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News da gliocchidellaguerra.it

#Gliocchidellaguerra.it

Guerra
La Russia colpisce militari turchi a Idlib
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 17:16:11 +0000

Situazione molto concitata nella provincia siriana di Idlib, l’ultima fuori dal controllo del governo del presidente Assad e teatro nelle ultime settimane di importanti avanzate dell’esercito. A complicare il quadro il diretto interessamento della Turchia in un contrattacco di gruppi islamisti ad ovest della città di Saraqib, località strategica tornata nelle mani dalle truppe di Damasco a fine gennaio. A seguito di un raid, in particolare, due soldati turchi sono rimasti uccisi ed altri feriti. E la tensione adesso è molto alta: Ankara ha accusato Assad, ma da Mosca hanno avvisato che il bombardamento è stata opera russa.

Il raid nell’area di Sarmin

Tutto è avvenuto nella tarda mattinata di questo giovedì, quando aerei russi e siriani si sono alzati in volo per aiutare l’esercito di Damasco a fermare un’offensiva avviata dai gruppi islamisti nell’area di Nayrab. Quest’ultimo costituisce un importante avamposto lungo l’autostrada M5 a pochi chilometri da Saraqib. In quest’area i gruppi filo turchi hanno avuto negli ultimi anni un importante radicamento territoriale. Anche negli scontri interni alle formazioni islamiste presenti ad Idlib avvenuti tra il 2016 ed il 2017, qui a differenza che da altre parti le milizie finanziate da Ankara hanno avuto il sopravvento mentre nel resto della provincia ad avanzare sono stati i gruppi legati a Tahrir Al Sham, nome con cui viene adesso contrassegnato l’ex Fronte Al Nusra. Per questo per i filo turchi appare importante provare a riprendere Saraqib.

L’offensiva è iniziata nelle scorse ore e, come scritto in precedenza, ha richiesto l’intervento dell’aviazione siriana e di quella alleata russa per provare a fermarla. Sono quindi iniziati i bombardamenti contro le postazioni islamiste, ma in uno di questi raid, avvenuto nella zona di Sarmin, sarebbero stati centrati anche dei mezzi dell’esercito turco. Militari di Ankara evidentemente stavano dando aperto e diretto supporto ai miliziani, un’esposizione che è costata la vita ad almeno due di loro. A confermarlo è stato il ministero della difesa turco, secondo cui i soldati uccisi avrebbero subito un’azione dell’aviazione siriana. Sempre secondo il ministero, ci sarebbe già stata una reazione da parte turca con un bombardamento dell’artiglieria lanciato verso le postazioni dell’esercito di Damasco.

Mosca: “Siamo stati noi a colpire”

Ma dalla Russia è arrivata un’altra versione dei fatti. Il ministero della difesa russo, come ha riferito l’agenzia Interfax, si è intestato la paternità dell’azione che ha ucciso due soldati turchi. È stato specificato, in particolare, che aerei russi sono intervenuti a difesa dell’esercito siriano, così come è sempre accaduto dal 2015 in poi quando le truppe di Damasco hanno subito contrattacchi nemici. In questa occasione, i mezzi dell’aviazione di Mosca hanno colpito le postazione dei gruppi islamisti che stavano attaccando l’esercito siriano ad ovest di Saraqib. In questo intervento, sono quindi stati centrati anche mezzi militari turchi che in quel momento stavano aiutando i miliziani ad attaccare le forze del presidente Assad. Nell’intestarsi l’azione che ha portato alla morte dei soldati di Ankara, il ministero della difesa russo ha voluto indirettamente rimarcare le responsabilità delle scelte turche di supportare in campo aperto i propri alleati.

La situazione ricorda da vicino l’episodio dello scorso 3 febbraio, quando altri 5 militari turchi sono morti sempre nella provincia di Idlib. In quell’occasione a sparare erano stati i siriani, i quali avevano aperto il fuoco per colpire le postazioni islamiste nell’ambito dell’azione che ha poi portato alla conquista di Saraqib. E proprio a commento di quanto accaduto all’inizio di febbraio, Mosca ha sottolineato come il mancato avviso, da parte dell’esercito turco, di repentini movimenti nel campo delle proprie truppe ha eccessivamente esposto i soldati al fuoco avversario.

Intanto l’offensiva islamista a Nayrab sarebbe stata respinta, così come comunicato da fonti dell’esercito siriano. Resta però molto alta la tensione: la Turchia non vuole ulteriori avanzate delle forze di Damasco nella provincia di Idlib, mentre la Russia sta supportando Assad nelle operazioni volte a riprendere anche questo territorio. Divergenze non di poco conto tra Mosca ed Ankara che potrebbero far scivolare ulteriormente la situazione.

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Guerra
Libia, situazione sempre più preoccupante per il blocco petrolifero
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 16:36:09 +0000

Fare fondo alle riserve per pagare gli stipendi e continuare a mandare avanti l’attività amministrativa ed istituzionale. L’incubo del premier libico Fayez Al Sarraj potrebbe materializzarsi a breve per via del blocco petrolifero imposto dallo scorso 17 gennaio dal generale Khalifa Haftar. A Tripoli le casse del governo iniziano ad essere vuote, la situazione potrebbe farsi ben presto molto difficile ed anche l’ordinario, in un paese già provato dal conflitto, potrebbe non essere garantito.

L’allarme sui conti di Tripoli

Il problema centrale del dossier libico, riguarda del resto quel paradosso spesso sottolineato in passato e che è venuto a galla dopo il blocco delle esportazioni di petrolio. Anzi, il generale Haftar probabilmente ha attuato questa misura proprio per far emergere quella che, secondo la sua prospettive e di molte tribù dell’est della Libia, potrebbe rappresentare una vera contraddizione. In particolare, l’attuale situazione sul campo vede l’esercito di Haftar avere in mano gran parte del territorio libico ma non avere accesso invece al “portafoglio”. Dall’altro lato, il governo di Al Sarraj riesce a fatica a controllare Tripoli ma è l’unico che gestisce le entrate economiche. Gran parte di queste derivano, com’è noto, dall’estrazione ed esportazione del petrolio.

Un’attività curata in massima parte dalla Noc, l’azienda di Stato presieduta da Mustafa Sanallah. Così come già accadeva ai tempi di Gheddafi, la società non ha però autonomia nella gestione dei fondi. Tutte le entrate vengono infatti versate alla banca centrale, che ha ovviamente sede a Tripoli e che risponde al governo di Fayez Al Sarraj. Il blocco delle esportazioni del greggio ha quindi fatto drasticamente calare le entrate nelle casse dell’esecutivo riconosciuto dall’Onu, con conseguente prime gravi difficoltà sia economiche che di gestione dell’ordinario. Lo ha fatto presente lo stesso Al Sarraj in un’intervista al The Times dei giorni scorsi. La perdita, dal 17 gennaio ad oggi, ammonterebbe a circa 1.5 miliardi di Dollari per via di una produzione scesa da 1.2 milioni di barili al giorno ad appena 160.000. 

E così, fanno presente alcune fonti diplomatiche da Tripoli, a breve anche per pagare gli stipendi il governo potrebbe mettere mani alle riserve. Queste ultime non sarebbero affatto poche, tuttavia dover iniziare ad attingere da fondi extra darebbe un segnale di grave difficoltà sia all’interno che agli avversari politici e militari.

Le richieste delle tribù per sbloccare la situazione

Intanto, così come confermato dall’inviato speciale dell’Onu, Ghassan Salamé, sono pervenute nella sede della missione delle Nazioni Unite per la Libia le richieste espresse da alcune tribù per far tornare alla normalità la situazione sul fronte petrolifero. Il blocco infatti è stato sì voluto in primo luogo da Haftar, ma ha ricevuto l’appoggio di milizie e gruppi dell’est e del sud che vorrebbero una maggiore attenzione circa le condizioni economiche che si vivono in alcune aree periferiche della Libia. Così come riportato da AgenziaNova, le tribù che hanno firmato il documento inviato a Salamé hanno rivendicato una più equa ripartizione delle risorse e la fine del monopolio di Tripoli nella gestione degli introiti petroliferi.

“Le tribù mi hanno inviato le loro condizioni – ha dichiarato nelle scorse ore Salamé – ma bisogna dire che quelle condizioni sono molto generali e devono essere trattate nel quadro della pista economica”. Per il momento la questione rimane in sospeso, mentre giorno dopo giorno la situazione rischia di peggiorare. Un’impressione questa confermata la settimana scorsa anche dall’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, il quale ha parlato di un contesto in cui si potrebbe anche giungere a breve alla “paralisi”. 

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Politica
Gli Stati Uniti puntano all’Etiopia per dominare il Corno d’Africa
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 16:10:13 +0000

Dopo la visita del Segretario di Stato americano Mike Pompeo ad Addis Abeba, i rapporti tra i due Paesi sembrano essersi avvicinati ulteriormente oltre ai grandi passi in avanti fatti negli ultimi anni, come riportato dall’agenzia di stampa Reuters. Gli Usa si sarebbero infatti impegnati a sostenere economicamente il piano di riforme sociale e politico del governo in carica di Abiy Ahmed e che dovrebbero – almeno nel progetto – accrescere le libertà del popolo etiope e allontanarlo dalle paure degli scorsi anni.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Pompeo, la pacificazione con l’Eritrea, la liberazione dei detenuti politici ed il piano di riforme già messe in atto rispecchiano un Paese che desidera il cambiamento e nel quale fondamentale è stata l’iniziativa popolare. Tuttavia, dalla stessa chiusura al resto del Mondo del Paese sino al 2018 e dalla sostanziale nazionalizzazione delle principali industrie deriva anche l’interesse americano di entrare prepotentemente sul mercato, al momento ancora slegato da vincoli commerciali con le altre grandi potenze mondiali.

Gli interessi americani nel Corno d’Africa

Il panorama economico dell’Etiopia non è ancora in linea con gli standard della regione, soprattutto a causa della cattiva gestione economica e politica del Paese negli scorsi governi. Tuttavia, le potenziali fornite dal territorio sono molto interessanti, se si considera in modo particolare come al momento si possa ancora operare nella quasi totale assenza di avversari. In questo scenario, offrendo in cambio il proprio sostegno economico gli Stati uniti mirano ad ottenere delle condizioni di favore per i futuri e probabili investimenti nella regione, con molti settori che devono ancora essere adeguatamente sviluppati. Tra questi sono presenti gli ambitissimi giacimenti di oro e di platino della regione sulla quale le società americane avrebbero un sicuro interesse d’investimento; specularmente alle industrie del petrolio, considerando la ricchezza di combustibili fossili del Corno d’Africa.

Le aperture e gli elogi degli americani celano quindi un fine economico nella regione, considerando anche come l’Etiopia possa essere considerato allo stato attuale l’ultimo dei mercati ancora grezzi della regione; in uno scenario decisamente appetibile per le grandi cordate statunitensi e per lo stesso governo americano. Tutto ciò, con il placet governativo locale, che dalla collaborazione con la Casa Bianca otterrebbe importanti finanziamenti in grado di sostenere gli ingenti piani di riforme sociali di cui necessita il Paese.

L’Etiopia come punto di osservazione del Corno d’Africa

Data la conformazione geografica del territorio, l’Etiopia darebbe agli Stati uniti un altro grandissimo vantaggio che probabilmente è proprio il fine primario di Pompeo: un punto di osservazione sui movimenti che avvengono nel Corno d’Africa. Con la presenza di interessi della Russia, della Cina e dell’Arabia Saudita in Kenya e in Somalia, una base di controllo in Etiopia permetterebbe di capire maggiormente le dinamiche dei mercati e come si sviluppa la presenza asiatica nella regione; minandone al tempo stesso l’efficienza. Inoltre, dopo la dichiarazione di Recep Tayyip Erdogan riguardante la scoperta di un possibile giacimento petrolifero al largo della Somalia che Ankara si vorrebbe accaparrare, la necessità di entrare di prepotenza sul mercato del Corno d’Africa si è palesata anche nei palazzi di Washington, cui funzionari non si sono voluti far cogliere impreparati.

Come osservato dall’analista africano Antwi-Danso e riportato da Deutsche Welle, gli interessi americani sarebbero proprio da analizzare in un piano anti-cinese, nel tentativo di arginare la presenza di Pechino nel Continente. Infatti, oltre alla missione in Etiopia, Pompeo ha visitato anche Dakar e Luanda, nel tentativo di spingere verso una maggiore collaborazione con il Senegal e l’Angola. Ed in Etiopia, in fondo, l’analisi di base è pressoché la medesima.

Nonostante il ritiro dalla missione congiunta con la Francia in Sahel, gli Stati Uniti non hanno perso il proprio interesse verso l’Africa, come evidenziato dagli ultimi movimenti di Pompeo. Tuttavia gli Usa hanno preferito concentrare le proprie forze verso quei mercati che ancora avessero qualcosa da offrire: condizione che infatti non riscontrabile nel Sahara occidentale, dove Parigi possiede già la quasi totalità degli interessi economici e dei giacimenti minerari. Operatività che, in fondo, è riscontrabile in tutte le mosse estere che sono state attuate sotto l’attuale presidenza di Donald Trump.

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Politica
La geopolitica della sfida per lo spazio
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 15:56:37 +0000

Gli ultimi anni sono stati interessati da un rinfocolamento della competizione strategica tra le potenze per la conquista dello spazio, divenuto terreno di competizione e oggetto di un crescente interesse da parte dei principali attori globali. La Cina e gli Usa, come in altri domini dimensionali, sono i capofila della competizione per rafforzare la propria posizione di forza in un ambiente di competizione che ha elevate implicazioni economiche e strategiche. Esiste dunque una vera e propria “geopolitica” dell’esplorazione spaziale. E proprio Geopolitica dell’esplorazione spaziale si intitola un recente saggio dell’ingegnere aeronautico Marcello Spagnulo, che vanta oltre trent’anni di esperienza nel settore aerospaziale ed è editorialista di “Airpress”, edito da Rubbettino.

Nel saggio, Spagnulo confronta la corsa allo spazio tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti con l’attuale contesa internazionale che oltre a Usa e Cina vede numerosi Paesi coinvolti: la Russia rimane una grande potenza del settore, mentre Francia, Israele e, in prospettiva, India e Giappone possono far sentire ampiamente la loro voce.

Fondamentale nella corsa al controllo dello spazio sono, secondo l’autore, “le flotte di droni e satelliti che assicurano, grazie a una copertura globale del pianeta, le comunicazioni militari, le cui tecnologie sono impegnate quotidianamente nel settore finanziario, industriale, logistico ed economico alla base della società moderna”. E se l’astronautica “nasce proprio da un’audace proiezione militare oltre i confini dell’atmosfera terrestre”, per quanto temprata da un’esigenza scientifica di “ampliamento degli orizzonti cognitivi dell’uomo”, è chiaro che l’aumento dell’interesse dell’opinione pubblica internazionale per la corsa allo spazio va di pari passo con la recrudescenza della competizione per il suo controllo.

Lo spazio affascina e attira, ora più che in passato: i budget miliardari stanziati da Donald Trump per il rafforzamento della Nasa, la creazione della Space Force a stelle e strisce, il nuovo fronte della politica spaziale europea costellata di investimenti, lo sfondamento di Pechino nel campo della messa in orbita di satelliti quantistici e nella conquista delle orbite geostazionarie col sistema di posizionamento BeiDou vanno di pari passo con una ripresa della pubblicistica specializzata e dell’attenzione dell’immaginario collettivo verso lo spazio. In questi giorni sono ricorsi i trent’anni della celebre foto “Pale Blue Dot” scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1 su iniziativa dell’astrofisico Carl Sagan,in cui è ritratta la Terra dalla distanza di oltre 6 miliardi di chilometri: una rappresentazione sia della piccolezza del nostro pianeta del cosmo sia delle potenzialità tecniche dell’ingegno umano.

In questa fase, tuttavia, le logiche di Realpolitik dominano sulle motivazioni, pur fondamentali, di matrice scientifica e, per così dire, “ideale” nella giustificazione delle scelte dei decisori strategici. Contattato da InsideOver, è lo stesso Spagnulo a spiegare perché: nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, i programmi del piano di esplorazione spaziale Artemis relativi alla Luna e Marte che hanno giustificato il rilancio del budget Nasa sono “tutti obbiettivi dal fascino onirico, ambiziosi, stimolanti ma che mascherano quella realtà politica che nel libro chiamo con il termine “tecnopolitica”, un connubio tra pragmatismo e Realpolitik che permea l’essenza stessa dell’esplorazione dello Spazio”.

Il contesto della rivalità geopolitica terrestre è, in fin dei conti, la vera chiave di volta della questione. “La sfida terrestre degli Usa con la Cina e con la Russia si sposta nello Spazio eso-atmosferico al punto che gli americani devono spostare il loro “Higher Ground” verso la Luna dato che Pechino diventa protagonista nell’orbita bassa della Terra con una sua stazione spaziale simile alla odierna Iss, anche se più piccola”.

La sfida è di quelle complesse. Agli Stati si aggiungono le ambizioni delle grandi multinazionali della tecnologia, che tra società attive nel mercato dei lanci (Space X), compagnie con l’obiettivo dello sfruttamento minerario degli asteroidi e progetti avveniristici per la comunicazione satellitare mirano a posizionarsi strategicamente in un settore che è destinato ad essere affollato e competitivo.

Le dinamiche terrestri ricordano quelle che si riflettono nella corsa allo spazio: e così, ci dice Spagnulo, anche nella partita spaziale chi potrebbe sicuramente farsi sentire con maggior convinzione è l’Europa, continente in cui si sta materializzando “quell’ambigua contraddizione di un continente nano politicamente e gigante economicamente. La seconda area mondiale di libero scambio con oltre mezzo miliardo di abitanti e un prodotto interno lordo di oltre sedici trilioni di dollari, sconta un’inconsistente integrazione politica e militare”. La cooperazione occidentale, in questo campo, può dare frutti importanti per rafforzare il comparto europeo, e l’Italia sembra averlo compreso.

La nuova corsa allo spazio è dunque entrata nel vivo e impatterà con forza, in futuro, sugli equilibri di potere nel pianeta. Come nel caso della corsa alla rivoluzione tecnologica, la competizione in un contesto che appare immateriale avrà grandi riflessi concreti negli equilibri di potere. Economia e geopolitica ne saranno fortemente condizionati: e non c’è dubbio sul fatto che nei prossimi anni sarà necessario prestare crescente attenzione a ciò che accade centinaia, se non addirittura migliaia, di chilometri sopra le nostre teste.

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Politica
La versione di De Mistura
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 15:27:19 +0000

Quarantasette anni nelle Nazioni Unite e ventuno guerre. È questa la sinossi che Staffan De Mistura, una delle grandi personalità della diplomazia internazionale, rappresentante speciale dell’Onu in Iraq (2007-2009, 2010) e in Afghanistan e inviato speciale in Siria (2014-2018), offre all’ascoltatore quando gli si chiede di parlare di sé. C’è ovviamente molto altro nella sua carriera, oltre a un mare di aneddoti e memorie che hanno strappato più volte l’applauso alle centinaia di persone che, nel Palazzo dei Congressi di Bergamo, per la serata finale della rassegna “Molte fedi sotto lo stesso cielo” organizzata come sempre dalle Acli, sono accorse a sentirlo analizzare la crisi, reale o presunta, delle istituzioni multinazionali che lui conosce così bene.

Ventuno guerre in quarantasette anni? Non sono troppe? Non sono il segno che le istituzioni come l’Onu, sorte appunto per evitare i conflitti, non funzionano come dovrebbero?

“Sì, è vero. Ma i veri idealisti devono essere pragmatici e realisti. E il realismo ci dice che l’uomo, nella sua storia, ha sempre praticato la guerra. Già nella Bibbia abbondano violenze, crudeltà e scontri. Fermare tutte le guerre, e tra queste le ventuno in cui sono stato coinvolto, sarebbe un’ambizione eccessiva”.

Ma quando e come si ferma una guerra?

“Le guerre si fermano quando una delle parti è sconfitta, come successe con la prima e la seconda guerra mondiale. Oppure, ed è ciò che ho sempre sperato di vedere, quando chi le sostiene, i cosiddetti proxy, si stanca e la smette. Questo avveniva durante la Guerra Fredda, quando c’erano gli Usa da una parte e l’Urss dall’altra con i rispettivi alleati, e l’Europa non era molto presente. Le due grandi potenze giocavano a pallone su terre altrui, come in Angola, Vietnam o Mozambico. Poi, quando si stufavano, davano spazio all’Onu perché trovasse una formula capace di salvare loro la faccia. Il problema si complica arriva quando uno dei contendenti crede di aver vinto, o ha davvero vinto, la guerra sul terreno, come adesso Bashar al-Assad in Siria. Chi vince non ha interesse alcuno in una mediazione, perché non vuol dare vantaggi all’avversario che ha sconfitto”.

Dunque si può solo aspettare?

“Certo che no. Voglio solo dire che giudicare l’Onu o la Ue o qualunque altra grande istituzione dalla capacità di eliminare drammi che sono nella natura umana, soprattutto oggi quando molti politici sono inclini applicare il principio della forza che prevale sulla giustizia, non è corretto. D’altra parte il medico che cosa fa? Rinuncia, quando la malattia è incurabile come la guerra? Abbandona il paziente? Dà le dimissioni? Chiude l’ospedale perché non riesce a curare tutti i tumori o l’Alzheimer? Ovviamente no. Cerca invece di diminuire il dolore, di prolungare la vita del malato, di dargli speranza. E questo è ciò che cercano di fare anche i medici delle nazioni come me”.

Quindi il vero obiettivo delle grandi istituzioni internazionali non è la risoluzione del problema ma la riduzione del danno?

“Esatto. Dag Hammarskjold fu il secondo segretario generale delle Nazioni Unite e fu premio Nobel per la Pace. Morì in Africa nel 1961 durante una missione di pace e le ultimi indagini dimostrano che fu ucciso, il suo aereo fu abbattuto. Ebbene, lui diceva: le Nazioni Unite non sono state create per portare il mondo in paradiso, ma per evitare che vada all’inferno”.

Lei ha citato l’Unione europea. È un’istituzione che, in un modo o nell’altro, ha contribuito a portare la pace in un continente che ha vissuto tantissime guerre. Perché la Ue fatica così tanto a trasferire anche altrove questa sua ispirazione, questo suo modello? In altre parole: perché la Ue conta così poco nella politica internazionale?

“Io sono italiano, dalmata veneto, di madre svedese, con moglie belga e figlie francesi. Mio padre studiò a Vienna all’epoca dell’impero austroungarico. Mi sento quindi molto europeo. Quando avevo un’altra età e studiavo alla Sapienza di Roma, partivo in treno da Roma per andare a protestare a Amsterdam con i cartelli ‘Europa bla bla bla’. Ci caricava la polizia con i grossi cavali olandesi, a calci indietro, avevano zoccoli di gomma ma facevano male ugualmente, e con gli idranti. Sognavamo tutti una federazione europea. L’Europa, invece, ha mantenuto le sue identità nazionali. E quando arriva un governo nuovo, basta pensare all’Ungheria o in parte alla Polonia, che vuole rimarcare la propria autonomia, spuntano delle discrepanze. Gli interessi tra una nazione e l’altra, che già possono essere diversi, diventano ancor più diversi. Prenda l’idea di formare un esercito europeo, che sarebbe una cosa logica, o di unificare il sistema finanziario… Non si fa per la miopia dei governi che dimenticano che l’unione fa la forza. I pesci grandi mangiano i pesci piccoli. È strano che pesci grandi come la Cina, la Russia o gli Usa siano contenti quando l’Europa mostra delle crepe come con la Brexit? Logica vorrebbe che i pesci piccoli, pur non essendo uniti, si mettessero almeno in una forma da pesce grande, in modo che il pesce davvero grande ci pensi due volte prima di imporre sanzioni o lanciare minacce”.

Esiste un soft power europeo?

“Esiste. O almeno può esistere. Facciamo l’esempio della Siria. Oggi i Paesi che hanno più influenza in Siria, pur avendo difficoltà tra loro, sono la Russia, la Turchia e l’Iran. Poi Israele quando bombarda e gli Usa con una piccola ma influente componente militare. La domanda che mi pongo è questa: quale dei Paesi che hanno più influenza in Siria ha la capacità di ricostruire ciò che è stato distrutto? La Turchia? La Russia? L’Iran? E Israele e Usa non ne hanno la volontà. Quindi, in teoria, ci si aspetta che sia l’Europa a farlo, in cambio della scomparsa del rischio rifugiati e del rischio Al Qaeda. Qui entra il soft power da giocare. Un’Europa unita potrebbe dire: cara Russia (soprattutto), cara Turchia, caro Iran, parlate con il signor Assad. Ha vinto la guerra, non si discute. Ma chi finanzia la ricostruzione? Vuole restare tra le macerie, affrontare altre crisi, dover magari fronteggiare un’altra Al Qaeda? Non è interesse di nessuno. Allora, in cambio del nostro aiuto, dite ad Assad di fare qualche concessione. Il momento giusto per farne è proprio quando vinci una guerra. La Costituzione, le elezioni… Questa carta l’Europa può giocarla, se mantiene una voce cordialmente ferma”.

Secondo lei un seggio unico per l’Europa nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu sarebbe una buona idea?

“Sarebbe un’ottima idea. Ma è una cosa che non si farà mai. Il Consiglio di sicurezza è una specie di Polaroid della fine della seconda guerra mondiale, cioè di 75 anni fa, e non rispecchia la situazione attuale. E la Turchia? E l’India? Il Brasile? Francia e Regno Unito, ancor più dopo la Brexit, metteranno sempre il veto a una simile riforma. Quello che invece si può fare, e anzi si deve fare, è una rivolta generale per dire ad alta voce ai Paesi del Consiglio di Sicurezza: quando c’è una tragedia umanitaria non potete mettere il veto. Quante volte l’Onu è stata accusata di essere passiva quando invece il blocco veniva da questa o quella nazione che non voleva essere disturbata nei suoi interessi? Il Ruanda è l’esempio più classico”.

Fa un po’ impressione sentir dire che, con tante guerre e conflitti, serve un altro esercito, sia pure quello europeo. O no?

“Osservare la realtà senza guardarla bene è da ingenui. Se si vogliono difendere certi principi bisogna avere la possibilità di marcare il terreno ed essere presi sul serio. Altrimenti il pesce grande apre la bocca. Se però apre la bocca e perde qualche dente ci ripensa, e in quel caso si negozia. Ma per usare la diplomazia bisogna avere peso”.

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Politica
La conferenza di Monaco ha sancito la fine della Nato?
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 14:34:19 +0000

Tra il 14 ed il 16 febbraio a Monaco si è tenuta la 56esima Conferenza sulla Sicurezza che ha riunito oltre trenta capi di Stato e di governo e quasi cento ministri tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il ministro della Difesa tedesco Annegret Kramp-Karrenbauer, il segretario di Stato americano Mike Pompeo, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ed il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg.

Il tema principale della conferenza di quest’anno, oltre le tematiche sui cambiamenti climatici, sulla recente emergenza “Coronavirus” e sui rapporti con la Cina, è stato la situazione dell’Occidente e la sensazione di aumentare la “westlessness”, termine coniato dal rapporto sulla sicurezza presentato durante l’evento che descrive un Occidente diviso al suo interno e guidato da forze illiberali, che sta perdendo sempre più le sue aspirazioni politiche globali.

Proprio la sensazione della fine dell’unità di intenti dell’Occidente è stata la chiave di lettura dei numerosi interventi che hanno avuto al loro fulcro il tema dell’utilità o meno della Nato ed in particolare la sua reale efficacia nel garantire gli interessi dei Paesi che ne prendono parte.

I partner transatlantici erano chiaramente divisi sullo stato dell’Occidente e sull’entità della sua crisi. Ad esempio, i partecipanti europei non sembrano condividere l’opinione del segretario di Stato americano Mike Pompeo, che ha visto i valori occidentali nella marcia trionfale e ha dato l’impressione che le differenze transatlantiche di opinione fossero al massimo una questione di sfumature. “Sono felice di riferire che la morte dell’Alleanza transatlantica è stata grossolanamente esagerata. L’Occidente sta vincendo, e stiamo vincendo insieme” ha detto Pompeo durante il suo intervento, e rispondendo alle accuse di chi ha sostenuto che gli Stati Uniti sembrano rifiutare di prendere le decisioni in un consesso internazionale ha risposto “abbiamo guidato 81 nazioni nella lotta contro il califfato dell’Isis. È forse questa un’America che rifiuta la comunità internazionale?”.

I dubbi dell’Europa disunita

Il segretario di Stato stava rispondendo, in particolare, ai dubbi espressi da Frank-Walter Steinmeier, presidente tedesco, che ha espressamente detto che gli Stati Uniti hanno più volte dimostrato di rifiutare la stessa idea di “comunità internazionale” agendo “a discapito di partner e alleati”.

Steinmeier si pone nel solco della frattura creata da Berlino già da qualche anno, ed in particolare dall’anno scorso, quando lo stesso cancelliere Angela Merkel si era scagliata contro il bilateralismo della Casa Bianca e a favore di una politica più multilaterale, soprattutto in seno alla Nato. I rapporti tra Germania e Stati Uniti, del resto, non sono mai stati così critici come in questi anni, con Washington che accusa Berlino di spendere troppo poco per la difesa collettiva della Nato – il famoso 2% del Pil fissato in Galles nel 2014 – ed in particolare di indirizzare i propri investimenti (pochi a dire il vero) in sistemi d’arma europei o comunque non made in Usa: mossa imperdonabile per la Casa Bianca.

Recentemente, infatti, lo stesso ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell – trumpiano di ferro e che era tra i papabili alla carica di consigliere per la sicurezza nazionale – ha avuto modo di dire che che “è davvero offensivo dare per scontato che i contribuenti americani debbano continuare a farsi carico dei 50mila e più militari americani in Germania, mentre i tedeschi spendono il loro avanzo di bilancio su programmi nazionali”. Solo l’ultimo tassello dell’ostilità di Washington verso Berlino cominciata coi dazi su acciaio e alluminio e continuata con la dura opposizione al Nord Stream 2, il gasdotto che raddoppierà la linea che collega la Russia all’Europa Centrale attraverso la Germania.

Nello stesso periodo c’era anche stata l’approvazione, al Senato Usa, di un provvedimento che punisce quelle compagnie che intendano fornire aiuto a Gazprom, la compagnia di Stato russa leader nel settore idrocarburi, per la costruzione del gasdotto incriminato. Solo l’ultimo provvedimento di Washington per cercare di limitare l’afflusso del gas russo in Europa e così poterlo sostituire con il proprio gas di scisto (gas shale), il cui surplus di produzione, insieme ad un mercato dei prezzi “drogato”, provocherà l’esplosione di una nuova “bolla finanziaria” qualora non venisse largamente commercializzato.

La Germania però non sembra affatto essere candidata a guidare il fronte di una opposizione agli Stati Uniti, anzi, sembra che lamenti l’assenza di Washington dal continente europeo, ma sarebbe meglio dire dall’Europa Centrale: già da tempo, infatti, le truppe americane hanno “abbandonato” gli acquartieramenti in Germania, Belgio e Olanda per essere ridispiegate più a oriente, ovvero in quegli Stati che temono di più il risorgere della potenza militare russa: Polonia, Paesi Baltici, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca hanno visto confluire la maggior parte dei fondi stanziati per il Dipartimento della Difesa nel quadro del programma Edi (European Deterrence Initiative). Tali fondo ammontavano, per l’anno fiscale 2019, a più di 6,5 miliardi di dollari, ovvero 2,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente e quasi il doppio rispetto al 2017, anno in cui la spesa ammontava a circa 3,4 miliardi.

Tale pioggia di dollari è andata per il miglioramento di infrastrutture già esistenti in Europa Orientale, che vedono aumentata la loro capacità di accogliere le varie unità militari americane, siano essere divisioni di fanteria o stormi di aerei da caccia, ma soprattutto, nel quadro del European Contingency Air Operation Sets (Ecaos), è stato creato il concetto di Sistema di Base Aerea Dispiegabile (Dabs – Deployable Air Base System).

L’Us Air Force sarà così in grado di raggruppare equipaggiamenti come alloggi, sistemi di rifornimento, veicoli, scorte alimentari e d’acqua, parti di ricambio per velivoli e sistemi di sicurezza in un vero e proprio pacchetto base da spedire ove più necessario. E’ previsto anche il preposizionamento di altri sistemi lungo l’Europa che includono sensori meteorologici, reti di comunicazione e cibernetiche.

Tale interesse americano per l’Europa dell’Est ha ovviamente smosso le coscienze dei politici tedeschi che dimostrano di non avere una linea univoca: il ministro degli Esteri Heiko Maas ha infatti dimostrato di voler smorzare i toni proprio durante la conferenza di Monaco affermando che “credo sia un errore mettere l’Europa contro gli Stati Uniti. Siamo in un’alleanza per la sicurezza che funziona, la Nato, ma ci vogliono riforme e ne stiamo discutendo. Vogliamo incrementare il lato europeo dell’Alleanza e per farlo dobbiamo avere il consenso dell’Europa”.

Un sentimento ambiguo, quello tedesco, che è forse più dettato dalla decisione americana di spostare il fulcro della Nato a oriente abbandonando la Germania piuttosto che da un vero anelito di “indipendentismo europeo”. Del resto lo scenario globale, che Berlino, ma anche Parigi vorrebbe guidato dal multilateralismo, è preoccupante come ha avuto modo di dire il ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer. Il ministro ha espressamente riferito che l’Occidente e i suoi ideali sono stati sfidati ed occorre essere “meglio coordinati a livello internazionale” oltre che essere in grado di “seguire in nostri interessi restando in corsa, anche quando il gioco si fa duro”.

La Germania non è stata l’unica, a Monaco, ad aver espresso dubbi sull’utilità ed efficacia della Nato allo stato attuale e dei valori dell’Occidente. Anche la Francia, per bocca dello stesso presidente Macron, ha affermato che c’è grande preoccupazione per il conflitto in seno all’Occidente e per la percezione che l’Occidente sia sempre più incapace di plasmare l’ordine internazionale. Aggiungendo anche che l’Europa ha una percezione delle minacce da parte della Cina che é significativamente diversa rispetto a quella dei rappresentanti degli Stati Uniti.

“Ciò che vuole l’Europa non è la stessa cosa che vogliono gli Stati Uniti” ha detto il presidente francese, sottolineando che questo atteggiamento vale per tutti i principali teatri di crisi a livello mondiale: i rapporti con la Cina (e la questione 5G), con la Russia, l’embargo contro l’Iran, la crisi in Siria.

Macron ha anche avvisato che l’Europa ha bisogno di investire più massicciamente nella sua economia proprio citando la questione della rete 5G. “Abbiamo bisogno di agire in fretta a livello europeo” ha detto “e come possiamo investire velocemente? Con iniziative europee”. Parole che forse non sono state digerite del tutto dai rappresentanti americani, sempre pronti a chiedere maggiori investimenti all’Europa ma solo se si tratta di indirizzarli oltre Atlantico.

Il presidente francese in questo senso è stato oltremodo chiaro: “la Cina sta investendo un’enorme quantità di soldi pubblici. Sta investendo nel suo futuro e allo stesso modo fanno gli Stati Uniti. Noi non siamo veloci abbastanza”. Macron quindi lancia un monito verso l’Europa ma non solo: sottolineare la crescita cinese significa dire a Washington che la politica di “ritiro” da alcuni fronti e il ripensamento dei rapporti con l’Europa sta portando ad un indebolimento dell’Occidente.

Si capisce quindi perché la Francia abbia proposto all’Europa, ormai slegata da ogni catena che il Regno Unito le imponeva in merito alla politica militare e industriale, di offrirle il suo “ombrello nucleare” offerto dalla Force de Frappe. Proposta che non piace a nessuno a cominciare proprio dai massimi vertici della Nato, Stoltenberg in testa, ma nemmeno all’altro gigante europeo che dovrebbe andare a braccetto di Parigi: la Germania.

Ancora il ministro della Difesa Kramp-Karrenbauer si è dimostrata cauta in merito alla proposta francese, dicendo che non è il caso di minare l’ombrello nucleare americano. “Voglio insistere sul fatto che la protezione di moltissimi Paesi europei è garantita dalla Nato e dall’ombrello nucleare americano” ha detto, aggiungendo che “se dobbiamo rinforzare la difesa dell’Europa lo dobbiamo fare in seno alla Nato”. Parole che sembrano mettere fine alle velleità indipendentiste francesi e che dimostrano una volta di più come la Germania, in realtà, si senta abbandonata dagli Stati Uniti e preferisca un loro rientro attivo piuttosto che imboccare una strada solitaria.

La Nato è quindi archiviata?

Nonostante, come ebbe a dire uno degli storici segretari generali dell’Alleanza Atlantica, Lord Hastings Lionel Ismay, lo scopo della Nato è di tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi” sono proprio i tedeschi ad averne bisogno ed in particolare a sentire il bisogno della presenza americana in Europa ed in particolare sul loro territorio. Che sia per continuare a investire economicamente in quel surplus commerciale che fa (momentaneamente) la loro fortuna, che sia perché la situazione delle Forze Armate è pressoché disastrosa, Berlino non sembra voler seguire Parigi nel suo tentativo di dare una dimensione più europea alla Difesa del Vecchio Continente.

Monaco, che poteva essere occasione di un ridimensionamento o reindirizzamento della Nato, in realtà ha solo dimostrato che l’Europa, o meglio la Germania e la Francia, è divisa nelle visioni strategiche. Uno dei presupposti per la nascita di una difesa europea, ovvero la deterrenza atomica, non può essere messo in atto senza Washington. La proposta francese di condividere l’ombrello atomico della Force de Frappe, appare ambigua e sembra configurarsi più come un tentativo di Parigi di condividerne gli immensi costi di gestione. Gestione che comunque farebbe capo, da ultimo, esclusivamente all’Eliseo e non al Bundestag, quindi figuriamoci alle altre cancellerie europee.

L’Europa, intesa come reale unione dei Paesi dell’Ue, brilla ancora una volta per la sua assenza in ambito decisionale e pertanto non resta che  continuare ad accomodarsi all’interno della Nato, anche per cercare di rintuzzare le velleità franco-tedesche di egemonia che si è già realizzata in diversi ambiti, tra cui proprio quello militare.

La stessa richiesta americana di raggiungere il 2% del Pil per la Difesa, se ottemperata dalla Germania, ad esempio, la proietterebbe a diventare egemone in Europa nel campo dei programmi militari, surclassando quasi sicuramente anche la Francia con la quale ha comunque stipulato importanti trattati di cooperazione. Siamo davvero sicuri di volere una Germania così forte in Europa stante le divergenze di visione strategica che ha dimostrato nei confronti dell’Italia e di altri Paesi “Mediterranei”? Non è sbagliato forse ritenere che vada messo un tetto alle spese militari slegato da una mera percentuale rispetto al Pil.

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Economia
La guerra dei confini marittimi tra Europa e Nord Africa
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 14:13:05 +0000

È in atto una silenziosa guerra dei mari tra Nord Africa e Europa per l’oro blu nascosto sotto il mare. Ingenti quantità di preziosi idrocarburi giacciono inutilizzati sotto il Mediterraneo Occidentale e l’Oceano Atlantico e diversi paesi stanno giocando d’anticipo nel tentativo di accaparrarsi queste risorse. Ha destato scalpore alcuni giorni fa la notizia, annunciata da Agenzia Nova nell’aprile 2018 ma rimasta sotto traccia per mesi, delle rivendicazioni algerine sul mare antistante la Sardegna. Il tema è tuttavia emerso solo dopo le dichiarazioni dell’ex presidente della regione di Sardegna, Mauro Pili, il quale ha accusato Algeri di aver “attaccato i confini internazionali a mare” mettendo “nero su bianco i nuovi confini della propria Zona economica esclusiva (Zee) marittima”.  La delimitazione algerina si estende peraltro fino all’isola spagnola di Cabrera, a sud di Maiorca. Da parte loro, gli algerini sostengono di aver rispettato l’articolo 55 della convenzione di Montego Bay del 1982, che offre ai paesi la possibilità di estendere per una distanza di 200 miglia nautiche dalla costa una propria zona economica esclusiva. La stessa cosa adesso la sta facendo il Marocco con la Spagna.

Il Marocco lambisce le Canarie

Rabat ha adottato mercoledì 22 gennaio due progetti di legge (il numero 37.17 e il 38.17) per stabilire il dominio marittimo e la sovranità al largo della costa del Sahara Occidentale, tra le città di Tarafay e Dakhla, fino a lambire le Isole Canarie di proprietà spagnola. In un discorso alla Camera dei rappresentanti, il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita ha sottolineato che le leggi rivestono un’importanza cruciale nel consolidare la sovranità del Marocco sulle sue acque territoriali. Ci sono però almeno due elementi di criticità:

  • Per le Nazioni Unite il Sahara Occidentale risulta come un territorio conteso con il Fronte Polisario, l’organizzazione del popolo sahrawi, e non come parte integrante del Regno marocchino.
  • La Spagna non ha accettato di buon grado che il suo vicino meridionale abbia proclamato unilateralmente una Zona economica esclusiva che non solo lambisce le Isole Canarie, ma annulla di fatto ogni pretesa sulla sua ex colonia.

Le leggi erano “congelate” in parlamento dal luglio 2017 e sono state approvate dopo il discorso di re Mohammed VI in occasione del 44esimo anniversario della Marcia Verde, l’evento con il quale 350 mila marocchini nel 1975 marciarono lungo l’ex colonia del Sahara spagnolo, nota anche come Sahara occidentale, per riunirlo al territorio marocchino. “Lo spirito che ci ha permesso di recuperare il Sahara nel 1975 è lo stesso che ci spinge oggi a raggiungere lo sviluppo in tutte le regioni del Regno”, ha dichiarato il re il 6 novembre 2019. “Ciò include naturalmente le nostre province meridionali”.

L’Algeria punta l’Isola di Cabrera

La delimitazione unilaterale dell’Algeria nel 2018 colpisce anche le acque spagnole, non solo quelle italiane. Il decreto presidenziale algerino si estende fino all’isola di Cabrera (a sud di Maiorca) e proprio come in Italia, anche in Spagna è passata inosservata per due anni. “Non siamo d’accordo e abbiamo informato l’Algeria”, ha detto il ministro degli Esteri spagnolo Arancha González Laya in una conferenza stampa a Madrid. Il capo della diplomazia spagnola si recherà ad Algeri la prossima settimana per discutere proprio di questa problematica. Tuttavia, le carte a disposizione di Madrid per far cambiare idea agli algerini sono limitate. L’Algeria è infatti un paese troppo strategico per la Spagna perché fornisce circa la metà del gas che consuma. L’aumento della domanda interna nel paese nordafricano, il graduale esaurimento delle riserve nei giacimenti attivi e la mancanza di investimenti in nuovi pozzi hanno comportato una forte riduzione del flusso di metano dall’Algeria verso la Spagna, che rischia letteralmente di finire alla canna del gas.

Il governo di Madrid sotto attacco

La mosse del Marocco e dell’Algeria, nonostante fossero pronte da decine di mesi, sembrano aver spiazzato Madrid. Il ministro degli Esteri spagnolo ha cercato di buttare acqua sul fuoco, ma è stata criticata per aver tenuto una posizione troppo morbida. L’esponente del governo iberico ha respinto la decisione di Rabat, sottolineando che tutti i paesi hanno diritto di delimitare le loro acque marittime, Spagna inclusa. “Questo è ciò che sta facendo il Marocco. Il prossimo passo è fissare i confini. Ho chiesto e ricevuto un impegno dal ministro marocchino a non fare questo unilateralmente”, ha detto la Gonzalez Laya secondo “El Pais”. Il capo della diplomazia spagnola ha spiegato di aver ricevuto rassicurazioni dal collega marocchino Bourita, definendo esemplari” le relazioni del Marocco con la Spagna. Rassicurazioni che però non hanno convinto i media spagnoli, che denunciano “manovre unilaterali” e “minacciose” da parte del Marocco.

Esportazioni di gas in calo

Le esportazioni di gas dal Nord Africa verso l’Europa sono diminuite del 19,4 per cento nella settimana dal 3 al 9 febbraio rispetto ai sette giorni precedenti (dati Enagas, Snam Rete Gas, Interfax). Mettendo insieme l’afflusso di gas lungo le condotte Maghreb-Europa (Algeria-Marocco-Spagna), Medgaz (Algeria-Spagna), Trasmed (Algeria-Tunisia-Italia) e Green Stream (Libia-Italia), il calo è ancora più evidente, pari al 41,7 per cento, se paragonato alla stessa settimana dello scorso anno. La condotta Maghreb-Europa, che collega l’hub di Hassi R’Mel alla città spagnola Cordoba ha visto un crollo del 72,9 per cento anno su anno, scendendo a 5,8 milioni di metri cubi al giorno. In calo anche il flusso lungo il gasdotto Megaz (Hassi R’Mel-Beni Saf-Almeira) sceso del 20,3 per cento anno su anno a quota 16,1 milioni di metri cubi al giorno.

Il Transmed ha visto un flusso medio dall’Algeria a Mazara del Vallo di 24,4 milioni di metri cubi al giorno, in calo del 32,1 per cento settimana su settimana e del 44,5 per cento anno su anno. Più contenuta la diminuzione delle esportazioni del gas libico a Gela (che continua ad arrivare nonostante la guerra in Libia) lungo in GreenStream, pari a 11,7 milioni di metri cubi al giorno in calo del 4,9 per cento rispetto alla settimana precedente del 19,3 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E’ in questo contesto che vanno lette le rivendicazioni di Algeria e Marocco sulle acque del Mediterraneo e dell’Atlantico. Sia gli algerini che i marocchini hanno intenzione di lanciare dei tender per le esplorazioni di gas offshore, sperando di replicare il successo dell’Egitto con Zohr, il mega-giacimento scoperto da Eni e messo in produzione a tempo di record. Non solo: l’Algeria potrebbe avviare anche l’estrazione dello “shale gas”, il metano racchiuso negli scisti bituminosi a grandi profondità che richiede l’utilizzo del “fracking”, la tecnica della fratturazione idraulica temuta dalla popolazione per i possibili danni all’ambiente e alle falde acquifere. La partita per le risorse energetiche è dunque aperta, ma la prima mossa l’hanno fatta i nostri dirimpettai nella sponda sud del Mediterraneo.

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Politica
Varoufakis fa tremare l’Unione europea
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 11:40:27 +0000

Yanis Varoufakis, economista ed ex ministro delle finanze greco dal gennaio al luglio 2015, fondatore del movimento progressista internazionale DiEM25, ha un asso nella manica che potrebbe fortemente imbarazzare l’Unione europea. Varoufakis ha promesso che divulgherà delle registrazioni segrete di numerose riunioni dell’Eurogruppo risalenti proprio al 2015, quando si discuteva dell’approvazione del piano proposto dai creditori internazionali per parte della Commissione europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, poi tema del referendum consultivo del 5 luglio 2015.

L’ex ministro greco, che si oppose alle misure di austerità imposte dalla Troika al suo Paese, come riporta La Verità, aveva consegnato una chiavetta contenente le registrazioni di quelle trattative al presidente della Camera Kostas Tassoulas, invitando quest’ultimo a divulgarne i contenuti ai parlamentari e all’opinione pubblica. Dopo il netto rifiuto di Tassoulas, Yanis Varoufakis, ora parlamentare di MeRA25, ha annunciato che pubblicherà le registrazioni intorno al 10 marzo, tempo necessario per le trascrizioni. Klaus Regling, capo del Fondo salva Stati (Mes), ha preso di mira l’economista greco: “Deploriamo questa violazione della riservatezza, mi auguro che abbia usato nel suo libro già pubblicato tutto ciò che riteneva interessante”.

Terremoto #EuroLeaks: “Vi racconto le bugie della troika”

Varoufakis fa il punto della situazione sul sito di DiEM25 e spiega perché è giunto il momento di divulgare gli #euroleaks: “Durante la prima metà del 2015, come ministro delle finanze della Grecia – afferma – ho partecipato a tredici incontri cruciali dell’Eurogruppo – prima il governo Syriza capitolasse (mancando di rispetto al risultato del referendum del 5 luglio). Il risultato di quella capitolazione causò le mie immediate dimissioni e un programma di austerità permanente (fino al … 2060)”. Fin dall’inizio, ricorda l’ex ministro, “era chiaro che i leader della Troika che guidavano quegli incontri erano determinati a prevenire qualsiasi serio dibattito sul “programma” della Grecia. Più e più volte hanno chiesto la resa del nostro governo a un programma neocoloniale di austerità”.

Per essere in grado di informare accuratamente il mio Primo Ministro e il Parlamento su ciò che accadeva in quelle interminabili riunioni, prosegue Varoufakis “nonché di difendermi dalle distorsioni e dalle vere e proprie menzogne ​​riguardanti i miei interventi, ho iniziato a registrare le conversazioni con il mio smartphone”. Perché pubblicarle a 5 anni di distanza, dunque? “Dopo aver pubblicato Adults in the room – libro basato proprio su quei giorni di trattative con la Troika, ndr – non avevo intenzione di rendere pubbliche le registrazioni inedite”. Tuttavia, la nuova legge sui mutui del governo greco provocherà, secondo l’economista, “una nuova ondata di miseria che distruggerà la nostra popolazione già sconfitta”. Inoltre, i suoi ex colleghi di governo di Syriza, sconfitti pesantemente alle elezioni del luglio 2019, starebbero scaricando tutte le responsabilità sull’ex ministro delle finanze incapace all’epoca, a loro dire, “di portare proposte ragionevoli alla Troika”.

Gli #Euroleaks fanno tremare l’Unione europea

Come ammette lo stesso Yanis Varoufakis, la pubblicazione degli #Euroleaks darà ragione agli euroscettici che, in queste registrazioni, “troveranno le prove e le giustificazioni dei loro atteggiamenti”. Senza contare il fatto che gli europei impareranno che “l’euroscetticismo è stato aiutato e favorito dall’inaccettabile processo decisionale nel cuore dell’Ue” e gli studenti di relazioni internazionali e di studi europei, finanza ed economia “acquisiranno preziose informazioni su come vengono prese decisioni cruciali per l’economia mondiale”.

Come ha spiegato Andrea Muratore su InsideOver, l’austerità ha colpito la Grecia principalmente attraverso i tagli massicci alla spesa pubblica, alla prevenzione sociale e all’assistenza alle fasce più deboli della popolazione imposti dai vari memorandum a cui anche Tsipras, eletto con promesse di riscossa e orgoglio nazionale, si è prontamente chinato. A questo si è unita la massiccia svendita di asset pubblici, che hanno provocato un vero e proprio disastro sociale. E ora le registrazioni di Varoufakis potrebbero raccontarci molto su ciò che accade in quei tormentati mesi del 2015.

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Economia
I piani per la sovranità tecnologica europea
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 11:35:57 +0000

Nel 1968 il giornalista francese Jean-Jacques Servan-Schreiber pubblicò un libro che fece molto scalpore, intitolato La sfida americana, nel quale si sottolineava come l’Europa stesse perdendo terreno e rilevanza negli scenari internazionali rispetto a Washington per la sua incapacità di restare al passo della trasformazione tecnologicai cui centri propulsori erano pienamente trasferiti oltre Atlantico. Profezia veritiera, se si guarda alla storia dei decenni successivi. E sfida ancor più pressante ora che i centri nevralgici della trasformazione tecnologica sono diventati due, Stati Uniti e Cina.

In una fase che vede l’informatica di frontiera evolvere, tecnologie come il 5G e la blockchiain divenire sempre più importanti nuovi paradigmi come l’intelligenza artificiale entrare in scena, sfide futuristiche come il calcolo quantistico apparire sempre più attuali, Pechino e Washington competono, si lanciano in un duro braccio di ferro. Ognuno dei due Paesi ha i suoi “campioni nazionali”. Washington foraggia con appalti miliardari i giganti della Silicon Valley, li coccola con sconti fiscali senza paragoni, li difende politicamente all’estero di fronte alla prospettiva di una maggiore imposizione fiscale. Pechino applica un dirigismo notevole sui motori di ricerca e sulle società tecnologiche, ma amplia al tempo stesso la loro prospettiva economica con investimenti e il sostegno politico fuori dai confini nazionali.

L’Europa, fino ad ora, è stata sempre in secondo piano. Pochi attori capaci di incidere e di acquisire rango globale (Nokia, Ericsson, Sap e poco altro), poca progettualità politica, nulla di paragonabile a un Alibaba o a un Google, scarso o nullo controllo politico ed economico sui servizi di cloud e sui flussi dati. Francia e Germania hanno tentato l’iniziativa congiunta del motore di ricerca “autarchico” Qwant, senza però dargli grande proiezione sistemica.

Per questo,sono di estrema importanza le recenti dichiarazioni del presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen sul tema della “sovranità” tecnologica europea, indicata come obiettivo del suo mandato quinquennale alla guida delle istituzioni di Bruxelles. La von der Leyen, insieme ai commissari Margrethe Vestager e Thierry Breton, ha infatti presentato le linee guida per aumentare il grado di autonomia dell’Europa nel mondo digitale e nel settore dell’Ia.

Nel campo dell’intelligenza artificiale, l’Unione si prefigge l’obbiettivo di governare la crescita del settore mobilitando risorse pubbliche e private, incentivando la sua diffusione presso le piccole e medie imprese, stimolando un dibattito politico e mediatico sul tema e regolamentando i potenziali fattori di rischio sistemico connessi all’innovazione (perdita di posti di lavoro, sostituzione di competenze umane e così via). Come sottolinea StartMag, “Bruxelles punta ad un approccio “umano-centrico”, che faccia in modo che i sistemi di intelligenza artificiale vengono utilizzati in modo da rispettare le leggi Ue e i diritti fondamentali. L’Ue si considera già un leader globale nell’Ai ed è determinata a mantenere ed estendere tale vantaggio supportando i ricercatori e attirando più talenti. Rispetto a Stati Uniti e Cina infatti, il Vecchio Continente resta indietro in termini di finanziamento e adozione dell’intelligenza artificiale”.

Sul tema dei dati, l’Unione europea punta a creare un vero spazio europeo dei dati, un mercato unico per i dati, nel contesto di un quadro normativo altamente favorevole alla gestione della privacy dei cittadini dopo l’avanzamento della regolamentazione Gdpr. In tal senso, risulta importante sottolineare come uno sviluppo fondamentale dovrebbe essere l’avanzamento degli investimenti per i centri dati per il cloud che attualmente alimentano, principalmente, il big tech statunitense e il suo business. Angela Merkel e il suo governo hanno proposto di recente una regolamentazione ad hoc per un controllo più stretto su eventuali pratiche abusivi dei colossi digitali sui dati dei cittadini tedeschi, e in tal senso la manovra anticipa la svolta europea.

Basterà la nuova politica dell’Europa a competere con Stati Uniti e Cina nello scacchiere globale? Difficile dirlo. Troppe volte siamo stati abituati agli annunci di piani di portata rivoluzionaria in Europa, per poi vedere la montagna partorire il topolino. Le architetture comunitarie, le regole di bilancio e la difficoltà nell’allocazione dei fondi potrebbero ostacolare il progetto, mentre i Paesi meno centrali nella politica continentale, come l’Italia, dovrebbero vigilare che il piano non finisca per premiare eccessivamente i front-runner, Francia e Germania. Un’utile opzione potrebbe essere spingere affinché sia la Banca europea degli investimenti (Bei), a tutti gli effetti la più strategica delle istituzioni europee, a prendere in mano il progetto di finanziamento dei piani tecnologici. In modo da permettere che sia l’Europa intera, e non solo i suoi Paesi guida, a beneficiare da una strategia ambiziosa.

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Terrorismo
Ora Parigi rischia la condanna?
Data articolo:Thu, 20 Feb 2020 09:46:15 +0000

Tra le testate internazionali rimbalza, da New York a Parigi, la notizia della messa sotto accusa della Francia per aver rifiutato il rimpatrio di due minori dalla Siria. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i cittadini francesi, di cinque e quattro anni, erano stati feriti insieme alla madre, nella battaglia di Baghouz, una roccaforte dello Stato islamico prima che fosse presa dalle forze guidate dai curdi. Secondo le Nazioni Unite gli stessi sono stati trattenuti negli ultimi tre mesi nel campo di Al-Hol nel nord-est del paese, dove vivono 73mila persone, tra cui 12mila stranieri, in una situazione di estremo disagio sanitario. Le problematiche sul rimpatrio sono sorte in quanto le autorità giudiziarie parigine, competenti per l’antiterrorismo, hanno spiccato un mandato d’arresto nei confronti della madre dei minori, una jihadista già condannata all’ergastolo in Iraq. Ma gli avvocati della famiglia affermano la volontà di quest’ultima di volere assumersi tutte le responsabilità penali a costo di vedere rimpatriati i suoi figli. Le gravissime accuse alla Francia da parte dei legali riguardano il fatto che il rifiuto del rimpatrio abbia esposto tutti a trattamenti degradanti e disumani, violando così la Convenzione dei diritti dell’uomo, la quale garantisce che a nessun cittadino possa essere negato l’ingresso nello stato di appartenenza. Ma la risposta di Parigi è il rifiuto di accettare il ritorno di jihadisti francesi unitisi all’Isis in Siria e Iraq e che valuteranno casi di rimpatrio di minori, in maniera minuziosa e nel rispetto anche della politiche sulla sicurezza interna.

Sulle carte della Corte europea quali sono i fatti?

La sezione 5 della Corte europea dei diritti dell’uomo, con richiesta 24384/19 rilasciata il 23 gennaio e pubblicata il 10 febbraio 2020, riporta la vicenda nei confronti della Francia. I precedenti narrano di diverse lettere inviate dai legali dei minori al ministro degli Affari Esteri, al presidente della Repubblica e al suo capo di Stato Maggiore. Il 10 gennaio e il 13 marzo 2018, il Capo di Stato Maggiore rispose evidenziando le difficoltà di un eventuale rimpatrio, in quanto la madre si era unita a un’organizzazione terroristica in guerra con la coalizione francese, e che la stessa era rimasta coinvolta nelle azioni di tale gruppo fino alla sua cattura. Inoltre, quest’ultimo ha sostenuto che le responsabilità sono in capo alle autorità locali per competenza territoriale, affermando che “la legittima aspirazione di queste autorità a giudicare gli autori e i complici delle atrocità commesse principalmente nella zona sotto il controllo di Daesh non può essere ignorata”.

Nelle note di corrispondenza risulterebbero chiari i fattori di primo respingimento della domanda di rimpatrio, da parte di Parigi, avvenuta con ordinanza del 10 aprile 2019, che sembrerebbero orientate anche su politiche francesi di anti-terrorismo, infatti al punto uno le note del Csm affermano: “Ricordiamo: queste persone hanno lasciato la Francia di propria iniziativa per unirsi a un’organizzazione terroristica che ha commesso abusi contro le popolazioni locali ed atti di violenza senza precedenti. Tale associazione ha commesso e sta ancora tramando attacchi in Francia che hanno già causato molte vittime”. Inoltre l’Eliseo esplica ulteriori problematiche burocratiche per il rimpatrio di tali persone, unite ai contingenti del Daesh, in quanto le stesse risulterebbero trattenute dalle autorità e dalle forze militari che hanno liberato i territori precedentemente controllati dall’organizzazione terroristica. Questo particolare, secondo Parigi, “non può ignorare il contesto della guerra e la regione in cui hanno partecipato”, in quanto in Siria tale conflitto non è finito, le ostilità continuano e la situazione istituzionale non è ancora stabilizzata per poter precedere con approcci diversi. In virtù di ciò la loro situazione dovrà essere valutata in conformità con la legalità internazionale e nel contesto delle relazioni con gli Stati in cui tali persone sono detenute oltre a tener conto dei procedimenti giudiziari già in atto.

Quali sono i rischi per la Francia?

Secondo gli atti presso la Cedh sembrerebbe che le parti ricorrenti abbiano impugnato l’ordinanza del 10 aprile 2019, sostenendo che il giudice dovrebbe esercitare il controllo sull’inerzia dello Stato ed adottare misure per fermare ogni forma di trattamento inumano ed il rischio di morte per i cittadini francesi, soprattutto se minori. I legali hanno inoltre indicato che la situazione di emergenza in Siria era stata riconosciuta dalle autorità parigine, in quanto avevano già concesso il placet per il rimpatrio di cinque casi simili, lo scorso 15 marzo 2019. Oltre alla violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione, essi hanno sottolineato che le autorità francesi abbiano escluso anche il ricongiungimento con i parenti, in ulteriore violazione dell’articolo 3 del protocollo 4 di suddetta Convenzione. Sebbene Parigi rischi una condanna, il braccio di ferro andrà avanti in una spinosa vicenda di affari umanitari, divisa su questioni di competenze e sicurezza interna. Le falle internazionali in materia di terrorismo, aprono quesiti sulla necessità di nuove regolamentazioni in equilibrio tra garanzie e necessità. Tutto mentre l’opinione pubblica attende il responso della Corte.

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