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Prima pagina da huffingtonpost.it

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politica

Affanno da virus
(Photo by Mauro Ujetto/NurPhoto via Getty Images)

Sono ore intensissime nelle stanze del governo. A metà mattina arriva la comunicazione ufficiale: “La riunione preparatoria del Consiglio dei ministri è stata annullata”. La spiegazione che arriva da Palazzo Chigi è quella attesa: tutte le energie sono rivolte all’emergenza corona virus, gli altri provvedimenti possono aspettare. A sera una fonte di governo stila il seguente bilancio: “Abbiamo passato la giornata a cercare di contenere la Basilicata, le Marche, ma anche la Puglia e la Calabria rischiavano di sfuggirci di mano”. Al punto che Giuseppe Conte ha dovuto usare la sciabola più che il fioretto: “In assenza di coordinamento si renderanno necessarie misure che conterranno le prerogative dei governatori”. Una dichiarazione quasi senza precedenti. 

È solo una parte del tutto. Forse alla fine non così rilevante. Ma è la cifra di un paese che da un lato mette in campo tutte le proprie risorse per evitare il peggio, dall’altro rischia una confusione che può rivelarsi il peggiore dei nemici. Un sistema che ha rischiato seriamente di muoversi totalmente in ordine sparso. La Basilicata ha prima imposto un’improbabile quarantena per chiunque entrasse nei confini della Regione proventi dal nord, poi è tornata in tutta fretta sui suoi passi. Le Marche erano sul punto di disporre la chiusura delle scuole, salvo poi essere dissuasa. E su un analogo piano inclinato stavano scivolando Puglia e Calabria. Domani si costituirà un tavolo di coordinamento per evitare di procedere in ordine sparso. La prima riunione sarà un faccia a faccia, in videoconferenza, con tutti e venti i predidenti di Regione.
La borsa è andata in picchiata, il trasporto ferroviario in tilt, spezzando l’Italia in due proprio a causa di un sospetto caso di virus alla stazione di Casalpusterlengo. Luigi Di Maio si è attivato presso tutti i suoi omologhi transfrontalieri per rassicurare e prevenire una possibile quarantena del Belpaese. “La Lega ci chiede la chiusura delle frontiere - dice una fonte di governo - Ma si rendono conto di cosa voglia dire, economicamente e non? Di quanto tempo ci si metta a riconquistare fiducia e reputazione?”.


La confusione è in parte effetto collaterale messo in conto, in parte panico da tenere sotto controllo. Il decreto varato sabato dal governo ha recepito lo “scenario due”. Sono una serie i di livelli di contromisure studiati a tavolino dall’unità di crisi del ministero della Salute, che corrispondono a diversi gradi di intensità e diffusione del morbo. L’Italia, dopo la prima direttiva emanata dal ministro competente Roberto Speranza, è salita di livello. Uno fra quelli che ha il dossier per le mani non vede all’orizzonte un ulteriore drastico incremento delle misure. Sono informazioni e dati da maneggiare con cura, ma il terzo step verrebbe messo in moto solo in presenza di migliaia di contagi.


Ecco la notizia positiva: la progressione dei nuovi casi è stata al di sotto delle previsioni. C’è poi quella negativa, la vera preoccupazione di tutti quelli che hanno messo la testa sul caso: non si trova il paziente zero. Tutte le valutazioni sono in corso. Il governatore della Lombardia Attilio Fontana parla di “due piste” che si stanno seguendo in queste ore, non si hanno ulteriori dettagli.
Il ragionamento è semplice. Se il cluster del Lodigiano ha avuto la sua esplosione esclusivamente all’interno dell’ospedale che ha ricevuto il paziente uno, quel focolaio si può ritenere, anche se con molta prudenza, in via di contenimento. Ma se così non fosse, un ulteriore diffondersi del corona virus sarebbe del tutto imprevedibile. Si oscilla tra gli inviti a non abbassare la guardia e la necessità di essere prudenti. Fonti del ministero della Salute affermano che la grande discrepanza tra i casi riscontrati in Italia e quelli negli altri paesi europei, oltre all’oggettivo insorgere dei focolai del Nord, ha una spiegazione statistica.

“Qui da noi - raccontano - al momento abbiamo superato i cinquemila soggetti sottoposti ai test. In Francia siamo poco oltre i 450”. Bisogna unire questa informazione al fatto che per oltre l’80% dei casi chi si ammala presenta sintomi da grande raffreddore, affrontabili anche a casa. Vale a dire che quattro casi su cinque sanno di avere il corona virus e non un malanno stagionale proprio grazie ai tamponi specifici. “Non c’è certezza ovviamente - continuano - ma se in Francia o Germania si procedesse intorno ai focolai con test a tappeto così come abbiamo fatto noi i numeri probabilmente salirebbero di molto”.
La caccia al paziente zero è spasmodica. Individuarlo non vorrebbe dire scongiurare altre ondate, con altre possibili origini, ma significherebbe fare un passo fondamentale nella gestione della crisi attuale. Il governo invita a non farsi prendere dal panico. I casi di decessi riguardano persone anziane o con patologie pregresse. Viene citato il caso del primo cinese ammalatosi nel nostro territorio, individuato a Roma. Per giorni in situazioni critiche in terapia intensiva, oggi gode di buona salute. Come a dire: anche nei casi più complicati la via d’uscita c’è.


O almeno: c’è se è a disposizione un reparto adeguato a prestare le cure del caso. Per questo una diffusione più ampia è in queste ore un vero e proprio spettro per tutte le autorità impegnate sul caso. In caso di grandi numeri di contagio, anche se i casi più gravi fossero contenuti, comunque basterebbero a mandare in tilt gli ospedali attrezzati. E la situazione rischierebbe di avvitarsi su se stessa. “Nessuna sottovalutazione, ma nemmeno fobie insensate”, dicono dal ministero della Salute. Mentre continuano a cercare senza sosta il paziente zero.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 20:59:21 +0000

cronaca

Coronavirus, contagiata l'economia
Borsa

Il bollettino è drammatico, impietoso, dice della grande paura che fagocita la piazza per eccellenza dell’economia, quella che determina gli umori, quindi l’opportunità e la sicurezza di investire, in ultimo la ricchezza del Paese. Eccola la chiusura di Piazza Affari: -5,43 per cento. Quasi quaranta miliardi bruciati in un giorno. I mercati assorbono i timori per il coronavirus e per le misure restrittive adottate dal governo, ma è anche il tessuto produttivo, l’economia reale, a soffrire. È il combinato disposto che porta gli economisti a vedere la recessione e che costringe l’esecutivo a guardare già oltre l’emergenza. In poche parole: il virus si impone come elemento che azzera la crescita e marca l’avvento di una nuova crisi. Giuseppe Conte ne prende atto: “L’impatto economico potrebbe rivelarsi negativo”. 

Il termometro dei mercati registra un’impennata decisa rispetto a venerdì. Il perché è da rintracciare nella focalizzazione del rischio-Italia. In due giorni si è ribaltato tutto: il cambio di pelle della diffusione del virus, le vittime, il decreto d’urgenza varato dal Consiglio dei ministri, la quarantena, i grandi gruppi e le piccole aziende costrette a chiudere fabbriche e negozi e tenere i lavoratori a casa. Il Nord, che genera 1/3 del Pil, rinchiuso in un cordone. Basta leggere il prospetto di quello che è stato il decimo crollo più consistente dal 2000 a oggi per capire come la grande paura abbia contagiato tutti i settori di punta dell’economia: il lusso (Moncler -5,36%, Ferragamo -8,90%), l’industria (CnhI -7,65%, Fca -6,13%) e la finanza (Nexi a -8,61%). Ma anche le banche e le assicurazioni (Unicredit -6,48%, Ubi Banca -4,13%, Intesa Sanpaolo -5,75%, Generali -5,40%), le tlc (Tim - 3,97%) e l’energia (Enel -4,90% e Eni -4,67%). E poi lo spread, salito con furia dai 134 punti di tre giorni fa a 145. 

La reazione degli investitori, come si diceva, si intreccia allo stato di salute dell’economia reale. Il punto lo coglie benissimo Bernabò Bocca, presidente di quella Federalberghi che è il player di punta di un settore altrettanto strategico, cioè il turismo: “La situazione è precipitata, il danno d’immagine si è già trasformato in danno economico”. Codogno e Casalpusterlengo, i due centri della Lombardia diventati il simbolo della quarantena italiana, sono zone ad alta intensità industriale. La Lombardia e il Veneto, altra Regione interessata dai contagi, valgono da sole il 31% del Pil. La filiera agro-alimentare di Confcommercio parla di una perdita di Pil di oltre 5 miliardi. I grandi gruppi industriali, come Brembo, sono costretti a invitare i dipendenti a non presentarsi in azienda. 

Di fronte a questo scenario, il governo accelera sulla fase uno, quella dell’emergenza. Al Tesoro e a palazzo Chigi è una giornata di passione. Telefonate, riunioni, contatti con le associazioni delle imprese, bozze di decreti per costruire l’argine a quello che gli addetti del settore dipingono già come l’antipasto di una nuova crisi, di una recessione capace di cancellare le già ridotte stime di crescita previste per il 2020. A metà pomeriggio Riccardo Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, chiama i ministri e i sottosegretari coinvolti dal dossier a palazzo Chigi per fare un punto live sulla road map degli interventi. Arriva anche Conte. Si discute fino a sera. 

Al tavolo, Roberto Gualtieri arriva con l’approvazione del decreto ministeriale che fa entrare in vigore lo stop alle tasse e agli adempimenti fiscali negli 11 Comuni della zona rossa. È il ministro dell’Economia l’uomo del governo che sta dando volto alle misure di quella linea operativa che Conte porta avanti lavorando gomito a gomito con la Protezione civile. Davanti alle telecamere del Tg1, il titolare del Tesoro annuncia anche l’accordo con l’Abi per la sospensione delle rate dei mutui dei cittadini delle zone colpite dal virus. Lancia un messaggio di rassicurazione e spiega i passi del governo. Sempre a via XX settembre, una task force sta lavorando a un decreto per le imprese, in collaborazione con il Mise. Arriverà a giorni e dentro ci saranno lo stop alle bollette di luce e gas e le norme per la cassa integrazione che servirà a sostenere i lavoratori che non potranno recarsi in azienda o in ufficio. Sarà un provvedimento corposo perché dentro ci sarà l’accesso facilitato al Fondo di garanzia per le pmi e sono allo studio anche indennizzi per le imprese che hanno subito danni. 

Intanto, come si diceva, il governo dà il via libera al decreto per lo stop immediato alle tasse e anche al decreto della presidenza del Consiglio che rende operativi alcune decisioni contenute nel primo decreto, quello varato dal Cdm sabato notte. Arriva anche una direttiva del ministero della Salute e della P.a. con le norme di comportamento da tenere sia negli uffici sia agli sportelli a contatto con il pubblico: sarà indicata anche la distanza da tenere e pure, probabilmente, la distinzione dei servizi igienici tra lavoratori e utenti. Gli uffici saranno dotati di salviette monouso, dispenser con gel disinfettante e, dove dovesse rendersi davvero necessario, anche di mascherine.

Ma le previsioni degli economisti impongono di allargare lo sguardo. Entra in campo qui la metamorfosi della percezione dell’impatto che il coronavirus ha sull’economia. Fino a quando l’emergenza è rimasta fuori dai confini nazionali, l’esecutivo e i grandi attori economici del Paese hanno potuto limitare la portata delle contromisure e delle valutazioni. Ora non più. E così è arrivata la prima stima di peso, quella della Banca d’Italia che parla di una zavorra dello 0,2% del Pil, una mannaia se si considera che il governo ha stimato una crescita dello 0,6% e Bruxelles di appena lo 0,3 per cento. Sottraendo l’impatto negativo alla stima, si arriva a previsioni che rasentano l’assenza di crescita. Per gli economisti bisogna andare ancora più in giù. Il quarto trimestre del 2019, che non ha scontato l’emergenza, si è chiuso a -0,3 per cento. Ora Lorenzo Codogno, fondatore di Lc Macro Advisors a Londra, dice all’Ansa che “una recessione tecnica ci sarà decisamente”. La forchetta ripresenta il segno meno: tra -0,5% e -1 per cento. La capo economista di Ada Economics, Raffaella Tenconi, parla di una contrazione del Pil dell′1% se la situazione non si risolve rapidamente. 

Anche il governo si ritrova obbligato a un cambio di passo. Il viceministro all’Economia Antonio Misiani lo mette già in conto. Un decreto crescita da varare ad aprile. È questa la prova che attesta la metamorfosi della prospettiva, la consapevolezza che la conta dei danni può essere pesante. E la necessità, quindi, di intervenire con una leva che superi l’ottica dell’emergenza. Perché lo strascico del coronavirus è tutto qui, sulla crescita, meglio sulla mancata crescita. E con quello strascico si dovrà fare i conti per mesi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 20:25:29 +0000

politica

Il Coronavirus non ferma le "cannonate" di Salvini contro Conte
NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2020/02/18: Italian politician Matteo Salvini leader of Lega party during a political meeting of Lega, in Naples city. (Photo by Salvatore Laporta/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images)

Nemmeno il coronavirus ferma la propaganda di Matteo Salvini. Eccolo palesarsi in camicia bianca e cravatta blu, in diretta facebook alle 18 e 30. Per quaranta minuti di orologio il Capitano leghista bombarda l’esecutivo di Giuseppe Conte, reo di essere arrivato troppo tardi sul virus cinese. “Solo una settimana fa il presidente del Consiglio diceva: ‘Tutto sotto controllo, nessun allarmismo’. Qualcuno dovrà rispondere al popolo italiano di queste affermazioni”. E il giallo sulla telefonata di Conte alla quale il leader leghista non avrebbe risposto? “Un presidente del consiglio ha tutti i numeri. Sul mio telefono non è arrivato né un messaggio, né un whatsapp. Io sono a disposizione”. Replica del premier: “Non vorrei essere costretto a mostrare i messaggi e le telefonate che ho fatto a Salvini. Lui potrà partecipare al tavolo che faremo anche con le opposizioni”. Nel frattempo, insiste Conte, “si dovrebbe astenere dallo speculare”.

Insomma, la pacificazione nazionale, la quarantena delle polemica non rideclina il salvinismo. Il numero uno di via Bellerio non cambia paradigma. Non a caso sferza la maggioranza giallorossa sottolineando che oggi l’aula di Montecitorio si è occupata di intercettazioni: “Quando mi ha chiamato il capogruppo Molinari – si rivolge al popolo di facebook - stentavo a crederci, staranno discutendo del virus, ci saranno provvedimenti economici su come mandare più medici, più infermieri. No, no, cari amici, oggi Pd e Cinquestelle hanno esaminato il provvedimento sulle intercettazioni. Ma vi pare normale che in un lunedì con 223 contagiati, con la borsa sprofondata, la Camera dei deputati si stia occupando di intercettazioni? Non sarebbe serio posticipare quel decreto? Non hanno nemmeno un briciolo di vergogna….”. 

In aula, a Montecitorio, le truppe di Salvini hanno chiesto il cambio degli ordini dei lavori. Prima il coronavirus, poi tutto il resto. Il decreto, però, è in scadenza fra cinque giorni. I leghisti provano a ostacolare il cammino del provvedimento iscrivendo a parlare oltre 100 parlamentari. E allora la maggioranza, trovando un muro da parte dell’opposizione, decide di chiudere anticipatamente la discussione. Il taglio della discussione passa con 299 voti a favore e 153 contrari.“Gran parte delle critiche che sono state mosse – osserva il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis – sono prive di fondamento. Il testo è chiaro e circoscrive in maniera ragionevole sia l’utilizzo del contatore, sia l’utilizzo delle intercettazioni relative ai reati connessi”. Scoppia il putiferio. Dopo il voto delle pregiudiziali, la maggioranza pone la questione di fiducia. Poi lo scontro si sposta in conferenza dei capigruppo, dove il Pd fa una controproposta per passare subito alla discussione sul coronavirus. Non a caso il democrat Enrico Borghi replica in questi termini alle accuse rivolte da Salvini: “Come Pd, nel corso della conferenza dei capigruppo, abbiamo proposto di anticipare i lavori senza attendere le 24 ore previste dal regolamento allo scopo di esaurire l’esame del decreto intercettazioni e dedicarci da subito al varo del decreto per l’emergenza coronavirus”. 

Non importa. Salvini continua a sbattere i pugni contro la maggioranza, il governo, tutti. Salvo poi annunciare per domattina una conferenza stampa nel corso della quale lancerà una serie di proposte economiche da offrire al governo. Un colpo al cerchio e l’altro alla botte, si direbbe. Anche se, assicurano dall’innercircle, per lui la priorità deve essere l’emergenza coronavirus. Punto. Va da sé, però, senza perdere di vista la propaganda, il primo punto del programma di governo dell’ex ministro dell’Interno. 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 19:35:10 +0000

esteri

La moglie di Kobe Bryant fa causa alla società dell'elicottero caduto
US basketball player Kobe Bryant (R) and his wife Vanessa Laine Bryant arrive for the 90th Annual Academy Awards on March 4, 2018, in Hollywood, California. (Photo by ANGELA WEISS / AFP) (Photo by ANGELA WEISS/AFP via Getty Images)

La vedova di Kobe Bryant ha fatto causa a Los Angeles alla società proprietaria dell’elicottero che un mese fa è caduto nella nebbia in California uccidendo suo marito e la figlia di 13 anni.

Secondo la donna, il pilota (anche lui morto nell’incidente) fu negligente nel volare con quelle condizioni meteo. La causa arriva mentre è in corso una cerimonia allo Staples center per rendere omaggio al campione e alla figlia.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 18:57:12 +0000

cronaca

C'è il coronavirus e Milano rinuncia all'happy hour
Milano coronavirus

La Milano da bere, oggi, si è fermata al caffè. Niente “Sbagliato” dopo il lavoro, niente birretta, niente movida. È il primo giorno del semi-coprifuoco deciso dalla Regione e al capoluogo lombardo tocca rinunciare al suo simbolo più noto dopo la Madonnina, chiusa anche lei: l’happy hour. 

Dopo una giornata che ha visto sì i mezzi pubblici semi-deserti, le scuole, le università, i cinema, i teatri e alcune aziende chiuse ma che non si è paralizzata, all’ora del tramonto - e del “Camparino” - cala il sipario: saracinesche di bar e pub abbassate dalle 18, niente “puntello” fuori dai locali storici, molti gestori ligi all’ordinanza ma decisamente contrariati. 

Al Bar Basso, storico tempio del Negroni Sbagliato mezzo vuoto fin dal pomeriggio, un ragazzo al bancone prova a giocare d’anticipo. Sono le tre e mezza: «Dai - chiede al barista - fammi uno spritz che mi porto avanti». Strappa qualche risata, ma la settimana, per i gestori di bar, locali e discoteche si annuncia nera. Poco prima dello stop corrono tutti ad un consiglio direttivo dell’Epam, l’associazione provinciale dei pubblici esercizi che fa capo a Confcommercio: “Siamo preoccupatissimi - spiega il presidente Lino Stoppani - speriamo che questo provvedimento sia accompagnato da adeguate misure di sostegno agli esercenti”. 

Allo scattare dell’ora X, sui Navigli, si iniziano ad abbassare le serrande, mentre molti cocktail bar, che di solito alle 18 aprono, sono già chiusi. Pinch, Rita, Ugo, Mag, tutti i grandi classici dello struscio in zona Darsena salutano gli affezionati per un po’. Non è il Deserto dei Tartari, ma il passeggio è più che dimezzato. I locali che restano aperti si dichiarano “ristorante” (per chi cucina piatti il divieto non c’è) anche se si avvicinano di più alla categoria “caffé”, e sono strapieni. Diversi ragazzi, per sicurezza, anticipano l’”ape” alle cinque, si sa mai. Un’auto dei vigili si parcheggia all’inizio della via: si capirà domani se tutti, davvero, hanno rispettato l’ordinanza. Intanto i titolari del Jamaica, secolare presidio in Brera, annunciano: «Non ci avranno mai! Non abbiamo chiuso sotto i bombardamenti e dobbiamo chiudere per l’isteria collettiva?». 

Prima della clausura serale, la città è sì diversa dal solito, ma lontana dagli scenari apocalittici temuti. C’è chi la vede mezza piena, chi la vede mezza vuota. Su tram e autobus si sta comodi, i mezzanini della metropolitana sono vuoti. I supermercati, molti dei quali sono stati presi d’assalto domenica per paura che le disposizioni di Palazzo Lombardia stoppassero anche i negozi, cercano di tornare alla normalità. All’Esselunga di Porta Vittoria non si trovano carne, pasta, biscotti, ma un garzone assicura: «Domani arrivano i rifornimenti». Idem le farmacie: in quella di Porta Venezia, che non abbandona i suoi clienti neanche a Ferragosto, un cartello annuncia l’arrivo delle macherine per domani: «Forse», placa gli entusiasmi il farmacista.

Qualcuno, scatenando l’invidia di chi si è lanciato tardi sugli approvvigionamenti, sfoggia gli introvabili flaconcini di Amuchina da borsetta, approfittando di una giornata primaverile per farsi una passeggiata o portare i figli ai giardinetti. I turisiti, intabarrati con le sciarpe fino agli occhi, non rinunciano al solito selfie davanti al Duomo o alla Scala, anche se chiusi. Le aziende si affidano al buon senso dei propri dipendenti: smart working volontario. Le caselle mail sono intasate di avvisi su eventi e meeting annullati. I mercati di quartiere portano, come ogni lunedì, le loro bancarelle tra le vie di centro e periferia e molti negozi sono aperti, tranne qualche eccezione. Mao Hunan, uno dei ristoranti cinesi più cool della città, nonostante le disposizioni non lo impongano, si prende - lo scrive su Facebook - una settimana di ferie «dal 24 al 1 marzo per dare un contributo a ridurre al minimo la possibile diffusione di malattie virali». Quasi tutta via Paolo Sarpi, la China Town milanese, è chiusa. I cortili delle scuole e degli asili, tristemente silenziosi, fanno il paio con le Università serrate. Gli studenti del Politecnico decidono di studiare all’aria aperta e si appostano, plaid alla mano, nei giardini delle piazza antistante. Ai tavolini dei bar, fino a che restano aperti, si parla delle conseguenze che l’emergenza avrà sull’economia: «Una bella botta». C’è chi, impossibilitato a lavorare, pianifica una settimana bianca fuori programma e chi, siamo solo al giorno 1, scalpita e la liquida così: «Speriamo che ’sta rottura finisca presto». Qualcuno, invece, si attrezza con pazienza e ironia. Davanti ad un dehor in piazza Risorgimento, in centro, due amici scherzano con la titolare: «Se ci lasci un tavolino fuori, anche quando chiudi, alle bottiglie ci pensiamo noi». 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 18:38:22 +0000

politica

Governatori in ordine sparso, pasticci sul coronavirus
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C’è confusione tra gli enti locali nella gestione dell’emergenza coronavirus. E ad alimentarla sono alcune delle regioni dove non si sono registrati casi di contagio. In attesa che, da domani, inizi il tavolo quotidiano tra l’esecutivo e tutti i governatori, il pasticcio che si è verificato in Basilicata e nelle Marche restituisce l’idea del caos che regna sotto il sole. Almeno in queste ore. Tanto che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato: “Bisogna evitare che i governatori adottino fuori dalle aree di contagio iniziative autonome non giustificate”. E ha aggiunto: “Non è possibile che tutte le regioni vadano in ordine sparso perché le misure rischiano di risultare dannose. Domani incontrerò tutti i Governatori”.

È arrivata nella serata di ieri l’ordinanza, più che discussa, del governatore della Basilicata, Vito Bardi, con la quale si imponeva la quarantena a chi proveniva dalle regioni del nord. Il provvedimento ha suscitato polemiche, perché considerato eccessivo, al punto che il governatore è stato costretto correre ai ripari con due precisazioni. E con un’ordinanza nuova.

“Vale solo per i residenti in Lucania”, ha detto Bardi in prima battuta, per poi aggiungere che la misura è “rivolta solo agli studenti lucani” fuorisede che potrebbero tornare a casa vista la chiusura degli Atenei del Nord dove sono iscritti. Il provvedimento ”è scaturito - ha aggiunto Bardi - dalla necessità di far fronte al flusso di studenti che sono rientrati nel nostro territorio”. 

La prima misura era stata considerata “abnorme” dai sindacati locali e criticata dai governatori di Lombardia e Liguria. “È un’ordinanza legittima ma non concordata con il Ministero della Salute. La giudico eccessiva ma non voglio interferire con il lavoro di altre Regioni”, ha detto Giovanni Toti. Più aspri i toni del lombardo Attilio Fontana. I provvedimenti nei confronti di chi viene dalla Lombardia “sono dettati dall’isteria e in particolare quello della Basilicata credo debba essere smentito nella maniera più rigorosa”, ha detto. Alle precisazioni del governatore lucano si affiancano quelle del prefetto di Potenza che lancia segnali di distensione: “Non c’è motivo di allarme. Non c’è nessun caso, neanche sospetto. Quello che stiamo facendo è in linea di assoluta prevenzione’”. Nel pomeriggio di oggi, il nuovo provvedimento con il quale si prova a rimediare i danni.

Da Potenza ad Ancona. Aveva annunciato da pochi minuti l’ordinanza sulla chiusura delle scuole e delle università e il blocco della manifestazioni pubbliche fino al 2 marzo nelle Marche, il presidente Luca Ceriscioli, quando il premier Conte gli chiesto per telefono, nel bel mezzo della conferenza stampa, di sospendere il provvedimento. Almeno fino al coordinamento nazionale di domani: “C’è necessità che l’ordinanza sia coordinata all’interno di un quadro nazionale - ha spiegato Ceriscioli - per cui ho accettato ben volentieri la richiesta del presidente del consiglio. Questo significa che nelle Marche, scuole, università e manifestazioni non saranno sospese dalla mezzanotte di oggi, in attesa del coordinamento nazionale che ci sarà domani mattina con tutte le Regioni, al termine del quale verranno definite le linee guida alle quali dovremo attenerci”. A quel punto i governatori potranno procedere: “Solo dopo averle apprese ogni Regione potrà emanare all’interno di questo quadro: se i nostri provvedimenti saranno compatibili emetteremo l’ordinanza che avevamo previsto, al contrario sarà aggiornata”.


La gestione della vicenda da parte del presidente ha suscitato molti malumori, in regione e non solo. “Incredibile pasticcio della Regione Marche, che, prima annuncia una ordinanza per chiudere le scuole, e poi se la ri-mangia su richiesta del premier Conte. O ha sbagliato Conte o ha sbagliato Ceriscioli. Chi si prende la responsabilità di tutelare i marchigiani?”, ha detto Matteo Salvini. Forza Italia delle Marche ha attaccato il governatore e gli ha chiesto di lasciare la delega alla Sanità: “La telefonata del premier Conte al Governatore Ceriscioli è stato forse il momento più imbarazzante dell’intera legislatura che, possiamo dire, chiude coi botti”, ha detto il coordinatore Francesco Battistoni. Critiche anche da parte del sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ha invitato il governatore marchigiano a non fare “fughe in avanti”.

La lista delle regioni che vorrebbe attuare misure restrittive anche se non hanno registrato casi nel loro territorio non finisce. Dalla Calabria, Jole Santelli ha chiesto al ministro Speranza l’autorizzazione a chiudere le scuole e fermare gli eventi pubblici nel territorio calabrese. Il motivo? Il possibile rientro dei fuorisede dal Nord, anche in questo caso. “Comprendo - spiega la governatrice - la necessità di un’azione univoca per tutte le regioni non direttamente interessate dai casi conclamati di coronavirus, ma ho fatto presente direttamente al ministro Speranza la peculiarità della situazione calabrese che vede un ritorno imponente sul territorio da parte delle persone provenienti da zone a rischio. Ritengo tale provvedimento necessario ai fini cautelativi, soprattutto per evitare il diffondersi di un panico al momento ingiustificato”.

Una “fuga in avanti”, per usare le parole del primo cittadino del capoluogo toscano, era stata fatta nei giorni scorsi anche in Friuli Venezia Giulia. Il governatore Fedriga ha decretato lo stato d’emergenza il 22 febbraio, il giorno dopo la scoperta di primi casi di contagio in Italia. Una decisione che è stata giustificata con l’intenzione di “fronteggiare il rischio sanitario da Coronavirus, anche in considerazione dei primi casi di contagio nel territorio italiano e in particolare nella vicina regione del Veneto ed in esito della riunione del Comitato operativo di Protezione civile avvenuta oggi”. In Friuli Venezia Giulia non sono stati registrati casi di positivi al coronavirus, ma è stata disposta comunque la chiusura delle scuole e delle Università. E lo stop alle manifestazioni pubbliche. 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 18:20:12 +0000

esteri

La Francia mette gli italiani in quarantena

Il coronavirus italiano fa paura anche dall’altro lato delle Alpi. Nonostante gli appelli alla calma e alla prudenza dinnanzi all’aumento dei casi nel nord della Penisola, Parigi corre ai ripari e adotta una serie di misure restrittive per tutti i cittadini francesi che rientrano dalla Lombardia e dal Veneto, chiedendo loro di rimanere a casa ed evitare “tutte le uscite non indispensabili”. Una raccomandazione estesa anche agli studenti, che secondo quanto annunciato dal governo “non devono essere inviati all’asilo, a scuola, al collegio o al liceo” per almeno un paio di settimane.

La Francia cerca così di contenere l’avanzata del Covid-19, in un clima di timore crescente, nel quale ormai il minimo segnale di allarme può far scattare il dispositivo di sicurezza. Come a Lione, dove sono bastati alcuni colpi di tosse dell’autista per bloccare un pullman della compagnia Flixbus proveniente da Milano. Insospettita dallo stato di salute del conducente italiano, una passeggera ha chiamato la polizia, che è immediatamente arrivata sul posto insieme ai servizi dell’Agenzia regionale della sanità e la Protezione civile. L’uomo è stato portato d’urgenza in ospedale insieme a un altro passeggero, mentre il resto del gruppo è rimasto confinato nella stazione per diverse ore, in un clima di tensione generale secondo quanto riferito da testimoni presenti sul posto. Nessuno dei passeggeri ha avuto sintomi, fa sapere Flixbus. Il test Covid-19, effettuato sull’autista, che era stato condotto all’Ospedale Civile di Lione, ha dato esito negativo. Questi gli esiti comunicati questa sera dal Centre National de Référence

“Era inquietante perché non sapevamo cosa aspettarci. Eravamo bloccati senza niente da mangiare o da bere. Ci chiedevamo cosa stesse succedendo, volevamo solo avere qualche informazione per essere rassicurati”, ha detto uno dei passeggeri ai giornalisti una volta uscito dalla stazione.

Ma a Lione il livello di guardia resta alto. La squadra locale dell’Olympique Lionnaise questo mercoledì ha in programma una partita di Champion’s League contro la Juventus. Preoccupato per l’arrivo di circa 3mila tifosi da Torino, il club francese ha preso contatto con il ministero degli Affari esteri di Parigi per valutare una possibile sospensione del match, anche se per il momento non è stata presa alcuna decisione.

Intanto, il dibattito prende una piega politica. Ad alzare la voce è soprattutto la destra, che tira in ballo il blocco dei confini, mentre il governo mostra maggiore prudenza.

La prima ad aprire la polemica è stata la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, che in un’intervista rilasciata ieri alla trasmissione Grand Jury di Rtl-Lci-Le Figaro si è detta favorevole al ripristino della frontiera con l’Italia nel caso in cui il propagarsi del virus dovesse diventare “fuori controllo” nella Penisola. Una stoccata che ha raccolto il plauso del suo alleato leghista Matteo Salvini, confermando l’asse sovranista franco-italiano in un momento di crisi che riguarda tutta l’Europa.

“Le frontiere non bloccano nessun virus”, spiega all’HuffPost Frédéric Tangy, professore di virologia e direttore del laboratorio di innovazione vaccinale dell’Istituto Pasteur di Parigi. “Per arrivare a chiudere i confini il numero dei casi in Italia dovrebbe moltiplicarsi per due o per tre, con un importante aumento del numero di morti”, ha spiegato l’esperto, secondo il quale per adesso l’ipotesi della chiusura delle frontiere è altamente improbabile.

A rilanciare le posizioni della Le Pen ci ha pensato oggi da Eric Ciotti, deputato dei Repubblicani per il dipartimento delle Alpi marittime e rappresentante dell’ala più a destra del partito, conosciuto per le sue posizioni estreme sull’immigrazione. Senza giri di parole, l’esponente del centro-destra francese dai microfoni di Rtl ha attaccato direttamente il governo italiano, colpevole a suo dire di non essere stato in grado di prevenire il problema. Ciotti ha poi chiesto al primo ministro, Edouard Philippe un “piano d’urgenza” per far fronte a una possibile crisi.

Dal canto suo, il governo francese esclude misure drastiche pur rimanendo cauto. “Ogni persona che torna dalla Lombardia o dal Veneto con dei sintomi deve essere considerata sospetta”, ha detto questa mattina Jerome Salomon, direttore generale della Sanità, spiegando però che “chiudere le frontiere non serve a niente”.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 17:33:41 +0000

culture

In Italia manca un protocollo sulla comunicazione dell'emergenza

Poche ore fa il premier Conte ha affermato che in questi casi serve anche una buona comunicazione. È stato scritto in un post sulla sua pagina Facebook e lo ha ribadito in un collegamento nella trasmissione condotta da Mara Venier. È vero, in questi “casi” è importante una corretta comunicazione, fondamentale consiglierei al presidente Conte. Intanto vorrei sottolineare che stiamo vivendo un “fatto”, nello specifico un’emergenza, non un’urgenza, ma un’emergenza e l’Italia è il Paese delle emergenze.

Pensiamo ai rischi idrogeologici, agli sbarchi e ora al coronavirus.

Nonostante i continui alert però non siamo ancora dotati di un protocollo per la gestione della crisi per quel che concerne la comunicazione. Palazzo Chigi dovrebbe occuparsene, ma non è stata mai avanzata alcuna proposta. Una timida volontà risale al 2016 quando i Vigili del Fuoco provarono a riunire, intorno a un tavolo, tecnici ed esperti di comunicazione e gestione delle emergenze per parlare di Smem. È stato l’unico momento in cui si è parlato di un documento necessario nel nostro Paese. La gestione dell’emergenza coronavirus ha infatti trovato impreparati molti amministratori locali, sindaci e commissari che hanno fatto fatica a reperire informazioni necessarie per le rispettive comunità. Un altro aspetto importante, emerso in questa emergenza, è stato quello dei tanti protagonisti che hanno voluto dire la loro distogliendo l’attenzione dei lettori dalle fonti ufficiali.

Negli Stati Uniti il fenomeno è descritto nel principio dello Stealing Thunder che descrive perfettamente gli effetti generati da una cattiva comunicazione nelle emergenze. Proprio lo studio dello Stealing Thunder ha permesso di correggere molti errori di comunicazione che nascono nelle crisi. Ad oggi dunque, il presidente del Consiglio, Autorità preposta, non ha promosso alcuna iniziativa per sviluppare un documento da attivare in caso di emergenza. Intanto nelle tv e sui social si è generato un flusso di informazioni che hanno confuso e procurato allarme contribuendo a favorire scelte che hanno condizionato il quadro sociale nelle ultime ore.

Qualcuno sosteneva che la comunicazione non fosse una scienza esatta, purtroppo non è più cosi e le analisi sui pubblici, sui media e sui processi che ne derivano dicono esattamente il contrario e per questo va garantito al Paese un modulo empirico sulla comunicazione che deve coinvolgere le università, il Dipartimento di Protezione Civile, lo Stato Maggiore della Difesa, il Servizio pubblico televisivo, i maggiori media e gli stakeholders chiamati ad affrontare le emergenze. Le linee guida mettono al centro la Presidenza del Consiglio dei Ministri che deve coordinare il lavoro e garantire l’attivazione del protocollo in caso vi sia una emergenza in atto. Alcuni punti sono stati già studiati in sede accademica ma vanno condivisi e ufficializzati altrimenti, anche dopo questa crisi, ne usciremo col risultato di aver imparato a lavare bene le mani ma ancora senza strumenti utili ad affrontare una qualsiasi futura evenienza. Tutt’ora, a distanza di giorni dall’inizio dell’emergenza, le notizie sono tante e riempiono l’ecosistema mediatico e informativo lasciando confusi gli amministratori locali e i cittadini che, purtroppo, nell’era della post verità, vengono influenzati da reclame che fanno leva sul sentimento per ottenere qualche click o creare “l’esca elettorale”. Un protocollo sulla comunicazione dell’emergenza è dunque fondamentale per il nostro Paese e la politica ha il dovere di fornire questo strumento per non rischiare di trovarsi impreparata davanti a futuri scenari di crisi.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 17:15:39 +0000

cronaca

Coronavirus e il resto scompare. Elettra Lamborghini si indigna per la psicosi
Elettra Lamborghini

Elettra Lamborghini si scaglia contro la psicosi da coronavirus senza tanti giri di parole.

La cantante infatti scrive su Twitter: “Vi scopate mezza discoteca senza preservativo e poi avete paura del corona virus?! #coerenzazero #boh #sifaperdire”.

 

 

 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 17:09:04 +0000

esteri

Harvey Weinstein colpevole per violenza sessuale e stupro
Harvey Weinstein arrives at court for his sexual misconduct trial, New York City, graphic element on gray

Harvey Weinstein è stato trovato colpevole per due capi di imputazione e non colpevole delle altre tre imputazioni. I verdetti di colpevolezza sono per atto sessuale criminale di primo grado e stupro di terzo grado.

Dei tre verdetti di non colpevolezza, due riguardavano l’accusa più grave, aggressione sessuale predatoria, che comportava una possibile condanna dell’ex produttore all’ergastolo.

Sei donne hanno testimoniato contro Weinstein al processo di New York, ma il caso della procura era costruito sulle accuse di soltanto due di loro, l’ex assistente Miriam Hailey e l’aspirante attrice Jessica Mann, mentre le altre dovevano servire di supporto.

Weinstein deve rispondere di accuse di stupro e molestie sessuale anche in un tribunale di Los Angeles.

Weinstein rischia da cinque a 25 anni di prigione per l’imputazione più grave per la quale è stato riconosciuto colpevole dalla giuria, l’atto sessuale di primo grado sulla base delle accuse di Miriam Haley. L’ex produttore, che ha 67 anni, rischia fino a quattro anni di libertà condizionata per lo stupro di terzo grado di Jessica Mann, la seconda imputazione per la quale è stato emesso un verdetto di colpevolezza

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 16:54:15 +0000

cronaca

Terremoto di magnitudo 4.4 nel Cosentino. L'epicentro a Rende

Scossa di terremoto nel Cosentino, con magnitudo 4.4. La scossa, riferisce l’Ingv, è stata registrata poco dopo le 17, con epicentro a Rende, a 6 chilometri da Cosenza, e una profondità di 10 chilometri.

La scossa è stata chiaramente avvertita dalla popolazione, che si è anche riversata in strada. Centinaia le telefonate arrivate a Vigili del Fuoco e Protezione Civile, con il serio rischio di intasare le linee. Al momento vengono segnalati danni lievi, come caduta di calcinacci e mobili, in alcune abitazioni. Qualche minuto prima, alle 16,56, una scossa di magnitudo 3.4 era stata registrata nel mar Tirreno, di fronte alle coste del Cosentino e a nord delle isole Eolie.

Al momento, ha spiegato il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, non sono stati registrati danni.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 16:31:40 +0000

cronaca

Le 5 regole in sala d'attesa dei pediatri per evitare il coronavirus nei bimbi

“Chiediamo alle famiglie di rispettare le indicazioni fornite nel corso del triage telefonico con il proprio pediatra di famiglia e, una volta giunti in ambulatorio, di collaborare attenendosi ad alcune semplici regole da adottare per evitare il contagio”. A lanciare l’appello nel corso dell’emergenza coronavirus è Paolo Biasci, presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri. Parole che si accompagnano ad un vademecum, che tutti i genitori sono tenuti a rispettare e che si compone di cinque semplici regole: 

1. Non entrare in ambulatorio senza aver prima concordato telefonicamente la visita

2. Entrare in sala d’aspetto possibilmente solo  quando esce il paziente precedente, o comunque quando non ci sono altri pazienti in attesa

3. Tieni in braccio il tuo bambino se non è in grado di stare fermo seduto nell’attesa della visita 

4. Controlla che il tuo bambino tocchi il meno possibile le attrezzature dello studio

5. Nell’attesa della visita fai utilizzare un gioco o un libro personale portato da casa, e non condividerlo con altri bambini

Il dottor Biasci ha dichiarato: “Purtroppo, del nuovo Coronavirus sappiamo ancora poco e dobbiamo adottare tutte le misure precauzionali per evitare che i bambini, secondo i dati epidemiologici disponibili al momento risparmiati dalla malattia, possano rappresentare il serbatoio di infezioni per genitori e nonni. Lo sforzo che tutti noi abbiamo messo in campo è eccezionale: siamo il primo riferimento territoriale delle famiglie italiane. Se l’obiettivo è la miglior riuscita delle misure di contenimento del virus, dobbiamo avere un ruolo cruciale nel coordinamento istituzionale. Per questo crediamo sia indispensabile il nostro coinvolgimento in tutti i tavoli decisionali”.

“Ci troviamo in una situazione in continua evoluzione ma abbiamo a disposizione nella comunicazione strumenti di immediata consultazione. Invitiamo pertanto a seguirci su tutti i canali social Fimp, dove è già possibile condividere il vademecum per le famiglie e le indicazioni per chi porta i bambini nei nostri studi”, aggiunge Biasci.

I pediatri devono impegnarsi nel cercare a far rispettare le 5 regole. Di questa opinione è anche Mattia Doria, segretario nazionale alle Attività Scientifiche della Fimp, che rilancia: “Dobbiamo lavorare in raccordo con le istituzioni sanitarie italiane perchè le cure primarie siano dotate di tutti gli strumenti di protezione personale necessari. Alcuni ospedali sono stati focolai epidemici, anche molti medici e infermieri sono stati contagiati. Nell’interesse superiore della salute delle nostre comunità, che a noi si rivolgono in prima istanza, dobbiamo esser messi in grado di svolgere il nostro lavoro in sicurezza”.

 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 16:21:35 +0000

esteri

Muore a 101 anni Katherine Johnson, la matematica della Nasa che portò l'uomo nello spazio
KATHERINE JOHNSON, mathematician, after receiving the Presidential Medal of Freedom from President Obama in 2015, on texture with 1918-2020 lettering, finished graphic

È morta a 101 anni Katherine Johnson, la matematica, informatica e fisica statunitense, afroamericana e originaria della Virginia, che ha contribuito con i suoi calcoli a lanciare la corsa nello spazio lavorando per la Nasa. La sua storia è stata raccontata nel film del 2016 Il diritto di contare (Hidden Figures il titolo originale). Nel 2015 l’allora presidente degli Usa, Barack Obama, l’ha insignita della Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile negli Usa.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 16:14:28 +0000

cronaca

"L'allarmismo da coronavirus ci isola. Per tutelare noi stessi, incolpiamo gli altri"

“Il coronavirus, come tutti i rischi, ha rilevanti implicazioni psicologiche e sociali: uno dei principali pericoli è che il senso di minaccia generalizzata possa distruggere o indebolire i legami comunitari, facendoci sentire isolati e pronti a tutelare solo il nostro interesse personale a scapito degli altri”: a dirlo è Andrea Cerase, professore di Sociologia della comunicazione dell’università La Sapienza di Roma, che da anni studia comunicazione del rischio e dell’emergenza. “Siamo bombardati da messaggi allarmistici e divisivi che non fanno altro che farci sentire distanti gli uni dagli altri, che spingono a trovare un colpevole e a proteggerci da una catastrofe di cui non sappiamo delineare i confini”, spiega ad HuffPost.

L’emergenza è qualcosa che supera l’immaginazione, è qualcosa che va oltre la nostra possibilità di dare una risposta. Quando abbiamo a che fare con virus, terremoti, tsunami o eventi di tale portata, la nostra mente subito cerca dei ricordi per provare a gestire il momento. Spesso però non ne trova perché raramente abbiamo avuto esperienze dirette. E così chiede aiuto all’esterno: “Il problema è che la pluralità di messaggi poco coerenti unita alle informazioni enfatizzate e manipolate sui social network aggiungono incertezza in un contesto già caratterizzato di per sé da grande confusione. Iniziamo, dunque, a sentirci spaesati, non riusciamo a dare senso a ciò che stiamo vivendo. E spesso tendiamo ad incolpare gli altri, a cercare un capro espiatorio”.

Quando si sente di non avere risposte, si inizia a vacillare. In Cina il governo ha messo a disposizione delle popolazione delle linee telefoniche di supporto psicologico o consulenze digitali a chiunque mostri segni di ansia o di sofferenza. A volte però tali misure non bastano per arginare il malessere: se nelle società colpite vi sono falle preesistenti, è possibile che l’emergenza le evidenzi ancora di più. Basti pensare agli episodi di razzismo nei confronti dei cinesi, segno dell’aumento della diffidenza verso il prossimo. “Decine di ricerche provano che più siamo frammentati, contrapposti tanto meno siamo equipaggiati per affrontare emergenze come il virus”.

Secondo Cerase, tutti - dall’epidemiologo di fama internazionale a chi invia link all’amico su Whatsapp - condividiamo la responsabilità di tutto ciò che comunichiamo soprattutto in tempi di crisi: “Oggi siamo sospesi tra toni i eccessivamente allarmistici di chi parla di emergenze nazionali senza fornire indicazioni chiare su come comportarsi e le narrazioni eccessivamente rassicuranti che comparano il coronavirus all’influenza. Quando diciamo che il coronavirus è uguale all’influenza non stiamo veicolando un’informazione corretta: gli esperti sanno che l’influenza può anche uccidere, ma l’anziana che legge il giornale magari pensa che l’influenza sia semplicemente raffreddore, mal di gola e qualche linea di febbre. Dobbiamo essere sicuri che le informazioni che diamo siano interpretate correttamente dal destinatario, rapportate cioè alla sua esperienza e al suo contesto. E questo non sta accadendo”.

Informazioni sbagliate possono farci vedere il pericolo in maniera diversa. Se da una parte c’è chi non esce di casa senza mascherina, dall’altra c’è chi se ne va beatamente in giro senza alcun tipo di preoccupazione, convinto - in fondo - che a lui non possa accadere nulla: un fenomeno noto tra gli addetti ai lavori come “percezione di immunità oggettiva”. Secondo un articolo del New York Times, il coronavirus ci ha mostrato quanto siamo diversi nella gestione del rischio. Il professor Cerase è convinto che la diversa percezione del pericolo, oltre a dipendere da fattori psicologici propri dell’individuo, dipenda anche dal contesto sociale che lo circonda, dai gruppi a cui fa riferimento nell’esperienza quotidiana, dalle informazioni che legge, dal luogo in cui vive: “Bisogna studiare questi processi psicologici che ci spingono ad essere più o meno ‘ottimisti’ per assicurarci che, sia chi è in preda al panico sia chi sembra fregarsene, sia protetto e prenda le dovute precauzioni”.

Per Cerase in Italia manca un’adeguata offerta di formazione per la comunicazione del rischio: “Prima che il virus si diffonda, prima del terremoto, prima di una qualsiasi altra emergenza, è necessario che si parli adeguatamente di rischio - dice -. Bisogna capire i problemi di un Paese e fare comunicazione efficace prima che gli eventi avversi accadano. Una buona comunicazione, in qualsiasi forma, può contribuire a salvare vite umane. Basti pensare che in una piccola isoletta dell’Indonesia chiamata Simeulue, durante lo tsunami di Sumatra del 2004, nonostante le onde alte trenta metri più del 95% della popolazione sopravvisse. Agli abitanti, fin da piccoli, era stata insegnata una canzoncina che diceva ‘se senti un forte terremoto, seguito dal ritiro del mare, scappa
più veloce che puoi nel posto più alto’. Quelle persone si sono rifugiate sulle alture e sono sopravvissute. Essere preparati significa sapere a che tipo di rischio si va incontro e come si debba agire per ridurre gli impatti, e
questo principio vale sia che si parli di tsunami, di inondazioni o di rischi alimentari. I frutti di ciò che si semina in tempo di pace – attraverso la comunicazione del rischio – possono essere raccolti quando il rischio si attualizza, diventa emergenza”, aggiunge Cerase. Per quanto riguarda il coronavirus, la macchina della comunicazione del rischio si è attivata troppo tardi: i messaggi che sono stati veicolati sono stati complessivamente incoerenti. Ecco perché c’è chi ha tanta paura e chi, invece, non capisce tutto l’allarmismo che lo circonda”. 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 16:02:15 +0000

culture

L'introvabile "paziente zero", in Cina come in Italia. Anche in passato è spesso rimasto un enigma
La ricerca del Paziente Zero

La storia dell’epidemiologia è piena di infruttuose ricerche del “paziente zero”. Ricordarlo può servire a far riflettere sulla complessità dei meccanismi biologici di cui oggi – in pieno delirio social virale – tutti sembrano esperti. Il fatto che in Italia non sia ancora stato identificato il “paziente zero” che ha portato il nuovo coronavirus nel nostro Paese è un problema perché rende difficile fare previsioni sulla diffusione dell’epidemia, ma non è così assurdo se si mettono insieme tre elementi: gli interscambi con la Cina, la somiglianza ai sintomi influenzali e l’estrema complessità dei meccanismi che muovono la vita, virus inclusi.

Nel caso del nuovo coronavirus, non c’è accordo tra le autorità e gli esperti cinesi sull’origine del focolaio: il paziente zero, ad oggi, resta un mistero. Inizialmente le autorità cinesi hanno riferito che il primo caso di coronavirus si è verificato il 31 dicembre ed è stato collegato a un mercato ittico e animale a Wuhan, nella provincia di Hubei. Tuttavia, uno studio condotto da ricercatori cinesi e pubblicato sulla prestigiosa rivista medica Lancet, ha anticipato la prima diagnosi di Covid-19 al primo dicembre 2019, su una persona che non aveva avuto “alcun contatto” con il mercato di Wuhan. Wu Wenjuan, medico dell’ospedale Jinyintan di Wuhan e uno degli autori dello studio, ha riferito al Servizio Cinese della BBC che il paziente era un uomo anziano che soffriva di Alzheimer: “viveva a quattro o cinque [fermate di] autobus dal mercato di Wuhan, ed essendo malato non usciva praticamente mai”, ha detto Wu Wenjuan, aggiungendo che almeno altre tre persone avevano sviluppato sintomi nei giorni successivi, due dei quali senza alcuna esposizione al mercato incriminato.

 

 

Tuttavia, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il setting più probabile rimane il mercato di Wuhan, dove il virus sarebbe passato da un animale vivente a un ospite umano, l’introvabile paziente zero che avrebbe dato il via alla diffusione da uomo a uomo. Un’epidemia di massa innescata da un singolo individuo: una congiuntura di eventi compressi in un istante, il peso della storia sulle spalle di una persona sola.

A questa persona e alla sua identità - talvolta divenuta uno stigma, talaltra rimasta un enigma – BBC Future ha dedicato un interessante speciale che ripercorre la storia di alcuni dei pazienti zero e super untori più famosi del mondo. A partire dall’epidemia di ebola divampata in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, la più grande da quando il virus è stato scoperto per la prima volta nel 1976: oltre 11.300 morti, più di 28.600 casi confermati. In quel caso, i ricercatori hanno concluso che il nuovo ceppo di ebola è arrivato agli esseri umani da una singola persona: un bambino di 2 anni nel villaggio di Meliandou, nella Guinea sud-orientale, che potrebbe essersi infettato giocando in un albero cavo che ospitava una colonia di pipistrelli.

 

 

Si passa poi a Mary Mallon, forse la “paziente zero” più famosa in assoluto. Il perché è contenuto nel suo soprannome: “Mary Tifoide”, conquistato per aver causato un focolaio di febbre tifoide a New York nel 1906. Di origini irlandesi, Mallon emigrò negli Stati Uniti, dove iniziò a lavorare come cuoca per famiglie benestanti a New York. Una dopo l’altra, le famiglie che si deliziavano con i suoi piatti iniziarono a combattere con la febbre tifoide, una malattia che a quel tempo aveva un tasso di mortalità del 10%. Studiando i vari casi, i medici la individuarono come “portatrice in buona salute” o “super untrice”, una persona infettata da una malattia ma che mostra pochi o nessun sintomo, e che per questo spesso continua a infettare molte altre persone.

 

Una illustrazione su Mary Mallon

 

Il termine “paziente zero” non nasce però con “Mary Tifoide”, ma con l’epidemia di AIDS e lo stigma sociale che fin da subito accompagnò la scoperta della malattia. Il primo a essere chiamato così, infatti, fu Gaetan Dugas, assistente di volo omosessuale canadese accusato di aver diffuso l’HIV negli Stati Uniti negli anni ’80. La sua storia suggerisce il perché molti esperti di salute siano contrari all’identificazione del primo caso documentato di focolaio, per paura che possa portare a disinformazione sulla malattia o addirittura alla vittimizzazione della persona. In questo senso, la vicenda di Gaetan è paradigmatica. Dopo essere stato uno dei pazienti più demonizzati della storia, tre decenni dopo è stato “assolto” dagli scienziati: nel 2016 uno studio ha dimostrato che il virus si era trasferito dai Caraibi in America all’inizio degli anni ’70.

 

Gaetan Dugas

 

Senza contare che quel termine - “patient zero” - uscì fuori per errore. I ricercatori dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) stavano studiando la diffusione della malattia a Los Angeles e San Francisco nei primi anni ’80, e usarono la lettera “O” per indicare un caso riscontrato “outside”, “fuori dallo Stato della California”. Altri ricercatori – ricostruisce la BBC – erroneamente interpretarono la lettera “O” come uno zero: è così che è nato il concetto di “paziente zero”, chimera linguistica e scientifica difficile da afferrare.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 16:03:09 +0000

cronaca

Gli altri Stati ai loro cittadini: "Non andate in Nord Italia". Il settore turistico già in allarme: "Danni enormi"

Irlanda, Serbia, Montenegro, Croazia e Israele sconsigliano viaggi in Italia. E le associazioni alberghiere e del turismo denunciano l’enorme impatto sul settore.

Il Ministero serbo dell’Istruzione ha indicato oggi alle scuole superiori in Serbia di rimandare viaggi di studio in Italia a causa dell’epidemia di coronavirus. Il ministero degli Affari esteri serbo ha intanto raccomandato di non recarsi in aree in pericolo in Italia fino a nuove disposizioni e consiglia di non viaggiare fino a quando la situazione non sarà normalizzata. Il Ministero della Sanità inoltre, ha chiesto una maggiore sorveglianza e un controllo speciale dei viaggiatori provenienti dall’Italia in tutti i valichi di frontiera. 

La Croazia ha deciso di sospendere tutte le gite scolastiche in Italia per un mese per limitare al massimo il rischio di diffusione dell’epidemia da coronavirus. Il ministero degli Esteri ha invece consigliato ai cittadini croati di evitare viaggi in Veneto e in Lombardia, regioni che sono state dichiarate “a rischio di contagio da coronavirus”. Un gruppo di 42 studenti e quattro docenti di un liceo di Pola rientrato da Venezia ieri, è stato messo in isolamento domiciliare e sotto osservazione per due settimane.

Il Montenegro non vieta i viaggi all’estero, ma ha suggerito ai propri cittadini di non recarsi in Italia se non in caso di assoluta necessità. Lo ha affermato oggi il direttore dell’Istituto di sanità pubblica Boban Mugossa. Mugossa ha affermato che se il viaggio è necessario è dovere del passeggero riferire alla frontiera e all’ispezione sanitaria al suo ritorno nel Paese. “Dobbiamo inviare un messaggio alla nostra popolazione per tenere d’occhio la situazione ed essere in costante contatto con i colleghi della regione e dell’Italia, nonché con l’Organizzazione mondiale della sanità”, ha detto Mugossa in una conferenza stampa a Podgorica.

Le autorità irlandesi in un ‘travel advice’ aggiornato, consigliano ai propri cittadini di recarsi in Italia, nelle zone maggiormente interessate dai casi di contagio di coronavirus. “C’è stato un aumento dei casi confernati di coronavirus in Italia”, riferisce il ministero degli Esteri irlandese, aggiungendo che “ai cittadini è consigliato di non recarsi nelle aree interessate”.

Israele sconsiglia i viaggi in Italia. Lo ha annunciato il ministro della Salute, Yaakov Litzman, sottolineando che il governo sta anche valutando se imporre la quarantena ai viaggiatori di ritorno dall’Italia per il timore di contagio da coronavirus. “Abbiamo raccomandato agli israeliani di non recarsi in Italia, stiamo cercando di capire se l’Italia e l’Australia diventeranno Paesi dai quali chi ritorna verrà messo in isolamento non appena giunto in Israele”, ha detto il ministro alla radio dell’esercito. “Non abbiamo paura di imporre la quarantena”, ha aggiunto, in un apparente riferimento alle eventuali ricadute diplomatiche.
L’Australia ha confermato 22 casi di contagio, sette dei quali erano tra gli australiani evacuati dalla nave da crociera Diamond Princess, ormeggiata in Giappone.

“Siamo molto preoccupati. In pochissimo tempo la situazione è precipitata. Sino a qualche giorno fa, l’Italia risultava sostanzialmente indenne dall’epidemia, con un numero limitatissimo di pazienti sotto osservazione, per contagi contratti all’estero. Oggi siamo nell’occhio del ciclone e il danno d’immagine si è già trasformato in danno economico”. Con queste parole il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, commenta con l’ANSA l’impatto del coronavirus sull’economia del turismo. “La posta in gioco - aggiunge Bocca - è molto alta. Basti considerare che durante i mesi di febbraio e marzo gli esercizi ricettivi italiani ospitano 14,5 milioni di turisti italiani e stranieri, per quasi 40 milioni di pernottamenti. Al contrario di quel che si potrebbe credere, non siamo in bassa stagione: per alcune aree del Paese, questo è un periodo di intensa attività. Penso ad esempio al carnevale, alle settimane bianche, alle gite scolastiche e ad importanti manifestazioni fieristiche”.

Il presidente degli albergatori italiani, nel riferire che “iniziano a pervenire molte cancellazioni”, precisa che “solo in un numero limitato di casi il cliente ha diritto al rimborso di quanto già pagato che scatta solo nell’ipotesi di effettiva impossibilità sopravvenuta (es. albergo ubicato in uno dei comuni in quarantena, cliente residente in uno dei comuni in quarantena, soggiorno prenotato per gita scolastica, etc.). Quando possibile, gli albergatori cercheranno di andare incontro alle esigenze dei clienti, ad esempio proponendo un voucher per un periodo alternativo, anche se in termini legali il cliente non vi avrebbe diritto”.
“E’ importante ricordare - dice ancora Bocca - che le limitazioni agli spostamenti riguardano unicamente gli undici comuni in quarantena, mentre i cittadini residenti nelle altre aree hanno piena libertà di movimento. In questo momento è importante mantenere i nervi saldi e attendere l’evolversi della situazione, confidando in un rapido miglioramento delle prospettive: non ha molto senso annullare il viaggio previsto per Pasqua ed è assurdo cambiare i programmi delle vacanze estive”. Bocca conclude ricordando che “Federalberghi ha chiesto al governo di adottare provvedimenti per tamponare l’emergenza, sospendendo il pagamento di tasse, contributi e mutui e estendendo l’area d’intervento dei fondi di integrazione salariale. E’ necessario un intervento urgente, in soccorso alle imprese dell’intero territorio nazionale, prima che l’onda lunga delle cancellazioni si trasformi in uno tsunami, costringendo molte imprese a ridurre il personale o addirittura a chiudere i battenti”.

Gite scolastiche annullate (con rimborsi per causa di forza maggiore), stranieri spaventati dall’immagine dell’Italia in parziale quarantena e coincidenza con un periodo molto proficuo per i mondo dei viaggi tra le settimane bianche, il Carnevale e i primi ponti pasquali e primaverili. Il tornado coronavirus già aveva colpito il turismo nostrano ma, con i 200 contagi di oggi e i 5 morti, assesta una mazzata che rischia di essere catastrofica. “La situazione è fuori controllo e di una gravità assoluta. Noi ci aspettiamo un intervento forte e mirato del Governo - dice all’ANSA la presidente di Fiavet Ivana Jlenic - perché le imprese turistiche (che muovono il 13% del pil di questa nazione) non possono essere lasciate da sole. Se crolla il turismo, non ce n’è più per nessuno”. Per stasera - aggiunge la Jlenic - abbiamo organizzato una riunione con tutte le associazioni di tour operator e agenzia di viaggi da Astoi Confindustria ad Assoviaggi Confesercenti. “Il settore si deve compattare per agire in maniera rapida” spiega. “La prima cosa che ci aspettiamo è che il Governo metta i vettori aerei (quasi tutti stranieri) nella condizione di dover provvedere ai rimborsi perché non è ipotizzabile che tutto sia scaricato sulle imprese italiane” dice ancora. “Oggi - spiega la Jlenic - è un momento estremamente difficile per il mondo delle agenzie di viaggio e i tour operator, il sistema si sta semiparalizzando tra la psicosi che si è sviluppata e i vari timori delle notizie che si rincorrono la situazione è piuttosto critica. Innanzitutto c’è il blocco delle gite scolastiche che ormai è supportato dal decreto legge emesso dal Governo e quindi sta già bloccando un intero settore. Poi perdura lo stop dei viaggi da e per la Cina e in più c’è anche la ripercussione della paura trasversale che sta assalendo i viaggiatori per i viaggi all’estero in genere”.

Un problema enorme anche per l’incoming, ovvero per tutti quei turisti stranieri che hanno l’Italia in cima alla lista dei desideri di viaggio e che ora sono spaventati. “L’informazione così martellante - dice la presidente di Fiavet - sta ingenerando nei paesi stranieri una forma di psicosi, al momento ci sono 5 morti (tutte persone con un’età importante e con già sofferenti per patologie gravi) e 200 contagiati ma in Italia siamo 60 milioni e abbiamo un efficientissimo sistema sanitario e anche una straordinaria attività di ricerca scientifica. All’estero la percezione è molto distorta. Addirittura ho fatto un’intervista per un giornale canadese e mi hanno chiesto se il Governo sta nascondendo i dati reali della portata la situazione e quanto la vita sia compromessa. Io ho spiegato che l’Italia non è la Cina, qui da noi siamo molto trasparenti. Stiamo vivendo un momento complesso ma l’Italia non è Wuhan , non siamo tutti in quarantena. Io ora sono un treno con altri passeggeri, stiamo viaggiando tranquilli, non ci sono scene di panico, non c’è isteria collettiva, la situazione è assolutamente sotto controllo. E questo all’estero non sta arrivando proprio, arriva un’immagine distorta. Anche a Milano che vive una situazione “borderline” la vita dei cittadini è abbastanza normale. Stiamo parlando di una forma influenzale, non di peste bubbonica mischiata con Dengue e con Dio solo sa che cosa che porta a morte certa chiunque! La mortalità è relativamente bassa e sta colpendo persone anziane e con quadri clinici già piuttosto complessi”. Ma non basta: il settore viene colpito in un periodo molto fecondo tra il turismo invernale e i viaggi di Pasqua e ponti primaverili e con tutte le gite scolastiche: “La quarantena di Veneto e Lombardia - dice - paralizza le settimane bianche e pregiudica la Pasqua. Inoltre sono anche le due regioni, assieme a Piemonte ed Emilia Romagna, tra le più propense al viaggio e anche con la maggior capacità di spesa”.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 15:47:27 +0000

cittadini

In Irpinia sbarca il Forum Disuguaglianze e Diversità

Siamo un gruppo di ragazzi delle aree interne della Campania. E ci siamo detti: “Perché non lanciare la sfida sulle aree interne, a partire dalla nostra terra?”. Abbiamo così messo su un’assemblea a Gesualdo, uno dei 118 della Provincia di Avellino. Con una particolarità: abbiamo scelto di cedere il microfono a quegli attori che spesso i partiti non “disturbano” più. Sindacati, cittadine e cittadini, protagonismo dell’associazionismo e dei corpi sociali, università. Abbiamo disturbato quelle buone pratiche e quei luoghi di incontro di domanda ed offerta politica: per la prima volta, in Irpinia è sbarcato il Forum Disuguaglianze e Diversità con Filippo Tantillo e Giulia Sonzogno, compagni di viaggio di Fabrizio Barca.

Perché se fai politica, devi farti carico del problema della disuguaglianza regionale e della disattenzione ai luoghi della tua terra, innanzitutto andando oltre le rendite di posizione delle élites locali che frenano il cambiamento. Loro vorrebbero tenere i nostri luoghi bloccati in una trappola di sottosviluppo. Noi immaginiamo un’altra strada, avendo i piedi a terra. I nostri sono luoghi tutt’altro che marginali, se ci pensiamo rappresentano la metà della superficie e circa un quinto della popolazione. L’ Italia è il Paese delle mille diversità, ma rendersi conto del fatto che un ragazzo delle aree interne dell’Irpinia abbia le stesse esigenze di uno delle aree interne del Nord ci permette di fare un passo in avanti in virtù di una logica di coesione territoriale. Da un punto di vista identitario, è un tema unificante.

Rispetto alla classe dirigente dei nostri luoghi, abbiamo l’ambizione di ribaltare la logica che sin qui ci ha condotto. Negli ultimi trent’anni, questi territori hanno subìto una forte disattenzione a causa di scelte politiche neoliberiste. Una logica che ha guidato anche e soprattutto la mentalità della ricostruzione post terremoto degli anni ’80. Si è teorizzato che le istituzioni, le scuole, i nuclei industriali, gli ospedali si fanno in un certo modo e basta. Che un disegno calato dall’alto e applicato in una grande città possa essere concepito anche in un ecosistema caratterizzato da mille luoghi. In questo caso, non tenendo conto dell’interesse generale si è provveduto con decisioni che andassero a massimizzare il potere di chi gestiva quella fase.

Le aree interne possono continuare a pagare questo prezzo? Lo vediamo alle elezioni come si traduce la furia degli elettori, abbiamo sperimentato che l’abbandono produce faglie nel tessuto politico. Con cali di partecipazione e lavoratori che non fanno più politica. Se la classe dirigente non mette le mani in questo fango, la rabbia non farà altro che aumentare. O forse una parte della classe dirigente ha interesse acché le nostre aree siano un luogo di svago da poter visitare la domenica, da parte di chi fugge dai luoghi urbani? Ciò che esce fuori diventa esplosivo, dovuto all’incapacità di trasformare la subalternità in cambiamento. Siamo consapevoli del fatto che la lotta sia nel cambio di mentalità, tra i conservatori e chi vuole giocare da innovatore.

In questo punto scocca la scintilla del conflitto, con la politica che funziona se contribuisce ad uscire dal particolarismo. In tal senso abbiamo colto la sfida e messo al tavolo qualche giorno fa competenze e mondi diversi, amministratori dei comuni tra l’Irpinia e la provincia di Salerno. Il nostro monito è che solo non cambiando, non andando al di là di una politica che compra consenso, si è condannati ad un gioco che uccide, pur di vivacchiare e mantenere rendite di posizione.

Siamo sotto le elezioni regionali e bisogna ribadire il concetto chiaro: basta con soldi usati per compensazioni sul breve termine per tenere buona la popolazione. L’altra strada che noi scegliamo è quella di una operazione di innovazione. Continueremo a disturbare gli attori che vogliono esserci, andando nei luoghi di conflitto della nostra terra.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 15:23:40 +0000

cittadini

La vera pandemia è la paura. Stasera vado a Milano e vi spiego il perché

Io stasera parto per Milano e vi spiego il perché. Perché non credo che siamo di fronte ad una pandemia e non credo nella pericolosità di un virus - le cui origini e il cui percorso appaiono oscure e nel nostro Paese - che è stato gestito a dir poco in modo dilettantesco e criminale.

La Serenissima, nei secoli in cui è stata il dominio militare e commerciale dei mari, applicava la quarantena a qualunque imbarcazione commerciale approdasse all’arsenale. Sarebbe stato sufficiente applicare questo antico stratagemma, che applicavano tra le altre cose sugli italiani che arrivavano negli Stati Uniti a Ellis Island nel secolo scorso, per evitare i problemi di questi giorni. Quindi l’incompetenza e la totale schiavitù dei processi di comunicazione rettile ci ha fatto sentire cose del tipo: “mettere in quarantena le persone è un atto razziale e discriminatorio”.

Chi ha preso questa posizione oggi dovrebbe essere accusato per avere messo in pericolo l’integrità economica e fisica del nostro Paese. I danni sono incommensurabili e se non si agisce mettendo sotto impeachment chi ha governato male questa fase, siamo complici di tale follia.

Qui la retorica dell’uno vale uno e del chiunque può governare, sparisce come polvere al vento. In questo caso la competenza, la strutturazione operativa, l’esperienza, la responsabilità e il senso dello Stato, sono elementi fondamentali di cui purtroppo i signori che governano questo Paese e che hanno assunto le decisioni fino ad oggi non hanno contezza.

Non è una valutazione politica, è un dato oggettivo ed è sotto agli occhi di tutti. Dall’altro canto l’opposizione non si salva, almeno non tutta. La tentazione di strumentalizzare questo errore clamoroso è troppo forte e quindi ci troviamo di fronte ad una esagerazione di toni, provvedimenti contraddittori che hanno un preciso sapore propagandistico tesi a sottolineare il grave errore fatto dal Governo nelle settimane precedenti, ma in questo caso prevale l’interesse partigiano e non certo l’interesse del Paese e i danni sono clamorosi. 

Se fossimo di fronte ad una reale pandemia i cui risvolti possono essere drammatici per l’umanità, mi si deve spiegare perchè si deve chiudere il Duomo di Milano, si chiudono gli stadi, il Carnevale di Venezia e non la metropolitana milanese, mi si deve spiegare per quale motivo sarebbe pericoloso andare sugli spalti di San Siro e non è pericoloso viaggiare sul Frecciarossa da Milano verso tutto il resto del Paese, a mero titolo di esempio.

C’è qualcosa di evidentemente propagandistico, c’è qualcosa di evidentemente drammatizzante in tutto questo che ha trasformato il coronavirus in un terreno di scontro politico di reparti specializzati della propaganda uno contro l’altro in uno schema classico, vecchio, ardito e francamente criminogeno.

La vera pandemia sono i social, la vera pandemia è la paura, l’isteria collettiva e il virus sono coloro che lo hanno generato ignorando il problema nella sua dimensione reale o esagerandone gli effetti, mostrandosi in entrambi i casi totalmente inadeguati a governare un Paese importante come l’Italia.

Le decisioni prese in questi giorni, sia quelle buoniste sia quelle cattivissime hanno avuto punte di ridicolo. Faceva ridere la richiesta di chiudere i confini ai lombardi veneti a Capri o in Molise, suonava di beffa e non aveva la forza e la drammaticità di fare paura a nessuno. Non abbiate paura, lo dico anche ad una persona che stimo moltissimo e che ha chiesto a gran voce la quarantena dal primo momento, ma che probabilmente si è fatto prendere la mano dalla pandemia dei social.

Burioni ha scritto in un tweet: “comunicate al medico che dice “la mortalità è bassa, il 2-3%” che questa è stata la mortalità dell’influenza spagnola che ha fatto molte decine di milioni di morti. Fonte: CDC”

Questo è un tweet che Burioni ha rimosso. Ora la risposta al primario dell’ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo, Direttrice responsabile di macrobiologia clinica, virologia e diagnostica bioemergenze, che su Facebook ha scritto questo post: “Si è scambiata un’infezione appena più seria di un un’influenza per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri, questa follia farà molto male”.

Questo mi dà l’occasione per fare un esercizio banale, capire che cos’è una pandemia e con grande umiltà spiegare a Burioni che una “cazzata” scritta da lui può creare danni veri e seri alimentando il panico, proprio perché lui è considerato una persona seria, ma qui senza dubbio ha ragione il Primario del Sacco.

Quando la Spagnola ha colpito il nostro pianeta tra il ’18 e il ’20 - ossia un secolo fa -, gli abitanti erano 2 miliardi ed i contagiati circa 500 milioni di persone in tutto il mondo, determinando una mortalità che non è mai stata accertata con precisione tra i 50 e i 100 milioni di morti. Quindi quando si parla del 3/5% si parla del totale della popolazione dell’epoca quindi, i 50/100 milioni di morti vanno calcolati su 2 miliardi di persone. Burioni non può trovare la percentuale sulla popolazione mondiale e applicarla sugli infetti, è manipolatorio e falso.

Nel caso del coronavirus sono 80 mila le persone infette, di queste, 25 mila sono ospedalizzate, ma facciamo un esempio, se diventassero 500 milioni di persone e una mortalità del 2/5%, determinerebbe 50/100 mila morti, che non è poco, ma al di sotto dell’influenza stagionale che colpisce le persone anziane e quelle già debilitate esattamente come un normale virus.

Quindi l’affermazione della dottoressa Maria Rita Gismondo è un’affermazione che trova prova nei fatti, quella del dott. Burioni è un’esagerazione, è totalmente infondata, in quanto paragonare il coronavirus alla Spagnola è un atto assolutamente ingiustificato e fatto da uno scienziato come lui ha dell’incredibile. L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha addirittura aggiunto che il 95% dei malati non ha complicazioni, quindi la verità è che questo virus crea dei problemi per la sua viralità non per la sua mortalità.

Crea problemi per i suoi impatti geopolitici e nello strumento di battaglia politica e noi come tante piccole pecore allineate ci siamo precipitati a comprare mascherine griffate, ci siamo terrorizzati svuotando i supermercati. Sappiate che io oggi parto per Milano e non ho alcuna paura di nessun coronavirus, ma mantengo un terrore sacrosanto per chi ci governa.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 15:21:57 +0000

cittadini

Quando i diritti diventano elargizioni

Probabilmente si tratta di un evento minore nella grande vicenda del Coronavirus. Tuttavia appare significativo della situazione del Paese e delle sue istituzioni e servizi pubblici. Una ricercatrice precaria riesce, con l’equipe con cui lavora all’Ospedale Spallanzani, a isolare il coronavirus. E, per “ringraziarla”, viene assunta a tempo indeterminato.

In situazioni del tutto diverse e in tutt’altra temperie, una lavoratrice precaria rimane incinta e il suo datore di lavoro, invece di non rinnovarle il contratto, come purtroppo comunemente sembra succedere, decide di assumerla a tempo indeterminato. E ancora, sempre nelle ultime settimane, un giovanissimo e purtroppo deceduto, lavoratore malato di tumore esaurisce i sei mesi di malattia e l’Inps gli sospende la retribuzione. L’impresa per cui lavora decide di farsi carico ugualmente del suo salario.

Queste storie sono arrivate sulle pagine dei giornali e sui social. Fanno notizia. E infatti oggi sono storie eccezionali. Storie in cui l’uomo morde il cane, in cui le persone fanno scelte in direzione opposta alla corrente principale. Eppure sostegno alla ricerca, valore sociale della maternità, diritto alla salute sono solennemente sanciti dalla nostra Costituzione e anche sostenuti dalle leggi del nostro paese. In Italia non si può essere licenziate per maternità e il diritto alle cure sanitarie è nel nostro paese una prerogativa di ogni cittadino, al di là della sua situazione sociale e delle sue condizioni personali, mentre oggi, in un periodo storico in cui aumentano le malattie croniche o quelle che richiedono lunghi e debilitanti percorsi di cura, ancora si perde il lavoro dopo sei mesi di assenza.

Mai come in questo momento ci rendiamo conto di quanto siano fondamentali le conquiste raggiunte con la Costituzione e con le grandi battaglie dei decenni passati. Quando ci si lamenta della scarsa propensione delle donne e degli uomini italiani a mettere al mondo figli, pensiamo anche a tutte quelle donne precarie e persino a tempo indeterminato, ma non più tutelate dall’articolo 18, che temono di perdere il lavoro se rimangono incinte.

Quando invece scopriamo che l’Italia sembra essere in grado di affrontare una emergenza sanitaria dovremmo pensare alla mole di investimenti che in anni, purtroppo ormai lontani, l’Italia ha fatto sulle sue strutture sanitarie e a quelli compiuti da Istituzioni e famiglie sulla formazione dei giovani e delle ragazze italiane che rappresentano oggi un patrimonio della ricerca che l’Italia sta dissipando costringendoli alla precarietà permanente, alla competizione di mercato, all’emigrazione.

Se il coronavirus ci facesse riflettere su quanto conviene garantire diritti, affidare a mani pubbliche e non alle logiche di mercato, la nostra salute, la ricerca sulle sfide del nostro futuro, la possibilità di costruire liberamente le nostre scelte di vita, forse non tutto il male sarebbe venuto per nuocere. 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 15:17:46 +0000

esteri

Germania, auto contro la folla al carnevale a Volkmarsen: più di 30 feriti
Protection by the riot police

Un’auto è finita sulla folla ad un corteo di Carnevale a Volkmarsen nell’Assia tedesca e ha provocato almeno 30 feriti, di cui 10 gravi. Lo riporta la Dpa. Tra i feriti ci sarebbero anche dei bambini.

Il conducente dell’auto è stato fermato. La polizia ritiene che l’autista
abbia agito “intenzionalmente”. “Non riteniamo che sia stato un attentato, ma è stato un gesto intenzionale”. È quello che dice il portavoce della polizia citato dalla Dpa

 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 14:50:34 +0000

politica

Parlamento con la mascherina
Maria Teresa Baldini

Ti conosco mascherina. Ma non è quella del martedì grasso. Una parlamentare di Fratelli d’Italia si presenta col bavaglio di profilassi. Un’altra eletta all’estero, in America Settentrionale, prepara il ritorno negli Usa e così Montecitorio già sembra vestire i panni del lazzaretto. Transatlantico, ore 10 di un lunedì che non è certo come i precedenti. Il Nord è già in quarantena, il resto del Paese è agitato, preoccupato, terrorizzato più dalla psicosi da coronavirus che da altro.

Ecco il Parlamento ai tempi del covid-19. Un commesso si rivolge a un collega: “Per ora non si chiude. Ma poi...”. E l’altro: “Non sarebbe male una quarantena”. Scherzano anche l’azzurro Roberto Occhiuto e il deputato di LeU Nico Stumpo. “Siete disposti a tutti pur di stare in Parlamento. Sarete stati voi a mettere i due focolai”, è l’incipit del forzista. Stumpo non si trattiene e gli risponde così: “Vi voglio vedere al voto...”. Da pochi minuti nell’emiciclo si discute il decreto intercettazioni. Pochissimi i presenti, con il dubbio che resteranno tali fino a fine giornata. “Siamo stati allerati stamane per essere tutti presenti alle 14”, ragiona Luca Carabetta, il democristian-grillino per eccellenza. Eppure, nonostante si evochi la pacificazione nazionale, nonostante le presenze latitino, lo schema è sempre lo stesso. L’opposizione è infuriata, la Lega iscrive praticamente tutti a parlare. Centotrentacinque interventi. L’ostruzionismo non si ferma nemmeno nelle ore del coronavirus. Il motivo di tale protesta è dovuto al fatto che secondo la compagine di destra si debba esaminare prima il decreto sul coronavirus. “Stiamo a parlare di intercettazioni con tutto quello che succede fuori?”, si domanda polemicamente Rebecca Frassini, parlamentare del fu Carroccio, classe ’88, originaria di Calcinate, in provincia di Bergamo. “La situazione è grave, la gente ha paura”, insiste questa giovane deputata mentre “svapa” una sigaretta elettronica nella zona riservata ai fumatori.

Pochi istanti ed ecco un’altra leghista. Ecco Eva Lorenzoni, originaria di Manerbio, provincia di Brescia. Lorenzoni si avvicina a Frassini per un saluto e quest’ultima prima di porgere la mano le dice ironicamente: “Ti sei messa l’amuchina?”. Si scherza, si ride, ma in fondo si fa sul serio. L’amuchina, il disinfettante più agognato in queste ore, si trova nella tasca o nella borsa di diversi parlamentari. Gianfranco Di Sarno, grillino doc, la passa e ripassa nelle sue mani. “Chi prende i treni, gli aerei, o i mezzi pubblici dovrebbe utilizzarla”, si giustifica. E lo stesso gesto si vede e rivede attraversando il Transatlantico. Ecco un capannello a cinquestelle che discetta sull’uso della mascherina, dell’amuchina e dell’azione del governo in materia di coronavirus. Fra questi, però, c’è tal Maria Pallini, grillina di Avellino, avvocato di professione, che confida a un collega: “Forse si sta esagerando”. Forse, però. Parole che più o meno ripete alla buvette Sergio Battelli: “Io eviterei di gettare il panico”.

 Ma il panico c’è già in Parlamento. Basta osservare e ascoltare Maria Teresa Baldini, la deputata di Fratelli d’Italia di 190 centimetri, con un passato da giocatrice di pallacanestro nella nazionale azzurra. La quale si è presa la scena materializzandosi qui, a Montecitorio, con tanto di mascherina. E perché? Seduta in un divanetto del Trasatlantico Baldini  prova a spiegare le ragioni della sua scelta: “Lo faccio prima di tutto perché sono un medico e so che l’unica prevenzione è non trasmetterla agli altri e non prenderla io, quindi la mascherina, gli occhiali e i guanti sono gli unici presidi che le persone comuni possono fare”. Sarà. Una scelta che non è stata gradita nemmeno dai suoi colleghi di partito. Non a caso mentre Baldini argomenta con i cronisti, il capogruppo di Fd’I Francesco Lollobrigida le recapita un messaggio che suona più o meno così: “Dovresti toglierla per evitare di creare allarmismi”. E lei? “Non vedo perché non lo posso fare”, ribatte. In aula la deputata meloniana è stata ripresa dal presidente di turno, vale a dire da Ettore Rosato. Ma l’ex cestista della Geas non intende cedere. “Credo – sottolinea - che sia rispettoso nei confronti degli altri. Io vengo da una regione, la Lombardia, molto colpita e mi sembra doveroso da parte mia e da parte degli altri proteggersi a vicenda. I virus sono come le radiazioni. Ai tempi dell’Aids, quando era all’Istituto di Tumori di Veronesi, eravamo tutti bardati, mettevamo dei cerrotti nelle mani per evitare i tagli...”.

Nel corso della mattina Baldini cerca di coinvolgere altri parlamentari. Più mascherine per tutti, sembra essere l’iniziativa. La sola che si lascia trascinare è un’eletta all’estero che si chiama Fucsia Nissoli. Nissoli si aggira con un trolley enorme e secondo quanto racconta Baldini sarebbe pronta a ritornare negli States, nel suo Paese, “perché ha paura di non rientrare più”. Chi invece non è presente perché in isolamento a Codogno, la Wuhan d’Italia, è Guido Guidesi, deputato leghista e già sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi del governo gialloverde. Guidesi risulta assente e non missione. Il regolamento della Camera non prevede, infatti, tra le ipotesi di missione le cause di forza maggiore come chiaramente il virus cinese. Tant’è che la questione verrà sottoposta alla Giunta per il Regolamento. Un caso nel caso ai tempi delle mascherine in Parlamento. 

Nel frattempo Palazzo Madama corre ai ripari. Pochi minuti fa ai capigruppo del Senato sono state comunicate una serie di misure preventive contro il coronavirus. Da domani, annuncia il democrat Dario Stefano, saranno infatti sospese le visite di esterni e di scolaresche al Senato. E ancora: alle conferenze stampa potranno partecipare solo i giornalisti accreditati stabilmente in quanto iscritti all’Associazione stampa parlamentare, e saranno fortemente ridotte le attività con la presenza di esterni. Non solo. Gli ingressi al Palazzo saranno ridotti a tre, e ogni varco sarà dotato di un termo-scanner. Basterà?

 

 

 

 

 

 

 

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 14:39:37 +0000

cronaca

Arrestato il medico legale del caso Loris: la sua perizia smentì la versione di Veronica Panarello
Giuseppe Iuvara; Veronica Panarello

Soldi in cambio di un falso certificato medico. Sarebbe questa la motivazione per la quale è stato arrestato Giuseppe Iuvara, medico 61enne conosciuto per aver ricevuto, in passato, diversi incarichi di autopsia da parte della procura di Ragusa, tra cui quella effettuata sul cadavere del piccolo Loris Stival. Con la sua perizia il medico aveva smentito la versione di Veronica Panarello, madre del bambino condannata in via definitiva a 30 anni di reclusione per omicidio lo scorso novembre. 

Attualmente presidente della commissione invalidi civili dell’Asp di Ragusa, Iuvara è stato arrestato perché colto in flagranza di reato di corruzione, insieme a due persone. L’anziana donna e la figlia che ha fatto da intermediaria sono agli arresti domiciliari. Il medico avrebbe incassato una somma per far ottenere la pensione di accompagnamento ad un’anziana donna senza che ne avesse titolo.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 14:36:30 +0000

cronaca

Caos treni nel nord. Sospesi tra Piacenza e Lodi per controlli sanitari
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Giornata di pesanti disagi sulla linea ferroviaria nel nord Italia, con ritardi di oltre quattro ore. Non si hanno certezze su quando riprenderà la circolazione dei treni sulla linea Lodi Piacenza che è bloccata dalle 13.30 per controlli sanitari e “attività precauzionali” alla stazione di Casalpusterlengo, nella zona rossa del Coronavirus. “In via precauzionale - spiega Rfi in una nota -, l’offerta dei servizi di trasporto da domani, martedì 25 febbraio, sarà ridotta, anche in funzione della domanda di trasporto prevista dalle imprese ferroviarie”.

Ci si mette pure il coronavirus, dopo il deragliamento di inizio febbraio di un Frecciarossa nel lodigiano, a complicare la vita di chi viaggia in treno da e per Milano. Tra i viaggi da incubo quello del FrecciaRossa Roma-Milano delle 11.20, che sarebbe dovuto arrivare nel capoluogo Lombardo alle 14.35. Il convoglio - in seguito ai controlli sanitari alla stazione di Casalpusterlengo nella zona rossa del Coronavirus - è rimasto a lungo bloccato a Bologna, in attesa di essere diretto a Verona e da lì a Milano.

Sul Roma-Milano soste prolungate, rallentamenti, scarse informazioni hanno provocato la reazione inferocita dei passeggeri. Sul display delle singole carrozze si parla di generici accertamenti di natura investigativa presso Casalpusterlengo. Personale viaggiante riferiva invece di fantomatici guasti tecnici. In verità le attività di sanificazione della stazione di Casalpusterlengo, nella zona rossa del coronavirus, che stanno paralizzando la rete ferroviaria fra Milano e Bologna sono state disposte dopo che un dirigente delle Ferrovie si è sentito male. Secondo quanto si apprende, sarebbe stato sottoposto poi a tampone.

Sul treno, riporta l’Ansa, cresce l’angoscia: un giovane falegname napoletano ha perso tre coincidenze per Trento dove lo attendeva il suo primo lavoro importante. Una signora chiede insistentemente spiegazioni riguardo alla possibilità di rientrare domani a Roma senza però ricevere assicurazione alcuna. Un gruppo di passeggeri sale a bordo pensando di andare a Padova anche se il treno proseguirà per Milano via Verona senza fare soste. Altri salgono alla cieca in seguito alla cancellazione di alcuni treni senza sapere con precisione l’esito finale del proprio viaggio. Un caos che non conosce tregua, un disorientamento totale, un’insicurezza da parte degli utenti totalmente al buio di notizie. Tutti al telefono nella speranza di sapere qualcosa dai propri familiari, parenti e fidanzati con conseguente diffusione di leggende metropolitane. A Bologna c’è chi scende chiedendo al capotreno: “c’è′ tempo per una sigaretta?”. “Si fumi pure tutto il pacchetto...”, la risposta dello sconsolato addetto.

Domani si ripete: considerata la possibilità del verificarsi di analoghe esigenze di controlli sanitari, informa Rfi, in via precauzionale l’offerta sarà ridotta.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 14:33:31 +0000

cronaca

"Ora non dimenticate chi è rimasto sulla Diamond Princess". Dalla Cecchignola l'appello della compagna di un ufficiale a bordo
Diamond Princess

“Non dimenticateli lì, vi prego. Non vorrei che per gestire la situazione, per carità drammatica, che sta vivendo in questo momento il Paese si scordassero di chi è rimasto a bordo della Diamond Princess”, dice Loredana Di Muro e la voce si incrina, sembra stia per piangere. Loredana è la compagna del direttore di macchine della nave ancora in quarantena nella baia di Yokohama in Giappone. “Voglio che lo riportino a casa”, ripete. Si sforza di non cedere alle lacrime e attraverso HuffPost si rivolge “al Governo e a chi ha il potere di intervenire”, perché “il caso della Diamond” - così lo definisce - non scivoli in secondo piano ora che, con l’esplosione dei contagi e cinque morti, l’Italia è diventata il terzo Paese al mondo per numero di casi, dopo Cina e Corea del Sud. Quarantatré anni, è tra i diciannove connazionali riportati in Italia dal volo speciale inviato in Giappone dal Governo la settimana passata, rientrato sabato scorso. Proprio mentre l’Italia scopriva i due focolai in Lombardia e in Veneto. “E infatti noi, dopo il clamore dei giorni precedenti, siamo passati inosservati”, prova a scherzare Loredana.

Insieme agli altri ora è alla Cecchignola, dove dovrà trascorrere i quattordici giorni canonici della quarantena. Il suo compagno, invece, che, si diceva, della Diamond Princess è il direttore di macchine, è rimasto in Giappone, a bordo della nave insieme al comandante, Gennaro Arma, e a parte dell’equipaggio. “Ha scelto di non partire, per compiere il suo dovere fino alla fine restando al fianco del capitano”, sospira Loredana. Ora che i venti giorni trascorsi nella cabina della nave, da un giorno all’altro trasformatasi nel più grande focolaio del coronavirus fuori dalla Cina, a pregare che il contagio li risparmiasse mentre il numero dei casi aumentava inesorabilmente, ora che “quelle settimane da incubo” sono alle spalle, sta provando a superare “il trauma che ti lascia un’esperienza del genere”. 

 

Una situazione “delicatissima, che - tiene a precisare Loredana - solo grazie all’impegno di Luigi Piccirillo e dei Cinque Stelle, ai quali si è rivolto mio fratello quando ha saputo da me cosa stava succedendo è stata conosciuta e poi risolta”, una situazione “nella quale ci siamo ritrovati precipitati da un giorno all’altro, gestita in maniera indimenticabile dall’equipaggio e dal comandante Arma, che ha affrontato le difficoltà con calma e premura, supportando tutti. A volte era evidente avesse passato la notte insonne eppure non ci ha fatto mai mancare la sua presenza, il suo supporto, un sorriso. Le assicuro che era tutt’altro che facile”. Le parole fanno per spezzarsi. Loredana si ferma un attimo. Poi ricomincia: “Quello che abbiamo vissuto non può immaginarlo nessuno”, aggiunge in un soffio e racconta della paura del contagio che paralizza le gambe, le braccia e i pensieri, degli incubi che tormentano il sonno “anche adesso che non siamo più sulla Diamond”.

Alla Cecchignola gli italiani che erano a bordo del transatlantico ribattezzato “la nave Lazzaretto” - “una definizione che ci ha ferito profondamente”, dice Loredana - come gli altri rientrati da Wuhan e ospitati nella cittadella militare di Roma prima di loro, oltre all’assistenza sanitaria per i test e i controlli di rito durante la quarantena, ricevono anche supporto psicologico. “Non pensavamo di essere accolti così bene e con tanta cura - spiega la donna - per quanto possibile in una situazione del genere, ci fanno sentire a casa”. Tra coloro che sono rientrati e che prima, sebbene ciascuno nella sua cabina, hanno condiviso la stessa esperienza a bordo della Diamond Princess “si è instaurato un clima familiare”, sebbene sempre riparati da occhiali, guanti e mascherine si ritrovano, chiacchierano, trascorrono del tempo insieme. Ma quando ciascuno si ritrova solo nella propria stanza mille considerazioni tornano ad affollare la mente.

Loredana pensa al compagno rimasto in Giappone, ai due figli, a quando tornerà nel suo paese. E ha paura. Di cosa, Loredana? “Della cattiveria di chi non sa e magari trae conclusioni sbagliate, diffondendo stupidaggini - è la risposta - Temo, per esempio, che qualcuno possa bullizzare i miei figli, anche se finora non mi risulta sia accaduto. Temo che possano emarginarci perché magari ci considerano infetti”. Lei non ha contratto il Covid -19, è sempre stata “negativa” come si dice in gergo “e mi auguro di restare tale fino alla fine della quarantena”, aggiunge - ma non riesce a tenere a bada i pensieri negativi. “Fisicamente sto bene, psicologicamente devo recuperare, non è facile ma mi sto impegnando a farlo”, conclude Loredana. E certo potrà riuscirci meglio, provando ad archiviare l’ultimo viaggio sulla Diamond Princess, quando anche il suo compagno sarà di nuovo al suo fianco.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 13:24:54 +0000

cronaca

Rugby e pallavolo si fermano, il calcio chiede le porte chiuse
MILAN, ITALY - JANUARY 13:  General view of the San Siro Stadium empty (the fans of Internazionale are disqualificatio for racist shouts) prior to the Coppa Italia match between FC Internazionale v Benevento Calcio at Stadio Giuseppe Meazza on January 13, 2019 in Milan, Italy.  (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Le precauzioni contro il contagio da coronavirus investono il mondo dello sport. Dopo aver sospeso quattro partite del campionato di serie A di calcio, la Federcalcio ha chiesto al governo se si possono disputare a porte chiuse le partite nelle regioni sottoposte al blocco delle manifestazioni sportive, fino al 1° marzo. Interessata anche Inter-Ludogorets di Europa League, in programma giovedì. Quanto a Juventus-Inter, big match della prossima giornata, è stato escluso il rinvio a lunedì.

Si tratta di un atto formale, che la Lega delle società motiva nella lettera con il “calendario già saturo di impegni” e la necessità che le competizioni si concludano “entro il 24 maggio stante l’avvio dei prossimi Europei di calcio”.

Sulla questione è intervenuto Walter Ricciardi, membro del consiglio esecutivo Oms, nominato consigliere dal ministro della Salute, Roberto Speranza: “Ho consigliato nella veste di tecnico sanitario e in veste di persona appassionata di sport che giocare a porte chiuse è la strada giusta, affinchè il campionato non venga falsato - spiega a Radio punto nuovo -. È un provvedimento preso per almeno le prossime due settimane”.

Pronta la risposta del Governo. Il ministro per le politiche giovanili e lo sport, Vincenzo Spadafora, ha già proposto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo schema di dpcm che prevede la possibilità di svolgere partite a porte chiuse nelle aree a rischio contagio da coronavirus. La decisione, spiegano fonti ministeriali, è già stata presa ieri sera e lo schema è pressoché ultimato.

“Sono già in vigore provvedimenti che vietano gli eventi fino a domenica prossima - ha spiegato -, inizialmente per la Lombardia, il Veneto e il Piemonte, ora con questo dpcm abbiamo allargato anche a Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Liguria. In queste regioni, resta il divieto di manifestazioni sportive, per alcuni eventi abbiamo dato la disponibilità a svolgerli a porte chiuse”.
Spadafora ha sottolineato che il provvedimento “non è stato esteso al resto d’Italia perché non esistono le condizioni per prendere misure gravi”.

Intanto la Federazione italiana pallavolo, congiuntamente alle due Leghe di Serie A maschile e femminile, rende noto di “avere deciso di sospendere l’intera attività pallavolistica nazionale a tutti livelli fino al primo marzo compreso”. “La decisione - si legge, in un comunicato - è stata assunta al termine di una riunione d’urgenza che si è tenuta ieri a Bologna in conseguenza dei diversi provvedimenti che si stanno assumendo in ambito governativo-istituzionale”.

Stessa cosa vale per il rugby. Lo rende noto, con un comunicato
apparso sul sito ufficiale, la Federazione. “La Federazione italiana rugby - si legge - facendo seguito alle ordinanze disposte dalle autorità competenti e del Coni, in tema di contenimento dell’emergenza epidemiologica in atto, per il fine settimana del 28 febbraio-1 marzo sospende i campionati nazionali, inclusa tutta l’attività giovanile, ma anche l’attività di raduno delle Nazionali nelle regioni raggiunte dai dispositivi”.

Data articolo: Mon, 24 Feb 2020 13:08:29 +0000

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