Coronavirus, la mappa del contagio nel mondo

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News welfare e previdenza da rassegna.it (CGIL)

#scioperi #lavoro #vertenze #CGIL

Welfare e previdenza
Nelle Rsa della Liguria, tra ritardi ed errori di gestione 

Anche la Liguria, regione con i capelli bianchi per eccellenza, il Covid 19 ha colpito duramente. E lo ha fatto in un momento molto particolare nelle politiche regionali della sanità. Il tentativo della giunta guidata da Giovanni Toti - per ora fortunatamente congelato - era quello di avviare una transizione dalla gestione pubblica della sanità ad un modello più simile a quello lombardo con una spiccata preminenza del privato. L’epidemia è arrivata però come una bomba. Nella fase di emergenza legata alla diffusione del virus il tasso di mortalità ha superato il 14,22 percento dei positivi. La Liguria si è guadagnata così il secondo posto nelle classifiche nazionali subito dopo la Lombardia. Ma il primato ligure non riguarda solo il numero dei contagi e la percentuale di anziani sul totale della popolazione. Un altro brutto primato riguarda la collocazione fisica delle morti da coronavirus. Un terzo dei decessi (in tutto sono stati quasi mille) sono infatti avvenuti nelle strutture residenziali extra ospedaliere, Residenze assistite, Case di riposo e simili. Più di trecento morti.

“Da noi in Liguria - ci racconta Fulvia Veirana, della segreteria regionale della Cgil - non abbiamo avuto notizia di veri e propri reati commessi dai responsabili delle strutture sanitarie, ma a quanto pare di errori di gestione ne sono stati commessi tanti e i limiti dell’applicazione delle norme di sicurezza sono stati evidenti, a partire dalla dotazione delle mascherine e degli altri strumenti protettivi per gli operatori”. Fino alla metà di aprile, ci spiega la dirigente sindacale, gli ospiti delle strutture Rp ed Rsa con sintomi non venivano presi in carico dagli ospedali, ma lasciati nelle strutture. Spesso, talvolta anche per limiti logistici, erano ricoverati in spazi promiscui con altri degenti. Il numero dei tamponi effettuati è esiguo se proporzionato all’evidenza della diffusione dell’infezione. La Regione non è in grado di erogare più di mille test molecolari al giorno.

Anche per quanto riguarda i lavoratori e gli operatori la situazione è critica. “Fino a Pasqua - dice ancora Veirana - nessun lavoratore era stato sottoposto ad indagini virologiche, rischiando, soprattutto se asintomatico, di diventare inconsapevole strumento di diffusione del virus. Il numero dei tamponi effettuati è esiguo se proporzionato all’evidenza della diffusione dell’infezione in Liguria. E anche in questo caso la Regione non è stata in grado di erogare più di mille test molecolari al giorno. Solo la settimana scorsa (dopo il 13 aprile) è partito uno screening a tappeto dei lavoratori della sanità pubblica e privata e nel socio assistenziale attraverso i test sierologici per meglio indirizzare l’esecuzione dei tamponi ed iniziare ad approntare forme di isolamento dei sospetti infettati”.

“I dati sulle case di riposo e le Rsa - conferma Carla Mastrantonio, segretaria regionale dello Spi - sono molto preoccupanti perché sono sicuramente legati ai tanti ritardi nella gestione della sanità: i primi provvedimenti sulle Rsa sono stati presi solo a metà marzo, mentre solo alla fine di marzo è stato designato un responsabile regionale per gli anziani”. I dati molto alti sulle morti nelle strutture sanitarie è stato confermato direttamente dai responsabili della Regione Liguria che lunedì 20 aprile hanno avuto una videoconferenza con i sindacati. “Anche la Regione ci conferma tutti i nostri ripetuti allarmi - commenta Carla Mastrantonio - abbiamo la conferma che nel 40 percento delle residenze per anziani esiste una situazione di criticità. Ci sono poi dieci casi di vera e propria emergenza dove il contagio è generalizzato e dove si rende necessario un trasferimento degli anziani che si sono ammalati”. In alcune città l’allarme è più alto che altrove e i casi che sembrano più drammatici sono quelli di Savona, Imperia e dell’ospedale San Camillo di Genova. In Liguria, ci confermano i rappresentanti sindacali, non ci sono stati casi di vero e propria violazione delle leggi come è successo in Lombardia. Lo Spi è pronto però, come è stato annunciato a livello nazionale dal segretario generale Ivan Pedretti, a costituirsi parte civile in caso di inchieste e processi. Tutto questo poi sta succedendo in una Regione la cui sanità pubblica era stata già molto svilita e impoverita di strutture e personale. In vista, appunto, dell’avvento del nuovo modello privato. Ma per ora il sogno di Toti di emulare Fontana è stato interrotto.

​Per approfondimenti, scarica l’elaborazione della Cgil Liguria sui dati Istat

Data articolo: Wed, 22 Apr 2020 12:44:00 +0200
Welfare e previdenza
Alleanza contro la povertà: «Cambiare il reddito di cittadinanza»

Muretti di contenimento per sostenere il reddito delle famiglie, per evitare che scivolino nella povertà. Misure che non possono durare soltanto due mesi, ma che devono proseguire per almeno un anno. Perché anche quando usciremo da questa emergenza, anche quando potremo tornare a una relativa normalità, le persone più fragili, i cittadini più ai margini, i lavoratori diventati disoccupati rischiano di non avere protezioni, aiuti, strumenti. Per questo, in previsione degli scenari che già adesso si stanno delineando, l’Alleanza contro la povertà, che raggruppa 36 realtà tra associazioni, Comuni, Regioni enti del terzo settore e sindacati, ha presentato una serie di proposte per fare fronte non domani ma già oggi all’emergenza nell’emergenza. 

“È urgente modificare i criteri di accesso al Reddito di cittadinanza, in modo che si possa includere, per questo periodo, una platea più ampia di persone - spiega il portavoce dell’Alleanza, Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli -. Le misure di contenimento dell’espansione del virus determineranno una fase di recessione con una perdita di reddito più o meno marcata per ampi strati della popolazione. Gli strumenti a disposizione, oggi per come sono impostati, rischiano di non riuscire a far fronte in maniera sufficiente ai nuovi bisogni”. 

Se si parte dai numeri si capisce perché. Oggi in Italia ci sono 5 milioni di poveri, l’8 percento della popolazione. In due mesi di “quarantena” questo numero potrebbe aumentare di almeno 260mila unità. Il dato lo ha ricavato una ricerca del Sole 24 Ore, che ha ipotizzato un calo di reddito per i lavoratori indipendenti dell’80 percento e una riduzione del 20 percento per quelli da lavoro dipendente. Non solo. Il numero di famiglie povere potrebbe aumentare notevolmente se la quarantena dovesse durare più di due mesi, perché molte che attualmente si trovano al limite della soglia di povertà non hanno risparmi sufficienti. Altro dato importante: la percentuale di nuovi poveri sarà concentrata maggiormente al Centro e al Sud del Paese.

“Con l’emergenza Codiv-19 il tema della povertà sta diventando esplosivo - dichiara Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil -. Con le misure esistenti avevamo ancora il problema di raggiungere tutti i poveri, tra cui gli stranieri che non arrivavamo a percepire il reddito di cittadinanza, oltre alle famiglie numerose, discriminate dai meccanismi in essere. Adesso dobbiamo pensare che la platea si deve allargare. Dobbiamo ragionare in termini più ampi di gestione del Reddito, ma soprattutto abbiamo bisogno di raggiungere gli esclusi veri”. 

L’Alleanza indica tre scenari, fra i quali è possibile oggi scegliere le azioni da compiere, partendo da quanto è accaduto nel primo anno di reddito e pensione di cittadinanza. Con oltre un milione di famiglie raggiunte, più di 2,5 milioni di individui, e un importo medio di poco inferiore ai 500 euro a famiglia (dati Inps), lo strumento ha rappresentato un importante sostegno per chi era in difficoltà economica: ha permesso in alcuni casi di uscire dalla condizione di povertà, in altri di ridurne l’intensità. Gli effetti dell’inclusione socio-lavorativa dei beneficiari sono stati molto più incerti, fa notare l’Alleanza, anche perché prevedono tempi lunghi di attuazione. Per il sostegno al reddito le strade che si aprono di fronte all’emergenza sono di due tipi: prevedere misure aggiuntive (sono di questo tipo per esempio le 600 euro devoluto alle partite Iva, o i buoni spesa comunali) mettendo eventualmente in campo ulteriori strumenti selettivi; modificare le misure esistenti, prima tra tutte il reddito di cittadinanza, per renderle adeguate al nuovo contesto, strada che secondo le organizzazioni sarebbe da preferire. 

“Abbiamo ipotizzato tre scenari possibili - riprende Rossini -. Un semplice potenziamento del fondo destinato al Reddito, mantenendo inalterati i requisiti di accesso, un’ipotesi che però è poco adatta alla situazione che stiamo vivendo. In alternativa, un potenziamento del fondo, accompagnato però da un periodo di sospensione della condizionalità e da un’agevolazione dei meccanismi e delle pratiche di accesso anche attraverso l’allentamento di alcuni requisiti. Infine, il passaggio a una misura universale e incondizionata come il reddito di base (cosiddetto basic income), soluzione drastica che richiederebbe profondi interventi sul sistema fiscale e su quello di protezione sociale”. La proposta dell’Alleanza è quella intermedia, che elimina i due vincoli restrittivi e cioè i 10 anni di residenza richiesta ai cittadini e una scala di equivalenza che sfavorisce relativamente i nuclei familiari più numerosi, in particolare quelli con minori.

“In sostanza dovrebbe essere da subito resa operativa la modifica per consentire un maggiore accesso e un importo del beneficio più elevato per le famiglie con bambini e quelle numerose - spiega Dettori -, oltre che con persone con disabilità. Tecnicamente, dunque, serve una modifica della scala di equivalenza e un innalzamento o eliminazione del tetto previsto”. Facendo due conti, a seconda delle diverse ipotesi, più o meno generose, il maggior costo per le finanze pubbliche rispetto all’attuale oscillerebbe fra più 14 e più 47 percento, quindi con un finanziamento ulteriore rispetto a quello attuale di 4 miliardi di euro. Questo impegno avrebbe grandi effetti redistributivi, facendo calare l’incidenza della povertà, a seconda delle misure, di 2,2 - 2,8 punti percentuali. Altre richieste dell’Alleanza: allargamento delle maglie per avere diritto al Reddito per gli stranieri, passando da dieci a due anni di residenza nel nostro Paese; allentare i vincoli patrimoniali in questo periodo di emergenza, per cui una piccola proprietà dovrebbe essere esclusa dal computo. 

“Infine, sono necessarie modifiche all’Isee - conclude la segretaria Cgil Rossana Dettori -. Una facilitazione nell’ottenimento dell’Isee corrente, la predisposizione di procedure velocizzate per chi intendesse mettersi in chiaro emergendo dal lavoro nero e presentare domanda per la prima volta. Con misure diluite nel tempo, per evitare poi il ritorno nel sommerso. La concessione del reddito di cittadinanza in questa fase di crisi potrebbe riportare in chiaro migliaia di lavoratori”. 

Data articolo: Tue, 21 Apr 2020 19:32:00 +0200
Welfare e previdenza
«Misure urgenti per anziani e disabili»

Servono misure urgenti per anziani e disabili, per le persone ricoverate nelle Rsa e per i pensionati in condizioni di bisogno. Le fasce più fragili della popolazione preoccupano fortemente i sindacati dei pensionati Spi Cgil, Fnp Cisl, Uilp Uil, che hanno inviato una lettera alla ministra del Lavoro Catalfo, al ministro della Salute Speranza, al presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome Bonaccini e al presidente dell'Anci De Caro, per chiedere l'istituzione di una task force per prevenire e arginare il contagio, il coinvolgimento di sindaci, Regioni, Asl, prefetti e della Protezione civile, la distribuzione di adeguati dispositivi di protezione nelle strutture.

Tra le richieste dei sindacati dei pensionati, anche la realizzazione di tamponi a tutti gli utenti e gli operatori delle strutture, la sanificazione periodica, la dotazione di tecnologie per la comunicazione a distanza tra persone ricoverate e loro familiari, il sostegno psicologico agli anziani, ai familiari e al personale sanitario e alla continuità delle prestazioni di assistenza domiciliare integrata e sociale. Spi Cgil, Fnp Cisl, Uilp Uil hanno chiesto inoltre  il congelamento degli indebiti Inps, di natura fiscale e previdenziale, che in questa fase potrebbero provocare ulteriore ansia in quella parte di popolazione che già vive la preoccupazione di essere la più esposta all'epidemia.

Data articolo: Fri, 10 Apr 2020 18:08:00 +0200
Welfare e previdenza
De te fabula narratur

Mai ricorrenza fu più appropriata come quella che vuole oggi celebrare il 70esimo anniversario dell’istituzione della Giornata internazionale della Salute. La volle nel 1950 l’Organizzazione Mondiale della Sanità che quest’anno la dedica al lavoro delle donne per la tutela salute: infermieri e ostetriche prima di tutto. E le infermiere sono, insieme ai medici, in prima linea in Italia e nel mondo a fronteggiare il Coronavirus, in tante e tanti si sono ammalati. Nella nostra mente abbiamo l’immagine di Elena Pagliarini, quell’infermiera di Cremona che a fine turno si addormentò reclinando il capo sulla tastiera del pc. Anche lei è stata colpita da Covid-19, per fortuna è guarita e subito è tornata in corsia. Ma nel ricordare oggi che, secondo l’articolo 25 della Dichiarazione dei diritti universali dell’Uomo, la salute è appunto un diritto inalienabile e va garantita a tutti e tutte non possiamo non raccogliere la denuncia degli Ordini dei medici e odontoiatri della Lombardia.

A detta loro, pur non essendo quello attuale il tempo delle accuse, non è possibile tacere sugli errori che sono stati compiuti nell’affrontare e fronteggiare l’epidemia che ha colpito in maniera devastante la Regione. L’errore di oggi, affermano, ha radici nelle scelte politiche del passato ma non è stato affatto corretto: aver sguarnito completamente la sanità di territorio. Giorgio Barbieri è appena uscito dalla quarantena ed è tornato al suo lavoro di medico di famiglia a Limbiate, Comune in provincia di Monza. Il suo è il tono di voce di chi è certamente provato e stanco ma anche molto combattivo e soprattutto arrabbiato. Arrabbiato per i pazienti che non può curare, per quelli che ha perso senza nemmeno sapere che fossero ammalati, per quelli che potrebbe curare se solo gli venissero date le condizioni per farlo.

E soprattutto è arrabbiato perché – sostiene – “un’emergenza di salute pubblica continua ad essere affrontata come se fosse un’emergenza del singolo paziente. Questo è l’errore di fondo che continua a determinare sottovalutazioni ed emergenze. L’ospedale è il luogo dove trova risposta all’acuzie del singolo malato, una epidemia è questione che riguarda la salute dell’intera popolazione. A fronteggiare l’emergenza di salute pubblica non può che essere la medicina del territorio. Che in Lombardia è stata sostanzialmente smantellata”. Lo dice Barbieri, lo hanno messo nero su bianco gli ordini dei medici lombardi sottolineando come “la situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra Regione, anche rispetto a realtà regionali vicine, può essere in larga parte attribuita all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica. La sanità pubblica e la medicina territoriale sono state per molti anni trascurate e depotenziate”. 


L'ospedale di Codogno (foto di Davide Torbidi)

Ancora Barbieri racconta che gli sembra di esser tornato non al secolo scorso ma all’800, quando per far diagnosi serviva la scienza clinica del medico e davvero pochi erano gli strumenti diagnostici di supporto. Oggi ci sono ma nella regione più ricca d'Italia si è deciso di lasciarli appannaggio esclusivo degli ospedali. Dice Barbieri: “Ai pazienti, che reputo ammalati di Covid-19, io non posso prescrivere o richiedere un tampone, non posso richiedere una radiografia tanto più nel mio Comune il cui unico ospedale è privato accreditato e ci ha detto esplicitamente di non inviare pazienti sospetti positivi per accertamenti perché non hanno tempo poi di sanificare le strutture. Non posso prescrivere i farmaci che in ospedale si utilizzano per contrastare il virus. Cosa posso fare?Somministrare farmaci per tenere bassa la febbre, aiutare il respiro ma l’ossigeno per la terapia a domicilio è praticamente introvabile e quali siano i parametri da tenere sotto controllo per capire che sta arrivando una crisi respiratoria non si conoscono. Di solito l’aggravamento arriva in maniera repentina e rapida e a quel punto rischia di esser comunque tardi”.

Questo modo di procedere, a parere del nostro interlocutore che certamente dispone di molti elementi per una valutazione complessiva visto che per la Fp Cgil è il responsabile regionale dei medici di medicina generale, è una delle concause dell’alta mortalità del morbo in Lombardia. E anche i numeri che ogni giorno vengono snocciolati sui contagiati sono assai parziali, la stima che i medici di medicina generale fanno è che andrebbero moltiplicati per dieci, se si facessero i tamponi a tutti i sintomatici che visitano questo sarebbe il risultato. E, occorre ricordare, che il numero di tamponi effettuati non corrispondono al numero di persone testate, ricordiamo: i tamponi vengono effettuati solo in ospedali in regime di ricovero, a chi arriva al pronto soccorso con sintomi gravi. A ciascun paziente che risulta positivo poi vengono effettuati, o almeno dovrebbero, altri due tamponi per accertarne la guarigione. Quindi gli uomini e le donne monitorate attraverso test sono davvero pochissimi rispetto alla popolazione e alla diffusione del contagio.

“I morti in Lombardia sono tanti perché i malati non sono gestiti dal territorio”. La dimostrazione di questa affermazione del medico di Limbiate sta nel confronto con il tasso di mortalità non della Cina ma del Veneto. Regione limitrofa, con caratteristiche demografiche sostanzialmente sovrapponibili, governata dalla stessa compagine politica ma con un’organizzazione sanitaria che molto ha investito sul territorio e con un presidente di Regione che però ha fatto il suo mestiere: assumersi la responsabilità di decidere. Tamponi somministrati non solo fuori dagli ospedali ma anche agli asintomatici investendo appunto sulla prevenzione e quindi sulla rete dei medici di medicina generale.

Lo ricordano gli ordini professionali nella denuncia di ieri: “La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ndr), la mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio e il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero”. 

L’epidemia, lo sappiamo, purtroppo non è finita. E il racconto del dottor Barbieri ci dice che forse non abbiamo nemmeno contezza fino in fondo della dimensione della diffusione e della progressione. Ma oggi esiste un altro rischio che a suo giudizio è sottovalutato: “Noi mettiamo in isolamento fiduciario la maggior parte delle persone che hanno una diagnosi clinica, ovviamente non confermata da tamponi che non possiamo né somministrare né prescrivere, poi ci sono i pazienti dimessi dagli ospedali con tampone ancora positivo ma che essendo migliorati non possono rimanere in ospedale e vengono posti in quarantena obbligatoria a domicilio. E infine ci sono gli asintomatici familiari di pazienti positivi che in parte sono positivi ma appunto asintomatici. Bene, finita la quarantena, sia volontaria che obbligatoria, nessuno viene sottoposto a test, così come gli asintomatici, e nessuno ci dice cosa fare, quindi possono tornare ad uscire di casa senza che nessuno sappia se sono davvero guariti e quindi non più contagiosi. Il rischio, quindi, è che il virus continui a circolare. Se non andiamo a cercare i portatori sani, se non ci accertiamo che i malati siano effettivamente guariti attentiamo alla salute pubblica”.

La domanda allora che i decisori e chi ha la responsabilità della saluta pubblica dovrebbero porsi è: cosa fare per evitare un secondo picco? I medici che sono in prima linea, quelli del territorio appunto, sulla base della propria esperienza affermano che occorre subito cambiare rotta e ripensare il modello di organizzazione e di finanziamento. “La Lombardia, lo attestano documenti ufficiali a partire dal Libro Bianco, è la regione che spende meno per la sanità di territorio, il modello ospedalocentrico garantisce la cura del singolo ma non garantisce affatto la salute pubblica. Anzi ne attesta il fallimento perché il suo obiettivo dovrebbe essere quello di garantire la salute con la prevenzione e non solo di curare chi si ammala”. Per decreto il governo ha istituito le Unità speciali di continuità territoriali ma in Lombardia non sembrano essersene accorti. In Brianza, ad esempio, ne sarebbero previste 20 e ne sono state attivate solo 3. Cambiare in corsa è difficilissimo ma occorre cominciare.

Data articolo: Tue, 07 Apr 2020 16:41:00 +0200
Welfare e previdenza
Coronavirus: “Un reddito di povertà per le fasce più deboli”

Individuare strumenti e risorse straordinari da affiancare agli interventi nazionali e sollecitare le sedi governative ed europee, in considerazione della particolare condizione di debolezza della Campania, sulla necessità di risorse aggiuntive per impedire il tracollo di un’intera regione. È la richiesta principale contenuta nella proposta alla Piattaforma regionale di sostegno alle famiglie che Cgil Cisl, Uil Campania hanno inoltrato al presidente della regione Vincenzo De Luca. Destinatari degli interventi, tutti coloro che non posseggono fonti di sostentamento, in quanto esclusi dalla copertura degli ammortizzatori sociali, dalle indennità previste dal Governo oppure rimasti disoccupati prima ancora del diffondersi dell’epidemia. 

“Già prima del dilagare del Covid-19 – affermano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Campania, Nicola Ricci, Doriana Buonavita e Giovanni Sgambati - il 41,1% della popolazione campana era a rischio povertà. Le misure da mettere in campo dovranno sostenere dunque una rete già fragile, scongiurando il pericolo di qualunque intervento criminale e speculativo da parte di chicchessia e sfruttando l’occasione per far emergere ed estirpare le sacche di illecito e malaffare. Inoltre – proseguono - gli interventi governativi mirano a dare respiro a una popolazione di lavoratori dipendenti standard, tutelati dai contratti. Condizione che riguarda una parte cospicua ma non esaustiva della forza lavoro della nostra regione, escludendo centinaia di cittadini da qualunque strumento di supporto, spingendoli verso i margini e in una condizione di povertà che senza un intervento tempestivo rischia di divenire stabile”. 

Nel documento i segretari di Cgil, Cisl e Uil danno indicazioni anche su come strutturare la proposta. Il kit di interventi regionali dovrà basarsi innanzitutto su un sostegno economico direttoda erogare tramite buoni per spesa, affitto ed utenze, per una durata di almeno 3 mesi previa presentazione di Isee sociale, la sospensione delle scadenze delle “spese familiari” (quali mutui, fitti, bollette) in favore anche di coloro che percepiscono la pensione minima. Per la presentazione delle istanze, la Regione Campania oppure l’Inps potrebbero costituire un portale e pensare alla creazione di una card regionale sulla quale caricare gli interventi, d’intesa ed in sinergia con l’Inps le Amministrazioni Comunali.  Centrale è il ruolo dei Comuni, in quanto propaggine dello Stato più vicina ai cittadini e, in quanto tale, in grado di controllare e monitorare le reali situazioni di emergenza. 

Essenziale è il coinvolgimento delle strutture di vigilanza e controllo preposte (Agenzia delle Entrate, Ispettorato del Lavoro, Inps) per porre le basi necessarie all’emersione, una volta superata la fase emergenziale, delle aree grigie e nere dell’economia.

“In tale ottica – concludono Ricci, Buonavita e Sgambati - è quanto mai opportuno valutare la possibilità di condividere un Protocollo, che veda coinvolti Regione, Anci, Inps, organizzazioni sindacali, Confindustria e le altre parti datoriali, e che riassuma le azioni da mettere in campo per fronteggiare l’emergenza, ma anche per iniziare a lavorare in maniera condivisa sulle possibili e prevedibili ricadute socio-economiche e su come attrezzarsi in vista dell’emergere, come già accennato, di nuove sacche di povertà”.

Data articolo: Fri, 03 Apr 2020 13:06:00 +0200
Welfare e previdenza
Sindacati: senza mascherine, contratti e ammortizzatori; è allarme colf e badanti

Mascherine a loro carico e difficili da reperire, spesso senza contratti e in condizioni di irregolarità, nessun ammortizzatore sociale. È il mondo sommerso delle collaboratrici domestiche e delle badanti, per lo più donne e straniere, la maggior parte delle quali operano nelle case degli anziani rappresentando un pezzo importante del welfare italiano e un supporto indispensabile per le nostre famiglie. Oltre 860mila quelle iscritte agli elenchi dell’Inps, che diventano 2 milioni con tutte quelle che sfuggono dalle statistiche ufficiali. A lanciare l’allarme sono i sindacati Filcams Cgil e Spi Cgil, che chiedono al governo e alle istituzioni regionali e comunali una serie di misure da prendere con assoluta urgenza.

I dispositivi di protezione individuale, innanzitutto. Al momento per le famiglie e i lavoratori siamo a soluzioni artigianali, ma dovrebbero essere garantiti dalle istituzioni regionali e comunali visto che sono dispositivi necessari ad evitare la diffusione del contagio in un contesto particolarmente a rischio come quello familiare, dove vivono anche anziani in condizioni spesso di non autosufficienza. La regolarizzazione delle posizioni in nero, che rappresentano purtroppo più della metà dei rapporti di lavoro in questo settore, attraverso un sistema di incentivi e di detrazioni per le famiglie. L’accesso agli ammortizzatori sociali, da cui queste lavoratrici sono state finora ingiustamente escluse, per sostenere chi di loro si è ritrovata senza lavoro a causa della diffusione del coronavirus.

“È emergenza nell’emergenza per il lavoro di cura e assistenza” affermano i segretari generali di Filcams e Spi Cgil, Maria Grazia Gabrielli e Ivan Pedretti, “i timori del contagio, le difficoltà di reperire e gestire i dispositivi di protezione e le ristrettezze economiche stanno mettendo in difficoltà i lavoratori del settore e le famiglie, loro datori di lavoro. È indispensabile intervenire presto con misure di sostegno e protezione, a tutela della salute e del lavoro: essenziale per famiglie e anziani.”

APPROFONDIMENTO:
COLF E BADANTI HANNO BISOGNO DI AIUTO

Data articolo: Fri, 03 Apr 2020 11:35:00 +0200
Welfare e previdenza
Colf e badanti hanno bisogno di aiuto

Nella foto che ha caricato sul suo profilo WhatsApp Mayda sorride, ride con gli occhi, canta a pochi centimetri dal microfono e si accompagna con un arpeggio sulla chitarra. Mayda è cubana. Da circa trent'anni vive in Italia, a Roma. Ha la cittadinanza italiana e “sì – ammette con orgoglio – sono un’artista. Canto ancora, non smetterò mai di farlo. Ma quando sono arrivata in Italia ho dovuto fare una scelta. Come dire, o cantante o badante. Non puoi staccare dalla musica alle tre del mattino e attaccare col lavoro di cura cinque ore dopo”.

Per anni Mayda si è occupata delle case degli italiani e dei loro nonni, accudendo gli spazi e gli oggetti, curando le persone. “Sono sempre stata precaria”. Ma coi contributi era in regola. Adesso anche l’amarezza per quell’aut aut tra arte e lavoro cui la vita l’ha costretta molto tempo fa sembra stingere, oscurata da un dramma maggiore che si chiama disoccupazione, isolamento in casa, telefono che non squilla. La quarantena sua personale e collettiva dovuta al Covid-19 la sta privando del lavoro e del reddito.

“Ho perso il lavoro a febbraio - racconta -, lavoravo come badante per una signora di 93 anni. Dodici ore per circa 300 euro a settimana. Ho chiesto subito l’assegno di disoccupazione ma, secondo lei, quanto riceverò? Dai conti che mi sono fatta dovrei avere 150, 170 euro. Se va bene. Ho visto una cifra simile accreditata sul mio conto corrente a marzo. Forse è già il mio assegno. Non lo so. Ma come ci pago l’affitto? Come ci faccio la spesa? Ora che anche mio marito è disoccupato?”. Mayda potrebbe prendersi cura di altri anziani che ne avrebbero un bisogno drammatico, in questi giorni di abbandono, ma sia lei che loro sono tutti, individualmente, isolati in tante piccole bolle, e non possono aiutarsi a vicenda. Il problema è che Mayda adesso non ha nulla. Ma ha diritto a tutto. Ed è arrivato il momento che qualcuno si prenda cura di lei.

Foto di Simone Sensore, Sintesi

Accanto a una storia di reddito falcidiato se ne potrebbero raccontare molte altre di badanti, o collaboratrici domestiche, che continuano a lavorare presso abitazioni e famiglie, magari in nero, magari senza dispositivi di protezione individuale, oppure costrette a procurarseli da sé e a proprie spese, se sono “fortunate”, in una qualche farmacia generosa. L’emergenza della pandemia e il lockdown aumentano rischi e ingiustizie per un popolo grande quanto una città: sono due milioni le persone impiegate in lavori di cura, e solo 860mila di loro sono in regola, iscritte agli elenchi dell’Inps.

 

“A causa del Coronavirus ho perso metà del mio lavoro”

Una di loro è Munara, 32 anni, kirghisa. Vive in Italia da dieci anni. A Napoli. Ha una figlia di due anni e mezzo. “Sono ragazza madre - ci racconta -. A causa del Coronavirus ho perso metà del mio lavoro. Mi hanno detto: ‘Ci sentiamo quando finisce tutto’. Mi è rimasta l’altra metà: il lavoro al mattino, di quattro ore, presso una signora anziana disabile, sulla sedia a rotelle. Mi occupo di lei e del marito, faccio la spesa, cucino. Questa signora è fortunata perché a gennaio mi ha fatto il contratto, prima della quarantena. Senza un contratto regolare di lavoro non potrei uscire di casa tutti i giorni, mi farebbero la multa. Cerco di non prendere l'autobus perché ho paura. Quindi, a piedi, andata e ritorno sono quasi due ore di viaggio. Certo sto rischiando di prendere il virus, ci penso ogni giorno che esco. Ma cosa devo fare? Indosso guanti e una mascherina che mi sono cucita da sola, e quando torno a casa la lavo. Le mascherine chirurgiche non le ho trovate. Un giorno ho detto alla signora che non potevo andare, perché temevo di contagiare mia figlia, e lei si è messa a piangere: ‘Se non vieni, io come faccio?, chi mi aiuta?’”.

 

Cento euro

Munara a casa ha anche una nipote, che bada a sua figlia quando lei va al lavoro. E ha una madre che adesso ha perso il lavoro. I soldi, è evidente, non bastano. Munara deve pagare l’affitto e le avanzano non più di cento euro per tutto il mese. Alcune bollette per ora ha deciso di non pagarle, “anche perché è consentito dai decreti, no?”. Ma quattro persone devono mangiare. Come si fa? “Sono andata in un centro dove distribuiscono pacchi alimentari, ma sono arrivata troppo tardi, non c’era più nulla. Mi hanno detto che la settimana prossima forse arriva qualcosa, ma dovrò andare due ore prima. Ho provato a fare domanda per il bonus sul sito dell’Inps, ma non funzionava, non capisco perché”. Mentre Munara parla al telefono irrompe, sullo sfondo, la risata di una bambina che gioca e fa rumore. “Scusi, devo andare, mia figlia mi vuole”.

Photoshot/Ag.Sintesi

 

Mascherine, contratti, ammortizzatori sociali

Due categorie sindacali della Cgil scendono al fianco di colf e badanti in questi giorni difficili. Una, dal lato dell’utenza, è lo Spi, il sindacato dei pensionati. L’altra, dal lato della rappresentanza, è la Filcams, la federazione dei servizi. Le due organizzazioni “chiedono interventi urgenti a governo, Regioni e Comuni”, si legge in una nota unitaria, per affrontare e risolvere tre priorità: “Le mascherine a carico delle lavoratrici e difficili da reperire”, il servizio reso “senza contratti e in condizioni di irregolarità”, la mancanza di ammortizzatori sociali. Per Spi e Filcams occorre sostenere immediatamente “il mondo sommerso delle collaboratrici domestiche e delle badanti, per lo più donne e straniere, la maggior parte delle quali operano nelle case degli anziani e rappresentano un pezzo importante del welfare italiano e un supporto indispensabile per le nostre famiglie”.

Per quanto riguarda i dispositivi di protezione individuale (prima richiesta), i sindacati indicano come si debbano superare le “soluzioni artigianali”: “Dovrebbero essere garantiti dalle istituzioni regionali e comunali, visto che sono necessari a evitare la diffusione del contagio in un contesto particolarmente a rischio come quello familiare, dove vivono anche anziani in condizioni spesso di non autosufficienza”. La seconda richiesta riguarda la “regolarizzazione delle posizioni in nero attraverso un sistema di incentivi e di detrazioni per le famiglie”. La terza richiesta, infine, verte sull’accesso agli ammortizzatori sociali, da cui queste lavoratrici sono state finora ingiustamente escluse, per sostenere chi di loro si è ritrovata senza lavoro a causa della diffusione del coronavirus”.

 

“Mio marito, dicevo, ha perso il lavoro”

Anche mio marito è disoccupato - riprende il racconto di Mayda -. È venezuelano. Lavorava in servizi di facchinaggio. Pure lui precario, come me. Licenziato, come me. A febbraio, come me. Ci è accaduto tutto simultaneamente. Ci facciamo forza e compagnia. Siamo qui, chiusi in una casa di cui non sappiamo come pagheremo l’affitto. Secondo lei quanto possiamo andare avanti in queste condizioni?”. Mayda ha una figlia che, per fortuna, è autosufficiente: “Lavora all’aeroporto, in un modo o nell’altro se la cava”. Ma altre preoccupazioni si aggiungono dai paesi di origine, dalle madri che Mayda e il suo compagno hanno a Cuba e in Venezuela: “Sono disperate, non possiamo più mandare loro quei cinquanta, cento euro al mese che erano indispensabili per vivere”. La onlus che le trovava lavoro non si fa viva da settimane. Mayda non si stupisce: “Ora dobbiamo stare tutti in quarantena. Anche volendo, quale famiglia si prenderebbe in casa un’estranea, col rischio di contagio e di trasgredire qualche decreto?”.

Foto Sintesi

 

L'emergenza nell'emergenza

“È emergenza nell’emergenza per il lavoro di cura e assistenza”, commentano i segretari generali di Filcams e Spi, Maria Grazia Gabrielli e Ivan Pedretti, “i timori del contagio, le difficoltà di reperire e gestire i dispositivi di protezione e le ristrettezze economiche stanno mettendo in difficoltà i lavoratori del settore e le famiglie, loro datori di lavoro. È indispensabile intervenire presto con misure di sostegno e protezione, a tutela della salute e del lavoro: essenziale per famiglie e anziani.”

“Nei momenti più complicati le fragilità si accentuano - ammette Luciana Mastrocola della Filcams -. La maggior parte di queste lavoratrici sono rimaste a casa perché le famiglie hanno paura che siano veicolo di infezione. Non dimentichiamo che il settore per l’88% è costituito da donne, e che il 71% sono immigrate. Quindi non hanno riferimenti, non hanno redditi familiari a cui appoggiarsi. Le badanti che hanno perso il lavoro, poi, hanno perso anche l’alloggio, non solo lo stipendio. E, con la chiusura delle frontiere e dei voli, chi contava di tornare al paese di origine non può fare nemmeno questo. Siamo all’esasperazione, insomma. Abbiamo firmato con le associazioni datoriali un avviso comune di richiesta dell’applicazione della cassa in deroga anche al lavoro domestico, proprio per tutelarlo in una fase di sospensione, esattamente come è successo per tutti gli altri lavoratori. Quanto all’emersione dal nero, per chi ancora sta lavorando, devono essere prese misure di agevolazione. Una potrebbe essere la possibilità, concessa alle persone non autosufficienti, di dedurre dal proprio reddito le spese per salario e contributi delle badanti, così da rendere conveniente restare in regola. Ma si dovrebbe intervenire anche sull’aggiornamento del decreto flussi: l’ultimo è stato elaborato solo per lavoratori stagionali e studenti. Infine si dovrebbe consentire la regolarizzazione di tante lavoratrici straniere che vivono in Italia da anni, e che, senza il permesso di soggiorno, non possono emergere”.

 

“I vecchi di questo paese”

“I vecchi di questo paese sono quelli che nella distrazione di tutti sono andati in trincea - commenta Antonella Pezzullo, segretaria nazionale dello Spi - e all’inizio non ce ne siamo neanche accorti. Perché sono chiusi nelle Rsa, nelle case famiglia, nelle loro stesse abitazioni. Sono bersagli facili del virus, ma nello stesso tempo hanno bisogno che le forme di assistenza, anche individuale, proseguano. Quindi il lavoro delle badanti è estremamente importante. Queste donne a volte sono le uniche persone che si prendono cura degli anziani non autosufficienti. Non dare a queste lavoratrici la possibilità di continuare a lavorare, con i diritti e le tutele sanitarie di tutti gli altri, significa nuocere ancora di più agli anziani. Ma non esiste sicurezza del paziente, a maggior ragione in questo caso, se non c’è sicurezza del lavoratore. L’assenza di dispositivi di protezione individuale è stato uno dei fattori che hanno moltiplicato a dismisura la patologia. Gli anziani fragili hanno bisogno di cure e ‘contatto’ assiduo. Non si può badare loro a distanza. Perciò è fondamentale che anche nelle abitazioni, come negli ospedali e nelle case di riposo, siano garantite tutte le misure per la salute e la sicurezza. Ed è un tema che riguarda le istituzioni. Non possiamo lasciare famiglie e badanti da sole ad affrontarlo”.

Data articolo: Fri, 03 Apr 2020 11:20:00 +0200
Welfare e previdenza
Il girone dantesco delle rsa

Soli e senza il conforto dei propri cari. Per gli ospiti delle case di riposo, le visite sono state vietate già da tempo. Smarriti. Poche le notizie che arrivano dal mondo lì fuori. Pochissimi i contatti con le famiglie, preoccupate dalla cortina di silenzio che avvolge le strutture nelle quali sono, di fatto, confinati i propri anziani. Si guardano intorno, spaesati, e nel loro piccolo microcosmo continuano a vedere gli amici, gli altri ospiti, ammalarsi e morire. Anche a decine, di settimana in settimana. Se c’è un inferno nell’inferno del coronavirus, sono le rsa. Un girone dantesco a parte, in questo tempo in cui tutto ciò che la nostra civiltà considerava normale è stato messo in pausa. Le denunce sono arrivate tardi, tardissimo. Quando tutto questo ha avuto inizio, solo i sindacati, in prima linea la Cgil, lo Spi e la Funzione Pubblica, a livello nazionale e sul territorio, hanno lanciato l’allarme. Un grido caduto nel vuoto. Perché tutto, in queste settimane di pandemia, è stato considerato con la massima attenzione e raccontato con doverosa cura, tranne la mattanza nelle case di riposo. Proprio gli over 65, fin dall’inizio vittime predestinate del virus, proprio gli elementi più fragili della nostra società, sono stati dimenticati e abbandonati a se stessi.

Raccogliamo, ancora una volta, la testimonianza di Bergamo, zona rossa della zona rossa Italia. La provincia dove il primo aprile il quotidiano locale più letto, l’Eco, ha svelato numeri agghiaccianti. A raccoglierli una ricerca condotta insieme a InTwig, agenzia specializzata, basata sulle cifre fornite da 91 amministrazioni comunali che rappresentano oltre il 50 per cento della popolazione totale. L’indagine ha rivelato la stima dei dati reali. I contagiati, secondo il report, non sono 8.800, ma 288 mila. I morti non sono 2.060, riporta il giornale, ma 4.500. Tra questi ci sarebbero anche i circa 1.200 calcolati dalla Cgil nelle rsa del territorio. 1.200 contro i 120 in media degli ultimi anni. A confermarlo è Augusta Passera, segretaria generale dello Spi Cgil locale, il sindacato pensionati, reduce da un tavolo con la Prefettura, avvenuto in settimana, in cui ha chiesto, ancora una volta, chiarezza sugli elementi principali di questo dramma. “La sicurezza all’interno delle strutture, prima di tutto, e la comunicazione dei dati effettivi, perché i canali ufficiali continuano a sostenere cifre che, ormai lo sappiamo tutti, sono molto sottostimate. Il dato di 600 morti nelle case di riposo, circa il dieci per cento degli ospiti, non rappresenta la realtà. Sappiamo invece che sono almeno il doppio, da metà febbraio ad oggi. Ad Alzano Lombardo e a Nembro sfiorano, addirittura, il triplo. Abbiamo chiesto anche che venga attivato un canale di informazione chiara nei confronti delle famiglie, che sono state tenute all’oscuro e non sanno niente. Hanno i loro cari ospiti, chiusi nelle rsa e senza alcuna possibilità di ricevere visite, e in molti casi non sono mai riuscite neanche a sentirli telefonicamente. Per questo abbiamo chiesto, e ci è stato assicurato, che verranno acquistati tablet o smartphone per garantire videochiamate periodiche con i parenti”. 

La sicurezza prima di tutto. Una priorità ignorata finora. Parla chiaro una survey condotta a livello nazionale e pubblicata il 31 marzo dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e consultabile sul sito dell’Iss. Oltre ai dati drammatici sui decessi, è nella slide dedicata alle criticità che si legge tra le righe, fino in fondo, quanto queste strutture, impreparate al ciclone che in poche settimane le ha investite, siano state letteralmente abbandonate a se stesse. Scrive nella tabella riassuntiva l’Istituto: “204 rsa (l’86% di quanti hanno risposto al sondaggio) hanno riportato difficoltà nel reperimento di Dispositivi di Protezione Individuale. 53 (il 22%) hanno richiesto maggiori informazioni circa le procedure da svolgere per contenere l’infezione. 85 (il 36%) riferiscono difficoltà per l’assenza di personale sanitario (per malattia). 28 (il 12%) hanno difficoltà nel trasferire i residenti affetti da Covid-19 in strutture ospedaliere. 63 (il 27%) dichiarano di avere difficoltà nell’isolamento dei residenti contagiati”. Dietro a ognuno di quelle centinaia di morti c’è una di queste motivazioni. A cominciare dalla penuria di dpi, il vero tormentone nazionale dell’emergenza coronavirus. 

Segretaria, risulta anche a te? “Al tavolo – ci risponde Augusta Passera – erano presenti i responsabili dell’Ats, il vice prefetto e i responsabili delle case di riposo e ci hanno assicurato che questa settimana i dpi sarebbero aumentati. All’inizio, però, le rsa ne erano di fatto sprovviste. Una cosa che, personalmente, mi impressionò. A fine febbraio andai a trovare una mia zia, ospite di una struttura. Ci dissero che potevamo entrare uno alla volta e solo indossando la mascherina. Ma quando arrivai, mi resi conto che nessuno, tra il personale, ne era munito. Quando chiesi spiegazioni al direttore, mi rispose che non le avevano. E questa cosa è andata avanti per tanto, troppo tempo. Chi, se non i lavoratori, può aver portato il virus all’interno delle case di riposo, anche dopo la sospensione delle visite?”. Già, quanti contagi si sarebbero potuti evitare anche solo fornendo le rsa di mascherine destinate ai dipendenti? 

L’altra questione delicatissima, ci spiega la segretaria dello Spi bergamasco, è quella del ricovero nelle case di riposo dei pazienti Covid in fase di remissione. Persone a un passo dalla guarigione, che non hanno più sintomi, non hanno più bisogno di ossigeno, ma non hanno ancora un tampone negativo. Un’esigenza nata dal numero di casi elevatissimo che ha investito la Lombardia e dalla necessità di liberare gli ospedali lasciando in isolamento i pazienti dimessi, ma ancora contagiosi. “Abbiamo chiesto che, in questo caso, ci sia una separazione totale tra gli ospiti e le zone dedicate ai ricoveri Covid. Non solo per quanto riguarda lo spazio fisico, ma anche per il personale impiegato. Per esempio, una delle più grandi case di riposo di Bergamo, che è il Carisma, ha garantito questa richiesta: aveva una palazzina esterna, l’ha destinata a questo uso e il personale che sarebbe stato in esubero, ad esempio i fisioterapisti, lo ha mandato in quel reparto. In questo caso la separazione è garantita, evitando così di innescare un rischio focolaio all’interno della casa di riposo”.

Segretaria, di fronte a questo dramma, cosa potete fare? “Continuare a controllare – ci risponde Augusta Passera – soprattutto i ricoveri dei pazienti Covid. Affinché non vengano permessi in case di riposo in cui non c’è la garanzia di poter salvaguardare gli anziani presenti. Questa è la cosa più importante in questo momento”. La necessità di sottolinearlo la dice lunga sulla situazione impazzita che state vivendo. C’è bisogno di controllare ciò che, in tempi normali, sarebbe ovvio. “Sì, decisamente. Adesso hai la sensazione che ti sfugga tutto. E quando finirà la pandemia le rsa avranno grandissimi problemi di altra natura, perché si stanno svuotando, andranno in crisi e a pagare sarà il personale. Basti pensare che da un mese a questa parte, chiaramente, sono stati bloccati gli accessi dei nuovi ospiti. Così la gente si trova a casa con persone spesso inabili e non autosufficienti, senza alcuna soluzione alternativa”. 

Nella vostra provincia colpisce anche la decisione di molte famiglie di non chiamare più l’ambulanza quando un loro caro si ammala e soffre. Perché succede? “Perché la gente ha paura”, ammette sconsolata Augusta Passera. “L’ospedale non è più il luogo dove chi si ammala vuole andare, pensando che lì guarirà. Oggi e qui, chi si ammala pensa che dall’ospedale non uscirà più. Per questo tutti i malati continuano a controllarsi la saturazione (di ossigeno nel sangue, ndr) e a dire che, finché il dato è accettabile, è meglio restare a casa. Solo che poi la saturazione crolla di botto e in pochissimo tempo non resta più niente da fare”. Segretaria, cosa pensi, osservando la tua città, e come ci racconteresti quello che state vivendo? “La gente ha davvero paura. È surreale. Dopo dieci giorni pensavo di vivere in un film di fantascienza. Una sensazione di totale estraniamento. C’è un silenzio in città che non ho mai sentito”. 

E il futuro? “Sono ben poco ottimista”, risponde malinconica la segretaria dello Spi Cgil bergamasco. “Non credo che la gente cambierà. Tutto quello che sta accadendo è così tanto, ma è così poco per far cambiare le persone. Spero rimanga chiara almeno l’idea di quel che è il necessario e quel che è il superfluo nelle nostre vite. Di quanto è importante coltivare i rapporti con le altre persone, con quelli cui vogliamo bene. Spero che gli italiani e i lombardi, a maggior ragione, siano riusciti a capire il danno che si è compiuto svendendo la sanità. E quanto questo riguardi da vicino il nostro stesso diritto alla vita. Ma temo che politicamente cominceremo, subito dopo, a cercare le colpe, non le responsabilità. A cercare le colpe e a scaricarcele l’un l’altro”.

Data articolo: Fri, 03 Apr 2020 08:18:00 +0200
Welfare e previdenza
Alleanza povertà Lazio: necessario semplificare moduli

"A seguito dell’emanazione della Determinazione Dirigenziale n.913 del 31-3-2020 e il conseguente Avviso pubblico che disciplina l’erogazione dei buoni spesa a favore di persone e/o famiglie in condizione di disagio economico e sociale, alle organizzazioni che fanno parte dell’Alleanza regionale contro la povertà del Lazio stanno arrivando numerose segnalazioni che impediscono la compilazione e l’invio del modulo per la richiesta dei buoni spesa. Se a questo aggiungiamo anche le difficoltà di connettersi con il sito dell’Inps si capisce come le difficoltà per chi è povero o per chi ci sta scivolando vengono amplificate.

Tutto questo rischia di vanificare lo straordinario lavoro di prossimità che il mondo del Terzo settore, il volontariato e l’associazionismo stanno facendo sul territorio.

Chiediamo ai decisori politici di trovare forme e modi che semplificano sia la compilazione che la restituzione dei moduli evitando che la burocrazia rallenti le decisioni e l’operativita’ perché molte persone dopo aver perso il lavoro stanno perdendo anche la speranza". Lo dice Roberto Cellini, Portavoce dell’Alleanza regionale contro la povertà del Lazio

Data articolo: Wed, 01 Apr 2020 18:47:00 +0200
Welfare e previdenza
Sito dell'Inps in blocco, la situazione è «grave»

Il sito dell'Inps è bloccato. Da questa mattina (31 marzo) e tuttora, ore 16, ciò che appare collegandosi è l'avviso "temporaneamente non disponibile". Forse troppe le funzioni che deve espletare in questi giorni, troppe le richieste. Dalla cassa integrazione al congedo Covid-19, e da stamattina il bonus 600 euro per le partite Iva. Resta il fatto che il blocco è "grave", commenta il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli: “In una fase così delicata come quella che stiamo vivendo, è necessario un intervento immediato per garantire l’accesso alle prestazioni a cittadini e Patronati”.

“Da diversi giorni - afferma il dirigente sindacale - il sito dell’Inps presenta difficoltà di accesso, culminate nella giornata di oggi. La corsa di queste ore a presentare le domande per le quattro indennità previste dal decreto ‘Cura Italia’ - denuncia - è anche il frutto di una cattiva informazione e di una norma scritta male, cosa che a suo tempo la nostra organizzazione aveva evidenziato”.

“Comprendiamo le difficoltà dell’Istituto, impegnato in questa fase a dare attuazione a molte delle misure previste a favore dei lavoratori in difficoltà a causa dell’emergenza epidemiologica in corso, ma - sostiene Ghiselli - siamo molto preoccupati per la situazione che si sta determinando. Purtroppo - spiega infatti - non si tratta solo del blocco dell’accesso per le prestazioni legate all’emergenza sanitaria (cig, congedi parentali, indennità), ma come segnalano i nostri Patronati è impossibile accedere al sito anche per tutte le altre prestazioni.

Il segretario confederale sottolinea poi che “qualunque sia l’origine del blocco di queste ore, non è la prima volta che ci troviamo di fronte a disservizi di questo genere: si ripetono ad ogni scadenza importante”. “Il sindacato confederale, come il Civ dell'Inps - continua - sostiene da tempo la necessità di rafforzare il sistema informatico dell’Istituto, che in passato era un’eccellenza, ma da anni si è smesso di investire esternalizzando sempre più l’attività”.

“Ci auguriamo che si possa intervenire il prima possibile - conclude Ghiselli - trovando un'immediata soluzione a tutela dei diritti di tutti, poiché l’unico canale disponibile per accedere alle prestazioni è ormai esclusivamente quello telematico”.

Data articolo: Wed, 01 Apr 2020 16:05:00 +0200
Welfare e previdenza
Le banche pagheranno l'anticipo della cig 

In arrivo le norme per pagare subito gli ammortizzatori sociali ai lavoratori che sono sospesi a causa dell'emergenza coronavirus grazie ad una anticipo da parte delle banche. È questo l’accordo trovato tra il governo, l'Associazione bancaria italiana (Abi), sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) e associazioni datoriali (Confindustria, Confapi, Rete imprese Italia, Alleanza delle cooperative, Confagricoltura, Claai, Cia, Coldiretti, Confetra e Confedilizia). "In attesa della erogazione da parte dell’Inps delle spettanze di cassa per le quali è previsto il pagamento diretto da parte dell’istituto - scrive la Cgil sul proprio profilo Facebook - le banche convenzionate anticiperanno le somme: fino a 1400 euro per la cig a zero ore di 9 settimane (con un assegno proporzionato per periodi inferiori o part time)".

Il testo integrale della convenzione (pdf)
Cgil: risposta importante per i lavoratori

Un modo per assicurare liquidità in tempi più rapidi e dare così un aiuto concreto alle famiglie, alle prese con crescenti difficoltà a gestire la quotidianità. La somma dovrebbe venire accreditata direttamente sui conti correnti, anticipata dagli istituti di credito, rispetto al pagamento che i beneficiari riceveranno dall'Inps. Il versamento sui conti punta ad evitare anche che le persone si rechino negli uffici postali o bancari, a garanzia di una maggiore sicurezza, dei lavoratori e dei clienti. Per quanto riguarda gli importi, c'è l'impegno, come dichiarato dal governo, ad essere versata entro metà aprile.

Nel frattempo, gli aiuti per le imprese, i lavoratori e le famiglie, previste dal decreto Cura Italia, sono operativi. La cassa integrazione ordinaria e in deroga con la causale “Covid-19 nazionale” , il congedo parentale, il bonus per babysitter, l'indennità per gli autonomi le cui domande si possono presentare dal primo aprile. L'Inps ha infatti pubblicato le relative circolari con le modalità perla richiesta delle principali misure. Interventi che potranno avere durata massima di 9 settimane per periodi che vanno dal 23 febbraio al 31 agosto 2020. Il pagamento sarà diretto per la cassa integrazione in deroga, mentre per gli altri casi dipenderà dal datore di lavoro che può anticipare il pagamento.

CGIL, RIPOSTA IMPORTANTE PER I LAVORATORI
“Un importante segnale, una risposta per le lavoratrici e i lavoratori che, in una fase complicata per tutto il Paese, vedranno tutelato il loro reddito”. Così la Cgil commenta l'accordo. Ai lavoratori per i quali è previsto il trattamento di cassa integrazione ordinaria (assegno ordinario o in deroga per Covid-19, definiti dagli articoli dal 19 al 22 del Dl 18/2020), pagato direttamente dall’Inps, potrà essere concesso dalle banche convenzionate un anticipo fino a 1400 euro per la Cig a 0 ore di 9 settimane, senza nessun aggravio di costi. Gli importi saranno riproporzionati per part time o riduzioni di orario inferiori. “Le modalità saranno semplificate il più possibile – sottolinea il sindacato guidato da Maurizio Landini – per evitare eccessivi spostamenti di persone”. Infine, afferma la Cgil “nell’accordo emerge la volontà comune di individuare meccanismi per agevolare la liquidità delle imprese affinché possano anticipare i trattamenti di cassa”.

Data articolo: Tue, 31 Mar 2020 08:58:00 +0200
Welfare e previdenza
«Non andate tutti insieme alla posta o in banca»

Questa situazione è difficile per tutti, per gli anziani lo è ancora di più. Per questo i sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl, Uil rivolgono a tutte le persone anziane un appello particolare:

Molti di voi sono preoccupati perché hanno sentito che ci potrebbero essere dei problemi per il pagamento delle pensioni. Non è vero! State tranquilli, non c’è nessun problema. Tutte le pensioni saranno pagate sempre e regolarmente. In questi giorni si stanno pagando le pensioni alle poste e in banca. Come sapete è importante in questo momento limitare il più possibile gli spostamenti e i contatti. Per questo vi chiediamo di non andare tutti insieme in banca o alla posta. Sappiamo che siete abituati a farlo e che per molti di voi è strettamente necessario.

Laddove è possibile, utilizzate sistemi di pagamento digitale e le carte e prelevate il contante dagli sportelli automatici di poste e banche. Se avete comunque necessità di andare fisicamente alla posta o in banca, seguite l’ordine alfabetico previsto per gli uffici postali e prendete un appuntamento in banca. Potete riscuotere la vostra pensione in ogni ufficio postale, non solo in quello dove è normalmente accreditata. Rispettare queste poche regole serve a tutelare la vostra salute, la salute dei lavoratori delle poste e delle banche, la salute di tutta la collettività. È importante! Questa battaglia la vinciamo tutti insieme.

Data articolo: Mon, 30 Mar 2020 16:08:00 +0200
Welfare e previdenza
In ferie per il virus

Riccardo ha 35 anni, un carattere scherzoso e una bella parlantina. A Milano è arrivato dalla provincia di Bari e nella sua nuova città frequenta amici provenienti da tutto il Meridione impegnati nelle più disparate professioni. Fin da piccolo è stato appassionato di meccanica e automobili. Se avesse continuato gli studi, avrebbe scelto ingegneria, invece dopo i primi lavoretti come barista, fattorino, agente assicuratore è stato assunto in una concessionaria automobilistica.
Con quel suo essere sempre sul filo dell’ironia, con i clienti non ha difficoltà, anzi in questi giorni gli mancano così come l’adrenalina del suo lavoro. “Chi viene da noi ha bisogno di un mezzo, la molla dell'acquisto è già scattata, il nostro compito è di non farli scappare e aiutarli a scegliere un’auto di cui saranno soddisfatti”. Dopo la crisi dei mutui subprime, Riccardo è stato uno dei primi a perdere il lavoro: “Ero il più giovane e non avevo ancora una famiglia e sono stato il primo a essere lasciato a casa. Ho preferito seguire il solco già tracciato da molti miei amici e sono finito a Milano”. Da quasi dieci anni lavora per una grande concessionaria milanese. È sposato e ha un bimbo che prima della chiusura delle scuole frequentava la materna.

Da un paio di settimane anche Riccardo è rimasto a casa. Per dieci giorni la sua azienda non ha comunicato le modalità dello stop. Poi ha deciso che i giorni di chiusura dovuti al Covid-19 serviranno a smaltire ferie e permessi arretrati. Un provvedimento unilaterale molto diffuso non solo a Milano, racconta Vincenzo Rubino, funzionario della Filcams della zona di San Siro della città meneghina. “Già dagli inizi di marzo - ricorda - abbiamo inviato molte lettere per comunicare alle aziende come l’imposizione unilaterale delle ferie non sia prevista dal contratto ma in molti impongono periodi di ferie forzate per bilanciare l’interesse dei lavoratori con quelli dell'azienda.

In realtà è ancora da mettere a punto il sistema degli ammortizzatori in deroga il cui iter burocratico, secondo Cgil, Cisl e Uil necessita di uno snellimento. Ancora Vincenzo Rubino: “Se tutto va bene, la cassa integrazione del mese di marzo rischia di essere pagata dall'Inps a giugno. Noi consigliamo, quando possibile, di usufruire dei congedi parentali aggiuntivi concessi dal decreto Cura Italia”. In assenza di delibere, i sindacati, hanno lanciato un appello alle aziende affinché anticipino gli importi degli assegni. Di fronte a questa situazione, l’istituto delle ferie permette di tenere botta almeno per questo primo momento di difficoltà. Rimane da capire come evolverà la situazione”.

Resta la necessità di tutelare quei lavoratori ancora soli di fronte all'azienda. Su questo Vincenzo Rubino è abbastanza franco: “Ovviamente nelle ditte non sindacalizzate abbiamo possibilità di incidere poco. Perché quando non è presente una rappresentanza sindacale attiva, non è facile conoscere determinate situazioni. Spesso bisogna attendere che il lavoratore chiami la Camera del lavoro per riferire le proprie difficoltà. Chi non è iscritto al sindacato rischia di pagare un prezzo più alto – sottolinea – perché si hanno meno informazioni, o per lo meno le si apprendono quando le decisioni sono già state prese. Perché non c'è un delegato sindacale che ti informa su quello che sta accadendo o su come funziona l'ammortizzatore sociale. Per questo è importante iscriversi al sindacato e in particolare alla Filcams Cgil. Perché comunque hai la possibilità di interfacciarti con delle persone che ti seguono, cercano di aiutarti e di metterti nelle condizioni di capire come muoverti”.

Riccardo si è appena iscritto.

Data articolo: Sat, 28 Mar 2020 16:04:00 +0200
Welfare e previdenza
Covid-19, emergenza affitti in tutta Italia

È allarme affitti per lavoratori e studenti fuori sede, che a causa della chiusura delle attività commerciali, artigianali e industriali e della sospensione delle attività didattiche delle università, vorrebbero correre ai ripari e si rivolgono alle sedi del Sunia, il sindacato degli inquilini. Tra le principali esigenze, chiudere il contratto e lasciare l’alloggio, sospendere l’affitto sino alla ripresa delle attività lavorative e di studio, oppure rinegoziare col padrone di casa le condizioni economiche e il canone. Le normative finoraadottate non hanno previsto alcuna specifica disciplina. E anche in presenza di ragioni che consentirebbero al conduttore una risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta e per gravi motivi, una mossa del genere oggi esporrebbe al rischio di un contenzioso da evitare.

“Il primo consiglio è avviare un contatto con l’altra parte per negoziare e verificare insieme le condizioni per una risoluzione anticipata del contratto, oppure per un mantenimento del contratto con una sospensione a termine del canone o di parte di questo” spiega una nota il Sunia. Se ci sono particolari difficoltà di reddito e per assicurare maggiori certezze ai proprietari la rinegoziazione può anche riguardare l’adozione di un affitto ridotto oppure il passaggio dal contratto libero a quello concordato, transitorio o per studenti, che potrebbe assicurare prospettive di maggiori certezze anche nella futura situazione di crisi economica.

“In ogni caso, è fondamentali che Stato, Regioni e Comuni mettano in campo misure specifiche e mirate – conclude il Sunia -, per agevolazioni e detrazioni fiscali e un adeguamento normativo dell’attuale disciplina degli affitti, per incentivare accordi e rinegoziazioni”.

Data articolo: Fri, 27 Mar 2020 17:34:00 +0200
Welfare e previdenza
Covid-19, Fish: intervenire subito per disabili e non autosufficienti

Potenziare il Fondo nazionale per la non autosufficienza, con un’iniezione di 150 milioni di euro, per fronteggiare le situazioni di maggiore isolamento e rischio e aiutare con interventi concreti anche le persone con disabilità che vivono da sole o con un assistente o caregiver, magari anziano. Fare interventi immediati di monitoraggio nelle strutture per disabili e non autosufficienti, che accolgono circa 270.000 persone, ed eventualmente effettuare trasferimenti in altri luoghi, per garantire il contenimento del contagio. Sono alcune delle richieste di emendamento al decreto legge “Cura Italia” da proporre già al Senato durante l’iter di conversione in legge, presentate dalla Fish, Federazione italiana per il superamento dell’handicap.

“Le misure di protezione e di sostegno per le persone con disabilità e per le loro famiglie contenute nel decreto sono importanti ma che devono essere affinate e potenziate – dichiara Vincenzo Falabella, presidente Fish - e soprattutto devono prestare ulteriore attenzione a situazioni di estrema fragilità e rischio. Si tratta di interventi improrogabili e inderogabili, che in molti casi potrebbero anche scongiurare il peggio. Dalle segnalazioni che ci arrivano, sappiamo che ci sono situazioni in cui su un isolamento preesistente si innesta questo nuovo dramma, generando condizioni inumane e intollerabili. Per questo chiediamo al Parlamento di fare proprie queste proposte e al governo di sostenerle”.

Data articolo: Fri, 27 Mar 2020 17:10:00 +0200
Welfare e previdenza
Pensioni, Spi-Cgil: bene chiarimento Tridico

“In una dichiarazione televisiva di ieri sera il presidente dell’Inps Pasquale Tridico aveva lasciato intendere che ci potessero essere di problemi di liquidità da maggio per il pagamento delle pensioni. Siamo intervenuti immediatamente e il Presidente ha chiarito, specificando che questi problemi non ci saranno in alcun modo. Bene!”. Lo scrive il segretario generale dello Spi-Cgil Ivan Pedretti sul suo profilo Facebook spegnendo le polemiche che si erano accese oggi a seguito di alcune dichiarazioni del presidente dell’Inps.

Data articolo: Wed, 25 Mar 2020 14:43:00 +0200
Welfare e previdenza
Case di riposo, gli allarmi in Umbria, Lazio e Sicilia

Non si arresta l'emergenza nelle case di riposo italiane. L'allarme, lanciato a più riprese a livello nazionale dallo Spi Cgil negli scorsi giorni, trova la sua declinazione nelle notizie che arrivano dai territori. Nel Lazio, i sindacati dei pensionati Spi Cgil Fnp Cisl Uilp Uil segnalano "criticità accertate" nelle strutture  Giovanni XXIII di Roma, la RSA di Nerola in provincia di Roma e l’INI Città Bianca di Veroli in provincia di Frosinone, la Rsa di Guidonia. I sindacati parlano di "situazioni drammatiche", "siamo di fronte ad una situazione terribilmente inedita. Le residenze per anziani e case di riposo stanno diventando dei veri e propri lazzaretti. Ospiti, lavoratori e responsabili delle Rsa - spiegano i sindacati - stanno affrontando all’interno di queste strutture gli effetti devastanti del Coronavirus. Responsabili sanitari e organizzativi, operatori sanitari, socio sanitari e assistenziali che intervengono nelle Rsa, devono poter operare in totale sicurezza a tutela della salute propria e degli ospiti anziani". Ma "la situazione è, come per tutti, inedita complessa, difficile e di durata non breve".

I sindacati segnalano la necessità di interventi urgenti, "altrimenti si assisterà alla decimazione delle persone più fragili, anziani non autosufficienti, che vivono in strutture residenziali, unitamente ad all’analogo rischio per gli operatori. Le Rsa e case di riposo sono delle vere e proprie bombe ad orologeria pronte ad esplodere", aggiungono. I segretari generali Alessandra Romano, Paolo Terrinoni e Oscar Capobianco di Spi Fnp e Uilp del Lazio rivendicano che le strutture residenziali devono essere equiparate, ai fini dell’emergenza Coronavirus, a quelle sanitarie e vanno gestite con pari attenzione e modalità, fornendo loro, nell’immediato tutto l’aiuto di cui necessitano e priorità nella fornitura di dispositivi di sicurezza, materiale e personale. 

Tra gli interventi chiesti: "Individuare i contagiati, gli asintomatici ed i negativi, garantendo la possibilità di effettuare tamponi per tutti gli utenti e operatori delle strutture residenziali. Isolare e distanziare il più possibile le persone anche all’interno delle strutture. Assicurare alle persone con disabilità i cui genitori siano ricoverati o siano venuti meno a causa del Coronavirus una immediata presa in carico. E ancora, assicurare, con urgenza, ai genitori, specie anziani, supporti domiciliari per gestire i figli con contagio da Coronavirus o che non siano gestibili in famiglia. Tutelare, in tutti i modi, la salute degli operatori che stanno dimostrando sul campo il loro valore e senza i quali gli anziani ospiti rischiano di restare privi anche del minimo supporto". I sindacati rinnovano alla Regione Lazio "la necessità di effettuare tamponi a chiunque operi in queste strutture".

In Sicilia, i sindacati  dei pensionati chiedono controlli a tappeto nelle case di riposo: “Rischiamo le stragi annunciate. Non si può più assistere inermi al bollettino di contagi che cresce di ora in ora, occorre intervenire con tutti i mezzi possibili  per salvaguardare le persone più deboli e gli operatori che se ne prendono cura”.  Lo scrivono in una nota congiunta i segretari generali di Spi Fnp e Uilp Sicilia Maurizio Calà, Alfio Giulio e Nino Toscano che chiedono che “l’Assessorato alla Sanità, insieme ai Comuni, avvii subito controlli mirati su tutto il territorio siciliano.” “In tutto il Paese-dicono i tre esponenti sindacali- si stanno verificando gravissimi casi di contagio collettivo nelle case di riposo per anziani e  anche in Sicilia in queste ore questi si stanno moltiplicando colpendo, in un ambiente ristretto, persone fragili e spesso non autosufficienti con una velocità e un rischio per la vita altissimi”. Calà, Giulio e Toscano sottolineano dunque la “necessità di andare a verificare quale siano le condizioni di vita e di salute dentro queste strutture,  di dotare anziani e operatori di attrezzature di protezione contro il virus, di verificare se gli ambienti sono sanificati, di attrezzare un collegamento per video chiamate per mettere in contatto i pazienti con le loro famiglie, e, in caso di dubbio sanitario, di fare subito i tamponi per il Coronavirus per isolare e bloccare i focolai che in una situazione simile potrebbero diventare motivo di rischio di vita per operatori, pazienti, per l’intera comunità”. “I casi di questi giorni della Rsa di Villafrati, dell’Ircss Neurolesi Bonino Pulejo e della casa di riposo ‘Come d’Incanto’ di Messina, dell’Irccs Oasi Maria SS. di Troina – rilevano i sindacati- dimostrano purtroppo che il fenomeno è in ascesa ed è pericoloso. Bisogna agire subito”.

"Le case di riposo sono uno dei fronti più scoperti nella lotta contro il coronavirus e per questo vanno dotate di strumenti di difesa al pari delle strutture sanitarie. Ma oggi, anche in Umbria, ci sono troppe criticità e le persone anziane stanno morendo”. È questo il messaggio che i sindacati delle pensionate e dei pensionati dell’Umbria, Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil hanno portato ieri alla Regione, in un incontro nel corso del quale i tecnici dell’Ente hanno dato rassicurazioni alle organizzazioni sindacali, ma dal quale sono emerse comunque mancanze e criticità. “In particolare - spiegano i sindacati - è evidente che le dotazioni di dispositivi di protezione, mascherine nello specifico, sono insufficienti e vanno al più presto integrate, non solo per il bene degli ospiti delle strutture, ma anche di quello degli operatori socio-sanitari che vanno sottoposti tutti a tampone per isolare possibili focolai”. Infine, i sindacati dei pensionati umbri chiedono alle strutture protette di fare tutto il possibile per rompere l’isolamento nel quale le persone anziane ospitate sono piombate in questi giorni, non potendo più ricevere, giustamente, le visite dei familiari: “Quello che chiediamo - concludono Spi, Fnp e Uilp - è di consentire agli anziani di parlare con i propri cari attraverso gli strumenti digitali che oggi lo consentono ampiamente”.  

Data articolo: Wed, 25 Mar 2020 13:03:00 +0200
Welfare e previdenza
La dignità degli anziani è sacra. Ora hanno bisogno di tutto

I dati sono brutali. Il documento di Sorveglianza Integrata Covid-19 Italia, curato dall’Istituto superiore di sanità e aggiornato a ieri, 23 marzo, ci informa che dei 57.989 casi di contagio da Coronavirus il 37,8% riguarda persone over 50 e il 36% gli over 70. L’età mediana dei casi è di 63 anni. Tra i 5.019 deceduti, 138 appartengono alla fascia d’età 50-59 (3,3%, letalità 1,5%), 541 avevano dai 60 ai 69 anni (10,8%, letalità 5,2%), nella fascia d’età 70-79 sono morte 1.768 persone (35,3%, letalità 15,6%), 2.023 tra gli 80-89 anni (40,3%, letalità 23,6%), 465 tra gli over 90 (9,3%, letalità 24%). Il virus colpisce le persone anagraficamente più fragili, spesso toccate da altre patologie gravi. Ma il fronte non è solo nei reparti di terapia intensiva degli ospedali. Si comprende da questo rozzo preambolo come la popolazione e gli iscritti rappresentati dallo Spi Cgil (il Sindacato pensionati italiani) siano tra i più esposti alla crisi sanitaria e ai suoi effetti collaterali. Abbiamo provato a fare il punto col segretario generale dello Spi, Ivan Pedretti, rivolgendogli alcune domande.  

Quali sono, nei territori e a livello nazionale, le principali criticità che lo Spi Cgil e le sue Leghe stanno affrontando riguardo alla pandemia? Quali le iniziative che avete preso e state per prendere? In che modo usate le sedi, compatibilmente con le misure del governo e la salute dei compagni da tutelare?

“I nostri sindacalisti, collaboratori e attivisti rappresentano la fascia più a rischio della popolazione e per questo non ci è stato possibile tenere aperte fisicamente le nostre sedi. Chiuderle è stata una scelta dolorosa ma necessaria. Non ci siamo però dati per vinti, anzi. I nostri sul territorio hanno messo a disposizione i propri numeri di telefono, in molti casi stanno chiamando decine di migliaia di iscritti, anche solo per sapere come stanno e se hanno bisogno di qualcosa. In molte parti d’Italia le Leghe si stanno riunendo attraverso i mezzi che ci mette a disposizione la tecnologia. Per noi pensionati magari è un po’ più difficile, ma ci stiamo ingegnando in tutti i modi per continuare a rappresentare un punto di riferimento per i pensionati e per gli anziani”.

La grande emergenza del virus rischia di far esplodere, nel lungo periodo, le “piccole” emergenze quotidiane: persone non autosufficienti lasciate sole in abitazioni dalle quali non possono uscire, case di riposo ingestibili, patologie croniche non più seguite. Qual è il tuo giudizio al riguardo e cosa chiede lo Spi Cgil?

 

Case di riposo e isolamento, situazione preoccupante

“Il primo, enorme, problema riguarda le case di riposo. Purtroppo ogni giorno ci arrivano notizie di contagi e di decessi all’interno di queste strutture. Spesso il virus arriva dagli operatori socio-sanitari, magari asintomatici, a cui non sono stati ancora forniti i dispositivi di protezione individuale. In altri casi invece arriva da parenti, anche se la maggior parte delle strutture sono state chiuse all’esterno per proteggere gli anziani ospiti. C’è un ulteriore dramma che stiamo registrando che è quello della solitudine. Gli anziani non ricevono più visite, si sentono abbandonati, non riescono a comunicare con le proprie famiglie. Banalmente servirebbero tablet che non tutte le strutture hanno o si possono permettere. Abbiamo chiesto risorse sia per questi e soprattutto per dotare tutto il personale dei dispositivi di protezione. Abbiamo lanciato un allarme, raccontando al paese che ci sono 500mila persone che si trovano in queste condizioni. Chiediamo che si faccia di più per loro, che si eviti che il contagio si propaghi ancora e che si faccia di tutto per far stare al meglio queste persone. C’è poi il problema dell’assistenza domiciliare per tutti quelli che si trovano a casa”.

Ritieni che la popolazione anziana italiana, in questo momento, stia ricevendo cure e assistenza sufficienti, e, al di fuori degli ospedali, l'attenzione e il rispetto dovuti?

“Purtroppo registriamo da più parti la riduzione dei servizi agli anziani, che tra l’altro erano già particolarmente scarsi. In tutti i territori stiamo facendo i sindacalisti contrattando con gli enti locali soluzioni immediate per non lasciare da solo nessuno e siamo riusciti a sottoscrivere diversi accordi importanti. Noi chiediamo anche che si stanzino maggiori risorse per il terzo settore e per il volontariato che in questa fase possono fare molto portando spesa, medicine e assistenza a chi è recluso dentro casa”.

Hai affermato che deve essere il tempo della responsabilità e non del profitto. Hai lanciato una campagna informativa, per disinnescare fake news e bufale, che mette a disposizione tutte le piattaforme dello Spi (sito nazionale, pensionati.it, LiberEtà) per fornire informazioni corrette. Avete lanciato la campagna “Giovani che aiutano gli anziani”. Quali sono i valori e gli obiettivi degli strumenti che avete messo in campo?

 

Ci siamo ribellati alla narrazione del virus

“Quando è cominciata questa emergenza abbiamo sentito dire, anche da autorevoli esperti e membri delle istituzioni, che non bisognava preoccuparsi più di tanto perché morivano solo i vecchi. Come fosse una liberazione, quasi fosse giusto. Ci siamo ribellati a questo modo di raccontare il virus e abbiamo avuto ragione. Oggi tutti, dal presidente della Repubblica al papa fino ai più importanti membri della comunità scientifica, riconoscono la dignità delle persone anziane e rivolgono a loro messaggi di vicinanza. C’è in giro per l’Italia un esercito silenzioso di giovani volontari che vanno a fare la spesa per gli anziani del loro condominio o del loro quartiere. Stiamo raccogliendo le loro storie, per dare un messaggio di speranza e di solidarietà tra le generazioni. È un piccolo ‘regalo’ che ci ha fatto questo virus. Gli anziani in questo momento hanno bisogno di tutto. Di assistenza, di compagnia, di aiuti concreti. Hanno bisogno di sapere e di capire quello che sta succedendo. Noi abbiamo messo tutti i nostri strumenti a disposizione”.

Sarebbe un errore ridurre la popolazione anziana nella sola cornice del bisogno e della vulnerabilità. Centinaia di medici pensionati sono tornati in corsia. A parte loro, cosa stanno facendo, e cosa possono fare gli anziani per aiutare il paese?

“Gli anziani sono la colonna portante di questo paese. Lo sono e lo saranno sempre, anche e soprattutto quando tutto sarà passato. Ci sono anche degli insegnanti in pensione che si sono messi a disposizione per fare le ripetizioni online ai ragazzi che non stanno andando a scuola. Ora è bene che stiano il più possibile a casa, per ripararsi da questo virus. Stare a distanza dai figli e dai nipoti è uno strazio, ma è un male necessario per superare tutti insieme questa emergenza”.

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Data articolo: Tue, 24 Mar 2020 15:04:00 +0200
Welfare e previdenza
Come scope in uno sgabuzzino

Stefaniya ha 66 anni, vive a Roma da quasi 15 e lavora come colf presso 5 o 6 famiglie. Con i soldi che guadagna – circa 1.000 euro al mese – paga l'affitto e le bollette, mantiene il marito quasi in età da pensione in cerca di lavoretti e manda qualche soldo a casa, in Ucraina, per permettere al nipote Bohdan di continuare a studiare pianoforte. Lui è il suo vero orgoglio. Nel suo paese di origine, Stefaniya era un'insegnante di musica, pianista e fisarmonicista, infatti molti suoi datori di lavoro, scherzando, ogni tanto la chiamano “professoressa”. Bohdan, a nemmeno 14 anni, è un promettente concertista che gira il mondo per esibirsi.

In questi giorni, guardando la televisione, Stefaniya si commuove quando sente della marea di morti senza nome e senza volto uccisi in Italia dal Coronavirus. Le si manifestano similitudini spiazzanti con i numeri dei migranti che muoiono nell'attraversare il Mediterraneo. Si sente vicina al dramma della popolazione italiana, ma a sua volta è costretta a fare i conti con il suo lavoro che è sparito all'improvviso. Ha dei regolari contratti di assunzione, potrebbe uscire di casa per andare a lavorare, ma le famiglie per le quali presta servizio le hanno chiesto di non andare più a fare le pulizie per evitare rischi di contagio.

Difficoltà e incertezze non da poco. Pur stando in casa, Stefaniya e suo marito devono continuare a vivere e all'inizio del mese prossimo dovranno pagare nuovamente l'affitto. Allo sportello che la Filcams da anni dedica alla categoria – Roma, via Buonarroti, 12, sesto piano. La consulenza è gratuita – ci confermano che per colf e badanti il governo non ha previsto alcun tipo di ammortizzatore sociale. Ci sono stati anche casi drammatici: badanti straniere licenziate dopo un regime di convivenza che, nella situazione di emergenza divenuta globale, hanno tentato di far ritorno nel loro paese. Alcune di loro sono state respinte alle frontiere e si sono trovate improvvisamente senza alcun posto dove andare.

Il decreto esclude espressamente dalla tutela del reddito il lavoro domestico – ci spiega Luciana Mastrocola, segretaria nazionale della Filcams –, ma se è la famiglia che chiede alle collaboratrici di rimanere a casa per paura del contagio, come prevede l’articolo 19 del contratto nazionale, il costo della mancata prestazione resta in capo a loro. Il lavoro domestico non è tra quelli posti a restrizione da parte del governo, quindi per colf e badanti non sono previsti gli ammortizzatori sociali come, per esempio, per i dipendenti di una parruccheria.

Per Luciana Mastrocola è una situazione inedita, non c'è la volontà delle parti, bisogna tutelare situazioni che francamente possono diventare difficili. “La maggior parte di loro sono straniere, non possono nemmeno contare sulle reti familiari e rischiano di trovarsi senza nessuno che possa dare loro una mano. Si tratta di donne fondamentali nel reggere l'equilibrio delle nostre famiglie, in un paese vecchio, con un welfare in certe regioni inesistente. Se riusciamo a vivere la nostra vita, ad andare a lavorare, fare carriera, è proprio perché ci sono loro. In un momento di difficoltà come questo, nessuno se ne sta occupando. Sappiamo che i soldi sono pochi, ma bisogna trovare il modo di offrire una copertura anche a loro”.

La Filcams, insieme alle altri parti che siedono al tavolo del contratto nazionale (Fisascat e Uiltucs e le parti datoriali Fidaldo, Domina e Federcolf), ha sottoscritto un avviso comune in cui chiedono tutele per il reddito di queste lavoratrici. Le domestiche sono peraltro già escluse dai congedi parentali riconosciuti dopo la chiusura delle scuole. Per questa categoria è prevista una contribuzione bassa e quindi non hanno diritto a tutto quello che l'Inps eroga sotto forma di assistenza, come i congedi della legge 104 e l'indennità di malattia.

Data articolo: Tue, 24 Mar 2020 08:30:00 +0200
Welfare e previdenza
Pensioni, Spi: anticipo e scaglionamento per 850.000. Servono spot tv

“Sono 850 mila i pensionati che potranno beneficiare dell’anticipo e dello scaglionamento su più giorni del pagamento delle pensioni per i mesi di aprile, maggio e giugno. Si tratta nello specifico di tutti quelli che riscuotono la pensione direttamente in contanti presso le poste e di quelli che hanno il libretto ma non il postamat”. Lo riferisce lo Spi Cgil.

“La misura adottata – continua il sindacato – è sicuramente positiva perché punta ad evitare assembramenti, in particolare di persone che più di altre corrono gravi e pesanti rischi se contagiati dal virus. È del tutto evidente però che si tratta di un meccanismo complesso, vista soprattutto la divisione per giorni a seconda della lettera del cognome.

“Per una piena riuscita dell’operazione – conclude lo Spi Cgil – si rende quindi necessario ogni sforzo comunicativo possibile. Per questo chiediamo a Inps, Poste e governo di prevedere la messa in onda di spot televisivi per informare tempestivamente e correttamente il più alto numero di persone possibile”.

Data articolo: Fri, 20 Mar 2020 15:41:00 +0200

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