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News da gliocchidellaguerra.it

#Gliocchidellaguerra.it

Politica
L’Europa adesso è paralizzata: salta il piano franco-tedesco
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 17:21:59 +0000

L’Europa è un Vietnam politico. Il Parlamento europeo ha ben poche prerogative sovrane, ma le ha esercitate con durezza, fino in fondo, mettendo a rischio il disegno dell’asse franco-tedesco che prevedeva la Commissione alla tedesca Ursula von der Leyen e il maxi-portafoglio con Industria, Difesa e Spazio alla transalpina Sylvie Goulard.

La Goulard è stata respinta ad ampia maggioranza principalmente per la rivolta del Partito popolare europeo (Ppe) alla scelta di Emmanuel Macron di porre il veto sulla nomina di un suo esponente eletto a Strasburgo, Manfred Weber, alla guida della Commissione. Ma non è da sola. L’esponente macroniana segue la socialista Rovana Plumb e il popolare di Fidesz, partito del premier ungherese Viktor Orban, Laszlo Trocsanyi nella lista dei bocciati dall’Europarlamento. Uno per ognuno dei partiti dell’asse portante della nuova Commissione.

La nuova Europa si presenta quindi ingovernabile, specie perché le diverse defezioni nell’Europarlamento al momento del voto sulla “maggioranza Ursula” l’hanno resa dipendente dal sostegno di due formazioni esterne alle tre grandi famiglie: il Movimento Cinque Stelle, azionista di maggioranza del governo italiano, e i nazionalisti polacchi di Diritto e Giustizia, riconfermati trionfalmente alla guida del Paese nelle recenti elezioni.

La colpa di questo caos è principalmente del presidente Macron, responsabile di un azzardo finalizzato alla marginalizzazione dell’Europarlamento nelle negoziazioni estive per le alte cariche europee. Casus belli  il veto di Macron su Weber che ha ridimensionato il ruolo del parlamento e al suo interno del Ppe uscito primo gruppo dalle elezioni europee di maggio. Veto, sottolinea Repubblica, “che Macron ha posto senza giustificazioni. In realtà il presidente francese pensava di essere stato molto furbo e, con un sol colpo, aver portato a casa due risultati. Primo: fare un favore ad Angela Merkel, che non poteva opporsi a Weber ma che avrebbe preferito un candidato più vicino a lei, come appunto Ursula von der Leyen. Secondo: affossare il sistema degli Spitzenkandidaten che riduceva notevolmente il potere dei governi nazionali nella scelta del presidente della Commissione a tutto vantaggio del Parlamento” in cui il gruppo Renew Europe di cui “En Marche!” fa parte è solo terza forza.

La scommessa macroniana si basava sul presupposto che, in ogni caso, le forze-spauracchio del capo dell’Eliseo, ovvero le destre sovraniste, sarebbero rimaste marginalizzate. Così non è stato, dato che nel voto sulla Goulard si è verificata un’inedita convergenza tra il Ppe (di cui fa parte Forza Italia), il gruppo Identità e Democrazia centrato sulla Lega e il fronte conservatore guidato da Diritto e Giustizia e rinsaldato da Fratelli d’Italia, compatti e decisivi, assieme ai Verdi, nel respingere l’ex ministro della Difesa di Parigi. A dimostrazione di come il tentativo di spingere Strasburgo nell’angolo abbia sortito gli effetti opposti.

Il presidente del Parlamento David Sassoli si trova, controvoglia, investito della missione difficile di mediare tra von der Leyen, governi e gruppi parlamentari in rivolta per completare la Commissione resa monca dalle tre bocciature. Ma il gioco di veti incrociati tra i diversi attori in campo rischia di portare alla paralisi. E viene da chiedersi con che prospettive parta la legislatura europea 2019-2024, già frenata da giochi di palazzo, rivalità intestine e invidie che hanno affondato ogni retorica riformatrice. Mentre, nel mondo, il ruolo dell’Europa continua a diventare sempre più marginale.

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Guerra
L’inutile ed ipocrita embargo sulle armi alla Turchia
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 16:08:26 +0000

L’invasione turca del nord della Siria per istituire una fascia di sicurezza che la metta al riparo dagli attacchi dei curdi del Ypg/Pyd, l’operazione “Sorgente di pace” scatenata lo scorso mercoledì, sta suscitando indignazione nell’opinione pubblica occidentale e le prime reazioni delle cancellerie europee.

Germania, Francia, Norvegia, Finlandia e Paesi Bassi hanno annunciato di voler sospendere (o aver già sospeso) la vendita di armi alla Turchia per cercare di dare un segnale forte ad Erdogan. Anche l’Italia sembra intenzionata a percorrere questa strada, con il neo ministro degli Esteri Di Maio che si è fatto portavoce di una istanza, da depositare in seno all’Ue, per un embargo comunitario verso Ankara che vieti la vendita di armamenti.

La Turchia nel 2018 ha speso 22.088 milioni di dollari nel campo della Difesa di cui 4.574 sono stati destinati all’acquisto di elicotteri ed aerei da guerra, in particolare per gli F-16 americani che costituiscono la spina dorsale dell’Aeronautica Militare Turca (Türk Hava Kuvvetleri) con un picco di spesa, per questi assetti, di 1.124 milioni nel 2014. Il Bilancio della Difesa turco è andato progressivamente aumentando negli ultimi 10 anni, con un’impennata proprio tra il 2017 ed il 2018: se Ankara spendeva 13.357 milioni di dollari nel 2009, con un andamento costante negli anni successivi, tra il 2016 e il 2018 la curva schizza verso l’alto toccando prima i 16.630 milioni e poi i 22.088 milioni del 2018.

Per capire se un embargo sugli armamenti possa davvero essere efficace, o restare solo una misura “di facciata”, è bene però andare a guardare a quello che la Turchia dispone nei suoi arsenali e soprattutto da chi lo prende.

Prima di cominciare la disamina è bene precisare un fattore poco noto ma fondamentale: la politica della Turchia è sempre stata quella, in anni recenti, di acquisire sistemi d’arma stranieri solo a seguito della cessione dei contratti di produzione su licenza. Così è avvenuto, ad esempio, proprio per gli F-16 americani, che vengono prodotti in Turchia dalla Turkish Aerospace Industries  che ne ha costruiti in totale, ad oggi, 232 nelle versioni C/D Block 30 e 40 (rispettivamente 157 e 87).

La Turchia poi, guarda alla Russia per i propri sistemi d’arma non solo negli ultimi tempi, ovvero da quando si è aperta la crisi con gli Stati Uniti per l’affaire S-400/F-35, ma da quando è caduta la Cortina di Ferro. Nei suoi arsenali sono presenti elicotteri di fabbricazione russa Mil Mi-17, veicoli blindati trasporto truppe Btr 80 e svariate produzioni locali di pezzi di artiglieria di derivazione sovietica.

La Turchia produce in proprio anche altri veicoli corazzati, alcuni su licenza – come gli M-113 – altri derivati direttamente da costruzioni americane: come la Cobra, un mezzo blindato derivato dall’americana Humvee e costruita dalla turca Otokar.

Nel campo degli Mbt (Main Battle Tank) la Turchia dispone tra i più grandi arsenali di carri in Europa e forse nel mondo, sebbene sia costituito per la maggior parte da obsoleti M-48 e M-60 americani, riadattati e aggiornati in casa dalle industrie locali. La punta di lancio delle forze corazzate turche è rappresentata dal carro Leopard 2A4, presente in 339 esemplari, e anch’esso costruito parzialmente in casa.

Tali parziali costruzioni autoctone hanno permesso alla Turchia di acquisire sufficiente esperienza e competenza per la progettazione casalinga di un nuovo Mbt, l’Altay, che molto probabilmente vedrà la luce nel 2020.

Questa strategia, unita a sempre maggiori investimenti da parte dello Stato nella Difesa, ha avuto i suoi frutti: le importazioni di assetti come mezzi blindati, pezzi di artiglieria e relativo munizionamento, sistemi Mlrs, è praticamente scesa a zero. Negli ultimi sei anni il colosso dell’industria militare turca, Aselan, è stato capace di sopperire e sostituire le importazioni con produzioni autoctone, sia su licenza sia del tutto nuove.

Turchia che anche in campo dei sistemi missilistici da difesa sta cercando di “fare da sé” proprio guardando alla Russia, che sembra abbia concesso la produzione di parti e sottosistemi degli S-400. Aggirato così anche l’embargo sui sistemi Samp/T, costruiti da un consorzio franco-italiano che vede presenti Mbda e Thales, e che avrebbe dovuto inaugurare la produzione di tali sistemi missilistici anche in Turchia proprio con la Aselan e la Roketsan.

Turchia che è attiva anche nel campo dei sistemi unmanned con gli Uav Bayraktar Tb2, che sono stati impiegati in Siria, ma venduti anche alla Libia, e prodotti dalla compagnia Baykar che ha concluso recentemente accordi per la loro fornitura a Qatar, Ucraina e, ovviamente, all’esercito turco.

Ankara infatti, sebbene si sia piazzata al tredicesimo posto tra i Paesi importatori di armi – con la possibilità di passare al sesto data dall’acquisto degli S-400 – è diventata anche una realtà di esportazioni: i progressi dell’industria della Difesa hanno garantito ad Ankara entrate per un miliardo di dollari nei primi sei mesi del 2019, dimostrando una tendenza in crescita se si considera che le esportazioni di armi da parte di Ankara si erano fermato a 784 milioni nel 2018.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2018 abbiamo venduto materiale bellico alla Turchia per circa 360 milioni di euro che valgono circa il 15% del totale delle esportazioni militari italiane. La cifra è molto superiore, per esempio, a quella delle esportazioni tedesche, che nel 2018 sono ammontate a 243 milioni di euro, quasi un terzo del totale nazionale. Il dato delle esportazioni belliche italiane in Turchia è poi in forte crescita: nel 2017 erano state di 266 milioni, e l’anno prima di 133 milioni. Sono però piccoli numeri in confronto al bilancio della Difesa turco ed in particolare alla voce che riguarda le importazioni, che pure sta sensibilmente calando come abbiamo avuto modo di dire.

Un embargo sugli armamenti da parte dell’Ue, ma anche degli Stati Uniti, non avrebbe quindi alcun effetto sulla riuscita o meno dell’offensiva turca, anzi, suonerebbe molto ipocrita proprio per i numeri, che come abbiamo visto sono molto piccoli, in gioco: una presa di posizione, quindi, esclusivamente di facciata.

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Politica
Il giallo sull’incontro romano all’origine dello Spygate
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 15:32:58 +0000

Il docente maltese Joseph Mifsud e l’ex direttore dell’Fbi James Comey erano in Australia l’8 e il 9 marzo 2016, una settimana prima che l’ex advisor della campagna di Donald Trump, George Papadopoulos, incontrasse il professore e presidente dell’Emuni a Roma, alla Link University. Una banalissima coincidenza? Secondo Papadopoulos assolutamente no. “Ora abbiamo le prove che Comey e Mifsud stavano incontrando gli stessi funzionari in Australia pochi giorni prima che fossi “spronato” a incontrare Mifsud a Roma”, ha scritto su Twitter. L’ex consulente del presidente Trump ha poi aggiunto in un altro tweet l’altro “tassello” mancante: “Mark Ryan, ex direttore dell’Australian Intelligence Agency ed ex capo dello staff di Alexander Downer, si è incontrato con Joseph Mifsud un paio di settimane prima che mi parlasse delle “informazioni” (su Hillary Clinton, ndr)! Cattive notizie per l’Australia!”.

Per Papadopoulos è la “prova” che i servizi di intelligence – di Regno Unito, Australia e forse anche Italia – hanno cospirato contro Trump. Il cerchio che si chiude, in attesa di capire qual è stato il ruolo dell’Italia. Ma perché è così importante l’Australia? Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente maltese affermò in un incontro dell’aprile 2016 a Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volte riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti fra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti. E ora Trump vuole la sua vendetta.

L’intervista di Dan Bongino a George Papadopoulos

Papadopoulos ha “ricostruito” il suo incontro con Mifsud in un’intervista rilasciata al giornalista americano di Fox News Dan Bongino. “Lavoravo presso questa organizzazione a Londra – il London Centre for International Law Practice (Lcilp) – che all’epoca non sapevo essere un gruppo formato da ex diplomatici occidentali e personalità legate all’intelligence. Arvinder Sambei, consulente legale dell’Fbi nel Regno Unito, era consulente di questa organizzazione alla quale dissi che stavo per unirmi alla campagna di Trump e che me ne sarei andato negli Stati Uniti. All’improvviso – spiega Papadopoulos – mi dissero che prima di partire per Washington sarei dovuto andare a Roma con loro. C’erano alcune persone che volevano presentarmi. Accettai e andai a Roma per tre giorni”.

È il marzo 2016 quando Papadopoulos incontra il professor Mifsud: “Mi presentarono Mifsud in questa università di Roma chiamata Link Campus. Non avevo idea di cosa fosse quel posto. Ma, a quanto pare, è una sorta di campo di addestramento per agenti dell’intelligence occidentale. La Cia ha tenuto dei corsi lì e David Ignatius del Washington Post ne ha ampiamente parlato. Mi dissero che era molto importante che incontrassi Joseph Mifsud“.

Dov’è Mifsud? Nessuno lo sa

Nel frattempo, più passano i giorni, e più emergono nuovi retroscena e dettagli rispetto ai due incontri romani fra il Procuratore generale degli Stati Uniti, William Barr, l’avvocato John Durham, e i vertici dei nostri servizi segreti, i direttori di Dis, Aisi e Aise, Gennaro Vecchione, Mario Parente e Luciano Carta, datati 15 agosto e 27 settembre (al primo, va sottolineato, partecipò solo Vecchione dopo il via libera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte). Barr e Durham, come abbiamo spiegato già in questo articolo, non sono usciti soddisfatti dall’incontro del 27 settembre scorso: avevano chiesto alle autorità italiane delle informazioni precise su Joseph Mifsud, il docente maltese al centro dell’intrigo internazionale, che non sono arrivate.

Come riporta Il Fatto Quotidiano, dopo le promesse fatte il 15 agosto, il 27 settembre i capi dei servizi segreti italiani avrebbero risposto ai Procuratori americani che indagano sulle origini del Russiagate di non sapere dove si trovi Joseph Mifsud e di non essere a conoscenza delle sue relazioni relazioni con gli agenti dell’intelligence italiana. Da qui la forte delusione di Barr e Durham. Tuttavia, secondo Il Fatto, alcune cose rilevanti sarebbero state dette nel vertice. “Se lo state cercando, le ultime tracce che noi abbiamo trovato portano alla Russia. E a qualche contatto con l’ Ucraina. Non all’Italia”, questo avrebbero detto i nostri agli americani. Barr e Durham, tuttavia, avrebbero chiesto riscontri su eventuali collegamenti fra Mifsud e agenti dell’intelligence occidentale. Sempre stando a quanto ricostruito dal Fatto, la nostra risposta sarebbe stata quella di una piena disponibilità a cooperare, però lungo le vie ufficiali.

Come abbiamo raccontato su questa testata, gli americani sanno perfettamente che Joseph Mifsud era nascosto in Italia fino alla scorsa primavera, poco prima della pubblicazione del rapporto Mueller. L’avvocato svizzero di Mifsud, Stephan Roh, ha dichiarato all’Epoch Times che il suo cliente ha vissuto fino a poco tempo fa in Italia, ma che il docente ha deciso di nascondersi di nuovo dopo la pubblicazione del rapporto finale sul Russiagate del consigliere speciale Robert Mueller (dunque il 18 aprile 2019).

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Guerra
Il sangue di Hevrin Khalaf sulle mani dei jihadisti filo-turchi
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 13:13:19 +0000

“Così muoiono i maiali”. Sono queste le parole che si sentono nel video realizzato dagli assassini di Hevrin Khalaf, attivista per i diritti delle donne e segretaria del Partito per il Futuro della Siria. Il suo corpo è stato trovato sul ciglio dell’autostrada M4 che collega Manbij e Qamishli, vicino alla Toyota crivellata dai colpi esplosi con molta probabilità da Ahrar al-Sharqiya, gruppo jihadista legato alla Turchia. Il fuoristrada su cui viaggiavano Khalaf e il suo autista è stato fermato da alcuni uomini armati, che hanno intimato ai due di scendere per poi ucciderli brutalmente, premurandosi però di immortalare in un video l’esecuzione appena conclusa (Guarda il video).

“Khalaf è stata trascinata fuori dalla sua auto durante un attacco sostenuto dalla Turchia e giustiziata da milizie mercenarie appoggiate da Ankara.È una chiara prova che lo Stato turco sta continuando la sua politica criminale nei confronti di civili disarmati”, ha dichiarato il portavoce delle Sdf, commentando l’omicidio perpetrato dai miliziani jihadisti e confermando così la notizia.

Una morte non casuale

La morte di Khalaf, che in un primo momento era stata inserita tra le vittime dell’autobomba fatta esplodere dall’Isis a Qamishlo, non è così casuale come si credeva in un primo momento. I miliziani che hanno messo fine alla sua vita sapevano bene chi avevano di fronte. Khalaf, come detto, era la segretaria del Partito per il futuro della Siria e si batteva per il riconoscimento dei diritti delle donne e per la parità di genere. Il suo attivismo era noto a tutti, anche grazie all’importante lavoro di diplomazia da lei svolto dal 2018, anno della fondazione del partito a cui apparteneva e che ha tra i suoi obiettivi la nascita di una Siria democratica e pluralista, in cui anche i curdi possano finalmente avere una voce. Poco prima di essere uccisa, precisamente il 5 ottobre, mentre partecipava all’evento organizzato dal Centre of Diplomatic Studies and consultation, Hevin Khalaf aveva condannato le minacce di un’invasione armata avanzate da mesi dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ricordando il ruolo determinante svolto delle forze curde nella guerra contro l’Isis.

“Respingiamo le minacce turche, soprattutto perché ostacolano i nostri sforzi per trovare una soluzione alla crisi siriana”, aveva dichiarato Khalaf, rivolgendosi al Sultano. “Durante il periodo in cui l’Isis era al potere vicino al confine, la Turchia non lo vedeva come un pericolo per la sua gente. Ma ora c’è un’istituzione democratica nel Nord-est della Siria e minacciano di occuparci”.

Le reazioni internazionali

L’uccisione di Hevin Khalaf per mano di miliziani jihadisti ha indignato l’opinione pubblica e puntato l’attenzione sulla presenza di gruppi estremisti diversi dallo Stato islamico e legati a doppio filo con la Turchia. Sono molte le condanne giunte non solo da semplici cittadini, ma anche da figure politiche di spicco come il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, che ha definito l’omicidio dell’attivista “un orrore” su cui la comunità internazionale deve indagare. Parole che, per quanto importanti, si spera siano seguite da un’azione concreta e di reale condanna da parte dell’Unione europea stessa e delle potenze internazionali. Khalaf è la prima “morte illustre” di cui si ha notizia dall’inizio dell’invasione turca, ma non sarà purtroppo l’ultima e chi come lei si batte per i diritti delle donne è molto probabilmente nei primi posti della lista nera redatta dai jihadisti.

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Guerra
La corsa contro il tempo di Assad
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 12:10:34 +0000

Una situazione in divenire, con repentini mutamenti tanto politici quanto militari. Le ultime ore in Siria sono state contrassegnate soprattutto dalla svolta arrivata dall’accordo tra Damasco e le forze curde delle Forze democratiche siriane, con queste ultime che hanno iniziato a lasciare spazio all’esercito governativo in diverse aree da loro controllate. Nel dettaglio, la situazione sta vedendo in queste ore il dispiegamento delle forze di Damasco in molte zone nevralgiche del nord est della Siria.

La “corsa” verso Manbji

Che qualcosa stesse cambiando lo si era intuito nel tardo pomeriggio di domenica, quando da Washington è arrivato l’annuncio della dislocazione di mille militari Usa in aree più a sud della Siria orientale. Tradotto in politichese, lo spostamento delle truppe americane ha voluto significare di fatto il ritiro di Washington dal teatro di guerra delle zone del Rojava. Tutto questo, secondo diverse ricostruzioni, sarebbe stato possibile grazie a un accordo con la Russia che, a sua volta, avrebbe mediato tra Damasco e le forze delle Sdf. Gli americani infatti, oltre al passo indietro, hanno posto sul piatto anche la garanzia di non ostacolare le operazioni dell’esercito siriano nell’est del Paese: è forse questo il segno più importante che dimostra il dialogo con Mosca delle scorse ore. Viene infatti lasciato campo libero al presidente siriano Bashar al Assad, il quale ha potuto iniziare a programmare l’ingresso nei luoghi controllati dai filo curdi e di attuare, nel giro di poche ore, l’accordo mediato dalla Russia.

Un’intesa, quest’ultima, che ha previsto tra le altre cose l’arrivo dell’esercito siriano in molte delle aree che i curdi nel 2017 avevano strappato all’Isis ma che – soprattutto a nord di Aleppo e nelle province di Raqqa e Deir Ezzor – sono sempre state a maggioranza araba. In cambio, Damasco si è impegnata a fronteggiare l’avanzata turca iniziata nella giornata di giovedì.

Se tutto questo, a sua volta, può essere considerato o meno nel novero di un più complessivo accordo regionale (sempre a mediazione di Russia ed Usa) con la Turchia è difficile dirlo. Guardando soltanto ai fatti di queste ore, sta emergendo la volontà sia di Assad che di Erdogan di precipitarsi in alcune aree lasciate dai curdi. Il primo vuole riprendere regioni che erano state perse con la guerra, in modo da velocizzare i piani di riunificazione del paese, il secondo vuole invece incrementare la fascia di sicurezza anti curda.

La prima area contesa potrebbe essere quella di Manbji: città a maggioranza araba, dall’agosto 2016 essa si trova sotto occupazione delle Sdf, che l’hanno strappata all’Isis al termine di una lunga avanzata (ma anche di una sospetta ordinata ritirata delle forze del califfato). Le ultime notizie danno i soldati siriani oramai ben presenti nelle campagne circostanti la città e, nella mattinata inoltrata di oggi, sono iniziate ad apparire su Twitter le prime immagini di mezzi siriani all’ingresso della città.


Difficile però dire che Damasco abbia già o meno proceduto con l’occupazione di tutte le aree nevralgiche della zona. Anche perché, contestualmente, sempre sui social sono apparsi video di miliziani dell’Fsa filo turchi in preparazione, con tanto di divise ed armi nuove, nella zona di Jarabulus.


Quest’ultima è una cittadina sotto controllo dell’Esercito siriano libero da fine 2016 ed è da qui che si potrebbero muovere i miliziani appoggiati da Ankara per prendere Manbji. Sembra una vera corsa contro il tempo: Damasco ha la necessità di evitare ulteriori scontri nell’area, prendendo il prima possibile questa città.

La situazione al di là dell’Eufrate

E mentre nel Rojava i turchi per adesso sembrano far avanzare le milizie dell’Esercito siriano libero attorno a Tal Abyad, la cittadina più importante del nord della Siria per adesso in mano ad Ankara ed ai suoi alleati, nella provincia di Al Hasakah da domenica sera si è iniziato ad assistere al riposizionamento delle truppe siriane nei centri più importanti. Sia nello stesso capoluogo omonimo che a Qamishli, la città curdo siriana più grande ed importante, l’esercito di Damasco ha già ripreso possesso del territorio. Per la verità, grazie ad accordi stabiliti negli anni scorsi, qui le forze lealiste non sono mai andate via controllando però solo alcuni presidi militari ed attestandosi nelle periferie. L’accordo delle scorse ore tra Damasco ed Sdf, ha previsto invece adesso il repentino totale controllo da parte dell’esercito siriano. Su Twitter sono apparse scene di giubilo sia ad Al Hasakah che a Qamishli per l’ingresso delle truppe di Damasco nelle due città.


L’esercito siriano starebbe tornando anche in altre importanti aree a maggioranza arabe dell’est del Paese. Prime truppe sono state avvistate nelle scorse ore al di là dell’Eufrate nella provincia di Raqqa. In particolare, sarebbe già tornata sotto controllo del governo l’area di Tabqa. Si tratta di una zona non solo strategica, bensì anche simbolica: nella locale base militare infatti, nel 2014 si è verificato uno dei più terribili eccidi dell’Isis che, dopo averla espugnata, ha trucidato tutti i soldati siriani che resistevano al suo interno. Riprendere la base di Tabqa per i siriani significa riappropriarsi di uno dei luoghi simbolo della barbarie del Califfato. Nelle prossime ore, l’esercito di Damasco potrebbe virare anche verso Raqqa, altro luogo simbolico visto che la città fino al 2017 è stata capitale dello Stato Islamico.

La tenuta dell’accordo con i curdi, insieme alle reazioni di turchi ed Fsa all’accordo stesso, saranno elementi decisivi per comprendere non solo le evoluzioni del conflitto di queste ore, ma anche in generale l’assetto futuro della Siria.

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Politica
È stata la Cancelliera Merkel a innescare la “bomba” turca
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 11:39:50 +0000

La cancelliera Angela Merkel ha dichiarato che la Germania bloccherà ogni vendita di armi alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, sostenendo la mozione allargata a tutta l’Unione che verrà presto discussa in seno al Consiglio europeo. Ma questo fioco tentativo di salvare la faccia non deve lasciarci dimenticare che è stata proprio lei a innescare la “bomba” turca.

In risposta all’invasione del nord della Siria ordinata dal sultano Erdogan, Norvegia, Finlandia, Svezia, Olanda, Francia e Germania hanno subito annunciato a gran voce l’embargo sulle armi che dovrebbe lanciare un qualche tipo di segnale alla Turchia – che dopo aver stretto già accordi di alto livello per comperare dalla Russia – procede imperterrita nella avanzata entro i 35 chilometri della “fascia cuscinetto” che vuole conquistare. Questa azione dimostrativa e tardiva della Cancelliera, oggi abbracciata anche dall’Italia, non può cancellare il passato che ha sempre visto la Germania in prima linea per aprire all’alleato turco, che oggi si rivela irresponsabile e inadeguato quale membro “strategico” dell’Alleanza Atlantica e rappresentante degli interessi europei.

L’ipocrisia dell’Unione europea e dei “democratici” di tutto il mondo sta lasciando cadere la scure sulla testa di Donald Trump, che nel rispetto della sua campagna elettorale, ha deciso proprio al preludio dell’invasione turca di porre fine all’impegno militare statunitense in quelle cosiddette “guerre senza fine” che l’America ha intrapreso in Medio Oriente. Partendo proprio da quell’inserimento in Siria per combattere allo stesso tempo l’Isis e Bashar al Assad: leader da sempre sgradito alla Casa Bianca.

Ma il tradimento dei curdi, avvenuto attraverso la ritirata dei mille uomini delle forze speciali che stazionavano dell’area interessata dall’offensiva turca, non deve distogliere l’attenzione da chi ha sempre lasciato fare a Erdogan ciò che desiderava: la democratica Germania della cancelliera Angela Merkel che ha sempre “aperto le porte” a Erdogan lì dove c’erano porte e portoni da aprire. Come ricorda La Verità, è stata proprio la Germania, durante l’apice della crisi siriana nel 2015, a proclamare l’apertura delle frontiere senza riserva per consacrarsi come Paese delle “opportunità” di americana memoria. E in questo modo, ha aperto anche le frontiere a tutti i foreign fighters e jihadisti che poi si è scoperto fare su e giù per il Medio Oriente propria attraverso la Turchia. Quella stessa Turchia che oggi minaccia l’Unione europea con l’immigrazione e l’abbandono del suo ruolo di frontiera d’Europa. E fu sempre la Germania che nel 2016 impose all’Europa la ratifica dell’accordo che sotto lo scacco del Sultano versava nelle casse di Ankara ben 6 miliardi di euro per risolvere – in maniera democratica o meno – la questione dei migranti siriani che oggi è diventata l’arma del ricatto per giustificare la sua operazione di “pace” in chiave anti-curda.

La cancelliera Merkel ha sempre protetto, come e dove poteva, Erdogan e gli accordi stretti con Ankara riguardo la scabrosa questione dei migranti. Proprio in queste settimane, il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer, insieme con al commissario Ue all’ immigrazione, il greco Dimitri Avramopoulos, si erano recati in Turchia per rinegoziare la prosecuzione del patto sulla gestione dei migranti generati dalla guerra civile in Siria e dalla guerra allo Stato islamico. E proprio mentre i generali di Ankara pianificavano l’attacco sul territorio siriano da terra e dall’aria, Erdogan stringeva la mano agli emissari europei chiedendo altro denaro per tenere lontani dal Vecchio Continente quei tre milioni di immigrati siriani, mettendo in guardia l’Europa sulla possibilità di aprire quelle frontiere se si dovesse verificare qualche tipo di ritorsione che non si limiti “all’invettiva” nei confronti dell’operazione militare turca.

Una manovra militare che a primavera potrebbe non essere ancora terminata, e che fino ad allora potrebbe servare una nuova crisi umanitaria, una pericolosa pulizia etnica nei confronti della popolazione curda, e un bagno di sangue per i civili e per tutte le fazioni che manterranno le posizioni sotto le bombe dei cacciabombardieri turchi.

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Politica
Polonia, vittoria dei sovranisti: Legge e Giustizia verso il 45%
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 11:17:19 +0000

Legge e Giustizia (Pis) ha vinto le consultazioni legislative in Polonia e potrà governare per un secondo mandato. Questo almeno è quanto emerge dai dati ufficiali, basati sul conteggio del 90 per cento dei voti espressi. Il Pis si è aggiudicato, a questo punto dello scrutinio, il 44,5 per cento dei voti (in crescita rispetto al 37 per cento del 2015) mentre Coalizione Civica, la principale formazione dell’opposizione e dall’ideologia liberale, si è fermata al 26 per cento dei consensi. La Sinistra (Lewica), invece, ha ottenuto il 12 per cento dei voti riuscendo così a tornare in Parlamento dopo quattro di assenza e dopo la clamorosa umiliazione delle elezioni del 2015, nelle quali non aveva superato la soglia di sbarramento. Chiudono l’elenco La Coalizione Polacca, un’alleanza di partiti rurali e Partito popolare, con il 8.6 per cento dei suffragi e Confederazione, destra radicale anti-europeista, al 6.7 per cento. L’affluenza ha registrato una forte crescita, in particolar modo nelle regioni occidentali e settentrionali che sono i bastioni delle opposizioni ed ha raggiunto il 61 per cento degli aventi diritto. La soglia di sbarramento era del 5 per cento per i partiti e dell’8 per cento per le coalizioni.

Un successo convincente

I risultati parziali non sembrano lasciare spazio e dubbi e Legge e Giustizia dovrebbe ottenere, a meno di clamorose ed improbabili inversioni di tendenza dell’ultima ora, la maggioranza assoluta dei seggi nel Sejm, la Camera Bassa del Parlamento polacco. Il conteggio ufficiale ha premiato ancor più degli exit-poll il partito di governo che, secondo gli istituti demoscopici, si sarebbe fermato al 43 per cento mentre la Coalizione Civica era data al 27 per cento dei voti. Jaroslaw Kaczynski, leader del Pis, ha proclamato il movimento, nel corso di un evento svoltosi nella serata a Varsavia, come vincitore delle elezioni ed ha affermato che il partito, pur avendo ottenuto molti voti, avrebbe meritato ancora di più.

La vittoria di Legge e Giustizia è dovuta anche all’introduzione di una serie di popolari programmi di supporto sociale, come un mini stipendio mensile di 113 euro dato alle famiglie per ogni figlio ed una serie di impegnative promesse elettorali: dalle visite mediche gratuite per gli over 40 all’aumento dei salari minimi e delle pensioni. Hanno pesato, di certo, anche i toni nazionalisti e conservatori con cui il Pis ha condotto la campagna e con i quali è riuscito a mobilitare la sua base elettorale, concentrata nelle regioni orientali e nelle aree rurali del Paese. La possibilità di governare per un nuovo mandato senza necessità di alleati, proprio come nel primo, è destinata ad accendere nuovi conflitti con Bruxelles che ha espresso più di qualche critica alla riforma del sistema giudiziario polacco. Secondo le istituzioni europee, infatti, questa riforma metterebbe a rischio l’indipendenza dei giudici. Bisognerà poi vedere se Legge e Giustizia riuscirà ad introdurre le tante misure di welfare annunciate senza compromettere lo stato delle finanze pubbliche del Paese. La Polonia vive una fase di forte espansione della sua economia e anche questo fattore ha inciso, grazie ai benefici sentiti da molti cittadini polacchi, sulla popolarità del Pis.

I problemi dell’opposizione

Le buone notizie per l’opposizione potrebbero giungere solamente dal Senato polacco. La Camera più debole, che ha una capacità di veto provvisorio alle proposte legislative del Sejm, elegge i suoi cento senatori con un sistema maggioritario basato sui collegi. Qui l’opposizione ha presentato candidati unitari, anche se potrebbe comunque non bastare. Le prospettive per Coalizione Civica non sono buone ed il movimento europeista, fondato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sembra destinato ad altri quattro anni di marginalità. La Sinistra è invece galvanizzata dal ritorno in Parlamento e dalla possibilità di tornare a far sentire la propria voce in sede legislativa, ma continua a contare molto poco nelle dinamiche politiche del Paese e non si intravede una strada che possa portarla a tornare ad essere forza alternativa di governo. La narrativa liberale e progressista sembra non convincere buona parte dell’elettorato, sedotto anche dal welfare generoso e dai toni nazionalisti di Legge e Giustizia. Non si può escludere, infine, che Confederazione possa schierarsi dalla parte del Pis, che supera a destra e contribuire ad allargare ancora di più il perimetro della maggioranza.

L’alleanza tra Budapest e Varsavia sembra destinata a saldarsi ancora di più nei prossimi anni ed il fronte conservatore ed euroscettico, molto radicato in Europa Centrale, potrebbe trarre nuova linfa vitale dall’esito delle consultazioni polacche. Il vento del sovranismo rischia di trasformarsi, nel prossimo futuro, in una tempesta poderosa che potrebbe travolgere molte altre nazioni europee e giungere fino a Bruxelles. Il peso della Polonia, nell’ambito delle istituzioni europee, è infatti consistente e Kaczynski reclamerà, per il suo movimento, un’influenza ed un ruolo sempre maggiori.

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Politica
Ungheria, sconfitta per Orban: l’opposizione conquista Budapest
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 10:48:45 +0000

Viktor Orban, per una volta, non sorride. Le elezioni locali in Ungheria, infatti, si sono concluse con un risultato clamoroso e poco incoraggiante per il suo movimento conservatore, Fidesz, ormai al potere dal 2010. L’opposizione è riuscita a vincere a Budapest, capitale politica, economica, culturale e città più popolosa del Paese, con un milione ed ottocentomila residenti, unendosi dietro al verde Gergely Karacsony. Quest’ultimo ha ottenuto, con l’ 81 per cento dei voti scrutinati, il 50.6 per cento dei consensi battendo Istvan Tarlos, sindaco uscente e membro di Fidesz, che si è fermato al 44 per cento dei suffragi. L’opposizione dovrebbe riuscire ad ottenere la maggioranza dei seggi nell’Assemblea Municipale della città ed i suoi candidati dovrebbero prevalere, secondo i risultati preliminari, in almeno 10 delle 23 principali città ungheresi tra cui Pecs e Szeged. Il premier Viktor Orban ha accettato la sconfitta nella capitale e si è reso disponibile a cooperare con la nuova amministrazione che andrà ad insediarsi.

Una sconfitta parziale

Le consultazioni locali, pur penalizzando il partito di Orban, non mettono a rischio l’esecutivo nazionale. Fidesz ha una consistente maggioranza parlamentare, che raggiunge due terzi dei seggi grazie all’alleanza con i cristiano-democratici del Kdnp e rimane molto popolare nelle aree rurali del Paese. Non sono previste elezioni legislative sino al 2022 e negli ultimi sondaggi il partito di governo è stimato tra il 52 ed il 54 per cento dei consensi con un vantaggio colossale sui suoi inseguitori più immediati, la Colazione Democratica di centro-sinistra ed il Momentum Movement di centro fermi rispettivamente all’undici ed al dieci per cento dei voti. L’elettorato ungherese , nel suo insieme, sembra così intenzionato nel continuare a dare fiducia al premier ed al suo programma sovranista e conservatore: dalla totale chiusura all’immigrazione ai riferimenti ai valori cristiani, dall’approccio duro in materia di legge ed ordine alle posizioni critiche assunte nei confronti di Bruxelles. Più volte, infatti, l’Unione europea si è scagliata contro l’esecutivo ungherese, accusato di controllare ed orientare i mass media del Paese e di avere un approccio illiberale alla gestione della cosa pubblica. Lo stesso Orban, in passato, ha teorizzato il concetto di democrazia illiberale: uno Stato forte dove i controlli esterni sull’apparato di governo sono più deboli e limitati. L’economia ungherese è in una fase di espansione, con una crescita prevista al 3,9 per cento nel 2019 ed al 3,3 per cento al 2020 e questo fattore continua a rivelarsi molto importante per le buone performance del movimento Fidesz. Una contrazione potrebbe, infatti, generare più di qualche problema all’esecutivo.

La strategia dell’opposizione

Gli oppositori di Viktor Orban potrebbero aver trovato una formula magica per sconfiggere il carismatico leader magiaro: unirsi dietro un unico candidato e provare a superare le proprie differenze. Questa strategia ha avuto successo a Budapest dove Karacsony ha potuto godere del sostegno di un vasto schieramento che andava dal suo partito verde Dialogo per l’Ungheria alla Coalizione Democratica, dal Momentum Movement ai Socialist per concludere con i progressisti di Politics Can be Different. Persino l’ex ultradestra di Jobbik, ora schierata su posizioni conservatrici più moderate,  ha deciso di supportare Karacsony ritenendo che l’unico modo di sconfiggere Fidesz fosse quello di presentare un unico candidato. Il modello Budapest potrebbe, però, essere più complesso da replicare su scala nazionale dove i programmi politici dei diversi schieramenti potrebbero differenziarsi ancora di più. Sembra difficile immaginare, ad esempio, che un elettore di Jobbik possa supportare un candidato dei Socialisti e viceversa. Il Parlamento monocamerale di Budapest ha 199 seggi: 103 vengono eletti in collegi uninominali con il sistema anglosassone del First pass the Post mentre gli altri 96 seggi sono assegnati con un sistema proporzionale. In particolar modo nei collegi, dunque, sarà necessario, per l’opposizione, presentarsi unita e scegliere dei candidati credibili se vorrà sperare, nel lontano 2022, di insidiare il partito di governo. Fino ad allora Viktor Orban avrà modo e tempo di pianificare strategie politiche che gli consentano di vincere anche le future consultazioni.

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Politica
Trudeau non è più al sicuro: testa a testa con il conservatore Scheer
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 10:32:26 +0000

Con lo straordinario successo del 2015, Justin Trudeau era riuscito a risollevare le sorti del Partito Liberale, a conquistare il governo del Canada e a diventare uno dei leader internazionali più conosciuti e ammirati. Una sequenza di mosse ben orchestrate gli avevano permesso di mettere in luce la sua immagine di giovane leader di un paese aperto e avanzato e di diventare un modello per il “liberal” di tutto il mondo.

L’inconsueto, per il Canada, ruolo di leader carismatico si è però presto scontrato con cambiamenti piuttosto rilevanti nella scena mondiale. L’elezione di Donald Trump e le recenti guerre commerciali hanno messo Ottawa nella scomoda situazione di doversi smarcare in maniera piuttosto plateale dal potente vicino meridionale, trovandosi spesso in maggior sintonia con l’Unione europea. Sintonia tramutata in pratica quando nel 2017 fu siglato il Ceta, accordo di libero scambio tra Canada e Ue, in netto contrasto con le politiche di Washington volte ad un superamento del Nafta, accordo di libero scambio tra Usa, Canada e Messico.

Il Canada resta comunque un’isola felice rispetto alla crisi politica che ha investito gran parte delle democrazie occidentali e Trudeau ha dimostrato di capire la necessità di investire nella classe media e in coloro che cercano di raggiungerla, evitando fino ad ora la nascita di movimenti e leader politici particolarmente radicali o divisivi. Ciò traspare anche dai recenti dibattiti televisivi che anticipano le elezioni federali previste tra poco più di una settimana e che vengono tenuti separatamente nelle due lingue ufficiali del paese, inglese e francese.

Le tematiche principali intorno alle quali hanno dibattuto il premier uscente e il candidato conservatore Scheer hanno riguardato la spesa pubblica, le tasse e il clima, ma non è mancato più di un accenno alla questione dell’immigrazione. Nonostante il Canada abbia un sistema di politiche migratorie ben funzionanti, sul quale si base in parte sia la buona performance economica che l’identità stessa del paese, alcune voci si sono recentemente sollevate contro l’accesso poco controllato di migranti arrivati via terra dagli Stati Uniti.

Scheer ha infatti promesso di limitare tali ingressi, difendendo il sistema di accesso legale al paese, il quale permette una gestione complessiva dei flussi migratori in termini economici e di inserimento lavorativo nel paese.

Se quindi, per molti canadesi, le politiche di accoglienza non sono minimamente in dubbio, per molti, soprattutto nel battagliero Québec, va preservato a tutti i costi il sistema di ingresso legale nel Paese, evitando scorciatoie. Va detto che qualche voce più radicale, sull’onda di altri paesi, sta nascendo anche in Canada, ma al momento appare lontana dal divenire maggioritaria e si rifa principalmente al candidato del People’s Party Maxime Bernier.

Più numerosi invece sono coloro che attaccano Trudeau sulla questione climatica, accusando l’attuale governo di non fare abbastanza e rinfacciando la nazionalizzazione dell’oleodotto Trans Mountain. Su queste tematiche si sono giocati gran parte degli interventi di Jagmeet Singh, candidato del Nuovo Partito Democratico, e di Elizabeth May dei Verdi.

E, paradossalmente, è proprio relativamente ad alcuni cavalli di battaglia fondanti della propria immagine di leader aperto e paladino dei diritti e del clima che Trudeau si trova in maggiori difficoltà. All’inizio dell’estate infatti, è stata divulgata una sua immagine risalente a parecchi anni fa che lo ritrae ad una festa in maschera con il volto dipinto di nero. Tale immagine è stata immediatamente ripresa da tutti i media e ha fatto moltissimo scalpore, venendo associata alla cosiddetta “blackface”, immagine stereotipata delle persone di colore che è considerata universalmente come rappresentazione razzista. Quest’involontario scivolone ha colpito Trudeau sul suo stesso terreno ed è stato un vero autogol mediatico.

Ma il caso che più ha messo a rischio una rielezione che veniva data per certa è scoppiato all’inizio del 2019 quando il governo è stato accusato di aver esercitato pressioni nel processo alla società di ingegneria del Québec SNC-Lavalin, sospettata di aver pagato tangenti in alcuni contratti con la Libia.

L’ex ministra della Giustizia Jody Wilson-Raybould accusò l’entourage del primo ministro di aver agito in maniera inappropriata chiedendole di intervenire nel procedimento giudiziario che avrebbe messo a serio rischio l’attività della società con sede a Montreal.

Lo scandalo per poco non fece cadere il governo e tuttora rappresenta un ostacolo rilevante nella corsa alla rielezione di un giovane leader che fino ad allora non aveva sbagliato nulla e godeva della fiducia dei suoi concittadini.

Quel che è certo è che, seppur appannato, il richiamo mediatico di Trudeau rimane forte e molto si giocherà sulla sua capacità di convincere gli elettori di essere ancora un capo di governo credibile e capace di portare avanti la battaglia contro i cambiamenti climatici e il mantenimento dell’equilibrio tra apertura al mondo e protezione degli interessi economici e strategici nazionali.

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Guerra
Gas e petrolio: il piano della Russia per confermarsi superpotenza
Data articolo:Mon, 14 Oct 2019 10:14:41 +0000

Aprile 2006. L’agenzia russa Novosti rende pubblico che aerei militari russi hanno violato, inosservati, lo spazio aereo statunitense nella zona dell’Artico. I velivoli non rilevati erano un Tu-160 (codice Nato Blackjack) e un Tu-95 (codice Nato Bear) che hanno eseguito indisturbati quattro lanci missilistici simulati.

A onor del vero vi erano stati dei precedenti simili. Nel novembre del 2000, la portaerei Uss Kitty Hawk in navigazione nel Mar del Giappone, era stata sorvolata per ben due volte da una formazione non rilevata di velivoli russi Su-24MR scortati da Su-27. La grande unità americana si stava rifornendo di carburante da un’unità di supporto logistico, dimostrando secondo alcuni un’allarmante mancanza di vigilanza e disciplina, secondo altri una vulnerabilità provocata da nuove tecnologie. Alla base di queste “sorprese”, infatti , vi sarebbe la tecnologia del plasma-steath, cioè la capacità, tramite un generatore di plasma installato a bordo, di generare una nube di gas ionizzato che avvolge completamente l’aereo in volo rendendolo invisibile ai radar. Sebbene il principio sia noto da tempo (è lo stesso che rende impossibili le comunicazioni terra-bordo-terra nei veicoli spaziali in fase di rientro) e molti tecnici siano scettici sul suo effettivo uso operativo a causa dei problemi di peso del generatore ma anche di affidabilità e notevoli necessità energetiche, Anatoly Koroteyev (a capo del centro di ricerca Keddish che avrebbe messo a punto la tecnologia) sostiene da tempo di aver superato i problemi riscontrati in passato, con particolare riguardo ai disturbi che la nube di plasma arrecava al funzionamento dei sistemi elettronici di bordo, radar e comunicazioni compresi.

Che questa tecnologia fosse credibile (ricerche in merito sono condotte da tempo presso tutti i paesi tecnologicamente avanzati) lo ammettono anche i servizi di informazioni occidentali (tra l’altro apparizioni “improvvise” di velivoli russi si sono riscontrate anche nello scenario siriano), ma ciò che li ha allarmati di più è stata la dichiarazione della Novosti secondo la quale la Russia era pronta ad offrire il generatore di plasma-stealth per l’esportazione. Questo non è avvenuto, perché non era più necessario vendere questa preziosa tecnologia per acquisire valuta pregiata. Infatti i livelli di esportazione di petrolio e gas naturale hanno consentito alla Russia di salire al quarto posto tra i detentori di riserve auree, trattenendo una tecnologia che, comunque, secondo test condotti anche in occidente dovrebbe avviarsi verso la terza generazione con lo scopo di ridurre il peso del generatore e i livelli di energia richiesta per la “nube” ricorrendo anche all’energia elettrostatica. Appare chiaro come i livelli di produzione/esportazione di prodotti energetici hanno consentito alla Russia di primeggiare nel settore a livello internazionale, e di investire risorse nell’apparato militare.

La Russia e i suoi prodotti energetici

Per quanto Putin si sia dimostrato in grado di attuare politiche efficaci e cambiamenti strategici nel settore energetico ben più efficienti dei suoi predecessori, la sostenibilità a lungo termine del modello di dipendenza quasi totale dai prodotti energetici rimane dubbia. La Russia detiene le maggiori riserve di gas naturale ed è uno dei principali produttori di petrolio. Con l’ascesa al potere di Putin uno dei primi interventi è stato quello di consolidare il settore energetico sotto il controllo statale, invertendo radicalmente le politiche liberali avviate da Gorbachev negli anni ’80. Conseguentemente la strategia energetica di Mosca è diventata più aggressiva, contribuendo a creare una Russia più forte e stabile.

I ricavi sono aumentati grazie ai prezzi elevati dei prodotti energetici agli inizi degli anni 2000, e in questo modo la Russia aveva notevoli quantità di danaro da immettere nel settore economico, industriale e militare. Nonostante i notevoli introiti, con metà del bilancio russo proveniente da entrate energetiche (di cui l’80% di petrolio e il 20% di gas naturale), col tempo la principale preoccupazione di Mosca è diventata la sua vulnerabilità alle fluttuazioni del mercato dell’energia. Nonostante la retorica sulla modernizzazione e la diversificazione, la dipendenza della Russia dalle risorse energetiche è rimasta immutata. Nel 2015 il primo ministro Dmitri Medvedev ha chiarito la centralità del settore energetico per le fortune economiche della Russia dichiarando che “Il complesso combustibili/energia rappresenta oltre un quarto del Pil, quasi il 30%, oltre i due terzi dei proventi delle esportazioni e un quarto degli investimenti totali”.

Come conseguenza la Russia è stata la più colpita tra gli stati del G20 dalla crisi globale del 2008, quando i prezzi del petrolio sono crollati. Non solo. La crisi è stata notevolmente più complessa poiché al crollo dei prezzi del settore energetico si sono associati il crollo del valore del rublo e l’impatto delle sanzioni occidentali. Dopo un decennio di forti esportazioni e relative entrate, gli introiti hanno iniziato a diminuire per il calo dei prezzi dei prodotti energetici, e il futuro della Russia come forza dominante nel settore sembrava in discussione. A ciò si aggiunga la diminuzione della dipendenza dell’Europa dai prodotti energetici russi: le carenze di gas verificatesi durante le crisi russo-ucraine del 2006 e del 2009 sono state un campanello d’allarme per le nazioni europee relativamente alla loro dipendenza dal gas naturale russo. Quindi sia autonomamente sia come Unione europea i paesi in questione hanno iniziato a sviluppare strategie alternative per mitigare sia la vulnerabilità dell’Europa alle controversie tra Mosca e gli stati di transito intermedio, sia la sua generale dipendenza dalle forniture russe (lo sviluppo di impianti di stoccaggio di gas naturale allo stato liquido è una di queste soluzioni). Altri sforzi della Ue hanno reso sempre più difficile per Mosca utilizzare i prezzi del gas naturale come strumento di politica estera (alcuni stati si vedevano premiati per legami più stretti con Mosca con prezzi bassi, mentre altri si vedevano aumentare i prezzi).

I tentativi della Russia di abbandonare la dipendenza dalle esportazioni di energia concentrandosi sullo sviluppo industriale e sulla vendita di sistemi d’arma hanno avuto un successo marginale, e il paese rimane legato al settore energetico. La Russia utilizza le esportazioni sia come strumento di politica estera sia come tradizionale fonte di entrate, ma spesso in modo contraddittorio: per utilizzare l’energia quale strumento di politica estera Mosca deve essere in grado di incrementare o diminuire i prezzi o addirittura di minacciare di tagliare le forniture.

Qualche considerazione sull’export di sistemi d’arma

Nei discorsi di Putin non mancano mai i richiami al nazionalismo patriottico per una Russia più forte militarmente e più aggressiva sui mercati internazionali per far sentire il suo peso di grande potenza. Le risorse energetiche hanno consentito di sviluppare un’industria della difesa ad alta intensità tecnologica, con una conseguente posizione di leadership mondiale anche nelle vendite all’estero. Le vendite di armi comportano molto di più che semplici introiti finanziari. Sono uno strumento di vera e propria politica estera per esercitare influenze e cambiare le dinamiche di equilibrio di intere regioni. In un discorso del luglio 2012, Putin ha affermato che le esportazioni di sistemi d’arma sono “uno strumento efficace per incrementare gli interessi nazionali, sia politici che economici”. In particolare, nell’area Mena (Middle East and North Africa) Mosca ha fatto passi da gigante nella vendita di armi da quando Putin è salito al potere. Sebbene secondo gli analisti occidentali anche i sistemi d’arma più avanzati usati in Siria non possono essere giudicati completamente (poiché non hanno incontrato una reale opposizione, e pertanto non se ne possono valutare le prestazioni in uno scenario operativo complesso), bisogna ammettere che le armi russe di ultima generazione sono ben progettate, spesso alla pari di quelle occidentali e spesso più convenienti. I paesi occidentali, per vari motivi, negano l’accesso alle proprie tecnologie militari a molti paesi della regione, che quindi si rivolgono alla Russia.

A parte i clienti tradizionali dell’area Mena (Iran, Siria, Egitto) la Russia ha venduto armi a paesi tradizionalmente più vicini all’occidente come il Marocco e, caso ancora più eclatante, alla Turchia. Gli analisti considerano l’espansione della vendita di armi russe nell’area Mena come una delle sfide agli interessi occidentali in questa regione anche negli anni a venire. Negli ultimi anni l’area Mena è emersa come il secondo mercato di armi più importante per la Russia dopo l’Asia, e tra il 2000 e il 2016 un quinto delle esportazioni di sistemi d’arma di Mosca è andato in questa regione. La presa del potere da parte di Putin ha significato un ripristino dell’immagine della Russia come grande potenza in funzione anti-occidentale, riguadagnando influenza politica proprio tramite la vendita di sistemi d’arma per fare della Russia un concorrente dei paesi occidentali (e della Cina) ponendo in costante primo piano gli interessi di Mosca principalmente tramite le armi. Come sottolinea un report del Nato Defense College del 2016, anche se Mosca lascia intendere di raccogliere più successi di quelli che effettivamente ottiene, non vi è dubbio che il Cremlino ha giocato molto bene le sue carte nell’area Mena, e le vendite di armi costituiscono uno strumento efficace della politica estera di Mosca nell’area: i sistemi d’arma russi continuano ad essere molto attraenti per paesi che non possono permettersi o non possono avere tecnologie occidentali di punta, e le vendite della Russia nell’area Mena rimangono un grave problema per gli interessi occidentali.

I prodotti energetici e le ripercussioni sul sistema difesa

Il boom dei valori delle esportazioni di prodotti energetici gettò le basi per il ritorno del complesso militare-industriale russo (Opk, Oboronnyi Promyshlennyi Kompleks) ad un ruolo di primo piano nell’economia e nello sviluppo del paese. Con il crollo degli stanziamenti per la difesa negli anni ’90, l’Opk si era drasticamente ridotto, con le sole esportazioni verso Cina e India che mantenevano a galla molte imprese. Ma dopo le scarse prestazioni delle forze armate russe durante il breve conflitto con la Georgia nel 2008, il governo ha potenziato l’Opk, promuovendo un vasto programma di ammodernamento militare. L’OPK è stato, così, il destinatario di centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni. Nel 2010 la Russia avvia un programma decennale mirante sia all’ammodernamento delle forze armate, sia del relativo complesso industriale, affinché la Russia possa produrre sistemi d’arma moderni anche in futuro. Non a caso nel 2012, il presidente Putin ha espresso la speranza che il programma in questione non solo si traduca in forze armate nazionali più efficaci, ma anche che dia un significativo impulso di modernizzazione all’intera economia.

La natura precisa dell’ampliamento del sistema difesa è contenuta nel programma GPV-2020 (Gosudarstvennaya Programma Vooruzheniya 2020), che contiene le linee guida del programma decennale di riammodernamento su vasta scala del complesso militare russo. La speranza del governo è che il 70% dei sistemi d’arma sarà all’avanguardia quando il GPV-2020 sarà completato. Oltre a sistemi d’arma di ultima generazione e di concezione radicalmente nuova, il GPV-2020 prevede la modernizzazione di alcuni sistemi risalenti all’era sovietica. Nel caso dell’aviazione saranno radicalmente ammodernati gli intercettori MiG-31 e i bombardieri strategici Tu-160, ma anche i più datati Tu-22 e Tu-95.

Va notato che mentre i progressi in alcuni settori hanno incontrato difficoltà e ritardi (come nello sviluppo del velivolo da combattimento di quinta generazione Su-57 – noto come T-50 allo stadio prototipico – e il nuovo carro armato T-14 Armata), il programma ha comunque consentito lo sviluppo di moderni sistemi d’arma che hanno contribuito a un significativo potenziamento delle capacità militari russe. Oltre a potenziare le capacità militari del paese, il ruolo dell’Opk nell’economia russa è cresciuto notevolmente dal 2011. La quota del PIL destinata alla difesa è superiore a quella di ogni singolo paese Nato, così come di Cina, India e Giappone. È quindi chiaro come la rinnovata attenzione per l’industria della difesa ha rafforzato il ruolo dell’Opk nell’economia russa. Ciò non significa che la Russia sia vicina ai budget militari dell’Urss (dove in alcuni casi si toccò il 15% -e oltre- del PIL), tuttavia vi è una tendenza verso un ulteriore incremento della produzione militare qualora l’atmosfera geopolitica non migliorasse. E’ quindi probabile che l’Opk godrà di uno status elevato nella politica economica russa anche negli anni a venire. Come accennato, le decisioni di Putin saranno influenzate dalla percezione della situazione geopolitica. Se prevale l’attuale valutazione russa di una situazione geopolitica ostile a Mosca, è possibile che il leader russo possa scegliere di mantenere i notevoli investimenti militari anche in presenza di una recessione economica. L’annessione della Crimea e il sostegno alle forze separatiste ucraine avranno anche trovato favore in patria, ma hanno provocato sanzioni occidentali che hanno isolato Mosca dai capitali globali e impedito alla sua industria petrolifera di esplorare e sviluppare nuove riserve.

Finora Putin è stato molto abile nel trasformare gli effetti delle sanzioni a proprio vantaggio incolpandole per i problemi economici interni, e anche la caduta dei prezzi del petrolio a partire dal 2014 viene spigata ai russi come un complotto ordito da Usa e Arabia Saudita ai danni delle esportazioni russe. Gli analisti occidentali si chiedono se è possibile per Mosca proseguire questo sforzo con il crollo del prezzo del petrolio: in meno di due anni, tra la prima metà del 2014 e l’inizio del 2016, il greggio degli Urali è passato da 107 a 30 dollari al barile. Comunque sia le compagnie petrolifere russe hanno una motivazione per continuare a produrre, anche a prezzi molto bassi: alcune di loro sono molto indebitate e hanno bisogno di incamerare valuta pregiata, qualsiasi sia il prezzo del greggio, per far fronte ai propri debiti. Inoltre la maggior parte della produzione russa si trova in Siberia occidentale, dove il clima molto rigido rende tecnicamente sconsigliabile l’interruzione della produzione. Va comunque notato che nuovi pozzi sono stati attivati anche in Siberia orientale, ma a costi maggiori a causa di una geologia locale più complessa.

Significativamente le spese militari sono un’area che non è stata tagliata e tra il 2015 e il 2019 si sono attestate intorno al 6% del PIL. Ma la Russia può permettersi di continuare a rafforzare il suo strumento militare anche di fronte alla caduta delle entrate derivanti da petrolio e gas, alla recessione economica e alle crescenti richieste di spesa sociale interna? In che modo i cambiamenti dei prezzi dei prodotti energetici influenzano le capacità della Russia nel proseguire il riarmo che ha rafforzato il suo ruolo internazionale? Appare evidente come gli ambiziosi piani russi di riequipaggiamento delle forze armate mal si conciliano con la crisi economica.

Dopo una crescita annua superiore al 7% nel decennio 1999-2009, la Russia ha rallentato notevolmente la sua crescita che nel 2014 è scesa allo 0,6%. Di conseguenza il crollo del prezzo dei prodotti energetici, gli effetti delle sanzioni occidentali e un rallentamento interno generalizzato, comportarono una dura recessione nel 2015. Mentre alcune aree della spesa pubblica furono tagliate di oltre il 15%, i fondi della difesa hanno subito un decurta mento del 4,5%, ma, significativamente, i fondi per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma non sono stati ridotti, con tagli effettuati in altre aree del settore militare. Anche se l’economia ha continuato a rallentare nel 2016, i finanziamenti militari sono stati protetti dai tagli. La riluttanza di Putin a tagliare le spese destinate alla difesa, anche a fronte di una lunga e grave recessione, mostra l’importanza strategica legata alla ricostruzione delle capacità militari della Russia.

Comunque gli stanziamenti derivanti anche dalle entrate provenienti dalla vendita di idrocarburi, hanno già consentito che le forze armate russe siano significativamente più capaci rispetto agli ultimi vent’anni. Nel corso degli ultimi anni la Russia ha acquisito nuovi sottomarini a propulsione nucleare, missili strategici, centinaia di moderni velivoli da combattimento, elicotteri e mezzi corazzati. Anche se il riequipaggiamento non ha sempre goduto di progressi regolari, il completamento dei programmi doterà la Russia di una forza tra le più efficienti e sofisticate al mondo. Anche se alla fine alcuni tagli sono stati fatti, è probabile che questi riguardino aree particolari nelle quali l’industria e la ricerca russa faticano a fare progressi.

Altri progetti che potrebbero subire ritardi includono i piani per una nuova generazione di bombardieri strategici. A parte alcune rinunce, quindi, anche con un’economia indebolita il governo russo sembra determinato all’aggiornamento delle capacità militari: ciò potrebbe causare un ristagno degli standard di vita, ma sicuramente renderà la Russia un attore militare molto più capace che gli altri paesi dovranno imparare a gestire e affrontare. Tuttavia in un periodo di profonda crisi il mantenimento degli attuali livelli di spesa militare comporterò inevitabili ulteriori tagli alla sanità, istruzione, infrastrutture, servizi sociali, con conseguente dilagare della povertà. Ciò evidentemente minaccia lo sviluppo sociale ed economico della Russia a medio termine, e, di conseguenza, i rapporti del presidente Putin con i suoi concittadini.

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