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News da ilfattoquotidiano.it

#ilfatto #ilfattoquotidiano

Cronaca
Russiagate, servizi italiani: “Mai consegnati cellulari di Joseph Mifsud agli Stati Uniti”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 20:15:44 +0000

I media americani ipotizzano un nesso tra il recente viaggio di William Barr in Italia e la comparsa a Washington di due cellulari appartenuti a Joseph Mifsud, l’uomo al centro della controinchiesta del ministro della giustizia statunitense sul Russiagate. Ma fonti qualificate fonti dei nostri servizi segreti hanno fatto sapere di non aver consegnato alle autorità americane alcun cellulare, ribadendo che nei due incontri con Barr – quello di Ferragosto con il direttore del Dis Gennaro Vecchione e quello del 27 settembre al quale parteciparono anche i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente – agli americani fu detto che le autorità italiane nulla sapevano di Mifsud, che il professore maltese non era un “soggetto d’interesse”, che non aveva mai chiesto protezione ai nostri 007 e che in ogni caso sarebbe stato opportuno avanzare qualsiasi richiesta attraverso i canali ufficiali, ossia tramite rogatoria internazionale.

La notizia che il Dipartimento di Giustizia è in possesso di due BlackBerry appartenuti all’enigmatico professore maltese, al centro dell’intreccio del Russiagate, è emersa due giorni fa. A divulgarla, producendo documenti ufficiali, è stata l’avvocato Sidney Powell, legale del generale Michael Flynn, il primo esponente di alto livello dell’amministrazione Trump a cadere per l’affaire Russiagate: a dicembre del 2017 ammise di aver mentito all’Fbi sui suoi rapporti col governo russo. Nella richiesta presentata alla Corte distrettuale del District of Columbia il 15 ottobre, l’avvocato Powell chiede al Dipartimento di Giustizia (guidato da Barr) di “produrre prove di cui (il Dipartimento) è entrato in possesso solo recentemente”. Di qui l’associazione che alcuni media Usa fanno tra la visita di Barr a Roma e la comparsa improvvisa a Washington dei cellulari di Mifsud. Già ad inizio di ottobre l’intelligence aveva smentito un’altra notizia riportata dai media americani: il DailyBeast aveva scritto infatti che nel corso dell’incontro con Barr gli 007 fecero ascoltare un nastro di Mifsud.

In ogni caso, sulla vicenda dei due incontri tra gli 007 e il ministro statunitense con al centro la figura del professore maltese – docente con un contratto con la Link Campus University di Vincenzo Scotti (che gli ha fornito anche una casa a Roma per alcuni mesi) che dal 2018 sembra sparito nel nulla – riferirà al Copasir nei prossimi giorni – probabilmente già tra mercoledì e giovedì – il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il premier ha già detto in più occasioni di aver agito in maniera corretta: “I vertici dei servizi – ha detto – non hanno mai commesso alcuna anomalia, nessuna scorrettezza. E’ stato fatto tutto in trasparenza, secondo ordinarie e consolidate prassi”.

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Politica
Casapound in piazza con il centrodestra, Salvini: “Aperti a tutti”. Malumori Fi, ma Berlusconi: “Non mi interessa, ci sarò”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 19:54:00 +0000

A meno di due giorni dalla manifestazione in piazza San Giovanni a Roma, è già un caso nel centrodestra la partecipazione di Casapound. Il leader del Carroccio Matteo Salvini, intervenendo da Terni, ha sminuito il problema: “Noi abbiamo aperto la piazza a tutti gli italiani di buona volontà, poi ovviamente la organizza la Lega e sul palco interviene chi decide la Lega. Questo giochino della piazza dei fascisti ormai fa ridere e non ci crede più nessuno”. Più difficile da accettare per Forza Italia. L’ex Cavaliere Silvio Berlusconi infatti, ha detto che parteciperà e interverrà dal palco nonostante per molti dei suoi la presenza del gruppo neofascista è motivo di forte imbarazzo: “Se sabato in piazza c’è Casapound? Non lo so e non mi interessa”, ha dichiarato, “c’è a rischio la libertà e se c’è questo rischio io vado dappertutto”.

Se la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni per ora tace, tra gli azzurri, specialmente gli ‘anti-sovranisti’, già contrari alla partecipazione di Fi e del loro leader a una kermesse “promossa dalla Lega che punta a cannibalizzare Fi”, c’è forte malumore. “È giusto manifestare contro una manovra fatta di tasse e debito pubblico, come quella che le sinistre al governo stanno per infliggere agli italiani”, ha detto la vicepresidente della Camera Mara Carfagna. “Ma ritrovarsi in piazza fianco a fianco con esponenti di estremadestra, che hanno annunciato la propria presenza sabato a San Giovanni, non potrebbe che creare difficoltà in chi, come me, ha vissuto e condiviso la storia e i valori rappresentati negli ultimi 25 anni da Forza Italia. Per questo condivido le perplessità già esposte da autorevoli colleghi e l’invito rivolto al mio partito a riflettere sulla partecipazione a una manifestazione che sta assumendo una connotazione ben distante dalle nostre radici liberali, moderate, riformiste”.

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Politica
Carcere evasori, fonti Chigi dopo tavolo di maggioranza: “C’è intesa”. Ma Italia viva frena: “Non si combatte così chi non paga le tasse”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 18:52:32 +0000

Tensioni nel governo sulle misure del decreto Fisco per combattere l’evasione fiscale. In mattinata il premier Giuseppe Conte ha partecipato a un incontro di maggioranza sui reati fiscali e, al termine, fonti di Palazzo Chigi hanno parlato di clima positivo e di una prima intesa: “Carcere per i ‘grandi evasori’, confisca per sproporzione e inasprimento delle pene”, hanno fatto sapere, “si è raggiunta un’intesa di massima sull’impianto del pacchetto giustizia che farà parte del decreto fiscale in prima istanza o in fase di conversione. Ora si tratta solo di limare i dettagli“. Un passo avanti non condiviso però da tutti, tanto che Italia viva ha replicato ufficiosamente dicendo che l’accordo rivendicato ancora non c’è. “Non è questo il modo per combattere l’evasione”, hanno dichiarato fonti interne, “il miglior modo è non fare più condoni edilizi e fiscali, a differenza di quanto ha fatto il precedente governo. Il carcere già esiste e comunque non si può intervenire in materia penale con decreto. Il Consiglio dei ministri discuta di una legge ad hoc“. Un concetto che ha ripetuto la stessa Maria Elena Boschi a “Stasera Italia”: “Di solito una riforma così non si fa con un decreto legge, ma con un approfondimento in Parlamento. In più abbiamo detto: discutiamone. Siamo favorevoli a rivedere le pene ma senza esagerazioni che sono solo demagogiche”. E ha aggiunto: “Siamo sicuri che sia il metodo migliore per colpire evasione?”.

In realtà i problemi per il premier non si fermano ai rapporti con i renziani. Anche il ministro Luigi Di Maio non ha nascosto malumori su alcuni punti e ha convocato un vertice con i ministri per domani mattina. “Il ministro Di Maio”, hanno detto fonti interne, “vuole fare un punto su temi per noi prioritari e irrinunciabili, come il carcere ai grandi evasori e la confisca, visto che vediamo dei tentennamenti”.

All’incontro della mattina, oltre a Conte, hanno preso parte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5s) e i rappresentanti dei partiti: Pietro Grasso (Leu), Michele Bordo (Pd), Maria Cecilia Guerra (Leu), Giuseppe Cucca (Iv). L’incontro, durato circa due ore, avrebbe definito il metodo da seguire per l’inasprimento del carcere agli evasori, un intervento che il M5s chiede con forza di inserire nel decreto fiscale. Per il momento, come deciso martedì notte in Consiglio dei ministri, si inserisce nel decreto una prima norma, che riguarda un solo reato, la dichiarazione fraudolenta. La disciplina complessiva è invece rinviata al Parlamento, che interverrà con un emendamento, anche per non modificare il codice penale con decreto. Quanto al merito, si è avviata la discussione con l’intesa di proseguire il confronto lunedì. Si discute sia della ipotesi di abbassare le soglie di punibilità e innalzare le pene, sia delle sanzioni accessorie come la confisca e della possibilità di godere di sconti di pena se si restituisce quanto evaso.

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Mondo
Siria, intesa Usa-Turchia per cessate il fuoco. Pence: “Tregua di 120 ore per ritiro dei curdi”. Guerra finita solo se Erdogan avrà ‘safe zone’
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 17:58:53 +0000

Gli Stati Uniti e la Turchia hanno trovato un accordo per un cessate il fuoco in Siria. Lo ha annunciato il vicepresidente americano Mike Pence, che oggi ha incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Lo stop alle operazioni militari durerà 120 ore e avrà lo scopo di consentire ai combattenti curdi di ritirarsi dalla regione di confine, ha detto il numero due di Donald Trump durante una conferenza stampa ad Ankara dopo più di cinque ore di colloqui con il leader turco.

Erdogan è molto vicino a raggiungere l’obiettivo per il quale aveva invaso la Siria: la Turchia, ha spiegato Pence, otterrà una zona di sicurezza concordata con gli Usa di circa 32 km (20 miglia) oltre il suo confine con la Siria. Ovvero quella zona cuscinetto che da tempo Erdogan chiede a Washington e all’Unione europea, minacciando quest’ultima di “aprire le porte ai rifugiati. L’accordo con gli Usa costituisce infatti una solo “pausa” dell’intervento militare, che si trasformerà in una fine definitiva dell’offensiva solo se i curdi si ritireranno interamente, come concordato, ha spiegato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Secondo l’intesa, ha precisato il capo della diplomazia di Ankara, i combattenti curdi dell’Ypg dovranno lasciare la safe zone, essere disarmati e le loro strutture militari distrutte.

“Siamo pronti a rispettare il cessate il fuoco”, ha detto il leader delle Forze Democratiche Siriane Mazloum Kobani in collegamento telefonico sul canale televisivo curdo Ronahi. Kobani ha precisato che la tregua riguarda solo l’area di circa 120 km tra Tal Abyad e Ras al Ayn, al centro dell’offensiva di Ankara, dove verrà creata la zona di sicurezza turca. Per le altre aree del nord della Siria, dove non sono più presenti gli americani ma sono giunte in questi giorni le forze di Damasco e la polizia militare russa, occorreranno altri negoziati. Ulteriori accordi potrebbero quindi essere presi martedì nell’incontro a Sochi tra Erdogan e quello russo Vladimir Putin.

L’intesa raggiunta ad Ankara comprende anche la questione delle sanzioni imposte da Washington ad Ankara, che saranno tolte appena il cessate il fuoco diventerà permanente. Nell’attesa della fine definitiva delle operazioni militari non verranno inoltre imposte nuove misure, ha spiegato Pence. Mentre Cavusoglu ha aggiunto che, alla luce del raggiungimento dell’accordo, la visita di Erdogan il 13 novembre alla Casa Bianca su invito del presidente americano Trump è confermata.

Il presidente degli Stati Uniti esulta: “Questo è un grande giorno per la civiltà – scrive il presidente degli Stati Uniti su Twitter – Sono orgoglioso degli Stati Uniti per essermi rimasti fedeli nel seguire un percorso necessario, anche se non convenzionale”. “La gente ha provato a fare questo ‘accordo’ per molti anni. Milioni di vite saranno salvate. Congratulazioni a tutti”, ha aggiunto.

I curdi siriani “sono stati grandi” e sono “incredibilmente felici di questa soluzione”, ha affermato Trump parlando in Texas. “Abbiamo ottenuto tutto quello che potevamo sognare”, ha aggiunto. Quanto a Erdogan, “è un vero leader, un uomo duro, un uomo forte e ha fatto la cosa giusta”, ha detto il presidente Usa, confermando che il leader turco sarà a Washington in visita il mese prossimo.

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Cinema
“Motherless Brooklyn – I segreti di una città”, il ritorno di Edward Norton che recita e dirige un noir in una New York schizofrenica
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 17:30:13 +0000

Orfani ma figli di una metropoli perennemente mutante, gli abitanti della New York a fine Anni 50 gravitano sull’orlo di una svolta necessaria per dimenticare guerre e crack finanziari. C’è chi se ne approfitta – come il cinico magnate Moses Randolph, semi-padrone della città – e chi vi galleggia come Lionel Essrog, detective privato affetto dalla sindrome di Tourette. Il suo cervello, “che contiene una parte anarchica incontrollabile” sembra specchiare la schizofrenia della Grande Mela, folle e geniale insieme, capace d’intuizioni lungimiranti come di cadute rovinose. E così, su ritmi jazzy più o meno riusciti, funziona anche il noir Motherless Brooklyn – I segreti di una città, lungometraggio d’apertura della 14° Festa del Cinema di Roma, scritto e diretto da Edward Norton, che ha scelto di vestire anche i panni dello svitato Lionel.

Il grande attore americano, protagonista domani di uno degli attesi Incontri Ravvicinati (appuntamenti fortemente voluti da Antonio Mondagiunto al suo quinto anno da direttore artistico della Festa) ha liberamente adattato per il cinema l’omonimo romanzo del 1999 di Jonathan Lethem (presto premiato in Italia con il Raymond Chandler Award al Noir in Festival) con la dichiarata volontà di estrarne l’amara contemporaneità statunitense, laddove il self-made Moses Randolph ha più di un punto in comune con Donald Trump. “Se avete notato attinenze

alla nostra attualità mi fa piacere. Certamente non voglio banalizzare, ma questo meccanismo criminale di presa del potere è ormai consolidato nei Paesi fondati su democrazie liberali in cui – virtualmente – il potere è nelle mani della gente che vota. Lì si insinua l’eterna sfida con chi riesce ad impadronirsi di tutto, istituendo finte democrazie basate sull’inganno”.

La lettura fatta da Norton del romanzo di Lethem risale alla sua uscita, dunque 20 anni fa – esattamente come il suo exploit da interprete in Fight Club, ma anche il suo esordio in regia con Tentazioni d’amore–, una vera folgorazione per l’attore-regista che, per adattarlo cinematograficamente, ha impiegato ben 10 anni fra riflessioni, riletture e stesure. Perché Edward è un perfezionista, tanto nei ruoli che sceglie di interpretare (“non mi do pace se non a presunta perfezione raggiunta”) quanto nelle parole distillate per il testo da sceneggiare. “Ho parlato del mio progetto a Jonathan, scrittore straordinario e molto interessato al cinema, confidandogli la mia intenzione di intensificare la tessitura del plot a partire dal nucleo emotivo che risiede nel ritratto di Lionel; il libro, di fatto, è più un portrait di questo originale protagonista che non una narrazione di trame”.

Indubbiamente Motherless Brooklyn assomiglia a un vero puzzle da risolvere a partire da un caos iniziale in cui la mente contorta di Lionel, che si trova a custodire gli ultimi respiri dell’amico e mentore Frank Minna (Bruce Willis) ucciso davanti ai suoi occhi, è costretta a orientarsi. Da qui parte una vera crociata da parte del giovane uomo, capace suo malgrado di scoprire trame criminali ben più profonde dell’apparenza. Il suo cervello “malato” è in realtà un dispositivo formidabile per mettere insieme le schegge impazzite di questa New York facile preda di pochi, mentre là fuori un’umanità multietnica – a partire dai blacks di Harlem – viene regolarmente espropriata dalle proprie case a causa delle avide “mani sulla città” di Randolph (Alec Baldwin) che vuole trasformare la metropoli snaturandola fra parchi forzati e autostrade costose. Parallelamente il gangster deve tenere a bada segreti familiari composti dal fratello diseredato Paul (Willem Dafoe) e dalla misteriosa nonché affascinante Laura Rose (la bellissima attrice inglese Gugu Mbatha-Raw).

Ma al di là degli intrighi facilmente riconducibili alla solita lotta fra il bene e il male in un’epoca di evidenti contraddizioni, ciò che rende il film più interessante è il suo sfondo musicale, con arie di cool jazz che sottendono le sequenze, quando non ne sono assolute protagoniste nei locali di Harlem. La colonna sonora è di fatto un valore sostanziale di Motherless Brooklyn: composta dal talentuoso britannico Daniel Pemberton, si avvale di un pezzo scritto e interpretato appositamente da Thom Yorke, Daily Battles. Un film dalla musica terapeutica (si intona ai ritmi folli della mente di Lionel calmandone le distonie) se non addirittura salvifica, laddove una tromba vale più di una pistola. Il film sarà nelle sale italiane dal 7 novembre, distribuito da Warner Bros.

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Scuola
Appalti storici, 11.263 collaboratori scolastici stabilizzati tramite graduatoria per titoli
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 17:29:40 +0000

Sono 11.263 i collaboratori scolastici che presto verranno stabilizzati attraverso una procedura semplificata che non prevede un colloquio. Si tratta dell’internalizzazione degli appalti storici, le cosiddette ex Lsu (lavori socialmente utili). La loro assunzione è stata prevista da un decreto legge varato dal governo il 10 ottobre. Le selezioni avverranno a livello provinciale e saranno finalizzate ad assumere nella scuola, a decorrere dal 1 gennaio 2020, il personale impegnato per almeno dieci anni, anche non continuativi, purché includano il 2018 e il 2019, presso le istituzioni scolastiche ed educative statali. Saranno esclusi dall’assunzione i soggetti che abbiano commesso reati in relazione al proprio stato di tossicodipendenza e coloro che siano stati condannati per reati che comportano la perdita della potestà genitoriale ma anche chi ha avuto l’interdizione temporanea dai pubblici uffici.

Soddisfatti, almeno in parte, le organizzazioni sindacali. Francesco Sinopoli, segretario della Flc Cgil, commenta così la notizia: “L’internalizzazione dei lavoratori ex Lsu e appalti storici nell’organico della scuola è un provvedimento che risponde ad una nostra storica rivendicazione. Per questo non possiamo che salutarla come un nostro risultato. Ne guadagnerà sicuramente la qualità del servizio, grazie alla stabilità e continuità del rapporto di lavoro. Condivisibile anche la procedura di immissione in ruolo semplificata tramite graduatoria per titoli che è propria dei collaboratori scolastici”.

Resta in ogni caso il problema di coloro che saranno esclusi: “Occorre tuttavia garantire – spiega Sinopoli – la continuità del rapporto di lavoro e di reddito anche per i lavoratori che non saranno internalizzati: per questo chiediamo una regia della stessa presidenza del Consiglio che si faccia carico anche dei lavoratori che, non entrando nei ruoli della scuola, le ditte appaltatrici minacciano di licenziare. Di pari passo dovranno essere inserite in manovra misure per un piano straordinario di stabilizzazione per coprire gli oltre 20mila posti Ata coperti da altrettanti supplenti”.

A lui fa eco la segreteria della Cisl Scuola: “È una sorta di assunzione quasi diretta senza nemmeno una prova orale. È una formula per essere in regola con le norme costituzionali. Non è una prova selettiva. La platea pare che siano quasi di 17mila persone. Si dovrà fare una scelta tra coloro che hanno il titolo o non l’hanno ancora. La massa che non sarà assorbita non può restare per strada: fino ad oggi rientrava in un impegno che veniva affidato alle cooperative che si vedranno svuotate le loro casse. È un’azione che non deve essere sottovalutata. In alcune aree del Paese le Lsu sono state composte e ricomposte, sono stati spezzettati gli orari. Nella scuola servono tanti collaboratori scolastici ma ci sono anche le graduatorie da cui attingere. Non è da quel versante che vanno solo assunti. Andrebbe regolamentata una stabilizzazione ma devono arrivare da altri canali. C’è una platea in attesa che non c’entra con questi 11.263”.

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Zonaeuro
Brexit, la frontiera tra Ulster e Irlanda (che resta in Ue) “si sposta” in mare e nuovo regime per l’Iva: ecco cosa prevede il nuovo accordo
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 17:21:21 +0000

L’accordo è raggiunto. Il Consiglio europeo l’ha approvato nel pomeriggio, sabato toccherà al Parlamento britannico. Cosa prevede l’intesa sull’uscita del Regno Unito dall’Ue annunciata questa mattina da Boris Johnson e Jean-Claude Juncker che entrerà in vigore al termine del periodo di transizione a fine dicembre 2020? Due le novità principali: la frontiera tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda che si sposta in mare e un nuovo regime sull’Iva.

L’accordo prevede che il Regno Unito lascerà l’unione doganale e in futuro sarà libera di stringere accordi con altri Paesi. Nascerà una barriera doganale tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, che resta nell’Ue, ma in pratica la barriera sorgerà nel mare che divide le due entità geografiche, la Gran Bretagna e l’isola d’Irlanda.

I dazi sui beni che arrivano in Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna non dovranno essere pagati automaticamente, ma ovunque esista la possibilità che una merce possa essere successivamente trasportata nella Repubblica d’Irlanda (che fa parte dell’unione doganale europea e, quindi, nell’Ue) scatterà il dazio. Praticamente, spiega la Bbc, funzionerà in questo modo: quando una merce che arriva dall’Inghilterra viene trasportata via mare in Ulster, la società a cui è destinato paga una tassa. Se la merce resta in Irlanda del Nord, dopo un certo periodo di tempo la società viene rimborsata. In caso contrario (cioè se il bene finisce in Irlanda) no.

Il vantaggio principale di questa soluzione è che non esisteranno controlli alla frontiera terrestre tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Le aziende e gli agricoltori dell’Ulster seguiranno le norme doganali e regolamentari dell’Ue, il che significa che i prodotti dell’Irlanda del Nord dai macchinari al latte possono attraversare il confine senza passare attraverso alcun controllo.

Una commissione bipartisan composta da rappresentati del Regno Unito e dell’Unione europea compilerà in un momento successivo la lista dei beni che verranno sottoposti a questo regime. Che verrà applicato solo alle società: non ci sarà alcun controllo sui bagagli e il regime non si applicherà alle persone che inviano beni ad altre persone. La commissione delibererà anche sul limite massimo dei sussidi che il governo potrà accordare agli agricoltori dell’Irlanda del Nord. la cifrà verrà calcolata sui fondi che questi ultimi attualmente ricevono dalla politica agricola comune dell’Ue.

L’accordo prevede che dopo 4 anni dall’entrata in vigore di questo regime il Parlamento nordirlandese possa esprimersi sulle frontiere e le regole alla base dei finanziamenti statali. Se la Northern Ireland Assembly dovesse esprimersi a sfavore, il regime resterebbe in vigore altri due anni durante i quali la commissione congiunta dovrebbe formulare una serie di raccomandazioni a Londra e a Bruxelles sulle misure da adottare.

Se l’Assemblea approverà il regime a maggioranza semplice, quest’ultimo verrà applicato per ulteriori 4 anni. Se invece l’accordo venisse approvato con un “cross community support” – il 51% dei voti sia degli unionisti che dei nazionalisti o almeno con il 40% di entrambi gli schieramenti se l’intesa è stata approvata con il 60% – resterebbe in vigore per altri 8 anni o fino a un nuovo accordo sulle future relazioni.

L’accordo prevede novità anche sul fronte dell’Iva. La legge europea sull’imposta sul valore aggiunto verrà applicata anche in Irlanda del Nord, ma solo sui beni, non sui servizi, ma consentirà all’Ulster di avere aliquote diverse rispetto al resto del Regno Unito, cosa che normalmente non sarebbe consentita dal diritto europeo. Un esempio: se Londra decidesse di ridurre a zero l’Iva sul carburante per uso domestico, Belfast dovrebbe comunque mantenerla al 5%, che è il minimo dell’Ue. Ciò significa anche che su alcune merci l’Irlanda del Nord può ottenere le stesse aliquote vigenti nella Repubblica d’Irlanda allo scopo di evitare che vi sia un vantaggio sleale su uno dei due lati del confine.

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Giustizia & Impunità
Stadio della Roma, archiviata l’inchiesta sull’assessore allo Sport Daniele Frongia
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 17:16:13 +0000

È stata archiviata la posizione dell’assessore allo sport del Comune di Roma, Daniele Frongia, indagato per corruzione nell’inchiesta sullo stadio della Roma e su quella relativa alla “bonifica dell’area di Tor di Quinto”. A farlo sapere in una nota è lo stesso Frongia.

A chiedere l’archiviazione, disposta dal giudice per le indagini preliminari, erano stati gli stessi pubblici ministeri della Procura di Roma ritenendo che non ci siano prove del patto corruttivo.

La contestazione a uno degli uomini della giunta di Virginia Raggi – che si era autosospeso e aveva rimesso le deleghe per poi rientrare in servizio dopo la richiesta di archiviare – è dovuta a una vicenda raccontata da Luca Parnasi ai pm in uno dei suoi interrogatori, di cui il Fatto Quotidiano aveva già raccontato a settembre dello scorso anno.

Sostanzialmente, qualche tempo prima del suo arresto, avvenuto nel giugno 2018 e poi revocato, il costruttore romano aveva chiesto all’assessore M5s il nome di una persona da inserire come responsabile delle relazioni istituzionali di una sua società, la Ampersand.

Frongia – sempre secondo il racconto di Parnasi – avrebbe proposto una donna di circa 30 anni, ma la possibile assunzione svanì quando arrivarono gli arresti. Parnasi parlando con i pm negli interrogatori è sempre stato chiaro: mai ricevuto pressioni o richieste di favori da parte di Frongia.

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Cronaca
Genova, atterraggio di emergenza del Napoli-Torino di Volotea: depressurizzazione cabina
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 17:08:17 +0000

Un aereo della compagnia Volotea che stava comprendo la tratta tra Napoli e Torino è stato costretto a un atterraggio di emergenza all’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova a causa di una depressurizzazione in cabina. Sulla pista dello scalo ligure sono arrivati i vigili del fuoco, la polizia di frontiera e il personale dell’aeroporto.

Non ci sarebbero feriti, secondo quanto si apprende da fonti aeroportuali, tra i passeggeri. I viaggiatori sono stati sbarcati dal velivolo attorno alle 19 e la compagnia sta organizzando pullman sostitutivi per trasferire i passeggeri a Torino, dove il volo era diretto.

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Politica
Umbria, non funziona il microfono. Berlusconi: “Dopo 50 anni di comunisti al governo…”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 16:56:55 +0000

Piccolo inconveniente tecnico per Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa congiunta con Silvio Berlusconi e Matteo Salvini per sostenere la candidatura di Donatella Tesei alla Presidenza della Regione Umbria. La leader di FdI non riusciva a trovare un microfono funzionante, così a rompere l’imbarazzo è il Cav, con una battuta delle sue: “Dopo 50 anni di sinistra, nemmeno più i microfoni funzionano…”.

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Blog
Tortura, le carceri dimostrano più trasparenza. Perché prevenire è importante quanto reprimere
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 16:56:23 +0000

Le accuse di tortura da parte dei giudici per quanto accaduto nel carcere di Torino seguono di pochi giorni quelle riguardanti le violenze consumate nella prigione di San Gimignano. Non molto prima Antigone aveva presentato un esposto per violenze avvenute nell’istituto penitenziario di Monza. In tutti e tre i casi compare la parola “tortura”, che finalmente si può nominare esplicitamente nelle Corti italiane da quando, nel luglio del 2017, il Parlamento tra mille dubbi previde un nuovo delitto da inserire all’interno del codice penale, così come richiesto dal diritto internazionale.

Non sappiamo come e quando finiranno questi processi. Sappiamo però che fornire un aprioristico e indiscriminato sostegno agli accusati è un modo per non aiutare le forze dell’ordine, composte per la gran parte da bravissime persone che avrebbero ogni vantaggio dall’identificare con chiarezza i pochi che non si comportano secondo etica e legge.

Inoltre, sappiamo che prevenire la tortura è importante quanto reprimerla. Per prevenirla è necessario muoversi su molteplici piani, molti dei quali realizzabili a livello amministrativo, ossia senza che ci sia bisogno di modificare la legislazione.

In primo luogo bisogna prevedere percorsi formativi multidisciplinari per chi lavora in contesti penitenziari. Non è sufficiente insegnare sul piano solo teorico la legislazione sui diritti umani. È necessario formare sul campo gli operatori, spiegando come affrontare in modo corretto le situazioni complesse. In secondo luogo è necessario costruire percorsi di carriera dove siano privilegiati quei funzionari che non si limitano ad assicurare il quieto vivere penitenziario, ma che danno vita a progetti articolati di reintegrazione sociale, nonché a modelli di vita interna tesi al benessere psicofisico di detenuti e personale. In terzo luogo bisogna aiutare i medici nelle loro funzioni di garanti della salute delle persone e ricordare loro tutti gli obblighi di certificazione di eventuali segni di violenza. In quarto luogo è necessario gratificare economicamente lo staff penitenziario in modo da renderlo più sereno. In quinto luogo bisogna favorire l’identificazione del personale di custodia e incrementare l’uso di videocamere nei luoghi più oscuri del carcere.

Oggi aspettiamo che le indagini facciano il loro corso. Lo straordinario lavoro di monitoraggio, indagine, denuncia che sta svolgendo l’ufficio del Garante nazionale delle persone private della libertà è uno dei motivi per i quali oggi molto di più si sa intorno a quel che accade nelle carceri. L’amministrazione penitenziaria sta inoltre dimostrando trasparenza e volontà di combattere gli abusi. Infine, il processo Cucchi sta smontando una tradizionale impunità delle forze dell’ordine. Tutto va nella direzione per sperare in un carcere diverso, dove la legge sia sempre a tutela delle persone e mai nessuno si senta sopra di essa.

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Politica
Migranti, accordi Italia-Libia? Minniti: “Deciderà governo”. Pd e M5s divisi (anche al loro interno). Orfini: “Da stracciare”. Sibilia: “No, funzionano”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 16:38:19 +0000

Il memorandum Italia-Libia negli ultimi tre anni ha regolato la politica tra i due Paesi in tema di immigrazione. Un’operazione dell’allora ministro dell’Interno Marco Minniti per regolare gli sbarchi dei migranti. Quegli accordi hanno suscitato più di una critica in questi anni, in particolare per la collaborazione con la Guardia costiera libica i cui membri sono accusati dalle agenzie Onu di avere un ruolo diretto nei traffici di esseri umani e per le condizioni di detenzione dei migranti nei centri libici. La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra. Nel Paese è in atto una guerra civile tra il Governo Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, e le truppe del generale Haftar.

Il Memorandum “scade” il prossimo febbraio, ma all’articolo 8 recita: “Il memorandum ha validità triennale e sarà tacitamente rinnovato alla scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle due parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di validità”.

Dunque se modifica o recesso si vuole esercitare, ci si deve muovere entro il 2 novembre. In più nelle ultime settimane nel dibattito politico si è inserito un nuovo, ingombrante elemento: la presenza in Italia in un incontro con funzionari italiani dell’11 maggio 2017 di Abd al-Rahaman al-Milad, il famigerato Bija, l’11 maggio 2017 arrivato da Tripoli nel centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, in Sicilia, dove era organizzato un incontro con funzionari italiani. Bija è accusato dall’Onu di essere “uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia”. Da Tripoli, in quei giorni, al-Rahaman al-Milan arrivò a confrontarsi con i funzionari italiani al Cara di Mineo. Mentre di un altro incontro, alcuni giorni dopo, il 15 maggio, c’è anche una foto in cui si vede Bija nella sede della Guardia Costiera accanto agli ufficiali italiani.

Marco Minniti, all’epoca ministro dell’Interno e ora deputato del Pd, intercettato fuori Montecitorio, si limita a dire che il caso Bija “è ampiamente già chiarito” e alla domanda se il Memorandum con la Libia debba essere rinnovato risponde che “spetta al governo decidere”. L’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, vicesegretario dei democratici, sul caso Bija cade dalle nuvole, mentre Matteo Orfini afferma: “Voglio dare per scontato che Gentiloni, che aveva la delega ai servizi e Minniti che era Ministro dell’interno, non sapessero della presenza di Bija in Italia. Io ho chiesto che il Copasir indaghi”.

L’ex presidente del Partito Democratico conferma la sua linea “dura”, di rottura rispetto a tutte le politiche più recenti in materia di immigrazione dell’Italia: “Gli accordi con la Libia vanno cancellati. Non può essere il governo Serraj a gestire i campi che oggi sono lager e non può esistere una guardia costiera libica a cui viene affidato il compito di pattugliare il mare”.

Le posizioni in maggioranza però sono diverse, anche all’interno di Pd e M5s. Per esempio una posizione diversa da Orfini la esprime Lia Quartapelle, componente della commissione Esteri della Camera: “Gli accordi vanno rivisti, ma si deve continuare a collaborare la guardia costiera e le autorità libiche”. Il deputato di Liberi e Uguali Nicola Fratoianni, che ha firmato assieme ad Orfini una lettera indirizzata al nuovo presidente del Copasir Raffaele Volpi auspicando che l’organismo parlamentare di controllo dei Servizi si occupi del caso Bija, muove accuse alla guardia costiera libica ed afferma “gli accordi con la Libia furono fatti solo per fermare i migranti, senza preoccuparsi della fine che avrebbero fatto una volta riportati in Libia. Chiederemo al Governo di cancellare questi accordi e se ci sarà un voto su questo, in assenza di una forte discontinuità rispetto al passato, il mio sarà contrario”. Se la stessa posizione fosse tenuta anche dalla delegazione di Leu al Senato, il governo non avrebbe i numeri per stare in piedi.

Ma anche all’interno del M5s i punti di vista sono diversi: “Accordi da ridiscutere, stando molto attenti al rispetto dei diritti umani” afferma il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia, che ha depositato un’interrogazione sulla presenza di Bija in Italia. “Dobbiamo capire bene con chi stiamo facendo dei patti per gestire degli esseri umani” conclude Brescia. “La collaborazione con la guardia costiera libica funziona molto, molto bene” è invece l’opinione del sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia. “Questa collaborazione – dice – ci permette di respingere intrusioni clandestine di persone che vogliono arrivare a tutti i costi sule nostre coste, andando ad alimentare il traffico di esseri umani”. Ma anche Gennaro Migliore – ex Pd e oggi in Italia Viva – pensa che “rinnovare il Memorandum così com’è oggi è impossibile”. “Va fatta una valutazione molto seria, fondata sui dati concreti su come continuare o eventualmente interrompere la collaborazione con il governo Serraji – aggiunge – ma certamente dopo quello che si è saputo sulla frequentazione, nel nostro Paese da parte di alcuni capi dei trafficanti di esseri umani, noi una considerazione molto più severa la dobbiamo fare”.

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Politica
Rifiuti Livorno, la giunta Pd: “Il piano di Nogarin per Aamps? Un bluff, utile di 5 milioni non esiste”. L’ex sindaco: “Non sanno leggere”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 16:08:05 +0000

Sembrava un caso chiuso, dopo il salvataggio dell’azienda e un’inchiesta conclusa con l’archiviazione dell’ex sindaco Filippo Nogarin e dell’ex assessore al Bilancio Gianni Lemmetti. E invece no perché il futuro di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti di Livorno, torna ad essere incerto. L’annuncio lo ha dato in una conferenza stampa il sindaco Pd eletto a maggio, Luca Salvetti, che insieme al nuovo amministratore unico dell’azienda Raphael Rossi hanno snocciolato le cifre del bilancio semestrale gennaio-giugno 2019. E non sono certo positive: quei 5 milioni di utili stimati dalla precedente giunta M5s al 31 dicembre 2019, in realtà sono solo 300mila euro mentre i 4,7 milioni restanti verranno a mancare. Non solo: il documento che sintetizza l’andamento dell’azienda certifica anche un taglio “in fase di budget di 378mila euro” che potrebbe portare ad una perdita (ma anche queste sono stime) di 297mila. “Nogarin aveva garantito che la situazione era sotto controllo ma non è così – attacca il sindaco Salvetti – Adesso dobbiamo fare i conti della serva”. La replica di Nogarin è netta: “Non sono nemmeno capaci di leggere il piano di concordato – dice irritato a ilfattoquotidiano.it – Se ritengono che abbia commesso qualcosa di illecito, si facciano avanti”.

“Il porta a porta costa di più, mezzi di raccolta sottostimati”
Il piano di concordato di Aamps era stato presentato nel dicembre 2015 e approvato a marzo 2017 dal tribunale di Livorno: qui si leggeva che al 31 dicembre 2019 l’utile sarebbe stato pari a 5 milioni di euro, frutto dei nuovi investimenti che l’azienda avrebbe dovuto fare negli anni successivi: dai nuovi impianti alla raccolta porta a porta passando per uno smaltimento dei rifiuti alternativo all’incenerimento. Questi investimenti però non sono andati tutti a buon fine. I problemi arriverebbero principalmente dalla raccolta dei rifiuti porta a porta che, secondo i dati del Comune, costa 1,2 milioni di euro in più rispetto allo scorso anno a causa di una sottostima degli automezzi usati per la raccolta e in parte per un utilizzo maggiore degli operatori per il servizio. Non solo: ogni anno a Livorno si producono 18mila tonnellate di materiale organico che vengono portate a smaltire in Lombardia ad un costo molto salato: 2 milioni di euro. Da qui i problemi di oggi di Aamps.

“Il piano di Nogarin era un bluff, non è mai stato realizzato – conferma a ilfatto.it l’assessore al Bilancio, Viola Ferroni – Sono saltati tutti gli investimenti. E l’ex sindaco questo lo sapeva già un anno fa quando aveva tutti gli elementi in mano per non essere così positivo come previsto dal piano di concordato del 2015”. Poi l’attacco a testa bassa nei confronti della vecchia giunta: “Ci sono stati errori sia nel metodo che nel merito – continua Ferroni – In primis non si può fare una narrazione completamente diversa dalla realtà: la comunicazione è stata falsa. Nel merito invece noi ci troviamo a prendere in mano un’azienda che dal punto di vista della gestione ha delle difficoltà enormi. Adesso vogliamo invertire la rotta”. Come? Non è ancora chiaro, però l’amministrazione comunale ha chiarito che non sarà aumentata la Tari per riportare l’azienda con i conti in ordine entro l’anno.

Nogarin: “Sono incapaci, non sanno nemmeno leggere le carte”
Dal Movimento 5 Stelle sono furiosi, sia per lo “stile istituzionale” del sindaco che ha parlato della situazione dell’azienda in una conferenza stampa invece che portare il dibattito in consiglio comunale, ma soprattutto per il merito della questione. L’ex sindaco Nogarin, chiamato in causa, risponde: “Non sono capaci di leggere il piano di concordato approvato nel 2017 – dice – Hanno distrutto un’azienda, l’hanno ridotta in polvere lasciando 42 milioni di euro di debiti e adesso fanno la morale a chi l’ha salvata? E’ ridicolo e stanno prendendo in giro una città intera. Poi se ritengono che abbia commesso qualcosa di illecito, si facciano avanti invece di fare queste boutade”. La consigliera Stella Sorgente invece spiega che “il problema del concordato è chi l’ha ereditato” (ovvero il Pd) parlando di gestione “imbarazzante” dei rifiuti in città. Poi spiega il motivo dei soldi mancanti: “La presunta differenza rispetto al piano industriale in questa semestrale, semplicemente, non esiste – continua Sorgente – Tre milioni sono accantonati per lo spegnimento dell’inceneritore e 1,5 milioni sono stati anticipati dal 2017 al 2018. Per saperlo però bisogna leggere i numeri: lo hanno fatto per tre mesi, ma ancora non hanno capito. Bisogna leggere il pluriennale, non per singolo anno di concordato”.

Twitter: @salvini_giacomo

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Cronaca
Novartis, “corrotti decine di migliaia di medici per prescrivere farmaci inutili”. Alla tv svizzera la testimonianza di tre ex manager
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 16:05:58 +0000

Novartis, la multinazionale farmaceutica svizzera, è accusata di aver corrotto decine di migliaia di medici pur di fare prescrivere i propri prodotti. E così pazienti inconsapevoli e perfettamente sani sarebbero stati sottoposti a cure del tutto inutili. Coinvolti anche ministri e alti funzionari dello Stato, con l’accusa di essere stati al libro paga della multinazionale per omologare in Grecia nuovi farmaci a prezzi proibitivi.

L’indagine è stata avviata dall’Fbi nel 2016 grazie alla collaborazione di informatori della sede greca. Ora la trasmissione Falò, in onda stasera , giovedì 17 ottobre alle 21.10 su Rsi La1, nel documentario “La strategia” per la prima volta dà voce ai tre informatori, che ha incontrato prima in Grecia e poi a New York, dove si sono recati per gli interrogatori delle autorità statunitensi.

I tre ex manager, che si autoaccusano di corruzione nei confronti di medici e funzionari di Stato, hanno affidato ai giornalisti della tv pubblica svizzera Maria Roselli e Marco Tagliabue, il racconto dettagliato delle pratiche illecite a loro dire utilizzate da Novartis per conquistare nuove fette di mercato in Grecia ed avanzare nel giro di pochi anni dal quinto al primo posto in classifica.

I tre whistleblower, la cui identità per motivi di sicurezza deve restare nascosta, rivelano a Falò l’esistenza di veri e propri “programmi di corruzione” camuffati da normali progetti di marketing, in parte finanziati direttamente dalla sede centrale di Basilea in Svizzera. L’inchiesta delle autorità americane si è conclusa nell’estate 2019. Spetta ora a Novartis decidere se affrontare un processo o puntare ad un accordo.

Il documentario sarà visibile sul sito di Falò da venerdì 18 ottobre.

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Blog
Brexit, fusse che fusse la volta buona
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 15:54:56 +0000

Se ve vanno davvero? 40 mesi quasi giusti giusti da quel 23 giugno 2016, la Gran Bretagna pare davvero sul punto di lasciare l’Unione europea, come sancito dalla vittoria dei Leave sui Remain in un referendum la cui campagna fu un teatro – ovviamente, dell’assurdo – d’errori (e orrori) politici e di fake news, funesta anticipazione dell’altro voto svoltosi sotto gli stessi segni l’8 novembre di quell’anno.

Che i britannici lascino l’Unione, è una notizia triste. Ma che cessino di tenerla ostaggio delle loro paturnie, è una buona cosa.

Poche ore or sono, a Bruxelles, i negoziatori dell’Ue e del Regno Unito hanno raggiunto un’intesa sulla Brexit, che l’attuale governo britannico guidato da Boris Johnson vuole assolutamente realizzare il 31 ottobre, accordo o non accordo – c’è l’incubo del ‘no deal’. E’ fatta, dunque? Attenzione! L’Ue aveva già trovato un’intesa con il governo di Sua Maestà guidato da Theresa May, ma i Comuni l’avevano sempre respinta, nonostante ritocchi e aggiustamenti. Finché la May se ne andò e arrivò Johnson, più decisionista ma pure più sbruffone.

L’accordo ora negoziato, che sarà certamente avallato dai capi di Stato e di governo dei 27 riuniti a Bruxelles per il Vertice europeo, non è necessariamente migliore dei precedenti, specie dal punto di vista britannico. Tant’è che voci critiche si sono subito levate a Londra: dall’opposizione – e fin qui va bene –, ma anche da dentro la maggioranza – che s’è erosa cammin facendo.

Gli ostacoli politici da superare, perché i britannici se ne vadano davvero, e se ne vadano con un’intesa, sono la ratifica dell’intesa da parte dei Parlamenti britannico ed europeo, dopo l’ok dei leader dei 27. I Comuni voteranno sabato 19; l’Assemblea di Strasburgo potrebbe farlo la prossima settimana, anche se i tempi sono stretti. I negoziatori volevano chiudere il ‘patto di divorzio’ prima del Vertice europeo e ci sono riusciti, in extremis.

E così l’agenda del Vertice, l’ultimo prima del rinnovo delle Istituzioni comunitarie, il cui avvicendamento è slittato di un mese, dal primo novembre al primo dicembre, s’arricchisce e, nel contempo, si sdrammatizza: basta mettere una firma in calce all’accordo sulla Brexit, ma resta da discutere che cosa fare nei confronti della Turchia, che invade la Siria, minaccia di lasciare fluire verso l’Europa due milioni di profughi e vuole andare a trivellare nelle acque cipriote; se aprire i negoziati per l’adesione all’Ue con la Macedonia del Nord e l’Albania – per un Paese che se ne va, ce ne sono sei, quelli dei Balcani occidentali, che bussano alle porte -; e ancora il cambiamento climatico; il bilancio settennale dell’Unione 2021-2027 e le priorità per il quinquennio 2019-2024, la nona legislatura del Parlamento europeo eletto a suffragio universale.

Nella vicenda della Brexit, hanno sempre fatto tutto loro, i britannici: hanno voluto indire il referendum senza che ve ne fosse la necessità; hanno deciso di andarsene; hanno scelto quando farlo (inizialmente entro il 29 marzo) e non ci sono riusciti; hanno fatto patti e non li hanno ratificati. Al confronto, i 27 sono stati dei soldatini: abituati a cavillare e dividersi spesso e su tutto, sono stati fermi e compatti dall’inizio alla fine della trattativa, ben condotta dal loro negoziatore Michel Barnier.

Ora, non è detto che sia finita: la difficoltà cruciale da superare era quella della frontiera tra l’Ulster e l’Eire, l’unica frontiera di terra fra l’Ue e il Regno Unito. La soluzione trovata, almeno fino al 31 dicembre 2020, nell’attesa che Ue e Gran Bretagna negozino e chiudano un nuovo accordo di libero scambio, sposta in pratica in mezzo al Mare d’Irlanda il confine tra l’Ue e la Gran Bretagna, lasciando di fatto l’Ulster dentro l’Ue – dal punto di vista mercantile – ed evitando di riproporre la spaccatura dell’Irlanda forviera, fino agli Anni 90, di violenza e terrorismo. Di questa formula, Theresa May aveva detto che nessun premier britannico l’avrebbe mai accettata.

La soluzione concordata non soddisfa il Dup (Democratic Unionist Party), il piccolo partito nord-irlandese che, coi suoi tre deputati, è essenziale alla maggioranza conservatrice: i suoi no furono già determinanti nelle bocciature degli accordi della May. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea al passo dell’addio, ha un bel dire che l’intesa è “equa ed equilibrata”: deve convincerne i Comuni, non gli europei. Johnson ‘lo Squalo’ vuole mettere i deputati britannici di fronte a un’alternativa drastica: o questo ‘deal’ o ‘no deal’, ma comunque Brexit il 31 ottobre. Allora, se ne vanno davvero?

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Calcio
Roma Calcio, la storia di Maissa: arrivato in Italia col barcone, ora è un calciatore della Primavera giallorossa
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 15:51:55 +0000

Sognava il calcio, sognava l’Italia. Così è partito dal Senegal, è salito su un barcone e ha raggiunto le coste italiane. Un anno dopo l’As Roma lo ha tesserato e giocherà con la Primavera giallorossa. È la storia a lieto fine di Ndiaye Maissa Codou, un ragazzo senegalese di 17 anni. Il suo sogno lo realizza prima nell’Afro Napoli United, una cooperazione sportiva dilettantistica sociale nata per la promozione dell’integrazione sociale attraverso lo sport, e ora nella Capitale.

“L’abbiamo visto giocare per strada, con degli amici e gli abbiamo chiesto di giocare nella nostra accademia”, le parole del direttore sportivo del club campano, Pietro Varriale a Retesport. “Noi poi l’abbiamo segnalato alla Roma, e due osservatori sono venuti a Napoli per vederlo giocare. I dirigenti sono stati spettacolari con Maissa, lui si è emozionato da morire quando è entrato a Trigoria: è stato il coronamento di un sogno. Lo volevano Napoli, Juventus e Benevento, ma lui ha scelto la Roma”.

Ora Maissa giocherà come difensore nella Primavera di Alberto De Rossi. La società giallorossa lo ha visionato diverse volte nel corso di un periodo di prova estivo e adesso ha deciso di portarlo a Trigoria. Mercoledì è arrivato il tesseramento e la foto di presentazione. Il suo approdo alla Roma segue di qualche settimana la denuncia del difensore Juan Jesus nei confronti di un tifoso che lo aveva aggredito sui social con insulti razzisti e la decisione del club di “dasparlo” a vita. Pochi giorni il tifoso èstato allontanato da tutti gli impianti sportivi perché colpito da un Daspo della prefettura.

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Mondo
Siria, nelle fosse comuni della capitale del Califfato: “Vittime di esecuzioni di massa dell’Isis ma anche dei bombardamenti americani”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 15:49:49 +0000

Circa 5200 corpi recuperati in poco più di un anno e mezzo. Tanti altri – centinaia e centinaia – ancora sepolti sotto le macerie. A due anni dalla liberazione di Raqqa dallo Stato islamico, avvenuta grazie all’offensiva delle Sdf (Forze democratiche siriana, a guida curda) e dell’aviazione statunitense, dalle viscere dell’ex capitale dell’Isis emergono ancora i cadaveri di chi è morto per mano dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi o a causa delle bombe della coalizione internazionale. La città sull’Eufrate, oggi, vive un doppio dramma. Da una parte l’enorme difficoltà nel lasciarsi alle spalle la guerra, presente fisicamente nella distruzione di buona parte del centro abitato e nei corpi che continuano ad affiorare (persino dai bordi delle strade). Dall’altra la minaccia di un nuovo conflitto: se da un lato Raqqa è ancora in mano ai battaglioni curdi, a due passi dalla periferia stazionano i carri armati del regime di Bashar al-Assad, mentre all’orizzonte c’è la minaccia delle milizie del Free Syrian Army supportate dalla Turchia. Nonostante tutto ciò, i medici forensi del Raqqa Civil Council continuano a lavorare: “Abbiamo da poco ripulito la fossa comune più grande in cui ci siamo imbattuti sinora, quella del campo di al-Fikheka – ci spiega il dottor Mahmoud Hassan – Da gennaio 2018 ne abbiamo trovate 16. All’interno ci sono i corpi delle vittime delle esecuzioni di massa dell’Isis, ma anche quelli dei civili deceduti a causa dei bombardamenti dei caccia”.

“Mancano ancora diversi cimiteri – continua Hassan – Molti di essi vanno bonificati dalle mine dalle squadre speciali e fino ad allora non possiamo metterci piede. Grazie al nostro lavoro, che prevede l’analisi in laboratorio del Dna estratto dai campioni, cerchiamo di dare un nome alle vittime e di restituirle ai familiari.

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Cultura
Florence Biennale, al via la mostra di arte contemporanea e design in nome di Leonardo. Internazionale? Di più: 747 espositori da 78 Paesi
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 15:43:05 +0000

“Ars et Ingenium. Similitudine e Invenzione. Celebrando Leonardo da Vinci”. È il tema della dodicesima edizione di Florence Biennale, la mostra internazionale di arte contemporanea e design, una delle più importanti d’Italia, che fino al 27 ottobre al padiglione Spadolini della Fortezza da Basso di Firenze, accoglierà 747 espositori provenienti da 78 Paesi. Il paese più rappresentato in entrambe le sezioni è sempre l’Italia con 66 partecipanti, seguito dalla Cina con 63. Anche in questa edizione c’è un paese esordiente ed è asiatico: il Bhutan.

Nell’anno in cui si sono celebrati i 500 anni dalla morte del genio di Vinci, per volontà della curatrice Melanie Zefferino, la mostra propone una riflessione sull’approccio conoscitivo e al tempo stesso creativo di Leonardo con un’intera giornata di studi, in calendario per il 25 ottobre.

Grande novità di quest’anno è l’esordio di un padiglione dedicato al design, curato da Gabriele Goretti. Il padiglione, dove si possono ammirare le opere di 263 designer, è caratterizzato da due macro-aree: la prima vede la presenza di aziende e fondazioni che rappresentano punti di riferimento nel settore del product design, fashion design e comunicazione, mentre la seconda propone una ricca selezione di giovani designer che caratterizzano la scena nazionale e internazionale.

Per tutte le informazioni consultare il link www.florencebiennale.org/convenzioni

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Politica
Pd, Bonaccini: “Alleanza con M5s per mia candidatura alle regionali in Emilia Romagna? Per me è possibile, altrimenti amici come prima”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 15:04:41 +0000

Alleanza con M5s per mia candidatura alle regionali? Se ci si mette a sedere e ci si confronta sui programmi, in caso di convergenza, si può pensare a un’alleanza. Se non c’è convergenza, amici come prima e ci si rispetta da avversari alle prossime elezioni regionali”. Sono le parole pronunciate ai microfoni di “24 Mattino”, su Radio24, dal presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che puntualizza: ” Se il Pd non mi riproponesse come candidato, io non mi correrei da solo. Non scherziamo. Secondo me, il problema è che diciamo troppe parole. Sono i fatti che contano, non le parole che spendiamo anche troppo con un teatrino della politica che non mi fa nemmeno sorridere, peraltro”.

Il politico dem spiega: “Il Pd e l’alleanza di sinistra che governa la Regione Emilia Romagna mi hanno chiesto di ricandidarmi. Con mia grande sorpresa, soprattutto per il numero, su 300 sindaci della mia regione ben 206, dei quali 20 addirittura di liste che hanno battuto il Pd alle ultime amministrative, hanno sottoscritto un appello per chiedermi di ricandidarmi. C’è un’alleanza nuova e inedita sul piano nazionale, e cioè quella tra Pd e M5s. Sul territorio questa alleanza non ha repliche, così come neppure il precedente accordo gialloverde non aveva repliche a livello locale. Penso che con un governo di questo tipo sia quanto meno doveroso tentare di dialogare e verificare nel territorio se sia possibile un’alleanza tra Pd, forze di centrosinistra e M5s”.

E aggiunge: “Io non credo ad alleanze fatte solo per battere gli avversari. Sono prese in giro nei confronti dei cittadini, tanto che l’ultimo governo gialloverde è durato solo un anno, proprio perché non c’era unità. Credo, tuttavia, che si possa verificare sui programmi. Noi e i 5 Stelle abbiamo più cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono. Nella mia regione su diverse leggi abbiamo votato insieme, dalla prima risalente a 5 anni fa e riguardante il taglio di 15 milioni sui costi della politica fino all’ultima importante legge contro l’omotransfobia“.

Commento finale sulla manovra di governo: “E’ molto buona per le Regioni, la trovo molto soddisfacente. Abbiamo 2 miliardi di euro in più sul Fondo Sanitario Nazionale e la cifra più alta negli ultimi anni. Abbiamo addirittura 2 miliardi in più, per un totale quindi di 4 miliardi, per gli investimenti, cioè su ospedali, Case della Salute e tecnologie. Ho già firmato col governo a nome di tutte le Regioni un accordo sia per la sanità, sia per l’extra-sanità nella quale, sbloccando gli avanzi, abbiamo a disposizione risorse per fare investimenti. Ed è la cosa più importante per far ripartire il Paese“.

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Diritti
Affidi, giudici minorili: “Indagine interna del Tribunale dimostra che non esiste un ‘sistema emiliano’, ma speculazioni in malafede”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 14:51:00 +0000

Sugli affidi “non esiste un sistema emiliano”. L’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia difende l’operato dei colleghi del Tribunale dei minori di Bologna, finiti al centro delle polemiche legate all’inchiesta Angeli e Demoni in quanto competenti a decidere sulle richieste di allontanamento avanzate dai servizi sociali di Bibbiano. Il parere dell’Aimmf si basa sui risultati di un controllo interno effettuato dallo stesso Tribunale dei minori di Bologna, di cui ha dato conto Repubblica nei giorni scorsi: “Dopo una scrupolosa verifica interna e una riunione con i responsabili dei servizi sociali e con la nuova dirigente della Val d’Enza, è stato accertato che in 85 procedimenti su 100, avviati su richiesta della Procura minorile, era stata respinta la proposta di allontanamento dei minori dalla famiglia d’origine e il collocamento presso terzi suggerito dai detti servizi”, scrive l’Aimff in una nota firmata dalla presidente Maria Francesca Pricoco e dalla segretaria generale Susanna Galli.

Secondo i giudici minorili, questi accertamenti “smentiscono l’esistenza di un ‘sistema emiliano’ fondato su una gestione di assoluto potere da parte dei servizi sociali in assenza di un approccio critico e valutativo degli altri operatori istituzionali”. L’Aimmf ha poi ribadito “l’esigenza di salvaguardare con forza l’indispensabilità di un sistema di giustizia minorile e familiare” che dopo l’inchiesta sugli affidi nella Val d’Enza reggiana “è stato enormemente esposto alle speculazioni” e, si legge ancora nella nota, “in qualche ipotesi, anche a comportamenti rivendicativi di soggetti in malafede, catalizzando le istanze ‘di pancia’ degli ‘scontenti’ e amplificando l’inutile logica del sospetto su tutto e su tutti, anziché proporre quella saggia del dubbio e dell’attesa, pur nel rispetto di un equilibrato dovere di cronaca”.

L’esame dei fascicoli è stato svolto durante l’estate dai magistrati bolognesi, che hanno esaminato le richieste di allontanamento di minori arrivate negli ultimi due anni al Tribunale di via del Pratello. E in particolare le segnalazioni provenienti dai servizi sociali di Bibbiano, accusati dalla procura di Reggio Emilia di aver falsificato le relazioni sulle famiglie di origine per favorire l’affidamento coatto, congeniale al business delle sedute di psicoterapia praticate dagli operatori della onlus Hansel e Gretel. L’accusa è che siano state gonfiate le richieste provenienti dalla Val d’Enza, arrivate a un centinaio, stando al risultato dell’esame dei giudici di Bologna, che si sono focalizzati sull’esito di quelle domande per vedere se sono stati fatti eventuali errori o forzature nei provvedimenti giudiziari.

I risultati dell’indagine interna, come riferito da Repubblica, sono stati presentati il 13 settembre dal presidente del Tribunale dei minori di Bologna Giuseppe Spadaro, durante una riunione con i nuovi dirigenti dei servizi sociali della Val d’Enza. Dallo studio è emerso che il Tribunale dei minori si è opposto alle richieste dei servizi sociali di Bibbiano nella gran parte dei casi, respingendo 85 segnalazioni su 100. Per le 15 sentenze di allontanamento, invece, solo sette genitori hanno deciso di fare ricorso, tutti poi respinti dalla sezione minori della Corte d’Appello. Segno di un sistema giudiziario “che ha fatto il suo dovere e ha dimostrato di essere sano”, secondo Spadaro, che però non ha mancato di fare riferimento a “mele marce che hanno tentato di frodarci processualmente e che devono essere giudicate dalla magistratura e punite in maniera severa”.

Prosegue intanto l’inchiesta della Procura di Reggio Emilia, che vede 29 persone iscritte nel registro degli indagati. Tra loro anche il sindaco Pd di Bibbiano, Andrea Carletti, accusato di abuso d’ufficio e falso ideologico, a cui è stato concesso l’obbligo di dimora. Il Tribunale del Riesame ha riformulato in questo modo la misura cautelare anche per Claudio Foti, presidente della onlus Hansel e Gretel, mentre sono ancora ai domiciliari Nadia Bolognini, psicoterapeuta e moglie di Foti, e Federica Anghinolfi, responsabile dei servizi sociali della Val d’Enza e secondo l’accusa figura chiave dei sistema dei presunti affidi illeciti. È stata invece archiviata la posizione dell’avvocato Marco Scarpati, inizialmente indagato per concorso estraneo in abuso d’ufficio in relazione agli incarichi legali sui minori seguiti dai servizi sociali della Val d’Enza.

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Cinema
Grazie a Dio, Francois Ozon filma un piccolo film antispettacolare per disvelare tutto l’orrore della pedofilia
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 14:50:37 +0000

Grazie a Dio c’è Francois Ozon. Lo scandalo della pedofilia dentro la Chiesa cattolica, in questo caso francese, anzi lionese, con schizzi morali e responsabilità politica direttamente sul Vaticano, rivive impietoso e devastante in un apparente piccolo film antispettacolare fatto di campi e controcampi, dialoghi fitti, primi piani. Grazie a Dio, appunto, è il titolo. Ma anche lapsus freudiano di monsignor Barbarin che, dopo anni di accuse verso il sottoposto padre Preynat, durante una conferenza stampa a margine dell’imminente processo al prete imputato, si lascia sfuggire un “grazie a Dio, i reati sono prescritti”.

Sta tutto in questa tattica distanziante e persuasiva del clero cattolico, preposta a coprire la melma che esonda dai piani bassi delle violenze consumate in parrocchia, a disegnare lo zenit del film di Ozon, autore abbarbicato da decenni tra i tormenti interiori del singolo in attesa che prorompano in scena. Anche qui il regista francese, al suo ventesimo film, cesella una partitura armonica di disvelamento degli orrori suddivisa in quattro movimenti di mezz’ora l’uno. Nel primo è l’attore feticcio Melvil Popaud, qui Alexandre, un dirigente bancario cattolico praticante con moglie e cinque figli, a incrinare in solitaria l’omertà attorno a padre Preynat ma senza troppo successo che non vada oltre la sua personale rabbia. Nella seconda mezz’ora il testimone passa senza conclamati scarti narrativi ad un’altra vittima, Francois, l’immenso Denis Menochet visto in Bastardi senza gloria e L’affido, altro signore molestato da bambino in campeggio da Preynat, oggi sposato e padre di tre figli (e con diversi problemini tra lui, il fratello e madre proprio a causa di ciò che accadde all’epoca) che una volta fatto riemergere il ricordo non va tanto per il sottile. Terzo movimento, altra mezz’ora, è l’apice della battaglia legale e della denuncia penale che i due assieme ad un’altra decina di vittime riescono a imporre a stampa, opinione pubblica, web e pure al cospetto della Chiesa almeno francese.

La quarta mezz’ora invece, quella con cui si chiude il film è affidata a Emmanuel (Swann Alraud) un’altra vittima, un po’ più giovane, quella per la quale, se la denuncia andasse in porto, in termini temporali il caso non sarebbe prescritto come quello di Francois e Alexandre. Solo che Emmanuel, tra tutte le vittime del prete pedofilo, sembra essere quella messa psicologicamente e umanamente in condizioni peggiori. In questo lento affermarsi di una conclamata verità, Ozon gestisce la dinamicità della suspense alla Hitchcock, lasciandoci cullare dentro alla tragedia del ricordo, immersi in queste ombre del passato che devono filtrare dentro ad un presente brumoso e autunnale fatto di dondolanti crocifissi al collo e sontuosi paramenti di cardinali. La tessitura del racconto è invece presto composta da lettere cartacee, email, telefonate, missive lette con voce off dai singoli protagonisti sulle dolorose vicende passate ma anche sui tentativi vani di riconciliazione.

Grazie a Dio – presentato al festival di Berlino – è infine caratterizzato da un approccio di sguardo per il quale più che il j’accuse clamoroso a svellere il tono generale del film, vale maggiormente lo scrutare impercettibile dei movimenti del viso, degli occhi, della bocca dei ragazzini/uomini violentati, del carnefice e dei loro protettori. Come se solo dentro all’inquadratura di Ozon storia e vittime potessero trovare un po’ di requie e fuori, oltre i bordi del quadro, continuasse solo infinito dolore e caos.

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Attualità
Federico Paciotti, da “www mi piaci tu” alla lirica: “La mia infanzia sconvolta dal successo con i Gazosa. Ci chiamò perfino il Papa”
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 14:38:22 +0000

Da “www mi piaci tu” alla musica lirica (ma in chiave rock). È la parabola di Federico Paciotti, ex membro dei Gazosa, band di teenager che spopolò nei primi anni Duemila, che oggi a 32 anni è diventato tenore e chitarrista rock e si è fatto conoscere in Corea, dove è molto apprezzato dal pubblico. Nel cuore però porta sempre quella prima esperienza nel mondo della musica fatta quando aveva solo 13 anni, con i Gazosa appunto: “La mia storia con la musica iniziata molto presto, quando avevo 5 anni. Già lì avevo un amore doppio: per la lirica e per il rock. Con mia nonna ascoltavo l’opera, con mio padre il rock e si è formata così in me un’anima divisa in due”, ha raccontato in un’intervista al Corriere della Sera.

È stato proprio in un negozio di strumenti musicali che ha conosciuto gli altri due membri della band, Jessica Morlacchi e Vincenzo Siani. Avevano 11 anni, erano bambini, ma avevano una forte passione per la musica in comune: “I Gazosa sono nati così. Un autore della Disney, qualche tempo dopo, ci aveva notati in una delle nostre prove in studio e ci ha fatto partecipare a un programma – ha raccontato Paciotti -: da lì sono arrivate le selezioni per Sanremo che nel 2001 abbiamo vinto nella sezione Nuove proposte con ‘Stai con me (Forever)’. Siamo stati i vincitori più giovani di sempre: anche più di Gigliola Cinquetti; avevamo 13 anni”.

“Per due o tre anni abbiamo avuto una esposizione mediatica pazzesca. Venivano a sentirci cantare anche 30, 40mila persone. Era assurdo, uscivamo sul palco e partiva il boato, la gente cantava i nostri ritornelli… ci aveva chiamato perfino il Papa per esibirci a San Pietro, durante la giornata mondiale della gioventù – ha proseguito il cantante -. Eravamo tutti concentrati sullo studio, anche della musica. Questo ha impedito che perdessimo la testa. Già quando ero alle elementari studiavo anche cinque ore sullo strumento e quello restava il mio impegno. Il successo sembrava a tutti noi più un gioco”.

“Non potevamo frequentare più la scuola, avevamo degli insegnanti privati. Se uscivamo la gente ci fermava… quando il progetto dei Gazosa si è esaurito mi è dispiaciuto, ma perché eravamo diventati quattro fratelli, sempre insieme e sapevamo che non sarebbe più stato così”, ha concluso Federico Paciotti che oggi vanta collaborazioni anche con il soprano Sumi Jo: il disco che contiene un loro duetto è finito in vetta alle classifiche di vendita coreane.

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Blog
Di Maio blocca la vendita di armi alla Turchia ma non decide definitivamente. Per quanto ancora?
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 14:34:37 +0000

Perché Luigi Di Maio, firmando l’atto interno alla Farnesina per bloccare le vendite future di armi alla Turchia, nello stesso atto ha avviato un’istruttoria sui contratti in essere, senza prendere decisioni né in un senso, né in un altro? Ovvero, senza bloccarli, ma senza neanche decidere di farli andare avanti? La risposta sta da una parte nei rapporti della Turchia con il nostro paese (che non solo è un alleato Nato, ma pure un partner commerciale con un interscambio di circa 20 miliardi di euro l’anno), ma dall’altra nella legge 185 del 1990.

Non a caso nel Pd, provvedimento alla mano, c’è chi reputa che i tempi per una decisione da parte della Farnesina siano già troppo lunghi. E il Nazareno si riserva di intervenire più in là, chiedendo spiegazioni al Ministro su come intende procedere.

La legge all’articolo 1 comma 6 recita così: “L’esportazione e il transito di materiali di armamento sono vietati”. E segue un elenco di 5 divieti. Dei quali, 4 possono essere riferiti anche all’attacco di Erdogan alla Siria. Dunque (al capo a) tale vendita è vietata ai “Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”. Ora, l’articolo 51 ribadisce il “diritto naturale” alla legittima difesa individuale o collettiva, nel caso in cui si verifichi un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite. Difficile definire quella della Turchia una guerra difensiva.

Ancora, il divieto riguarda “paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” (capo b). Per capirci, quello secondo il quale l’“Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

E poi, si fa riferimento ai “Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa” (punto d). Le denunce a carico della Turchia in tal senso si sprecano.

Infine (al punto e), il divieto riguarda “i Paesi che destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del paese”.

Dunque, l’interrogativo è d’obbligo: quanto durerà l’istruttoria di Di Maio? Quel che è certo è che Di Maio sta ragionando anche su come poter offrire compensazioni alle aziende che si troverebbero a non poter più vendere armi alla Turchia, con un danno economico presente e futuro non di poco conto. Ma come ne uscirà il nostro ministro degli Esteri? Cercherà di scavare in alcune sacche di ambiguità contenute nella legge per non sospendere i contratti in corso? O semplicemente, sta prendendo tempo?

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Cronaca Nera
Rovigo, morta la giovane donna aggredita dal marito: era in coma da nove giorni
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 14:24:26 +0000

A nove giorni dall’aggressione è morta nel primo pomeriggio la donna aggredita dal marito l’8 ottobre scorso durante una lite ad Adria (Rovigo). Giulia Lazzari, 23 anni, era ricoverata nel reparto di Terapia intensiva all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Rovigo, in coma farmacologico. Roberto Lo Coco, 28 anni, è in carcere in custodia cautelare da sabato scorso. I due hanno una figlia di quattro anni. Il movente dell’aggressione sarebbe legato al fatto che la coppia si stava separando. Lei faceva la cameriera, lui è disoccupato e tossicodipendente da eroina ed era ricoverato al centro igiene mentale dell’ospedale di Adria. La vittima era stata strangolata fino a perdere sensi ed era stata ricoverata in condizioni gravissime.

Da inizio ottobre sono sei i femminicidi. In un anno, tra il 1 agosto del 2017 e il 31 luglio del 2018, secondo il Censis, sono state 120 le vittime di femminicidio in Italia. Mentre è ancora in divenire l’elenco del 2019: nei primi tre mesi il trend sembrava in diminuzione, ma l’ultimo periodo, a partire dal mese di giugno, potrebbe aver nuovamente alzato la media. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2018, parlano di una crescita di denunce ed arresti e di un andamento ondivago dei cosiddetti reati-spia: maltrattamenti in famiglia, stalking, percosse, violenze sessuali.

I casi di stalking da gennaio a settembre 2018 sono stati 8.414, a fronte di 9.905 nello stesso periodo del 2017 (-15,05%); i soggetti ammoniti per stalking sono aumentati del 23% nel periodo esaminato (passando da 672 a 827). I maltrattamenti in famiglia sono stati 10.204, contro i 10.682 del 2017 (-4,47%); il numero di soggetti ammoniti per violenza domestica, invece, è cresciuto del 31,5% (da 409 a 538). I casi di violenza sessuale sono stati 2.977, a fronte di 3.189 nello stesso periodo del 2017 (-6,65%); l’azione di contrasto svolta dalle forze di polizia ha portato alla segnalazione all’autorità giudiziaria di 3.217 presunti autori di reato nel periodo gennaio-agosto 2018, a fronte di 3.011 nello stesso periodo del 2017 (+6,84%). Le percosse, infine, sono state 8.718, a fronte di 9.823 nello stesso periodo del 2017 (-11,25%). La Sicilia è la regione in cui le donne denunciano di più, seguita dalla Campania e dall’Emilia Romagna.

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Cronaca
Val di Fassa, polemica per il proverbio sessista in ladino sulle bustine di zucchero
Data articolo:Thu, 17 Oct 2019 14:19:20 +0000

Hanno messo il pepe nello zucchero e il caffè ha più gusto, per i turisti: così dicono in val di Fassa. A Trento, però, la cosa non è piaciuta: sulle bustine dello zucchero distribuite nei bar della val di Fassa è stampato un proverbio: “Na bela femena l’à l cul e l piet sot la pievia”. Per chi non conosce il ladino, ecco la traduzione: “Una bella donna ha il sedere e il petto sotto la pioggia”. Ovvero, una donna è bella se è formosa. La frase è stata fatta stampigliare in tutta evidenza sulle bustine per lo zucchero dei bar dalla Famiglia Cooperativa, storico marchio dell’economia delle valli trentine che controlla una catena di supermercati, praticamente uno per ogni paese. Una trovata pubblicitaria? Evidentemente sì, anche se di impronta tipicamente sessista. Ma sull’altro verso della stessa bustina appare anche il logo “Val di Fassa” dell’Azienda di promozione turistica, l’ente con finanziamento in parte pubblico che gestisce il turismo della vallata e che tra i partner ha Dolomiti Superski e la Cassa Rurale Dolomiti.

Il nome di Famiglia Cooperativa è riportato in piccolo e sembra, di conseguenza, che sia stato l’ente che promuove la Val di Fassa a scegliere quella frase, mentre è appena partita la campagna pubblicitaria per la prossima stagione invernale. La frase non poteva passare inosservata. Paola Taufer, presidente della Commissione provinciale per le pari opportunità uomo-donna, intervistata dall’Adige, ha commentato. “E’ un proverbio sessista, punto e basta. Ci sono tanti bei proverbi, bisognava andare a prendere proprio questo? Ce ne sono di bellissimi su ogni cosa, sulla natura, su tutto. E invece, mentre si cerca di procedere verso la benedetta parità, ecco lo stereotipo sessista. E non venitemi a dire che in questo modo si porta avanti una tradizione! Perché una tradizione la si porta avanti benissimo con altri proverbi”. Taufer azzarda: “Vorrei sapere chi lo ha scelto, questo proverbio. Vuoi vedere che nella ‘commissione’ sono tutti uomini? O magari c’è qualche donna, perché non tutte sono sensibili e attente”.

In realtà la commissione è donna. Lo ha spiegato Luca Giongo, direttore generale di Famiglia cooperativa val di Fassa. “Per scegliere i proverbi ci appoggiamo all’Ufficio della lingua ladina del Comun General de Fascia. In quell’ufficio sono tutte donne”. Sono loro a mandare i proverbi, poi la scelta la fa il marketing di Famiglia Cooperativa. “Non vedo niente di male. Questo proverbio è sulle bustine da anni perché ha riscosso un grande successo. I turisti leggono, chiedono, parlano”. Non è sfiorato dal dubbio nemmeno Andrea Weiss, direttore Apt della Val di Fassa. “Cosa posso farci se tutti i proverbi non piacciono proprio a tutti? Facciamoci una risata. Non abbiamo visionato tutti i proverbi. Ma di certo incuriosiscono i turisti. E siamo comunque orgogliosi di apporre il marchio a forme della cultura ed espressione ladina”.

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