non è una visione pessimistica: «una delle qualità che definiscono gli americani» ha scritto «è la nostra costante concentrazione sul dove stiamo andando e non sul da dove veniamo. Il Sogno Americano è che noi possiamo avere tutto se lavoriamo sodo, indipendentemente dalle nostre origini. Che sia mito o verità, non si può sminuire l’importanza del nostro passato comune, le battaglie che abbiamo combattuto, le tragedie che abbiamo sopportato, persino i crimini che abbiamo commesso.Spero che questo romanzo getti una nuova luce su una problematica che è ancora per noi una sfida, e che i lettori traggano ispirazione dalle silenziose vittorie che questi otto poliziotti conseguivano ogni giorno che indossavano la loro uniforme».© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 11 Oct 2019 17:18:45 +0000

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Se Woody ha ragione e Kant no Umorista sottile, Woody Allen scade nel cattivo gusto quando attribuisce a Kant la dottrina sciocca e inumana secondo cui, poiché in nessun caso è legittimo mentire, se le SS avessero chiesto al padrone di casa di Anna Frank se la sventurata fosse nascosta in soffitta, il padrone di casa avrebbe dovuto consegnarla ai carnefici, e non per soldi, ma per un imperativo categorico.Il punto però è che Woody Allen dice la verità. È proprio questa ( tolto il riferimento anacronistico ad Anna Frank) la tesi che Kant espone nel 1797 nella Metafisica dei costumi (dove d’altra parte troviamo anche una convinta giustificazione della pena di morte), e in un famoso saggio breve, Di un preteso diritto di mentire per il bene dell’umanità, in risposta alle obiezioni mossegli da un Benjamin Constant all’epoca giovanissimo. Gli atti e le pezze d’appoggio della controversia sono raccolti nel volumetto Bisogna sempre dire la verità?, a cura e con una lunga e dotta introduzione di Andrea Tagliapietra.Le obiezioni di Constant, che nel breve scritto Sulle reazioni politiche critica la tesi di Kant circa il carattere assoluto e imprescindibile della veridicità, sono prevedibili e di buon senso: la menzogna è necessaria per la convivenza sociale e la veridicità bisogna meritarsela (e le SS, nell’esempio di Woody Allen, non se la meritavano). Questo non fa notizia. Fa notizia invece la replica di Kant. Poniamo che un uomo si rifugi in casa mia e scappi dalla porta sul retro.Arriva la polizia e mi chiede se l’ho visto, e io mento per salvarlo. Che quell’uomo sia innocente oppure colpevole, ho sbagliato. Ho sbagliato in generale perché ogni essere umano è chiamato a dire la verità. E ho sbagliato in particolare perché i casi sono due: o il fuggiasco era innocente, ma in questo caso avrei contravvenuto alla veracità come dovere dell’umano, oppure era colpevole, e oltre a contravvenire alla legge generale mi sarei reso correo di ogni crimine che questi avrebbe potuto compiere a causa del mancato arresto.Si avrebbe torto a pensare che si tratta di un lapsus: è un sistema. L’argomentazione di Kant è formalmente uguale a quella con cui, sempre nella Metafisica dei costumi, giustifica la legittimità della pena di morte. Kant ipotizza una rivolta nella quale parte degli insorti sia mossa da ideali e parte da interessi venali.Una volta repressa l’insurrezione, la pena di morte è la pena più giusta, perché gli insorti idealisti antepongono l’onore alla vita, sicché perdere la vita è per loro pena più lieve che marcire in galera, mentre gli insorti utilitaristi antepongono la vita all’onore, e dunque la pena di morte fa molto più male ai secondi che non ai primi. Il sistema non vale solo in teoria, ma anche in pratica, come suggerisce un aneddoto meno lusinghiero di quello che vedeva i cittadini di Königsberg regolare i loro orologi sulle passeggiate di Kant.Questi si era comprato una casa a prezzo vantaggioso vicino alla prigione, ma, infastidito dei canti dei galeotti, che avrebbe potuto risparmiarsi andando ad abitare da qualche altra parte, impose a quegli sventurati di rinunciare all’unico aspetto decente della loro vita. Poche cose sembrano incontrovertibili quanto il sadismo di Kant, del resto lungamente argomentato dal punto di vista clinico in un celebre saggio di Lacan.Ma il punto non è l’indole di Kant, bensì il fatto che, se ci riflettiamo un momento, con questo appello alla verità, alla giustizia e alla spietatezza — che in effetti è un appello al conformarsi alle leggi — contraddice il fondamento della propria dottrina morale.Come sappiamo, essere morali per Kant significa anzitutto essere autonomi e non eteronomi, cioè sottomettersi non a vincoli esterni ( in quel caso non saremmo liberi, né, dunque, morali) bensì a vincoli che noi stessi ci siamo imposti, previa verifica che possano valere come principio di legislazione universale, ossia che non manifestino inclinazioni particolari.Ma, a ben vedere, in tutti e tre i casi che ho elencato, in Kant non parla il difensore della autonomia della morale, bensì lo scrupoloso esecutore di una legge che viene da fuori. I poliziotti potrebbero essere delle SS, gli insorti dei patrioti, i galeotti dei partigiani, e malgrado questo bisogna dire la verità ai poliziotti (da questo punto di vista, c’è di buono che l’osservanza dell’ordine kantiano renderebbe superflua la tortura), giustificare la pena di morte e zittire i galeotti.In barba non solo al buon senso, ma ai suoi stessi principi, Kant sottomette l’autonomia morale all’eteronomia di un potere esterno e non sembra porsi il problema della legittimità di quel potere. Morale (è il caso di dirlo): Woody Allen e Benjamin Constant hanno ragione, e se proprio si deve mettere a repentaglio una vita in nome della verità, sarebbe meglio che fosse la nostra.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 11 Oct 2019 17:10:33 +0000

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Ogni famiglia è malinconica a modo suo Possono accadere cose imprevedibili in mezzo al mucchio di cose banali, in una domenica qualunque, una domenica come tante. Può capitare a un uomo di 77 anni, vedovo da 8 mesi, « durante i quali aveva scoperto di aver prestato nel corso della vita più attenzione alle cose urgenti che a quelle importanti » , di preparare un pranzo per una delle figlie, marito, nipotina, e vederlo andare in aria per un contrattempo — la piccola si è rotta un braccio giocando su un albero — rimanendo così a fare i conti con il proprio vuoto, con un’assenza, con una stagione — la vecchiaia — che citando Bette Davis non gli pare « un posto per femminucce» .A questo ingegnere piemontese finalmente in pensione dopo aver costruito ponti in tutto il mondo, rimangono allora cipolle ripiene, il budino di Seirass e tagliatelle di borragine da offrire a due sconosciuti incrociati uscendo, al parco: una madre ansiosa, vedova pure lei ma più giovane, molto più giovane, e il suo ragazzino fanatico dello skateboard.Le famiglie alla fine hanno tutte i loro misteri, i loro pudori, i loro segreti, le cose non dette, ignorate o soltanto immaginate, avvolte in una pellicola che i figli strapperanno poi ( spesso quando è tardi): « Non si sa granché di ciò che passa per la testa dei propri genitori, né si sa molto di quello che capiscono, e ancora meno di cosa si agita nei loro cuori. Da un lato questo protegge dal crescere troppo in fretta, ma dall’altro quel che si rischia di perdere è la verità; la verità di un padre o di una madre».Chi ragiona a questo modo è Giulia, attrice e scrittrice per il teatro, la voce narrante di Una domenica, il nuovo delicatissimo romanzo di Fabio Geda, già autore di quello straordinario fenomeno editoriale per adulti e ragazzi che è Nel Mare ci sono i coccodrilli.Un nuovo libro scritto con rara densità, senza virtuosismi esibiti o compiaciuti, con un controllo assoluto delle parole, con un’asciuttezza che smuove montagne emotive. Dentro un clima da film di Ettore Scola, ci sono figli che si sono allontanati da un padre senza un motivo apparente e probabilmente senza neppure deliberarlo, c’è un padre che forse ha un’amante o un’altra famiglia dall’altra parte del mondo, in Venezuela, dove comunque di certo si trovava nel giorno dell’incidente d’auto mortale per sua moglie.Un padre in fondo sempre altrove anche tutte le volte che c’era «come se il suo interesse per noi fosse — come dire? — contrattuale » e in grado di ricordare del funerale della moglie solo quella bambina che « aveva attaccato la gomma da masticare sotto la panca per liberare la bocca prima della comunione».Sono le mezze verità che in genere ci raccontiamo: per non dover vivere di sole bugie, per non doverci arrendere alle assenze, al vuoto che Giulia avverte — nella pagina forse più bella — scoprendo « che non ci sarebbe stata mai più, neppure alla fine dei tempi, che non avremmo mai più preso insieme un cappuccino con la granella di nocciole, che non l’avrei mai più vista aggiustarsi gli occhiali sul naso dopo che se li era fatti scivolare in punta per poterti scrutare da sopra le lenti col suo sguardo ironico.Che non avrei mai più ricevuto suoi messaggi sul cellulare. Che non ci saremmo mai più sedute una accanto all’altra sul divano a guardare una partita di pallavolo. Che non avrebbe visto nessuno degli spettacoli che avrei messo in scena da quel momento. Che qualsiasi cosa avrei fatto non lo avrebbe saputo. Non ci sarebbe stata. E questo è quanto». Geda ci porta dentro un mondo nel quale non sappiamo cosa farcene del tempo. A Elena, la donna del parco, pare che sia sempre una buona medicina, quello che nei cliché chiamiamo galantuomo. «Il braccio s’aggiusta. Il vetro s’aggiusta». Invece boh, chi lo sa, dipende dalla piega che prendono certe domeniche, dagli incontri, dal caso, dalla banalità di una cipolla ripiena, da noi che « mutiamo senza accorgercene, un niente ogni giorno, mentre siamo impegnati a vivere, a pagare le bollette o a prenotare una vacanza».Ci costruiamo ricordi per far aderire la memoria al desiderio, per «dialogare con il tempo che passa, e cercare di farci pace». Alla fine le storie — Geda deve saperlo bene e bene lo dice — « non risolvono i problemi: ci permettono solo di vederli e di dare loro un nome».© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 11 Oct 2019 17:00:52 +0000

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Sua Maestà 150 milioni di copie Nell’harem andavo sempre scalza”. Come incipit per catturare l’attenzione del lettore, bisogna ammettere che non è male. Ma quello che segue poi risulta ancora più eccitante: 550 pagine di battaglie, amori, tradimenti, complotti e colpi di scena, mentre sullo sfondo si combatte la guerra d’Abissinia, tragica impresa coloniale italiana alla fine dell’Ottocento.Re dei re, titolo del nuovo romanzo di Wilbur Smith (pubblicato in Italia da HarperCollins), è come tutti sanno anche il soprannome di Menelik, l’imperatore d’Etiopia, che in questo nuovo capitolo dell’epopea africana di uno dei campioni mondiali di best-seller figura tra i personaggi realmente esistiti.In mezzo a nomi e luoghi che molti di noi ricordano dai banchi di scuola, il primo ministro Francesco Crispi, il generale Albertone, l’assedio di Macallè, il massacro di Adua, si muovono i protagonisti interamente frutto della fantasia: Amber Benbrook, l’affascinante fanciulla fuggita dall’harem di un sultano, e la sorella maggiore Saffron, più esperta di vita e ginecei; Penrod Ballantyne, l’ufficiale britannico che ha salvato Ambere si prepara a sposarla; Lorenzo De Fonseca, un militare italiano che dalle fumerie d’oppio del Cairo guiderà Ballantyne verso il cuore di tenebra abissino per cercare di ritrovare l’oggetto del suo desiderio; più un buon numero di malvagi d’ambo i sessi, intenzionati sino all’ultimo a impedire un lieto fine.Per gli appassionati del romanzo storico, a questo punto non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro: gli ingredienti ci sono tutti, accompagnati da colori, odori, suoni e misteri di un paesaggio che più esotico non si può, scanditi da sentimenti che vanno dalla passione erotica all’odio, dal coraggio alla viltà, dalla bramosia di potere alla cupidigia di denaro. Sangue, sudore e polvere da sparo, con generose spruzzate di erotismo soft. Nulla di sorprendente, insomma.Scrittore britannico nato in Rhodesia e cresciuto in Sud Africa al tempo dell’apartheid, Smith ha pubblicato più di cinquanta libri e venduto 150 milioni di copie, 25 milioni delle quali — pare: su tutto ciò che lo riguarda si posa un alone di leggenda — soltanto nel nostro paese.Re dei re appartiene a una delle sue tre saghe africane, il Ciclo dei Ballantyne appunto (le altre sono il Ciclo dei Courteney e i romanzi sull’antico Egitto). Dialoghi, descrizioni e trama sono un classi o del genere: una moderna versione di Emilio Salgari, per citare un maestro del racconto d’avventura di cui andiamo giustamente orgogliosi nel nostro paese. Con una importante differenza: mentre lo scrittore italiano, pur descrivendo la giungla dell’Estremo Oriente e i pirati dei Caraibi, in realtà non si mosse mai da Verona e Torino, Smith in Africa ci ha vissuto a lungo e nella sua prosa si sente. «Scrivo solo di ciò che conosco bene», è la risposta di rito alle domande sul segreto del suo così longevo successo.Di ciò che conosce bene, si potrebbe aggiungere, espesso di quello che ha vissuto direttamente, di persona: a parte la guerra, infatti, sulla propria pelle ha sperimentato quasi tutto il resto che costituisce materia della sua narrativa. Ha lavorato nelle miniere d’oro, sia pure soltanto come contabile; ha fatto i safari di caccia grossa; ha attraversato e circumnavigato il continente nero.Quanto ai conflitti intestini e alle rivalità familiari, è un campo in cui probabilmente lo battono in pochi, dopo tre divorzi e quattro matrimoni: l’ultimo dei quali, con un’affascinante tagika di 39 anni più giovane, lo ha portato a rompere completamente i rapporti con la sua mezza dozzina di figli e a diseredarli senza un briciolo di pentimento. «Sono generosissimo con chi sta dalla mia parte, ma totalmente egoista con chi mi si mette contro », avverte con una battuta che potrebbe stare in bocca a uno degli uomini d’acciaio dei suoi romanzi.Così come si potrebbe immaginare un intero romanzo a partire dalla dedica che apre Re dei re: “Dedico questo libro alla ragazza che amo, la mia Nisojon, che mantiene sfavillanti la mia mente e il mio cuore, con lei accanto non temo più nulla”. Beninteso, a qualcuno Smith può anche risultare antipatico: in passato è stato perfino accusato di simpatie per i razzisti bianchi sudafricani, sebbene lui smentisca, abbia lasciato la Rhodesia proprio perché non ne poteva più del razzismo e sia cresciuto insieme ai figli degli operai neri della fabbrica di suo padre. Un altro tipo romanzesco, il papà: grosso, forte, ex-pugile e spirito hemingwayano. La natura non ha dato a Wilbur lo stesso aspetto: piccoletto, mingherlino, con spessi occhiali, lo si potrebbe prendere per un impiegato.Ma il carattere è evidentemente di ferro, tale e quale gli eroi che descrive nelle sue pagine. O meglio che descrive ai suoi “ghost writers”, nemmeno tanto “scrittori fantasma” perché ormai firmano con nome e cognome in copertina sotto il suo: quello di Re dei re è una donna, si chiama Imogen Robertson, a sua volta apprezzata scrittrice inglese di romanzi storici, ma non altrettanto ricca e famosa, dunque verosimilmente contenta di fare da sua assistente. «I miei lettori pretendono nuove storie più velocemente del tempo che mi servirebbe a scriverle», spiega Smith senza complessi per l’operazione: cosicché lui fornisce la sinossi, dà indicazioni di massima, rilegge, taglia, aggiunge, corregge, ma è il co-autore che porta avanti l’opera vera e propria.Shakespeare non l’avrebbe mai fatto, per dirla con il titolo di un vecchio libro di Charles Bukowski, ma bisogna ammettere che il risultato è sorprendentemente buono: la vicenda prende dalla prima riga all’ultima, le pagine volano, non ci si annoia mai, si imparano pure un sacco di cose sull’Africa e, in questo caso, sulla sciagurata guerra italiana in Abissinia.Re dei re sarà anche stato il nomignolo dell’imperatore Menelik: ma nella letteratura di puro intrattenimento si adatta perfettamente a Wilbur Smith. Uno che ci mette un attimo a inventare storie avvincenti e, giunto a questo punto di una carriera durata oltre mezzo secolo, per evitare di perdere tempo si è trasformato in un formidabile marchio di fabbrica: basta il suo nome in copertina per vendere milioni di copie. Non è Joyce, certo. Ma di lettori delusi, fra i patiti della sua specialità, ce ne sono stati pochi.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 26 Sep 2019 16:52:24 +0000

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In fuga verso l’altrove Nel 2010, sul New Yorker, Salvatore Scibona pubblicava un racconto, The Kid, ritratto di un bambino abbandonato dentro l’aeroporto di Amburgo. Dettaglio importante: il bambino si esprime in una lingua baltica incomprensibile al personale del Terminal. È dunque uno straniero, come egli stesso ripeterà più volte. Se ne parlo, è perché quello stesso bambino in lacrime apre Il volontario, secondo romanzo dello scrittore di Cleveland già finalista del National Book Award con La Fine, possente affresco corale sugli stranieri ( italiani) in terra americana.Soffermiamoci allora su quel successo editoriale, essenziale per comprendere il nuovo approdo di Scibona: all’uscita si parlò molto del libro, della sua ambizione narrativa, della complessa trama con cui ordiva le vicende parallele di Rocco, Ciccio, Costanza e tanti altri minimi eroi della Little Italy di Elephant Park, nell’afa del giorno dell’Assunta. Scibona riusciva a delineare la parabola di una disillusione collettiva, quella che mortifica le comunità immigrate americane al binario morto delle loro aspirazioni (e aspettative). E non si poteva, naturalmente, prescindere dal fatto che l’autore fosse italoamericano, dichiarato debitore dei racconti di famiglia, dei visi, delle rughe, bicchieri di vino e teglie di pasta al forno.È il grande puzzle degli Stati Uniti, di cui ci forniscono la chiave gli scrittori- testimoni di una memoria avvincente e drammatica come quella delle cosiddette minoranze. Fra tutti, vorrei ricordare Big Banana di Roberto Quesada ( da poco pubblicato in Italia) sulla comunità dei latinos, oppure il ricchissimo The Chinese in America di Iris Chang, in cui si ricostruisce il background di tante Chinatown, partendo da quel famoso decreto- legge con cui nel 1882 lo zio Sam bandiva i cinesi esattamente come Trump fa oggi con gli islamici. Il bel romanzo d’esordio di Scibona apriva in questo senso una finestra sulla nicchia italoamericana, con l’ulteriore pregio di coglierne il flusso non sulla riva orientale di Manhattan, ma nel grigio Ohio.Adesso, tuttavia, l’autore alza lo sguardo, e con questo nuovo libro conferma il suo interesse per la narrazione su vasta scala temporale ( stavolta è il Dopoguerra a finire sotto il microscopio), solo che non c’è traccia di spaghetti e processioni.Il romanzo si apre insomma con un bambino lettone che nessuno capisce, ma è solo un falso allarme: il tema dell’estraneità etno- culturale non è adesso all’ordine del giorno, reggendosi il tutto sulle catastrofi esistenziali di una catena di padri (americani). Come dire: per un bambino che piange in aeroporto c’è un padre in fuga, e a sua volta quel padre discende da un ulteriore fuggitivo cronico (che per giunta non è genitore biologico). In principio fu Vollie Frade, nato nell’Iowa in mezzo a un “ gruppo di baracche su una piana alluvionale”: ne facciamo la conoscenza in un capitolo che pare scritto da Steinbeck, con tutto il repertorio del degrado proletario.Vollie cresce lì, nel nulla, fra campi concimati col letame, tortini alla panna acida e la chiesa presbiteriana dov’è scritto “ Dio è amore”. Quando, inevitabile, prende forma la smania di andarsene, l’unica chance è il volontariato nel corpo dei marines. Per cui ecco la recluta Frade a Okinawa, in uno squallidissimo cocktail-bar fra decine d’altri ragazzi “pronti a farsi falciare come spighe di grano”, perché va da sé che dal Giappone si decolla per il Vietnam.E sarà dura. Durissima. Non solo per il sangue, non solo per l’uccidere, ma per quei 400 giorni di prigionia in un cunicolo cambogiano stipato di cadaveri. Altro giro: Vollie si è arruolato per fuggire, ma adesso brama la fuga dalla fuga. La concretizzerà nel tipico sbando del reduce: dopo alterne vicende di spionaggio newyorkese, la scena si sposta nel New Mexico, in una comune senza regole, in cui si aggiunge la nuova leva della generazione seguente.Cambia lo scenario, ma l’obbrobrio si ripete: anche Elroy avrà la sua Cambogia seppure non asiatica, e il suo napalm seppure non lanciato da un C-130. Divorato dalla stessa disperazione di Vollie, il giovane Elroy si vede buttato qua e là per il globo, dall’Europa al golfo persico fino all’Afghanistan, per finire in un aeroporto tedesco dove abbandona il piccolo Janis. È un rincorrersi di declini, di abomini, di sfaceli esistenziali, la cui tessitura tuttavia assume una sua compiutezza, risaltando con numerose pagine di indubbio vigore narrativo, tali da non far in fondo rimpiangere l’estro del romanzo d’esordio.Là era il dramma degli immigrati, gente trapiantata in America in cerca d’identità, qui è in sintesi l’opposto: si narra di chi lascia casa in un’insana sarabanda di violenza e disumanità, tentando ostinatamente la carta dell’altrove. Ed è un altrove con cento significati, cento valenze, cento riflessi. Siamo tutti in fuga, sembra dirci Scibona sulla scia di DeLillo, ma è come un fattore genetico, per cui di evaso in evaso, di fuggiasco in fuggiasco, di latitante in latitante, da anni ci passiamo nel sangue un dogma squassante: “non esistono rifugi, sono solo gabbie, scappa”. Che sia per questo che non capiamo gli immigrati?© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 26 Sep 2019 16:05:58 +0000

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Così nacque la cultura europea Pauline Garcia Viardot era destinata fin dall’inizio a diventare leggendaria. Era una dote di famiglia quella di sedurre e farsi adorare, il padre aveva ispirato a Rossini il Conte d’Almaviva nel Barbiere di Siviglia, la sorella maggiore era niente meno che la mitica Maria Malibran, entrambe mezzosoprano. Ma Pauline era anche una grande pianista, teneva duetti con Chopin. Il suo carisma era irresistibile. De Musset la corteggiava, ma George Sand la spinse tra le braccia di Ivan Turgenev, nonostante fosse già sposata con il più anziano Luis Viardot, grande imprenditore della cultura, del teatro, dell’arte.Pauline era la figura emotivamente dominante di questo triangolo. Orlando Figes trova una chiave originale per illuminare il farsi della cultura europea: il formarsi del canone del melodramma come tratto comune, il rimescolamento e l’integrazione del gusto musicale e di quello artistico in generale, la nascita dell’editoria di massa, il formarsi del culto e dell’amore comune per i musicisti e gli scrittori.Pauline mantenne sempre la direzione del terzetto. Ebbe quattro figli, di cui uno, Paul, certamente di Turgenev, e sopravvisse di decenni a entrambi i suoi uomini eccezionali, che amò con grande intensità. Dei due ricordiamo oggi di più il russo, un gigante della letteratura, l’autore di Memorie di un cacciatore e di Padri e figli, di cui seguiamo in questo libro la carriera, la sua emancipazione dalle rendite della madre, in un’età, il cuore dell’Ottocento, in cui si costituisce la base materiale, capitalistica, imprenditoriale, editoriale della cultura europea.La forza con cui Figes conduce sempre la vastissima narrazione storica qui si applica al mondo sfavillante della cultura, ai salons dove nasce il mercato della pittura e alle biblioteche dove i libri che escono dai circuiti aristocratici e incontrano il pubblico delle professioni, delle classi meno ricche che però imparano a leggere.Con Figes seguiamo il fiorire di infrastrutture, tecnologie, dispositivi che rendono possibile la nascita di un consumo culturale di massa: le ferrovie, le nuove tecniche di stampa e di incisione e le leggi sul diritto d’autore che si affermano in Europa. I treni cambiano la percezione dello spazio e del tempo, le grandi città entrano in rapido collegamento. Certo ci sono i reazionari che ne temono le conseguenze sovversive.Papa Gregorio XVI li bandisce dallo Stato pontificio e il principe ereditario di Hannover li combatte perché « non voleva che un qualsiasi sarto o calzolaio viaggiasse veloce come lui». Mentre Cavour, gestendone la realizzazione in Piemonte, ne immaginava positivamente «gli effetti morali, ancora più _grandi degli effetti materiali » nelle aree rimaste attardate, e cioè nel Mezzogiorno italiano.I treni creano, in anni di alfabetizzazione e crescita delle popolazioni, un nuovo mercato del libro ( sulle carrozze a cavalli con strade sconnesse non si riusciva a leggere), Hachette comincia a creare punti vendita nelle stazioni e collane ferroviarie. Ma il treno consente anche di portare più pubblico nei teatri lirici, di far viaggiare rapidamente direttori, musicisti, intere orchestre e attrezzature di scena.I protagonisti del terzetto viaggiano continuamente e si muovono da San Pietroburgo a Vienna, Praga, Baden, Dresda, Lipsia, Milano, Parigi, Londra e Berlino, Pauline per le sue tournée e Ivan per le sue cure e per placare le inquietudini nelle fasi in cui Pauline sembra distaccarsi da lui.Ma i suoi scritti cominciano a essere pagati con cifre importanti, con cui si possono comprare proprietà, ville. È il diritto d’autore che cambia le cose: nell’età avanzata Verdi si sentirà liberato dalla prigionia di dover scrivere opere e ritmi forzati come in gioventù e rallenterà. Rossini, anche lui, si metterà un po’ a riposo dopo i durissimi frenetici inizi, che spiegano anche il fallimento della prima messa in scena del Barbiere, senza le sufficienti prove, al Teatro Argentina di Roma.Non riuscì a difendersi mai abbastanza bene il Manzoni con I promessi sposi, sottoposto al pirataggio anche delle edizioni illustrate in cui molto aveva investito. Nemmeno con le sue proteste verso Ferdinando, re delle due Sicilie riuscì mai a ottenere il rispetto dei suoi diritti.La fama e l’affetto per l’arte cresceva tra la gente e attraversava i confini. La musica di Verdi conquistava il mondo. Il viaggio funebre di Turgenev da Parigi incontrò omaggi affollati a ogni tappa fino a San Pietroburgo, dove si assieparono lungo il corteo 400mila persone. Goethe aveva pensato all’inizio del secolo che una forma di cultura europea si sarebbe affermata, ma solo dopo questo Ottocento ferroviario, letterario, musicale è accaduto davvero.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 26 Sep 2019 15:16:48 +0000

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Una vendetta per due Oddio, un altro scrittore di mezza età in crisi alle prese con una crisi matrimoniale? «Uno di quegli autori che non hanno bisogno di vincere premi letterari», vanitoso ma con l’ispirazione in affanno. Il tipo in questione lascia che un giovane aspirante letterato, David, lo corteggi — intellettualmente! — e gli manifesti tutta l’ammirazione possibile. Può fidarsi?In cuor suo, lo scrittore attempato sa che non c’è granché da ammirare: se hai più di quarant’anni, dice brutalmente a sé stesso e al lettore, guardati allo specchio e «chiediti perché un giovane dovrebbe voler assomigliare a te. Dai, pensaci. Non hai trovato nessun motivo? Buon per te: sei una persona onesta».A ogni modo, l’autore più esperto, Ariel, dà le sue lezioni di scrittura e di vita al giovanotto diligente e ansioso, che ascolta, rimugina, oppone David Foster Wallace a Franzen, Bolaño a Faulkner, con la sua aria da Woody Allen adolescente. Ariel prova, con civetteria e autocompiacimento, a dissuadere David dal diventare scrittore. «Non si diventa scrittore — gli dice a brutto muso — e tanto meno si pensa di diventare scrittore; o si è scrittore o non lo si è». Già scrivo, gli risponde quello, ovviamente. «Perché cazzo vuoi fare lo scrittore? Oggi nessuno sano di mente vorrebbe fare questo mestiere. Fa’ il dj, crea arte digitale, o almeno scrivi sceneggiature cinematografiche».Fin qui, il nuovo romanzo di José Ovejero, La seduzione — perfettamente tradotto da Bruno Arpaia — può sembrare un match canonico fra venerato (affaticato) maestro e brillante promessa. Ovejero, sessantenne madrileno, nell’Invenzione dell’amore aveva messo in scena un personaggio che, aggregandosi a un funerale qualunque, si infila pericolosamente in un’esistenza non sua. Così, anche in questa storia ( pubblicata in Spagna nel 2016), osserva un effetto a catena derivato dall’improvvida intrusione di qualcuno nella vita altrui.Nello specifico, di Ariel nella vita di David. Che, dal niente, un giorno viene pestato a sangue da un branco di sconosciuti e finisce in coma. Movente? Nessuno. Ma la rabbia e la voglia di vendetta di David vengono assorbite da Ariel: indebitamente e con eccesso di partecipazione. «Cerchiamo i bastardi che ti hanno fatto questo e li ammazziamo a uno a uno?». Una via di mezzo fra il Conte di Montecristo e un film di Tarantino. È come se scrivessero a quattro mani una sceneggiatura nera e feroce, facendola via via coincidere con la realtà dei fatti. Che cos’è che infine li tiene agganciati, il vecchio e il giovane? Il meccanismo di seduzione a cui rimanda il titolo del romanzo? La volontà di mettere alla prova il coraggio che non sono sicuri di avere?Nel flusso impetuoso del racconto fatto da Ariel in prima persona c’è un basso continuo sardonico: e in questo si può forse cogliere l’intenzione di Ovejero di mettere alla berlina sé stesso, di portare in caricatura lo scrittore declinante, pronto a entrare di diritto in una galleria di anziani che è bello ascoltare « perché parlano del passato, di cose lievemente commoventi, come la radio a galena, il corsetto o i viaggi in transatlantico». Il bello del romanzo sta in questo suo progressivo rivelare una meditazione disincantata sul rapporto fra vecchi e giovani: « Ci si lega alle persone adulte non per affetto, ma per usarle», conclude Ariel. E forse proprio per rovesciare tale assunto, per riscattarsene, si impelaga in un avventuroso romanzo dal vero a tinte quasi pulp.«La storia di David mi incitava a questo, a lasciare qualunque cosa in cui ero occupato per tuffarmi di testa nella trama che si apriva per me. Un’altra possibilità è, semplicemente, che non ho mai saputo fare il personaggio secondario. Il ruolo di comparsa non mi si addice». Peggio per lui.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 26 Sep 2019 12:23:12 +0000

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Piccoli Mozart con delitto Se si trova sulla porta di casa una grande scatola arancione con dentro un sacchettone pure arancione con la succulenta scritta in nero Hermès, forse è ovvio provare un brivido di curiosità o addirittura di piacere: persino il pur gelido maestro Hadowitz la apre immaginando chissà quale regalo di lusso: invece «scattò qualcosa di viscido e nevrastenico», quindi non una preziosa borsa di pelle di serpente, ma un serpente vero, «robusto e lungo quasi due metri».Un giovane black mamba, anzi una giovane femmina di black mamba diranno poi i " serpentologi", forse la specie più velocemente velenosa. In pochi minuti il maestro muore stecchito ed eccoci nel secondo thriller musicale del musicologo giallista Franco Pulcini.Il commissario della squadra omicidi di Milano, il siculo-tunisino Abdul Kalì, musulmano laico allevato da zie cattoliche, risolto il caso del Delitto alla Scala, cioè dell’assassinio di un giovane e celebre direttore d’orchestra donnaiolo, viene incaricato di trovare i colpevoli del Delitto al Conservatorio, che avviene in un appartamentino da scapolo, insonorizzato, di via Goldoni: mediante un’arma assai impropria e di irrintracciabile provenienza, conosciuta dai milioni di appassionati dei due tarantiniani Kll Bill, dove Uma Thurman si chiama Beatrix Kiddo, soprannome Black Mamba.Siamo sempre a Milano, (dove esistono numerosi appassionati di serpenti, tipo boa costrictor imperator) questa volta in uno degli ambienti più misteriosi e impressionanti della città, anzi del mondo, quello dei piccoli pianisti prodigio.Il maestro Hadowitz era austriaco, un uomo in età dai grandi mustacchi bianchi, celebre e crudelissimo professore di piano, anche uno dei più temuti giudici dei concorsi pianistici. Data la frenesia lunatica di queste gare, ma anche di tutto l’ambiente musicale dominato da invidia e gelosia, chiunque può essere l’assassino: un collega, i genitori di qualche piccino bocciato, magari anche un piccino stesso, dai ditini allenati ai virtuosismi al piano e quindi a qualsiasi efferatezza.Forse Ming- li, la cinesina di otto anni e mezzo, già vincitrice di concorsi, allieva del Conservatorio, ospite dalle suore, mamma e papà lontani a seguire le loro carriere di attrice e grande fotografo: a quattro anni era già star di YouTube con la Sonata K 332 di Mozart, e pretendendo da lei la perfezione, Harowitz la faceva piangere bacchettandole le mani con una matita e sgridandola violentemente.Altri possibili colpevoli colleghe invidiose, o gangster georgiani, o spie delle due Coree, o addetti al consolato cinese, o fabbricanti di pianoforti giapponesi, o concorrenti russi, o insomma chiunque implicato nel mondo della grande musica troppo sublime per non essere anche criminale. O più semplicemente persone che trovavano insopportabile il maestro: le vicine, le collaboratrici domestiche, il portinaio, le escort, insomma mezza Milano.Il giallo si dipana in questa foresta di possibili criminali e intanto, giusto per credere nella sublime arte di una bambina si può andare davvero su YouTube e restare a bocca aperta per il frastuono prodotto dalla cinesina prodigio Ank Chen, che a 5 anni con le sue minuscole saltellanti manine, suona, dicono bene, Clementi e Chopin. Franco Pulcini ha insegnato per quarant’anni storia della musica al Conservatorio Verdi e gli è capitato di avere classi di soli cinesi e coreani sud e nord, che se studiano piano o volino, possono già accedervi a dieci anni.Durante la rivoluzione culturale in Cina la musica occidentale era proibita, forse per reazione oggi studiano Bach o Beethoven o Rossini 30 milioni di ragazzi: i più intraprendenti vengono a perfezionarsi in Europa, dove ormai abbondano quelli diventati grandi concertisti: come Yuja Wang, ex bambina prodigio che in giugno ha suonato alla Scala il Concerto in la minore op. 54 di Schumann con la Wiener Philharmoniker diretta da Dudamel: ha 32 anni, è molto carina, spettinata, belle gambe con tacchi molto alti, si avventa con ferocia sul piano, in minigonna lucente o in abiti trasparenti che la fanno apparire quasi nuda: lei dice che la musica è sexy e i melomani la adorano.Lungo l’accavallarsi degli eventi che il commissario percorre per trovare i colpevoli, si penetra in questo mondo che ha i suoi adepti e seguaci non solo artistici ma anche mercantili: del mercato dei pianoforti in questi anni si sono impossessati i giapponesi, adesso insidiati dai cinesi, che, dice Pulcini, stanno sostituendo l’Occidente in tutto, anche negli strumenti musicali e persino negli esecutori.Non tutti i bambini che imparano a suonare diventano prodigi, non tutti i prodigi diventano grandi esecutori da adulti: lo è stato Barenboim, pianista e direttore d’orchestra, non lo diventerà nel romanzo il piccolo russo Mitja, che rifiuta una vita così dura, così disciplinata, così senza giochi e senza gioia che i genitori gli impongono.Si immagina invece che oltre il romanzo, Ming- li diventerà una grande pianista. Nella sala Verdi la cinesina affronta le estenuanti, difficilissime variazioni Goldberg di Bach: «Non si capiva se il suono fosse omogeneo ed equilibrato, come prodotto da una macchina, o talmente umano, ricco di differenze e sfumature, da risultare unico come una impronta digitale.Aveva qualche guizzo infantile, ma vivo, autentico. Lo sforzo lo si percepiva come supremo per un esserino minuto, la cui mente superdotata guidava un fisico ancora immaturo per un simile sforzo». Il pubblico sfinito dall’emozione, piange, oltre le meraviglia della musica, oltre all’esecuzione, oltre alla bambina spossata, in un incanto totale di rara gioia.Kalì e i suoi assistenti ovviamente risolvono il caso; ad Astana, capitale del Kazakistan stanno preparandosi al prossimo annuale famoso concorso pianistico per grandi e piccini, e Franco Pulcini sta terminando la sua trilogia giallo-musicale con l’indagine nel mondo del balletto, titolo, Delitto alla sbarra.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 19 Sep 2019 15:29:26 +0000

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Quel (tanto) che resta di Cortázar Ci sono scrittori che prendono curiose cantonate sulla propria identità professionale: Cervantes era convinto che la sua fama artistica sarebbe venuta dalle poesie; Henry James si immaginava che sarebbe diventato un famoso drammaturgo; Lewis Carroll considerava i libri di Alice delle bagatelle rispetto ai volumi di logica e matematica che scriveva con il suo vero nome, Charles Lutwidge Dodgson; Julio Cortázar, che si considerava argentino nonostante fosse nato in Belgio e avesse trascorso la maggior parte della vita adulta a Parigi, si vedeva come uno scrittore politico, uno degli ultimi esponenti della genìa che Sartre aveva etichettato come écrivains engagés.Era consapevole della misteriosa qualità dei suoi racconti fantastici, e sapeva che scrivendo il romanzo Il gioco del mondo in collaborazione con il lettore aveva creato un’opera di fantasia degna della biblioteca di Pierre Menard. Eppure era convinto che il valore dei suoi scritti derivasse dalle sue idee politiche, focalizzate sulla denuncia dei regimi totalitari di destra. Soprattutto nei suoi ultimi anni, era disorientato che i lettori continuassero a preferire le sue favole e i suoi racconti onirici e dell’assurdo, mentre le sue opere "politiche" rimanevano sugli scaffali a prender polvere.Cominciai a leggere per la prima volta Cortázar da adolescente, all’inizio degli anni ’ 60, in quella che per me era l’Era della Scoperta: scoperta del Socialismo, della Metafisica, dell’Amicizia, del Surrealismo, di Ezra Pound, dei Film Horror, dei Beatles e naturalmente del Sesso. Uno dei miei amici aveva trovato un volumetto chiamato Bestiario. Era quadrato, delle dimensioni di un taschino di camicia, e la copertina mostrava una fotografia in bianco e nero di una donna o di un gatto.Facevamo a turno a leggere i racconti: una casa abitata da una coppia di anziani, fratello e sorella, viene gradualmente occupata da invasori senza nome; due giovani, su un autobus, scoprono una cospirazione degli altri passeggeri, che portano tutti mazzi di fiori; una tigre viva scorrazza per le stanze di una casa di Buenos Aires per il resto assolutamente ordinaria. Il significato di queste favole, quale senso allegorico o satirico volesse dargli l’autore erano tutte cose che non ci importava di sapere.Il loro umorismo si sposava con il nostro stato d’animo: assurdo, irriverente, nostalgico di qualcosa che non era ancora successo. Sotto l’influenza della voce narrativa di Cortázar, che lasciava intendere che la realtà era una finzione, giravamo per i negozi vicino alla scuola chiedendo se vendessero fulsos (una parola che ci eravamo inventati noi), e con nostro immenso divertimento un vecchio merciaio ci disse che al momento non ne aveva, ma che gli sarebbero arrivati presto.Era la prova che Cortázar aveva ragione. Diventammo seguaci di Cortázar. Leggevamo avidamente i racconti di Fine del gioco, Tutti i fuochi il fuoco, Storie di cronopios e di famas. Capivamo cosa voleva dire quando parlava dei pericoli di portare a spasso una creatura innominabile attraverso la città, di andare a vedere un’opera teatrale e ritrovarsi improvvisamente sul palco, di essere trasportati dal tavolo operatorio di un ospedale all’altare sacrificale di un antico sacerdote azteco.Questi incubi avevano un senso per noi: non sapevamo, all’epoca, che descrivevano anche qualcosa di simile allo spirito dei tempi che si profilavano. La sanguinaria dittatura militare degli anni ’70 ci attendeva. Quando finalmente lo incontrai di persona, era già uno scrittore famoso, il giocoso narratore che condivideva l’umorismo crudele di Buzzati e l’occhio onirico dei surrealisti.Ero arrivato a Parigi pochi mesi dopo il maggio del 1968 ed ero andato a vederlo. L’uomo che incontrai era un gigante con la faccia da bambino, un sorrisetto sempre disegnato sul viso. Si offrì di guidarmi per la città. Mi mostrò il passaggio ad arco dove Pierre Curie era stato investito e ucciso da una carrozza, e dove Marie Curie aveva raccolto i pezzettini sparsi del suo prezioso cervello; mi portò a place Dauphine, l’apertura triangolare sulla punta dell’Île de la Cité, che Aragon chiamava «il sesso di Parigi»; mi indicò il busto di Apollinaire fatto da Picasso di fronte al Café Bonaparte, e mi suggerì di fotografarlo di fronte al suo graffito preferito: L’imagination au pouvoir.Scriveva ancora opere di narrativa, ma passava gran parte del suo tempo a cercare di dare una risposta alle lotte politiche in America Latina. La Rivoluzione cubana era vista come una promessa dalla maggior parte degli intellettuali, e Cortázar si era schierato con convinzione dalla parte di Castro. Per lui, che aveva volontariamente preso le distanze da Buenos Aires, il luogo che ancora chiamava casa, una reazione artistica non sembrava abbastanza: ci voleva una risposta politica, una prise de position.Invece di scrivere i racconti fantastici per cui era diventato famoso, tentò una forma di scrittura più realistica, documentaria perfino. Tentò e fallì. Quei racconti accusatori e il suo romanzo Libro de Manuel suonavano come qualcosa di vuoto, a dispetto di queste buone intenzioni (o forse proprio per esse). La cosa paradossale è che Cortázar stesso era più che consapevole dei pericoli di una letteratura scritta per senso del dovere.Nel 1962, parlando a un pubblico di cubani all’Avana, disse che credeva fervidamente nel futuro della letteratura cubana. «Ma questa letteratura», disse, «non dovrà essere scritta per obbligo, seguendo gli slogan del momento.I suoi temi nasceranno solo quando sarà arrivato il loro momento, quando lo scrittore sentirà il bisogno di modellarli in racconti o romanzi, poesie o opere teatrali. E allora veicoleranno un messaggio profondo, che suonerà vero perché non saranno stati scelti per ragioni didattiche o di proselitismo, ma perché una forza irresistibile colpirà lo scrittore, che facendo appello a tutte le risorse della sua arte e del suo mestiere, senza sacrificare niente a nessuno, trasmetterà la loro forza al lettore». Sfortunatamente, Cortázar non seguì il proprio stesso consiglio. Poi, all’improvviso, alla fine degli anni ’70, ancora fedele alle sue vecchie idee politiche ma disilluso, tornò alla scrittura fantastica nel suo ultimo libro, Disincontri.Magicamente, molti di questi racconti si dimostrarono non solo brillanti esempi di un Cortázar al meglio della sua vena fantastica, ma anche fra i racconti politici più pregnanti scritti in spagnolo in quegli anni, anni caratterizzati soprattutto dalla letteratura dello sdegno innescata dalle dittature che erano spuntate come funghi in tutta l’America Latina. In Tara, un gruppo di guerriglieri cerca rifugio dai soldati in un villaggio povero e sperduto e il loro capo trova nei giochi linguistici a cui ama dedicarsi la rivelazione che gli consentirà, prima della sua morte, di comprendere il male che sta combattendo. Incubo, forse l’ultimo racconto scritto da Cortázar, è, sotto molti aspetti, un pendant di Casa occupata, solo che in questo caso la presenza invaditrice è nella mente di una donna in coma, mentre quelli di fuori — la sua famiglia — possono soltanto assistere all’invasione da bordo campo.Il momento della comprensione si sovrappone a quello della distruzione finale, quando la visione della donna incosciente coincide con un assalto dal mondo reale. Chiunque abbia letto il rapporto sui desaparecidos argentini (pubblicato anche in italiano con il titolo Nunca más) comprenderà con esattezza la sovrapposizione di queste due atroci conclusioni. Per cosa sarà ricordato Cortázar? Mi arrischio a suggerire che anche lui, come uno dei suoi personaggi, subirà una metamorfosi.La realtà comune che gli si è attaccata come una seconda pelle — le lotte politiche, i difficili affari di cuore, l’intricato mondo della letteratura con la sua passione per le novità e i pettegolezzi — svanirà pian piano e quello che rimarrà sarà lo straordinario narratore di storie soprannaturali, in delicato equilibrio tra l’indicibile e quello che dev’essere detto, tra gli orrori quotidiani di cui sembriamo capaci gli eventi magici di cui ci fanno dono ogni notte i labirintici recessi della mente.(Traduzione di Fabio Galimberti)© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 19 Sep 2019 15:16:44 +0000

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Quanto sei letteraria Roma Dove è finita la Roma ottocentesca color ocra — materica, calda — custodita nei quadri della Scuola Romana e scomparsa dopo i restauri degli edifici storici negli anni Settanta?Nel memoir di Paolo Portoghesi Roma/ amoR (Marsilio) quello è il colore bruno- rossiccio degli intonaci bruciati, dei sogni dell’infanzia, dell’utopia capace di riunire Marx e Rimbaud.Nella prima parte, autobiografica, sfila un pezzo della storia sociale e culturale della città, intrecciata con le tappe della educazione sentimentalee civile dell’autore: la visita della casa fiabesca dei nonni alla Chiesa Nuova, gli anni Cinquanta all’università, il riconoscimento del "maestro" Mario Ridolfi — "poeta delle ringhiere e dei dettagli" —, la polemica contro l’algida architettura del modernismo in nome di una architettura "radicata", che non disdegna la decorazione e cerca l’ascolto — delle persone e del passato (qui stranamente non cita mai Benjamin, e forse un po’ troppo Heidegger! eppure Benjamin scriveva che «possiamo immaginare la felicità solo nell’aria che abbiamo respirato»), l’esplorazione tremante delle chiese romane, e poi una ricognizione sulle sue molte opere di architettura e urbanistica (i tanti scontri con la soprintendenza!), il ruolo di preside al Politecnico milanese, con i baraccati di via Tibaldi ospitati nelle aule della facoltà (uno dei momenti più alti di quegli anni ruggenti), l’amour fou di Giovanna («non mi era mai capitato di conoscere una donna così bella »)…Ma soffermiamoci sulla immagine di Roma, "sublime artificio", città ingannevolmente armoniosa che nacque in un territorio teatro di sconvolgimenti cosmici e spettacolari. L’autore considera Pasolini — "poeta della contraddizione" proprio come Borromini — la chiave principale di lettura del libro, anche se lui si propone di fare il cammino inverso: dalla delusione all’entusiasmo, e infatti si affida alle esperienze attuali di autogoverno e alle social streets, ai quartieri periferici capaci di rivalorizzarsi (il Trullo e il fenomeno della metropoesia di strada).L’amore di Portoghesi per la innocente bellezza di Roma è però amore per "l’altra Roma", per lo spirito critico, la fede e l’ironia, e — aggiungiamo — per lo stupore dell’anvedi pasoliniano, contro cinismo e indifferenza feroce. Ma proviamo ad andare oltre Pasolini. Come è stata rappresentata Roma in letteratura negli ultimi vent’anni?Limitiamoci solo a qualche nome. Da una parte i Walter Siti e Albinati impegnati a esplorarne con precisione immaginativa il cuore di tenebra, etnografi terminali del degrado. In un recente saggio di antropologia visionaria — Remoria. La città invertita (minimum fax) — Valerio Mattioli immagina una città- fantasma, Remoria, che sarebbe nata se Remo avesse vinto: è il rimosso dimenticato, la minaccia incombente di "catastrofe".Già Carlo Levi aveva parlato di una oscura attrazione dei romani per la catastrofe. Ma il punto oggi è: si può "usare" la catastrofe? Gli scrittori dell’ultima generazione ritengono di sì. Nei romanzi di Tommaso Giagni e Claudia Durastanti — nati a metà degli anni Ottanta — si riannoda lo sfilacciato dialogo fra le generazioni, proprio come Portoghesi auspica l’interazione tra presente e memoria storica. La protagonista di Cleopatra va in prigione (Durastanti) precipitando dentro quella "crepa" che è la città eterna volge l’apocalisse in un «destino dolce ed elettrico».Questo atteggiamento "costruttivo", benché disincantato, che di nuovo evoca Benjamin (che in una lettera invita a strappare alla sventura le opportunità che sempre ci offre) emerge solo nei giovani scrittori, che non si accontentano più di contemplare lo sfascio ma lo adoperano come laboratorio di inesplorate metamorfosi (per tacere del cinema; in Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti, la desolata periferia ospita una sfrenata fantasia manga).Tutto quello che viene a Roma in un certo senso muore (dal cristianesimo in poi). Tutto vi finisce, però non smette mai di finire. Un interminabile crepuscolo artico — che irride qualsiasi illusione di crescita illimitata —, una eternità memore dei cataclismi originari, fatta di innumerevoli tempi storici e raccolta nell’effimero.La presunta "arretratezza" di Roma, la sua inguaribile orizzontalità (ha rinunciato ai grattacieli!), può diventare per Portoghesi — se ben amministrata — critica di questa modernità, e dunque proposta di una civiltà diversa. L’utopia ocra e accogliente si riannoda al risveglio civico delle "città figlie" che compongono l’anello della città saturnina, che ci permettono di amarla e che cercano nuove narrazioni.© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 19 Sep 2019 02:24:05 +0000

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Passato e futuro del femminismo Quel che non è La verità delle donne della scrittrice newyorkese Meg Wolitzer (Garzanti): l’Eva contro Eva dei femminismi. Quel che è: una coraggiosa narrazione sul potere. Quello che si propone: essere l’equivalente dei " fermaporte" a firma maschile, dei romanzi di Franzen e di Eugenides che, ricordava la stessa Meg Wolitzer (2012, The New York Times Book Review), ricevono un trattamento molto diverso dalla letteratura delle donne, considerata incapace di dar vita al Grande Romanzo Americano.La verità delle donne nasce con questa ambizione: Greer Kadetsky è una bambina studiosa e poco accudita (il padre fuma marijuana tutto il giorno, la madre sbarca il lunario facendo il clown nelle biblioteche): da sempre innamorata del suo vicino, Cory Pinto, figlio di migranti e altrettanto ambizioso, Greer cresce come una ragazza qualunque, timida se deve prendere la parola, unica concessione all’eccentricità una ciocca di capelli blu.Ammessa a Yale, finisce in un college meno prestigioso per un errore di compilazione della domanda: ma qui conosce una femminista sessantenne e leggendaria, Faith Frank, che ha una bellissima favella e seducenti stivali scamosciati. Faith ha fondato una rivista di culto, Bloomer, sa parlare, sa aggregare. Eppure, è criticatissima dalle giovani femministe del blog Fem Fatale, che Wolitzer sembra modellare sulle attiviste del femminismo del 99%, che mettono sotto accusa le antiche madri privilegiate, bianche e individualiste.Quando, nel 2006, Faith partecipa a un incontro nel college, Greer e la sua amica queer, Zee, sono ancora turbate da un episodio di molestia sessuale di cui è stata vittima (e non la sola) la stessa Greer: i provvedimenti presi sono stati troppo lievi, il senso di ingiustizia opprimente, e Faith innesca la molla che avvicinerà Greer alla sua fondazione noprofit, Loci, realizzata con i fondi di un finanziatore molto discusso: il progetto è quello di organizzare conferenze per «aiutare le donne del mondo» e dove, è l’accusa, si paga molto per ascoltare discorsi sulla povertà (è qualcosa che conosciamo anche in Italia, dove non mancano organizzazioni "per le donne" fatte di visibilità e prosecco, targhe ricordo e sorrisi compiaciuti).Eppure Faith sembra possedere una sua buona fede: « Io faccio quello che posso. Lo faccio per le donne. Non tutti sono d’accordo su come lo faccio. Le donne in posizioni di potere non sono mai immuni da critiche » . Ma il potere che si ottiene dalla visibilità agisce in molti modi: è la pressione psicologica che porta la vegetariana Greer a mangiare una bistecca al sangue durante una cena con Faith pur di non darle un dispiacere, e che induce la stessa Greer a non consegnare a Faith il curriculum di Zee, perché teme di lavorare insieme a una donna più brava di lei. Il potere inebria, pur non volendo, pur se si è convinte di parlare a nome delle altre.Anche se La verità delle donne è stato già etichettato come romanzo del #meToo, i riferimenti al movimento sono sfumati. Wolitzer fa un accenno alla marcia delle donne di Washington e ai tempi barbari venuti con Trump, ma è maggiormente interessata a riflettere sui femminismi giovani che desiderano ribaltare l’intero sistema e che pure si trovano ad affrontare gli stessi rischi della generazione precedente. Accade a Greer, che si licenzia dalla fondazione di Faith dopo aver scoperto che un progetto già finanziato non è mai partito (Faith decide invece di rimanere e non denunciare: «Dove vado a trovare i soldi per continuare a parlare dei problemi delle donne? »).A sua volta Greer scriverà un best seller e sposerà Cory. Intanto, l’antico molestatore del college continua, indisturbato, a insidiare sui social. Il problema, come diceva Steinbeck in Furore, è che « la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo».Il mostro è il potere, comunque si presenti: e Wolitzer ha il grandissimo merito di aver raccontato che neanche le donne riescono a controllarlo.© Riproduzione/Riservata Data articolo: Thu, 19 Sep 2019 01:32:47 +0000

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Vi racconto com’è l’Ancella top secret Non so che tipo di misure proteggano i codici di lancio dei missili nucleari, ma stento a credere che possano essere più severe di quelle applicate a tutela dell’anteprima del nuovo romanzo di Margaret Atwood.Per accedere alla lettura de I testamenti — attesissimo seguito del miliare e celeberrimo Racconto dell’Ancella — giornalisti e recensori hanno infatti dovuto soddisfare la feroce diffidenza dei suoi agenti letterari inglesi, accettando di visionare il testo tra le sole mura della casa editrice, senza poterne portare via copia cartacea o digitale, né fare fotografie alle pagine, oltre a siglare accordi di riservatezza su una quantità surreale di dati di trama. In un primo momento ho pensato che le cautele fossero esagerate e che l’effetto Harry Potter — del quale ogni uscita era trattata come un segreto di Fatima — avesse dato alla testa al mondo editoriale.Leggendo il libro ho però capito la genialità di questa procedura: l’atto di firmare documenti pretestuosi dai contenuti illogici e liberticidi imposti da una entità misteriosa non identificata è pura metaletteratura, perché ricrea lo stesso clima di controllo, timore e fanatismo dell’ambientazione distopica del romanzo, la nascente teocrazia di Gilead (potrò dirlo che è ambientato laggiù, oppure forse ho firmato di no? Correrò il rischio, sotto il suo Occhio).Atwood, ottant’anni esatti vissuti tra parola e lotta, ne ha attesi trentaquattro prima di scrivere questo libro e forse in molti avranno temuto, dopo il successo della serie televisiva del Racconto dell’Ancella, che a farle mettere mano a una prosecuzione fosse la tentazione di capitalizzarne il successo planetario, col rischio di farne venire fuori una cosa redditizia quanto deludente. Timore inutile. I testamenti è un romanzo riuscito per impianto e intenzione, il lavoro maturo di un’autrice così compiuta da non avere sudditanza verso alcunché, meno che mai il proprio successo.Dire se è un sequel o un prequel non ha molta importanza, perché nelle pagine di questo romanzo il tempo si muove come un cursore, a tratti nel passato della vicenda e in altri in avanti, verso una prospettiva che può essere tanto nel presente che nel futuro.È forse il miglior artificio di Atwood: la sua Gilead, il mondo dove le donne non sono persone ma funzioni — Mogli sociali, Ancelle fertili e Marte utili — somiglia troppo alla somma dei diritti negati alle donne nel mondo, occidente compreso, per poterla chiamare davvero distopia. Non è qualcosa che dobbiamo temere che accada, dato che è accaduto e ancora sta accadendo. Atwood lo ha sempre dichiarato e non è casuale che il romanzo precedente abbia fornito simboli alla lotta per l’equità di genere in molti paesi occidentali.In Italia si sono vestite con la porpora e la cuffia candida delle Ancelle le donne che sono andate a Verona a protestare contro il disegno di legge Pillon e lo stesso hanno fatto le donne in Polonia contro il divieto di aborto, negli Stati Uniti contro le misoginie di Trump, a Gerusalemme, in Irlanda, nel Brasile di Bolsonaro e in Argentina. Quando un atto di fiction riesce a fornire strumenti di organizzazione al dissenso di categorie socialmente minacciate, spiegare agli scettici a cosa serva un intellettuale diventa un esercizio non più utile.Atwood però ha qualcosa di specifico nel ruolo di ispiratrice di resistenze: non le serve il dramma per suscitare la coscienza politica. È ottimista e ironica, ma il suo senso dell’umorismo, costantemente presente nel romanzo, non funziona mai da motore antistorico. I nostri sono tempi in cui di tutto — persino dei migranti morti in mare — si può fare un meme da sbeffeggio, ma il risultato è una fabbrica del cinismo che finisce per far sembrare ridicolo tutto, anche il gesto sovversivo e forse salvifico che ci spetterebbe di compiere.Atwood riesce nell’equilibrismo di tenere insieme rabbia e sorriso, rivolta e senso della misura, con una leggerezza che non toglie nulla alla serietà dello scenario. La vicenda delle donne di Gilead resta così una magnifica finzione, ma anche una storia-scudo, una narrazione protettiva, un anticorpo immaginifico che fornisce strumenti per capire il presente e opporsi alle sue derive liberticide.Questo romanzo è esattamente quello che dichiara il titolo: un testamento diviso in tre, un archivio di memorie di lotta nel quale altrettante donne di età e ruoli diversi restituiscono a chi legge le vicende intrecciate della loro oppressione e liberazione. E se per lasciare un testamento occorre partire da un’idea di morte, allora quella a cui stare attenti tra le sue vicende e le nostre è la morte del diritto a essere nominati, ridotti a numero, funzione o categoria.Credo sia per questo che alla fine del libro ho preso una penna e ho scritto il mio nome sull’ultima pagina. Gli eredi di un testamento un nome lo hanno sempre.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 06 Sep 2019 13:31:14 +0000

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L’ultimo atto di Lisbeth La ragazza che doveva morire (Marsilio) di David Lagercrantz è il sesto capitolo della Millennium Saga, nata con il romanzo di Stieg Larsson Uomini che odiano le donne che fu uno degli ultimi veri successi globali della letteratura di genere. Il terzo e ultimo a cura di David Lagercrantz.Da quel lontano 2005 il mondo è cambiato. E non in meglio. La crisi economica globale, il risveglio dei populismi e tutte le contraddizioni (la fame di produzione e i movimenti ecologisti, l’incremento della violenza sulle donne e il cosiddetto MeToo…) che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. La ragazza che doveva morire è lo specchio di questo groviglio. Fabbriche russe di fake news, strane ricerche genetiche, uomini (e donne) molto ricchi che diventano ancora più ricchi a discapito di poveri che muoiono privati sia del nome che della pietà che spetta ai morti. Il nuovo Lagercrantz, scrittore raffinato e intelligente che, talento a parte, ha poco a che spartire con il modo di scrivere di Larsson, ruota attorno a queste contraddizioni usando come cardine il desiderio di vendetta di Lisbeth Salander nei confronti della fascinosa sorella Camilla. Se vogliamo essere puntigliosi La ragazza che doveva morire appartiene più alla spy story che al thriller tout- court.Un ottimo romanzo fatto di colpi di scena, cliffhanger e minuziose ricerche ( la parte " himalayana" della trama dimostra come Lagercrantz sia uno scrittore puntiglioso e puntuale nell’approfondire i retroscena dei propri lavori — dote ormai molto rara) che si trasforma anche in una sorta di ricerca delle radici da parte dell’hacker punk più amata al mondo.Lisbeth ormai non è più ( solo) l’outsider che avevamo conosciuto all’inizio della saga, è una donna adulta, forte e volitiva. Il confronto con Mikael Blomkvist è impietoso. Mikael è rimasto lo stesso, pieno di dubbi, ripensamenti e rimorsi. In questo Lagercrantz è fedele alla linea di Larsson che vedeva in Mikael i buoni propositi di una generazione (la sua) che, mescolando narcisismo a idealismo, fra furberie e maldestri inciampi, ormai si sente ed è fuori tempo massimo.Mikael Blomqvist appartiene a un mondo, quello del giornalismo investigativo, che si trova con le armi spuntate nei confronti della ( per dirla alla Zygmunt Bauman) modernità liquida. Un giornalista esperto come lui non ha problemi a riconoscere una fake news da un vero scoop, il vero punto è: come comunicarlo? Che fare quando milioni di persone credono a ciò che viene riversato, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, in rete?Le contraddizioni del progressismo moderno sono esplicitate da Lagercrantz (in un dettaglio importante ai fini della trama) nel rapporto che Mikael ha con il proprio cellulare. Il suo numero è a disposizione di chiunque, ma Mikael non ce la fa ad ascoltare tutti. Insulti, minacce, teorie della cospirazione… troll, diremmo, gli stanno rovinando non solo la vita, ma minano la sua idea di libertà di espressione: Ci deve essere un freno? E quale? È qui che la differenza fra Lagercrantz e Larsson si fa marcata.Larsson aveva l’ambizione di cambiare la realtà. Per questo motivo i suoi tre romanzi appartengono di diritto all’area del noir, quella branca della letteratura di genere che si nutre di realtà e che della realtà fa il proprio bersaglio. Larsson, come Manchette, Izzo, Hammett o il nostrano Carlotto, aveva bene in mente la piaga in cui infilare il dito.E lo faceva con grande maestria e personalità. I primi tre romanzi della Millennium Saga non hanno come perno centrale la vicenda, ma i personaggi. Mikael, Lisbeth, e non solo. Per questo Larsson non usava mai strutture in tre atti, più agili e efficaci. Uomini che odiano le donne è un perfetto cinque atti in cui tutto ciò che ruota attorno all’intimità dei personaggi ha uno suo scopo e una sua finalità.Lagercrantz è, probabilmente, uno scrittore meno grezzo e più consapevole di Larsson. Alcuni dei passaggi dei tre suoi volumi della Millennium saga mostrano una mano raffinata che rasenta l’eleganza. Lagercrantz sa benissimo che il tempo è passato e che il pubblico di oggi preferisce la velocità alla profondità. Quindi è la trama o scopo del romanzo. Tre atti, esplosioni, una pistola nella giacca e una realtà che non va aggredita, ma illustrata. Una realtà che passa dal profondo noir a una James Bond con piercing e tatuaggi.Questo passaggio è l’eredità che Lagercrantz lascia a chi, se mai succederà, avrà il coraggio di portare avanti quella che è ( stata?) una delle più belle e innovative saghe crime degli ultimi due decenni. Un coraggio non da poco, c’è da dire.© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 06 Sep 2019 10:47:04 +0000

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Ricostruiamo il Medio Oriente Salvo quella tunisina, le altre "primavere arabe" del 2011, dopo una breve fase di libertà e democrazia, sono tutte culminate sia in regimi autoritari sia in guerre civili sia nelle crudeli mani nell’estremismo islamico.È vero, lo scorso marzo, con la caduta di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis sulle sponde siriane dell’Eufrate, s’è conclusa la breve storia del "califfato" proclamato nel 2014 da Abu Bakr al Baghdadi a Mosul.Ma nella regione ancora si guerreggia, le città riconquistate dall’Isis sono cumuli di macerie e altrove le tensioni sociali e militari sono lungi dall’esser sopite. Per non parlare delle conseguenze in Occidente, dove la massiccia ondata migratoria ha provocato una reazione populista che ha consentito in alcune capitali europee l’affermazione dei partiti dell’estrema destra.È possibile risanare questa parentesi storica, peraltro aggravata dall’unilateralismo di Donald Trump, dall’opportunismo di Vladimir Putin e dal nuovo imperialismo di Xi Jinping? A questa domanda, in Uscire dal caos (Raffaello Cortina), prova a rispondere Gilles Kepel, profondo conoscitore del mondo arabo, docente all’università Paris Sciences et Lettres, direttore della cattedra Moyen-Orient Méditerranée all’École Normale Supérieure di Parigi nonché collaboratore di Repubblica.«Da una situazione all’apparenza così caotica emergono tuttavia alcuni fattori strutturanti per il mondo di domani», sostiene lo studioso francese, il quale nel suo ultimo saggio ripercorre gli enormi sconvolgimenti che hanno segnato quella parte di mondo, dalla guerra del Kippur nel 1973 tra arabi e israeliani fino alle recenti tensioni tra Washington e Teheran nello Stretto di Hormuz.Ora, sia pure sconfitti, i tagliagole dell’Isis si pongono «in una logica post-millenarista» convinti che Allah non li abbia abbandonati. Già, perché «la caduta del "califfato" rappresentava una messa alla prova divina, ma sarebbero stati immancabilmente salvati grazie alla virtuosità di cui davano prova con il rispetto rigoroso della Legge islamica: dalla segregazione delle donne fino alla decapitazione di apostati e infedeli, alla lapidazione degli omosessuali o al commercio delle schiave sessuali yazide».E poi, può bastare una grave crisi economica per far risorgere quell’ubiqua rete jihadista che negli ultimi anni è nata grazie a internet radicalizzando migliaia di giovani. Questo contesto globale, favorevole alla riemersione del terrorismo, deve tuttavia essere relativizzato da diversi fattori tanto globali e regionali quanto locali.Anche perché la modalità operativa dell’Isis ha fallito politicamente e militarmente: «I jihadisti devono ricostruirsi una credibilità, senza escludere la possibilità che emerga una nuova fase "post- Isis", nello stesso modo in cui questa rete aveva soppiantato l’organizzazione di al Qaeda.Tale processo, che non appare ancora sui social network dove il trionfalismo degli anni di sangue 2015- 2017 ha ceduto il posto a molta introspezione, richiederà certamente del tempo». Nel frattempo s’è aperta una strada per uscire dal tunnel del sangue e dell’orrore, ed è quella della ricostruzione, suggerisce l’islamologo. Solo attorno a Mosul, di cui è stato distrutto il 90% del centro storico, settecentomila sopravvissuti ai raid della coalizione a guida statunitense e alla ferocia degli islamisti bivaccano in una gigantesca tendopoli.Riedificare le case della città millenaria, alleviando le sofferenze degli abitanti e restituendo loro dignità, avrebbe una straordinaria forza simbolica. Sarebbe un messaggio di solidarietà e speranza da parte della comunità internazionale non soltanto agli iracheni ma a tutti i ragazzi delle periferie del Maghreb e dei quartieri difficili di Parigi e Marsiglia.I cantieri di Mosul, come quelli di Raqqa, Homs e Aleppo, farebbero capire che la genesi di un’era post-Isis è possibile. La ricostruzione in Siria e in Iraq siriano sarà un banco di prova perché, come spiega Kepel, «questa rinascita rappresenta la chiave di volta per un reinserimento virtuoso dell’intera regione mediorientale nell’ordine mondial, e contribuirà a conservarlo in buona salute».© Riproduzione Riservata Data articolo: Fri, 06 Sep 2019 09:00:26 +0000

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Tra i demoni dell’Islanda Ci sono cose per noi difficili da capire e una di queste è l’Islanda. Attraversarne i paesaggi è un po’ come compiere un viaggio sulla luna. Trenta vulcani attivi, folli eruzioni sottomarine, geyser bollenti, nomi e cognomi con accenti irrintracciabili sulle nostre tastiere e le canzoni meta-siderali di Björk. Il sovrano letterario di questa terra è Halldór Laxness, narratore di peculiare acidità espressionista ammirato da scrittori quali Jonathan Franzen e Alice Munro. Nato nel 1902 e morto nel ’98, Laxness ricevette il Nobel nel ’55 e in patria è celebrato come un monumento.Il suo capolavoro è La campana d’Islanda, romanzone dall’intreccio fangoso e abbacinante. A Reykjavík uscì negli anni Quaranta suddiviso in due puntate, e solo adesso appare in italiano edito da Iperborea e tradotto da Alessandro Storti, che firma anche un’accurata postfazione.Diciamo subito, per spaventare o sedurre il lettore (dipende dai gusti), che il paesaggio de La campana d’Islanda è un letamaio di pantani, un inferno di carestie e un cosmo estremo popolato da facce corrose dal vaiolo e da bande di zotici assetati di sangue.Tutto è impregnato dalla malattia e dalla miseria nel suo mondo. Ricordate il Trionfo della Morte di Pieter Bruegel coi suoi lebbrosi senza volto, i suoi cadaveri pendenti e la sua geniale abilità nel rendere magnifico l’orrore? Qui siamo immersi in un’analoga furia immaginifica. Sappiamo quanto l’obbrobrio, dipinto con maestria, possa esprimere visioni di terribile bellezza.La vicenda è ambientata tra Seicento e Settecento, epoca buia e durissima: l’isola è assoggettata alla Danimarca, i padroni monopolizzano il commercio, le poche risorse sono sfruttate dai colonialisti e si moltiplicano i soprusi. L’unico patrimonio degli islandesi è una campana. Emblema leggendario del Paese, suona per le udienze e le esecuzioni presso il tribunale di Pingvellir.Un giorno il boia del re danese riceve l’ordine d’impossessarsene, nel segno di un’umiliante e definitiva spoliazione dell’Islanda. Quando il boia viene trovato morto, il sospettato del delitto è Jón Hreggviðsson: una canaglia, un briccone, un truce Brancaleone e un tipo pieno di risorse, che tra macchinazioni e sotterfugi mostra un prodigioso istinto di sopravvivenza e un ardente spirito picaresco. Non cede neanche se lo frustano e lo incarcerano. Abbraccia il suo rovinoso destino cantando versi a squarciagola (è un sedicente poeta).Tra le rare fortune in cui s’imbatte Jón c’è la protezione di Snæfríður, scaltra e stupenda amazzone protofemminista. Costei è innamorata del saggio Arnas Arnæus (suo marito però non sarà lui, bensì un uomo indegno di lei). Arnas s’è imposto la missione di restituire al Paese la fierezza della sua memoria storica, e a tale scopo percorre l’Islanda recuperando frammenti di pergamene medioevali e manoscritti nascosti nei pertugi delle catapecchie disseminate sul territorio. Granitico intellettuale, avanza sospinto da un’ossessione bibliofila. Il suo obiettivo sono i testi aurei provenienti dall’era delle imponenti Saghe Islandesi (come quella di Gunnar di Hlíðarendi, in arrivo dal decimo secolo).I tre campioni di questa parabola rappresentano, ciascuno a suo modo, lo scatto della resurrezione di un’Islanda mortificata dai dominatori ma non disposta ad arrendersi. Jón, condannato dopo un processo sommario, è il simbolo di una plebe che non si piega. La magica e orgogliosa Snæfríður manifesta a più riprese la coscienza di una realtà che lei considera inaccettabile, perché edificata solo a misura dei maschi. Arnas è un erudito e un utopista che sogna di far volare la madrepatria sulle ali di una suprema cultura mitica.Nella sezione finale viene descritto, con prosa cesellata e turbolenta, l’incendio di Copenaghen che divora la sua biblioteca. Si è nel pieno del periodo, altamente conflittuale, in cui il re danese cerca soldi e i mercanti tedeschi gli propongono di acquisire l’intera Islanda.Tale parte del libro fu data alle stampe nel 1946, quando la nazione si stava vendendo agli occupanti statunitensi. Il parallelo è evidente: Laxness agganciò alla contemporaneità il suo tributo gigantesco e misterioso alle radici della sua gente.© Ripproduzione Riservata Data articolo: Thu, 08 Aug 2019 16:33:17 +0000

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Confessioni di una “pornofemminista” E poi vennero le femministe senza zoccoli, senza peli sotto le ascelle, con i tacchi a stiletto e i vestiti in latex. Da un po’ di anni la loro voce parla dai blog e dai palchi delle popstar, preferendo lanciare manifesti edonisti piuttosto che ingaggiare battaglie contro il maschio usurpatore. L’ultimo fenomeno di godereccia liberazione sessuale è affidato alle audaci provocazioni di Karley Sciortino, una delle sex-blogger più influenti della scena statunitense, nata nel 1985 in un paesetto a nord di New York, in una famiglia italo- americana molto religiosa.Ottima premessa per scrivere un memoir intitolato in inglese Slutever – neologismo formato da "slut" più "ever", traducibile con "sgualdrina per sempre" e anche di più, ma rimasto in italiano Generazione Slut (Odoya). Termine che l’autrice rivendica in questa intervista via mail come una medaglia: «Abbiamo liberato queer dalla sua accezione negativa, perché dovrebbe essere diverso per slut? Perché sbarazzarci di quest’espressione così meravigliosamente depravata? Al contrario dobbiamo riappropriarcene liberandola dalle sue connotazioni negative. Solo così la priveremo del suo potere di ferirci».Questo in breve il cuore del pamphlet, che sulla scia della Zoccola etica di Dossie Easton e Janet Hardy, bibbia del poliamore uscita negli Stati Uniti più di venti anni fa, si presenta come l’ultima confessione che sfida ogni pudore. Sono passati tanti anni da quando la cantante Kathleen Hanna del gruppo punk Bikini Kill si scarabocchiava col rossetto la parola slut sullo stomaco, tanti da Sex and the City.Sciortino è una tipa diretta, si è nutrita di pornografia da quando era ancora adolescente e non ama le sfumature (con l’eccezione delle Fifty Shades). Detesta le femministe radicali: «Sono così distruttive. Odiano il sesso e sostengono che è sempre stupro. Negano l’autonomia della donna. Non è orribile?». Non le va a genio neanche il #MeToo perché «invece di concentrarsi sulle prevaricazioni nei luoghi di lavoro ha sconfinato nei bad dates, gli incontri finiti male». Si definisce una "pro-sex feminist": «Il sesso è una fonte di piacere, un’avventura, una provocazione, un forma di amore, e un modo per conoscere il proprio corp ».Per questo ha provato di tutto, dal bondage al sadomasochismo ai sex party alla Eyes Wide Shut. In passato per lavorare come sex worker ha lasciato un lavoro da cameriera in un ristorante cinese. E siccome è molto spiritosa butta là la battuta di Woody Allen in Harry a pezzi: «Tutte le puttane con cui ho parlato dicono che è sempre meglio che fare la cameriera». Ora col sesso a pagamento ha chiuso. All’apice della carriera tiene una rubrica online su Vogue (Breathless) e dopo aver avuto l’onore di una serie tratta dal libro ora ne sta lanciando un’altra intitolata Now Apocalypse, sceneggiata con Gregg Araki, «un mix tra Twin Peaks e Sex and the City».Il saggio autobiografico Generazione Slut nasce sull’onda del blog Slutever, dove Karley racconta senza metafore le proprie avventure. Il suo maggiore incubo? «Una vita banale, cioè come tutte le altre: sposarsi, andare a vivere in una casetta in periferia e avere figli». Così per schivare il rischio si dà da fare fin dal liceo esplorando il sesso con uomini e donne: «Era l’era di Sex and the City, ma alcune piccole città americane chiedevano che a scuola non si insegnasse a mettere i preservativi. In quegli anni Britney Spears si contorceva sul pavimento con un serpente cantando "Sono la tua schiava", ma contemporaneamente diceva che avrebbe aspettato fino al matrimonio prima di fare sesso». Da una parte si faceva strada una sessualità "molto performativa", dall’altra non se ne doveva parlare.Sciortino reagisce provocando. A sedici anni viene beccata dai genitori a passare la notte con un coltivatore di mele e spedita da un terapista cattolico. L’educazione religiosa è a suo dire la molla di tutto. Senza il bisogno di evocare Freud o Lacan e senza domandarsi come liberare la libido, Sciortino passa direttamente alla fase B, l’infrazione delle regole: «Sentirsi dire "no" può essere molto sexy.Quando cresci in una famiglia come la mia, tutto è un "no": non rientrare tardi, non portare ragazzi a casa, non guardare film vietati, non fare sesso prima del matrimonio. Tutte cose rese più seducenti dall’essere off limits». Per spiegare meglio cita Camille Paglia: «La sovversione richiede limiti da violare». Rimane il sospetto che un inflazionato luna- park dei piaceri tolga qualche brivido al desiderio. La domanda epocale rimane quella di Jean Baudrillard: che fare dopo l’orgia?© Riproduzione Riservata Data articolo: Thu, 08 Aug 2019 15:37:25 +0000

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