Coronavirus, la mappa del contagio nel mondo

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Prima pagina da huffingtonpost.it

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ECONOMIA

Mittal vuole 5mila esuberi
TARANTO, ITALY - APRIL 05: General views of Ilva plant on April 05, 2020 in Taranto, Italy. (Photo by Donato Fasano/Getty Images)

Lo dicono i numeri quanto sia devastante l’impatto del piano che il colosso franco-indiano Mittal ha recapitato al Governo. Con una mail. L’ex Ilva di Taranto, ma anche gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure, Marghera, Paderno Dugnano, Racconigi e Salerno: fuori da lì 3.300 lavoratori. Subito, quest’anno. E i 1.700 lavoratori che sono legati alla gestione commissariale, già fuori dagli impianti, non rientreranno più. Esuberi o mancati riassorbimenti poco cambia: cinquemila lavoratori non possono essere più occupati. Il Covid e la crisi dell’acciaio iniziata già prima sono le ragioni che Mittal mette nero su bianco per dire che solo così potrà restare in Italia. O non restare. Perché per il Governo, e ancora prima per i sindacati, è impossibile accettare un piano del genere. I franco-indiani lo sanno e l’hanno messo in conto in una partita a scacchi dove un piano lacrime e sangue può celare la volontà di andare via. 

Un piano lacrime e sangue. Stracciato l’accordo di marzo con il Governo 

Un breve richiamo delle ultime vicende dell’ex Ilva è necessario per inquadrare il piano 2020-2025 inviato a palazzo Chigi, al ministero dell’Economia e a quello dello Sviluppo economico. A dicembre dello scorso anno, Mittal aveva presentato un piano che ricorda molto il nuovo: 2.900 esuberi nel 2020, da portare a 4.700 nel 2023. La produzione di acciaio da 4,5 milioni di tonnellate nel 2019 a 6 milioni di tonnellate nel 2021. Il Governo disse no, iniziò una trattativa lunghissima che culminò con un accordo, siglato a marzo, dove si tracciava la strada per l’ingresso dello Stato e per la conversione green di Taranto. In quell’accordo c’era scritto che la produzione sarebbe stata pari a 8 milioni di tonnellate, con l’impiego di 10.700 lavoratori. 

I numeri del nuovo piano dicono due cose. La prima: gli esuberi per Mittal sono rimasti sempre gli stessi. La seconda: la trattativa con il Governo e l’accordo di marzo sono carta straccia perché le nuove richieste sono peggiori. I lavoratori totali, a fine piano, saranno 7.400. Sono i 3.300 esuberi che scatteranno già da quest’anno (3.100 negli anni successivi) a cui vanno aggiunti i 1.700 mancati riassorbimenti. La produzione viene ridotta a 6 milioni di tonnellate all’anno. Il rifacimento dell’altoforno 5, che avrebbe permesso una produzione maggiore, viene rinviato. Confermati lo sviluppo del carbone verde e la costruzione di forni elettrici e degli impianti di preridotto, il materiale che viene scaldato e fuso per produrre acciaio in modo pulito. Ma il corso green non ha la forza di riequilibrare una situazione che ha il tratto del forte ridimensionamento.

Soldi dallo Stato. Una richiesta da 2 miliardi

E poi c’è una richiesta che invece è inedita. E che fa precipitare ulteriormente il quadro per il Governo. Mittal chiede due miliardi allo Stato. Così divisi: 600 milioni sotto forma di prestito con garanzia di Sace, la società di Cassa depositi e prestiti che gestisce i prestiti messi in campo dal Governo durante l’emergenza sanitaria, e 200 milioni di soldi a fondo perduto con causale Covid. A questi soldi va aggiunto circa un miliardo, che è la somma chiesta per far entrare lo Stato nel capitale della società. E poi ancora altri soldi da recuperare da quelli che l’amministrazione straordinaria, gestita dai commissari, ha ricevuto dalla transazione con i Riva, gli ex proprietari dell’Ilva. 

La rabbia dei sindacati: “Situazione esplosiva negli stabilimenti, il Covid è un alibi”

Il piano, preparato da Mittal insieme a Boston Consulting, una delle più importanti multinazionali della consulenza aziendale, non è stato inviato ai sindacati. Ma quando alle sei del pomeriggio, le mail dei ministeri coinvolti e di palazzo Chigi hanno ricevuto la patata bollente, i sindacati si sono messi subito alla caccia del documento. Bocciatura totale e richiesta di convocazione urgente al Governo. La Fiom attacca con il segretario Francesca Re David: “La crisi determinata dalla pandemia del Covid-19 non c’entra assolutamente nulla”. Un attacco condito da un allarme sulla reazione dei lavoratori: “Negli stabilimenti la situazione sta diventando esplosiva per una gestione inadeguata messa in atto dall’azienda”. Anche il segretario generale della Uilm, Rocca Palombella, parla di “alta tensione nei siti”. Ed è Marco Bentivogli, il numero uno della Fim-Cisl, a dire chiaramente che non sono accettabili gli esuberi proposti e che il Covid è “un ottimi alibi” per il disimpegno. 

Il Governo (una parte) vuole trattare. I 5 stelle spingono per mandare via Mittal 

Alle nove e mezza di sera, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri riunisce lo staff del dicastero per analizzare il piano. Il messaggio che trapela è il seguente: “Li incontreremo presto, la trattativa continua”. Ma i 5 stelle spingono in direzione contraria: vogliono che Mittal vada via da Taranto. Stefano Patuanelli, il ministro dello Sviluppo economico, già dal mattino aveva annusato l’aria di un piano “inaccettabile” e aveva avvisato i franco-indiani: “Se vogliono lasciare, lascino”. I pentastellati vogliono accelerare e passare direttamente alla fase 2, cioè alla nazionalizzazione dello stabilimento attraverso l’ingresso di Cdp. Ma il Tesoro è per continuare a trattare. La divergenza tra le due prospettive la mette in luce Barbara Lezzi, la senatrice M5s da sempre in prima linea sulla questione dell’ex Ilva: “A me, francamente, risulta incomprensibile la posizione di Gualtieri che preferirebbe trattenere Arcelor pur sapendo che questo comporterebbe esborsi a carico dello Stato per poi ottenere una morte graduale del polo siderurgico”. Il futuro dell’ex Ilva si giocherà anche dentro al campo del Governo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 20:46:31 +0000

cronaca

Immobile di Londra, arrestato in Vaticano il broker Gianluigi Torzi
The Vatican featuring St. Peter's Basilica, Rome, Italy

Le accuse sono pesantissime: peculato, estorsione, truffa aggravata, autoriciclaggio. È con queste contestazioni che l’imprenditore molisano Gianluigi Torzi è stato questa sera arrestato in Vaticano. La decisione è arrivata dopo un lungo interrogatorio al quale sarebbero state sottoposte, secondo quanto trapela da fonti giudiziarie, anche altre persone. Torzi, detenuto ora nella caserma della Gendarmeria, rischia, se le accuse verranno provate, fino a dodici anni di reclusione.

La vicenda riguarda la compravendita dell’immobile di Londra che ha scatenato uno dei più grandi scandali finanziari in Vaticano. Dall’interrogatorio di oggi emerge anche la rete di società coinvolte nell’affare alla quale partecipavano funzionari della Segreteria di Stato. Oggi l’Ufficio del Promotore di Giustizia del Tribunale Vaticano, al termine dell’interrogatorio di Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha dunque spiccato nei suoi confronti mandato di cattura. Il provvedimento, a firma del Promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, e del suo Aggiunto, Alessandro Diddi, ”è stato emesso in relazione alle vicende collegate alla compravendita dell’immobile londinese di Sloane Avenue, che hanno coinvolto - riferisce il Vaticano - una rete di società in cui erano presenti alcuni Funzionari della Segreteria di Stato”.

Allo stato Gianluigi Torzi è detenuto in appositi locali presso la Caserma del Corpo della Gendarmeria. Locali che sono stati anche in passato utilizzati per la detenzione considerato che in Vaticano non esiste un vero e proprio luogo di reclusione. Per lo stesso scandalo già erano stati presi differenti provvedimenti in Vaticano nei confronti di altre persone. Si era trattato però di allontanamenti dalle loro funzioni e non di un provvedimento della gravità come quello assunto oggi. Del broker originario di Termoli si era parlato negli ultimi tempi per il coinvolgimento in diverse strane operazioni, da un annunciato tentativo, da parte sua, di salvataggio della Banca Popolare di Bari all’indagine su una presunta truffa compiuta ai danni del Fatebenefratelli di Roma. Torzi, uomo d’affari, amico e già socio dell’ex governatore del Molise, Paolo Di Laura Frattura, aveva fatto parlare di sé anche perché comproprietario di una villa a Termoli comprata a prezzi di saldo e finita agli onori della cronaca regionale e in inchieste tv.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 20:37:55 +0000

ESTERI

L'occupazione torna su negli Usa: i mercati volano. Trump: "L' America è tornata"
WASHINGTON, DC - JUNE 05: U.S. President Donald Trump shushes journalists before signing the Paycheck Protection Program Flexibility Act in the Rose Garden at the White House June 05, 2020 in Washington, DC. In the midst of nationwide protests against the death of George Floyd, the U.S. Labor Department announced the unemployment rate fell to 13.3 percent in May, a surprising improvement in the nation’s job market as hiring rebounded faster than economists expected in the wake of the novel coronavirus pandemic. (Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)

“L’America è tornata, la pandemia è ormai alle spalle”. Ha tutti i motivi per esultare Donald Trump, che in quelli che sono tra i giorni più bui della sua presidenza, con un Paese sconvolto da proteste e disordini sociali, assiste a un boom dell’occupazione che forse arriva inatteso anche alla Casa Bianca. Numeri che sorprendono tutti e lasciano di stucco anche i più accorti analisti: a maggio 2,6 milioni di posti di lavoro creati con un tasso di disoccupazione sceso al 13,3%. ”È la più grande rimonta dell’economia americana”, azzarda il presidente.

Mentre le Borse europee brindano e Wall Street vola. E dire che le previsioni erano catastrofiche, con gli esperti che vedevano la disoccupazione volare quasi al 20%. Ma evidentemente comincia a farsi sentire, e in maniera consistente, l’effetto delle prime riaperture in molti degli stati Usa dopo il lungo lockdown dovuto all’emergenza coronavirus. E per Trump è come una boccata di ossigeno e una nuova spinta verso una possibile rielezione a novembre. “Siamo di fronte a dati incredibili che dimostrano quanto forti fossero i fondamentali dell’economia americana prima della pandemia”, spiega Trump, sottolineando come “nessuno mai ha fatto quello che ho fatto io in tre anni e mezzo”.

Per festeggiare il tycoon convoca un incontro fuori programma con i giornalisti alla Casa Bianca. “Siamo stati bravi in tutto, abbiamo chiuso il Paese bloccando i voli dalla Cina immediatamente, e abbiamo salvato molte vite”, ha affermato, nonostante i quasi due milioni di casi di contagio e gli oltre 107 mila morti. “Ora stiamo cominciando a ripartire, e in molti stati devono ancora farlo”, ricorda Trump, assicurando come i dati di oggi “sono solo l’inizio di un lungo periodo di crescita”: “Abbiamo davanti un buon giugno, un buon luglio, un buon agosto, e degli splendidi settembre, ottobre e novembre”. Un’euforia però che deve fare i conti con altri numeri, altri dati, quelli che indicano come da questa ripresa occupazionale siano di fatto esclusi i lavoratori della comunità afroamericana, in un momento di grandi proteste antirazziste. Intanto i mercati brindano su entrambe le sponde dell’Oceano, e Wall Street vola, sfiorando il 4% di guadagni a due ore dalla chiusura della giornata di contrattazioni.

‘I have a dream’. Il sogno di avere una società in cui i diritti di tutte le minoranze vengano rispettate si ripete 57 anni dopo lo storico discorso di Martin Luther King jr. E come quel 28 agosto del 1963, il giorno in cui il pastore dell’orgoglio afroamericano tenne un discorso con il quale chiedeva la fine del razzismo con alle spalle il Lincoln Memorial, il 28 agosto del 2020 migliaia di persone si ritroveranno, di nuovo, per ribadire che il razzismo non può avere posto in America.

Così come la violenza della polizia contro gli afroamericani. Al posto di Martin Luther King ci sarà il reverendo Al Sharpton, uno dei massimi leader dei diritti civili della comunità afroamericana, che durante i funerali di George Floyd a Minneapolis ha chiamato a raccolta neri, bianchi, latini, arabi per dire basta alle ingiustizie e ad ogni forma di discriminazione. “Il 28 agosto, il giorno del 57/o anniversario della marcia su Washington - ha detto Sharpton - torneremo a Washington. Torneremo questo 28 agosto per far rivivere e impegnarci di nuovo per quel sogno, quello di Martin Luther King”. A guidare la marcia ci saranno le famiglie delle vittime delle ingiustizie, a partire da quella di George Floyd e quella di Eric Garner, i due afroamericani uccisi in due episodi diversi da una stretta al collo da parte della polizia. “Loro conoscono il dolore - ha sottolineato - sanno cosa vuol dire non essere considerati”. Inevitabile che la marcia assuma anche una grande valenza politica, vista la vicinanza alle elezioni presidenziali di novembre, con un invito ad andare a votare che potrebbe favorire soprattutto l’anti-Trump Joe Biden, che ha già ricevuto l’endorsement di Sharpton. Quest’ultimo ha ricordato come il voto servirà non solo per decidere chi andrà alla Casa Bianca ma anche chi andrà al Congresso o chi amministrerà le città: “Possiamo cambiare un’era”, ha detto. Tuttavia la marcia, in tempi di pandemia, solleverà anche questioni legate alla sicurezza dei partecipanti, visto che gli esperti di salute pubblica raccomandano ancora di mantenere le distanze ed evitare grandi assembramenti. Misure che non si prevede di abbandonare a breve.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 20:21:52 +0000

POLITICA

Il Pd contro Conte anche sugli Stati generali
The Italian Minister of Cultural Heritage Dario Franceschini with the mask to protect himself from the Coronavirus emergency (Covid-19) while leaving the Senate after the final discussion on the vote of individual distrust the Minister of Justice, Alfonso Bonafede. Rome (Italy), May 20th, 2020 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Lo stupore e la rabbia piombano sul tavolo dell’incontro tra il premier Giuseppe Conte e i capi delegazione di maggioranza. Il dem Dario Franceschini ha scoperto dai giornali l’idea del presidente del Consiglio di tenere gli Stati generali dell’economica e questa cosa lo ha fatto andare su tutte le furie: “È un’iniziativa non condivisa che ha sorpreso tutti”.

Questo è stato solo l’incipit della riunione. A poco a poco i toni si accendono ancora di più. Presenti anche i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. Teresa Bellanova di Italia Viva è intervenuta sulla questione facendo un richiamo alla concretezza e spiegando che ormai l’annuncio era stato fatto e non era più possibile tornare indietro: “Almeno facciamo in modo di arrivare al confronto con le parti sociali con dei contenuti e priorità condivise”.

È questa la ragione per la quale gli Stati generali slitteranno di qualche giorno. Ecco anche il dem Andrea Orlando: “Fare gli Stati  generali in tre giorni non mi sembra una cosa particolarmente felice, ma facciamo un libro bianco, un piano strategico, confrontiamoci con gli stakeholders”.

La Kermesse sarebbe dovuta essere già lunedì, slitterà forse a giovedì a Villa Pamphili. “Qui abbiamo solo un titolo, riempiamolo di contenuti”, avrebbe detto il ministro Bellanova invitando tutti a fare una “sintesi”, viste le diverse sensibilità nella maggioranza, su alcune “questioni essenziali e punti prioritari condivisi”. Altrimenti il rischio di un’esposizione del genere senza che ci siano risposte da offrire alle parti sociali, rischia di ingenerare rabbia. Sulla stessa lunghezza d’onda il M5S: assente il capo delegazione Alfonso Bonafede, sostituito dalla viceministra al Mef Laura Castelli, che avrebbe invitato la maggioranza a concentrarsi ora per trasformare questo evento in un’opportunità.

La vicenda però ha delle forti ricadute politiche perché è la terza stilettata nel giro di poche ore che il Pd sferra contro il governo. Prima Andrea Orlando con il reddito di cittadinanza, poi il segretario Nicola Zingaretti che apre a un dialogo con Silvio Berlusconi sul Meccanismo europeo di stabilità per fare pressioni sul governo, e adesso Dario Franceschini contro Stati generali.

Il clima teso sulla fase 3. Per i dem con decine di miliardi da spendere non è possibile mettere in campo un piano per la ripresa economica in pochi giorni. Si parla in fondo di un piano che dovrà servire per i prossimi dieci anni. È meglio trasformare l’evento in un’occasione di ascolto, sarebbe stato il ragionamento del capo delegazione dem. E mentre il M5S si dice pienamente d’accordo con l’iniziativa di Conte, Italia Viva mantiene una posizione non contraria agli Stati generali ma ad una condizione: che si evitino passerelle inutili e si facciano cose concrete, spiegano fonti renziane.

Ma la partenza azzoppata dell’iniziativa ne ha già determinato lo slittamento. C’è tutto il profilo organizzativo da definire: quali saranno le personalità che, oltre ai sindacati e alle associazioni di categoria, parteciperanno alle riunioni? Il fine settimana - quando tra l’altro arriverà sul tavolo di Palazzo Chigi l’ultimo rapporto “economico” della task force Colao - potrebbe portare consiglio. Ma le incognite a corollario dell’organizzazione degli Stati generali sono diverse.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 19:51:51 +0000

cronaca

Regolarizzazione migranti: 9500 domande in quattro giorni
ROSARNO, CALABRIA, ITALY - 2020/02/06: A Senegalese migrant collects oranges on the plain of Rosarno and San Ferdinando in Calabria. (Photo by Alfonso Di Vincenzo/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images)

I dati sui primi 4 giorni del processo di regolarizzazione dei migranti - si apprende - indicano che circa 9.500 domande sono già state inviate o in corso di presentazione. Le procedure, iniziate l′1 giugno, sono gestite dallo Sportello unico per l’immigrazione delle prefetture e dalle questure. Il video tutorial che spiega le procedure di emersione sul sito del ministero dell’Interno è stato visualizzato più di 60 mila volte. Sarà possibile presentare le domande fino al 15 luglio. I dati verranno comunicati dal Viminale in due tappe intermedie: il 15 giugno e l′1 luglio.

Due le possibilità previste dalla norma: il datore di lavoro potrà sottoscrivere un nuovo rapporto di lavoro subordinato o dichiararne uno irregolarmente instaurato con cittadini italiani o stranieri presenti sul territorio nazionale prima dell′8 marzo; gli stranieri con permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre potranno chiedere un permesso di soggiorno della durata di sei mesi.

I settori interessati sono agricoltura, zootecnia, assistenza alla persona e lavoro domestico. Le procedure prevedono che presso lo Sportello unico per l’immigrazione istituito nelle Prefetture i datori di lavoro operanti nei settori indicati presentino istanza in favore di cittadini extracomunitari. Le istanze devono essere presentate esclusivamente con modalità informatiche dal 1 giugno al 15 luglio sull’applicativo accessibile all’indirizzo https://nullaostalavoro.dlci.interno.it/ utilizzando il sistema di identificazione digitale SPID e seguendo le istruzioni presenti sul manuale utente disponibile sul medesimo sito web.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 19:12:43 +0000

POLITICA

Bagarre su dl scuola a Camera, voto sabato mattina

Si invertono i ruoli tra maggioranza e opposizione nel muro contro muro sul decreto scuola, all’esame della Camera. Dopo la giornata di giovedì in cui le opposizioni, specie la Lega, hanno fatto ostruzionismo nel tentativo di farlo decadere, è stata poi la maggioranza a chiudere i canali di dialogo, mentre diversi esponenti del centrodestra, specie Fi e Fdi, hanno cercato invano contatti con i gruppi della coalizione di governo per trovare un accordo e concludere il voto in giornata. L’eventuale decadenza del decreto farebbe saltare gli esami di maturità, scenario che susciterebbe la rabbia delle famiglie che potrebbe scaricarsi contro le opposizioni.

Giovedì pomeriggio, dopo il voto di fiducia incassato dal governo, è iniziato l’ostruzionismo sugli ordini del giorno, i documenti di indirizzo sull’applicazione del decreto.

L’obiettivo era impedire l’approvazione del decreto entro domenica, la sua decadenza, con conseguente richiesta di dimissioni del ministro Azzolina. Un tentativo di spallata al governo. Di qui la decisione della maggioranza giovedì a mezzanotte di ricorrere alla seduta fiume, vale a dire senza interruzioni, tranne quelle ogni tre ore per sanificare l’Aula.

I lavori sono dunque proseguiti tutta la notte e tutta la giornata di venerdì e proseguono, ininterrottamente, fino a sabato mattina con il voto finale.
L’ostruzionismo ha potato a momenti di grande tensione in Aula a Momnteciorio, con la sospensione della seduta quando i leghisti hanno innalzato un stiscione con sopra scritto “Azzolina bocciata”.

Lo striscione esposto dalla Lega

 

Una scelta, quella dell’ostruzionismo, criticata dalla maggioranza, con Vito Crimi che ha definito “irresponsabili” e “incoscienti” le opposizioni che con l’ostruzionismo farebbero saltare gli esami: “capricci di forze politiche miopi e assetate di potere”, ha rincarato la dose. “Faremo di tutto per impedirlo, ma è giusto che gli italiani sappiano che livello di incoscienza si sta toccando alla Camera”, ha detto Gianluca Vacca (M5s).

Ma la preoccupazione che gli esami saltino davvero e che una vittoria parlamentare si risolva in una sconfitta politica ha raggiunto le opposizioni. Pur ribadendo la contrarietà al complesso delle norme, il vicecapogruppo di Fdi Tommaso Foti, in Aula, ha preso le distanze dalla linea dura della Lega (“se avessimo voluto fare ostruzionismo ora saremmo ancora alla discussione generale”), sollevando però il tema di un decreto rimasto per 53 giorni in Senato e che la Camera si è trovata a dover ratificare in poche ore. Una critica che diversi esponenti della maggioranza hanno espresso lunedì durante l’esame del decreto in Commissione.

Anche gli ambasciatori del patito di via Bellerio hanno detto alla maggioranza di essere stati disposti a porre fine all’ostruzionismo, se per esempio fosse stata concessa la diretta televisiva per le dichiarazioni di voto finali. Ma a questo punto è stata la maggioranza a irrigidirsi: fatti i calcoli, il sì al decreto arriva comunque nella mattinata di sabato, in tempo per la visione da parte di Sergio Mattarella e la sua promulgazione in Gazzetta. Ma il fatto che tutti i decreti siano esaminati alternativamente da una sola Camera e ratificati dalla seconda ormai è apertamente criticato anche da molti esponenti della maggioranza.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 19:02:00 +0000

politica

Il Cipe sopravviverà con tempi più veloci per sbloccare le grandi opere
Il nuovo viadotto Madonna del Monte sulla A6, costruito in tempi record, inaugurato questa mattina e che riaprire' al traffico autostradale domattina 22 Febbraio. Savona, 21 Febbraio 2020.
ANSA/LUCA ZENNARO

In Italia passano 87 giorni, cioè quasi tre mesi, da quando un progetto per la realizzazione di una grande opera o comunque prioritaria viene incardinato dal Comitato interministeriale per la programmazione economica a quando il presidente del Consiglio, che presiede il Cipe, firma la delibera che sblocca l’opera. È solo il primo di una serie infinita di passaggi che puntellano la messa in piedi o la manutenzione di ferrovie, strade, autostrade, viadotti e metropolitane. Ottanta di questi 87 giorni sono impiegati in esami tecnici ed economici, le cosiddette autorizzazioni preventive che devono arrivare da ogni singolo ministero. Poi altri sette per la riunione del pre-Cipe e per quella del Cipe. Questo tempo incide per l′1,6% sulla durata totale di realizzazione di una grande opera, che è pari mediamente a 15 anni e 7 mesi, ma è comunque un tassello della più ampia burocrazia che ruba tempo, fino a otto anni. 

A palazzo Chigi si lavora per dimezzare gli ottanta giorni di cui si diceva sopra. La riforma del Cipe troverà spazio nel decreto sulle semplificazioni che è atteso, con ritardo, tra venti giorni, ma il lavoro è pressocchè ultimato. Huffpost è in grado di anticipare la riforma, i cui lavori sono coordinati da Mario Turco, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla programmazione economica e agli investimenti pubblici, e da Riccardo Fraccaro, sottosegretario anche lui alla presidenza dei ministri con funzione di segretario. L’obiettivo della riforma è ridurre sensibilmente i tempi dell’iter autorizzativo delle opere prioritarie che passano dal Cipe. Sono tutte opere strategiche, dal valore superiore ai 75 milioni: sono le grandi opere e quelle prioritarie. 

Il dimezzamento degli ottanta giorni parte dal funzionamento attuale del Comitato interministeriale. Per molti farraginoso. Nel dibattito tra il Pd e i 5 stelle su come mettere mani a cantieri, autorizzazioni e Codice degli appalti, Graziano Delrio, volto dem di punta ed ex ministro delle Infrastrutture, ha proposto di abolire il Cipe. Basta questo a dare l’idea di come sia visto spesso come superfluo, quasi un doppione del Consiglio dei ministri se si considera che ne fanno parte 13 ministri (in totale sono 21), oltre a Conte e al presidente della Conferenza Stato-Regioni. Ecco cosa ha detto Delrio il 21 maggio, in un’intervista a La Stampa, proprio in riferimento al Cipe: “Capita che per una sua autorizzazione passino mesi. Le Infrastrutture fanno il piano delle opere con il Tesoro? Lo si approvi in Consiglio dei ministri e via. L’importante è la certezza dei finanziamenti”. 

Poggiando la lente di ingrandimento su come il Cipe funziona spuntano fuori i famosi 80 giorni di lungaggini. Oggi il processo autorizzativo del Cipe si base su un processo lineare, cosiddetto a staffetta. Il vulnus è che sfocia in un gioco dell’oca che impiega appunto ottanta giorni. Funziona grosso modo così, per fare un esempio: arriva un progetto preliminare, il Mit lo presenta. Poi questo progetto passa al ministero dell’Ambiente, poi a quello dei Beni culturali e via via a tutti i ministeri. Se un ministero dice no, allora il progetto torna alla casella iniziale, cioè al ministero proponente e ricomincia il giro daccapo. In pratica i diversi ministeri danno la propria autorizzazione preventiva al progetto uno dopo l’altra, in sequenza, con tempi indefiniti. 

Il modello a cui sta lavorando palazzo Chigi è definito parallelo, in modo da avere nello stesso momento, e con tempi definiti, le autorizzazioni sul progetto preliminare o definitivo. Funzionerà così: il Dipe (Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica), la struttura di palazzo Chigi che supporta il presidente del Consiglio in materia di coordinamento della politica economica e di programmazione degli investimenti pubblici, riceve il progetto preliminare o quello definitivo. Chiede contemporaneamente a tutti i ministeri di esprimersi su questo progetto. Una volta ricevuti i pareri, li coordina e se sono tutti favorevoli chiude l’autorizzazione progettuale, preliminare, istruttoria o definitiva, in 60 giorni. Se invece c’è uno o più pareri contrari, allora il Dipe stesso lo approfondisce a dà un termine per trovare una sintesi. In pratica si chiama il o i ministeri contrari e si cerca di individuare una soluzione. Se non si trova il progetto viene accantonato. 

Il sottosegretario Turco spiega che il problema non è il Cipe, ma “tutto quello che avviene dopo la delibera del Cipe stesso e cioè la fase dell’affidamento, quella delle variante, quella dei ribassi di gara, la fase di dichiarazione di pubblica utilità. Il Cipe incide pochissimo e comunque noi vogliamo semplificare e ridurre anche i tempi dell’iter delle delibere”. Il Cipe sopravviverà, ma cambierà pelle. 


 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 19:03:58 +0000

POLITICA

"Il Pd non faccia scherzi sul Mes"
Luigi Di Maio,Vito Crimi durante la conferenza stampa del Movimento 5 Stelle per presentare un piano di rilancio economico per affrontare la crisi causata dal coronavirus, Roma 5 marzo 2020. ANSA/FABIO FRUSTACI

Qualcuno lo dice a bassa voce, senza farsi sentire troppo da chi, come Alessandro Di Battista, si è definito anti-establishment: “Alla fine voteremo sì al Mes, approveremo il pacchetto di misure completo con Bei e Sure. Ma Zingaretti non deve fare scherzi...”. Altri lo dicono apertamente, come il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri: “I soldi per il servizio sanitario devono arrivare anche dall’Europa. Venti, venticinque miliardi. Mi piace il Mes? A me piacciono i soldi per la sanità”.

I governisti 5Stelle si muovono a passo lento ma si muovono nella speranza che il premier Giuseppe Conte riesca ad ottenere un buon risultato sul Recovery fund. A nessuno però va giù quella che, da queste parti, viene considerata “una prova di forza del Pd per spaccarci”. A dimostrazione che l’apertura del segretario dem al dialogo con Silvio Berlusconi, anche sul Meccanismo europeo di stabilità se dovessero mancare i voti degli alleati, sta preoccupando e non poco i pentastellati.

In queste ore, nelle chat, riaffiora un precedente importante. Sette deputati M5s ad aprile scorso hanno votato un ordine del giorno anti-Mes targato Fratelli d’Italia. Si tratta di Dalila Nesci, Raphael Raduzzi, Alvise Maniero, Pino Cabras, Andrea Vallascas, Antonio Lombardo e Giovanni Vianello. Continuano ad essere loro a guidare il dissenso capitanati da Di Battista. Sulla scia di quest’ultimo ci sono altri irriducibili, come per esempio Barbara Lezzi o l’ex ministro della Salute Giulia Grillo, secondo la quale “dire no al Mes significa essere coerenti con la linea politica portata avanti dal Movimento”.

Invece secondo Giorgio Trizzino, deputato siciliano e medico, il Movimento alla fine riuscirà a non dare in Aula l’immagine di un partito frammentato, ma per far questo ci vuole tempo e soprattutto la mediazione del premier Conte che dovrà portare a casa un buon risultato sul Rocovery fund, altrimenti sarà tutto vano. “Sì a qualsiasi forma di intervento che arrivi dall’Europa e che possa essere utile per colmare le lacune della nostra sanità”, dice Trizzino in un’intervista a La Repubblica: “Il confronto di questi giorni ci permetterà di capire se riusciamo a modificare una visione complessiva del futuro e dei nostri obiettivi. Oltretutto il Mes ora è qualcosa di profondamente diverso da ciò che era un tempo, parliamo di uno strumento differente dall’originario Fondo salva stati”.

Anche il presidente grillino della commissione Affari europei della Camera Sergio Battelli fa presente che “la nuova linea di credito del Mes prevede tassi di interesse molto bassi, vicini allo zero ed è finalizzata a un progetto vero, reale, spendibile nel breve tempo. Ma io – sottolinea - punto sul Recovery fund”. Una cosa comunque non esclude l’altra, l’importante per i governisti 5Stelle è trovare il modo per comunicarlo dopo anni di battaglie anti europeiste.

Un deputato a taccuini chiusi fa presente che il problema sia politico perché, in realtà, “il Mes, con queste regole diverse rispetto a prima, è molto più condiviso di quanto si pensi”. Difficile però comunicarlo e farlo digerire agli eurodeputati che, tra messaggi e telefonate, non nascondono di sentirsi quasi traditi dai parlamentari romani.

Fabio Massimo Castaldo difende i colleghi europei che sono stati sospesi per aver votato contro il Mes. Luigi Di Maio non dice né sì né no, chiede di concentrarsi sul Rocovery fund, propedeutico per convincere i più ritrosi ad attivare il Meccanismo europeo di stabilità. Sempre tra i governisti la ministra Fabiona Dadone è convinta che si troverà una sintesi nella maggioranza e all’interno del Pd. A patto che il Pd non faccia fughe in avanti alla ricerca di maggioranze trasversali per dividere i grillini.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 18:37:19 +0000

CITTADINI

"Nessuna ripartenza del virus, ma è ancora tra noi"
Il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli in conferenza stampa alla protezione civile per fare un punto sulla situazione del coronavirus in Italia, Roma, 5 marzo 2020.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

“No, non c’è ripartenza del virus. L’impennata dei nuovi contagi in Lombardia dipende dall’aumento del numero dei tamponi effettuati”. Franco Locatelli è categorico. La notizia che nel giro di ventiquattro ore i positivi al Covid-19 sono passati da 177 a 518 (402 in Lombardia, dove ieri se ne contavano appena 84) non sorprende il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, componente del Comitato tecnico scientifico.

“L’aumento registrato nel numero dei contagiati dipende dalla quantità di tamponi effettuati, circa sette volte in più rispetto a quella dei giorni scorsi. Il rapporto tra tamponi positivi e tamponi effettuati riportato oggi è 2.1 rispetto a 2.5 di ieri”, ripete Locatelli.

Numeri alla mano, i tamponi positivi rilevati oggi in tutto il Paese sono 518. In termini percentuali, il 77,6 % del totale in Lombardia. Tra le altre regioni più colpite dal coronavirus, l’incremento registra 49 casi in Piemonte, 17 in Emilia Romagna e 14 in Liguria. Nelle altre 16 regioni, invece, i casi non arrivano a dieci: 9 nel Lazio, 7 in Toscana, 6 in Veneto, 4 in Puglia, 2 in Sardegna, Abruzzo e Marche, 1 in Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige; 0 in Campania, Umbria, Valle d’Aosta, Molise e Basilicata.

I morti in Italia, invece, oggi sono in tutto 85, concentrati soprattutto in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. In queste tre regioni si registrano il 60% delle vittime odierne. Nessun morto in Trentino Alto Adige, Sicilia, Abruzzo, Umbria, Sardegna, Valle d’Aosta, Calabria, Molise e Basilicata. 

 

“La situazione è monitorata costantemente e non deve destare allarmismi”, spiega Locatelli. Una precisazione, però, il professore tiene a farla e il riferimento sembra rivolto a quel ‘il virus clinicamente non esiste più’ - che tante reazioni e polemiche ha sollevato, dividendo la comunità scientifica - pronunciato domenica in televisione dal primario del San Raffaele, Alberto Zangrillo.

“I dati registrati oggi sono la dimostrazione che il nuovo coronavirus è ancora in circolazione - scandisce il presidente del Consiglio Superiore di Sanità - e che quindi serve mantenere la massima cautela, continuare ad agire con prudenza e rispettare le misure di distanziamento e le regole che abbiamo imparato in questi mesi”. 

Prudenza e cautela, dunque, “ma per il momento niente allarmismi. Anche perché - ribadisce Locatelli - la situazione è monitorata costantemente e la curva epidemica continua a flettere in tutte le regioni”.  

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 17:43:43 +0000

POLITICA

Salvini e Berlusconi: piccola era glaciale
ROME, ITALY - OCTOBER 21: Former Vice Premier Matteo Salvini in front of a screen with the photo of Silvio Berlusconi during the television program l'Aria che Tira, on October 21,2019 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Getty Images,)

Il grande freddo fra i due si può riassumere anche geograficamente: uno è ancora in Francia, dove rilascia interviste in cui tende la mano all’esecutivo, e l’altro è tornato a girare la penisola – solo oggi Avellino, Napoli e Nola - ad alimentare una propaganda che è rimasta al periodo pre-Covid, a fare campagna acquisti, a prendersi il bagno di folla ma anche qualche fischio. Eccoli, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Mai come adesso le due storie sono agli antipodi. Il leader azzurro in modalità responsabile, l’ex ministro dell’Interno in versione “Papeete”. Del resto anche il 2 giugno l’emissario del Cavaliere, Antonio Tajani, era in imbarazzo, provava quasi fastidio a sfilare accanto al leader di via Bellerio che per poco non abbracciava la massa di persone che si è materializzata a via del Corso.

Sia come sia, non si tratta di una rottura ma di certo è il momento di distanza massima. Il rapporto si è sfilacciato al punto che rivelano uomini vicinissimi all’ex premier Berlusconi la linea telefonica sembra essersi interrotta. In sostanza, i due non si sentono e comunicano attraverso interviste. Anche se da entrambi le parti si sostiene che sono  “differenziazioni fisiologiche che riguardano soltanto le questioni europee”. 

Dunque il Cavaliere alla Stampa apre sul Mes e di fatto si dice pronto a votarlo: “Noi voteremmo sempre quello che è il bene dell’Italia. Rinunciare ai 37 miliardi del Mes, praticamente a costo zero, sarebbe una follia”. Ma dal capoluogo campano al solo sentire il nome dell’alleato associato al Fondo Salva Stati, Salvini diventa scuro in viso e sbuffa: “Confesso che le dichiarazioni di Berlusconi ogni tanto non le capisco. Dire sì al Mes e usare la stessa lingua di Renzi e Prodi, da liberale, da moderato e da italiano che conta sulla libertà d’impresa mi lascia dei dubbi”. Lasciando perdere la dichiarazione già di suo infastidita si racconta che il Capitano leghista abbia detto: “Ormai non c’è più nulla di nuovo nelle cose che dice. Forza Italia sembra la quinta gamba del governo”. In Transatlantico i leghisti pascolano e irridono il l’inquilino di Arcore: “Ve lo immaginate un governo Di Maio Berlusconi?”. Grasse risate. Le truppe azzurre replicano a pochi metri di distanza: “Si vuole rendere protagonista di un Papeete?”.

Ma tant’è. L’obiettivo dell’ex ministro dell’Interno che ha ripreso a scarpinare in tutto il territorio, a proposito l′8 giugno sarà nelle Marche,  è dichiarato: riempire il 4 luglio il Circo Massimo per farne una delle più grandi manifestazioni dell’opposizione. Berlusconi non sembra convinto, teme i contagi, appare ancora perplesso all’idea di invadere il luogo simbolo dei grandi eventi. E soprattutto teme il protagonismo del leader della Lega. Al punto da aver sussurrato ad alcuni amici: “Se sarà unitaria e con uno spirito pacifico ci saremo, ma se dovessero esserci da parte di Salvini fughe in avanti….”. Dopo i puntini di sospensione il Cavaliere ha fatto un grande sospiro senza completare l’affermazione. Tradotto, gli alleati e in particolare il numero uno di via Bellerio sono avvisati. Insomma, il leader azzurro vuole essere coinvolto, altrimenti insisterà nella sua marcia di avvicinamento alla maggioranza che rimanda al concetto di “opposizione non brutale”. E allora che ne sarà del rapporto tra Salvini e Berlusconi? “A volte basterebbe una telefonata per lavorare in grande armonia, stiamo pur sempre parlando del fondatore del centrodestra”, osserva un pezzo da novanta dell’innercircle. Eppure, in Francia, a Valbonne, il telefono continua a non squillare. 

 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 17:03:53 +0000

culture

Sulla scuola il governo non ha ancora nessuna strategia

Condivido e apprezzo l’analisi che Fabio Luppino ha proposto ai lettori di Huffington Post sulla “dura realtà” in cui versa l’intero sistema italiano dell’istruzione, pubblica e privata, sottoposto alla drammaticità della pandemia da Covid-19. Come giustamente egli osserva, si tratta di governare ora la transizione dal periodo di emergenza a quello del rientro nelle aule scolastiche e universitarie in condizioni di assoluta sicurezza e di serenità per lavoratrici, lavoratori, studentesse e studenti.

Con quali risorse, quali strumentazioni materiali, quali strategie di breve, medio e lungo periodo? Nonostante gli enormi sforzi compiuti dai sindacati per mettere al centro del dibattito pubblico questi interrogativi, e nonostante la disponibilità offerta, dal governo non sono arrivate risposte efficaci e razionali. Per questa ragione i sindacati hanno indetto e confermato lo sciopero di lunedì 8 giugno. Siamo in ritardo gravissimo, ma le decisioni su risorse, strumentazioni materiali e strategie stentano ancora ad essere elaborate.

E temiamo che a settembre nulla di tutto ciò che è stato promesso possa realizzarsi. Osservo, ad esempio, che l’attuale numero di aule scolastiche (qualora costituite a norma) potrebbe riuscire ad accogliere neanche la metà degli alunni a settembre se, come noi crediamo, si dovranno seguire le raccomandazioni del Comitato tecnico-scientifico rispetto alla necessità di garantire il distanziamento fisico. Naturalmente, se l’obiettivo fosse quello di riportare in presenza tutti gli studenti a partire dai più piccoli, quelli dell’infanzia e della primaria.

Per accogliere la restante parte occorrerebbe reperire ulteriori aule entro settembre e, ipotizzando che queste siano in grado di ospitare mediamente 15 alunni, occorrerebbero più di 270.000 nuove aule,  oltre la metà del numero di aule attualmente impegnate. In aggiunta alle aule occorrerà assicurare il personale docente e ata.

Per coprire il tempo scuola di 30 ore settimanali in 33.039 nuove “classi” dell’infanzia e 89.580 per la primaria occorrono circa 160.000 docenti per un costo pari a 4,5 miliardi di euro per 10 mesi. Per coprire il tempo scuola di 30 ore settimanali in 59.726 nuove “classi” del I grado e 89.292 per il II grado occorrono circa 245.000 docenti per un costo pari a 7 miliardi di euro per 10 mesi.

A ciò va aggiunto il personale Ata (soprattutto collaboratori scolastici, per garantire l’igiene e la pulizia dei locali), in misura pari a circa 80.000 unità per un costo di 1,8 miliardi di euro per 10 mesi. Su questa “dura realtà” dei dati avremmo voluto confrontarci durante il vertice, importante ma deludente, a palazzo Chigi. Ma ci hanno spiegato che il modo migliore per iniziare a settembre è introdurre cabine in plexiglass per gli studenti, o divisori dello stesso materiale. La necessità determinata dalla tragedia che stiamo vivendo dovrebbe essere trasformata in una opportunità per la scuola pubblica, che merita spazi non solo sicuri ma adeguati ai bisogni di apprendimento dei nostri studenti e un tempo scuola altrettanto adeguato.

Questo significa risorse per raggiungere l’obiettivo del tempo pieno in tutto il paese, fondamentale per realizzare quegli obiettivi costituzionali di inclusione e uguaglianza a cui teniamo. Da questa consapevolezza nascono le nostre perplessità e preoccupazioni, più volte espresse, in ogni occasione in cui ci è stata data la parola. Ora la battaglia si sposta sul Decreto Rilancio che destina risorse ancora del tutto inadeguate per la ripartenza a settembre.

Una buona occasione per tentare una soluzione condivisa ai problemi della transizione – ivi compresa la gestione intelligente e razionale dei concorsi per i precari storici – sarebbe stata già quella fornita dal Decreto legge “Scuola”, sul quale però il governo ha deciso di mettere la fiducia sia al Senato che alla Camera, troncando di fatto ogni possibilità di confronto pubblico. Un’occasione purtroppo perduta, per tattiche politiciste e del tutto prive di motivazioni adeguate. Ridicola, ad esempio, la contrapposizione che alcuni esponenti della maggioranza di governo hanno veicolato nell’opinione pubblica sui presunti assertori della “sanatoria” per i precari storici con almeno tre anni di insegnamento a tempo determinato, contro gli “eroi della meritocrazia”.

È con questi giudizi che è stato condotto, purtroppo, il confronto pubblico, con una canzonatura delle nostre posizioni. Parliamo, giova sempre ricordarlo, di docenti che lavorano da anni nella scuola e non hanno potuto accedere a nessuno dei 3 concorsi che si sono svolti negli ultimi anni (2012, 2016 e 2018) in quanto privi dell’abilitazione. Tale titolo era per questi docenti una chimera impossibile da raggiungere, poiché dal 2013 una serie di norme maldestre hanno prima rinviato e poi del tutto cancellato i percorsi abilitanti previsti per gli insegnanti denominati TFA (Tirocinio Formativo Attivo).

Questi docenti sono invecchiati lavorando con le supplenze, hanno accumulato anni di servizio ed esperienza e una norma decisa nella legge di Bilancio 2019 ha cancellato i percorsi loro dedicati per l’accesso al ruolo e all’abilitazione e ha previsto che si cimentassero al pari dei neo-laureati con un nuovo concorso ordinario. Tutta la vicenda nasce quindi da un coacervo di norme sul reclutamento che hanno fatto e disfatto i percorsi di accesso alla formazione abilitante e al ruolo diverse volte, sulla pelle di lavoratori che da anni fanno funzionare la scuola. 

Noi continuiamo a credere che la cosa più importante sia l’investimento nella formazione dei nostri docenti sia per accedere al ruolo che in tutte le fasi della loro vita professionale. Coerentemente con questa idea avevamo proposto di introdurla nel percorso di stabilizzazione. Una posizione di merito che si è cercato da parte di alcuni di banalizzare nel dibattito pubblico costruendo una caricatura del sindacato.

Ormai sparare sui sindacati torna ad essere parte di uno sport nazionale. Una volta, quando si facevano “chiacchiere da bar” emergeva sempre qualcuno che esclamava: “è sempre colpa dei sindacati”. Qualcuno annuiva, qualcun altro continuava a bere immerso nei suoi pensieri, altri ancora proseguivano con altre “chiacchiere da bar”. D’altro canto si chiamano così per questo. Ora, però, leggere una “chiacchiera da bar” sui sindacati sulla prima pagina del quotidiano più diffuso in Italia muove a qualche considerazione (e non solo per fatto personale, dal momento che mi chiama in causa direttamente).

L’argomentazione di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera è certamente più sofisticata e brillante, come si addice a un intellettuale appollaiato sul predellino della storia. In realtà, si tratta proprio di “chiacchiere da bar”, nonostante lo stile. Cosa si nasconde dietro la perorazione di nuove forme di aggregazione associativa dei docenti, ai quali sarebbe stata negata la parola perché “ingabbiati dai sindacati”?

Si nasconde il tentativo di delegittimare l’esperienza del sindacato confederale, riportando indietro le lancette della storia, seguendo in realtà la traccia di chi auspica la fine della mediazione sindacale organizzata, dei contratti collettivi nazionali di lavoro, della solidarietà tra tutti i lavoratori. Peraltro le associazioni professionali degli insegnanti esistono e spesso collaborano con noi sui temi della professionalità oltre che su quelli dell’inclusione e dell’autonomia e della democrazia nelle scuole che, sempre Galli Della Loggia sul Corriere, dileggia.

Nell’insulto al sindacato naturalmente scompare la storia del movimento dei lavoratori, che incrocia bisogni, vissuti, sofferenze, rivendicazioni di tutti, senza escludere nessuno, in un abbraccio straordinario tra operai e insegnanti, braccianti e docenti universitari, studenti e giovani lavoratori precari. Questa è la caratteristica fondamentale del sindacato confederale, la cui autorità deriva non solo dalla sua storia, ma soprattutto dalla Costituzione.

Questa è la saggia lettura che portò ad esempio la Cgil nel luglio del 1967, sull’onda delle proteste nelle scuole e nelle università, ad organizzare una federazione della scuola e per la scuola, che avrebbe incrociato tutte le altre categorie, perché, come spesso diceva uno dei primi segretari, “anche i figli dei braccianti e degli operai vanno a scuola, e nella scuola si emancipano”. 

Ci racconta Galli Della Loggia che in Francia, Germania e Inghilterra non esistono sindacati della scuola e da ciò farebbe dipendere la legittimazione di nuove forme di corporativismo anti sindacale. Il fatto è che la premessa è sbagliata. In tutta Europa, i sindacati dell’istruzione sono legati in una rete molto radicata e partecipata. Cito qui l’esperienza preziosa della Etuce, la European Trade Union Commitee for Education, che appunto ha lanciato la solidarietà delle organizzazioni sindacali europee dell’istruzione (comprese quelle di Francia, Germania e Inghilterra) ai colleghi italiani per lo sciopero dell’8 giugno. Rinviamo l’autore dell’editoriale sul Corriere della Sera a questo articolo comparso lo scorso 28 maggio.

 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 16:31:55 +0000

esteri-video

"Black Lives Matter": l'enorme scritta appare vicino alla Casa Bianca (VIDEO)
Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 16:36:16 +0000

cronaca

Altri 85 morti. Impennata di contagi in Lombardia
AMALFI COAST, POSITANO, CAMPANIA, ITALY - 2020/05/22: An operator wearing a protective suit, mask and visor is testing a man during the campaign to test all tourism workers, health workers, public employees and police officers in preparation for the tourist season. Italy begins a staged end to a nationwide lockdown due to the spread of the coronavirus disease, allowing the re-opening of all activities except schools and the mobility of citizens. (Photo by Antonio Balasco/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images)

Risalgono i contagi in Italia. È di 234.531 il numero complessivo dei contagiati per il coronavirus, con un incremento rispetto a ieri di 518 casi, quando si era registrata una crescita di 177. Il dato comprende attualmente positivi, vittime e guariti. Il 77,6% dei nuovi casi viene dalla Lombardia, dove sono state registrate 402 nuove positività. 

Continua la discesa degli attualmente positivi: sono 36.976 i malati di coronavirus in Italia, 1.453 meno di ieri, quando il calo era stato di 868. 85 persone sono morte a causa degli effetti del coronavirus nelle ultime 24 ore, per un totale di 33.774. Nove regioni non hanno registrato alcun decesso: Trentino Alto Adige, Sicilia, Abruzzo, Umbria, Sardegna, Val d’Aosta, Calabria, Molise e Basilicata

Per quanto riguarda i guariti e i dimessi, questi sono saliti a 163.781, un incremento rispetto a ieri di 1.886. Giovedì l’aumento era stato di 957. 

Nel dettaglio - secondo i dati diffusi dalla Protezione Civile -, gli attualmente positivi sono 19.853 in Lombardia (-371), 3.927 in Piemonte (-629), 2.512 in Emilia-Romagna (-176), 1.229 in Veneto (-90), 857 in Toscana (-26), 244 in Liguria (-150), 2.710 nel Lazio (-44), 1.293 nelle Marche (-10), 774 in Campania (-56), 846 in Puglia (-121), 123 nella Provincia autonoma di Trento (-84), 872 in Sicilia (-7), 180 in Friuli Venezia Giulia (-33), 670 in Abruzzo (-34), 101 nella Provincia autonoma di Bolzano (-11), 29 in Umbria (-2), 67 in Sardegna (-41), 10 in Valle d’Aosta (0), 97 in Calabria (-5), 122 in Molise (-3), 18 in Basilicata (-2). Quanto alle vittime, sono in Lombardia 16.222 (+21), Piemonte 3.927 (+17), Emilia-Romagna 4.167 (+13), Veneto 1.938 (+4), Toscana 1.063 (+4), Liguria 1.486 (+7), Lazio 754 (+4), Marche 989 (+1), Campania 425 (+5), Puglia 521 (+7), Provincia autonoma di Trento 464 (+0), Sicilia 276 (+0), Friuli Venezia Giulia 338 (+2), Abruzzo 415 (+0), Provincia autonoma di Bolzano 292 (+0), Umbria 76 (+0), Sardegna 131 (+0), Valle d’Aosta 143 (+0), Calabria 97 (+0), Molise 23 (+0), Basilicata 27 (+0). I tamponi per il coronavirus sono finora 4.114.572, in aumento di 65.028 rispetto a ieri. I casi testati sono finora 2.565.258

In Lombardia sono stati effettuati 19.389 tamponi eseguiti in un giorno, con 402 nuovi casi positivi: si tratta dunque del 2,1% dei controlli realizzati, percentuale inferiore al 2,5% di ieri. I decessi sono stati 21 per un totale di 16.222 morti. I ricoverati in terapia intensiva sono 120 (-5), negli altri reparti 2.960 (+6). A questo punto il numero totale di tamponi realizzati supera gli 800mila (800.276) mentre il numero di contagiati è di 89.928.

Sono 99 i nuovi positivi a Milano e provincia di cui 52 a Milano città secondo i dati diffusi oggi dalla Regione Lombardia. Con un numero molto elevato di tamponi, ben 19.389, numeri più alti dei giorni scorsi anche a Bergamo, +73 e a Brescia, +89. Tra le altre provincie +28 a Varese, + 22 a Pavia, + 18 a Como, + 13 a Mantova, +11 a Cremona, + 10 a Sondrio e Lodi, + 8 a Monza e +4 a Lecco. 

 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 16:04:59 +0000

POLITICA

Sindaci e presidi: "Così la scuola a settembre non riapre"
Scuola

“Regole e altre risorse subito se si vuole tornare a scuola a settembre”. Presidi e sindaci lo dicono forte e chiaro. “È necessario ricevere quanto prima indicazioni per la ripresa altrimenti è troppo tardi”, spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi. E Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci, gli fa eco: “Fate presto se volete riaprire le scuole a settembre”.

All’indomani della videoconferenza sulla scuola convocata dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, con il premier Giuseppe Conte - cinquantatré i partecipanti al confronto durato due ore - i nodi su quello che è il vero banco di prova nell’Italia post Covid, la riapertura delle scuole basata sul rispetto del distanziamento sociale, restano ancora stretti. I sindacati hanno confermato lo sciopero dell’8 giugno e oggi la Confsal, con la vicesegretaria generale Lucia Massa, ha rilanciato sulla necessità di “prevedere urgentemente un protocollo integrato anti-contagio da Covid-19 per le istituzioni scolastiche, aprire prima possibile dei tavoli per il rinnovo dei contratti e riservare attenzione anche alle scuole paritarie”.

Da viale Trastevere non è arrivata ancora alcuna indicazione ufficiale sulle linee da seguire, le risorse per riprendere le lezioni in sicurezza non bastano e presidi e sindaci, ai quali sarà demandata l’organizzazione degli spazi e delle attività nei diversi istituti e sui territori, concordano sulla necessità di avere regole e altri fondi quanto prima.

Plexiglass sì, plexiglass no. Nella riunione di ieri la ministra, respingendo l’ipotesi di doppi turni o sdoppiamento delle classi, ha parlato dell’ipotesi di utilizzare pareti in plexiglass nelle aule per delimitare i banchi. Per Giannelli “una possibilità che potrebbe essere presa in considerazione“, per Decaro “una soluzione estrema, speriamo di non arrivarci mai”.

Quale responsabilità? I presidi intanto - la questione si pone già con l’imminente sessione di esami - devono fare i conti anche con la responsabilità civile e penale qualora qualche studente o nel caso degli esami di maturità qualche commissario risultino contagiati da Covid-19.

 

Una misura “troppo gravosa” per l’Anp che ha chiesto al Governo “un’attenuazione di questa forma di responsabilità, che a nostro avviso deve essere permanente, non legata solo all’emergenza Covid”, puntualizza Giannelli precisando “che non si tratta di scudo penale, chiediamo l’esclusione della punibilità in caso di colpa lieve”.

Le risorse e le esigenze. “È essenziale che gli Enti Locali reperiscano nuovi spazi che siano adeguati e disponibili in maniera continuativa”, ha sottolineato Giannelli. Ma gli Enti locali devono fare i conti anche con i fondi necessari a mettere in sicurezza le scuole da riaprire. Per gli istituti di competenza dei Comuni, ossia scuole dell’infanzia e scuole primarie, “le risorse assegnate ammontano a 360 milioni e ne ne servono altri 300 - spiega Decaro - che potrebbero anche non essere stanziati ex novo. In un altro decreto del Governo infatti ci sono 400 milioni per quest’anno e 600 per il successivo, ma non si capisce a cosa sono finalizzati. Quindi si potrebbe attingere da lì. Abbiamo calcolato 20-22.000 euro a istituto, ma coi soldi assegnato ora non ce la facciamo a ripartire in sicurezza”.

Ad allargare ulteriormente la distanza tra le risorse e le esigenze reali delle scuole, ci sono gli istituti - come quelli delle superiori - che non sono di competenza dei Comuni.

E poi c’è la questione del personale. “Per le scuole che gestiamo noi, come quelle dell’infanzia comunali e gli asili nido, oggi servizi di prima infanzia - va avanti Decaro - si pone la necessità di andare in deroga a limiti assunzionali, scorrimento delle graduatorie, tempi determinati. Se dove c’erano 3 classi oggi devono essercene 4, è chiaro che serve altro personale, docente e ausiliario. Ancora, vanno cambiati i servizi, della mensa e del trasporto scolastico, rivisti gli orari di ingresso e uscita e dunque e rimodulato il piano dei tempi delle città.
Un lavoro non da poco, impossibile senza le indicazioni del Governo che tardano ad arrivare.

Senza le linee guida anche i poteri speciali riconosciuti ai sindaci e ai presidenti di Province e città metropolitane in fase di conversione del decreto rilancio per velocizzare l’esecuzione di interventi di edilizia scolastica serviranno a poco. “Sono poteri non superpoteri, ci servono le indicazioni del Governo”, taglia corto Decaro.

Intanto il tempo continua a stringere. 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 15:52:32 +0000

politica

Patrizia Baffi (Iv) si dimette da presidente della commissione d'inchiesta sul covid in Lombardia
Patrizia Baffi

Patrizia Baffi ha rassegnato le proprie dimissioni da presidente della Commissione d’inchiesta della regione Lombardia sul Covid-19. Baffi, di Italia Viva, era stata eletta con i voti del centrodestra oltre che del suo partito. Questo aveva provocato non poche polemiche, tanto che il Pd e il M5S avevano abbandonato la seduta della commissione d’inchiesta.

“Poiché credo fermamente nell’importanza della Commissione d’inchiesta - scrive Baffi in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio regionale Alessandro Fermi. -, che avrà il compito di fare chiarezza sull’emergenza sanitaria che ha tanto segnato la nostra regione e le nostre vite e che dovrà anche portare all’avvio di un percorso di revisione della riforma sanitaria regionale, per sanare le carenze del sistema e superare le debolezze che sono emerse in questi mesi, con la presente rassegno le mie dimissioni dalla carica di presidente a far data da oggi, nella speranza che ciò possa contribuire a ristabilire un clima favorevole allo svolgimento dell’importante lavoro che ci aspetta”.

Dopo le dimissioni dalla Commissione rassegnate venerdì scorso dai componenti del Partito Democratico, nel primo pomeriggio di oggi erano state formalizzate anche le dimissioni dei componenti del Movimento 5 Stelle. “Per il buon esito dei lavori della Commissione d’inchiesta - conclude Patrizia Baffi - ritengo fondamentale la partecipazione e il contributo diretto di tutti i rappresentanti delle minoranze, senza i quali non ha nemmeno senso avviare e far partire la Commissione”.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 15:10:50 +0000

CRONACA

Grave incidente sull'A1 vicino Arezzo: 4 morti, 2 sono bambini

Ci sono due bambini tra le quattro vittime dell’incidente avvenuto oggi nel tratto aretino dell’A1. È quanto si apprende da fonti sanitarie. I feriti sono sette, tra cui due minori, portati negli ospedali di Siena, Arezzo e il pediatrico Meyer. Due gli elisoccorsi Pegaso intervenuti insieme a un’auto medica e un’ambulanza infermierizzata.

Sono un neonato di 10 mesi e una bambina di 10 anni i due minori morti nell’incidente. Secondo quanto ricostruito dalla polizia stradale, i due bimbi si trovavano su una monovolume a sette posti, con altre cinque persone. Da una prima ricostruzione la vettura avrebbe tamponato un tir, finendo poi contro un’altra auto. Quattro degli occupanti della monovolume, tra cui due adulti, di nazionalità romena e i due bambini sono morti sul colpo. Sale poi a sette il numero dei feriti nello scontro, tra cui due minori che sono stati portati in elisoccorso all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Gli altri feriti sono stati trasferiti agli ospedali di Arezzo e Siena. Al momento resta chiuso il tratto della A1 in direzione Sud, e si registrano 10 chilometri di coda.

In base a quanto appreso i due minori rimasti feriti sono un neonato di 8 mesi e una bimba di 13 anni. Nessuno dei due sarebbe in pericolo di vita. Si trovano all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, dove sono in corso accertamenti sulle loro condizioni. Secondo quanto ricostruito al momento, il tir coinvolto sarebbe stato fermo in corsia di emergenza. Da chiarire il perchè il conducente dell’auto monovolume abbia urtato il mezzo pesante: l’uomo sarebbe rimasto illeso e sottoposto ad alcol test, è risultato negativo. Sotto choc i superstiti. Gli accertamenti sull’incidente sono coordinati dal pm Roberto Rossi.

L’incidente è avvenuto in direzione sud l’altezza di Badia al Pino nel comune di Civitella in Valdichiana (Arezzo) intorno alle 14. L’autostrada è stata chiusa al traffico da Arezzo a Monte San Savino in entrambe le direzioni e si sono formate code anche all’uscite obbligatorie istituite. Sul posto intervenute ambulanze, elisoccorso, vigili del fuoco, polizia stradale e personale di Autostrade.

L'incidente sulla A1
Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:52:06 +0000

culture

Gli insegnanti, i sindacati e la questione valutazione

In un editoriale in prima pagina del “Corriere della sera”, un intellettuale autorevole come Ernesto Galli della Loggia sferza il mondo della scuola, e in particolare chi ne costituisce l’ossatura come gli insegnanti. Per l’editorialista, gli insegnanti sarebbero “prigionieri” dei sindacati della scuola. Il ragionamento è, ovviamente, ampio e tocca molti punti con i quali è difficile essere in disaccordo.

Il problema principale è che gestire la scuola è difficile e chi ci prova perde le elezioni, anche perché nella scuola prima ancora degli interessi dei bambini e delle famiglie c’è il rischio che si pensi agli interessi politici, perché l’enorme numero del personale scolastico e delle famiglie coinvolte è in grado chiaramente di orientare i consensi politici. 

Il mondo della scuola è stato governato secondo il motto “divide et impera”: il frazionamento della categoria nel perseguimento di obiettivi particolari ad ogni singola situazione sindacale non ne consente il compattamento per il raggiungimento di obiettivi di spessore professionale e di qualità.

Il Ministero non ha saputo nè voluto gestire una programmazione del reclutamento. In Francia, ad esempio, si sa quanti insegnanti di scuola primaria, quanti di scuola secondaria e per quali materia sono necessari, perciò si indicono annualmente i concorsi per le relative assunzioni. In Italia si procede ancora con la precarizzazione e il tentativo successivo di regolarizzazione.   

Alla richiesta di scarse competenze al momento del reclutamento può corrispondere scarsa retribuzione. Esistono associazioni professionali come ANP, CIDI, AIMC, ADI che si occupano soprattutto di formazione e di qualità ma in una categoria in cui si può percorrere l’intera carriera da precario la rivendicazione sindacale diventa prioritaria rispetto alla qualità professionale.  

In Italia non esiste una cultura della valutazione: gli insegnanti, o almeno così viene da pensare in attesa di una prova del contrario, non sembrano intenzionati a farsi sottoporre alla valutazione (come sa bene l’ex ministro Berlinguer) così come molte altre categorie professionali. La valutazione implica la responsabilità di rispondere dei proprio risultati e la retribuzione commisurata (se vali di più devi essere pagato meglio). Quanti insegnanti sono pronti ad un ragionamento del genere? C’è spazio per premiare il merito?  

Tra le domande che pone Galli della Loggia c’è la questione dell’autonomia scolastica come risultato della riforma del Titolo V della Costituzione: è un’ottima cosa, ma purtroppo rimasta incompiuta. I budget delle scuole sono sempre troppo vincolati alle loro destinazioni, i direttori scolastici non possono licenziare né assumere, la componente genitori nasconde un’idea fittizia di partecipazione e democrazia perché finisce per privilegiare l’ottica di tipo personale a quella collettiva. La didattica per competenze è ovviamente da preferire alla didattica di conoscenze. 

Chi, come il Governo Renzi, ha provato con coraggio ad introdurre nella scuola alcuni concetti come il merito e l’autonomia, ma anche l’ambito prioritario dell’edilizia scolastica, è stato travolto dalla protesta sindacale, dalla sordità di chi non ha voluto cogliere l’occasione di una vera riforma. Ora, a causa dell’epidemia, una vera innovazione non è davvero più rinviabile.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:39:21 +0000

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Il premier australiano calpesta il suo prato a una conferenza: proprietario lo caccia (VIDEO)
Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:34:02 +0000

POLITICA

Eppur si muove. Il cambio di passo del Pd su Mes e sul proporzionale
Pd/FI

Eppur si muove, dopo mesi di lockdown politico senza iniziative. “Non so se ve ne siete accorti – dice Nicola Zingaretti ai suoi - ma è chiaro che non esiste più il centrodestra, guardate le posizioni sul Mes”. Guai a parlare di nuovo Nazareno. Ma la novità è proprio il vecchio Silvio, in versione dialogante, anzi testardamente dialogante, anche dopo la conferenza stampa in cui il premier non lo ha neanche nominato: “Deludente questo Conte – ha detto ai suoi – ma la nostra linea non cambia”.

Ecco l’oggetto vero del dialogo. Al netto anche degli acciacchi nei consensi e della effettiva rappresentanza di Forza Italia nella società Italia, la parola magica per comprendere il tutto, alla luce dei numeri in Parlamento, ha un sapore antico: “Proporzionale”. Anzi, come si diceva una volta: “la proporzionale”, legge che consente, quando si voterà di rompere la gabbia di coalizioni coatte, andare ognuno per conto suo. E poi il Governo si fa in Parlamento. Bastava assistere a un siparietto andato in scena in Transatlantico qualche giorno fa. In un angolo, parlavano fitto fitto Franceschini, Delrio e Fiano, relatore della legge in commissione. Oggetto: accelerare, approvando il testo in commissione entro l’estate. È passato il vulcanico Renato Brunetta che, interpellato, così ha risposto: “A me il maggioritario fa venire l’orticaria, proporzionale tutta la vita”.

A parlar di questi temi, di questi tempi, si rischia di passare per matti. Per questo l’operazione deve procedere senza troppa pubblicità. Però il cronista, a rischio di apparire matto, ha il dovere di spiegare il senso politico della cosa, sia pur rapidamente. Il voto di Forza Italia consente di superare la contrarietà di Renzi, che ha ricambiato idea, una volta resosi conto che il 5 per cento non lo supererà mai. E agli azzurri conviene assai questa legge perché consente, quando sarà, di giocare su due tavoli (o su due forni, se preferite): quello di un Governo di centrodestra, facendo pesare i voti in Parlamento, o le larghe intese.

Al fondo di questa accelerazione c’è un problema, che ai piani alti del Nazareno è squadernato: “Così il Governo non va, troppe incertezze, occorre cambiare passo. Per cambiare passo abbiamo bisogno di una legge elettorale, per toglierci il cappio dal collo”. Il “cappio” è questa situazione di sostegno acritico del Governo, in un situazione in cui, se si va al voto con la legge vigente, la destra prende, queste le simulazioni, il 94 per cento dei collegi. Raccontano che, nel corso di una riunione prima delle riaperture, Vincenzo De Luca è sbottato: “Ma come è possibile che stiamo al Governo e non riusciamo a decidere neanche sulle riaperture. A questo punto andiamocene all’opposizione”. Pare che abbia ricevuto una specie di “ola” calcistica.

Riaperture, confusione delle task force, assenza di idee sulla ricostruzione, anche l’operato di Gualtieri, al Nazareno, suscita qualche critica perché “accentra troppo”: questo non significa che il Pd vuole andare al voto, ma che sente l’urgenza di recuperare “agibilità” politica nel governo. C’è tutto questo dietro il cambio di passo di Zingaretti negli ultimi giorni, proprio nel momento in cui si è innescato il dialogo con Berlusconi sulla legge elettorale. O nelle parole del vicesegretario Andrea Orlando sul reddito di cittadinanza che “non funziona”. O nell’atteggiamento di Franceschini, che nel corso del vertice serale,critica l’improvvisazione nella convocazione degli Stati generali e ne ottiene il rinvio di qualche giorno. Cambio di passo di cui fa parte il pressing sul Mes, rivelatore di una certa insofferenza verso l’attendismo di Conte.

In una lettera al Sole24ore il segretario del Pd l’ha definito “fondamentale” e ha concluso: “Si parla tanto di piani di rinascita. Eccone uno concreto, rapido e utile”. Parole dietro le quali non è malizioso leggere che il “piano di rinascita” proposto dal premier appare poco concreto, lento e, dunque, alla lunga inutile. Le ragioni di tanto attendismo, ora che non ci sono più condizionalità sul Mes, sono squisitamente politiche e hanno a che fare con la battaglia aperta dentro i Cinque stelle, portata alla luce del sole da Alessandro Di Battista. Alla fine è chiaro che Conte dirà sì, dopo che saranno definiti i contorni del Recovery fund, perché è inspiegabile agli italiani rinunciare a 37 miliardi sulla sanità, non essendoci condizioni: “Sulla base di un rapporto solido con i Cinque Stelle – ragiona a voce alta Zingaretti - stiamo isolando i matti, da un lato e dall’altro, quelli che parlando di un feticcio ideologico che non c’è più”. Certo, se ci fosse pure la proporzionale…

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:34:02 +0000

culture

Arriva la seconda eclissi di Luna del 2020: quando e come osservarla

Manca poco all’appuntamento con la seconda eclissi di Luna del 2020, dopo quella del 10 gennaio. Lo spettacolo è atteso dalle 19.45 alle 23.07 del 5 giugno e sarà visibile dall’Europa, Italia compresa, e da Africa, Asia, Australia e Nuova Zelanda. La particolarità? Questa sarà un’eclissi di penombra: la Luna apparirà, dunque, come se fosse offuscata da un velo.

A differenza delle eclissi di luna totali, in questo caso il disco lunare non apparirà oscurato, ma soltanto leggermente offuscato e meno luminoso del solito. L’astro d’argento risulterà adombrato dalla penombra della Terra per circa il 60% della sua superficie.

“Dopo aver atteso invano lo spettacolo delle comete Atlas e Swan, che hanno deluso le aspettative più ottimistiche, possiamo rifarci con questo classico fenomeno pur in versione ridotta”, osserva Gianluca Masi, fondatore e responsabile del Virtual Telescope, che dalle 21,00 conduce l’osservazione in diretta online, che trasmettiamo sul canale Scienza e Tecnica dell’ANSA.

“L’eclissi lunare di penombra è infatti modesta dal momento che - aggiunge - non ci sarà la classica evidente ombra della Terra sul disco lunare, ma osserveremo giusto un leggero oscuramento di parte del disco della Luna, perché la Luna non si immerge nell’ombra vera e propria della Terra”.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:27:40 +0000

culture

Ennio Morricone ha ricevuto il premio Principessa delle Asturie

Una fondazione spagnola ha premiato i compositori Ennio Morricone e l’americano John Williams per i loro lavori nell’ambito cinematografico. La giura del premio Principessa delle Asturie - un prestigioso riconoscimento elargito dalla Fondazione Principe delle Asturie a Oviedo - ha decretato vincitori i due compositori per aver “arricchito centinaia di film con il loro talento. Hanno dimostrato grande maestria nella composizione e nella narrativa, creando emozioni, tensioni e lirismi al servizio dell’immagine cinematografica”. 

Il premio consiste in un premio di 50mila euro, e comprende sette categorie. l maestro italiano, che ha raggiunto i 91 anni, ha curato più di 400 colonne sonore nel corso degli anni, tra cinema e televisione. John Williams, di 88 anni, ha curato la colonna sonora di grandi film, come “Star Wars”, “Lo Squalo”, “Indiana Jones e i primi tre film di “Harry Potter”.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:30:49 +0000

culture

Cate Blanchett: "Ho avuto un piccolo incidente domestico con la motosega: una ferita alla testa, sto bene"

Un piccolo incidente domestico con una motosega per Cate Blanchett, che però poteva essere ben più grave. Lo ha rivelato la stessa attrice nel corso di un podcast sul sito del King’s College con la ex premier australiana Julia Gillard, mentre discutevano delle attività svolte nel corso del ‘lockdown’ scattato per contenere l’epidemia di coronavirus.

Blanchett si è dedicata in questo periodo alla sua casa nel sud dell’Inghilterra rischiando però di farsi molto male. “Sto bene. Ho avuto un incidente con una motosega, che può sembrare molto emozionante, ma non lo è stato”, ha detto l’attrice. “A parte una piccola ferita alla testa, sto bene”.

La ex premier le ha ricordato di stare attenta. “La tua testa è molto famosa. E non penso che la gente vorrebbe vederla senza un pezzetto”, ha aggiunto Gillard scherzando. L’attrice australiana, vincitrice di due premi Oscar, vive con la famiglia vicino alla cittadina di Tunbridge Wells, nel Kent.

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:10:48 +0000

culture

Emily Ratajkowski contro l'ipocrisia delle star: "Postare una foto nera non combatte il razzismo"

“Vedo persone che non pubblicano nulla da anni e che ora postano un’immagine nera. Il vostro silenzio era imbarazzante allora e ora vi sentite a posto con la coscienza facendo il minimo indispensabile. Questo è il modo peggiore per portare avanti una battaglia!”: è questa l’invettiva che Emily Ratajkowski ha lanciato su Twitter. La modella non ha apprezzato l’atteggiamento di molte star di Hollywood che, approfittando delle proteste per la morte di George Floyd, hanno colto la palla al balzo per apparire.

 

 

La top model 28enne, che da anni conduce in prima persona battaglie femministe e a favore delle minoranze, vorrebbe che ci fosse maggiore chiarezza da parte di chi aderisce al movimento di protesta online. In particolare, ha criticato chi utilizza allo stesso tempo l’hashtag del movimento anti-razzista #BlackLivesMatter e quello dell’iniziativa di solidarietà #BlackoutTuesday. Secondo la modella accostando i due hashtag si crea una grande confusione perché il primo ha lo scopo di fornire informazioni pratiche sulle manifestazioni negli Stati Uniti e sulle donazioni, il secondo rende omaggio a George Floyd. Le persone che cercano informazioni e fanno clic sull’hashtag #BlackLivesMatter finiscono inevitabilmente su una successione infinita di foto nere e questo non contribuisce a fornire loro notizie utili.

 

La modella ha anche allegato un esempio di come appare la home di chi clicca sull’hashtag, insistendo sul fatto che una sfilza di foto nere non ha affatto l’effetto di amplificare il messaggio del movimento, anzi, lo sminuisce. Per contribuire a diffondere la causa online basta linkare alle pagine giuste e dare spazio alle voci che meritano di essere ascoltate: questo la top model cerca di fare sul suo profilo.

La Ratajkowski ha comunque preso parte alle proteste anche in prima persona, marciando a Los Angeles insieme ai manifestanti. D’altronde non ha mai nascosto le sue idee: a marzo 2020, prima che l’epidemia da Covid-19 costringesse anche gli americani al lockdown, Emily ha partecipato alle primarie americane e ha votato per il senatore Bernie Sanders. Su Instagram ha invitato i fan a imitarla: “Ho votato per Bernie Sanders. Per troppo tempo l’establishment politico ha sacrificato gli interessi del popolo per quelli di corporation e miliardari. Ecco perché abbiamo un Paese con il più alto tasso di detenzione al mondo, un disastro ambientale per le mani e milioni di persone con debiti insormontabili a cui sono negati diritti fondamentali come l’assistenza sanitaria e l’istruzione”. 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 14:02:56 +0000

culture

Gruppo di ingegneri italiani sviluppa braccialetto per il distanziamento in locali e aziende
Dist-i

Un braccialetto per aiutare a mantenere il distanziamento sociale nei locali pubblici e nelle aziende. Si chiama Dist-i band, ed è stato creato nell’ambito di una collaborazione tra ingegneri italiani esperti di elettronica di precisione nel settore difesa e la societa Rd Vision international LTD. 

Il braccialetto, fatto di plastica e silicone, usa la tecnologia Bluetooth5. Consente di ricostruire i contatti - è in grado di percepire un altro utente fino a 5 metri di distanza - senza un tracciamento con Gps, tutelando la privacy. Dist-i è disponibile sul mercato italiano. 

“Il nostro obiettivo è semplificare situazioni complesse che hanno un impatto molto importante sulla vita delle persone”, spiega l’esperto di marketing e comunicazione Paolo Ingrassia, tra gli ideatori del braccialetto.  “E in questa fase così complicata, non più magari emergenziale ma con un’allerta sempre alta da tenere, il distanziamento sociale ci è sembrata la sfida più ardua da attaccare. L’uomo è un animale sociale, ha bisogno di continue interazioni, ma in questo periodo purtroppo possono nuocergli. Volevamo quindi trovare un modo per tutelare la salute delle persone senza privarle della socialità”.

 

Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 13:30:40 +0000

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Lite furiosa sul Frecciarossa: "Ti devi mettere la mascherina. Ci sono delle regole" (VIDEO)
Data articolo: Fri, 05 Jun 2020 13:20:35 +0000

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